LA CITTA’ IDEALE



Michele Grassadonia è un ecologista sensibile e integralista. Architetto palermitano, ha lasciato la Sicilia per la Toscana, dove abita quella che lui considera la città ideale, Siena. Inviso ai colleghi, vive solo in un appartamento spartano, dove sperimenta energie alternative. Una sera di pioggia tampona un’ombra e finisce contro un’automobile parcheggiata. Qualche chilometro dopo rinviene il corpo di un uomo riverso sull’asfalto. Chiamati i soccorsi, viene interrogato dalla polizia stradale sull’accaduto. La macchina ammaccata e alcune sfortunate circostanze, convincono gli agenti della colpevolezza del Grassadonia, che da soccorritore diventa indagato. È l’inizio di un’avventura paradossale e di una ricerca angosciata della verità.
Si respira l’aria di impegno civile del cinema di Francesco Rosi e l’indignazione e la tensione morale di Leonardo Sciascia nell’opera prima di Luigi Lo Cascio, attore autore che, alla maniera del personaggio che lo ha reso celebre (il Peppino Impastato di Marco Tullio Giordana), sogna di cambiare il mondo e di renderlo meno ingiusto e più pulito. Per questa ragione scrive e interpreta Michele Grassadonia, un uomo che crede nel valore dell’impegno civico e nella solidarietà sociale. Sempre dimesso, sempre gentile e alla ricerca della parola bella e appropriata, il protagonista viene precipitato in un incubo giudiziario che gli aliena amici e cittadini. Emarginato e diffamato, scoprirà a sue spese che la città ideale nasconde mostri dall’aspetto normale. 
Con uno stile secco e asciutto, Lo Cascio svolge un tema robusto, denunciando l’incoscienza civile, le derive giudiziarie, i contratti sociali fondati sulla connivenza, l’indifferenza e la mancanza di pudore. La città ideale, con singolare forza simbolica, mette in schermo il trauma di chi si sente e si vuole ‘diverso’ rispetto alla cultura diffusa e condivisa da tutti. Lo Cascio individua quel trauma, lo mette a fuoco e poi lo indaga incarnando il suo personaggio, accompagnandolo con lo sguardo dentro la macchina della giustizia e dell’umana (in)comprensione. Posseduto dal proprio demone, l’ecologista Grassadonia coltiva sogni, speranze e illusioni che si spengono, proprio come accadeva ne I cento passi, sul volto di Luigi Maria Burruano, là padre piegato alla legge del più forte, qui (il)legale al servizio della Legge. Lo Cascio è bravo a costruire un film di attori e di sceneggiatura che ha il suo punto debole nelle digressioni, l’affittuaria ideale di Catrinel Marlon e il palafreniere negligente di Roberto Herlitzka. Diversioni che fiaccano, interpretandola, una drammaturgia altrimenti solida. Gli studi sulla cattura nei disegni della fanciulla (am)mirata e la conversazione intorno alla fuga di un cavallo chiosano e svolgono una storia che proprio nella sua imperscrutabilità, nella sua incoerenza e nella sua esasperata ricerca di giustizia e congruenza trovava (non)senso, ragione e originalità.
La città ideale resta tuttavia un debutto importante e maturo che nel dilagare di tanta bruttezza prende le parti della bellezza.
Di Marzia Gandolfi , da mymovies.it

La città ideale è Siena, dove Michele (Lo Cascio), architetto quarantenne, è arrivato dalla Sicilia da una decina d’anni e nella quale sembra avere trovato quel rispetto per l’ambiente che è la sua ossessione. Michele vive a impatto zero, costringe i colleghi dello studio presso il quale lavora alle sue stesse acrobazie ecologiste ma riesce a guadagnarsi la stima di tutti grazie alla sua bravura. La sua vita cambia la notte in cui, per fare un favore a un amico, prende nuovamente l’automobile (rigorosamente elettrica) dopo 8 anni che non guidava. Nel recarsi sul luogo dell’appuntamento, rinviene il corpo di un uomo in fin di vita che risulta poi essere uno dei personaggi più in vista della città. Catapultato sulle prime pagine dei giornali come eroe, in un battibaleno Michele viene degradato al ruolo di inquisito. Da qui si apre per lui una disavventura giudiziaria dai toni kafkiani che lo condurranno con ostinazione a dire la sua verità con una dose di incolmabile ingenuità.
