LES MISERABLES



Epico, monumentale, magistralmente interpretato. La mia recensione di Les Miserables potrebbe concludersi qui. Il film di Tom Hooper arriva finalmente nelle sale – accompagnato da un’hype inusuale per un musical – e riesce a non deludere le aspettative. Accontenta chi (come chi scrive) i musical preferisce vederli a teatro, convinto che le performance dal vivo emozionino di più; accontentando anche chi, invece, preferisce vederli trasposti sul grande schermo, per godere di ambientazioni ed effetti visivi che sarebbero impossibili su un palcoscenico. Teatro e cinema sono perfettamente fusi ed amalgamati nella colossale produzione targata Universal, che resta fedele all’opera di Boublil e Schonberg pur vivendo di vita propria.
Siamo a Toulon, nel 1815. Sotto lo sguardo impietoso del carceriere Javert, un gruppo di forzati è al lavoro in un cantiere navale (la computer grafica non è il massimo, siamo disposti a chiudere un occhio!). Fra loro c’è il prigioniero 24601, Jean Valjean, condannato a 5 anni per aver rubato del pane con cui sfamare la sorellina e a 14 anni aggiuntivi per aver tentato la fuga. E’ il suo ultimo giorno di detenzione, ma la libertà tanto attesa non sarà dolce come l’aveva sognata. Tutti lo trattano da reietto, non trova alloggio nè lavoro. L’unico a trattarlo con gentilezza è il Cardinale di Digne che lo accoglie, lo sfama e gli salva la vita negando davanti alla polizia il furto di alcuni pezzi di argenteria che Valjean ha rubato durante la notte. Da qui avrà inizio il lungo e drammatico viaggio dell’uomo verso il riscatto e la redenzione. Nel film, il ruolo del Cardinale è stato affidato a Colm Wilkinson, amatissimo performer teatrale nonchè primo a vestire i panni di Valjean tanto nel West-end londinese quanto a Broadway. Il fatto che sia lui, quasi trent’anni dopo, a ricoprire un ruolo tanto fondamentale nell’economia della narrazione, è un bellissimo omaggio oltre che una graditissima chicca per gli appassionati (e la toccante e quasi mistica apparizione sul finale è la proverbiale ciliegina sulla torta).
La performance di Hugh Jackman su What have I done? è da brividi. Intensa, sofferta e davvero toccante. La scelta di registrare il cantato in presa diretta sul set – lo abbiamo già detto parlando della colonna sonora, qualche giorno fa – è assolutamente vincente. Le orchestrazioni perdono in grandiosità ed opulenza, ma le performance degli interpreti guadagnano in trasporto emotivo e alla fine il risultato è stupefacente.Le esecuzioni vocali spesso imperfette, le voci rotte dal pianto, sporcate da sospiri e sussurri, sono belle ed emozionanti come non mai.
L’azione si sposta a Montreuil sur Mer, 8 anni dopo. Qui Valjean si è costruito una nuova vita ed una nuova identità. E’ l’onesto e rispettato proprietario di una fabbrica oltre che stimato sindaco della città. All’interno della fabbrica facciamo la conoscenza di Fantine e con lei, dal momento del suo ingiusto licenziamento in poi, scendiamo agli inferi. La performance diAnne Hathaway, riuscita ad annullarsi totalmente per dare voce alla disperazione di Fantine, è da applauso a scena aperta. Una I Dreamed a Dream così non si era mai sentita. Sembra quasi un’altra canzone…lacrimoni e grande tifo: Oscar, please!!
Decisamente meno ci ha convinto Helena Bonham Carter e la sua Madame Thenardier. O si è voluto omaggiare Sweeney Todd (vista anche la presenza nella stessa scena di Baron Cohen-Pirelli) e non lo abbiamo capito, oppure semplicemente non si spiega perchè Mrs. Lovett si sia trasferita in Francia! La Bonham Carter è infatti vestita e pettinata come nel musical diretto da Tim Burton, perfino dotata di tritacarne in cui infila di tutto, code di gatto comprese (si vede che i micetti di Montfermeil sono meno veloci di quelli di Londra…). Cosa che un po’ stona e distrae lo spettatore. Per il resto tanto lei quanto l’istrionico Sacha Baron Cohen danno dignitosamente vita ai Thenardier, eccessivi, grotteschi e colorati quanto basta. E, a proposito di Thenardier: Stephen Tate, che per vari anni ha vestito i panni di Monsieur Thenardier a Londra, veste nel film i panni di Fauchelevent, l’uomo che Valjean salva sollevando il carro rovesciato e che successivamente lo aiuta a nascondersi assieme alla piccola Cosette (l’esordiente Isabelle Allen, assolutamente perfetta per il ruolo).
Altra nota stonata: Russell Crowe e la sua Stars. A parte la discutibile scelta di fargliela eseguire in bilico su un cornicione con vista su Notre Dame (e anche qui la computer grafica non è proprio il massimo), l’attore canta – più che discretamente, a dirla tutta – ma non interpreta, non emoziona. Sembra essere troppo concentrato sul canto per lasciarsi coinvolgere appieno dal contesto. Perfino la sua uscita di scena, svariate sequenze dopo, non è drammatica come dovrebbe. Forse si tratta di una scelta registica per rendere fino in fondo la figura di Javert fredda e granitica? Se così fosse, non ci è sembrata una scelta molto azzeccata… Meglio la Confrontation con Valjean alla morte di Fantine, in cui riesce a trasparire la furia trattenuta di Javert.
Se la Cosette di Amanda Seyfried non ci ha convinto al 100%, la dolce Eponine diSamantha Barks è invece, semplicemente, perfetta. On My Own è una delle scene più riuscite e più toccanti dell’intera pellicola, ed è quasi impossibile restare indifferenti alla sua A Little Fall of Rain fra le braccia dell’amato Marius. Il Marius di Eddie Redmayne sembra inizialmente non reggere il confronto con l’Enjolras di Aaron Tveit, perfettamente in parte. Si riscatterà con un’Empty Chairs at Empty Tables da pelle d’oca e lucciconi, dove la musica si fa da parte per lasciare spazio ai sussurri ed ai dolorosi ricordi. Bellissimi i funerali del Generale Lamarque che fanno da sfondo a Do you hear the people sing? in una Parigi in odore di imminente rivolta. Bravissimo il piccolo monello Gavroche Daniel Huttlestone(anche lui, come la Barks, arriva dalla produzione teatrale di Les Miserables). Stupendo il finale, con le reprise di Take my Hand e Do You Hear the People Sing? sulle barricate.
Sinceramente non so come il pubblico italiano accoglierà il film o quali risultati la pellicola riuscirà ad ottenere al botteghino. Probabilmente, chi non ama i musical finirà col trovarlo noioso (facciamo una doverosa precisazione, così da evitare che una volta in sala qualcuno commenti “ma cantano ancora?“: tutti i 152 minuti della pellicola sono cantati. Dal primo all’ultimo); chi invece ama il genere lo amerà alla follia. Les Miserables è una festa per gli occhi oltre che per le orecchie!
Da cineblog.it

