LADY IN PARIS



Anne Rand ha divorziato da un marito ubriacone e vive in Estonia con una madre malata. La morte improvvisa del genitore la convince ad accettare un’offerta di lavoro a Parigi, dove dovrà prendersi cura di un’anziana signora. Convinta a partire dall’entusiasmo della figlia, Anne precipita in un mondo profondamente diverso dal suo, di cui prende le misure passeggiando ogni notte sola e scompagnata. L’incontro con Frida, fiera parigina ostinata a dimenticare le sue origini estoniane, non è dei migliori ma a convincerla a restare è Stéphane, gestore di una brasserie e amante della donna molti anni prima. La convivenza e la reciproca curiosità invitano presto al dialogo e alla comprensione. Tra un tè caldo e un croissant di pasticceria, Anne e Frida troveranno un sentimento amicale, che le spingerà a fare il punto della loro vita e a riprendere la vita.
Ispirato dalla biografia materna e dalla passione per la capitale francese, Ilmar Raag alimenta lamythologie parigina, fiamma forte e viva nel buio della sala. Dichiarazione d’amore a Parigi e al cinema francese, da cui riprende l’idea della triangolazione come struttura relazionale che lega i percorsi affettivi e sentimentali dei protagonisti, A Lady in Paris è una storia di incontri, di sguardi, di impasse. Con pudore e discrezione Raag esplora il volto dei suoi personaggi rivelandone l’anima e definendone l’identità in funzione del loro rapporto col passato, coi sogni realizzati e quelli infranti. Guidato da un’irriducibile Jeanne Moreau, il regista estone passeggia per i boulevard chiarendoci il fascino esercitato da Parigi sugli stranieri e sui narratori come lui, che alla maniera di Anne impara a comprare un croissant in boulangerie e a snobbare il museo del Louvre, meta del turista e non di un vrai parisien. Posseduta dal mito di Parigi è pure la protagonista, emigrata e dolente con una vita faticosa e sfortunata alle spalle, che rispolvera la voce ‘analogica’ di Joe Dassin e si perde nelle sue note, ritrovandosi consapevole di sé e del suo desiderio dentro l’alba e davanti alla Torre Eiffel. A Parigi la Anne di Laine Mägi recupera attenzione e senso, innamorandosi finalmente di un uomo gentile e risvegliando da uno struggimento nostalgico l’anziana signora che pazientemente accudisce. Egoista e ossessionata da un ex amante per cui è ormai troppo agée, Frida vive sprofondata negli interni del suo appartamento borghese dove mette in scena solo se stessa e l’imitazione di una relazione, immemore del mondo che continua a esistere fuori dalla porta. Testimone di un amore sorgente tra Anne e il suo Stéphane, un empatico Patrick Pineau, deciderà per la vita, emergendo da ciò che era latente e calandosi nel presente e una stagione che con gli orrori può ancora promettere splendori. La bionda e delicata Anne è la trovata drammaturgica che rompe allora le illusioni senili e riporta aria fresca dentro uno spazio chiuso e una reclusione affettiva, inducendo Frida e Stéphane a scendere di nuovo in strada e a (re)incontrare la città dei loro sogni. Perché come sosteneva Humphrey Bogart: “avremo sempre Parigi”, una città che appare un perfetto altrove, promessa e già ricompensa.
Di Marzia Gandolfi , da mymovies.it

Metti un regista estone, Ilmar Raag, ultraquarantenne tutto fare in patria, e ora giunto ad un film ispirato ad una sconfinata ammirazione per Parigi, nata quando era studente all’università di Tartu, che qui contiene in una storia dove emerge una buona attrice estone, Laine Magi, e giganteggia la sempre immensa Jeanne Moureau, che all’occasione fa la signora estone, immigrata da tempo nella magica città, e nasce UNE ESTONIENNE A’PARIS ( inglesizzato in A LADY IN PARIS).
