QUALCUNO DA AMARE




L’esilio forzato di Kiarostami non ha niente a che fare con la tournée di Woody Allen deciso a esportare in giro per il mondo il suo marchio cinematografico. Dopo l’Italia diCopia conforme, Kiarostami sceglie il Giappone, luogo 
ideale dove sintetizzare l’arte narrativa dei suoi primi film con quella concettuale degli ultimi. Niente di meglio di Tokyo capitale al contempo della tradizione e della modernità. L’incontro di un anziano professore e una giovane squillo sembra ancora più perfetto per gli obiettivi del regista. Questo se nel suo cinema tutto fosse come appare. Ma non è così. Il potere della menzogna, da sempre all’opera nei suoi film, non punta a essere scoperto e denunciato. Anzi è questo potere a permettere al cinema del regista iraniano di avvicinarsi quanto più possibile alla complessità del reale. E non c’è nessuna morale, perché Kiarostami sa bene che il rovescio del rovescio non è il dritto.

Di Nicolas Azalbert, Cahiers du Cinéma, da internazionale.it

Abbas Kiarostami non lo scopriamo oggi, né il cinema iraniano dei vari Jafar Panahi, Rafi Pitts e Makhmalbaf, ma in questo caso colpisce l’intreccio di questa cinematografia con una ambientazione orientale – e giapponese – particolarmente significativa.
Dopo il dimenticabile Copia Conforme, il regista di Ten e Il sapore della ciliegiacontinua a parlare di amori in maniera molto personale. Stavolta attraverso la storia di Akiko, giovane ‘accompagnatrice’ divisa tra una notte nella casa dell’anziano professore che ne ha richiesto i servizi e il proprio fidanzato all’oscuro di ogni cosa.
Tre soli personaggi, tre vite che si intrecciano per un breve momento, orchestrati da una regia attenta e curata, forse a tratti fine a se stessa, e una organizzazione che lascia molto nell’indefinito tanto le premesse (comunque intuibili) quanto gli esiti (lasciati più alla creatività dello spettatore). L’importante è il ‘qui e ora’, ma tanta ellissi rischia di apparire un po’ comoda per un regista capace di ben altri approfondimenti. Di contro la scelta di una ambientazione claustrofobica e della ripetizione di gesti e situazioni ipnotizza e rende la prima porzione del film migliore della seguente, anche per la suddetta mancanza (voluta?) di risoluzione.
Se vi mancavano le dilatazioni e le fissità tanto care al regista iraniano, sarete sicuramente soddisfatti. Anche grazie a interpretazioni ben calibrate e – soprattutto nei due principali – toccanti. Per il resto tanta solitudine, bugie, vigliaccheria, sogno, confusione. Di ruoli soprattutto, e aspettative. Un film triste e divertente insieme. Forse un film furbo, ma anche ricco di spazi vuoti nei quali far scivolare la propria sensibilità.
Di Mattia Pasquini , da film.it

Abbas Kiarostami è un regista che divide nettamente il pubblico: o lo si ama o lo si detesta. “Qualcuno da amare” è come tutti i suoi film: non sono mai di facile assorbimento, vanno guardati senza distrazioni, in una serata in cui non si è stanchi e cercando di andare oltre la semplice trama e i dialoghi.
Rispetto a “Copia conforme”, questa opera del regista iraniano, ha una storia un po’ più “corposa”: quella di Akiko, giovane giapponese arrivata in città dalla campagna, che per mantenersi agli studi universitari fa la prostituta. Il suo gelosissimo fidanzato Noriaki non sa nulla della sua doppia vita. Una sera, il protettore della ragazza la indirizza da un cliente che si rivelerà diverso dagli altri: un professore in pensione, vedovo, che invita Akiko a conversare con lui. Tra i due nasce un legame che va al di là del rapporto cliente-prostituta, e l’anziano viene presentato a Noriaki come il nonno della ragazza…
Kiarostami segue i suoi tre personaggi in una Tokio trafficata, vista come città del caos e dell’incomunicabilità. Parecchie delle scene sono ambientate in macchina, e come spesso accade con i film di questo regista, non ci sono molti dialoghi. La forza del film è tutta nelle inquadrature, nei primi piani, nell’espressione degli attori.
I tre protagonisti sono bravissimi nel rendere il senso di solitudine, paura, confusione e tenerezza. Fantastico Tadashi Okuno nel ruolo del professore, ma non sono da meno i giovani Rin Takanashi e Ryo Kase, che interpretano i due fidanzati. Diretti con mano sicura lungo il percorso diquesto film, gli attori eseguono i compiti loro richiesti e danno sapore alla trama.
Sono tre figure di uno spessore incredibile, e raccontando di loro Kiarostami presenta un’opera intensa e profonda, piena di silenzi, sgomento, vuoti da colmare e sogni inespressi. Un capolavoro, non per tutti, ma del resto il cinema di Kiarostami è bello per questo.
 Di Angela Giulietti , da filmrecensito.it

