MUFFA


Basri, un uomo sulla sessantina che si guadagna da vivere facendo il guardiano delle ferrovie, da diciotto anni invia lettere alle autorità al fine di avere notizie del figlio, scomparso dopo un arresto per aver espresso opinioni politiche avverse al governo turco. E’ la speranza di riabbracciarlo o, almeno, di poterne seppellire i resti a spingerlo avanti, nonostante i suoi tentativi siano stati repressi più volte dalle forze di polizia. Segretamente malato di epilessia e al di fuori di ogni legame sociale, aspetta una risposta che, una volta arrivata, lo renderà ancora più solo.
L’immobilità inquieta della prima regia di Ali Aydin si riflette nei corpi e negli spazi, nella scelta di inquadrature e di movimenti di macchina che confluiscono, insieme, nel ritratto di un personaggio volutamente preda della reclusione esistenziale. Lontano da qualsiasi contatto sociale, Basri abita da solo in un villaggio di montagna da cui s’incammina ogni mattina per percorrere molti chilometri – a piedi – su quei binari ferroviari di cui è guardiano, attraversando una terra che fa eco al suo stesso silenzio. L’unico motivo di confronto con il reale è l’enorme vuoto causato dalla scomparsa del figlio (cui ha fatto seguito anche la morte della moglie), per cui incontra periodicamente funzionari di polizia che, negli anni, lo hanno interrogato, torturato e messo in isolamento.
Nel faccia a faccia con Murat, ennesimo poliziotto cui si rapporta, trova però un legame diverso, quasi una possibilità di dialogo; nella scelta del lungo piano sequenza in cui i due personaggi tentano di interloquire l’uno seduto di fronte all’altro, ma sempre divisi da un tavolo e dai propri ruoli, affiora il vero senso del lavoro, per cui l’intento di denuncia è tutt’uno con l’urgenza di indagare gli animi degli uomini in scena. Partendo dalle storie vere dei desaparecidos kurdi in Turchia dei primi anni Novanta, si fa riferimento ai molti casi di persone arrestate e fatte sparire dall’esercito turco per aver espresso idee diverse da quelle di un apparato di estrema destra, Aydin porta avanti con rigore e compattezza stilistica un’indagine sulla coscienza umana e le sue afflizioni, capace di colpire senza mai indulgere alla commozione. 
L’intento civile e lo scavo psicologico sono le due linee strutturali su cui posa questo dolente film sulla distanza e sullo smarrimento, perfettamente calato in un Paese socialmente decomposto – il titolo rimanda propriamente ad una marcescenza, ad una muffa capace di rendere l’aria irrespirabile – che non è mai solo sfondo, ma parte sostanziale di un esordio registico segnato da non comuni capacità di racconto. Premio Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima (Luigi de Laurentiis) alla 69° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Di Marco Chiani, da mymovies.it

Camminare lungo i binari. Basri fa questo. È un guardiano delle ferrovie e ogni giorno controlla le strade ferrate dell’Anatolia percorrendo chilometri e chilometri. L’unico pensiero che lo accompagna è per il figlio, Seyfi, arrestato 18 anni fa a causa delle sue opinioni politiche e da allora scomparso.
Per 18 anni, ogni mese, Basri ha scritto due lettere, una al ministero degli interni e una alla Questura con la speranza di ritrovare il figlio. I contenuti di quelle missive producono solo innumerevoli interrogatori e torture che non bastano a placare l’ostinazione di un padre alla ricerca del figlio.
“Muffa” più che raccontare una storia descrive uno stato d’animo: la mancanza di una persona amata. La fatica di vivere, il lavoro svolto solo per inerzia, l’attesa e la speranza del ricongiungimento.
I tempi dilatati della pellicola ci restituiscono completamente la drammaticità della vicenda. Ayadyn sceglie dei lunghi piani sequenza, sottolinea i silenzi e parla allo spettatore attraverso le espressioni dei suoi personaggi.
Il fulcro della trama è Basrin, uomo coraggioso e ostinato ma allo stesso tempo fragile e profondamente solo. Sulla sua anima, con il tempo si è depositata la muffa. Una patina che lo logora e che testimonia la lunga assenza di pulsioni positive.
Gli occhi del bravo Erkan Kesal (Basrin) ci insegnano a comprendere la sua solitudine. Lontano dagli affetti, isolato sul lavoro e soprattutto solo nella lotta contro i potenti per l’ottenimento della verità sul figlio “desaparecido”.
Il regista turco, alla sua opera prima, confeziona una pellicola intensa che attraverso i dissidi interiori di un padre riporta alla luce le scorie di un regime repressivo radicato in Turchia negli anni 90.
Seppur privo di azione il film offre molto ad uno spettatore particolarmente sensibile all’analisi introspettiva dei personaggi. Struggente e toccante, il lavoro del promettente Aydyn, ci aiuta, e non è poco, a cogliere il senso dell’umana esistenza.
Di Riccardo Muzi, da ecodelcinema.com

Non esistono compromessi o vie di mezzo nell’opera prima di Ali Aydin. 
Nel racconto di un padre che non si rassegna alla scomparsa del figlio c’è l’ostinazione intransigente di chi pretende di poter piangere il proprio caro, di trovare un minimo sollievo nel dolore più inaccettabile e contro natura. Una storia personale che si inserisce in un contesto generale drammatico della storia della Turchia, che negli anni ’90 fu protagonista di sparizioni forzate, ad opera della polizia di un governo di estrema destra, non dissimili a quelle dei desaparecidos argentini degli anni ’70. Come nel caso del paese sudamericano alcune donne non hanno mai accettato di non sapere nulla di definitivo sulla sorte dei loro figli e si sono riunite davanti ad un liceo di Istanbul ogni settimana finendo per diventare note come le “madri del sabato”. 
