Quartet

In una casa di riposo che ospita grandi musicisti e cantanti lirici in pensione, Cissy, Wilf e Reggie stanno preparando l’annuale concerto in onore della nascita del grande Giuseppe Verdi. Ad interrompere e destabilizzare il loro equilibrio arriva una nuova inquilina, Jean, ex moglie di Reggie.
Lo storico quartetto è ricomposto, e la data del concerto si avvicina.
Quartet è il primo film diretto da Dustin Hoffman. Tratto da una pièce teatrale di Ronald Harwood, la storia è semplice e leggera, ma senza scadere nella banalità.
L’elemento dominante, nel pubblico e negli attori, è il sorriso. Un sorriso che passa velocemente dalla dolcezza di un’ironia buona alla commozione di un passato intenso.
Inquadrature ampie, colori caldi e musiche straordinarie tratte dalle più grandi opere liriche, questi sono gli elementi che fanno da cornice a questa gradevolissima favola.
Hoffman riesce a toccare temi come l’amore, la musica e la vecchiaia con una delicatezza che stupisce e commuove, senza picchi di drammaticità esagerata. Tutto rimane avvolto in un clima sereno e quasi rarefatto, come fuori dal tempo.
Si sente che, dietro la camera da presa, c’è un uomo che è entrato nella terza età (Hoffman ha 75 anni), e che ha uno sguardo simile a quello dei suoi personaggi. Uno sguardo tranquillo, mite e maturo, lo sguardo di chi ha alle spalle una lunga vita piena. Si avverte il respiro ampio della narrazione, quello dei nonni quando raccontano le storie (o la Storia), con momenti ironici alternati ad altri più sottili, più toccanti e dolci.
Il paesaggio attorno alla grande casa offre squarci di incredibile bellezza. Le riprese sono avvenute nell’autunno del 2011, in una Gran Bretagna che ha regalato una fotografia estremamente calda e rilassante.
I dialoghi sono pacati e spiritosi, e riescono a dipingere una realtà quotidiana con grande tenerezza e vivacità, senza noia o isteria. Non si avverte mai uno sguardo di pietà per gli anziani della casa di riposo, e sebbene tutti siano più o meno affetti da malattie senili, esse sono raccontate con ironia, in un clima che ricorda i momenti più leggeri di altri grandi film come Quasi Amici, Patch Adams o Il Concerto.
La scelta degli attori è stata perfettamente calibrata. Le comparse della casa sono tutte provenienti realmente dal mondo della musica e della lirica, e offrono sipari di intrattenimento musicale e canoro che ne rende omaggio.
Il quartetto è invece interpretato da Tom Courtenay (l’intenso Reggie), Billy Connolly (lo sfacciato Wilf), Pauline Collins (la sbadata Cissy) e la candidata Premio Oscar Maggie Smith, che interpreta la diva Jean.
Non è difficile affezionarsi velocemente a tutti i personaggi, perché, come dice la dottoressa che dirige la casa di riposo, «il loro amore per la vita è contagioso, e ci dà grande speranza per il futuro.»
Questo esordio di Dustin Hoffman è una vera commedia «da camera», raccolta e delicata, che merita di essere vista. È un film che mette quasi voglia di invecchiare.
Elena Santoro, da “contropiede.net”

