RE DELLA TERRA SELVAGGIA


Hushpuppy ha sei anni e vive sola con il padre Wink nelle paludi del sud della Louisiana, in una zona chiamata la Grande Vasca, per gli allagamenti a cui va incontro in occasione dei cicloni. Mentre lo spettro di un terribile uragano spaventa la comunità del luogo, mettendo in fuga molti, Wink scopre di essere gravemente malato e di dover preparare la figlia a cavarsela da sola. Il suo desiderio è che Hushpuppy non abbandoni la sua terra, ma ne diventi un giorno il re, la creatura più forte. 
Re della terra selvaggia è un esordio storico, di quelli che contengono una tale potenza che rischiano di segnare la vita del suo autore per sempre. Perché è un film nel quale accade una magia, per cui le contraddizioni coesistono fruttuosamente e ciò che altrove sarebbe sembrato un difetto qui diventa una ricchezza. A partire dal budget. Piccolo, nelle coordinate della storia così come negli ambienti ritratti, il film contiene però il pathos della grande avventura, l’estetica della grande parabola mitologica sulla fine e l’inizio del mondo e nessun sentore della misura minimalista di tanti esordi. Eppure non esonda mai, non si ha mai la sensazione che sia sovraccarico o pretenzioso: la sua superficie è fatta di piccole cose, dialoghi brevi, sguardi più testardi che tristi, ma, sotto, si percepisce la presenza di un mondo sommerso, un discorso profondo sulla paura della perdita. Si dice che nella vita il destino ci riservi ciò che siamo in grado di sopportare ed è un pensiero che si addice alla perfezione al personaggio di Hushpuppy, ma anche al film nella sua globalità. 
Zeitlin ha trovato in Quvenzhane Wallis un’interprete straordinaria, viatico ideale per percorrere una storia che sovrappone realtà e immaginazione. All’interno di un quadro quasi documentaristico, che il regista ha conosciuto così bene da poter restituire con una naturalezza e una verità rare, Hushpuppy è infatti una bambina che ha paura e, come tutti i bambini che provano un’emozione forte, ha bisogno di illustrarla con delle immagini. In quei momenti, il regista passa dunque a lei il testimone del film ed ecco apparire le “creature selvagge” (che già avevano visitato il piccolo Max del film di Spike Jonze), del tutto simili ai bisonti delle prime pitture rupestri e infatti protagoniste del racconto di sé che la bambina sta lasciando ai posteri (gli scienziati che arriveranno nella Grande Vasca “tra un milione di anni”). 
Il passaggio all’età adulta, tema ricorrente di moltissima produzione cinematografica, qui assume i toni insoliti e le proporzioni mitiche della lotta per la sopravvivenza e della strenua resistenza alla normalizzazione. “Chi è l’uomo?” urla Wink, “Io sono l’uomo”, risponde Hushpuppy. Il bambino interiorire se ne andrà, e così il padre, ma lei lo avrà fatto suo quanto basta.
Di Marianna Cappi, da mymovies.it

.. E poi a volte capita di sentir parlare di un film, “Vedilo, è bello!” ti dicono persone di cui tendenzialmente ti fidi, e poi magari quel film ha un titolo accattivante come “Beasts of the southern wild”, e così insomma capita di incuriosirsi e di andare a vederlo. E poi capita, dopo la visione, di rimanerne del tutto entusiasti, di rimanere colpiti dalla delicatezza e dall’umanità di quel film, e di continuare a pensarci tutta la notte, e di addormentarsi con in testa il motivo portante della colonna sonora e la flebile vocina di Hushpuppy nelle orecchie, e poi capita di risvegliarsi il giorno dopo senza riuscire a sgombrare la mente dalle immagini del film, come se non ne fossi mai uscito. E allora capisci che devi assolutamente rendere tutto il mondo partecipe di una sensazione così profonda, perché è vero che a volte capita, ma non così di frequente.
Hushpuppy e suo padre Wink vivono in una baraccopoli in un bayou della Louisiana da loro chiamata “Bathtub” (“Grande Vasca”, in italiano), isolata dalla città “civilizzata” da una diga. La loro vita felice e spensierata prende una piega inattesa quando una tempesta sommerge il Bathtub e Hushpuppy scopre che suo padre è malato. Intanto gli aurochs, enormi mammiferi preistorici, stanno marciando verso le rovine del mondo di Hushpuppy. O forse solo verso il suo cuore.