L’unico motivo per non accompagnarvi per mano fino all’uscio della sala senza alcuna riserva risiede essenzialmente nella durata: chi non apprezza particolarmente il musical, forse (e sottolineo forse) farebbe bene a darsi un’ulteriore chance con qualcos’altro. Perché per il resto Les Misérables rappresenta un più che affascinante esempio di trasposizione dal teatro al grande schermo: intenso, sfarzoso, vibrante. Hugh Jackman a tratti fa letteralmente accapponare la pelle, tanto la sua performance è viscerale. Una cosa che forse non è stata detta ma che certamente qualcuno evidenzierà, è che al passaggio dal palco alla pellicola Les Misérables si è davvero reincarnato in altro. Sembra un’affermazione banale, me ne rendo conto, ma in quante occasioni certi musical ne sono usciti “snaturati” al di fuori del contesto nel quale sono stati concepiti?
A suggerirci tutto ciò sono anzitutto le interpretazioni, che si vivono come al cinema e siascoltano come a teatro. Il tutto si alimenta di una specificità propria, ammaliante, magicamente slegata da una trama che grossomodo si conosce. Stavolta, nonostante le comprensibili remore per quell’Oscar peregrino del 2010, bisogna ammettere che la regia di Tom Hooper pesa e cattura: la propensione ad una lunga serie di poetici primi piani rappresentano la cifra stilistica di questo film, cui non manca qualche altra soluzione accattivante.
Ma come tutti i musical, propongo una prova: nel momento in cui non farete più caso al cantato, avvertendolo spontaneamente naturale, quasi scontato, e nonostante questo riuscirete a mantenere gli occhi sgranati, allora vorrà dire che il tutto funziona. Questione di sensibilità, s’intende. Les Misérables nasce a priori come un prodotto non per tutti, ciononostante non disdegna di tendere la mano anche ai meno avvezzi e per nulla cultori del genere.
Di Antonio Maria Abate, da cineblog.it

Un regista con personalità lo si intravvede quando riesce a imporre la sua idea di cinema a dispetto della produzione a cui lavora. Tom Hooper, premio Oscar perIl discorso del re, possiede un approccio molto personale al film in costume. Lo aveva già lasciato intendere in una serie TV portentosa come John Adams, lo aveva confermato col film appena citato, lo ha definitivamente sancito con Les Misérables, musical dalla potenza emotiva e cinematografica impressionante. 
Pur avendo a disposizione il meglio in quanto a scenografie, costumi e ambientazioni, Hooper adotta un tipo di regia che sta attaccata i suoi personaggi, che valorizza le prove d’attore con piani strettissimi, mossi, vibranti. Come era successo quindi nei suoi precedenti prodotti, anche in quest’ultimo riesce a tirar fuori il meglio dai suoi interpreti: il piano-sequenza in cui una bravissimaAnne Hathaway canta in maniera superba il suo assolo è il momento più commovente e riuscito del film, e si tratta di una semplice primissimo piano, nessuna invenzione visiva inutilmente mirabolante. Se l’attrice non dovesse vincere quest’anno l’Oscar come non protagonista, vista anche la sua notevole prova in un blockbuster come Il cavaliere oscuro – Il ritorno, sarebbe un furto bello e buono. Al momento, e non ne siamo neppure troppo sicuri, soltanto la tagliente Amy Adams di The Master potrebbe contendergli la statuetta. Staremo a vedere. 
Ma Les Misérables non è soltanto Anne Hathaway. Appena dietro di lei arriva unRussell Crowe intenso come non gli succedeva dai tempi di American Gangster. È vero che non ha la voce adatta a questo tipo di musical e a livello canoro si dimostra inferiore agli altri, ma compensa questo ritardo con un carisma inusitato, e quando è in scena difficilmente si riesce a puntare l’attenzione su qualcun altro. Hugh Jackman si dimostra il protagonista perfetto per Les Misérables, aderisce al ruolo di Jean Valjean con ardore, da consumato uomo di musical. Quanto a presenza scenica, nei momenti in cui si trova a duettare con Crowe o con la Hathaway tradisce qualche problema di tenuta. Molto azzeccati anche i comprimari, su tutti Eddie Redmayne e l’esordiente Samantha Barks. 
Adattato dalla pena intelligente di William Nicholson (Viaggio in Inghilterra, Il gladiatore), poggiato sulle musiche vibranti di Claude-Michel Schönberg, Les Misérables è un musical di indubbio spessore, con pochissime sbavature e una tenuta emotiva impressionante. Senz’altro uno dei migliori prodotti del genere sfornati negli ultimi dieci anni.
Di Adriano Ercolani, da film.it

Toulon, 1815. Jean Valjean è il prigioniero numero 24601, condannato a diciannove inverni di lavori forzati per aver rubato un pezzo di pane sfamando un nipote affamato. Rilasciato a seguito di un’amnistia prova a ricostruirsi una vita e una dignità nel mondo, nonostante gli avvertimenti e le intimidazioni di Javert, integerrimo secondino della prigione convinto che un ladro non possa che perseverare nel male. Convertito al bene dall’atto caritatevole di Monsignor Myriel, Valjean prende coscienza dei suoi peccati e decide di mondare il suo destino, assumendo il nome di Monsieur Madeleine. Sindaco e imprenditore arricchito a Montreuil sur Mer, l’uomo salva una ragazza dalla prigione, promettendole di proteggere Cosette, la sua bambina, affidata alle cure di due malandrini locandieri. Alla morte della donna riscatta Cosette, diventandone padre e madre insieme. Gli anni passano e Cosette cresce come l’ossessione di Javert per Valjean, smascherato dietro la maschera del gentiluomo. La Storia poi si mette in mezzo conducendo i due avversari al di là e al di qua delle barricate innalzate dai rivoluzionari repubblicani contro la monarchia. Mentre a Parigi l’insurrezione insorge, le ‘stelle’ in cielo vegliano misericordiose le sorti di Valjean e Javert.
Dopo aver dato voce al re (Il discorso del re), Tom Hooper dà voce ai miserabili di Victor Hugo, affrancandoli col canto dallo stato di minorità in cui versano. Teatro di lotta e di idee, Les Misérables è narrativamente apparentato con l’opera lirica di cui riproduce il ‘recitativo’, ossia il recitar cantando, che introduce o segue un’aria. Non ci sono dunque dialoghi recitati nel film e nella sua versione originale, dove l’ufficiale di Russell Crowe incalza il galeotto di Hugh Jackman con carattere arioso, scolpendo le sillabe col canto. Operazione temeraria impreziosita dalle performance dal vivo degli attori, sui cui volti si svolge la parabola di un uomo e di una nazione. La rievocazione storica fa tutt’uno con la logica narrativa delfeuilleton e con l’emotività iperbolica del melodramma, realizzando movimenti musicali da vedere con le orecchie e ascoltare con il cuore. Lo scambio non può che giovare all’esaltazione e alla soavità del turbamento emotivo. Cori patriottici, romanze sanguigne, brani guerreschi, canti d’amore a due e tre voci, raccordano un materiale narrativo pensato in due atti e introdotto da una monumentale ouverture (“Look Down”), che segna il passo dell’opera, traccia il corso degli eventi e la costruzione dei personaggi. L’opposizione sempre mobile tra bene e male cambia vertiginosamente posizione nei Miserabili avviando la sfida e la meccanica pervasiva del duello in cui duettano Javert e Valjean, schierati tra legge e infrazione alla regola. Se dal conflitto nasce il dramma de Les Misérables, dal confronto tra Hugh Jackman e Russell Crowe (“till we come face to face”) si produce un’epica polarità che si imprime sulla retina, che fa sussultare, trattenere il fiato, richiedendo allo spettatore una partecipazione assoluta e senza condizioni. 
Les Misérables è un inseguimento infinito concepito come un musical e imbastito come un’opera, dove allo spartito dell’istintiva improvvisazione del forzato redento si oppone la calcolata determinazione dell’ispettore, che per catturare la sua ossessione deve imparare a sentirla, viverla da dentro, possedere il suo ritmo per negarlo con il proprio o negarsi il proprio in fondo al fiume. Russell Crowe trova nella dispatia il carattere del suo personaggio e nella voce un solo colore, quello rigoroso dell’uniforme che costringe le sue emozioni, sospendendolo sul baratro e nel puro spasmo del gesto. Tom Hooper da par suo vivifica la storia di Victor Hugo lavorando sulle coordinate espressive dell’inquadratura, arricchendo e complicando una sintassi articolata (soprattutto ma non solo) sul campo e controcampo, come vuole un film quasi totalmente incentrato su due uomini (in)conciliabili. La voce prende allora corpo nel primo piano scrivendo la storia col canto e ‘respirando’ nelle arie di Helena Bonham Carter e Sacha Baron Cohen, locandieri da opéra-comique, leggeri e fantasiosi, raffinati e popolari, capaci di tenere il loro pubblico (e truffare gli avventori) con grazia e senza sforzo apparente. Il musical più longevo nella storia del West End, scritto da Alain Boublil, musicato da Claude Michel Schönberg e portato al successo da Cameron Mackintosh, dopo la scena conquista il cinema, dominando il medium come re Giorgio VI fece con la radio.
Di Marzia Gandolfi, da mymovies.it