Si arricchisce il filone rosa sulla vecchiaia, un genere non nuovo ma comunque raro per presunta mancanza di appeal, in cui i vecchi pur nella malinconia della decadenza fisica e della solitudine, se la spassano come se la vita ancora appartenesse loro, in film che conquistano un pubblico non necessariamente coetaneo. Dustin Hoffman che fu, trentenne, il giovane laureato scandalosamente concupito da una matura futura suocera, per il suo primo film da regista, a 76 anni, sceglie una storia di anziani briosi e vitali, dal passato luminoso che vivono un presente prigioniero degli anni, senza rinunciare al futuro. In una sontuosa dimora georgiana, isolata in un magnifico parco del Buckinghamshire (dove nella realtà soggiornarono sia re Giorgio III che la regina Vittoria) trasformata in elegante casa di riposo per musicisti, ex cantanti d’opera e di musical, di direttori d’orchestra e registi, di solisti ed orchestrali, rimasti soli o senza soldi. Qualche acciacco, qualche amnesia, un po’ di rivalità, scontri su chi ha diritto al tavolo vicino alla finestra, illusioni seduttive, alcolici nascosti tra i costumi, canasta, piscina, cricket e passeggiate nel parco, visite frettolose di figli e nipoti impazienti. I vecchi ospiti di Beecham House hanno deciso di amare la vita come sempre, e s’impongono regole ferree: «Non morire prima di morire. Non consentire che ti imbocchino. Non fartela addosso». È soprattutto la musica a farne una affettuosa comunità, a bandire il senso della fine, a risuonare gioiosa ovunque; Bach suonato al piano, Boccherini eseguito da un quintetto, “Libiam ne’ lieti calici” esaltato dal coro, “Vissi d’arte” cantato con passione. Il legame col mondo è dato dalle ragazzine che vengono a prendere lezioni di piano e violino, dagli studenti tutto rap cui si spiega perché è l’opera a dare suono alle emozioni. L’ex direttore arti- stico (Michael Gambon, l’Albus Silente di Harry Potter) appassionato di caffetani e con pessimo carattere, deve organizzare uno spettacolo nella speranza di raccogliere soldi affinché la casa di riposo non chiuda. Un giorno la pace viene sconvolta dall’arrivo di quella che fu davvero una grande star mondiale dell’opera, con tutta la sua alterigia, la sempre meravigliosa Maggie Smith. Un disastro per colui che tanti anni prima era stato da lei abbandonato dopo nove ore di matrimonio, per inseguire la carriera e altri mariti: lui non l’ha ancora perdonata, lei soltanto ora, sola e appoggiata a un bastone, gli chiede scusa. Dodici erano state le chiamate in scena quando lei, Gilda, soprano, lui, il Duca, tenore, Rigoletto, baritono, Maddalena, contralto, avevano cantato insieme lo stupefacente quartetto del terzo atto dell’opera verdiana. Ora sono tutti lì, ugualmente vecchi e soli, dimenticati, senza più quel genio e quella voce che aveva mandato in delirio il pubblico. La vita li ha separati, ma la musica, la voglia di rimettersi alla prova, li riunisce. Maggie Smith, Tom Courtenay, Billy Connolly, Pauline Collins, compongono il quartetto canoro e sentimentale, gli altri attori sono stati davvero protagonisti del mondo musicale, e alla fine è commovente vedere le loro immagini da giovani, quando regnavano nei teatri di tutto il mondo. Il film è il cineadattamento appassionato e ironico di una commedia di Ronald Harwood, ispirata dal documentario Il bacio di Tosca, girato anni fa nella Casa di Riposo per musicisti “Giuseppe Verdi” di Milano.
Natalia Aspesi, da “La Repubblica”

Un angolo felice della campagna inglese ospita Beecham House, casa di riposo per musicisti e cantanti. Ogni anno, in occasione dell’anniversario della nascita di Giuseppe Verdi, gli ospiti organizzano un gala e si esibiscono di fronte ad un pubblico pagante per sostenere Beecham e scongiurarne lo smantellamento. Ma ecco che la routine di Reggie, Wilf e Cissy viene sconvolta dall’arrivo a pensione di Jean Horton, elemento mancante e artista di punta del loro leggendario quartetto, nonché ex moglie di un Reggie ancora ferito.
Dustin Hoffman s’improvvisa regista animato da uno spirito appassionato ma anche da una sana dose di modestia e ottiene un risultato precisamente in linea, modesto con brio. Hoffman non ha un messaggio da lanciare al mondo né una proposta di regia che faccia in alcun modo la differenza, ma si limita ad assemblare un cast di grandi attori inglesi e a lasciare che suonino le loro corde su una partitura nota ma rodata, di quelle che si fanno ascoltare (e vedere) ogni volta anche se non è mai la prima né l’ultima.
La narrazione è esile e in alcuni punti a dir poco sbrigativa ma non sono poche le battute buone e non è da poco il contributo dei (veri) cantanti in scena. Adattando la pièce di Ronald Harwood, ambientandola in un cornice da Gosford Park, musicandola con le arie d’opera più belle, Hoffman dimostra soprattutto di aver saputo far affidamento sui materiali appropriati, affinché la costruzione finale suoni malinconica quanto basta, ma anche evanescente e in fondo un po’ infantile, com’è lo spirito degli anziani nella convivialità.
Bill Connelly è il più divertente della partita, Maggie Smith la nota più alta: per quanto contenuta – o forse proprio per questo – la sua performance si carica silenziosamente il peso di un confronto con il passato che va superato o non darà tregua, così come un errore d’amore, che può danneggiare una vita intera. O quasi. Appare invece sprecato Michael Gambon, che, a parte indossare pittoreschi caftani da regista in pantofole, è bloccato in un ruolo senza spessore e senza possibilità di movimento. Tom Courtenay, infine, nei panni di Reginald, incarna la sottile linea di confine su cui si posiziona il film stesso, tra l’aspirazione alla dignità e il richiamo della passione, tra il Rigoletto e il rap.
Pensato per un pubblico di amanti della musica e dei cioccolatini allo sherry più che del cinema con la maiuscola, Quartet vale comunque la visione della reunion di quattro attori senza età.
Marianna Cappi, da “mymovies.it”