Va bene, sgombriamo subito il tavolo da ogni equivoco: questo film è un mezzo capolavoro. Lo è soprattutto perché è scritto e diretto col cuore, in un’industria che al cuore riserva sempre meno spazio in favore della tecnica: è impossibile non fare un paragone con “Lincoln” di Spielberg, contemporaneamente nelle sale, un gioiello di perfezione tecnica ma drammaticamente privo di cuore, appunto, tanto da risultare alla fine pura maniera. “Beasts of the southern wild” invece riesce nel miracolo di prendere una storia piccola piccola e di renderla universale, maestosa, ruggente grazie ad un dosaggio perfetto degli ingredienti necessari per fare un buon film: sceneggiatura, regia e recitazione.
In particolare, la sceneggiatura è il vero punto di forza del film. Oltre alla schietta e spontanea originalità dell’intreccio, “Beasts of the southern wild” è proprio scritto bene. I dialoghi dei personaggi e soprattutto i monologhi di Hushpuppy sono momenti di un’intensità poetica difficile da ritrovare altrove: “When it all goes quiet behind my eyes, I see everything that made me flying around in invisible pieces”, riflette la piccola Hushpuppy nel corso del film.
Ma la delicatezza della sceneggiatura si intravede anche nella capacità di rendere la straziante umanità del Bathtub solo grazie a pochi, ponderati dialoghi e a momenti di condivisione dipinti con una cura commovente: le feste nel bayou (“The Bathtub has more holidays than the whole rest of the world”) e le cene a tavola tutti assieme a mangiare gamberi e granchi crudi riescono a restituire una dimensione di dignità e serenità immense. E la stessa delicatezza è rivolta alla rappresentazione del rapporto tra Hushpuppy e suo padre Wink: un rapporto fatto di momenti di scontro e di profonda tenerezza, come dovrebbe essere in qualsiasi buon rapporto padre-figlio. La scena del braccio di ferro tra i due, in cui Hushpuppy batte il papà che le chiede urlando ” Who’s the man?” e cui lei risponde “I’m the man!” commuove molto più di mille parole. E’ un dialogo fatto di poche sillabe, ma in quel contesto lacera il cuore mille e mille volte più dei pipponi da diabete del pessimo “La ricerca della felicità” di Muccino, in cui il rapporto padre-figlio era trattato con una superficialità disarmante.
Perfettamente riuscita anche la commistione tra realismo crudo e dimensione favolistica in cui si muove Hushpuppy. Gli aurochs, che affascinano la bambina sin dalla “lezione” di “storia” della “maestra” a “scuola”, con la loro incessante marcia verso il Bathtub simboleggiano le paure di Hushpuppy quando si accorge che il padre è malato, e quando lei pensa di “aver rotto qualcosa”: “Sometimes you can break something so bad, that it can’t get put back together”. E proprio per questo l’incontro finale con la bambina acquista un valore simbolico ancora più profondo.
La regia soffre del budget risicato (appena 1.800.000 dollari), ma ciononostante riesce perfettamente ad integrarsi nel bayou ed a renderne lo spirito con delle carrellate di una bellezza struggente. Il continuo gioco di primissimi piani e campi lunghissimi riesce a trasportare lo spettatore dritto nel cuore dei personaggi e poi via su in cielo, quasi fosse al fianco del Creatore di quella terra fuori dal tempo. Allo stesso modo, l’uso della macchina a mano e delle inquadrature spesso sfocate trasporta chi osserva dritto nel centro dell’azione, aumentando l’empatia con Hushpuppy, Wink, il Tricheco e tutti gli altri abitanti del Bathtub.
Poi viene tutto il resto.
La recitazione di attori praticamente esordienti è sorprendente: la piccola Quvenzhané Wallis, in un ruolo difficilissimo, riesce con un’occhiata o un broncetto a strappare l’anima e comunicare una gamma di sentimenti così ampia che è difficile da afferrare nella sua interezza.
Le scenografie quasi in stile “Mad Max” permeano la pellicola di un’aura di atemporalità talmente funzionale che alla fine è il mondo “civile” a sembrare fuori contesto.
La meravigliosa colonna sonora, poi, completa e sugella un amalgama perfetto, fungendo da collante all’intera storia.
Il risultato più alto di una simile alchimia lo si ha già nei primi 15 minuti di pellicola, in cui funziona tutto così bene da regalare semplicemente uno dei migliori incipit della recente storia del cinema, e la scena di Hushpuppy che corre con le fiammelle in mano ne è l’apoteosi.
Insomma questo è un film che va visto (possibilmente in lingua originale, visto l’indecoroso doppiaggio). Va visto perché fa bene al cinema, certo, ma va visto perché fa bene soprattutto a voi, sì, a voi che siete lì e che avete sprecato almeno 10 minuti del vostro tempo a leggere questa recensione che parla del film invece di correre a vederlo, il film. Vi fa bene perché parla anche a voi, parla di voi, e quello che vi dice è importante. Ma sta a voi scoprire perché.