Le opere di Abbas Kiarostami, da Dov’è la casa del mio amico a Close up e Attraverso gli ulivi , possiedono una meravigliosa ambiguità: da una parte sembrano film – verità dove la macchina da presa è messa lì a registrare oggettivamente azioni e dialoghi di personaggi che si offrono al suo sguardo con estrema naturalezza, come se quella camera non esistesse. D’altro lato, il cinema del maestro iraniano è di una tale bellezza formale che nulla pare lasciato al caso; e rimane sempre la sensazione di un «non detto», di un «fra le righe» che impregna il tutto di una rarefatta valenza metafisica (…) Sappiamo quanto sia fondamentale per un artista vivere nel proprio paese e attingere alla propria cultura. Tuttavia in Giappone, giustamente definito da Roland Barthes L‘Impero dei segni , Kiarostami ha trovato una cornice congeniale a incorporare il suo stile, ovvero il suo personale mondo di segni. C’è qualcosa di astratto, di ineffabile, di spaesato nel mondo nipponico – sospeso com’è fra attaccamento a valori antichi (l’Oriente) e attrattiva per la post modernità (l’Occidente) – che il regista ha saputo ben rispecchiare: resta che nei suoi film «iraniani» lo spessore umano risulta più denso, più intrigante.
Di Alessandra Levantesi Kezich, da trovacinema.repubblica.it

Il poco credito che sta riscuotendo l’ultima opera di Abbas Kiarostami, Qualcuno da amare, conferma i sospetti che avevo riguardo all’approccio con cui molto pubblico italiano si è spesso rivolto al cinema del maestro iraniano. Sarà forse un caso che ogni opera realizzata da Kiarostami in patria ha avuto – giustamente — fiumi di riconoscimenti da tutto il mondo, ma appena il regista ha realizzato film fuori dall’Iran, prima in Europa (Copia conforme) e poi in Giappone (Qualcuno da amare), i pareri sono drasticamente mutati? Ecco, il punto è proprio questo: siamo davvero certi che il cinema di Kiarostami sia veramente cambiato – qualitativamente, e non -? Non è invece, forse, un problema del “nostro sguardo”, dell’atteggiamento con cui ci rivolgiamo ai suoi ultimi film, ad avere il peso più forte, ad avere davvero l’ultima parola? Un nostro pregiudizio implicito, difficile da estirpare? E ancora: davvero esiste questa distanza abissale tra due film puramente teorici come Close-up e Copia conforme? Davvero è presente tutto questo divario tra le camera-car, i lunghissimi dialoghi che costituiscono il nucleo di film come Il sapore della ciliegia o …E la vita continua e gli stessi, medesimi, di Qualcuno da amare? Più coerente sarebbe allora rifiutare il cinema di Kiarostami in toto, piuttosto che inalberarsi su questioni conservatrici e nostalgiche del tipo “non è più quello di una volta”.
Ecco, allora, che il problema dello sguardo con cui ci si rivolge al cinema di Kiarostami diventa la vera questione, il nucleo forte su cui doversi interrogare. Io sono convinto che molto pubblico italiano (ed europeo) ha sempre guardato il suo cinema con un atteggiamento che definirei “terzomondista”. Un atteggiamento che esteriormente appare progressista, ma che invece si rivela – e gli ultimi film di Kiarostami lo evidenziano bene – conservatore, quasi colonialista. In realtà, questioni etiche e morali, ricerca teorica, analisi pedagogica, sono da sempre le colonne portanti del cinema del maestro iraniano. Ma il pubblico italiano preferiva vederci, eurocentricamente, il regista “orientale” – eccolo, il colonialismo! Chiudeva un occhio sugli impianti teorici dei suoi film, prossimi piuttosto al cinema di Gordard, per lasciarsi andare ad uno sguardo “da turista”. Quando, di colpo, il suo cinema emigra dalla patria, ecco che appare improvvisamente “svuotato”. In realtà, è solo una mancanza sovrastrutturale [scusate l’uscita marxista!] per l’occhio occidentale, che non riconosce più il carattere folkloristico dei film precedenti [che sembrava determinarne la struttura, cosa ovviamente falsa], e si fa nuda, vertiginosamente essenziale.
Venendo a Qualcuno da amare – sottile film sul senso e sul ruolo del personaggio che si è, o che si interpreta —  si è parlato di mancanza “della storia. Eppure, il cinema di Kiarostami  non è mai stato il cinema “della grande narrazione”: più giusto sarebbe parlare di possibilità della narrazione.
Si è parlato di “maniera”, di pura “forma” [Gandolfi, su Mymovies], e di mancanza di contenuto. Premettendo che mi sembrano, queste, forme desuete, usate e abusate, pensare che Like Someone in Love sia “pura forma” è a mio parere un errore: piuttosto, se proprio volessimo, il cinema di Kiarostami è solo “contenuto” [e che poi, magari, gli stessi che lanciano queste accuse al film, sono i primi a difendere a spada tratta il trionfo del formalismo ingannatore contemporaneo, ovvero Hunger].
Crespi, sull’«Unità», si lamenta che in Qualcuno da amare «la storia non appassiona»: sarebbe lecito chiedersi cosa ci si aspetta da un regista come Kiarostami. Intrattenimento? Chissà. Si spera che qualcuno andrà a vedere il film con l’atteggiamento giusto, perché è, quello di Kiarostami, un cinema prezioso, raro, che tutto ha bisogno tranne che di sentirsi rinfacciato di ciò che in realtà è sempre stato.
Da cinerepublic.filmtv.it