All’apparenza tutto sa di furberia, pretenziosa mediocrità e orgoglio estone e si passerebbe oltre …ma Jeanne Moreau , la musa ambigua e sensuale dei più grandi registi francesi e non, dallo scopritore del suo talento (coltivato alla Comédie – Francaise) Louis Malle, che negli anni 50 con “Ascensore per il patibolo” e “Les Amants” le aprì le porte del successo nella fase aurea della Nouvelle Vague, a F.Truffaut, M.Antonioni, L.Bunuel, L.Besson, W.Wenders e così via…la vogliamo ignorare? No, e si va a vederla di nuovo protagonista, dopo le piccole parti degli ultimi anni, nello splendore delle sue 85 primavere che non le hanno tolto smalto, combattività e classe. La parte di Frida, signora benestante con passato artistico, che non si rassegna ad invecchiare, vuole morire e maltratta tutti, è insidiosa e potrebbe trascinare in esagerazione e patetismi, ma la Moreau non ci cade e con autoironia sottile e grande amore per la sua arte fa un incantevole percorso di formazione chiarendosi e chiarendo i suoi rapporti con gli altri e con la vita. Un regalo per chi la vede muoversi con energia e varcare il limite dell’amore–odio per se stessa e per l’uomo molto più giovane, Stephan (un dignitoso Patrick Pineau), che a suo tempo l’ha tanto amata e tuttora si occupa di lei con affetto vero, quasi più che filiale. Ilmar Raag conduce il film prevalentemente entro le pareti della bella casa di Frida, con scene occasionali della Parigi turistica e notturna, quando l’attrice estone che interpreta Anne, arriva nella città, assunta da Stephan come badante, attraverso un istituto per anziani dove aveva lavorato in Estonia prima di concentrarsi sulla madre, morta da poco. Anne, bionda, asciutta, ancora relativamente giovane, silenziosa e implosa nelle sue nordiche emozioni, è il terzo elemento del trio di questa storia. L’ostilità, la arroganza e prepotenza sistematica di Frida, inizialmente, anche perché avvertita, non la turbano, visto che non ha nulla da perdere, divorziata e con figli grandi, e subito affascinata dalla semplice aria della Parigi normale, di tutti i giorni, con il bar d’angolo di Stephan, la boulangerie per i croissant di Madame, i negozi di abbigliamento. Madame picchia duro perché vuole ciecamente solo Stephan, ma quando, senza scene e con muta tristezza e rassegnazione Anne la lascia ….si potrà aprire un nuovo ciclo vitale per tutti. Il regista estone, memore di una storia simile vissuta da sua madre in un ruolo di badante a Parigi ,con questa piccola storia fatta di dettagli non insistiti, di significativi primi piani, di sguardi più eloquenti di tante parole, fotografata con perizia e tonalità di colore adeguate ai climi diversi e ai diversi stati d’animo, fa un omaggio a Parigi, a Jeanne Moreau, protagonista assoluta dallo sguardo fiammeggiante e a Laine Magi, antagonista sommessa ma decisiva. L’Estonia è fredda e lontana,ma il cuore degli estoni può essere caldo e ricco di sorprese e a Parigi può succedere di tutto. Anche questo è cinema, basta accostarcisi.
Da cinerepublic.filmtv.it

Anne (Laine Mäigi) ha divorziato da un marito alcolizzato e violento, e vive sola con la madre malata. Quando la donna muore, Anne accetta di lasciare la natia Estonia per andare a Parigi e prendersi cura di Frida (Jeanne Moreau), un’anziana signora estone emigrata in Francia molti anni prima. Ma ben presto Anne si rende conto di non essere gradita: Frida, cinica e crudele, non vuole una balia e invita la donna ad andarsene. Tutto ciò che Frida desidera, infatti, è l’attenzione di Stéphane, suo ex amante molto più giovane. L’uomo prova ancora per lei dell’affetto ma, conscio di doversi alleggerire dal peso dell’attaccamento, insiste perché Anne rimanga accanto a Frida. Dopo un inizio burrascoso, i rapporti tra le due donne migliorano, sotto lo sguardo rassicurante di Stéphane (un convincente Patrick Pineau)…
La vecchiaia, la solitudine, la memoria e la morte. Sullo sfondo evocativo di Parigi. Sono questi i temi principali di A Lady in Paris, ultimo lavoro del regista estone Ilmar Raag, in uscita nelle sale italiane il 16 maggio 2013. La vecchiaia e la solitudine di Frida, frutto di una vita orgogliosamente anticonformista e ora appesantita dal suo bagaglio di ricordi. La solitudine di Anne, che ha sacrificato l’esistenza ai suoi doveri famigliari, ora alle prese con l’inevitabile codazzo di rimpianti. Raagracconta la storia di un paese “in trasferta”, la sua Estonia, prendendo spunto da una storia personale, quella della propria madre, «vicina ai 50, divorziata, afflitta dalla solitudine dopo che i figli erano andati via di casa» che «un giorno riceve l’offerta di un lavoro a Parigi, per prendersi cura di un’anziana signora di origini estone e al suo ritorno era diversa».