“When it all goes quiet behind my eyes, I see everything that made me lying around in invisible pieces. When I look too hard, it goes away. And when it all goes quiet, I see they are right here. I see that I’m a little piece in a big, big universe. And that makes things right. When I die, the scientists of the future, they’re gonna find it all. They gonna know, once there was a Hushpuppy, and she lived with her daddy in the Bathtub.”
Da filmscoop.it

Opera prima, pluripremiata, di Benh Zeitlin il film RE DELLA TERRA SELVAGGIA ci apre uno scenario poco conosciuto nelle sue problematiche, ispirandosi ad una fonte letteraria teatrale molto poetica e concettualmente ricca di Lucy Alibar, che il regista ha ampliato e contaminato con un profondo realismo, rendendo possibile l’ elaborazione cinematografica  dei temi in una certa  ambientazione. Siamo nel sud della Louisiana, nel delta del Mississippi, che è spesso battuto da tempeste portatrici di distruzione e che rendono difficile la vivibilità, ma gli abitanti nativi sono fieri e decisi a insistere in una sfibrante lotta per la sopravvivenza in condizioni di povertà,  precarietà degli alloggi e di tutto lo stile di vita ove anche il cibo, inizialmente più che sufficiente per la presenza di vegetazione, animali, e soprattutto di pesce, comincia a scarseggiare. Chiamati anche” quelli della grande vasca”, questa figure di ogni età si arrabattano, solidali, a non mollare e tra loro c’è Hushpuppy, una bambina di 6 anni con solo il papà, Wink, già malato ma ancora valido, che la sottopone a prove durissime per la sopravvivenza e autonomia, anche perché lui non potrà esserci ancora a lungo e  nonostante i modi rudi, la ama immensamente. Hushpuppy e Wink non sono attori professionisti, ma la bambina soprattutto, che fa anche da voce narrante, mostra un  talento recitativo sorprendente e non è difficile per lo spettatore intravedere in lei, ciò che il padre le ripete continuamente che dovrà essere, il futuro capo del gruppo quando arriverà allo stremo e dovrà spostarsi. Con piglio autoritario, mentre si organizza la vita comune, Hushpuppy accudisce il padre sempre più malato, che le somministra pillole di saggezza e cultura religiosa di rispetto delle cose e unità del tutto, quasi di tipo panteistico. Il piccolo essere cresciuto per forza specialmente nel carattere, è quasi irreale e non è tanto amabile quanto autorevole, ma dà un brivido di emozione quando con la naturalezza con la quale gestisce gli animali, fa le faccende e si procura da mangiare dà fuoco al corpo senza vita del padre, che navigherà al largo nel contenitore che era la loro barca, ringoiandosi le lacrime (“non si deve piangere “ha detto papà Wink, e “si deve lottare contro i nemici invisibili” fino a non averne paura ed anche questo è stato fatto  da lei provocando solo con il suo fiero sguardo la sottomissione dei mitici  Aurochs, belve gigantesche e feroci che mangiavano i bambini con le loro zanne affilate, usciti dai ghiacci i cui erano congelati, dopo l’ultima tremenda tempesta. In bilico tra realtà e fantasia, sottolineato da musiche roboanti e a tratti solenni come gli eventi naturali, oppure folcloristiche, il racconto di questo popolo e di questo angolo di terra, che la voce della bambina arricchisce di commenti, è un’esperienza visiva e mentale non facile ma di grande impatto e di spinta alla lotta e alla reazione positiva verso le difficoltà che frequentemente la vita impone. Un’opera prima di grande successo lascia facilmente il  punto interrogativo su cosa seguirà  e speriamo che l’autore ne abbia già un’idea.
Da cinerepublic.filmtv.i

E’ davvero esplosivo il debutto di Benh Zeitlin, Re della terra selvaggia: dopo aver conquistato il premio della giuria al Sundance, ha ammaliato il pubblico di Cannes dove concorre per Un Certain Regard e la Camera d’Or e si guadagna con merito il titolo di prima sorpresa di questa 65esima edizione.
Protagonista assoluta della pellicola, eroina ma anche narratrice, è Hushpuppy, una bambina di sei anni che vive praticamente da sola nella “Bathtub” (la vasca da bagno), una zona paludosa del sud dellaLousiana, a stretto contatto con gli animali e la natura selvaggia del luogo. Nonostante la madre viva solo negli sporadici ricordi del papà, anch’egli spesso assente, o nelle fantasia della bimba, l’esistenza di Hushpuppy è comunque gioiosa così come lo è per l’intera comunità del bayou, che vive senza soldi ma solo del cibo che si trova nella Bathtub. L’unica che sembra avere delle preoccupazioni è la maestra elementare che parla agli alunni di selezione naturale, riscaldamento globale e perfino di antiche e mostruose creature che in passato popolavano quelle terre. 
