L’arbitro

L’Atletico Pabarile, la squadra più scarsa della terza categoria sarda, viene umiliata come ogni anno dal Montecrastu, la squadra guidata da Brai, arrogante fazendero abituato a vessare i peones dell’Atletico in quanto padrone delle campagne. Il ritorno in paese del giovani emigrato Matzutzi rivoluziona gli equilibri del campionato…
Nel frattempo il film racconta l’ascesa e il declino professionale di Cruciani, ambizioso arbitro ai massimi livelli internazionali.
E’ un piccolo gioiello l’esordio alla regia di Paolo Zucca, giovane (classe 1972) sardo con una lunga gavetta alle spalle fatta di cortometraggi, sceneggiatura, documentari e spot pubblicitari.
Proprio dall’omonimo cortometraggio, vincitore nel 2009 del David di Donatello e del Premio Speciale della Giuria a Clermont-Ferrand è stato sviluppato il lungometraggio L’arbitro, che è riuscito ad ottenere il nome importante di Stefano Accorsi tra i protagonisti, oltre che le partecipazioni preziose di Geppi Ciucciari e Francesco Pannofino.
Ma al di là dei nomi più o meno roboanti di un cast comunque molto azzeccato L’arbitro è un’opera notevole soprattutto per le scelte registiche del talentuoso Paolo Zucca, che riesce a realizzare una commedia italiana elegante e con un elevatissimo tasso artistico, come si vede davvero assai di rado.
Il registro comico riesce nell’impresa miracolosa di restare sempre elevato, senza scadere nel trash o nell’infimo, bensì svariando tra stile burlesco, grottesco ed epico.
Burlesco per la scelta del soggetto generale: la rivalità tra due squadre di calcio di infimo livello della terza categoria sarda. Si racconta il sentimento di una comunità intera che trova nelle piccole gioie di una domenica di pallone la ricerca di sensazioni genuine, dandogli a tal punto importanza da dedicare ad esse comizi improvvisati in piazza e discussioni accese anche durante i funerali.
Grottesco come l’influenza palese del cinema di Ciprì e Maresco, che si risente sia nella rappresentazione un po’ surreale degli umili personaggi della campagna sarda, ritratti in tutta la loro umanità tanto bonaria e passionale quanto cafona e rozza, ma anche nella scelta di utilizzare un artistico bianco-nero nello stile de Il ritorno di Cagliostro, riuscendo a creare dei quadri di un’intensità formidabile. Eccezionale a riguardo la fotografia complessiva (firmata Patrizio Patrizi), capace di sfruttare tanto le sontuose scenografie del panorama sardo, quanto una ritrattistica vivamente espressionista.
È quest’ultimo punto quello dove si registra il taglio epico, in cui affiorano sontuosi i molteplici ritratti in primo piano dei singoli paesani-calciatori, con una intensità che rievoca lo stile elevato di Sergio Leone.
In fin dei conti L’arbitro è uno dei più formidabili film capaci di raccontare i sentimenti popolari che possano girare attorno al calcio, vissuto dagli italiani come un’importante questione sociale, e riesce a farlo parlando, nonostante tutto, assai poco di calcio, quanto piuttosto incastrando episodi amorosi, cadute morali, storie di rancori personali, conflitti di classe e tanta altra “vita reale”, raccontata con un virtuosismo alla Paolo Sorrentino, di cui tra l’altro il film sembra quasi rievocare alcune scene calcistiche (specie quelle dello spogliatoio) de L’uomo in più.
Paolo Zucca. Un nome da segnare e non dimenticarsi.
Alessandro Pascale, da “storiadeifilm.it”

Uno dei film d’esordio più memorabili degli ultimi anni, soprattutto per quel che riguarda l’Italia. Paolo Zucca, già vincitore del David di Donatello per il miglior cortometraggio (l’omonimo “L’arbitro”, di cui questo film è lo sviluppo), irrompe sulla scena cinematografica nazionale con una commedia grottesca, ma al tempo stesso raffinata, elegante, girata con uno straordinario gusto per le immagini (e con l’eccellente fotografia in bianco e nero firmata da Patrizio Patrizi). Un film sì leggero, a tratti comico, ma anche epico, solenne. Si potrebbe parlare di una sorta di parabola del gioco del calcio, dalle ambizioni di un arbitro internazionale (Stefano Accorsi) fino alla sgangherata rivalità di due squadre della terza categoria sarda, il livello calcistico più infimo in Italia. In realtà Zucca racconta sogni e desideri di uomini diversi tra loro, la passione di un piccolo paese di provincia, il bisogno di riscattare una vita d’umiliazioni attraverso il senso dello sport, la gioia del pallone, il bisogno di qualcosa a cui attaccarsi per uscire dalla bassezza della vita di provincia. E infine racconta, inevitabilmente, l’amore.