La scelta di raccontare la storia di un padre, e non di una madre, quasi ad anestetizzare il processo di identificazione nel suo dolore, è sintomatica di un film che rifugge la ricerca della facile compassione per la sorte del protagonista fino a sfiorare il rigore asettico. Il protagonista vive in un villaggio dell’entroterra turco, in Anatolia, il suo unico figlio è stato arrestato 18 anni prima e da quel momento è sparito misteriosamente. Nessuno risponde alle sue infinite richieste di informazioni. 
Il suo mestiere è quello di controllare i binari della ferrovia e verificare che non si verifichino guasti. In un territorio segnato dal tempo, imponente e sempre uguale come la routine quotidiana del protagonista, che sembra girare in tondo come un criceto nella ruota, si allarga sempre più quella muffa del titolo, agente esterno naturale che compromette sempre più la sua vita. La ricerca di un corpo su cui far esplodere il suo dolore sempre trattenuto negli anni diventa sempre più importante per il protagonista, che con l’arrivo di un nuovo commissario in paese inizia a rendersi conto di come il (suo) tempo stringa e ormai debba concludersi il suo tormento, in un modo o nell’altro. 
Muffa è uno di quei film in cui la trama è un sotto fondo quasi casuale, magari finisci per scoprire più cose leggendo la sinossi che vedendolo. Ma è una storia che entra sotto pelle, si insinua dentro lo spettatore con la forza di un’ossessione che diventa essa stessa abitudine in una maniera tanto innaturale quanto un padre che piange la morte di un figlio. Il peso della storia di un paese, della sua ciclica violenza e della sua ostinata burocrazia, emerge fino a soffocare lo spettatore, anche se una nuova generazione di funzionari sembra lasciare aperto uno spiraglio di ottimismo.
Di Mauro Donzelli , da .comingsoon.it

Vincitore del premio Opera Prima “Luigi de Laurentiis” (Leone del futuro) e insignito del marchio di qualità del Sindacato Critici, Muffa (Mold per il mercato internazionale e Küf in originale), è stata sicuramente una delle più interessanti e belle sorprese dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia (sezione “Settimana della critica”).
 La pellicola in questione che ho visto al Lido a settembre e che ora finalmente approda sui nostri schermi, è un’opera civile, densa  e palpitante realizzata dal giovane regista Ali Aydin (32 anni) che racconta con umano e doloroso sguardo una storia  privata e universale che porta in primo piano la repressione politica in atto nella Turchia destrorsa degli anni ‘90 non meno feroce di quella perpetrata dalle dittature dell’America Latina — Cile e Argentina in testa – (forse solo meno conosciuta, anche se riferita a una nazione a noi geograficamente molto più vicina) ed apre così uno squarcio altrettanto tragico sui “desaparecidos” di quel paese.
“Negli anni ’90 – dichiarò lo stesso Aydin nel corso di un’intervista rilasciata “a caldo” a Cristina Paternò – per lo Stato turco l’espressione di idee diverse rappresentava un pericolo. Il governo era di estrema destra e si è macchiato di pesanti crimini. Molte di quelle persone che li hanno progettati e messi in atto, sono adesso sotto processo, ma la tragicità di quegli avvenimenti non si estingue certo per questo, perché la sparizione di studenti attivisti erano in quegli anni molto numerosi e all’ordine del giorno e le ferite tutt’altro che rimarginate: la gente di sinistra che manifestava idee diverse, era portata via anche senza un particolare motivo solo per il fatto di essere critica e in contrasto  col potere dominante. In Turchia sono moltissime le persone che sono scomparse senza lasciare alcuna traccia, nemmeno quella dei loro corpi trucidati. Gli studenti si riunivano di solito di sabato davanti alla scuola superiore più importante di Istanbul, laGalatasaray e nel 1999, quando si venne finalmente a sapere cos’era accaduto e che la polizia aveva provato a manipolare le prove, le madri degli scomparsi hanno cominciato a darsi anche loro appuntamento ogni sabato davanti allo stesso Liceo, proprio come le madri argentine di Plaza de Mayo (vengono chiamate per questo “le madri del sabato”) per cercare di ottenere così dal nuovo governo le risposte che non hanno mai avuto sulla sorte toccata ai propri figli. Io purtroppo non le ho conosciute queste donne, ma ho sentito il bisogno di parlare ugualmente della cosa. Nel film che ho realizzato, ho provato così a rappresentare il punto di vista di chi non ha vissuto in prima persona quegli eventi. (…) Non è che adesso in Turchia le cose vadano molto meglio perché la repressione purtroppo continua anche se in maniera meno cruenta, e anche recentemente centinaia di giornalisti e avvocati sono stati accusati di associazione sovversiva per aver difeso i diritti umani, in particolare quelli del popolo curdo, ma quello che è accaduto in passato, è comunque molto diverso rispetto a quello che succede adesso, decisamente più grave e inaccettabile. Oggi infatti le cose sono magari più confuse ma è comunque possibile reagire: e c’è una lotta a viso aperto da parte degli intellettuali e la repressione non è più così spudorata. Certo, la situazione resta complicata, ma non è altrettanto tragica, altrimenti non avrei potuto realizzare questa pellicola, anche se non è stato semplicissimo farlo”.