E rilucevan le stelle
Un film leggero, brillante, sagace, mai retorico guidato da quattro grandi istrioni e da un irresistibile Michael Gambon, un film che rispecchia in pieno l’umorismo, l’umanità e l’amore per la musica di un grande attore che a quasi settantacinque anni si è deciso a fare il grande passo dall’altra parte della macchina da presa.
Musica, natura, convivialità, allegria, malinconia. Questo si respira a Beecham House, una splendida casa di riposo per musicisti e cantanti in pensione immersa nella campagna londinese in cui non ci si annoia mai e non c’è mai un attimo di silenzio. Mentre i ‘degenti’ si preparano per il saggio musicale che ogni anno accompagna i festeggiamenti per l’anniversario della nascita di Giuseppe Verdi, il personale della grande villa di accoglienza per vecchie glorie della musica si prepara ad accogliere una nuova star. Per Cecily, Reggie e Wilfred il gossip tra i corridoi è pane quotidiano ma lo shock per loro sarà grande quando scopriranno che la star in questione non è altri che la diva della lirica Jean, ex-moglie di Reggie nonché pezzo mancante dello storico quartetto allontanatasi dal gruppo per una carriera da solista che saziasse il suo enorme ego. Quale occasione migliore per dimenticare il passato, riunirsi e tornare sul palco per omaggiare il Rigoletto e le opere del grande compositore italiano? Il problema è che Jean non riesce ad accettare con serenità lo scorrere del tempo e non ha alcuna intenzione di tornare a cantare a distanza di tanti anni per paura di non essere all’altezza. Toccherà quindi agli altri tre cercare di dissuaderla, ma il compito più faticoso toccherà a Reggie, che non è riuscito in tanti anni a superare il trauma della separazione né a smettere di amarla. Il tempo, si sa, guarisce tutte le ferite, ma quando c’è di mezzo l’orgoglio, la rivalità tra primedonne e la passione, allora nulla è diventa impossibile…
A Dustin Hoffman piace vincere facile ma non senza umiltà e passione. D’altronde perché strafare alla sua prima volta dietro la macchina da presa? Meglio andarci con i piedi di piombo e affidarsi all’enorme talento del cast, che senza troppo sforzo ha portato avanti la storia incarnando gli splendidi personaggi protagonisti in un trionfo di umorismo, gag e di quel sano sarcasmo grottesco che sdrammatizza sul ritrovarsi dopo tanti anni di gloria e successi nella scomoda condizione di grandi artisti sul viale del tramonto alle prese con gli acciacchi della vecchiaia ma sempre col sorriso sulle labbra e con nel cuore un grande amore per la vita. Quattro attori a ruota libera, quattro istrioni come l’austera Maggie Smith, la sensibile svampita Pauline Collins, un Billy Connolly in forma smagliante nei panni di un dongiovanni senza freni e un Tom Courtenay misurato e sfinito dalle delusioni d’amore.
Quartet è una commedia per gli occhi e per le orecchie, che ha il grande pregio di essere scritta in maniera impeccabile e di riuscire sapientemente a mescolare con la lirica di Verdi e Puccini con tematiche importanti come lo scorrere inesorabile del tempo e l’accettazione di se stessi. L’attenzione è focalizzata quasi per intero sullo smisurato talento degli attori protagonisti, che riescono a cucirsi addosso i meravigliosi personaggi nati dalla penna dello sceneggiatore Ronald Harwood, autore nel 1999 anche dell’omonima pièce teatrale da cui il film prende ispirazione, nonché di grandi film come Il pianista e Lo scafandro e la farfalla. Senza troppe pretese o velleità stilistiche Hoffman si lascia cullare dagli interpreti di questa bellissima e commovente storia scritta da Harwood che a sua volta prende originariamente spunto da un documentario del 1984 di Daniel Schmid, intitolato Il bacio di Tosca, che raccontava di come il grande compositore italiano avesse fondato nel lontano 1896 a Milano una casa di riposo ed accoglienza per musicisti e cantanti anziani che non avevano avuto troppa fortuna nella vita o non erano stati in grado di salvaguardare il loro denaro per assicurarsi un dignitoso ‘terzo atto’.
Un film che Hoffman ha diretto lasciandosi guidare dalla sua grande esperienza attoriale, dall’istinto e dal magnetismo degli attori in scena, a suo dire troppo spesso sacrificati in attesa delle direttive di registi egocentrici incapaci di lasciare agli interpreti il tempo necessario per sentirsi a proprio agio e di godere appieno del momento fatidico del ciak. Un film leggero, brillante, sagace, mai retorico guidato da quattro grandi istrioni e da un irresistibile Michael Gambon, un film che rispecchia in pieno l’umorismo, l’umanità e l’amore per la musica di un grande attore, tra i più grandi della sua generazione, che a quasi settantacinque anni si è deciso, dopo esserci andato più volte vicino, a fare il grande passo dall’altra parte della macchina da presa. Una storia quella di Quartet che esprime tutta la sua voglia di imparare ancora, di migliorare, di non fermarsi di fronte all’incalzare del tempo, di scoprire i segreti dell’essere un vero musicista, un sogno nel cassetto lungamente inseguito dall’attore che sin da piccolo iniziò a studiare pianoforte per diventare un giorno un pianista jazz. Un piccolo delizioso film in cui il doppio premio Oscar Dustin Hoffman, senza velleità stilistiche né personalismi di alcun tipo, indossa il frac e afferra le bacchette per dirigere sulle note de La Traviata e del Rigoletto, in un crescendo di tonalità e di emotività, un’orchestra di eccellenti attori tra cui spiccano veri anziani musicisti capaci di commuovere lo spettatore mentre suonano e cantano lo spettacolo che li rese grandi in gioventù. Da non perdere, a questo proposito, i divertenti titoli di coda.
Luciana Morelli, da “movieplayer.it”