L’Atletico Pabarile, ultima in classifica nel campionato di terza categoria sarda, subisce di continuo le prepotenze dei giocatori del Montecrastu, squadra rivale capitanata dal padrone delle campagne dove giocano alcuni calciatori del Pabarile, vessati in continuazione dal loro capo. Un giorno però ritorna in paese il giovane emigrato Matzutzi, un inaspettato goleador che risolleva le sorti della squadra (anche grazie all’amore che prova per la fioraia Miranda, figlia dell’allenatore), portando il Pabarile rapidamente in vetta al campionato. La competizione tra le due squadre è alternata alle vicende dell’arbitro internazionale Cruciani, che sogna di dirigere una finale di coppa europea, e alla storia di due cugini calciatori, coinvolti in uno scontro legato ai codici della terra.
La bellezza del film di Zucca è il segno di una ricerca estetica approfondita, mai banale (vedi la scena in cui i giocatori del Pabarile discutono di tattica a tavola seduti come nel quadro dell’ultima cena), dove toni e generi cinemotografici si mescolano creando spunti originali e divertenti: Cruciani in una scena esprime la sua gioia cantando e ballando come in un musical, mentre alcune sequenze ambientate a Pabarile fanno pensare immediatamente allo spaghetti-western (ad esempio quando Brai, capitano del Montecrastu, entra a cavallo all’interno di un bar per sfidare i presenti). Infine si toccano punte di grottesco nel geniale cameo di Francesco Pannofino, nei panni del corrotto arbitro Mureno (che fa subito pensare al maledetto Byron Moreno di Italia-Corea del Sud del 2002). Il film di Paolo Zucca, che apre le Giornate degli Autori del Festival di Venezia, arriva sugli schermi il 12 settembre. Uno di quei film che danno fiducia al cinema italiano: tanti applausi dunque, i fischi stavolta li lasciamo fare solo all’arbitro…
da “unavitadacinefilo.wordpress.com”

La squadra più scassata della terza categoria
L’atletico Pabarile, la squadra più scarsa della terza categoria sarda, ha come componenti pastori, braccianti del luogo e zoticoni dai fisici non proprio statuari che (come ogni anno) sono sconfitti dal Montecastru, squadra leader del campionato e da anni imbattuta. A risollevare le sorti dello scalcinato Pabarile è l’arrivo del giovane Matzutzi, che, dopo essere emigrato con la famiglia in Argentina, fa ritorno al paese: la sua bravura lo fa subito diventare fuoriclasse del team, spronato soprattutto dall’amore che nutre per Miranda, la figlia dell’allenatore. In parallelo si dipanano poi le vicende di una faida tra cugini (due calciatori del Montecastru) e l’ascesa dell’arbitro internazionale Cruciani (Stefano Accorsi), personaggio ambizioso e corrotto con il solo desiderio di arbitrare una finale di Champions ma che, beccato in flagrante, avrà una punizione di tutto rispetto, finendo dalle stelle alle stalle, nella splendida isola sarda, per dirigere sacralmente lo scontro decisivo.

Piccola perla per una commedia tutta italiana
L’arbitro è il lungometraggio che ha aperto le Giornate degli Autori alla 70ma Mostra del Cinema di Venezia, sviluppato dall’omonimo cortometraggio dello stesso Paolo Zucca che vinse il David di Donatello nel 2009, e l’insigne Premio Speciale della Giuria al Festival di Clermont-Ferrand (importante festival europeo del cortometraggio).
È composto da storie che si alternano: quella di un arbitro internazionale, di una faida tra cugini, di un allenatore cieco, di una bisbetica indomita, di una rivalità di paese tra squadre calcistiche e di un’immancabile love story, il tutto raccontato nella bellissima cornice di una Sardegna brulla, tra campi, capre, asini, radici religiose profonde e un rigido codice arcaico che detta legge.