Il titolo scelto dal regista per ribadire “il diritto di sapere” (soltanto la conoscenza reale delle cose consente una valutazione oggettiva, e solo quella permette una presa di coscienza corretta e consapevole) ha un valore decisamente “simbologico” ed una valenza altrettanto metaforica, particolarmente efficace per cogliere e mettere in luce le contraddizioni profonde di un paese “in apparente ricerca di un futuro” come può sembrare essere la Turchia odierna, e nel rappresentarne invece il suo universo sostanzialmente privo di orizzonti e di sbocchi, chiuso, ripiegato su se stesso e incapace di metabolizzare pienamente il suo passato, quasi sospeso nel tempo e in una modalità di concepire il potere e la vita dentro la quale, come ci ricorda Gianluigi Bozza, non ci si può che sentire spaesati, fuori posto: la “muffa” appunto che è infatti per definizione, un segno di marcescenza e di decomposizione che solitamente si forma sulle cose vecchie e stantie, chiaro indizio di un qualcosa che non va, di un luogo umido e malsano che non ha un’adeguata ventilazione e difetta di un’esposizione alla luce solare che è spesso insufficiente. Termine dunque quanto mai appropriato (ed anche ben utilizzato, figurativamente parlando) per indicare quel rimanere troppo inattivi e inerti in una condizione di abbandono e di solitudine, ma che riguarda anche l’inadeguatezza di stare al passo con i tempi ed una conseguente mancanza di attualità e di adesione a una differente concezione dell’esistenza più moderna e “progressista”. Un segno negativo insomma che trasmette il disagio di dover fare i conti con una nazione che non si è presa sufficiente cura dei luoghi, degli oggetti e della difesa dei diritti di chi ci vive dentro, e non può che documentare come conseguenza, un mondo che, per mancanza di alternative e di possibilità di cambiamento, si sta disintegrando (ammuffendo, appunto).
 Il risultato pratico, ci regala una pellicola per più di un verso esemplare che è anche un singolare esempio che ci (ri)propone – e se ne sentiva davvero un gran bisogno — un rigoroso e impegnato progetto di cinema d’autore, realizzato per altro con uno stile molto personale ed appropriato, oltre che di particolare interesse anche espressivo, tutto giocato su lunghi silenzi,  preziosi e interminabili piani sequenza di impeccabile maestria anche formale e di inquadrature fisse di altrettanta pertinenza, che confermano l’ottimo stato di salute di una cinematografia in forte movimento proprio nel settore delle “idee” che merita attenzione ed interesse.
Il regista sviluppa infatti senza alcuna smagliatura  nella struttura narrativa e con una notevole omogeneità stilistica che come ho già accennato prima è di notevolissima e consolidata qualità e fattura, una vicenda che anche espressivamente diventa parte integrante degli ambienti che ne determinano il quadro temporale e geografico, il tutto ripreso e rappresentato con tagli e prospettive che schiacciano gli interni, come se non ci fossero altro che scantinati o magazzini e dove anche gli esterni risultano altrettanto “claustrofobici”, privi come sono di orizzonti e di “prospettive in profondità di campo”).
Proprio per questo, nel film ogni sensazione relativa a una possibile via di fuga risulta annullata, esclusa proprio dalla modalità utilizzata per la rappresentazione delle cose e dei rapporti: i personaggi  mantengono sempre fra loro una distanza  che diventa quasi incolmabile, e anche i loro incontri appaiono più come una costrizione consumata controvoglia  che una effettiva “necessità” spontanea e condivisa. Il ritmo narrativo è poi molto disteso, lento e misurato, con movimenti e silenzi che sembrano voler riflettere il disorientamento e la stanchezza, in quella che in sintesi è la lotta di un uomo che combatte contro un potere impermeabile alle sue richieste, e dove sono appunto soprattutto il buio, i rumori, le luci fioche, le scansioni sempre molto misurate ed essenziali delle parole (che proprio per questa loro peculiarità tutta in sottrazione diventano più dure delle pietre), ad esprimere con inusitata forza proprio l’oscurità e quel senso del vuoto (dentro al quale – e cito ancora Bozza – tutte le muffe opprimenti che la Storia con i suoi eventi ha prodotto nelle vicende di ognuno (…)  ci accompagnano alla scoperta di una infelicità  – decisamente kafkiana negli sconcertanti e assurdi esiti che vanno contro ogni umana comprensione –  che pare il clima esistenziale latente di un intero mondo).
 Come già confermato dalle parole dell’autore, la storia parte dalla cronaca politica del paese, e prende spunto dalla scomparsa di numerosi giovani studenti avvenuta ad opera della polizia di Stato nella prima metà degli anni ’90, oltre che dai conseguenti episodi di una protesta permanente delle loro madri che in mancanza di una giustizia impossibile da ottenere, volevano almeno conoscere la sorte toccata ai loro figli.
 A mio avviso però l’intento del regista – e l’opera che ha realizzato è in questo senso particolarmente illuminante – non era tanto (o per lo meno non soltanto) quello della denuncia, quanto il desiderio di raccontare dentro questa cornice storicamente veritiera – una condizione esistenziale di dolore, sofferenza e solitudine.
 Al centro del racconto è Basri, cinquantenne guardiano delle ferrovie, che trascorre le sue giornate percorrendo a piedi decine di chilometri lungo i binari perché il suo lavoro proprio quello di controllarne l’efficienza.