Beecham House, piccola dimora arroccata nel paesaggio della campagna inglese, non è una casa di riposo come le altre. Essa è, infatti, destinata a musicisti e cantanti che, tra le pareti della casa, ritrovano la nostalgia di vecchie note e vecchi fasti, lasciandosi accompagnare sul viale del tramonto da quella musica che ha caratterizzato la loro esistenza. Tra gli ospiti della casa ci sono Cecily “Cissy” Robson (Pauline Collins), Wilfred “Wilf” Bond (Billy Connolly) e infine il tenore Reginald “Reggie” Paget (Tom Courtenay). I tre sono tutti ex componenti di uno dei quartetti di musica lirica più famosi di tutta l’Inghilterra. Mentre Beecham House rischia di chiudere e i suoi ospiti cercano di salvarla organizzando un Gala per ottenere dei fondi, arriva Jean Horton (la sempre meravigliosa Maggie Smith), ultimo membro del quartetto che, all’apice della sua fama, aveva lasciato i suoi compagni per intraprendere una carriera da solista. I vecchi rancori tra i quattro, le speranze disilluse e il fervente impegno per salvare Beecham House faranno da sfondo ai belligeranti tentativi di ricreare un’atmosfera serena tra i membri del Quartetto.

Presentato allo scorso festival di Torino Quartet segna il debutto alla regia del divo internazionale Dustin Hoffman. Dopo aver lasciato la propria traccia indelebile negli annali della storia della cinematografia con interpretazioni che l’hanno reso indimenticabile, l’interprete de Il laureato tenta il colpaccio, confezionando un piccolo film delizioso sul lento scivolare della vita in quella zona misteriosa e spesso osteggiata che è la vecchiaia. Per farlo, Hoffman decide di non lasciarsi prendere la mano da facili pietismi, né da cupe riflessioni rassegnate e indolenti. Al contrario di quanto avviene, per esempio, in Amour di Haneke, che sembra voler mettere in scena l’umana difficoltà di accettare l’annientamento delle proprie esistenze, il mondo che mette in scena Hoffman tra le mura di Beecham House è un mondo che non si arrende, che vive a proprio agio con il tempo e che si intinge appena di nostalgia, senza però lasciarsi andare ai rimpianti più disperati.

Quartet è un film intrinsecamente elegante; una diegesi che alla naturale raffinatezza della musica classica e delle opere liriche alterna i segni evidenti del tempo che passa. Hoffman, che stordisce per la grazia di questa sua opera d’esordio, si sofferma sulla fragilità dei corpi in disfacimento, analizzando le rughe dei volti, quei segni marcati quasi a fuoco, simbolo degli anni che sono passati e che, nella migliore delle ipotesi, sono stati goduti. A questo si aggiunge anche la consapevolezza dei protagonisti della pellicola di sapere che gli anni migliori sono alle loro spalle: non più giorni da buttare in faccia al senso di immortalità tipico dell’essere umano, bensì attimi da costruirsi addosso e da custodire poi come il più grande dei tesori. La senilità che Quartet regala al pubblico è una senescenza orgogliosa e fiera, ancora consapevole di sè. Tutto questo è reso possibile dalla grazia interpretativa del cast. Se è vero che un regista-attore arriva, nella direzione artistica, laddove spesso un semplice regista non può tendere, allora Dustin Hoffman si è mostrato senza dubbio capace nel “manovrare” i corpi dei suoi attori, spingendoli ad una fusione quasi palpabile con i loro personaggi, tanto da creare un forte senso di verosimiglianza che porta ad una ricezione spettatoriale molto più emozionante. Buona la prima.
Erika Pomella, da “movietele.it”