La fotografia nitida e delicata di Patrizio Patrizi e l’utilizzo del bianco e nero contribuiscono a iniettare nella pellicola un sapore tutto surreale, di un’Italia di molti anni fa, come ormai non ce la ricordiamo neanche più, decontestualizzando la vicenda fuori dallo spazio-tempo: una storia quasi fiabesca e farsesca, ma anche raffinata e profonda. Povertà rurale e sfarzo sono in continuo contrappunto: la vita agiata di Cruciani, tra campi da calcio con erba all’inglese, alberghi, terme e piscine, si contrappone alla povertà dei peones del Pabarile, continuamente vessati sul lavoro dal padrone delle campagne, Brai (Alessio di Clemente), e che vivono il calcio come un riscatto, indossando maglie vecchie e allenandosi in una struttura sportiva tutt’ altro che all’ avanguardia.
La leggiadria del “principe”, appellativo conferito al Cruciani per la delicatezza e la maestria delle sue azioni in campo, è accompagnata da un leitmotiv musicale, la celebre canzone del ’37 Vivere di Cesare Andrea Bixio, e da un balletto buffo, in cui Accorsi fluttua sul campo come fosse una sincronetta, e che non può non farci sorridere. Matzutzi, invece, è un po’, come dire… un buzzurro. Sembra un novello Maradona, con l’accento argentino e i capelli ricci, anche se il taglio ricorda per lo più un Baggio anni ’90.
Zucca, con la sua pellicola divertente e profonda, punisce i cattivi e premia gli onesti: più che una denuncia sulla correttezza e corruzione nello sport, quest’opera si fa metafora della vita.
Nel campionato di terza categoria possono giocare tutti: giovani, bambini, ciechi, ci si tira per la maglia in maniera fallosa, e in campo scendono anche asini e vecchiette vestite a lutto che non si risparmiano di picchiare gli arbitri e di intervenire nella bagarre. Anche se apparentemente non ci sono regole, c’è sicuramente un’onestà di base, e la vittoria la si vuole guadagnare col sudore della propria fatica e non con l’imbroglio. Toni alti e bassi si fondono tra loro, anche se il registro prevalente è quello comico e grottesco, dove le battute non mancano e la musica di Andrea Guerra, accompagnata dalla tecnica del ralenti, arricchisce lo stile del racconto, trasfigurando il calcio come pretesto per la critica sociale.
Ci ricorda un po’ lo spaghetti western alla Sergio Leone, sia per i primi piani sia per i campi lunghissimi che mostrano la wilderness incontaminata, dove Brai, leader del Montecastru, gira a cavallo, non risparmiandosi nemmeno l’ingresso al bar a bordo del suo destriero per intimidire i membri dell’atletico Pabarile; persino la finale di campionato pare descritta come se fosse un vecchio regolamento di conti stipulato di fronte alle porte di un saloon. I volti dei protagonisti sono quelli della tv nostrana: dal cameo di Pannofino (doppiatore di Clooney, Banderas, Benicio del Toro e molti altri grandi di Hollywood) alla presenza di Benito Urgu, comico e cabarettista nonché autore musicale che nell’isola gode di una fama al pari di una rockstar; a interpretare poi la parte della fatalona irraggiungibile e sexy è Geppi Cucciari, unica donna del cast, sardissima e simpatica star di Zelig che con la sua personalità e vis comica incarna tutto fuorché lo stereoptipo della solita sciacquetta. Compaiono poi svariati simboli legati al cattolicesimo, assimilando il calcio a un credo religioso: crocifissi, rosari, agnelli (anche in croce), funerali in nero con processione, persino un brillante richiamo all’ultima cena, che, come in un affresco, ci mostrano un mondo arcaico e rurale dove ancora vige la legge del taglione e dove la lingua è il dialetto (sottotitolato italiano). Una catabasi infine porta l’arbitro internazionale, dopo aver commesso gravi errori accecato dalla fama e dalla popolarità, negli inferi della terza categoria.
Una parabola discendente che si fa dunque perla rara per il cinema italiano, capace di sorprendere anche chi non ama Stefano Accorsi in quanto parte di una dimensione corale dotata di simpatia e personalità.
Roberta Giani, da “spaziofilm.it”

Calcio come sport. Calcio come passione. Calcio come esercizio alla vita. Non bastasse la citazione di Albert Camus in apertura, L’arbitro di Paolo Zucca non prende affatto le distanze da simili considerazioni, nemmeno alla lunga. Il film del regista esordiente, tuttavia, non anela ad un ritratto anche solo vago di questa così controversa professione: si serve di essa per raccontare qualcosa su di noi, sulla sua Sardegna. O almeno, questa è l’impressione.