Con l’arrivo di una spaventosa tempesta gli equilibri di questo bizzarro ma felice ecosistema sembrano venire meno e per Hushpuppy, il padre e gli abitanti della Bathtub non rimane che letteralmente imbarcarsi in una avventura attraverso quelle terre ora allagate.
Ma come se non bastasse la catastrofe naturale, altri problemi sono in arrivo per la nostra eroina, il padre infatti si scopre gravemente malato e quelle creature mostruose di cui parlava la maestra si sono liberate dai ghiacci perenni e con fare minaccioso si dirigono verso la Bathtub.
Re della terra selvaggia, un po’ favola, un po’ racconto per ragazzi alla Mark Twain, tratta temi profondi come la crescita, il diventare padroni del proprio destino, ma lo fa in modo gioioso ed esplosivo, con uno stile che sprizza energia da ogni fotogramma; Benh Zeitlin inventa un piccolo mondo che è sì credibile ma anche magico, e ne affida le chiavi alla bravura e alla dolcezza della deliziosa Quvenzhané Wallis, una bambina il cui viso così espressivo e ricco di personalità sembra davvero fatto per il cinema.
Il senso di fragilità ma anche di determinatezza che regala alla sua Hushpuppy è il cuore della pellicola, il suo cespuglio di capelli parte integrante di quel mondo aspro e selvaggio, la poesia del suo voice over quasi un canto che ci accompagna quanto l’ottima colonna sonora che lo stesso regista ha composto insieme a Dan Romer.
E su tutto troneggia l’evidente tema ecologista, l’inevitabile richiamo all’uragano Katrina e a tutti i bambini che hanno perso l’amore dei genitori ma che hanno continuato a vivere e lottare, sfidando natura, incubi e destino avverso.
Di Luca Liguori, da movieplayer.it

Una bambina ai confini del mondo civilizzato, che vive in un microcosmo quasi primordiale, nel totale degrado economico e pedagogico. Una comunità che celebra ancora i rituali dall’aurea magica di una socialità tribale, che sopravvive tenacemente all’avanzata del moderno, intesa anche come avanzata dalla crisi globale. Definire nostalgico e (distortamente) arcadico il quadro dipinto dal regista esordiente Benh Zeitlin, è quasi limitativo per descrivere l’idea al cuore di Re della terra selvaggia: un viaggio tra le paludi del bayou, che in pratica traduce in immagini una dichiarazione d’amore  spassionata a quei luoghi indomiti e dal fascino selvatico ancora nascosti nel profondo degli Stati Uniti,  tra gli antri del Mississipi nella Lousiana meridionale. Un amore che il regista affida alla storia di una bambina di pochi anni, figlia autentica di questo “southern wild” (come recita il titolo originale) e vera forza della natura lei stessa, capace di attingere al potere magico delle proprie origini per affrontare una serie di prove difficilissime, come la disgregazione della sua disastrata famiglia e di tutto l’ambiente a lei circostante. La piccola Hushpuppy (questo il nome della protagonista interpretata dalla giovanissima candidata all’Oscar Quvenzhané Wallis) è l’espediente brillantemente scelto da Zeitlin per introdurci, senza lasciarci opporre troppe resistenze, a una realtà da lui descritta in modo poetico, ma quanto mai cruda e ostica. Abbandonata piccolissima dalla madre, cresciuta con disattenzione e grande durezza da un padre per lo più assente, la bimba è infatti il volto positivo – quello più testardo, ma anche coraggioso e puro – di un mondo che non conosce molte delle regole che definiremmo civili, ma dove il senso di comunità e l’apprezzamento per il lato più misterioso della natura, consentono ancora di resistere a condizioni di vita spesso avverse e ostili. Così, quando l’ennesimo uragano arriva a sconvolgere l’ecosistema di quella che gli abitanti del luogo chiamano “La Grande Vasca”, e quando il padre viene colpito da un male misterioso, Hushpuppy riesce a non perdersi d’animo e ad affrontare tutte le sfide che il destino le ha posto sul suo giovane cammino, arrivando a comprendere quanto il suo ruolo, per quanto piccolo, faccia parte di un meccanismo delicato e complesso che va sempre apprezzato e rispettato, vale a dire quello della vita. Il messaggio, sulla carta, non può che apparire retorico e carico di phatos, ma ciò che distingue Re della terra selvaggia da altri film di questo genere, incentrati su infanzie disagiate in contesti a dir poco precari, sono proprio la sincerità e l’incanto autentico di cui è intrisa l’intera messa in scena. Sposando totalmente il punto di vista immaginifico e ingenuo della piccola protagonista, la regia non cede praticamente mai al pietismo, guarda in faccia personaggi e situazioni senza aggiungervi un giudizio di valore che esuli dalla logica stessa del mondo che si sta raccontando. Da una parte, non sembra esserci l’intenzione di imbellettare una realtà che è palesemente accostata a un mondo primitivo, barbaro e per certi versi tutt’altro che attraente. Dall’altra, c’è un trasporto irresistibile verso i valori positivi di un tale universo, in particolare verso la grande dignità della sua lotta per la sopravvivenza, che solo un personaggio come quello di Hushpuppy poteva effettivamente veicolare in tutta la sua pienezza. Nonostante il fastidio che si può provare, soprattutto all’inizio, verso l’insistenza con cui Benh Zeitlin ci vuole immergere in questo contesto chiuso e spinoso come un riccio, lo spessore e la spontaneità degli interpreti  finisce alla lunga col vincere gran parte degli scetticismi e immergere lo spettatore nello stesso uragano di resistenza e stenti in cui girano le esistenze dei protagonisti. Enfatiche, ma non del tutto immeritate, appaiono perciò le quattro candidature all’Oscar: come miglior film, miglior regia, sceneggiatura e attrice protagonista.