 Schivo e silenzioso, è appesantito dalla tristezza di un dolore senza fine. Abita da solo in una povera casa isolata in uno sperduto paese di montagna completamente tagliato fuori dal mondo e, dopo la morte della moglie, ha come unica ragione di vita, quella di scoprire la verità sulla scomparsa del figlio sparito da quasi vent’anni mentre era studente a Istanbul, dopo essere stato fermato dalla polizia per presunte attività antigovernative.
 Mantiene i suoi contatti con il mondo ascoltando i notiziari utilizzando una vecchia e malmessa radio di fabbricazione sovietica, ma di fatto è come se si tenesse volutamente distante dalla realtà, anche se l’uomo non si arrende e non accetta di non conoscere una verità che gli spetta di diritto sulla sorte toccata al ragazzo e la sua testardaggine si è trasformata in una snervante attesa senza fine che lo sorregge nella disperazione.
 Visto che ufficialmente le notizie si fermano al momento del  presunto arresto del ragazzo, ogni due settimane Basri scrive una lettera al locale commissario di polizia per chiedere notizie del figlio e ragione della sua misteriosa scomparsa (quando anni prima raggiunse Istanbul con la moglie, gli fu riferito solamente che il giovane era un ribelle antigovernativo di cui, dopo i controlli, si erano perse le tracce) senza però ottenere alcuna risposta.
Appare subito chiaro anche allo spettatore, che le speranze di Basri sono assolutamente utopistiche. Forse ne è consapevole egli stesso, tuttavia  è proprio l’interminabile incertezza del “sapere” a cui il protagonista volontariamente si sottopone nell’illusione di un qualcosa che non si realizzerà, che è poi alla fine l’unica ragione capace di mantenerlo il vita.
 Il cuore del film (come già accadeva in Hunger) è comunque anche qui affidato a un lungo, straordinario piano-sequenza a camera fissa di circa quattordici minuti di durata che arricchisce di  sfumature, oltre che di una dolente verità il confronto fra due figure contrapposte e durante il quale il novo commissario che si è finalmente deciso ad incontrarlo, prova inutilmente a convincere Basri a rinunciare alla sua lotta e a smettere per sempre di scrivere e inoltrare lettere che non riceveranno risposta.
Seduti l’uno di fronte all’altro agli estremi di un grande tavolo illuminato non fiocamente, ma soltanto al centro – come a volerne accentuare la distanza che li spara — i due si studiano, si scrutano, si confrontano, misurando parole e silenzi: entrambi testardi e determinati, non hanno infatti lacuna possibilità di arrivare a un accordo, e il confronto diventa così sempre più duro e coinvolgente.
Se il commissario diventa così l’incarnazione di un potere crudele (e come già prima accennavo quasi kafkiano), Basri raccoglie invece su di sé il senso di un personaggio che sembra avere non solo le fattezze esteriori, ma anche la profondità di una figura quasi dostojeskiana, perché segnata non solo dal dolore, ma anche da un malcelato, profondo senso di colpa, scatenato dal fatto di soffrire di attacchi di epilessia mai dichiarati e che per la paura di perdere il posto, ha sempre cercato gelosamente di tenere nascosti. Sarà proprio questa malattia a spingerlo alla fine per salvaguardarsi, verso soluzioni estreme, in un in crescendo che si tinge di giallo (e che non svelerò per non togliere interesse ai possibili spettatori richiamati alla visione e che io consiglio vivamente), che il film, fedele fino in fondo a un preciso stile molto trattenuto, racconta con estremo pudore e rigore.
Come ultima annotazione, posso aggiungere comunque che l’ispettore alla fine decide di occuparsi della cosa. Rintraccia così una consunta e sbiadita carta d’identità del figlio del ferroviere, attraverso la quale riesce poi a consegnare all’uomo un documento che gli consentirà di ritirare quello che resta delle povere spoglie del ragazzo, ucciso per la semplice ragione di essere stato un dissidente del regime.
L’attesa è dunque finita per Basri, ma con questa si è estinta anche l’ultima ragione che aveva consentito all’uomo di sostenere le fatiche quotidiane e le sofferenze della vita. Adesso gli rimane  soltanto l‘insopportabile solitudine e il senso di una colpa che diventa adesso più esasperata e insostenibile.
Sotto il profilo tecnico, da citare l’ottima resa di una fotografia “spenta”, ma al tempo stesso corposa e suggestiva (e soprattutto tutt’altro che accademicamente “compiaciuta”) opera di Murat Tuncel e l’interpretazione coinvolgentemente pertinente di un piccolo manipolo di straordinari attori perfettamente calati nei loro ruoli che ci vengono restituiti tutti con la necessaria e differenziata sfaccettatura delle corrispondenti psicologie, a conferma di una cosciente, univoca, e soprattutto condivisa visione delle cose (nell’ordine, Ercan Kesal, Muhammet Uzuner e Tansu Biçer).
Termino ritornando alle parole del regista – anche autore della corrispondente sceneggiatura – riprese di nuovo dalle dichiarazioni rilasciate a Venezia alla Paternò:  Nel film ho voluto aggiungere anche alcuni elementi di distrazione, come avviene per altro nella vita reale, e che riguardano per esempio il collega Cemil e gli eventi che ruotano attorno al lavoro di capostazione. La coscienza, in fondo, non ha un’unica dimensione. 