Perché in fondo ne L’arbitro non c’è quasi nulla che tende a prendersi sul serio, se non proprio quel ritratto di fondo che, grottescamente agghindato, tratteggia realtà su cui probabilmente non si vuole ridere poi molto. Una commedia, dunque, di quelle che non disdegnano personaggi ed episodi sopra le righe, come può esserlo ad esempio uno sbruffone di paese che entra nel bar dei “rivali” direttamente in sella al proprio cavallo.
Protagonista uno Stefano Accorsi che a conti fatti non ruba la scena a nessuno, sia perché le sue apparizioni davanti alla macchina da presa sono ben dosate, sia perché i cosiddetti comprimari finiscono col reggere il vigore della pellicola tanto quanto. Non a caso la storia segue da un lato gli sviluppi della carriera dell’arbitro Cruciani (Accorsi, per l’appunto), ad un passo dalla vetta professionale nel settore, dall’altro, invece, la spigolosa rivalità di due squadre dell’ultima categoria dilettantistica della Sardegna, quella tra il Montecrastu e l’Atletico Pabarile. Vicende vissute alternativamente, in attesa di quel climax narrativo che funge un po’ da punto di non ritorno, e per gli uni e per gli altri.
Per comprendere l’impronta scavata da Zucca in questo suo primo film, basta già la prima, a suo modo esilarante sequenza: una terna arbitrale si prepara ad entrare il campo prima di una partita che si direbbe importante (o magari no) osservando una liturgia che sa di rito di religioso antico, e dove infatti, per enfatizzare tale mistico carattere, non mancano Crocifissi e Santi Rosari. Un inizio che è tutto un programma, e che appunto si rivela emblematico di un film intero.
Per chi non lo sapesse, L’arbitro è il titolo omonimo di un precedente cortometraggio di Paolo Zucca, qui ampiamente trasposto nella misura in cui è stato possibile. Coloro che l’avessero visto non faticheranno a scorgere certe trovate, come l’agnello in croce, la vecchia che picchia il direttore di gara, o la faida interna alla squadra del Montecrastu. Qui ovviamente il regista sardo ha avuto modo di ampliare tale scenario, dotandolo più che altro di un ampio prologo. Attraverso il film veniamo messi a conoscenza degli eventi che hanno condotto a quella strana ma sentitissima partita tra Pabarile e Montecrastu, nonché di come il principe Cruciani sia finito ad arbitrarla.
Ma come già accennato, sono altri i personaggi a farla da padrone. Su tutti l’allenatore Prospero (Benito Urgu), tecnico non vedente del Pabarile che si presenta al pubblico con una sua intrigante teoria in merito alla definizione, se non addirittura al concetto, di «pallone da calcio». Uno che dice sempre (o quasi) la cosa sbagliata al momento giusto, e per cui quindi non si può fare a meno di simpatizzare. Sarà lui a chiudere tutto. Notevole, perché in linea col carattere bizzarro e stralunato del film, anche il personaggio di Matzutzi (Jacopo Cullin), il cui profilo è già a priori un ribaltamento del concetto di straniero in ambito calcistico: nato da quelle parti, ad un certo punto il padre Sventura (immancabile soprannome dei piccoli centri) porta lui e la sua famiglia in Argentina per far soldi, chiaramente non riuscendoci. Tornato in Italia, quel che resta all’anacronistico Matzutzi è un taglio da pornodivo anni ‘70 e l’accento ispanico da sudamericano. Si dà il caso, però, che sappia anche giocare bene a pallone, quindi risorsa provvidenziale per un Pabarile a secco di punti fino all’ultima giornata.
Altra componente di rilievo è la figlia di Prospero, Miranda (Geppi Cucciari), alla quale vengono affidate non troppe battute ma tutte riuscite. Chi però a questo punto ipotizzasse una fotografia di certa parte dell’entroterra sardo dovrà ricredersi. Poiché tutto è funzionale a quel match che di fatto chiude le danze, l’approfondimento di quella che potremmo definire la “vita di paese”, nella migliore delle ipotesi, si percepisce e basta più; d’altronde non è un ennesimo Amarcord quello a cui evidentemente tendevano Zucca e la collega sceneggiatrice Barbara Alberti.