Da blog.screenweek.it

Esistono ancora terre incontaminate in cui sono gli uomini ad adattarsi ai ritmi della natura, e qualche volta queste zone primordiali non sono in lande sperdute, ma nel retrobottega di paesi che si definiscono avanzati e civilizzati. Come gli Stati Uniti. Re della terra selvaggia trova la sua ambientazione in una parte dell’America ritenuta inabitabile, perché a rischio continuo di inondazioni. Per questo viene chiamata dai nativi “Vasca da bagno”, perché l’impermanenza fa parte delle loro vite, così come vengono accettati i cicli della vita e della morte.
Re della terra selvaggia è un racconto visto dall’ottica di una piccola protagonista che vive da sola in una piccola roulotte. Suo padre sta in una baracca poco lontana e i due vivono un rapporto affettuoso ma stranamente rude. A contatto diretto con le forze selvagge in cui la bimba è immersa, è facile per lei sviluppare un’immaginazione molto vivace. Questo aspetto si riflette in termini cinematografici in una sorta di realismo fantastico, in cui scorci drammatici, nella loro concretezza, si mescolano a visioni leggendarie di un mondo che forse non è mai esistito, se non nella fantasia degli uomini.
In un certo senso Re della terra selvaggia risponde ai canoni del romanzo di formazione, per cui una giovane protagonista vive una serie di esperienze che la rendono forte, adulta, pronta ad affrontare il mondo. Però in questo caso c’è un tocco particolare nella messa in scena, che non nasconde una realtà brutale pur alternandola a quella poesia che può essere colta solo dall’occhio di una bimba giovanissima. Il risultato è un’opera sontuosa, di grande respiro, del tutto insolita nel panorama cinematografico odierno.
Non capita spesso che un film indipendente riesca a superare i propri limiti e a imporsi in maniera forte e originale. Quando capita, come in questo caso, ci troviamo di fronte a un tesoro che non deve essere perduto.
La frase:
“A volte noi piccoli dobbiamo aggiustare quello che possiamo”.
Di Mauro Corso , da filmup.leonardo.it

Re della terra selvaggia, Beasts of the Southern Wild, un film candidato a quattro premiOscar come  miglior regia, miglior film, miglior sceneggiatura anche se non originale, e miglior attrice protagonista. Ma soprattutto Re della terra selvaggia un film per scoprire tutto attraverso gli occhi della giovane protagonista Quvenzhané Wallis che al momento in cui giravano le  riprese di Re della terra selvaggia, aveva poco più di sei anni.
Quvenzhané Wallis, occhi, sguardo, forte spirito ma anche sensazioni e tremori di un’esile corpo di bimba, interpreta Hushpuppy una  bambina  che  apprende e scopre la vita che  la circonda cfino ad amare sempre più la sua Terra, una terra che  potrebbe sembrare desolata, ultima traccia di una civiltà del profondo sud della Louisiana, una terra che, nonostante gli uragani e le maree non si dà mai per vinta!
Qui vive una comunità soprannominata Bathtub (La Grande Vasca), in cui Hushpuppy ( interpretata dalla piccola Quvenzhané Wallis vive con il padre Wink (Henry), sua  madre non c’è più e non si sa se si è allontanata dalla comunità o è morta, fatto sta che  la piccola conduce una vita tutta interiore, fatta di odori, di battiti di vita, e insieme ad una figura paterna non sempre presente, apprende le antiche  tradizioni del suo Popolo attraverso una  insegnante (una figura che  ricorda un po’gli antichi stregoni e gli antichi sciamani  indiani d’America.