Un rinomato ospizio britannico è sede privilegiata di musicisti e cantanti lirici oramai in pensione. Beecham House è una gigantesca ed incantevole villa dallo stile vittoriano, contenitore di miti, ricordi e leggende. Tuttavia anche questa istituzione rischia di venire travolta da problemi economici: solo una raccolta fondi, passerella per vecchie glorie da tempo lontane dalle luci della ribalta, potrà sventare la minaccia della chiusura.
Fervono i preparativi per la grande serata di gala, mentre i non più giovani ospiti si sono talmente abituati ai capelli bianchi che portano in testa da non riuscire a prendere sul serio nemmeno l’ipotesi di non avere più un tetto sopra questa chioma argentea. Insomma, nonostante tutto l’organizzazione procede, finché Jean Horton (Maggie Smith) non arriva alla Beecham.
Il solo ingresso di questa celebre new entry porta scompiglio. Tra vecchie amicizie, inimicizie e addirittura amori, Jean innescherà una serie di dinamiche che coinvolgeranno più di una storia. Da tali premesse parte Quartet, esordio in cabina di regia di Dustin Hoffman, immerso in una commedia sobria ma alla quale non manca un certo piglio. Cerchiamo di capire il perché.
L’ambito è quello del ritratto più o meno scanzonato della cosiddetta terza età, oramai in balia di sé stessa ma soprattutto dei ricordi. Perché se invecchiare è già difficile per gente ordinaria, tanto più lo è per chi ha trascorso buona parte della propria vita calcando sfarzosi palcoscenici di teatri monumentali.
Si sarebbe portati a credere, non da ultimo per via del titolo, che in Quartet possa ad un certo punto insinuarsi e tiranneggiare la tematica inerente alla musica. Ed invece Ronald Harwood, lo sceneggiatore, mantiene il giusto distacco da quello che rimane comunque un argomento forte, il cui peso c’è e si sente.
Basti pensare a quali fonti attinge la colonna sonora, che si serve a piene mani di parecchi brani senza tempo di Opere più o meno note anche a chi non ha avuto modo di assistervi: Traviata e Rigoletto über alles; quest’ultima citata non a caso, poiché elemento che accomuna i quattro protagonisti e la cui menzione ricorre più e più volte.
Un’avventura alquanto sobria, che stempera l’atmosfera di rado pesante con dei toni da commedia a tratti anche sboccata. Sboccata, sì, ma mai volgare. Non lo è nemmeno quando Wilf (un simpatico ed esuberante Bill Connolly) si lascia andare a continue avance verso il gentil sesso, di qualunque età ed estrazione: sorride, scherza, si prodiga in battutacce, lasciando spesso il segno.
Ammaliante Pauline Collins, la cui prova mescola dolcezza e mestizia con un’amabilità unica. Nondimeno resta forte la presenza della Smith, sul cui fascino attoriale c’è poco da discutere: da quando entra nel film la sua presenza continua a percepirsi anche nelle scene in cui non compare, mostrando uno charme che in fondo accomuna un po’ tutti i principali membri del cast. Pensiamo a Michael Gambon, qui nel ruolo di comprimario – per quanto si tratti di una pellicola intimamente corale. Basta un’estrosa vestaglia ed un inusuale copricapo per conferirgli quel pizzico di forma che la sua performance completa in maniera davvero efficace.
Hoffman però non risparmia lo spettatore, compiacendo una generazione avanti con gli anni. Anche quel lieve accenno a certi cliché tipici della vecchiaia ben si sposano con scenari meno indulgenti. Si sorride in più di un’occasione, senza però tacere sul dramma di chi, a questo punto della propria corsa verso l’ignoto, convive anche con infermità o disturbi di varia natura; come a dire: “sì c’è pure questo, ma non ci si fossilizzi sopra”. Perché anche in una situazione di questo tipo dev’esserci dignità, ancor più in quello spicchio di creato dove vige il proverbiale aplomb britannico. Sorridere non è comunque sintomo di scarsa compostezza.
Si potrebbe obiettare che il tutto si regga in maniera talmente evidente sulla recitazione dei propri pilastri, che a molti questa pellicola potrebbe addirittura scivolare addosso. È probabile, ma è il rischio che si corre quando non si corrono troppi rischi: l’andamento segue grossomodo il destino di certi brani con cui viene accompagnato, o lo si apprezza o lo si soffre. D’altronde non è del tutto assente un palese autocompiacimento nel mostrare volti storici del teatro e del cinema made in UK, unica ma rilevante componente mediante cui il film strizza l’occhio a chi lo guarda.
Ma il quid in più di Quartet sta in fin dei conti sulla riflessione di fondo. Un film che, senza troppo soffermarsi su banali sentenze e crassi luoghi comuni, offre un cordiale spaccato su un periodo della vita che, come tutti gli altri, porta in dote le sue sfide. Volendo un po’ trarre qualche motivo di convincimento, ci pare che la verità di Quartet giaccia sulla considerazione che la vecchiaia, lungi dall’essere qualcosa di sin troppo conosciuto, apre verso uno spazio inesplorato. Un mondo di cui è facile discutere, che è ancora più facile compatire, ma di cui in fondo sanno poco anche coloro che ci si imbattono. Magari è pure vero che ogni età ha da offrire le sue ricchezze. E Quartet, a suo modo, riesce a farcene cogliere qualcuna.
Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