Nondimeno l’affresco è impietoso, sopra le righe. Sembra di stare assistendo a due momenti storici, tale è la forbice tra il mondo dell’arbitro Cruciani e quello delle due sgangherate squadrette di provincia. Già solo le divise ci parlano di un contesto che si è fermato a cinquant’anni fa, con quelle classiche casacche che non si vedevano dai tempi di Rivera e Mazzola. Ma poi la vecchia di nero vestita, costantemente velata come si usava un tempo per indicare l’amaro ed irrimediabile lutto del marito; il sacerdote con i paramenti che la Chiesa “rinnovata” del post-concilio ha pensato bene di riporre in polverosi cassetti per non più aprirli; contadini e bracconieri che sembrano usciti da una di quelle foto che risalgono ai tempi della lotta per i latifondi. A tutto ciò fa il paio la freschezza della classe arbitrale nostrana, che in un assolato campo da calcio si produce in un coreografico allenamento, argutamente canzonatorio, per poi discutere di “cose serie” all’interno di una piscina da terme vere e proprie. Dalle stelle alle stalle insomma… letteralmente.
Ciò detto, L’arbitro è un’opera interessante, che intrattiene, ed anche fatta con criterio rispetto a quanto siamo soliti assistere in giro dalle nostre parti. Non vorremmo battere ancora una volta sul dente che duole, ma in fondo stavolta la critica giova a mettere in evidenza la resa del film in esame – anche se in maniera appena un po’ perversa, lo concediamo. Dietro la scorza oltremodo bizzarra de L’arbitro, si cela l’immancabile trasposizione di una realtà che, stringi stringi, non è poi tanto differente da quella proposta. Stavolta, però, filtrata in maniera spassosa, raramente banale, sulla falsa riga di un Sorrentino, al quale Zucca si accoda senza nemmeno nasconderlo troppo. Non solo i personaggi, come già ravvisato, ma certi movimenti di camera ed uscite estemporanee ricordano il cinema dell’affermato regista partenopeo ne L’arbitro. Non è tutto lì, ci mancherebbe, ma per dare una vaga idea ci può anche stare.
Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

L’arbitro Cruciani, detto il principe, è un dei fischietti più in vista nel calcio europeo che conta e quest’anno, vista l’assenza italiana nelle fasi finali potrebbe anche arbitrare l’ambita finale che gli spalancherebbe le porte del Fischietto d’Argento. Intanto in Sardegna nella terza divisione una squadra locale comincia a ribaltare la propria sorte e da ultima nel campionato lentamente risale la china grazie al ritorno dall’Argentina del figlio di un compaesano emigrato. L’obiettivo è raggiungere e magari superare la squadra del paese nemico in una zona che pare vivere solo di pastorizia e rivalità calcistica.
Nel 2009 L’arbitro, di Paolo Zucca, vince il premio come miglior corto ai David di Donatello. Nel 2013 L’arbitro, di Paolo Zucca, arriva come lungometraggio alla Mostra di Venezia nella sezione Giornate degli autori. Il regista ha gonfiato la storia in un lungo che funziona da grande prequel, tenendo gli eventi narrati nel corto tutti nell’ultima parte. In questa maniera aver visto o meno il cortometraggio non pregiudica la visione del film ma in un certo senso il prodotto nel suo complesso ne esce sfilacciato.
L’arbitro infatti è dominato da diverse anime che mal si conciliano nè trovano una vera armonia. La storia d’amore, il grottesco felliniano dei volti e dei dialetti, del vento e della recitazione esagerata, unito a quello gretto in stile Ciprì e Maresco, la dimensione estetizzante fornita da un bianco nero pulito e raffinato grazie al quale ogni cielo nero rimanda ai grandi western e ogni controluce disegna sagome perfette, il melodramma accennato delle faide e anche la corruzione sportiva fatta di saune, cattolicesimo, palazzi di potere e convenienze vivono di acuti ma non si amalgamano come dovrebbero. Il film non sembra così un’opera unica ma l’unione di più istanze diverse.
Tuttavia sarebbe miope non notare il talento di Paolo Zucca, regista inventivo e ironico, capace di creare momenti originali su un canovaccio molto abusato dal nostro cinema (le piccole e amabili ridicolaggini della vita provinciale), in grado di disegnare personaggi lontani da ogni epica eppure vicini ad ogni cuore (selezionati con grande abilità di casting), semplicissimi e basilari nella scrittura ma fenomenali nella riuscita filmica. L’arbitro trabocca di invenzioni che parlano molto più della trama: cimiteri da attraversare per giungere ai campetti, cavalli che entrano nei bar per guardare dall’alto verso il basso, allenatori ciechi, superalcolici consumati davanti ai tifosi prima di entrare in campo e molto altro.