Le giornate della  piccola Hushpuppy trascorrono con le  sue  scoperte della vita attraverso gli insegnamenti e le sue elaborazioni di tutto quello che  l’antica tradizione  della  sua terra gli insegna, tradizioni e racconti ispirati dal raggiungimento di una forza interiore di un equilibrio che potrebbe sconvolgere il mondo stesso, il loro mondo, non dimentichiamolo, così diverso da quello che  oggi tutti conoscono ed allora rivive, in questi insegnamenti la ricerca di un equilibrio della natura, perché tutto  è basato sull’equilibrio e, se solo si muove  un granello, tutto cambia  si sciolgono i ghiacciai e arrivano gli Aurochs anima preistorici quasi dei giganteschi bufali che  aqvanzano e che  mangiano tutto quello che  trovano di più debole di fronte a loro.
Occorre però, a questo punto, inquadrare anche  la reale situazione  del territorio in cui si svolge, nei giorni d’oggi la storia di Re della terra selvaggia, Bathtub (La Grande Vasca), è limitata da  una grossa diga, che serve a contenere l’acqua del mare quando arriverà l’inevitabile uragano, e, nello stesso tempo divide la zona dal mondo fatto di cemento e modernità dalla terra selvaggia. Ma Hushpuppy impara a combattere con il suo spirito attraverso tutte le avversità che  un uragano provoca, lo stesso uragano che , per la civiltà all’esterno della terra selvaggia, delimita il limite massimo oltre il quale quel territorio deve essere evacuato.
Ma la  piccola protagonista di Re della terra selvaggia lotta contro questa volontà, lei sta diventando un guerriero nello spirito e, nonostante le  sue esili dimensioni di una bambina  di 6 anni, sta conoscendo la forza attraverso la sua terra stessa, sta imparando a conoscere al vita a diventare un guerriero e, la situazione di suo padre, indomabile  bevitore, burbero, a tratti cattivo ma  con l’intento di dare forza alla  piccola, per quando lui non ci sarà più, rafforzano, insieme  alla piccola comunità il carattere di questa piccola guerriera che, saprà infine  affrontare e fermare e piegare il cammino e la forza degli imponenti Aurochs diventando lei stessa indomita guerriera e Re della terra selvaggia.
Occorre fare due importanti considerazioni: Re della terra selvaggia non è originale come sceneggiatura ma è tratto da un’opera teatrale di Lucy Alibar, “Re della Terra selvaggia” come anche quella che, Re della terra selvaggia, è l’opera prima del regista Benh Zeitlin alla sua prima esperienza cinematografica girata con un budget limitatissimo di appena 1 milione e 800 mila dollari!
Benh Zeitlin, a proposito della  giovane protagonista di Re della terra selvaggia, Hushpuppy, e dell’insegnamento che  questa piccola bambina, voce narrante del film ed espressione nei suoi sguardi e pensieri fatti di scoperte, di conoscenze, e di acquisizione  di personalità e forza, sanno dare ha detto:
“Hushpuppy è la persona che vorrei essere, dice Zeitlin, ma è anche la persona che tutti noi vorremmo essere. Ecco perché non la dimenticheremo”.
Di Silvio Arancio, da mondoinformazione.com

elle sale italiane dal 7 febbraio il film che ha stregato pubblico e critica di mezzo mondo: Re della Terra Selvaggia, opera prima del giovanissimo Benh Zeitlin, candidata a quattro premi Oscar come Miglior Film, Miglior Regista, Miglior Attrice Protagonista e Miglior Sceneggiatura non Originale.
Fan d’eccezione del film, definito il caso cinematografico dell’anno, il presidente USA Barack Obama, rimasto incantato dall’opera e dalla sua giovane protagonista, Quvenzhane Wallis di 9 anni, (ne aveva 6 quando intepretò Hushpuppy), la più giovane candidata di tutti tempi all’Oscar.
Hushpuppy è una bambina di cinque anni che vive con Wink, papà severo ma affettuoso, nella comunità soprannominata Bathtub (La Grande Vasca), una zona paludosa di un delta del Sud americano. Wink, che ha contratto una grave malattia, sta preparando Hushpuppy a vivere in un mondo dove non ci sará piú lui a proteggerla. Inoltre il Bathtub è alla vigilia di una catastrofe di epiche proporzioni: gli equilibri naturali si infrangono, i ghiacci si sciolgono ed arrivano gli Aurochs, misteriose creature preistoriche. A Hushpuppy non resta che cercare di sopravvivere e di mettersi alla ricerca della madre, che per lei è solo un vago ricordo. 