Da cinerepublic.filmtv.it

Come guardiano delle ferrovie il solitario Basri si muove a piedi ogni giorno lungo i binari che corrono attraverso il vasto paesaggio dell’Anatolia. Il silenzio di Basri permea completamente la sua vita da quando diciotto anni prima il suo unico figlio Seyfi è stato arrestato – a Istanbul – e mai più ritrovato. Una scomparsa a cui (sei anni dopo) ha fatto seguito quella della moglie. Sono dunque diciotto anni che Basriimpiega il tempo non trascorso tra i binari per inviare lettere alle autorità e coltivare la speranza di ritrovare il figlio, vivo o morto che sia. Racchiusa in quelle lettere c’è la sofferenza di un uomo che ha perso ogni cosa e che vive (o sopravvive) nella flebile speranza di un ricongiungimento. Negli anni le sue lettere hanno dato via a una serie di interrogatori, torture, isolamenti, ma Basri ha continuato imperterrito a camminare lungo gli infiniti binari della sua strada, sorretto dalla tenacia che appartiene a chi non ha più niente da perdere. Una serie di avvenimenti smuoveranno la sua vita dal torpore in cui pare essersi rintanata e costringeranno l’uomo a fare i conti con la solitudine e il dolore di una realtà ancor più traumatica.
Ispirato alla vicende reali dei molti desaparecidos curdi in Turchia e alla cosiddette “madri del sabato” (donne i cui figli sono scomparsi e che si riuniscono ogni sabato mattina nel centro di Istanbul per ‘protestare in silenzio’) Muffa segna l’esordio alla regia del giovane Ali Aydin, classe 1981. Si tratta di una storia intensa, in cui si punta a rappresentare il processo di ‘marcescenza’, ‘ammuffimento’ (da qui il titolo Muffa) cui può andare incontro l’uomo se privato della sua linfa vitale, ovvero – in toto – del senso del suo vivere. Avvolto nei colori spenti di una fotografia (a cura di Murat Tuncel) che racconta il dolore con la totale assenza di luminosità, l’opera di Aydin affronta i temi della sofferenza e della solitudine senza tentare di aggrapparsi al potere drammaturgico di questi due concetti. Inquadrato nella sua quotidiana, faticosa esistenza in un mondo del quale non si sente più parte e scandita dall’ossessivo ticchettio di un tempo immobile nella sua ‘irresolutezza’, l’uomo Basririvendica infatti il dolore della perdita non attraverso la disperazione ma attraverso una strenua lotta. Una lotta che sta a rappresentanza di tutte quelle vite scomparse senza lasciare tracce o appigli utili a elaborare il lutto. Ali Yadin si misura con un tema a lui evidentemente molto caro, cogliendo il realismo emozionale di una storia in cui le parole non riescono ad assolvere il loro compito, incapaci di colmare un vuoto divenuto col tempo totale. Ed è così che sono allora gli spazi estesi e gli ampi silenzi a convergere per creare il profilo di quella ‘rabbia sorda’ che cerca di sfogarsi (non riuscendovi) tramite le tante (e sempre uguali) parole scritte nell’attesa di una (anzi della) risposta. Una lunga frustrazione emotiva che avrà modo di sopirsi (solo in parte) di fronte a una piccola cassetta contente le ceneri del proprio figlio. Alla sua opera prima il giovane regista realizza un film che scava nell’interiorità umana e nell’ampiezza di un senso di perdita che sembra estendersi all’infinito. Un approccio minimalista e fortemente introspettivo coadiuvato dall’ottima interpretazione di Ercan Kesbal nelle vesti del protagonista Basri, un uomo rintanato (anche nella postura e nello sguardo) nel proprio mondo di sofferenza.
Commento Finale:
Vincitore del Premio Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima (Luigi de Laurentiis) alla 69° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, arriva nella sale Muffa (Küf), opera prima del trentaduenne regista Ali Aydin. Nel costruire e tratteggiare la storia di un padre smarritosi alla ricerca del proprio figlio, Aydin prova (e riesce) a scavare nell’interiorità umana servendosi (a livello filmico) di spazi e silenzi difficili se non impossibili da colmare. Una pagina di Storia filtrata e universalizzata attraverso la dimensione umana di un drammatico evento familiare che ci costringe a fare i conti con quelle realtà che spesso è più comodo (e più facile) ignorare. Un ottimo risultato per un giovane regista che ha davanti a sé ancora molto tempo per crescere, e che molto probabilmente saprà mettere in gioco la propria sensibilità umana e artistica.
Di Elena Pedoto , da m.everyeye.it

L’offuscamento è il primo segnale di una nebbia calata come ombra sugli orizzonti, è il tono dominante di quei fatti storici dove resta difficile scovare un inizio e una fine, un movente per gli eccidi. Con Muffa (Küf), il giovane regista turco Ali Aydin al suo primo lungometraggio (Premio Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima alla 69° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia) scava nell’orrore delle sparizioni rimaste impunite nei primi anni Novanta turchi. Una sequela di nomi richiamati alla memoria dalle “madri del sabato”, gruppi di donne che da oltre vent’anni si riuniscono nel centro di Istanbul per alzare la voce sull’anonimato di cui i propri figli e mariti sono rimasti vittime per ragioni di opposizione politica.
Sono i desaparecidos curdi e le loro rivendicazioni si ascrivono a un clima di autentica pulizia della razza da presunti terrorismi pericolosi per le destre al potere. Non è un caso che la scrittura di Aydin scelga un padre come protagonista, un vedovo e guardiano dei binari di una ferrovia che sfila come un cordone isolato tra brume e abitazioni fatiscenti dell’Anatolia. Non è una premessa compassionevole, ma un racconto delle ore di un uomo in cerca del proprio figlio, con gli occhi bassi e la fierezza di una famiglia spezzata per mano di autorità carnefici.