Quartet è ambientato in una confortevole casa di riposo britannica per musicisti. Il divertimento nel debutto alla regia di Dustin Hoffman è legato strettamente alla tolleranza per le stravaganze delle persone anziane. Del resto, nell’adattamento della sua stessa opera teatrale, lo sceneggiatore Ronald Har­wood fa dire alla simpatica e sempre entusiasta Cissy che la vecchiaia non è una roba per femminucce. Quattro cantanti in pensione decidono di cimentarsi in un quartetto del Rigoletto di Verdi per salvare la loro casa di riposo dal fallimento. E anche se si capisce bene come andranno a finire le cose, è un piacere scoprire come i prevedibili conflitti si sistemano, così come è un privilegio poter vedere attori senza uguali, al massimo della loro espressività. La regia di Dustin Hoffman è impeccabile. La fotografia di John de Borman scalda gli animi. Da non perdere i titoli di coda, in cui si scoprono i segreti del cast.
Joe Morgenstern, The Wall Street Journal, da “Internazionale.it”

Il debutto alla regia di Dustin Hoffman, Quartet, è l’adattamento di un’opera teatrale di Ronald Harwood, andata in scena nel 1999 all’Yvonne Arnaud Theatre di Guildford.
Alle origini della pièce e del film c’è Il bacio di Tosca, miglior documentario musicale al Ghent International Film Festival nel 1985 e premio della International Documentary Association nel 1986. Girato da Daniel Schmid nella Casa di Riposo per Musicisti fondata a Milano nel 1896 da Giuseppe Verdi, ricostruiva la vita del soprano Sara Scuderi,interprete di primo piano del teatro operistico fino agli anni ‘40, circondata da altri artisti della Casa.
Hoffmann sposta il set in una wedding house (residenza usata per matrimoni), che lo scenografo Andrew McAlpine adatta a casa di riposo con un gusto tutto inglese per le dimore grandi e severe in pietra grigia, aperte su caldi interni pieni di fiori, nei vasi, nella tappezzeria e nelle porcellane del thé.
E’ la Beecham House, isola di pace immersa in una morbida campagna illuminata dai toni tenui della luce autunnale, piccolo mondo antico per cantanti lirici ormai lontani dalle scene. Nota dominante, un po’ di malinconia ma anche tanto ottimismo, voglia di vivere e sentirsi ancora sulla breccia, nonostante la terza età. C’è festa, nell’aria, bisogna organizzare un concerto per raccogliere fondi e impedire la chiusura della casa e, perché no? celebrare il compleanno dell’amato Verdi.
A introdurre la dissonanza è l’arrivo di Jean Horton (Maggie Smith), ex primadonna dell’opera ed ex moglie di Reginald, Reggie per tutti (Tom Courtenay).
Lui non si è non si è più risposato, da allora, lei sì, ben cinque volte. Ora Jean sembra proprio non rassegnarsi alla terza età, alla fine della gloria, alla caduta della voce e alla vita quasi tutta andata. Valide ragioni per avere la faccia che ha in mezzo a quei vecchietti sorridenti e rispondere, inorridita, che è una pazzia la proposta di cantare il terzo atto del Rigoletto. Con Wilf (Billy Connolly) Cissy (Pauline Collins) e l’ex marito, Jean formava, ai tempi d’oro, il leggendario quartetto dell’opera verdiana, e l’organico di rara bellezza creato dal canto del Duca, Maddalena, Gilda e Rigoletto, aveva raggiunto vertici nella loro interpretazione.
A questo punto, quello che sembrava un passatempo per anziani con tante ore a disposizione, l’organizzazione della recita in mezzo ad attività varie, come spiritosi corsi di teoria musicale a giovani votati al rap o esercizi al piano durante l’immancabile thè delle cinque, diventa uno scontro/incontro di caratteri e sentimenti, sintesi dei vari modi di intendere la vita e i rapporti umani.