Parigi l’ammaliatrice, dunque. Parigi la città dei sogni. Una Parigi che Raag riprende malinconica, sempre di notte o, quando Anne è davanti alla Tour Eiffel, sotto un cielo grigio e pochi turisti lungo le sue strade. Una Parigi che è quella delle brioche calde e non del Louvre, snobbato come fanno i vrais parisiens. Fra le luci sfocate dei lampioni e le vetrine illuminate con le loro promesse illusorie, seguiamo il girovagare di Anne in questa città straniera, da sempre luogo di incontro fra generazioni, fecondo e doloroso avvicinamento tra culture. Cerchiamo di interpretare così i suoi silenzi, i suoi sguardi pensosamente incuriositi, i pensieri di una badante tra le molte che negli ultimi anni sono arrivate nell’Europa occidentale e si sono scontrate con la rabbia, le frustrazioni e a volte con gli improvvisi momenti di dolcezza dei nostri anziani. Quell’insieme disperato di voglia di vita e malinconia che splendidamente Jeanne Moreau ci regala, senza vergognarsi di mostrarci i vezzi e l’impietosa decadenza di quel suo corpo ormai anziano. In una prova magistrale.
Di Massimiliano Jattoni Dall’Asén ,da max.gazzetta.it


La semplicità del titolo originale (Une estonienne à Paris) dà il tono a questa cronaca dolce, realizzata da un giovane regista estone, e quindi naturalmente vicino alla sua protagonista. Lei è Anna e arriva nella capitale francese per occuparsi di una vecchia ricca signora, Frida, arrivata a sua volta dall’Estonia quando ancora era molto giovane e ormai sprofondata nella solitudine e nella depressione. La vecchia signora tiene molto alla sua dignità e al suo rango, ma ha anche un pessimo carattere. Un incontro difficile quindi, ma di quelli che si possono definire esistenziali. Su questo tema piuttosto classico, Ilmar Raag riesce a evitare le chiacchiere inutili, gli sbrodolamenti e gli elementi pittoreschi. Invece di indugiare nei battibecchi, esplora i silenzi, la solitudine e anche la nostalgia. Una musica da camera a cui gli attori (su tutti una Jeanne Moreau imperiale) riescono a dare suoni e sfumature.
Di Frédéric Strauss, Télérama , da internazionale.it

Accostarsi a “A lady in Paris” implica avvicinarsi ad un cinema di nicchia, che si mostra in sordina, che cerca un contatto quasi personale con lo spettatore. Il film ha vinto il Premio Ecumenico del Festival del film di Locarno ed è distribuito in Italia dalle Officine Ubu: particolari per gli addetti ai lavori ma anche segni distintivi di un tipo di cinema per veri amatori. Le tematiche che si avvertono nel film contengono una forte componente autobiografica, aspetto che lo stesso regista ammette e che si riconosce facilmente nella visione. Lo sguardo che ci guida è personale di chi, a Parigi, si sente costantemente in terra straniera e si accosta alla città dei sogni con timida umiltà: Laine Magi, interprete protagonista, riveste perfettamente questi tratti con una recitazione che non si ferma alla dizione incerta del francese (il film è da vedere in lingua originale, altrimenti si perderebbe uno dei suoi aspetti migliori), ma si completa nella sua corporeità appena trascurata e nei movimenti incerti che trasmette ad Anne. Una donna che si accosta alla città dei sogni con gli occhi di chi ha vissuto dietro la cortina di ferro molto a lungo e che deve trasformarsi per poter godere appieno della sua vitalità. Il suo è, in fondo, un percorso di formazione, che la porterà a rifiutare il “pianerottolo”, la parte immobile della vita, dove si resta da spettatori della vita immobili, impauriti, da cui ci si sradica con audacia ed emotività. Fautori di questo cambiamento sono Stephane e, soprattutto, Frida, perno su cui si pone l’intero impianto narrativo, interpretata da una magnifica Jeanne Moreau. Il suo tragico ma divertentissimo personaggio è il vero motore dell’azione: a causa sua Anne viene a Parigi, il suo pessimo carattere smuove Anne dal suo umile immobilismo; tutti i movimenti dei personaggi ruotano attorno alla sua casa e al suo caffè, ai suoi umori e alle sue pazzie. In fondo, Anne cambia e compie le sue scelte in risposta alla personalità e alle insinuazioni di Frida, ai suoi crudeli dispetti, ai suoi inaspettati slanci d’affetto. A sua volta, però, anche Frida prende le distanze dalla sua scontrosità proprio in merito ad Anne e al suo rispetto affettuoso. Così la storia si evolve in uno scambio di favori, di emozioni, di trasformazioni, e si può arrivare a leggerlo come una trasmissione di esperienze tra diverse generazioni, tra diverse donne, tra diversi caratteri. Parigi sullo sfondo si mantiene in disparte, accettando un ruolo da città straniera, visitata e ammirata dagli occhi stranieri di due donne estoni che fanno i conti con la vita da immigrate infine contente.