“L’intero universo si regge sull’incastro perfetto di tutte le cose. Se un pezzo si rompe, anche il più piccolo, l’intero universo si rompe” – a narrare la storia della Grande Vasca, zona dimenticata e ribelle, tagliata fuori dal mondo da una grande diga che protegge i “civili” dalle inondazioni è la piccola Hushpappy. Animali portati all’orecchio per ascoltarne il battito vitale (che è suono di parole), pesci freschi mangiati con le mani, feste e musica, un vivere brado secondo i ritmi della natura, un guardare e ascoltare i sussulti del mondo che permetta di comprendere le paure, le rabbie e le scelte degli uomini.
Partendo dalla spontaneità della vita in natura, che comprende anche l’assenza dei genitori, la malattia, la catastrofe, ascoltando e guardando come un animale tra riti d’iniziazione e leggende ataviche, Hushpappy impererà a capire gli artifici della vita e a trovare la forza necessaria a crescere, senza farsi schiacciare. Il regista racconta con il fare poetico tipico della fiaba, della leggenda, sposando alla trama forte (tratta dalla pièce teatrale Juicy and delicious) le parole semplici, ma potenti, una fotografia magistrale e la scelta di attori non professionisti, ma potenti nella verità espressiva.   
E’ questa la storia raccontata da Beasts of the Southern Wild, film meritatamente apprezzato e lodato, consigliatissimo per tutte le età.
“Quando tutto è silenzio vedo ciò che mi ha creato volare intorno in pezzettini invisibili e capisco che sono anche io un pezzettino di un grande, grandissimo universo”.
Di Caterina Martucci , da spettacoli.blogosfere.it

In una baia nel sud della Louisiana denominata “la Grande Vasca” – che tanto ricorda la New Orleans flagellata da Katrina qualche anno fa – vive un piccolo gruppo di persone decise a non evacuare la zona nonostante sia in arrivo l’ennesimo, violentissimo uragano. Vogliono continuare a vivere lì. Questo per loro significa essere liberi, poter andare contro ogni convenzione, non subire alcun condizionamento. Tra queste persone vi sono anche la piccola Hushpuppy ed il padre malato Wink. Wink è un personaggio dal temperamento forte, apparentemente anaffettivo e dai modi burberi. Consapevole della malattia che lo sta logorando e per la quale rifiuta ricoveri e cure, insegna (coi suoi metodi definibili non proprio ortodossi) tutto ciò che potrà essere utile a sua figlia per il futuro. Futuro per il quale questo nucleo di persone sembra non essere comunque troppo preoccupata.
Tra gli insegnamenti di Wink c’è sempre un richiamo alla libertà, all’evitamento dell’adattamento, all’esaltazione dello stretto contatto con l’ambiente della “Grande Vasca”. Hushpuppy apprende ed assorbe tutto ciò che egli le vuole trasmettere fino a quando, oltre a far fronte all’uragano, dovrà fare i conti anche all’imminente morte del padre. Qui entra in gioco l’immaginazione della bambina che la aiuterà ad affrontare la situazione con una straordinaria semplicità d’animo. Semplicità che caratterizza la natura in cui è Hushpuppy è totalmente immersa e che diviene la fonte a cui la sua fantasia attinge. Dai ghiacci che vanno via via scongelandosi, un gruppo di bestie dal manto scuro sono risvegliate ed iniziano a correre verso ”la Grande Vasca” per seminare il terrore ed uccidere, spezzando l’equilibrio armonico esistente fino a quel momento. Quegli enormi animali indicano metaforicamente la paura di non farcela, il timore di crescere e talvolta anche il senso di colpa…ma saranno costretti ad inginocchiarsi davanti al “re della terra selvaggia”.
Uno degli aspetti più belli di questa pellicola è la contrapposizione tra la magia indotta dalla fantasia della piccola protagonista e lo stile realistico adottato dal regista. E’ il modo migliore per narrare questo racconto di coraggio e di presa di consapevolezza, di transazione dal mondo fiabesco in cui tutto è bello a quello più duro della realtà.  L’esordiente Benh Zeitlin sceglie infatti di girare in un efficacissimo 16mm che aiuta a supportare l’intero concetto della storia e lo sviluppo del suo messaggio. La nomination agli ultimi Oscar come Miglior Regista è decisamente meritata e non vedo l’ora di scoprire quale sarà la prossima mossa di questo promettente trentenne. Nel frattempo non vedo l’ora di poter rivedere questo film. Credo sia una di quelle pellicole da apprezzare sempre più ad ogni visione.
Da 30diary.wordpress.com

L’esordio cinematografico dell’appena trentenne regista Benh Zeitlin è una meraviglia per gli occhi e per il cuore.