L’apertura del film con un lungo colloquio tra Basri e il capo della Questura è un piano sequenza che prova intanto un uso dei tempi di dialogo e reazione ben più dilatati e funzionali a raccogliere i semi di una vicenda perennemente zittita. Due profili che si affrontano e non verranno più così manifestamente riflessi l’uno nell’altro, se non all’atto della svolta. Da un lato, l’insistenza importuna dell’ufficiale che domanda e offende, dall’altro, il capo chino di un padre che non si stanca di chiedere se è vita o morte l’ultima parola da restituire al corpo disperso del figlio. Uno che ha avuto la colpa di mettersi contro il governo ed è stato giustiziato con il trafugamento di identità.
Il carico della sceneggiatura e della cifra registica di Aydin è la più dichiarata coscienza che, dalle parole dello stesso autore, rimanda alle colpe di umanità dostoevskijane, all’abbrutimento e alle minacce di una guerra tra poveri, a una malattia mai confessata per non perdere il lavoro, al bisogno quotidiano di muovere l’antenna malconcia di una radiolina regalata dall’unico figlio su cui nessuno interrompe il silenzio.
Basri è osservato negli occhi e nelle pieghe delle dita tozze, mentre cuce gli scarponi e spacca in due le cipolle su un tavolo di pietra al termine di un binario morto. La sua devozione alla famiglia è il gesto che ripulisce dalle foglie secche la tomba della moglie e il mutismo pieno di domande sull’uscio del commissariato sprezzante cui consegna l’ennesima lettera di petizione. Basri è un padre che abbraccia la miseria con l’intento tenace di sapere: quel figlio senza sepoltura si è messo nei guai e grida dal fondo di qualche burrone burocratico. La sua non fine si fa motore giornaliero della vita di un genitore guardiano delle ferrovie inseguito con un emblematico campo lunghissimo, come una sagoma nera che percorre le architetture del ponte romano da un lembo all’altro delle ferrovie orientali turche.
Il rapporto tra Basri (un eccezionale Ercan Kesal, già in C’era una volta in Anatolia) e i compagni di lavoro è pressoché inesistente, si è chiuso in una battaglia di giustizia dove non riesce a prevenire la morte di Cemil, uno di loro (il bravissimo Tansu Biçer), per un incidente preceduto da provocazioni, insulti e ricatti. A quel punto, i sensi di colpa non possono che aumentare e tradursi in una camminata convulsa sui binari, in una delle tante crisi epilettiche proprio mentre la radio trasmette la notizia attesa, quasi che il destino stesse ancora una volta infierendo.
Il monito alla collettività che Küf sembra passare, per effetto di un universo al maschile dove le madri e il rischio di un compatimento fuorviante non vengono inclusi, fa da cassa di risonanza di rumori e scenari aspri, oltre che abbandonati alle gallerie da cui sbucano nature e nebbie. Il dolore di Basri che, con un’ultima esiziale scoperta, si ritrova a fissare quel che resta sfogandosi in un pianto liberatorio e senza ritorno, lega a doppio filo una strage nazionale con la misura dei vinti.
Così gli occhi dell’autorità turca, che reputa imbecille chiunque faccia richiesta di un diritto umano, si piegano per un attimo a non giudicare il padre malato seduto sotto le foto ingiallite di una famiglia un tempo orgogliosa del proprio paese di provenienza, Malatya. Chi è curdo non può permettersi di interrogare il governo, deve resistere alle torture di una dignità compromessa e alienata. Chi è profugo vaga sui binari, senza vendere mai la propria coscienza alla muffa della storia.
Di Giulia Valsecchi, da doppioschermo.it

No, non è un film italiano. Anche se odora lontano un miglio di neorealismo, non lo è: il titolo, Muffa, per di più di un esordiente, Ali Aydin, lo boccerebbe qualsiasi produttore nostrano, per non parlare del marketing. Ma c’è dell’altro, “l’unica cosa che mi ha fatto scrivere questa storia è la mia coscienza” da quanto non si sente qui da noi? 
Leone del Futuro all’ultima Mostra di Venezia, Film della critica Sncci, Muffa (Küf) è perfettibile, ma insieme tosto, cupo, ineluttabile, parla di solitudine, speranza e senso di colpa, parla dell’uomo per l’uomo, e il grimaldello l’ha già tirato fuori il regista: Dostoevskij. 
Con buonissimi motivi, fatte le debite proporzioni, perché il suo Basri, guardiano delle ferrovie, cammina senza requie e senza senso sui binari turchi e tra le pagine dello scrittore russo, mosso da un’unica – irragionevole – ragione: sapere che ne è del figlio Seyfi, arrestato per motivi politici e scomparso 18 anni prima. Ogni mese scrive due lettere, a ministro degli Interni e Questura, ogni mese non ha risposta, fuorché periodici interrogatori, con torture annesse. A testa bassa, persino acefalo, disperatamente abulico, Basri va avanti, sventa uno stupro, cade preda di attacchi epilettici, non sventa, potrebbe farlo, l’atroce morte di un collega. 