Con tutti i suoi difetti L’arbitro è un film che nei suoi momenti migliori trova una potenza non comune, che anche quando si cimenta su un terreno molto usuale, scarta il prevedibile e parla con una voce personale trascendendo la propria trama, riprendendo volti noti (Geppi Cucciari, Stefano Accorsi) in maniere inedite, come corpi che non conosciamo.
Il film di Zucca parla del potere esercitato e di quello subito, riuscendo a farlo molto meglio nel mettere in scena uno sfottò provinciale rispetto a ordire trame nei grandi palazzi del calcio, è più potente e memorabile quando gioca con la musica swing e movenze arbitrali grottesche (la trovata che già animava il corto) che non quando cerca un parallelo tra la corruzione calcistica ad alti livelli e quella politica, vive d’immagini e non di parole.
Gabriele Niola, da “mymovies.it”

Stefano Accorsi è un arbitro, anzi, L’arbitro. Nell’ambiente è conosciuto come il Principe per la leggiadria con cui dirige le partite da lui arbitrate, tanto da sembrare un ballerino alle prese con delle coreografie lungo le linee del campo piuttosto che un giudice di gara. La sua eleganza, la sua dedizione al mestiere, lo stanno portando finalmente all’arbitraggio della prima finale europea della sua carriera, ma l’ambizione e l’ego gli faranno infrangere quel regolamento di cui si è dimostrato sempre il difensore più accanito, facendolo precipitare nel girone dei dannati, ovvero la terza categoria sarda. La sua ascesa e la sua caduta si svolgono in parallelo con le vicissitudini dell’Atletico Pabarile, squadraccia sarda sempre umiliata dal Montecrastu, il cui leader è l’odioso fazendero Brai, fino al giorno in cui un argentino tornato al paese per riconquistare la bisbetica figlia dell’arbitro cieco del Pabarile si rivela un fuoriclasse che, partita dopo partita, porterà l’improbabile team a risalire la china del campionato, giungendo all’epico scontro finale…
Versione estesa di un cortometraggio con cui Paolo Zucca nel 2009 aveva vinto il David di Donatello, L’arbitro è una divertita e divertente dichiarazione d’amore nei confronti della più grande passione/ossessione degli italiani: il calcio. Giocando con i generi e i registri, il film riesce a rappresentare sapientemente e con gusto l’essenza di questo sport che, come diceva Churchill, gli italiani affrontano con più serietà e partecipazione di una guerra. L’ambientazione rurale sarda e la totale ininfluenza del suo infimo campionato rispetto agli equilibri del mondo, intrecciandosi alla descrizione dei sofisticati e quasi massonici corridoi delle federazioni calcistiche internazionali, mostra tutta la portata esistenziale, la capacità di aggregazione e di scatenare odio e amore, la sacralità, di uno sport che per il nostro Paese più che per altri è metafora stessa della vita.
E la chiave grottesca e surreale dell’Arbitro è la più giusta per descriverne meccanismi e rituali, portandoci dietro le quinte di una professione spesso odiata, ma che si rivela il perno da cui dipendono, oltre che il business, la carriera dei giocatori, la felicità o l’infelicità dei tifosi, oltre che i destini degli arbitri stessi. Accorsi è molto bravo nel prestare al ruolo la sua gestualità, la disinvoltura nel ballare (sulle note della bellissima Vivere di Cesare Andrea Bixio del ’37) e soprattutto la capacità di non prendersi troppo sul serio, supportato da un ottimo cast che raccoglie compaesani del regista non professionisti e attori molto collaudati come Geppi Cucciari, Marco Messeri, Francesco Pannofino e Benito Urgu. L’arbitro di Zucca si rivela un’opera di puro intrattenimento, che gioca gioiosamente mescolando più generi, dallo spaghetti western alla Leone (con i primissimi piani dei suoi personaggi) alla commedia e al musical, mostrando le liturgie e i sentimenti inconsci, gli amori e le faide, che solo il calcio sa portare a galla.
Mi piace
L’approccio divertente ma appassionato a una materia come quella del calcio, ossessione per milioni di italiani. La bravura di Stefano Accorsi.
Non mi piace
Il film è un divertissement, forse fin troppo.
Consigliato a chi
A chi tifa. E a chi non tifa ma vuole capire qualcosa di più di questa passione divorante.
