IL LATO POSITIVO



Pat esce dall’ospedale psichiatrico dopo otto mesi di trattamento con una sola idea in testa: rimettersi in forma e riconquistare la moglie Nikki. Un divieto di avvicinamento lo costringe, però, nel frattempo, in casa con la madre e il padre, che ha perso il lavoro e si è dato alle scommesse, e gli impone degli incontri settimanali con il dottor Patel. A questo punto, la già precaria autodisciplina di Pat viene sconvolta dall’incontro con Tiffany, giovane vedova con una recente storia di dipendenza da sesso e psicofarmaci. In cambio della sua intercessione presso Nikki, Tiffany vuole infatti che Pat le faccia da partner per un bizzarro concorso. 
Il bilanciamento di dramma e commedia è ormai la norma, difficilmente si trovano rappresentanti puri di una delle categorie, e il cinema in questo non fa altro che avvicinarsi ulteriormente alla vita (anche se poi, su entrambi i fronti, è tutta questione di punto di vista). Ciononostante, il quid del film di O. Russell, ciò che lo eleva sopra la norma priva di particolare interesse, è proprio in questo equilibrio, più riuscito e ardito del solito, perché operato su una materia scivolosa, fatta invece di squilibri, di ricadute e continue ridefinizioni degli obiettivi e delle aspettative. 
Al di là del dato biografico del regista, ex caratterino indomabile, che può essersi mescolato o meno al romanzo di Quick che ha anticipato e suggerito il film, la scommessa vincente di O. Russell – la cui regia in senso tecnico è probabilmente sopravvalutata ma ha senza subbio qualcosa da insegnare sullo spazio cinematografico- è quella di restringere il campo ad un metaforico tratto di strada. Si consuma infatti tutta qui, tra l’abitazione dei Solitano, il garage di Tiffany e l’agognata e proibita meta rappresentata dalla casa di Nikki, la preparazione alla vita di Pat: una preparazione atletica ad una vita “ballerina”. 
Dopo un po’ la strada si spiana e il film si adagia sull’asfalto della commedia sentimentale più classica, perdendo di poesia e finendo per coincidere con la riduzione banaleggiante che il titolo italiano, Il Lato Positivo , opera sull’originale. Resta però l’eco della presenza scenica di Jennifer Lawrence, che possiede una forza d’urto letterale, e dell’impresa interpretativa di Bradley Cooper, che depura il personaggio di carta dalla pellicola protettiva dell’ingenuità e si carica sulle spalle il peso di una consapevolezza che fa il film più amaro e più vero.
Di Marianna Cappi , da .mymovies.it

Bradley Cooper è Pat Solatano, bipolare, ex insegnante che a causa di un’aggressione, trascorre otto mesi in un istituto psichiatrico, perdendo lavoro, casa e compagna.
Grazie a un patteggiamento della pena, ritorna a casa dei suoi genitori, (Robert De Niro e Julia Stiles), una famiglia italiana, con la passione/ossessione per i Philadelphia Eagles. Conosce Tiffany, Jennifer Lawrence, un personaggio tormentato dal suo passato. Tra i due s’instaura una collaborazione reciproca nel recupero dalle loro difficoltà, e questa collaborazione porterà a un finale inaspettato.
Questo film è stato ben accolto dal pubblico e critica, conquistando 4 premi all’Indipendent Spirit Awards 2013, ilPremio del Pubblico al Toronto Film Festival 2012, e valso all’attrice protagonistaJennifer Lawrence un Oscar e un Golden Globe.
Tratto dal bestseller “L’orlo argenteo delle nuvole” di Matthew Quick. La trama del libro di fantasia da cui è tratto questo film, è piena di personaggi intensi e autentici, che hanno come comune denominatore l’atmosfera domestica, i sentimenti, le pressioni, le dinamiche drammatiche e la spontanea comicità delle situazioni della vita di tutti i giorni.
Il film è spiritoso, incentrato sulla ricerca del lato positivo in ogni momento della vita di tutti i giorni.
David O. Russel voleva riproporre senza molte maschere o grandi costruzioni, la vita delle persone reali e ci è riuscito, inglobando nel carattere leggero e romantico del film, alcuni spunti di riflessione sempre attuali sulle malattie mentali, quali l’uso e abuso di medicine, il lato personale degli operatori sanitari, l’integrazione degli stranieri in America, i culti e le scaramanzie, ossessioni, la passione unificante per lo sport, e il ruolo vigile degli agenti di polizia in America, sempre presenti, sempre dietro l’angolo ad assicurare che ogni norma venga rispettata.
Le otto nomination agli oscar sono meritate. Jennifer Lawrence è un talento naturale e l’ alchimia tra lei e Bradley Cooper è perfetta. I due lavoreranno ancora insieme nel nuovo progetto di David O. Russell, American bullshit.
Da daringtodo.com