Basri (Ercan Kesal, ottimo) va avanti, contro il sistema, contro la mera probabilità, come un giocatore perso tra notti bianche, come un’idiota tra gli umiliati e gli offesi, attaccato a quel che rimane dietro ogni perdita: ciò che si è perso. Un figlio, l’idea sfatta carne del figlio che c’era, che era. 
Aydin parte dall’associazione Cumartesi Anneleri, “le madri del sabato” che ogni sabato davanti al liceo Galatasaray protestano per i propri figli o fratelli scomparsi (eufemismo) nelle carceri, ma non si ferma alla lettera dell’impegno, della denuncia civile: dalla cronaca passa alla letteratura, dalla piaga sociale al vulnus interiore, il dolore con nome e cognome, raffreddando la forma (pochi movimenti di macchina, un lungo piano sequenza rivelatore, il movimento nel quadro) e arroventando le coscienze. 
La poetica è quella del ready-made: un soggetto (Basri) strappato all’uso quotidiano (cronaca) per assurgere a uno status altro, artistico (Cinema). La comprensione – e la comprensibilità – è universale, e memore: il neorealismo, appunto, e più vicini Nuri Bilge Ceylan, gli iraniani di qualche decennio fa, i romeni di qualche anno addietro, il cinema povero senza esibizione, ricco dentro.
Rimane la muffa, il segno della decomposizione del figlio, della marcescenza del padre. E rimaneMuffa, il segno di un autore che sarà, e di un film che è: un esame di coscienza, questa sconosciuta.
Di Federico Pontiggia, da cinematografo.it

Onore alla Settimana della Critica, cui si deve la presentazione a Venezia lo scorso settembre di questo film turco che segna l’eccellente esordio di un ragazzo poco più che trentenne dai molti talenti. Film poi premiato con il Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima Luigi de Laurentiis, e direi meritatamente. Küf arriva adesso nelle nostre sale, sempre più sguarnite di opere autoriali e non mainstream, grazie alla Sacher, la casa di distribuzione di Nanni Moretti, e stiamo a vedere se, nonostante non sia proprio sintonizzato sul gusto medio, riuscirà a trovare un suo pubblico (e io lo spero). Sì, certo, quando si parla di un film turco da festival qualcuno mette subito mano alla pistola e parte pregiudizialmente all’attacco con le peggiori intenzioni demolitorie e stroncatorie (lo fanno anche certi critici illustri), con l’uffa-maccheppalle pronto a esplodere sguaiatamente. Io son dell’idea che se al cinema ogni tanto si soffre un cicinin, si fa un filino di fatica, non è poi questo gran disastro e sacrificio, dunque non ho pregiudizi di alcun tipo verso film turchi festivalieri, e nemmeno kazachi o thailandesi se è per questo. Non per masochismo, piuttosto per curiosità, per voglia di vedere e esplorare territori non così consueti. Se vai al cinema senza malevolenza e ben disposto, ti può anche capitare di fare qualche buona scoperta. È proprio il caso di questo bello, molto bello Küf/ Muffa.
Siamo nell’Anatolia estrema, in una landa con scarsa presenza umana e di desolati, vuoti paesaggi a perdita d’occhio. Bescat è un signore solo cui manca non molto alla pensione, sofferente di attacchi epiletici, che lavora nella locale stazione ferroviaria come controllore dei binari (curiosamente, è lo stesso lavoro che, nella stessa parte di Anatolia, svolge anche il protagonista di un altro film turco proiettato lo scorso febbraio alla Berlinale nella sezione Panorama,Soğuk). La moglie se n’è andata molti anni prima per malattia, ma soprattutto per il dolore dovuto alla misteriosa scomparsa del figlio appena ventenne, inurbatosi a Istanbul per frequentare l’universià e un giorno arrestato dalla polizia politica e mai più tornato. Un desaparecido, come accadeva spesso in Turchia negli anni tra 1990 e 1996, quando oppositori – comunisti o curdi – finivano inghiottiti nel niente, tant’è che più tardi, sull’esempio delle madri argentine di Plaza de Mayo, si sarebbe formato un analogo movimento detto delle Madri del sabato. Muffa racconta le ricadute psichiche e fisico-somatiche ed esistenziali di un episodio simile, e lo fa mostrandoci la figura dolente ma mai piagnona, nè mai doma, del suo protagonista Bescat. Un uomo semplice e più che qualunque, dalla vita scabra e disadorna, ma non inutile. Poiché tutti i suoi sforzi sono indirizzati verso un solo obiettivo, l’unico che gli interessi e che lo mantenga in vita, sapere dove sia finito quel figlio, vivo o morto: “Almeno, che possa andare un giorno sulla sua tomba”. Da anni manda alla polizia di zona lettere e suppliche e richieste di informazioni che quasi sempre restano senza risposta. I commissari si susseguono, ma la pratica non fa un passo avanti. Finchè non arriva un nuovo responsabile del posto di polizia, forse più umano dei predecessori, forse meno disattento, che sembra almeno, pur nei limiti impostigli dal ruolo, dare ascolto al povero Bescat. Il quale intanto se la deve anche vedere con un più giovane collega violento, prepotente e malvagio che si diverte a torturarlo psicologicamente, e pure sadico e manesco verso le sventurate donne che gli capitano a tiro. Un essere infame. Il film è anche una parabola morale che ci mette di fronte al bene e al male, e al loro scontro, il primo incarnato dal probo, dimesso, onesto Bescat, il secondo dal suo implacabile, abietto aguzzino: fino