Come nel Rigoletto timbri vocali tanto differenti trovano insuperabile armonia nella fusione musicale, e gioco amoroso, spensieratezza e dolore si uniscono nella trasparenza delle trame sonore, così Quartet riesce nel miracolo di far convivere quattro figure tanto diverse tra loro e conservarne intatta l’individualità. Un nutrito cast di glorie del cinema, da Maggie Smith a Tom Courtenay, Billy Connolly e Pauline Collins, dà vita ad una commedia leggera, romantica, spesso esilarante, diretta con misura attenta da un grande attore che sa, da regista, come muovere i personaggi sulla scena, dosando i toni e trasmettendo le note giuste. A far da corona, diventati per un po’ attori anche loro, tanti cantanti d’opera e musicisti del passato, che sfilano nella carrellata finale sui titoli di coda accanto alle foto dei loro splendori. Ridefinire la terza età con il gusto di scoprire quanta energia vitale ancora conservi, evitando corrività e macchiettismo, è stata la scommessa pienamente vinta dal neo regista. Merito anche di una recitazione eccellente, briosa, governata da buone dosi di ottimismo e allegria, conoscenza della vita e saggezza conquistata,il film scorre con leggerezza mai banale, piacevolmente arricchito da tanta e superba musica. Non un film del pomeriggio per vecchie coppie al tramonto, dunque, ma un modo di fare cinema con garbo, mestiere e amore per l’arte tout court. Il quartetto che dà il titolo all’opera s’impone, infatti, con la bellezza dei grandi momenti verdiani lungo tutto lo sviluppo della vicenda, i sentimenti contrapposti dei quattro personaggi del melodramma fanno da contrappunto a quelli del film, infine il sipario scende, e resta la gioia di avere, ancora una volta, scoperto che l’arte può illuminare la vita, e che l’età è solo un fastidioso ma sopportabile inconveniente.
Paola Di Giuseppe, da “indie-eye.it”

Chi ha mai detto che i “vecchi”, e scusate la bruschezza, possono fare solo dei film per “vecchi”. Magari, possono realizzare delle opere con personaggi/interpreti “vecchi” ma se l’animo di questi anziani è più giovane di quello di alcuni trentenni, ben vengano lavori di autori non più giovani.
Lo dimostra chiaramente il lungometraggio Quartet (presentato all’apertura della sezione Festa mobile della 30ma edizione del Torino Film Festival). Si tratta della pellicola d’esordio del settantacinquenne Dustin Hoffman. La messa in scena è incentrata su una casa di riposo per cantanti lirici. Per la verità, alle spalle questo progetto cinematografico ha un testo teatrale di successo e un documentario pluripremiato sulla casa di riposo per musicisti fondata nel 1896 a Milano da Giuseppe Verdi.

Ma al neo-regista poco importa di tutto questo. A lui interessa questo mondo brillante e glamour, fatto di voci eccezionali e musiche superbe, di cui alla fine rimane un solo involucro vuoto, forse triste e malinconico (ma mai deprimente). Grazie a un cast in stato di grazia (ma quando mai non sono stati in stato di grazia Maggie Smith e Tom Courtenay), Hoffman, che ha portato con Tootsie la finzione ai livelli veramente vertiginosi, si butta a capofitto in un universo umano in cui la finzione è tutto. Si scopre, però, in conclusione, che senza i sentimenti, quelli veri, nessuno può esistere.
Quartet non è assolutamente un lungometraggio senile e nemmeno un’opera romantica. È un lavoro cinico quando lo richiede la storia che racconta ma è anche molto tenero quando finalmente cadono le maschere; quelle maschere che tutti i “relitti umani” protagonisti della vicenda avevano pensato di aver abbandonato per sempre ma che invece riescono a portare per l’ultima volta inaspettatamente, perché convinti da un loro grande collega. Per carità, non pensiate a una storia funerea; si ride come nelle vecchie commedie inglesi e, forse, come in quelle americane. Per essere sicuri diciamo anglosassoni.
Nikola Roumeliotis, da “cultframe.com”