Al suo primo film da regista, Lo Cascio firma un film ambiziosissimo, che rivela già una rande maturità espressiva, dialoghi sapidi e grande creatività visiva, e che sembra essere un apologo sui temi della responsabilità e della verità. Il suo noir surreale è un thriller dell’anima carico di simbolismi (spesso irrisolti) e squarci onirici, molto vicino a Una pura formalità di Tornatore, nel quale tanto è il pregio dei singoli pezzi, tanto è caduca la struttura complessiva, schiacciata da un eccesso di ambizione che fatica a cucire le tantissime intuizioni tra di loro. E così rimangono tra l’opaco e l’ellittico i rimandi alla figura paterna, quelli al tema pittorico della cattura, la figura della ragazza a cui affitta l’appartamento, la sua stessa ossessione contro gli sprechi. L’insieme sembra incardinarsi in un racconto nel quale la sensibilità ambientale diventa il sintomo urgente di un’etica della responsabilità che fa a pugni con il truce pragmatismo delle aule di tribunale, salvo doversi richiedere, dopo una così lunga odissea: lo rifarei?
Premio Arca Cinemagiovani come miglior film italiano alla 27. settimana internazionale della critica (Venezia, 2012).
Da cinerepublic.filmtv.it

Con un curriculum di attore, prima teatrale e poi cinematografico, anche se le prestazioni non si escludono a vicenda, era da aspettarsi che Luigi Lo Cascio prima o poi approdasse anche alla regia cinematografica, il che è avvenuto recentemente con  LA CITTA’IDEALE. Lo Cascio è un bravo    da primo della classe, diplomatosi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’amico, e scelto dai maggiori registi di teatro ( Patroni Griffi, Tiezzi , De Capitani, Quartucci, Cecchi, Ronconi ) e di cinema, a partire dal 2000 ( M.T. Giordana, G. Piccioni, M.Bellocchio,C.Comencini,   P.Avati, G.Tornatore , M.Martone) meritando premi sia per il teatro che per il cinema  quali il David di Donatello, per i Cento Passi,  il Nastro d’Argento 2004, per la Meglio Gioventù, la Coppa Volpi, per Luce dei miei occhi. Ambizione, determinazione e talento non gli sono certo mancati in questa prima prova di regia, dove è anche sceneggiatore (con Massimo Gaudioso) e interprete principale .                                                                                     La città ideale è Siena per l’architetto palermitano Michele Grassadia, che ci vive da vent’anni realizzando il suo ideale di vita, teso al meticoloso rispetto dell’ ambiente, al risparmio dell’energia, la riduzione degli sprechi, la restrizione dei bisogni consumistici, fra cui il rifiuto dell’automobile, fino a giungere ad un’ autarchia quasi paranoica  Farsi la doccia con l’acqua piovana, usare il minimo di luce elettrica e inventare apparecchiature di tipo tecnologico, ma fatte su basi fisiche, che le fanno sembrare sculture, rappresentano le ultime vittorie di Michele, quarantenne single, felice nel suo jogging quotidiano e della sua   coerenza e incurante delle prese in giro di amici e conoscenti e di una sorta di emarginazione che si è creato con il suo rigore. Creatura di indole buona, idealista nella completa accezione del termine e generoso, nella vita pratica che include i rapporti con gli altri, egli presenta serie lacune, non volendo conoscere i compromessi per sopravvivere e, caparbio com’ è, vuole seguire a tutti i costi le sue idee, i suoi principi. Quando incappa in una strana vicenda, quasi incredibile a raccontarla, la sua inflessibilità non gli risparmia nulla e potrebbe far crollare le basi della sua vita e la sua stessa identità.  Da cittadino coscienzioso che senza malizia vede un corpo accasciato lungo la strada e ritorna indietro per soccorrerlo, proprio dopo aver urtato sotto un forte acquazzone alla guida di un’auto ibrida, prestata, un’altra auto ferma e quasi contemporaneamente aver sentito un tonfo e visto un’ombra poi sparita, diventa prima un sospetto e poi un indagato per omicidio colposo della persona più importante della città, deceduto nel frattempo durante  il ricovero. Gli interrogatori pressanti e fuorvianti, la palese incredibilità alla sua versione, che è la verità per la quale egli si batte , non lo piegano all’uso della verità voluta dalle istituzioni perché più credibile e dovrà tornare in Sicilia con la madre per affrontare  in modo diverso la faccenda,sempre  sempre se lo vorrà, visto che non risponde all’avvocato siciliano di famiglia che gli chiede se “lo rifarebbe “se potesse tornare indietro.  