La frase:
“Non startene lì sul pianerottolo”.
Di Matteo Brufatto , da filmup.leonardo.it

In una gelida serata estone, la non più giovane ma altrettanto bella Anne rientra in casa dopo aver raccattato per strada il proprio cognato: un molesto beone, apparentemente senza speranza. Divincolatasi tra le grinfie del corpulento parente acquisito, sfonda la porta di casa, dietro la quale si era asserragliata l’anziana madre; distesa per terra, la dolce vecchietta sembra non ricordare chi sia la donna che ha davanti. Amnesia dovuta all’urto? No, inesorabile demenza senile.
In questa descrizione delle prime fasi di A Lady in Paris si cela tutto ciò su cui, da lì in avanti, ci si soffermerà. Con delicatezza, quasi pudore nel rappresentare situazioni così fragili, il cui approccio non è mai abbastanza appropriato. Il regista Ilmar Raag confeziona un film sincero, pur barcamenandosi tra personaggi non sempre distanti da certi stereotipi, ma non per questo meno adorabili.
È questo il caso della fenomenale Jeanne Moreau, se non protagonista, certamente trascinatrice e termometro di questa complessa vicenda. L’intramontabile Moreau interpreta Frida, un ex-diva del Teatro, anch’ella estone, emigrata molto giovane a Parigi. Ed è proprio da quest’ultima che Anne, morta sua madre, si reca per lavorare. Esasperata dal quel contesto che l’ha tenuta ingabbiata per anni, Anne decide di espatriare, cogliendo al volo l’opportunità di fare da balia in Francia.
Da qui A Lady in Paris (che in francese s’intitola, in maniera più incisiva, Une Estonienne à Paris) comincia ad assumere consistenza. Tassello dopo tassello, il garbato mosaico prende forma, restituendoci non soltanto un’umanità inizialmente assente per via di una freddezza pari al gelo riscontrato in quelle prime battute, ma anche delle notevoli interpretazioni, non solo da parte della già citata, splendida Moreau.
Anche Laine Magi, l’attrice che interpreta Anne, si comporta più che dignitosamente. Lei e Frida sono due personaggi se vogliamo speculari; entrambe, ciascuna a proprio modo, melanconiche, tristi. Anne emana una fragilità che appare quasi a lei connaturata, dato che oramai fa parte della sua personalità: estremamente umile, sottomessa ma con signorilità. Peculiarità che, almeno in un primo momento, fanno di lei una sorta di eroina cristica, carne innocente nelle grinfie di famelici e rozzi macellai. Frida, invece, s’impone a sua volta per un altro tipo di signorilità, quella smaliziata, altezzosa, ficcante. Battuta sempre pronta per la facoltosa signora, che non perde occasione per far pesare la propria condizione, sia sociale che anagrafica.