Quattro talenti e un matrimonio
In Inghilterra, in una casa di riposo per cantanti lirici e musicisti, si ritrovano amici, ex colleghi, ex rivali, ex coniugi. Dustin Hoffman esordisce nella regia con una commedia piena di humor, rimpianti, battibecchi, eccentricità, scritta da Ronald Harwood (Il servo di scena, Il pianista, Lo scafandro e la farfalla). Guidano il concerto quattro istrioni strepitosi: Maggie Smith, Tom Courtenay, Billy Connelly e Pauline Collins. [sinossi]
A dare il via alla trentesima edizione del Torino Film Festival è Quartet, film d’esordio di Dustin Hoffmann alla regia, già presentato in anteprima, nel mese di ottobre, alle giornate del Cinema d’Essai organizzate dalla FICE a Mantova. L’attore, due volte premio Oscar e Leone d’oro alla carriera, alla veneranda età di 75 anni decide di realizzare un suo sogno nel cassetto e girare questa deliziosa commedia, brillante ed equilibrata, in cui sono presenti tutti gli ingredienti che possono garantirne un meritato successo.
Non siete curiosi di sapere che cosa accade ai talenti della musica ormai in pensione? Ebbene, esiste un luogo, chiamato Beecham House, una villa nella campagna inglese, che li accoglie offrendo loro un tetto e una comunità in cui vivere dignitosamente, continuando a coltivare i loro interessi e mettendo ancora a frutto le proprie straordinarie capacità. Qui, ogni anno, gli ospiti preparano un concerto in occasione del genetliaco di Giuseppe Verdi, anche per raccogliere i fondi necessari a mantenere in piedi l’attività della villa. E qui vivono, in un loro frizzante equilibrio, Reggie, Wilf e Cissy, componenti di uno storico quartetto, la cui routine verrà sconvolta dall’arrivo dell’ex-diva della lirica Jean (Maggie Smith), elemento mancante del gruppo ed ex moglie di Reggie.
Dustin Hoffmann esordisce dietro la macchina da presa con un film di mestiere dalla regia sempre composta, priva di qualsiasi forma di esibizionismo stilistico e sorretta da una sceneggiatura impeccabile nel gestire il can can di personaggi e situazioni. Lo sceneggiatore Ronald Harwood (Il pianista, Oliver Twist, Lo scafandro e la farfalla) ha fatto egregiamente la sua parte, così come i quattro attori principali che reggono la scena dal primo all’ultimo minuto incarnando tutti i “tipi” necessari a dare alla storia un ritmo sempre vivace. Jean (Maggie Smith) è la “prima donna”, altezzosa, provocatrice e un po’ viziata, al tempo stesso affascinante e fragile, specialmente di fronte al timore di invecchiare e non essere più all’altezza di se stessa, Wilf (Billy Connolly) è un ragazzaccio incorreggibile che suscita la simpatia di tutti grazie alle sue monellerie (con cui spera anch’egli di scongiurare gli effetti del tempo che passa), Cissy (Pauline Collins) è la svampita e dolcissima “bambina” del gruppo, mentre Reggie (Tom Courtenay) incarna il prototipo dell’uomo fiero, sempre austero e incorruttibile. Da grande attore qual è, Hoffmann ha lasciato ampio spazio e autonomia agli interpreti, consapevole del fatto che di per sé avrebbero apportato gran parte delle sfumature e del brio che il film possiede. Quattro mostri sacri più uno, Michael Gambon, grande istrione che qui fa da spalla ai suoi colleghi nella parte di Cedric, brontolone, prepotente e davvero irresistibile.
Questi giovincelli nell’anima, sono intrappolati dentro a un pesante scafandro. Tutti provengono da un passato glorioso e lo scorrere degli anni fa affiorare in loro vecchi traumi e nuove fragilità. Ognuno affronta a suo modo le proprie paure, chi le prende di petto e chi invece preferisce nascondersi in un ovattato mondo senza memoria, comunque tutti accomunati da una grande dignità.
Non si tratta comunque di un film autoreferenziale. La presenza della giovane direttrice di Beecham House Lucy Cogan (Sheridan Smith), donna forte e sensibile, e di alcuni ragazzi che vengono alla villa per assistere alle lezioni di musica di Reggie, offre un interessante confronto tra generazioni dagli esiti felici, in grado di instaurare un clima di reciproco ascolto in cui tutti escono vincitori. In questi tempi in cui lo scontro tra “giovani”e “vecchi” è diventato quasi una guerra di posizione, l’argomento risulta particolarmente delicato ma l’accoppiata Hoffmann/Harwood vince anche questa sfida, evitando qualsiasi muro o contrapposizione in favore di un silenzioso gioco di complicità tra chi ha ancora molto da dare e chi, con umiltà ma anche consapevole delle proprie capacità, è disposto ad apprendere.
In questa commedia, ricca di humour britannico e di musica, si passa con naturalezza da uno stato d’animo all’altro. Si ride, si sorride, ci si commuove. Il plot non riserva particolari sorprese e tutto va esattamente come deve andare, muovendosi come in una partitura musicale a tempo “allegro” tra amicizia, amori e piccole/grandi conquiste, fino all’happy end di rigore. Un film godibilissimo dall’inizio alla fine, in cui ci si avvia verso il “Viale del tramonto”, sì, ma a testa alta.
Beatrice Fiorentino, da “cineclandestino.it”

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