Otto nomination e un premio per la Miglior Attrice Protagonista alla ventiduenne Jennifer Lawrence: ecco l’ottimo bottino post serata degli Oscar ottenuto da Il lato positivo – Silver Linings Playbook, novello Davide contro i Golia concorrenti (Argo, Les Misérables, Lincoln, Vita di Pi). Il “piccolo” film diretto e sceneggiato da David O. Russell è riuscito anche a eguagliare un record: piazzare unanomination in tutte le quattro categorie per gli attori, Bradley Cooper e la Lawrence come attori protagonisti e Robert De Niro e Jackie Weaver come non protagonisti, oltre alle nomination nelle altre categorie principali (film, regia, sceneggiatura non originale). Non succedeva dal 1981 con il film drammatico Reds di Warren Beatty! Con questo film Russell conferma di essere un regista “acchiappanomination” per i suoi attori, dopo le tre candidature per The Fighter (2011) – Oscar a Christian Bale come miglior attore non protagonista e a Melissa Leo come miglior attrice non protagonista, più la nomination di Amy Adams nella stessa categoria.
Se siete un po’ scettici e temete che Il lato positivo sia la “solita commedia romantica americana”, tranquilli, siete completamente fuori strada. Perché il maggior merito di David O. Russell, nella duplice veste di sceneggiatore e regista, è quello di raccontare una storia così originale, tratta dal romanzo L’orlo argenteo delle nuvole di Matthew Quick, senza appiattirla in una banale commedia sentimentale. Sul finale il film scivola in alcuni cliché tipici del genere – il ballo che ricorda un po’ Dirty Dancing, il classico equivoco fra i due innamorati, l’inseguimento finale –, ma l’inizio con la presentazione dei personaggi è fulminante. Pat e Tiffany, interpretati dalla nuova coppia hollywoodiana Bradley Cooper e Jennifer Lawrence, sono i protagonisti principali di una storia corale, dove ogni personaggio, anche se “minore”, è ben delineato grazie agli ottimi dialoghi: memorabile lo scontro/incontro sul football fra lo scaramantico padre di Pat – un ottimo Robert De Niro che dopo una lunga serie film da dimenticare dimostra di essere ancora in ottima forma –, convinto che Tiffany porti iella, e Tiffany, decisa a dimostrargli il contrario con un interminabile elenco di notizie sportive.
La vera forza di questa “dramedy” è il cast stellare dove spicca ilprotagonista Bradley Cooper(la trilogia di Una notte da leoni)nel difficile ruolo di Pat Solitano, affetto da disturbo bipolare e appena tornato a casa dei genitori dopo otto mesi in clinica psichiatrica. Gli sbalzi d’umore, gli attacchi d’ira, l’ossessione nel cercare il video del matrimonio, l’iperattività: Cooper è bravissimo nel rappresentare un uomo non convenzionale senza cadere nel cliché del “pazzo”, anche perché quando finalmente scopriamo il motivo del suo ricovero in clinica, in lui vediamo più disperazione che follia. Accanto a Pat, troviamo la giovane vedova Tiffany che sfoga il suo dolore nel sesso occasionale, interpretata dall’ottima Jennifer Lawrence (Hunger Games, Un gelido inverno). In un mondo che li etichetta come “diversi”, gli outsider Pat e Tiffany entrano in sintonia fin dal primo incontro con un’accesa discussione sugli antidepressivi e la loro solitudine li fa avvicinare sempre di più. Jacki Weaver (Animal Kingdom) e Robert De Niro (Limitless, in cui faceva già coppia con Bradley Cooper) sono i genitori di Pat che lo riportano a casa dalla clinica sperando di poterlo aiutare a superare questo momento difficile. La madre Dolores è, forse, l’unico personaggio equilibrato del film, mentre Pat Sr. è il simpaticissimo padre appassionato di football, scommettitore “seriale” e superstizioso – ma forse, per restare in tema, dovremmo dire ossessivo compulsivo!
Il lato positivo è un film originale con personaggi insoliti, che riesce a trattare con leggerezza, ma senza cadere nella banalità, temi difficili come le malattie mentali e la depressione e riesce a emozionare. Se volete vedere una (quasi) commedia fuori dal comune, Il lato positivo è il film che fa per voi!
Di Sara Guglielminetti , da diariodipensieripersi.com