Entrambe, però, sono accomunate da un’angoscia che aleggia per tutto il tempo, affrontata in maniera diversa da ognuna delle due. La deliziosa Anne si trova a smaltire una perdita per certi aspetti agognata, che le ha causato più sofferenza finché non si è concretizzata. La scontrosa Frida, al contrario, deve sì smaltire una perdita, ma dinanzi alla quale non riesce in alcun modo a rassegnarsi. Quasi a volerci dire che tanto più si è disposti a perdere quanto più si ama, A Lady in Paris tratteggia le fasi conclusive di un più o meno lungo travaglio, fermandosi saggiamente lì, sul punto di mostrarci l’entità delle ferite.
Come già accennato, non manca il tatto da parte del regista estone. Un’atmosfera innegabilmente greve, viene stemperata da alcune mordaci ma al tempo stesso esilaranti uscite di Frida, mai fuori posto. Per questo abbiamo descritto la Moreau quale termometro della pellicola, proprio in virtù di quel sua saper bilanciare i toni, prendendo letteralmente per i capelli il film esattamente in quei punti in cui è in procinto di sgattaiolare verso non sappiamo dove.
Nondimeno, resta il mistero che si cela dietro l’attempata signora, svelato con riguardosa discrezione, perché tutto in A Lady in Paris viene maneggiato con i guanti di velluto, dalla sceneggiatura alla regia, quest’ultima totalmente asservita ai personaggi attorno ai quali ruota praticamente ogni cosa. Tanto che alcuni potrebbero non gradire tale tocco, così attento e ricercato: sarebbe un peccato, ma ci sta, perché l’intero film procede lungo la medesima linea, pressoché mai scostante. Senza affannarsi nel febbrile tentativo di tenere incollato lo spettatore, il reale valore va ricercato in quelle due signore estoni e nel loro inconsapevole aiutarsi a vicenda per uscire dai rispettivi gusci. Ed è ovvio che nelle loro storie ci sia parecchio dolore, ma il tutto è raccontato con una tenerezza che nella maggior parte dei casi tocca i tasti giusti.
Di Antonio Maria Abate, da cineblog.it

La distribuzione Officine Ubu porta nei cinema italiani il film di Ilmar Raag “A Lady in Paris“. Vincitore del Premio Ecumenico al Festival di Locarno, è una storia drammatica ma non sconfortante, anzi carica di prospettive positive. Il film narra la storia di due donne di origine estone a Parigi, ma con dei percorsi di vita completamente diversi.
Anna, interpretata da Laine Mägi, è una cinquantenne di provincia, mai uscita dall’Estonia, rimasta divorziata e sola a badare alla propria anziana madre malata. Alla morte della stessa, riceverà un’offerta di lavoro all’estero, a Parigi per l’appunto, dove un’anziana diva della stessa etnia ha bisogno di cure e assistenza. Arrivata ancora un pò frastornata nella grande capitale francese incontra Frida, resa sullo schermo da una sempre bravissima Jeanne Moreau. Frida è una donna molto sola ma orgogliosa, schiva e con tendenze al suicidio. Anna sarà chiamata da Stéphane (Patrick Pineau) – ultimo “amico” rimasto alla povera Frida – ad una prova di forza e sopportazione, per il bene dell’anziana signora.
Ilmar Raag scava a fondo nella sua storia autobiografica in questo film: racconta al tempo stesso la sua fascinazione per la capitale francese, e il suo isolamento in qualità straniero nella grande metropoli di Parigi. Prende poi spunto a piene mani, per sua stessa ammissione, dalla storia di famiglia che vedeva sua madre al tempo badante all’estero. Un’esperienza – sostiene il regista – che l’ha cambiata per sempre.
L’intreccio è molto basilare, ma non per questo scarno di significati. La personalità scostante e irosa di Frida si infrange contro la pazienza e la mitezza di Anna. Entrambe le protagoniste del film si smussano a vicenda, riuscendo alla fine a trovare insieme a Stéphane una via d’uscita che rinsaldi gli affetti e, in ultima analisi, conceda a Frida un epilogo di vita sereno.
Un film delicato, a tratti sia divertente che commovente, girato con calma e pacatezza e basato sui dialoghi e sulle emozioni espresse dai protagonisti; e un film che per merito di Jeanne Moreau, sempre in grado di rubare la scena, ci sentiamo di consigliare ai lettori meno avvezzi alla spettacolarizzazione del cinema, e più inclini al sentimento e alla riflessione.