ROMA – Ha trionfato sui palcoscenici di mezzo mondo, diventando il musical più longevo di Broadway e del West End. Ora, Les Miserables promette di conquistare anche gli spettatori del grande schermo.
Sullo sfondo della Parigi del diciannovesimo secolo, il film ricalca fedelmente il musical, tratto dal monumentale romanzo di Victor Hugo. Passioni, sogni infranti, crimini, giustizia e sacrificio. Il viaggio verso la redenzione dell’ex galeotto Jean Valjean, inseguito per vent’anni dall’ispettore Javer, si intreccia ai moti rivoluzionari e alle vite di una moltitudine di personaggi, tutti protagonisti a modo loro.
Il film più che un musical, sembra un’opera lirica: non si balla, si parla pochissimo, ma si canta per quasi tre ore. Il regista lavora sui primi piani, sugli occhi pieni di lacrime dei protagonisti, giocando l’eterno duello tra Valjean e Javer sui campo e controcampo. Ma a conquistare gli appassionati del genere sarebbero bastate le canzoni, indimenticabili e interpretate magistralmente da un cast corale: Hugh Jackman e Anne Hataway fra tutti, ma anche Helena Bonham Carter e Sacha Baron Cohen, locandieri da opéra-comique. L’unico che non convince è Russel Crowe, attore da Oscar e con un passato da cantante country, ma al suo esordio nel musical.
Dopo le statuette vinte per il Discorso del Re, Tom Hopper è di nuovo in corsa per gli Oscar, con ben 8 nomination. Aspettando il Kodack Theatre, però, il film ha già collezionato 9 Bafta e 4 Golden Globes. Pur sfruttando tutti gli strumenti del cinema, come gli effetti speciali, il regista resta molto legato al melodramma classico, rischiando di appesantire il ritmo del film. Non a caso le più riuscite sono le grandi scene corali. Come il finale: commovente, emozionante, proprio come un musical dovrebbe essere.
Di Iva Palmieri, da dazebaonews.it

Il bilancio parla chiaro: 8 nomination agli Academy Awards e 3 vittorie su 4 candidature ai Golden Globe 2013:Les Misérables di Tom Hooper ha raccolto a piene mani il successo decretato da pubblico e critica, classificandosi di diritto tra i migliori film della stagione cinematografica. Trasposizione cinematografica del musical datato 1980 firmato da Claude-Michel Schönberg e Alain Boublil, tratto a sua volta dallo storico romanzo di Victor Hugo, promette di rapire completamente il pubblico grazie alle musiche e alle atmosfere che hanno fatto grande una delle storie più famose della letteratura.
Il cast è di certo una delle punte di diamante dell’ultima opera di Tom Hooper: per Les Misérables, sono scesi in campo artisti del calibro di Hugh Jackman e Anne Hathaway, candidati all’Oscar nelle categorie Miglior attore protagonista e Miglior attrice non protagonista e vincitori dei rispettivi Golden Globe, Russel Crowe, Amanda Seyfried, Eddie Redmayne e Samantha Barks, già scelta per interpretare il ruolo di Éponine nel 25º anniversario del fortunato musical a Londra. Completano il cast Sacha Baron Cohen e Helena Bonham Carter, i perfidi coniugi Thénardier.
Dopo aver trascorso quasi vent’anni in carcere, atti estremi compiuti a causa delle condizioni di povertà in cui ha passato la sua misera esistenza, Jean Valjean (Jackman) ritorna finalmente in libertà. Deciso a crearsi una nuova identità, è costretto a sfuggire costantemente da Javert (Crowe), l’allora secondino che dopo la sua detenzione non ha mai smesso di cercarlo. Diventato ormai sindaco e uomo molto rispettato, nonostante la necessità di mostrarsi sotto mentite spoglie, Valjean incontra l’operaia Fantine (Hathaway); cacciata dalla fabbrica in cui lavorava e costretta a vendere il proprio corpo per sostenere la figlia Cosette (Seyfried), affiderà la sua amata bambina all’uomo, cambiandone completamente l’esistenza.
Con Les Misérables, il teatro supera il palcoscenico e va in scena sul grande schermo, proponendo una stuzzicante quanto coinvolgente fusione dei meccanismi peculiari delle due arti. Un tripudio di musica e immagini, giocate sulle scelte di regia che avevano già fatto apprezzare Hooper nel suo precedente riuscitissimo lavoro Il Discorso del Re come primi piani intensi ma mai centrati e utilizzo della camera a mano per un tuffo negli antri più misteriosi degli animi dei protagonisti, fanno di quest’opera un’intensa rappresentazione di un complesso dramma emotivo fuori dal tempo.
A dar man forte ai sentimenti in cui sono immersi i brani del musical, sono leinterpretazioni dei suoi eccellenti protagonisti: da un Jean Valjean intenso e profondo, gli occhi attraverso i quali ci si avventura nella fitta trama di eventi,
i cui panni sono vestiti da un Jackman dalla voce possente e vivida fino a una Fantine commovente e straziante, frutto di un lavoro certosino della Hathaway stessa, capace di sfruttare al meglio la scelta della presa diretta: davanti ai suoi occhi straziati e strazianti suI Dreamed a Dream è impossibile rimanere impassibili, senza lasciarsi attraversare dal fiume in piena di emozioni scaturite dall’inevitabile empatia con il suo sfortunato personaggio. Ai due appena citati si aggiunge poi la voce di Crowe, dallo stile differente – si percepisce la sua vocalità rock e la sua esperienza ormai trentennale come cantante – ma di eguale impatto grazie anche alla capacità di calarsi nei perfidi panni di uno spietato Javert.
Un’opera teatrale portata con intelligenza e capacità sul grande schermo: Tom Hooper osa – e fa bene – con risultati eccellenti, offrendo un tripudio di emozioni capaci d’imporsi senza esitazione alcuna. Nonostante la durata, quasi tre ore di film che diventano una vera e propria lama a doppio taglio dell’ensamble, rischi d’instillare il dubbio negli spettatori meno convinti, la saggia scelta di Universal di distribuire il film in lingua originale con sottotitoli sarà di sicuro apprezzata dai cultori del genere, tanto da poter soprassedere sulle 4-5 battute tradotte in italiano in maniera del tutto superficiale.
Di Chiara Console, da diredonna.it