Grottesco,visionario, onirico e a tratti thriller il cinema di Lo Cascio, non è classico, nè bacchettone anzi tenta vie nuove di rappresentare i fatti e gli stati d’animo. Suggestive le immagini della città, specie la sera con chi la contempla  ripreso di spalle in campo medio, con buona fotografia e montaggio. Il protagonista è convincente nel suo addolorato stupore, qualche comprimario di fama sfugge al suo controllo registico con recitazioni più teatrali e di maniera ( Alfonso Santagata e Luigi Maria Burruano,suo zio nella vita), sincera e misurata la madre Aida Burruano, che lo è realmente. Bel ritorno di Massimo Foschi, suo maestro all’accademia, e insuperabile come sempre in un cammeo Roberto Herlitzka, guardiano di cavalli che, se gli andasse, lo potrebbe aiutare con una testimonianza tanto autentica quanto poco credibile. Per essere un esordio, pur con qualche oscillazione nella ricerca della cifra da dare al film, alcune ellissi narrative troppo in contrasto con la minuziosità di altre parte, con quest’opera Luigi Lo Cascio promette di rimanere un primo della classe anche dietro la mdp. 
Da cinerepublic.filmtv.it

La Città Ideale non esiste. Così come la società ideale. É questa l’amara lezione, fatta di imprecisioni e incongruenze quanto mai reali, che piomba addosso al protagonista de “La città ideale”, esordio alla regia dell’attore Luigi Lo Cascio. Il film – nelle sale dall’11 aprile – racconta la discesa agli inferi giudiziaria di un tranquillo e anonimo architetto siciliano trasferitosi a Siena.
Nell’idilliaco universo collinare toscano troneggiato dalla splendida città del Palio, Michele Grassadonia (Luigi Lo Cascio) ritiene di aver trovata la più geometrica quadra del proprio cerchio esistenziale: ecologista manicheo capace di vivere in un’abitazione con minimo riscaldamento, doccia con acqua piovana, utilizzo ancor più minimo di elettricità (si fa la barba col rasoio elettrico producendo energia pedalando…), Michele è un individuo eccentrico per il mondo circostante nonché volenteroso prigioniero di quelle che definisce “le mie piccole manie”. La Città Ideale della sua utopia manichea è dunque Siena, e qui l’architetto lavora e, nel tempo libero, fa l’attivista ultra-ecologista. Per lui il teorema esistenziale è perfetto, la realtà è qualcosa di dominabile attraverso riti e abitudini rigorosi. La vita è seguire precise regole.
Tutto questo castello di certezze crolla miseramente una sera piovosa in cui – pur non guidando da otto anni per una prevedibile avversione verso i veicoli inquinanti – Michele accetta di guidare un’auto elettrica di un amico attivista per andare a prelevare una collega d’ufficio. Sul percorso, però,l’uomo ha un’incidente nel quale danneggia il veicolo: impatta contro qualcosa di misterioso in movimento e finisce contro un’altra automobile parcheggiata. Pochi minuti dopo, su un’altra strada, Michele avvista un uomo sdraiato sul selciato, si ferma e lo soccorre. Si tratta di un importante personaggio senese, che è stato investito ed è finito in coma. Chiamata la polizia, Michele si vede passare progressivamente dal ruolo di soccorritore a quello di sospettato: la sua auto è danneggiata, le sue ricostruzioni imprecise. Difficile per lui, infine, spiegare la precisa concatenazione di eventi. L’uomo scivola sempre più in un gorgo giudiziario dove ogni sua parola finisce per essere controproducente. Il suo mito di integrazione gioiosa nella città dei sogni comincia a vacillare di fronte a una realtà che si era sempre rifiutato di vedere, e che è in fondo la complessità del vivere: dove esiste, cioè, anche il male. Sotto forma di sospetto, innanzitutto. “Generalmente – ha spiegato lo stesso Lo Cascio – non abbiamo bisogno di rendere conto delle nostre azioni in maniera fedele. Non siamo obbligati all’esattezza. Possono capitare però dei momenti in cui le parole diventano cruciali”.