Di Guido Brescia , da velvetcinema.it

Anne, estone non più giovane, con alle spalle un matrimonio fallito, ha appena perso la madre, da tempo malata di demenza senile. La donna, che ha accudito la genitrice per tutti gli anni della sua malattia, un giorno riceve una proposta di lavoro da Parigi: dovrà occuparsi di una sua anziana connazionale, che da molti anni vive nella capitale francese. Non senza esitazioni, Anne accetta l’impiego, ma una volta giunta sul posto si rende conto di non essere la benvenuta: la vecchia Frida, cinica e crudele, dice di non aver bisogno di una balia, e invita Anne a fare le valigie e a tornarsene a casa. A convincere la donna a restare è Stèphane, autore della richiesta di impiego ed ex amante di Frida: l’uomo, a cui Frida si attacca con tenacia morbosa, prova ancora un po’ di affetto per l’anziana donna, ma vuole anche essere alleggerito dal peso che il suo attaccamento comporta. Dopo un inizio teso e burrascoso, i rapporti tra Anne e Frida migliorano, quando i racconti dei rispettivi, dolorosi percorsi sembrano preludere a una comprensione reciproca: ma Frida, con cinismo calcolatore, vuole in realtà sfruttare la presenza di Anne per un impossibile riavvicinamento a Stèphane.
Sono la solitudine e la memoria, i temi principali di A Lady in Paris, nuovo lavoro del regista estone Ilmar Raag. Due motivi, questi, che accomunano le due (all’apparenza) diversissime protagoniste, interpretate magistralmente da Laine Magi e Jeanne Moreau: solitudine per l’abbandono delle persone vicine, dopo una vita vissuta in modo fieramente anticonformista, nel caso dell’anziana Frida; solitudine per un’esistenza sacrificata, sempre al servizio degli altri, nel caso di Anne; memoria che, da par suo, si fa rimpianto per entrambe le donne, per l’unico amore autentico, sopravvissuto solo come penoso simulacro, nel caso dell’anziana, e per il sogno di un’esistenza diversa, libera dai vincoli familiari (e familistici) nel caso della badante. E’ la città di Parigi, per entrambe, il luogo di tale memoria, che assume valenze diametralmente opposte nei due casi: luogo di emancipazione e di vita piena per Frida, ora rifiutato (a favore delle quattro mura domestiche) quando le promesse che portava con sé sono state disattese; luogo immaginato, sognato e mitizzato per Anne, oggetto di quella singolare nostalgia che si prova per luoghi, e tempi, mai vissuti. La città viene ripresa da Raag con una coloritura malinconica, in immagini notturne che ne restituiscono un fascino inedito, quasi intimo: la macchina da presa segue le passeggiate notturne di Anne tra le vie cittadine, sfoca le luci dei lampioni come ricordi indistinti, indugia su un abito nella vetrina illuminata di un negozio, come una malinconica promessa mai mantenuta.
Raag descrive quasi con pudore il rapporto costruito quotidianamente dalle due donne, le linee di tensione che lo caratterizzano, restando perennemente un passo indietro rispetto ai due personaggi: di Frida veniamo a conoscere per sommi capi la vita avventurosa, il rifiuto dei legami familiari, il tradimento da parte dei suoi connazionali; di Anne ci viene detto ancor meno, brevi accenni che delineano un’esistenza tutta interiore, vissuta nel segno del sacrificio e dei sogni tenuti dentro, perché c’è la consapevolezza che non si realizzeranno. La regia, sobria ma ricca di sostanza, divide equamente il suo sguardo tra esterni ed interni: lasciando “parlare” le scenografie cittadine da una parte, costruendo una partitura metropolitana che ha tuttavia una consistenza maggiore di quella del film-cartolina; e affidandosi alla bravura delle due interpreti dall’altra, con una Moreau istrionica quanto nascostamente vulnerabile, e una Magi dal volto segnato ma dignitoso, perfetto emblema di quella bellezza sfiorita che, dopo l’inevitabile resa al tempo, non vuole rinunciare anche al proprio spazio. Il tono scelto dal regista non assume tuttavia quella gravità che una vicenda del genere potrebbe far supporre: non manca l’ironia, le battute caustiche che celano umanità ed empatia, gli sguardi di intesa tra le due donne. In mezzo, una riflessione non banale sulla dimensione comunitaria, sul peso dei legami primari tanto in patria quanto in una città straniera, sulla loro doppia valenza di supporto e prigione.