Marita Toniolo, da “bestmovie.it”

Una delle ragioni che hanno spinto Stefano Accorsi ad accettare il ruolo da protagonista ne L’arbitro è l’uso del bianco e del nero, espediente stilistico che, già in Razzabastarda di Alessandro Gassman e prima ancora in Dead Man di Jim Jarmusch, aveva avuto il merito di rendere epico, archetipico, quasi liturgico il racconto per immagini.
Nel caso del primo lungometraggio di Paolo Zucca, che sviluppa l’omonimo corto vincitore del David di Donatello nel 2009, l’assenza di colore coincide anche con la precisa volontà di decontestualizzare, tanto nello spazio quanto nel tempo, una storia che parla dello sport che meglio di ogni altro sa farsi metafora della vita contemporanea: il calcio.
Ammiccando ai film di Sergio Leone, di cui riprende spazi estesi, volti segnati, nuvole di polvere e ineluttabili regolamenti di conti, il regista intreccia all’eterna faida fra le scamuffe squadre dell’Atletico Papabrile e del Montecrastu la corsa verso la dannazione professionale di un arbitro che, un po’ per ingenuità e un po’ per frustrazione, si lascia corrompere.
Punteggiando il dipanarsi di questa seconda vicenda di canzonette in stile Ventennio e di coreografici allenamenti che fanno pensare agli esercizi dei Balilla mostrati nei cinegiornali d’epoca, Zucca evita l’allusione a calciopoli e il paragone con riottosi figuri alla José Mourinho, facendosi invece portavoce delle umane debolezze.
Più che i personaggi, nella sua storia contano i sentimenti assoluti, e se all’amore pensa la commedia (affidata alla coppia Geppi Cucciari/Jacopo Cullin), la rappresentazione dell’odio e della vendetta si affida a toni cupi e – come già detto – ai tempi sospesi del western.
Alternando l’italiano al dialetto, L’arbitro ha poi il pregio di essere un acuto ritratto di una Sardegna che, sebbene venga mostrata attraverso lo specchio deformante di un grottesco alla “Cinico TV”, emerge nella sua essenza di isola dura, selvaggia e imperscrutabile.
Era dai tempi de Lacapagira che un film non riusciva a penetrare così a fondo la dura scorza di una realtà regionale del Sud Italia.
Certo, rispetto ai protagonisti de L’arbitro, i personaggi di Piva erano meno shakespeariani, ma forse era più facile seguirli e amarli, perché nell’opera prima di Zucca l’ossessione per l’inquadratura perfetta crea talvolta una forte distanza emotiva.
Per questa ragione ci sembra migliore la parte legata all’arbitro Cruciani, che Accorsi sa rendere fragile e sprovveduto.
Il film è una buona occasione di crescita anche per lui, che già con La vita facile e Viaggio Sola ha intrapreso una strada nuova.
Carola Proto, da “comingsoon.it”

Sulle note della splendida ‘Vivere’, canzone storica composta nel 1937 da Cesare Andrea Bixio, e cullato dalle musiche evocative composte da Andrea Guerra, il film di Zucca gioca col calcio e palleggia col cinema dimenticandone i dogmi e le regole ma esaltandone l’estro e la bellezza.