Ritorna sui grandi schermi I miserabili, storica saga francese che ha avuto e ha vita lunga anche al cinema: nel corso degli anni sono stati infatti realizzati numerosi film ispirati al capolavoro di Victor Hugo, tra cui l’ultimo del 1998 con Liam Neeson nei panni di Jean Valjean e uno sceneggiato Rai con Gastone Moschin del 1964. Il film che uscirà nei cinema di tutta Italia il 31 gennaio è invece diretto da Tom Hooper, il regista premio Oscar de Il discorso del re, ed è un vero e proprio omaggio al musical Les Misérables che ottiene successi in tutto il mondo da quasi 30 anni. Le canzoni originali, scritte nel 1980 da Claude-Michel Schönberg e Alain Boublil, sono state registrate in presa diretta sul set e non inserite durante la post-produzione in studio, come di solito avviene: questo da un lato aggiunge una dose ulteriore di realismo e, grazie all’utilizzo del primo piano, dà la possibilità allo spettatore di riconoscere le espressioni facciali e gli sguardi degli attori mentre cantano e poter così godere di un’interpretazione a 360 gradi. D’altro canto la scelta di non lasciare mai spazio alla semplice recitazione, caratteristica che lo avvicina in un certo senso all’opera lirica, può risultare a tratti soffocante: in alcuni casi, infatti, un dialogo parlato sarebbe stato molto più efficace e naturale.
Il cast de I miserabili è composto da grandi star del calibro di Hugh Jackman (Jean Valjean), Russell Crowe (Javert) e Anne Hathaway (Fantine), ma anche da attori che hanno partecipato al musical, per esempio Samantha Barks che, nel ruolo di Éponine, ci regala con il pezzo On My Own una delle scene più struggenti del film. Uno Hugh Jackman trasfigurato, probabilmente nella migliore interpretazione della sua carriera, abbandona completamente il suo lato sexy e ci propone un Valjean sofferto e virile che porta sulle spalle gran parte de I miserabili: la sua figura rappresenta perfettamente il reietto della società, l’outsider che non viene accettato e che, alla ricerca di redenzione, la trova nel fare del bene.
La sua controparte Javert, interpretato da Russell Crowe, invece convince ma non stupisce, così come Amanda Seyfried e la sua Cosette, raggiungendo comunque un buon livello per quanto riguarda il canto. Anne Hathaway, costretta a dimagrire per interpretare la malata Fantine, incanta ancora una volta per la sua versatilità e si fa portavoce di un carico emotivo pazzesco quando, coi capelli corti e quasi irriconoscibile, canta I Dreamed A Dream, forse il brano più emozionante e intenso di tutto il film, vero e proprio inno delle persone a cui la vita ha ucciso un sogno: è talmente brava, credibile e sofferente che spiace quasi vederla fuori dai giochi così presto. Nei panni della terribile coppia di ladri Thénardier troviamo infine Helena Bonham Carter e Sacha Baron Cohen, che si dimostrano all’altezza smorzando a tratti l’atmosfera cupa e il pathos del film e divertono lo spettatore con alcune gag davvero riuscite.
Gli attori si muovono su una scenografia ben costruita che ricrea perfettamente le condizioni sociali, le folle e le lotte politiche della Francia del XIX secolo: stupisce per il realismo e per l’impatto visivo la sequenza sulle barricate, dove si realizzano i due aspetti opposti della rivoluzione, la gioia con cui viene portata avanti e la morte, stigmatizzata nel corpo di Enjolras appeso alla finestra e nella pozzanghera di sangue calpestata poi da Javert. Questa parte, quasi costruita intorno alla bandiera e alla sua importanza, ricorda molto anche nei colori e nelle fogge dei costumi sempre perfetti il quadro La libertà che guida il popolo, dipinto da Eugène Delacroix per commemorare la rivoluzione del luglio del 1830.
Il musical epico I miserabili ha ricevuto ben otto Nomination all’Oscar, tra cui anche miglior film, miglior attore protagonista e miglior attrice non protagonista: il 24 febbraio scopriremo finalmente i vincitori ma per ora i bookmaker danno quasi per certa la vittoria di Anne Hathaway quotata 1.07.
In definitiva il nuovo film de I miserabili non è un prodotto dedicato a chi non ama i musical completamente cantati ma, nonostante non sia forse ancora l’interpretazione visiva perfetta del classico di Victor Hugo, è comunque coinvolgente, originale e ben eseguito e riesce anche per questo a dare nuova linfa e una prospettiva diversa ad un capolavoro pressoché eterno.
Da dustypagesinwonderland.blogspot.it