La storia de “La città ideale” ci porta – con narrazione asciutta e una scansione claustrofobica che corre in bilico tra Hitchcock e Kafka – proprio in uno di quei momenti. Nel suo primo film da regista (e da sceneggiatore), Luigi Lo Cascio mette la sua conosciuta e riconosciuta bravura al centro di tutto: come in un racconto kafkiano, volti ed eventi ruotano attorno al protagonista, apparendo e sparendo, lambendolo ma, in fondo, lasciandolo sempre solo di fronte all’incubo. Il sistema giudiziario, l’ingranaggio delle regole pubbliche e dell’ordine costituito assalgono un individuo e ne minano ogni sicurezza. Da segnalare, nel ruolo di un avvocato, lo zio di Lo Cascio Luigi Maria Burruano, così come, nel ruolo della madre del protagonista, la madre vera di Lo Cascio, Aida Burruano. Attori consumati che vestono bene la parte, e dunque qualche volta le ragioni di portafoglio per un film d’esordio (immaginiamo una paga sindacale per i cari parenti…) si sposano egregiamente con le esigenze di cast. Sontuosa, infine, la bellezza della rumena Catrinel Marlon, ex atleta, modella televisiva del “Chiambretti Sunday Show”, attrice da fiction (in “Un passo dal cielo 2”, Rai), nei panni di una giovane ragazza cui Michele affitta il proprio appartamento, per potersi pagare l’avvocato.
Di Ferruccio Gattuso, da cinema.yahoo.com

Presentato alla 27° settimana Internazionale della Critica, “La città ideale” segna l’esordio alla regia di Luigi Lo Cascio, qui anche autore del soggetto e della sceneggiatura. Lo Cascio veste i panni di Michele Grassadonia, un architetto e fervente ecologista, soggetto principale di questo thriller psicologico. Egli ha lasciato Palermo da tempo per trasferirsi a Siena, considerata tra tutte, la sua città ideale. Da quasi un anno sta portando avanti un esperimento nel suo appartamento: riuscire a vivere in piena autosufficienza, senza dover ricorrere all’acqua corrente o all’energia elettrica. In una notte di pioggia, Michele rimane coinvolto in un’ incidente dai contorni confusi e misteriosi. Da questo momento in poi, la sua esperienza felice di integrazione gioiosa nella sua città ideale comincerà a vacillare.
“La città ideale” richiama molto la fruizione dei libri, in particolare dei gialli. Quelli in cui il personaggio, presentato già dalle prime battute e dalla descrizione di piccoli dettagli della sua personalità e fisicità, incuriosisce e intriga. E con la stessa curiosità che spinge il lettore a sfogliare le pagine portandolo a divorare tutto d’un fiato il libro, lo spettatore vive quella voglia di conoscere davanti allo schermo, scena dopo scena, seguendo il protagonista e le sue vicende alla ricerca della conclusione. Il desiderio di sapere cresce ancor di più se quel personaggio è presentato come un tipo per così dire “fuori dal comune”; da anni infatti Michele Grassadonia, figura preminente dell’intera storia, vive nella cittadina di Siena in un piccolo appartamento senza acqua corrente, luce, gas e qualsiasialtro comfort appartenente all’epoca moderna. Il suo modus vivendi è amore spasmodico per l’ambiente, che sfiora a tratti l’eccessività. La sua pacifica ossessione lo rende “strano” agli occhi della gente e dei suoi amici, fino a essere causa della suo isolamento dal mondo degli altri. La sua autoesclusione gli appare ancora più pesante da affrontare in seguito a un infelice episodio del tutto casuale che gli stravolgerà l’esistenza.