Il racconto di A Lady in Paris non offre facili soluzioni alla solitudine delle due protagoniste, evita il giudizio, compreso quello sulle azioni più meschine di Frida, si smarca dai moralismi e carica di empatia il suo svolgimento. La risoluzione della vicenda sembra suggerire la possibilità di un nuovo equilibrio, ma anche la necessità del contatto e della vicinanza per le due donne: perché ferirsi può essere occasione per lasciar fuoriuscire il veleno, e così rigenerarsi. E perché uno spazio comune può essere il miglior antidoto al passare del tempo, che fagocita sogni e illusioni, ma non cancella la voglia di (r)esistere di due anime non ancora arrese.
Di Marco Minniti, da Movieplayer.it

Nonostante il deviante titolo italiano, “A Lady in Paris” non ha per protagonista una donna inglese nella capitale francese, bensì un’estone a Parigi, proprio come riassunto nel titolo originale “Une Estonienne à Paris”.
La donna in questione potrebbe essere Anne che lascia la sua casa in Estonia, dopo la morte della madre; ma anche Frida l’anziana connazionale da anni emigrata a Parigi che Anne dovrà accudire. Entrambi i personaggi risultano estremamente affascinanti, si ha voglia di scoprirli, conoscerli più a fondo, sapere maggiormente delle loro vite; eppure a visione conclusa tante domande restano aperte e si può solo cercare di immaginare le esperienze passate che hanno formato queste donne, totalmente opposte. Anne è timida, mesta, umile, coraggiosa, capace di tirar fuori le unghie; Frida è passionale, ostinata, testarda, egocentrica, ma in fondo anche sola, malinconica ed affettuosa.
È una Parigi grigia e fredda quanto ammaliante quella che Ilmar Raag sceglie perché sia non solo sfondo, ma vera e propria protagonista del suo film. Per le due donne di “A Lady in Paris” l’incantevole capitale francese è un’amica che accompagna le loro passeggiate solitarie, un’occasione per cambiare il proprio destino, l’incarnazione della libertà e della vita stessa. Non poteva esistere un altro luogo in cui Anne potesse capire chi è veramente e chi vuole diventare; né città migliore in cui Frida potesse cercare l’amore, a costo di rinnegare le sue origini.
“A Lady in Paris” è un film sulla ricerca di se stessi e sull’importanza che a volte l’allontanamento da casa, dalle persone che si amano e il contatto invece con dei perfetti sco-nosciuti può avere per capire chi siamo.
Nonostante la pellicola tocchi spesso il dramma e il dolore, Ilmar Raag non vi ci sofferma mai, preferisce accennarlo e lasciare allo spettatore il compito di completare un discorso interrotto, uno sguardo sfuggente, una foto in bianco e nero. È sicuramente una scelta raffinata, ma an-che rischiosa perché può finire per rendere piatto il film e annoiare lo spettatore.
Certo a rimediare qua e là ci pensa la carismatica Jeanne Moreau nel ruolo di Frida che con le sue osservazioni cattive, ma fuori luogo e paradossali, riesce sempre a strappare un sorriso. Perfettamente nel ruolo anche Laine Magi, un’Anne tanto marcata dal dolore quando pensa alla sua vita quanto trasognante davanti alle vetrine di Parigi.
Di Corinna Spirito, da ecodelcinema.com

Non stanca mai Parigi e non stanca neanche il fatto che, per l’ennesima volta, è lei a essere la prota-gonista principale di un lungometraggio. Non stanca soprattutto se vista dagli occhi di uno straniero che in questo caso è l’estone Ilmar Raag.
Anne Rand ha alle spalle un brutto divorzio da un marito alcolizzato e vive in Estonia con sua madre. Ed è proprio la morte della donna che la convince ad accettare un’offerta di lavoro a Parigi, dove dovrà prendersi cura di un’anziana signora ritrovandosi così in un mondo che, ogni sera, sola o accompagna-ta, impara a misurare. L’incontro con Frida, fiera parigina che vuole dimenticare le sue estoniane origi-ni, non è idilliaco ma a convincerla a restare è Stéphane, gestore di una brasserie e amante della don-na molti anni prima. Anne e Frida, però, troveranno il punto del loro incontro nella nascita di un’amicizia profonda che riporterà, entrambe, alla vita.