Non stupisca la parola vittoria nel titolo della recensione di un film che parla di gente sconfitta dalla vita; perché il grande affresco storico che Tom Hooper ha realizzato ne Les Misérables, a partire dall’omonimo musical diClaude-Michel Schönberg e Alain Boublil, a sua volta ispirato al mastodontico romanzo di Victor Hugo, poggia su un assunto tanto forte quanto appassionante, e cioè la grande capacità degli esseri umani di resistere davanti alle tragedie e ai soprusi perpetrati dal più forte. E non solo in virtù di un premio ultraterreno, considerato come risarcimento per le angherie subite, ma anche (e soprattutto) per la veemenza che spinge a voler aggiustare quello che non funziona, a ridisegnare gli equilibri in favore di una giustizia giusta per tutti. Nella Francia segnata dalla Rivoluzione giacobina e in seguito dalle Guerre Napoleoniche, il popolo, entità affatto astratta, ma assolutamente reale, soffriva la povertà più atroce. Jean Valjean viene imprigionato per aver rubato un pezzo di pane. Condannato ai lavori forzati incontra l’uomo che rappresenta la sua nemesi, quel Javert diviso tra l’ammirazione per la tenacia e il coraggio del prigioniero e la completa devozione alla legge che gli impone di essere duro, spietato. 
La fuga di Valjean e il desiderio di rifarsi una vita in un altro paese, diventando, grazie al lascito di un probo cardinale, il ricco signor Madeleine, è solo l’inizio di una lunghissima serie di avventure che portano l’uomo, anni dopo, a incontrare Fantine. Operaia di Madeleine, la donna viene licenziata dalla fabbrica perché rifiuta le avances del supervisore e si trova costretta a prostituirsi per curare la figlia illegittima Cosette. In colpa per non averle prestato l’attenzione che meritava, distratto dall’arrivo di Javert, Valjean-Madeleine giura a Fantine, ormai in fin di vita, di prendersi cura della figlia. Recuperata Cosette, trattata come una serva dai malvagi coniugi Thénardier, Valjean si dà ancora alla fuga. 
Nove anni più tardi, nel 1832, le strade di Parigi sono infuocate dalla rivolta degli studenti, tra cui spiccano Marius e Enjolras. Quando Valjean arriva nella capitale, seguito dalla figlia adottiva Cosette, non può fare a meno di notare l’interesse che Marius prova per la ragazza, di cui si innamora a prima vista. Con Javert alle calcagna e una situazione in ebollizione dopo la morte del Generale Lamarque, unico uomo del governo a dimostrare interesse e benevolenza per i cittadini, la vita di Valjean è di nuovo ad una svolta…
Come si può facilmente dedurre dalla trama, esposta solo parzialmente, è un’opera molto articolata quella di Hooper, atteso al varco dopo il grande successo internazionale de Il discorso del Re. Non era affatto agevole adattare per il grande schermo uno spettacolo che in 25 anni di vita ha mietuto successi in tutto il mondo, diventando uno dei musical di maggiore rilevanza nella storia di questo genere così peculiare. Teatro e cinema non vanno di pari passo. Ciò che è ammissibile sulle tavole di un palcoscenico deve necessariamente diventare altro per essere un’opera cinematografica e a giudicare da quanto fatto, Hooper è riuscito nell’impresa, restando fedele a sé stesso e al proprio modo di intendere il cinema. A lui non interessano le mirabolanti soluzioni registiche, i montaggi frenetici o i vorticosi movimenti di macchina, soluzioni senza dubbio affascinanti, ma troppo distanti da suo stile; egli è prima di tutto un solido narratore, un cineasta attento ai minimi dettagli, poco incline all’eccessiva spettacolarità; proprio per questo apprezziamo la decisione di mettere in scena Les Misérables rispettandone la ‘teatralità’, come confermano del resto le esibizioni dal vivo di tutto il cast, ma anche attraverso un’impeccabile ricostruzione cinematografica. 
Mai per un secondo si ha la sensazione di trovarsi davanti ad uno spettacolo teatrale filmato, anzi nel momento in cui si sfruttano le grandi possibilità della Settima Arte in termini di focalizzazione dei personaggi, il lavoro di Hooper diventa grande cinema; ecco che un primo piano di Anne Hathaway possa valere da solo l’intero film, o, al contrario, la poderosa sequenza iniziale, con il numero dei condannati ai lavori forzati,Look Down, ci permetta di cogliere subito uno dei cardini del film (l’opposizione/attrazione tra un ladro, costretto al crimine dalla necessità e un tutore della legge che non riesce ad andare oltre la semplice applicazione delle regole), facendoci inquadrare i due protagonisti in uno scenario più ampio e regalando loro un colore diverso. Di fronte ad un materiale così denso e complesso, nell’intreccio certo, ma soprattutto nei differenti piani di lettura a cui ogni vicenda si presta, politico, sociale, storico, l’autore britannico ha scelto semplicità e immediatezza per preservare il cuore pulsante della storia di Victor Hugo, la sua umanità, e per dare il massimo risalto agli interpreti, che lo hanno ripagato senza risparmio. Les Misérables narra di un tempo in cui la dignità umana veniva messa in secondo piano rispetto a tutto, dove per ragion di Stato si ammettevano stragi senza senso (il sangue dei caduti versato sulle strade dei Parigi, con la musica di Empty Chairs at Empty Tables, è una delle immagini più toccanti del film), dove le distinzioni tra classi sociali erano nette e incolmabili e i tentativi di sbarcare il lunario ancor più odiosi (i Thénardier, ladri intepretati con bravura da Helena Bonham Carter e Sacha Baron Cohen). Nella patria che ha costruito la propria Storia sui concetti di Liberté, Égalité, Fraternité, Libertà, Uguaglianza, Fratellanza, gli umili, i miserabili appunto, non avevano diritti. 
Se il film ruota attorno al confronto aspro fra i due titanici personaggi di Valjean e Javert, Hugh Jackman eRussell Crowe, su opposte barricate nella vita, ma in fondo simili nella loro sete di giustizia e nella lealtà reciproca, al loro fianco si muovono indimenticabili figure femminili. Abbagliati dalle ipercinetiche eroine dei blockbuster più disparati, non siamo abituati a veder rappresentati al cinema personaggi così fragili e strazianti; il merito di Hooper sta (anche) nell’aver avvicinato alla nostra visione di spettatori smaliziati, donne come Fantine o Eponine, che portano sulle proprie spalle il peso di una vita violenta e segnata dal dolore e dalla rassegnazione, senza farle apparire improbabili, anzi stabilendo da subito una simpatia sincera, non di facciata. Anne Hathaway nei panni di Fantine riempie lo schermo con il suo volto emaciato ed angelico e con la sua versione diI Dreamed a Dream, forse il pezzo più noto del musical, è da brividi e, dopo aver conquistato il Golden Globe, si avvia con merito alla conquista del suo primo Oscar. Meno affilate le armi vocali di Russell Crowe che compensa con la presenza scenica il suo timbro non proprio perfetto; bravo invece Hugh Jackman in una performance di grande intensità (premiata anch’essa con il Golden Globe e candidata all’Oscar); sorprendenti anche Eddie Redmayne (Marius), Amanda Seyfried (Cosette), impegnata in una prova canora ben più complessa di Mamma Mia! e l’esordiente Samantha Barker (Eponine). Al di là dell’epicità della storia, Les Misèrablesdimostra che l’incontro tra un gruppo di attori con la A maiuscola e un regista in grado di sfruttarne con autorevolezza il talento, può solo dar origine ad un’opera ricca e preziosa, che emoziona.
Di Francesca Fiorentino, da movieplayer.it

La storia è vecchia di 150 anni e il musical non è pane per tutti i denti. Ma se il soggetto porta la firma di Victor Hugo, è passato attraverso unacolossale “riduzione” teatrale che lo ha portato in tournée nel mondoper 28 anni (scritto da Alain Boublil, musicato da Claude Michel Schönberg e portato al successo da Cameron Mackintosh, è stato applaudito da oltre 60 milioni di spettatori, in 42 nazioni) e gli attori cantano recitando – e respirano cantando – come se fosse la cosa più naturale del mondo, ci sono buone possibilità perché Les Miserablesnon sia solo un film per iniziati (ai classici o al musical).
Trattasi dimegakolossal, ambizioso e riuscito(guarda il trailer) centrato sulla vita dell’ex galeotto Jean Valjean: dopo 20 anni di lavori forzati torna libero ma trasgredisce agli accordi e per questo viene perseguito per decenni dal poliziotto Javert. Ma nel frattempo Valjean si redime, prendendosi cura di Cosette, giovane figlia dell’operaia Fantine, morta tra le sue braccia. Insomma,una storia universale e unica, popolare e straziante, fatta di sogni spezzati, sacrificio, valori cristiani e passioni in cui l’emotività iperbolica del melodramma incontra la logica narrativa del feilleuton.
L’adattamento cinematografico, diretto da Tom Hooper, quello de Il discorso del re, vince soprattutto perché temerario. Diversamente dai musical classici, recitati e qua e là inframezzati da numeri musicali, questo è tutto cantato. Per di più è cantato dal vivo, sul set, e per di più in primissimo piano, senza sconti e concessioni, dalle star hollywoodiane protagoniste: da Anne Hathaway, a Wolverine Hugh Jackman a Russel Crowe nei ruoli principali, ma anche da Elena Bonham Carter e Sacha Baron Cohen in quelli secondari (alla faccia della comparse…).
Personaggi che non ci saremmo immaginati tanto dotati, né sospettavamo avessero, per lo più, un legame personale con questa storia. E invece… Anne Hathaway, per dire, è figlia d’arte: sua madre, quando lei aveva sette anni, partecipò alla tournée teatrale negli States di Les Miserables: interpretò lei stessa Fantine, il personaggio di Anne. Hugh Jackman, addirittura, aveva cantatoStars (uno dei brani top del suo personaggio), in occasione di uno dei suoi primi provini. La devozione del cast è stata totale, dimagrimenti pazzeschi, digiuni e prostrazione si vedono sui volti e nei corpi: si vede la fatica fisica, amplificata dalla fatica del canto.
La scena in cui Jackman si inerpica sulla montagna cantando (con tanto di fiatone) è allo stesso tempo autentica e straniante. Otto le candidature agli Oscar: miglior film, miglior attore (Jackman), miglior attrice non protagonista (Hathaway), miglior scenografia (Eve Stewart e Anna Lynch-Robinson), miglior canzone (Suddenly, musica e parole di Schonberg, Kretzmer, Boublil), miglior sonoro, migliori costumi, migliori trucco e acconciature.
Di Erika Riggi, da max.gazzetta.it