Dio perdona, l’arbitro no
Lo chiamano ‘il principe’, per i suoi modi garbati e per la postura elegante con cui affronta la direzione delle sue gare e con cui segnala corner, punizioni e calci di rigore. Parliamo dell’arbitro Cruciani, ‘fischietto’ arrivato ad arbitrare incontri ai più alti livelli internazionali, che si muove sul prato leggiadro e fluttuante, quasi danzando tra le linee dei più prestigiosi campi di calcio d’Europa. Ma proprio quando il sogno di arbitrare una finale europea sembra essere molto vicino, ecco che la sua integrità morale e il tanto invocato rispetto del regolamento vengono messi da parte per lasciar posto all’ambizione. In tutt’altro scenario gioca invece le sue partite l’Atletico Pabarile, senza dubbio la squadra più scarsa della terza categoria sarda, che continua a subire le umiliazioni dell’imbattibile Montecrastu, lo squadrone capitanato dall’odioso fazendero Brai, altezzoso e avido proprietario terriero della zona. A risollevare le magre sorti del Pabarile sarà Matzutzi, un giovane talento del pallone che dopo un lungo periodo in Argentina fa ritorno nel paese d’origine. Con l’obiettivo di fare breccia nel cuore di Miranda, la bisbetica figlia dell’allenatore cieco del Pabarile, il goleador dall’accento sudamericano prende in mano la squadra e partita dopo partita riesce a portarla ad un passo dalla vittoria del campionato nonostante i tentativi di boicottaggio del Montecrastu. Si giocheranno tutto nella finale, sfida all’ultimo sangue in cui le due squadre si affronteranno a viso aperto e senza esclusione di colpi, ignorando che a dirigere la gara sarà un arbitro internazionale in cerca di redenzione, spedito per punizione negli inferi della terza categoria dopo un grave illecito sportivo…
L’arbitro: Jacopo Cullin (di spalle) in una scena del film nei panni di Matzutzi Faide, fischietti, amori, dribbling, pecore, cavalli e palloni gonfiati. Tutto insieme ne L’Arbitro, il film d’esordio dello sceneggiatore Paolo Zucca concepito come sviluppo e ampliamento dell’omonimo cortometraggio che gli è valso nel 2009 il David di Donatello e il prestigioso Premio della Giuria al Festival Internazionale del Cortometraggio di Clermont-Ferrand. Girato tra Cagliari e il paese di origine del regista nella provincia di Oristano, L’arbitro è in tutto e per tutto un atto d’amore nei confronti del calcio e un omaggio allegorico alla controversa figura del giudice di gara, un uomo solo e indifeso chiamato a gestire piccoli grandi poteri, ad essere super partes e a prendere decisioni che possono influire sulla carriera dei calciatori senza mettere in conto che anche la sua è a tutti gli effetti una carriera.
L’arbitro: Francesco Pannofino in azione nei panni di Mureno Un po’ western, un po’ commedia e un po’ musical, L’arbitro è una ballata in bianco e nero (scelta rischiosa ma affascinante) che tra il romantico, l’epico e il grottesco ci racconta la fragilità umana di fronte al potere, alla sconfitta e alla vittoria, un intrattenimento di grande pregio visivo che con un tocco di leggerezza e di estro narrativo ci restituisce, estremizzandole, la sacralità e le liturgie di uno sport che a qualsiasi livello riesce a coinvolgere le masse, a costruire e a distruggere, a divertire e a far paura, a unire e a dividere. L’ancestralità dello sport e le rivalità sul campo si legano a doppio nodo con i codici arcaici del mondo pastorale e alle atmosfere misteriose che si respirano nell’imperscrutabile entroterra sardo, luoghi popolati da uomini e donne che non si arrendono mai, soprattutto di fronte alle ingiustizie.
L’arbitro: una bella immagine di Stefano Accorsi tratta dal film Ottima la scelta del cast, che amalgama alla perfezione attori non professionisti compaesani del regista, appesantiti e adorabilmente autentici, con attori di grande esperienza (Geppi Cucciari, Stefano Accorsi, Marco Messeri, Benito Urgu, Alessio Di Clemente e Francesco Pannofino nei panni esilaranti dell’arbitro Mureno) che rendono particolarmente briosa la parte comica della storia in special modo nell’ultima mezz’ora, dal momento in cui le vicende dell’arbitro Cruciani e quelle dell’Atletico Pabarile si intrecciano dando vita ad un farsesco e spumeggiante carosello. Cineasta dal grande talento visivo e dallo sguardo disincantato, Zucca riesce a mixare generi e registri diversi confezionando un film capace di dire la sua nell’ostico panorama calciocentrico e conciliando in maniera surreale il microcosmo della terza categoria con il macrocosmo delle competizioni internazionali, il tutto in una storia completamente astratta dalla realtà e dal tempo. Se la cava egregiamente Stefano Accorsi nei panni dell’arbitro Cruciani: con la sua mimica facciale, il suo fisico statuario e la sua bizzarra gestualità a metà tra il serio e faceto, riesce a restituire in maniera divertente e divertita la figura chiave del film, un uomo combattuto tra il rispetto delle regole e il suo egocentrismo che un po’ per ingenuità e un po’ per dolo finisce nel girone dei dannati. Sulle note della splendida ‘Vivere’, canzone storica composta nel 1937 da Cesare Andrea Bixio, e cullato dalle musiche evocative composte da Andrea Guerra, il film di Paolo Zucca gioca col calcio e palleggia col cinema dimenticandone i dogmi e le regole ma esaltandone l’estro e la bellezza.
Luciana Morelli, da “movieplayer.it”

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