A lady in Paris è una dichiarazione d’amore alla capitale francese e a un cinema, oggi al centro della settima arte più che mai, da cui riprende il triangolo come struttura narrativa e relazionare per costruire delle storie legate al passato ma che puntano al futuro.
Dichiarazione di un cineasta che pone al centro del suo lavoro il punto di vista di un non parigino che fa propri, imparandoli, i segreti di una città non guardandola da turista ma come chi ha intenzione di attraversarla. E con lo sfondo della meravigliosa città prendono vita storie di incontri, tra passato, presente e un futuro alle porte da aprire lentamente. Incontri perfettamente calibrati dall’introspezione di ogni personaggio e da degli interpreti straordinari come Jeanne Moreau e Ita Ever.
A lady in Paris sottolinea con delicatezza registica ciò che nel film Sabrina l’indimenticabile Audrey Hepburn ammette:“Parigi non è fatta per cambiare aerei.. è fatta per cambiare vita! Per spalancare la finestra e lasciare entrare la vie en rose”.
Di i Sandra Martone, da filmforlife.org

Anne (Laine Mägi) è una bella donna estone sulla cinquantina, divorziata da tempo e con una figlia sposata che vive lontano. La convivenza con la sua mamma malata da qualche tempo, termina con la morte dell’anziana signora. La solitudine e la mancanza d’interessi inducono Anne a lasciare l’Estonia e trasferirsi a Parigi per occuparsi di Frida (Jeanne Moreau), una benestante anziana signora estone, sola, ma capricciosa e diffidente, che vive nella capitale francese da moltissimi anni. Non è assolutamente semplice la convivenza tra Anne e Frida, mediata da Stephane (Patrick Pineau), un uomo sulla cinquantina che in passato è stato un grande amore di Frida. Ilmar Raag, regista di “A Lady in Paris”, sceglie lo sfondo di una Parigi calda e fascinosa per raccontare il declino della vita di Frida, il tramonto che cede con dolcezza e rammarico il posto al buio della notte contrapponendo la speranza di ritorno alla vita per la dolce Anna. Nulla fa più fremere di linfa vitale il corpo stanco di Frida. Eppure questa donna, ormai ultra ottantenne, guarda al suo Stephane con ardore e passione, non accetta la resa in una condizione di separazione definitiva. Ed ecco che arriva Anne, che incarna l’affidarsi, l’arrendersi, per dirla tutta, la mano tesa che accompagnerà l’anziana Frida verso la fine dei suoi giorni. Ilmar Raag ha maturato l’idea di questo progetto ispirandosi alla storia di sua madre, caduta in depressione dopo il divorzio e che, come la Anne del film, decise di lasciare l’Estonia per trasferirsi a Parigi. Le solitudini delle due donne si snodano su binari paralleli. Parigi accoglie Anne di notte, la coccola con le sue luci, l’immensità metropolitana, quando questa donna fugge dal suo malessere interiore e prende vita passeggiando per i boulevard parigini. Frida aspetta nella sua bella e lussuosa casa che il suo Stephane ritorni e che Anne, nonostante si sforzi in tutti i modi di conquistare la magnanimità dell’anziana, parta per sempre. ” A lady in Paris” racconta con struggente tenerezza un edificante contrasto di sentimenti tra due donne che sono obbligate, in un modo o nell’altro, ad accettare lo scorrere della vita, di riuscire a vivere nel presente i vivi ricordi di un passato ricco di sentimenti forti. Jeanne Moreau, nonostante gli 85 anni suonati, buca lo schermo con una maschera recitativa straordinaria. Laine Mägi, la dolcissima Anne, dal canto suo ha ricevuto al Festival di Saint–Jeanne de Luz, il premio come migliore attrice femminile. Premio della Giuria Ecumenica al Festival di Locarno, “Une estonienne à Paris” è un film toccante e autentico. Ilmar Raag ha saputo rendere alla perfezione la gioia, il dolore, la resa e la speranza, caratterizzando con accuratezza le personalità di Anne, di Stephane ed in particolare di Frida che coinvolge lo spettatore in una dimensione squisitamente da diva, mai tramontata.
Di Rosalinda Gaudiano, da cinema4stelle.it

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