“Les Misérables” nasce nel 1862 dalla penna di Victor Hugo, poi nel 1980 i compositori francesi Alain Boublil e Claude-Michel Schönberg realizzano un adattamento musicale dell’opera, che cinque anni dopo dà vita a quello che diventerà il musical più longevo di tutti i tempi, visto da più di 60 milioni di persone in 42 paesi e 21 lingue.
Oggi il premio Oscar 2011 Tom Hooper porta “Les Misérables” al cinema e ricorda al pubblico perché questa storia è stata tanto amata da così tante generazioni durante un vastissimo arco di tempo. Sullo sfondo delle rivolte popolari che accendono la Francia ottocentesca, si intrecciano le storie di tanti uomini e donne animati da passioni forti, amori profondi, idee liberali e voglia di redimersi, di cambiare. Protagonista assoluto è Jean Valjean (Hugh Jackman), ex detenuto che, avendo violato la libertà vigilata per ricostruirsi una vita, viene inseguito per decenni dallo spietato ispettore Javert (Russell Crowe), insieme alla piccola Cosette, figlia dell’operaia Fantine (Anne Hathaway) di cui ha promesso di prendersi cura.
“Les Misérables” è un’epopea dai grandi sentimenti, in cui la storia della Francia si fonde con quella di sofferenza e riscatto sociale di uomini e donne semplici, ma provvisti di un grande spirito. Impossibile non restarne rapiti. Per tutti i 152 minuti di durata, i protagonisti del film esprimono i loro pensieri, le loro emozioni ed i loro dialoghi per mezzo degli splendidi testi delle canzoni di Boublil e Schönberg e allo spettatore appare chiaro che non esisterebbe modo migliore della musica perché in sala possa arrivare la vera anima dei protagonisti. Specie se poi è un cast di altissimo livello come quello che Tom Hooper è riuscito a raggruppare: Anne Hathaway e Hugh Jackman in particolare sono al loro massimo splendore in “Les Miserables” e danno voce ad un talento già mostrato in altri ruoli ma che qui raggiunge le vettepiù alte e grida talmente che non si può non ascoltare. Se Russell Crowe sembra poco a suo agio nel sostituire i dialoghi con il canto ed Eddie Redmayne risulta ancora un po’ acerbo benché dotato, l’esordiente Samantha Barks è invece una piacevolissima sorpresa nella sua Èponine tanto decisa e coraggiosa quanto dolce e sensibile. Convincente e perfetta per il ruolo di Cosette la bella e brava Amanda Seyfried (che già in “Mamma mia!” si era cimentata con il musical cinematografico), così come la piccola Isabelle Allen che veste il ruolo di Cosette bambina.
Tom Hooper cambia totalmente genere dopo “Il discorso del re” e rischia il tutto per tutto nel trasportare sul grande schermo un musical tanto famoso ed amato come “Les Miserables” con la trovata tutta nuova di registrare in presa diretta le voci degli attori. I risultati sono ottimi: il tessuto della storia, le ambientazioni e le interpretazioni dei personaggi diventano un tutt’uno. Ma per il cast il training è stato duro: Hugh Jackman lo paragona addirittura a quello compiuto nei film della trilogia di “X-Men”.
Trucco e costumi di perfetta fattura, una marea di comparse e l’esilarante coppia dei Thenardier interpretata da Helena Bonham-Carter e Sacha Baron Cohen, che spezza l’atmosfera di sofferenza e depressione, fanno il resto.
Chi ama i musical non può assolutamente perdersi questa storia immortale che, attraverso le sofferenze e la morte, parla del valore della vita, dell’importanza di fare del bene al prossimo e di combattere per le proprie cause, e che mostra quanto l’amore possa cambiare un’esistenza.
Di Corinna Spirito, da ecodelcinema.com

Dopo la pioggia di Oscar arrivata con Il Discorso del Re, Tom Hooper sorprese tutti con la decisione di portare sul grande schermo Les Miserables, non l’ennesimo adattamento del drammatico romanzo di Victor Hugo (arrivato sul grande e piccolo schermo almeno una dozzina di volte) ma del celebre musical di Claude-Michel Schönberg e Alain Boublil, e con la produzione di Cameron Mackintosh proprio come nell’originale.
Visto da 60 milioni di persone in oltre 30 anni di onorata carriera, più che un semplice musical Les Mis è una vera e propria opera teatrale, che racconta le vicende descritte dal corposo romanzo di Hugo tramite una quarantina di canzoni, che vanno dalla prosa cantata agli assoli, dai numeri corali ai soliloqui. Insieme allo sceneggiatore William Nicholson ha scelto la strada della fedeltà assoluta al materiale di partenza: pochissime le differenze con il musical, presente la quasi totalità delle canzoni (sono giusto invertiti nell’ordine alcuni pezzi), immutate le caratteristiche dei personaggi.
L’altra scelta fondamentale di Hooper, che differenza Les Mis da qualsiasi musical mai arrivato sul grande schermo, è stata quella di non far registrare agli interpreti i brani musicali in precedente per poi farli cantare in playback sul set, ma di prepararli con settimane e settimane di prove per poi farle eseguire direttamente sul set assorbendone le note in presa diretta. Come il primo teaser trailer fece subito intuire, gli attori recitano e interpretano cantando il libretto, non curandosi di realizzare la versione vocalmente migliore, ma quella più intensa ed emozionante. Ed ecco che la voce “rotta” di Fantine (Anne Hathaway) in I Dreamed a Dream aiuta a concentrarsi più sulle parole del brano (“Così diverso da questo inferno che sto vivendo… Ora la vita ha ucciso il sogno ho sognato”), sul suo intenso testo, rispetto alle irraggiungibili note che Patti LuPone o recentemente Susan Boyle hanno magnificamente interpretato. Lo stesso vale per il soliloquio iniziale di Jean Valjean (Hugh Jackman), che ansimando e straziato dal senso di colpa più che intonare, recita la sua “What have I done? Sweet Jesus, what have I done?“.
Gli appassionati di Les Mis, anche chi lo ha visto decine di volte a teatro, si ritroveranno a vederlo con occhi nuovi, un’esperienza completamente inedita che pur essendo molto fedele si discosta da tutto quanto fatto prima e da qualsiasi produzione. Il tutto è aiutato da una tipologia di regia che sta facendo non poco discutere e ha attirato critiche. Hooper infatti ha scelto alcuni registri poco convenzionali per una pellicola di questo tipo, e mai usati interamente per due ore e mezza di proiezione in un musical: i costanti primi piani e l’uso intensivo della camera a mano permettono allo spettatore di immergersi completamente nelle vicende dei protagonisti. Pur non rompendo il quarto muro, è come se nei dialoghi si rivolgessero direttamente al pubblico, per non parlare del fatto che la quasi totalità degli assoli sono girati in piano sequenza (veri piano sequenza non montati, riprese senza stacco che hanno portato gli attori a numerose ripetizioni sul set). Una regia e un grado di coinvolgimento di questo tipo hanno l’effetto di richiedere ed assorbire molte energie allo spettatore, restituite interamente nel catartico e liberatorio finale sulle note di Do You Hear the People Sing?.
Eccellenti le interpretazioni, che arriveranno sugli schermi italiani immutate in quanto la pellicola sarà proiettata in lingua originale sottotitolata (perché è ovviamente indoppiabile). La Hathaway in circa 12 minuti di apparizione meriterebbe seriamente di vincere l’Oscar come Attrice non Protagonista. Jackman (pluripremiato ai Tony Awards) ha trovato il ruolo della sua vita con Jean Valjean, e fornisce il meglio nella prima parte e nel gran finale. Convincenti, a livello canoro e recitativo, senza apparire memorabili sono Russell Crowe e Amanda Louise Seyfried, mentre Eddie Redmayne è la vera sorpresa di Les Mis e il suo Marius è spontaneo e potente. Helena Bonham Carter e Sacha Baron Cohen sembrano nati per fare i Thénardier, e Master of the House (divertentissima) vale il prezzo del biglietto. Chi appare troppo perfetta per essere vera è Samantha Barks: la sua Eponine, ruolo che ha già rivestito nel concerto per celebrare i 25 anni del musica, è talmente brava e precisa nell’esecuzione (è sua la celebre “On my Own“) che paradossalmente stona con il realismo sopra descritto.
Due ore e mezza scorrono piacevolmente, ancor più se si conosce almeno qualche brano o cenni della storia. Un’esperienza unica da vivere rigorosamente sul grande schermo. Se il musical non fa per voi, forse meglio lasciar perdere a priori: sarebbe come sperare di trovare dialoghi tarantiniani in un film di Terrence Malick.
Da blog.screenweek.it