“Re della terra selvaggia” (ma il titolo in lingua originale suona “Beasts of the Southern Wild”) è il flusso di coscienza della bambina di sette anni Hushpuppy (Quvenzhané Wallis), curiosa esploratrice del paludoso bayoudella Louisiana, che coglie con il suo sguardo gli intricati legami che connettono tutte le cose che animano il suo mondo. Favolistica descrizione d’un mondo ai confini del mondo, d’una vita sull’orlo di una imminente apocalisse, storia di crescita e scoperta, di morte e d’amore “Re dalla terra selvaggia” è una visione che esplode all’interno degli spettatori: con un magico realismo vediamo la Grande Vasca (Bathtub) animarsi e divenire scenario di avventure epiche e oniriche con un retrogusto à la Twain. È questa la storia della piccola Hushpuppy e del suo mondo che va piano piano disgregandosi: il padre Wink, severo e amorevole, sta lentamente morendo; una profetizzata alluvione sta per spazzare via il mondo per come lo conosce; gli Aurochs, mitiche creature d’era preistorica, sono prossime al liberarsi dalle glaciali prigioni che li contengono e nuovamente iniziare la loro corsa. Sulla soglia del cambiamento di ogni cosa Hushpuppy  intraprenderà un viaggio alla ricerca della madre che non ha mai visto, ma solo conosciuto attraverso i racconti del padre.
Con cinepresa ad altezza di bambina Zeitlin ci fa entrare passo a passo in questa atipica storia di formazione dal respiro così ampio che si apre in un’allegoria cosmica sul gioco dei ruoli, sull’umanità e l’animalità, sulla cultura e il mito, su così tante cose che ci è impossibile sintetizzare in una singola recensione. La bravura tecnica e narrativa del cineasta statunitense trasforma un progetto indipendente dal budget ridicolo in un vero e proprio miracolo cinematografico che fiorisce, non secondariamente, anche grazie all’interpretazione della piccola protagonista Quvenzhané Wallis (qui esordiente e subito accaparrata da Steve McQueen per il suo prossimo lavoro “The Twelve Years a Slave”), cinque anni al momento del casting e una statura artistica che non può essere misurata in centimetri. Lo sguardo della bambina non distingue realtà e fantasticheria, così ci troviamo immersi in un mondo magico di avventure che il motore della pura immaginazione piega di volta in volta nelle tonalità della favola o dell’incubo. Come in un sogno lucido veniamo attratti dall’occulta forza di un universo dove il prodigio risiede in ogni cosa, dove tutto si connette e richiama, dove la parola “normale” non ha senso perché la meraviglia si desta in ogni immagine. L’origine di tutto è, allora, la meraviglia che vuol dire stupore e incanto, anche sgomento e terrore. La meraviglia è l’origine di tutto e la quintessenza del modo di vivere di una bambina non ancora assuefatta dall’abitudine, ancora immersa in una originaria estasi, in un gioco che rende tutto lirica del vivere.
Che cosa è la felicità? questa domanda risuona tra i fotogrammi della pellicola di Zeitlin che con delicatezza accompagna Hushpuppy alla ricerca del suo “Big Fish”, la sua indipendenza e il suo posto nel cosmo. Il genio creativo del regista americano ci rende spettatori di una visione accecante, di una parabola che scivola nella sua ora e mezza di durata come miele caldo per l’anima, accompagnandoci con un costante voiceover malickiano che ci rende partecipi del mondo iperbolico vissuto dalla bambina, il cui processo di crescita si connette strettamente con la scoperta della fragilità e la caducità di ogni cosa. Spazzando via le selvagge creature di Spike Jonze questo “Re della terra selvaggia” si impone come un lavoro molto più riuscito, diretto e semplice, ci raggiunge con tutta la sua carica di allucinazione cosciente parlando in modo semplice e immediato, ma lasciando allo spettatore la possibilità di navigare a lungo attraverso i sentieri emotivi verso cui questo film ha aperto il varco. Impossibile non avere un giudizio molto positivo di una pellicola che, come “Re della terra selvaggia”, lascia una sensazione tanto vivida e profonda anche quando l’immagine che la veicolava è scivolata nel nero dello schermo al termine della proiezione.
Dopo aver ottenuto notevoli riconoscimenti da pubbblico e critica in giro per il mondo, aver vinto il Gran premio della giuria al Sundance Film Festival 2012 e strappato la Camera d’Or al 65esimo Fesival di Cannes ora “Re della terra selvaggia” è candidato a 4 Oscar (Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura non Originale, Miglior Interpretazione Femminile).
Di Simone Pecetta,da ondacinema.it

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