a un esito atroce in cui la vittima si prenderà a modo suo la vendetta (che peraltro gli lascerà dentro una scia amarissima e una colpa inestinguibile). Il film è questo, solo questo, Bescat e la sua lotta ostinata, tenace, senza mai un grido, per sapere della sorte del figlio, Bescat e la bellezza della sua esistenza limpida da umile, da ultimo, con una dignità che non viene mai meno. Non c’è accensione drammatica o melodrammatica in Muffa, i pochi personaggi si muovono in uno spazio svuotato di ogni superfluità, essenzializzato. Il giovane regista viene dalla videoart e si vede. Ha un forte seno dello stile (che è quanto fa di questo film qualcosa di notevole), impagina con un rigore che sta tra i grandi dell’austerità cinematografica, Dreyer, Bresson, e ovviamente il suo connazionale Nuri Bilge Ceylan, nome assoluto del cinema turco e riferimento imprescindbile. Ali Aydin pone grande attenzione al paesaggio, lo usa narrativamente, e cura maniacalmente la collocazione degi attori nello spazio dell’inquadratura. Videoartisticamente, anche gli interpreti si fanno elementi (oggetti) di una composizione squisitamente visuale, e si pensi solo a quella che è la sequenza fose più bella, quasi un manifesto programmatico, del film, il primo incontro tra il commissario e Bescat, con la macchina fissa a riprendere i due disposti in perfetta simmetria ai bordi opposti di un tavolo, e quell’accendino messo esattamente al centro dell’inquadratura a segnalare la divisione in due del campo visivo. Una scena che dura molto a lungo, perfetta, dove le scarne parole che i due si scambiano, all’apparenza così qualunque, suonano pesanti, gravide di conseguenze, definitive. Un bell’esempio di virtuosismo cinematografico, anche perché Ali Aydin riesce a unire qui (e nel resto del film) l’occhio implacabile e infallibile a buone doti di narratore. Pur nella lentezza e nell’estenuazione di un cinema rarefatto, e di silenzi e tempi interni dilatati fino a suscitare un effetto ipnotico, in Muffa la narrazione non manca mai, la storia ci appassiona e ci tiene legati fino alla fine. Una fine che arriverà con una rivelazione forse non così sorprendente, ma lo stesso sconvolgente. E quelle immagini nelle sinistre camere di un istituto di Istanbul ci restano dentro.
Di Luigi Locatelli, da nuovocinemalocatelli.com

Negli anni 90 in Turchia l’idea di esprimere orientamenti politici critici nei confronti del regime imperante, era considerata dissidenza e molto spesso, chi dimostrava contro il regime politico, veniva fatto sparire ed ucciso. Centinaia di persone sono scomparse nel nulla in questo modo, soprattutto giovani. Il regista Ali Aydin, di Istanbul, per sette anni ha elaborato una sceneggiatura che potesse concretizzarsi in un’opera cinematografica incisiva e convincente sulle famiglie dei figli “introvabili”, sui figli scomparsi. “Muffa” è opera sua. Un film crudo e malinconico, carico di forte sentimento genitoriale. E’ la storia di Basri (uno straordinario Ercan Kesal), uomo solo e solitario, guardiano delle ferrovie di un paese vicino ad Istanbul. Basri ogni giorno percorre 20 km, d’estate e d’inverno, sotto il sole e la pioggia, per compiere il suo lavoro di controllo dei binari. Nella sua rassegnata solitudine, l’anziano Basri scrive due lettere al mese, una al Ministero degli Interni, l’altra alla Questura del suo paese. Quelle lettere rappresentano per lui la perseveranza costante nella ricerca di notizie di suo figlio Seyfi, scomparso 18 anni prima a causa delle sue idee politiche contrarie al regime. Vivo o morto, Basri rivuole suo figlio. Lo vuole riabbracciare o piangerlo su una tomba. Più di una volta l’uomo dal volto contrito, dallo sguardo mansueto, dalla volontà imperterrita, è stato torturato e messo in isolamento nei sotterranei della Questura, ma come una spada tagliente non ha mai cessato di scrivere le sue lettere. In una ottomana Istanbul illuminata dalle bellezze della chiesa di S. Sofia, Basri, tra confusioni , rimorsi e tensioni della sua coscienza, guarda, dalla finestra dell’ albergo che lo ospita, il grigiore annebbiato del Bosforo e si consola nella speranza di un’attesa che forse lo ricompenserà e sarà per lui liberatrice per sempre. Con un chiaro richiamo alla forza dei sentimenti raccontata da Dostoevskji, “Muffa” è un gioiello di pura arte cinematografica, in cui si coniugano una scrittura essenziale ed una capacità registica encomiabile. Ali Aydin racconta un mondo di dolore e solitudine, un mondo che non si arrende alla sopraffazione, alle angherie, agli insulti. Il personaggio di Basri è lo specchio di sentimenti implosi, raccontati attraverso le parole del silenzio, degli sguardi bassi, dell’attesa, della sopportazione. La fotografia di Murat Tuncel restituisce un universo immenso, una natura selvaggia in cui l’uomo è un punto minuscolo ed inerme. Ed il piccolo, solo, uomo Basri, custodirà il suo dolore, alla fine come un dono, conquistato con una tenacia irremovibile, estenuante, disarmante. Premio “Sarajevo CineLink 2011, The Work in Progress”, premio “Leone del Futuro-Premio Venezia Opera Prima(Luigi de Laurentiis)”, “Muffa” è un film assolutamente da non perdere!!
Di Rosalinda Gaudiano, da cinema4stelle.it

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