Una manciata di minuti di dialogo e un profluvio di musica: cori e canzoni, duetti e terzetti nei quali si confessano odio, amore, disperazione e perdono, i peccati del potere e l’innocenza delle vittime, i soprusi dei violenti e il riscatto dei pentiti, l’afflato religioso che pervade i destini in collisione di un intero popolo, quello francese, e dei tanti “miserabili” che annaspano verso la libertà, la dignità, il pane, una condizione umana del vivere e una cristiana del morire.
Le millecinquecento pagine del capolavoro di Victor Hugo sono una partitura possente di raccordi sentimentali già predisposti a diventare accordi strumentali e melodie dal sapore pucciniano. Il cinema ha da sempre amatoLes Misérables: a Hollywood se ne contano molteplici versioni, a partire dal 1909, con ben quattro mute, e in tutto, comprese le europee, sono una ventina, ma la trasposizione sullo schermo nella forma entusiasmante del famoso musical, scritto da Alain Boublil e Claude-Michel Schönberg – adattamento inglese della loro precedente versione francese – le supera tutte. Capolavoro teatrale nato al Barbican Theatre di Londra l’8 ottobre 1985, ha ricevuto da allora e ovunque attestazioni di travolgente successo: visto da oltre 60 milioni di persone in 42 paesi e 21 lingue, dopo 27 anni ancora record ai botteghini.
Forti del loro carisma e della loro voce, entrano nel travolgente dramma popolare interpreti superlativi. Anne Hathaway, dimagrita per il ruolo di Fantine di dodici chili e con vero taglio di capelli in scena, si aggrappa – apice della commozione, Golden Globe e candidatura all’Oscar – ai sogni che non l’hanno salvata, il suo canto è tragicissimo (I dreamed a dream); Hugh Jackman con salda impostazione e acuti squillanti, le si fa protettore e declina con forti accenti la redenzione del galeotto Jean Valjean, dandone un ritratto forte e delicato. Li dirigeTom Hooper, che passa dalle parole del balbuziente Giorgio VI del pluripremiato Il discorso del Re alle note del canto di questo kolossal musicale, che si apre con l’imponente scena girata ai docks di Portsmouth. Ha scelto i suoi interpreti con scrupoloso provino, li ha costretti a cantare in presa diretta per assicurare al pubblico un maggior realismo (e sicure lacrime), e a loro il coinvolgimento emozionale che un set di cinema avrebbe potuto affievolire. Vedere Russell Crowe, nei panni dell’ispettore Javert, affidare alla sua voce tenorile la follia di una sfida infinita (Stars) e certificare poi la sua sconfitta con uno spettacolare suicidio, è un’indubbia sorpresa, assai più che Amanda Seyfried, ben allenata da Mamma mia!, a cui stavolta è affidato il ruolo dell’innocente Cosette, lanciata in un romantico duetto d’amore (Everyday) con Eddie Redmayne, il giovane e appassionato Marius.
Mancava da oltre quarant’anni una trasposizione così accurata e sfarzosa di un musical (nel 2004 Il Fantasma dell’opera non aveva riscosso unanimi plausi), ossia dai tempi di Oliver! diretto da Carol Reed, tratto dal lavoro teatrale a sua volta tratto dal romanzo dickensiano, che fece incetta di Oscar nel 1968 (combattendo ad armi pari con un altro famosissimo musical, Funny Girl). Quelle erano storie di malaffare, sfruttamento e pietà nei bassifondi londinesi – rifugio del sottoproletariato assediato dalla rivoluzione industriale – ora è Parigi – tutta ricostruita in studio – a fare da sfondo agli ideali politici e sociali di Hugo, nel ventennio di storia compreso tra il 1815 e il 1833. Musica e canto avvolgono ogni sequenza e ogni sentimento, con Hooper che ha voluto personalmente intervenire sul lavoro teatrale chiedendo anche una nuova canzone, Spoken, e una nuova struttura rispetto all’originale, creando un grandioso affresco epico e popolare (2.200 gli splendidi costumi): la Parigi degli eroi e delle fogne, la taverna di Monsieur e Madame Thénardier (Sacha Baron Cohen e Helena Bonham Carter, fantastica coppia di delinquenti), il convento e il palazzo. Hooper segue la partitura senza togliere nulla alla forza espressiva del testo delle canzoni, anzi amplificando il dramma fisico e morale, che nel finale trova una vera apoteosi con il travolgente Do you hear the people sing, voce di popolo e di speranza, quando vivi e morti, sulle barricate parigine, inneggiano alla luce, al sole e all’attesa di un radioso futuro.
Di Luca Pellegrini, da cinematografo.it

Le origini de “Les misérables” risalgono al 1980, quando sui palcoscenici di Parigi andò in scena per la prima volta il musical composto da Claude-Michel Schönberg e Alain Boublil basato sul romanzo di Victor Hugo “I miserabili”, uno dei classici della letteratura francese dell’Ottocento. Il successo dello spettacolo fu tale che nel 1985 “Les misérables” approdò anche a Londra, in una versione in inglese firmata da Herbert Kretzmer, e nel 1987 a Broadway: da allora, “Les misérables” è diventato uno dei musical più famosi ed amati del teatro contemporaneo, fino all’inevitabile trasposizione per il grande schermo. Ad intraprendere questo ambizioso progetto è stato il regista britannico Tom Hooper, reduce dal trionfo de “Il discorso del re”, che insieme allo sceneggiatore William Nicholson ha adattato l’opera teatrale di Schönberg e Boublil in un kolossal cinematografico di due ore e mezza di durata, conservandone con rigorosa fedeltà la natura di musical interamente cantato e quasi del tutto privo di intermezzi dialogici.
La scommessa di Tom Hooper è stata quella di riproporre al grande pubblico un film musicale di derivazione teatrale, rispettandone appieno i caratteri di “classicità” e le convenzioni del genere di appartenenza (un genere che, al cinema, negli ultimi anni ha conosciuto un’alterna fortuna). E il risultato è stato decisamente soddisfacente, con un ottimo responso al botteghino (quasi 250 milioni di dollari incassati in un mese), la vittoria di tre Golden Globe e la nomination all’Oscar come miglior film. In cabina di regia, Hooper non esita a premere il pedale del melodramma e fa di tutto per accentuare il senso di maestosità e di spettacolarità della storia narrata, forte di un apparato tecnico / scenografico a dir poco eccellente, optando per uno stile tradizionale (talvolta fin troppo) giocato prevalentemente su lunghi piani-sequenza e sui primissimi piani dei suoi attori. E proprio il cast costituisce una delle principali ragioni del successo de “Les misérables”: la squadra di interpreti sostiene infatti in maniera egregia la scelta di Hooper di registrare in presa diretta le cinquanta canzoni della colonna sonora (fra cui un unico brano originale, “Suddenly”) per restituire la spontaneità della performance musicale.
Hugh Jackman, premiato con il Golden Globe e candidato all’Oscar come miglior attore, ha il ruolo di Jean Valjean, l’ex-galeotto che tenta di sfuggire al proprio passato per ricostruirsi un’esistenza onesta, ma si ritroverà costretto a vivere in incognito insieme all’orfanella di cui ha accettato di prendersi cura, Cosette (impersonata da Isabelle Allen da bambina e da Amanda Seyfried da ragazza). Russell Crowe presta il volto al rude ispettore Javert, il nemico giurato di Valjean (pur con qualche limite dal punto di vista canoro); il talentuoso Eddie Redmayne è Marius Pontmercy, il giovane rivoluzionario che si innamora follemente di Cosette; Helena Bonham Carter e Sacha Baron Cohen (già insieme in un altro musical per il cinema, “Sweeney Todd”) offrono dei vivaci interludi grotteschi nei panni degli avidi coniugi Thénardier, mentre l’esordiente Samantha Barks interpreta la loro figlia Eponine, a cui è affidata una delle canzoni più belle della soundtrack, “On my own”. Ma a strappare l’applauso è soprattutto una prodigiosa Anne Hathaway, in prima fila per l’Oscar come miglior attrice non protagonista, alla quale bastano una manciata di minuti all’inizio del film per commuovere gli spettatori nel ruolo della sventurata Fantine, ragazza madre costretta a prostituirsi e destinata ad una triste sorte; da brivido la sua performance del brano più celebre della colonna sonora, “I dreamed a dream”.
Di Stefano Lo Verme, da filmedvd.dvd.it