La ricerca della verità interiore è la spinta che muove il protagonista, ed è la stessa componente che ci fa immedesimare nella storia inverosimile di Michele Grassadonia. Intessuto di rimandi letterari e cinematografici, il film è un prodotto per gli amanti del cinema di qualità. Molti rivedranno le tematiche esistenziali de “L’inquilino del terzo piano” di Polanski o i meccanismi psicologici dell’assassino e della giustizia di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri. La dimensione del sogno, in riferimento alle fantasia di Michele sulla sua giovane affittuaria è invece di matrice kafkiana. Allo stesso modo di Kafka, Lo Cascio tratta il senso di colpa, di verità e la ricerca di un’identità, componenti affidate alle forze del caso imperscrutabili beffarde, imprevedibili e ingannevoli. L’elemento della coscienza come gioco comico e assurdo di autoinganni più o meno consapevoli è invece tipico del gusto e della poetica di Svevo.
Dal punto di vista registico Lo Cascio sembra aver superato a pieni voti la sua prima prova. Il suo uso della cinepresa si traduce in malessere più estremo soprattutto nei grandangoli dal significante urlato, da essi, infatti, si dipana in un registro ironico-grottesco sempre a un passo (mai però compiuto) del raggiungimento della perdita di identità.
La grande conquista de “La città ideale” è di essere riuscito in maniera eccellente a risvecchiare arnesi filmici e letterari, abusati già da tempo, che si credevano definitivamente superati.
Di Giulia Surace, da ecodelcinema.com

La città ideale per Michele Grassadonia, originario delle terre di Sicilia, è Siena con i suoi caldi colori, con la sua dimensione a misura d’uomo, con il suo carico di storia e tradizioni che rende gustosa la vita. Un luogo in cui Michele intravvede la possibilità di realizzare il suo sogno ecologista, ossia vivere un anno in una casa senza sprechi, facendosi la doccia con acqua piovana o la barba pedalando per generare corrente.
Fissato con l’ambiente, il rispetto del pianeta e il riciclaggio, il nostro protagonista ha sviluppato una tale quantità di abitudini maniacali dall’essere diventato poco popolare tra i colleghi e, in generale, venir considerato “strambo” dai più.
Una sera il nostro “emarginato” (anche se per una buona causa), a bordo di auto elettrica (!), accetta – nonostante il turbolento meteo – di fare da chaperon a una collega che abita in provincia e mai idea fu più nefasta. Complice la scarsa visibilità, Michele prima colpisce un oggetto non identificato, poi va a sbattere contro la fiancata di un veicolo parcheggiato e alla fine presta soccorso a un uomo accasciato sul ciglio della strada, cosa che gli costerà nell’immediato la serata e l’automobile, quindi il sonno e infine la fedina penale.
Esatto, questo film sobrio, che è approdato qualche giorno fa quasi in punta di piedi nelle sale cinematografiche, mostra l’annientamento di una persona qualunque quando, dalla sera alla mattina, si trova a dover giustificare ogni azione e ogni lemma espresso difronte alle autorità, col risultato che in poco tempo distrugge con le proprie mani tutta la sua vita.
Il pubblico cade subito nelle maglie di questo racconto che inizia spensierato, passa ben presto al grottesco e approda al noir per chiudere drammaticamente: s’inizia la visione col sorriso, poi s’aggiunge lo stupore, si scivola nella tristezza e all’ultima scena siamo tutti ammutoliti e scorati.
La narrazione è semplice e al contempo efficace: dimostra come le azioni possano essere percepite differentemente a seconda del coinvolgimento, delle emozioni e soprattutto delle convinzioni; e come possa essere difficile (anzi, talvolta impossibile) provare in un’aula di giustizia le più diffuse e banali azioni (e sfighe!) quotidiane.
Da un certo punto di vista potrebbe apparire come la storia di un idealista che cade nel gorgo della giustizia e si ritrova a fronteggiare le inaspettate conseguenze negative di una buona azione, oppure come la dimostrazione che il non essere conformati al sistema sia pericoloso e possa mettere a repentaglio la nostra esistenza. Nei fatti però “la città ideale” non si presenta come un film sul lato oscuro della macchina giudiziaria, né vuole denunciare i limiti delle persone che rappresentano lo Stato, ma è solo un semplice e disarmante –molto kafkiano – così è se vi pare.
Questa intrigante storia di un uomo qualunque, che saggiamente mantiene le distanze dalla docu-fiction, merita una visione (e un commento).
Da masedomani.com

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