La surreale storia d’amore tra una studentessa giapponese, che si concede ad uomini facoltosi per pagarsi gli studi, e un vecchio professore, il quale si prende cura di lei. [sinossi]
Paradossi del cinema: Abbas Kiarostami, tra i principali autori della new wave che esplose nell’Iran post-khomeinista, se ne va dall’altra parte del mondo, a Tokyo, per mettere in scena una commedia di personaggi che guarda in maniera insistente dalle parti del cinema di Woody Allen. Lo stordimento è la reazione minima indispensabile di fronte a un’informazione di questo tipo: per quanto il cinema del cineasta iraniano stia progressivamente spostandosi in territori fino a poco tempo fa per lui inesplorati (si vedano sia l’esperimentoShirin sia l’interessante ma non particolarmente compiuto Copia conforme, presentato sulla Croisette nel 2010), nessuno probabilmente avrebbe potuto preconizzare ritmiche e timbri che caratterizzano Like Someone in Love, ospitato nel concorso ufficiale della sessantacinquesima edizione del Festival di Cannes.
Sulla Costa Azzurra buona parte della stampa ha reagito alla proiezione prorompendo in un uragano di fischi di disapprovazione, ululando tutto il proprio dissenso verso un film e un regista che sembra aver perso la credibilità su cui poteva contare fino alla fine degli anni Novanta, sorretto da un numero spropositato di opere capitali (Il viaggiatore, Dov’è la casa del mio amico?,Close-Up, E la vita continua, Sotto gli ulivi, Il sapore della ciliegia e Il vento ci porterà via): una reazione spropositata e incomprensibile, non solo per la qualità dell’opera in questione, ma anche e soprattutto per il valore complessivo del cinema di Kiarostami, che in un mondo civile dovrebbe garantirgli comunque un doveroso riguardo.
Tanto più che Like Someone in Love si dimostra opera tutt’altro che banale o “minore”: spogliando la propria poetica delle ambizioni che erano tratto caratteristico dei suoi film, Kiarostami non rinuncia a confermare alcuni degli elementi peculiari della sua messa in scena, immergendoli in un contesto a prima vista a lui non congeniale. Come giàscritto in precedenza la Tokyo descritta nel film sembra più che altro la New York di Woody Allen e anche i personaggi portati in scena appaiono come riflessi di quelli partoriti dalla penna del cineasta statunitense: l’anziano intellettuale, la giovane ragazza sprovveduta e l’innamorato non particolarmente intelligente sono figure ricorrenti nel cinema di Allen, ma finora mai affrontate da Kiarostami. Sotto il profilo della narrazione Like Someone in Love si divide in quattro blocchi coerenti e perfettamente staccati gli uni dagli altri (si esclude qui l’intermezzo, più breve, del viaggio in taxi di Akiko, non a caso curato in fase di scrittura da un’altra penna, quella di Mohammad Rahmani): l’incipit nel locale – dove domina in lungo e in largo la musica di Duke Ellington, a proposito di fantasmi alleniani –, la sequenza notturna a casa del professore in pensione, il viaggio metropolitano in automobile dei tre protagonisti e il ritorno a casa dell’uomo per il finale. Una scelta ben precisa, e che permette a Kiarostami di lavorare in maniera compiuta sui lunghi e articolati dialoghi che dettano i tempi della sua commedia degli equivoci: ci si diverte spesso e volentieri nel seguire le elucubrazioni sull’amore, la vita e la morte dei personaggi, anche grazie al brillante script redatto dallo stesso cineasta iraniano.
Dal punto di vista strettamente formale, invece, Like Someone in Lovesottolinea in maniera inequivocabile la statura autoriale di Kiarostami, che replica molte delle ossessioni rintracciabili nelle precedenti sortite registiche: le sequenze in automobile, il lavoro ripetuto all’infinito sull’immagine/specchio, la macchina da presa piazzata dietro tende, vetri e “ostacoli” simili, tutti segnali della continuità del lavoro del cineasta, qui alle prese con la sua prova più leggera, ma che non è comunque il caso di sottovalutare. Perché non passerà alla storia, Like Someone in Love, ma ha qualcosa di interessante da dire sui rapporti interpersonali nell’oriente occidentalizzato, e sul rinnovamento dellasophisticated comedy contemporanea.
In ultima analisi, resta da sottolineare l’ottimo cast scelto per l’occasione: Rin Takanashi, Tadashi Okuno e Ryo Kase dominano letteralmente la scena, lasciando comunque spazio per apparizioni d’eccezione come quella di Denden.
Di Raffaele Meale, da cineclandestino.it

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