Jean Valjean (Hugh Jackman), dopo aver passato 19 anni in schiavitù, è finalmente un uomo libero su parola dalla guardia Javert (Russell Crowe), ma nel momento in cui prova a rifarsi una vita, scopre che non c’è molto futuro per un ex schiavo. Accolto da un prete, ruba tutta la sua argenteria ma, quando viene beccato dalla polizia e riportato dal prelato, questo dichiara di aver dato lui stesso il suo argento a Valjean. L’uomo capisce così che forse c’è ancora speranza per lui e con quel bottino si ricostruisce una vita. Otto anni dopo ha cambiato nome ed è diventato il sindaco di una piccola città. Fantine (Anne Hathaway), una delle sue impiegate, viene scoperta a mandare soldi a sua figlia illegittima e viene cacciata dalla fabbrica. Per racimolare i soldi per la sopravvivenza della piccola Cosette, che è affidata alla tutela dei Thenardiers (Sacha Baron Cohen e Helena Bonham Carter), Fantine è costretta prima a vendere i suoi bellissimi capelli e i suoi denti e poi a prostituirsi. Ed è in questo stato di disgrazia, con tutti i suoi sogni e le speranze infrante, che la trova Valjean che la soccorre e, in punto di morte, decide di prendersi cura di Cosette. Nove anni dopo gli studenti di Parigi sono vicini alla rivolta: Marius (Eddie Redmayne) e Enjolras (Aaron Tveit) discutono la rivoluzione per le strade della città. Quando Marius incontra per strada una ormai cresciuta Cosette (Amanda Seyfried) se ne innamora follemente e chiede alla sua amica Èponine (Samantha Barks), segretamente e perdutamente innamorata di lui, di aiutarlo a rintracciare la giovane. Nel frattempo però le strade di Valjean e Javert si incrociano ancora una volta e gli antichi conti in sospeso tornano a tormentare le loro vite e, con l’avvicinarsi dell’imminente battaglia, il destino di tutti loro diventa un unicum ancora da definire. La storia de Les Misérables è la storia per eccellenza di forza e riscatto; è il romanzo per eccellenza che insegna agli uomini che con la volontà e la tenacia e l’onestà si può riscattare una vita di sofferenze. Questa materia è stata plasmata fino a trasformarsi in musical, nel 1978, e da allora ha avuto un successo immenso, in tutto il mondo. Inevitabile che le produzioni americane, prima o poi iniziassero a pensare a una possibile trasposizione al cinema. Ma una tale storia, così adatta al teatro, con le sue arie così coinvolgenti, rischiava di essere solo un piccolo disastro. Tom Hopper, forte dell’Oscar e del successo del suo Il discorso del Re, e con la volontà di convincere ancora una volta lo spettatore ad appassionarsi a questa storia così tragica, è stato chiamato a portare avanti quest’arduo progetto. Sembra superfluo dire che Les Misérables è una vera e propria opera cantata. Non è un “semplice” musical, alla Moulin Rouge o alla Chicago, dove le canzoni e i balletti diventavano intervalli felici tra un dialogo e l’altro, tra una scena e l’altra: il film che ci si appresta a vedere è il contenitore di arie straordinarie sì monumentali ma altrettanto e profondamente intime, dove non c’è spazio per dialoghi a voce, tranne che per brevi sprazzi di recitativo. E’ bene chiarire questo punto, perché – ahiloro – i non-amanti dei musical o dell’opera uscirebbero profondamente annoiati dopo i 152 minuti lungo i quali la storia si dipana. Allo stesso tempo, è sempre bene chiarire che non ci sono balletti, scossoni, movimenti di macchina particolari: la regia è semplicemente composta da campi e contro-campi, spesso arricchita da numerossissimi primi piani. Hopper da’ il suo tocco magico con le sue composizioni d’immagini particolarissime, con le loro “sbavature” e spesso inserisce grandangoli laddove spesso non ce ne sarebbe bisogno. Azzeccatissima la scelta di registrare la voce di tutti gli attori – sorprendenti, dal protagonista alle mere comparse – dal vivo: ogni sussulto, ogni fremito è colto. Ogni momento, nella sua apparente banale semplicità è parte di un piano ben preciso: coinvolgere appieno lo spettatore, commuoverlo sempre, colpire la sua sensibilità. Hopper è riuscito nella sua impresa!
Di Francesca Casella, da cinema4stelle.it

Sono sempre stato molto scettico rispetto alla trasposizione cinematografica dei musical. Sarà che mi ricordano troppo i “musicarelli” anni ’50-’60, sarà anche che a lungo andare a sentirli cantare continuamente un minimo disagio lo spettatore lo prova. Ciononostante mi sono presentato all’anteprima milanese di “Les Miserables”, film del pluripremiato regista Tom Hooper (“Il discorso del Re”) in uscita in Italia il prossimo 31 gennaio, senza particolari sovrastrutture o pre-concetti.
E in effetti il giudizio è estremamente positivo. Basata sull’omonimo musical tratto dal romanzo di Victor Hugo, la pellicola è ambientata nella Parigi dell’800. Un cast d’eccezione si muove in ambientazioni straordinariamente realistiche. Ogni inquadratura, ogni scena è una piccola cartolina dai toni forti ed estremamente curati.  
Hugh Jackman, Russell Crowe, Anne Hathaway, Amanda Seyfried, Sacha Baron Cohen e Helena Bonham Carter: questi gli attori principali con una menzione speciale per il protagonista Jackman. L’ex Wolverine, non a caso candidato all’Oscar nella categoria “miglior attore protagonista”, è autore di una performance straordinaria. Invecchia sul grande schermo con naturalezza, portando in scena la sua espressività e qualità vocali sorprendenti.
Le stesse di Anne Hathaway, in lizza per la statuetta di “miglior attrice non protagonista”, capace di rubare la scena con la sua interpretazione di “I dreamed a dream”. Nel film resta in parte sfigurata, ma riesce ugualmente ad ammaliare lo spettatore con doti attoriali non indifferenti. E in tutta sincerità, anche con il taglio “da maschietto” conserva un grande fascino.
Insomma, nonostante le due ore e mezza di durata possano far titubare, il consiglio è di scegliere senza problemi di vederlo. La resa televisiva o in blockbuster non produrrebbe lo stesso effeto. 
Di Mirko Cafaro, da cultura.blogosfere.it

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