“… Se rimani positivo vedi spuntare il sole tra le nuvole …”
Pat Solatano(Bradley Cooper)ha perso tutto: moglie, lavoro, casa, e dopo aver trascorso otto mesi in un ospedale psichiatrico, in seguito ad un patteggiamento della pena si trova a dover vivere con i suoi genitori, (Robert De Niro) suo padre e (Jacki Weaver) sua madre.
Nonostante gli avvenimenti catastrofici che ha dovuto superare, tra cui anche il tradimento della moglie con un suo collega insegnante, Pat non ha perso il suo naturale ottimismo,ed è deciso a riconquistare la ex moglie, causa dei suoi mali, e a ricostruire la propria vita. I suoi genitori vorrebbero solo che si rimettesse in piedi e che condividesse la maniacale passione di famiglia per la squadra di football locale: i Fhiladelphia Eagles.La situazione si complica quando il protagonista conosce Tiffany (Jennifer Lawrence) e fra i due nasce un rapporto prima amichevole, che poi si trasforma in una relazione amorosa. David O.Russel ha costruito il film adattandolo perfettamente sull’omonimo romanzo di Matthew Quick: Silver Linings playbook (L’orlo argenteo delle nuvole).
Un film dalla storia semplice ma non scontata, che si aggiudica un Oscar quello di J. Lawrence, e otto nomination, tra cui quelle per miglior film, miglior regia e sceneggiatura non originale. Dunque una pellicola, che, come il ritornello di una canzone orecchiabile non se ne va dalla testa facilmente; la più classica delle situazioni della commedia sentimentale diventa per il regista lo spunto per una rilettura originale del genere, resa possibile dai due protagonisti, ma in maggior modo dalla Lawrence. Entrambi i protagonisti hanno problemi psichici, ma non è tanto la malattia mentale ad essere il motore del racconto quanto la voglia di affrontare le situazioni della vita di petto, come in una sorte di scommessa con se stessi che a tutti i costi bisogna onorare per poter vedere quel raggio di sole che, dopo una brutta tempesta, illumina d’argento i profili delle nuvole.
Di Annamaria Boffola, da corrieresalentino.it

C’è una buona dose di follia in ogni cosa. È quella Moria divina, garante di allegria e spensieratezza, capace di apportare benefici nelle relazioni interpersonali e nell’autocompiacimento, di natura divina e dal linguaggio schietto che parla ancora attraverso le pagine di un imprescindibile Elogio. Se là prendeva le distanze dal finitamente umano, ne Il lato positivo scende nell’arena dell’esistenza lasciando tracce di sé in ogni dettaglio, in ogni inquadratura, calata dentro ogni personaggio fino a rimbalzare nel campi lunghi di strade da percorrere solo in corsa e di interni che si stringono claustrofobicamente. David O. Russel confeziona un prodotto insolitamente raffinato, dove dramma e commedia si amalgamano a formare un compendio notevole, uscendo dal déjà vu di rappresentazioni edulcorate, tuttavia perfettamente in linea con quell’eternamente noto, ma non per questo meno piacevole, che costituisce la più classica delle commedie romantiche hollywoodiane. Professionisti del comico e non si destreggiano in uno script di grande presa sul pubblico, aderenti a stilemi che evitano lo stereotipismo e a caricature complesse che si allontanano abilmente dal manierismo di sé. In una tale prospettiva si concentra il cast d’eccezione di quest’opera, dove la candidatura agli Oscar lascia intendere l’ottima scelta di O. Russel, potenziando quell’alchimia già facilmente avvertibile nei confini del quadro cinematografico. Il regista di The Fighter fa sfilare per le stesse vie, negli stessi corridoi che riflettono i labirinti della psiche umana, un Bradley Cooper affiancato dall’intensa Jennifer Lawrence, entrambi sorprendenti in una prova che vuole lasciare il segno non solo tra le righe di una buona sceneggiatura. Se i due riescono individualmente quanto nei duetti carichi di energia esplosiva, non da meno sono gli interpreti relegati sul piano secondario, capeggiati da quel De Niro ormai veterano del dramma, rientrato in grande stile all’interno di schemi cui riesce finalmente a piegare – fino a liberarsene – quelle stesse deformanti caratteristiche che lo rendevano una macchietta quasi grottesca nell’autoparodia gratuita. Tratto dal romanzo The Silver Linings Playbook di Matthew Quick, la pellicola seleziona due anime in pena e le concentra nel piccolo spazio di un quartiere dove la follia assurge ad un livello di sublime che si riflette nelle sfumature di ogni carattere, all’interno dei dialoghi e in atteggiamenti schizoidi che evitano l’eccesso e si allineano a quelle stranezze dell’umano vivere che le rendono perfettamente normali. Pat e Tiffany si ritrovano a dover risolvere quei conflitti interiori tanto esasperati da spedirli contro il lato opposto della carreggiata, in grado di risollevarsi dallo schianto solo dopo una terapia d’urto che esula dagli standard medici di pillole e confronti verbali, ma si registra tutta in un bacio romantico, memore di un classicismo mai fuori moda. Solo così, nel coronamento di un amore fuori dagli schemi, tutto riesce a rientrare in quei binari della vita sempre in corsa sull’esile linea di confine tra illusione e realismo, furia scatenata ed eccessivo controllo, riso e pianto propri di un’esistenza che rifugge da rigidi e abusati manicheismi. In onore di quanto c’è di positivo nell’imprevedibile, incoerente e inclassificabile storia di ognuno, dove la verità si cela negli interstizi assurdi che la rendono sensazionale.
La frase:
“La verità è che hai solo paura di sentirti vivo”.
Di Marta Gasparroni , da filmup.leonardo.it

L’equilibrio, la misura. La loro presenza, la loro mancanza. La consapevolezza e la capacità di rimettere il baricentro in posizione anche quando si è a un passo dal cadere. In questo, sostanzialmente, si basa la forza (tutta relativa) di un film come Il lato positivo.
David O. Russell i rischi non li ha di certo evitati, è anzi andato a prenderli regolarmente di petto nel raccontare la storia (rischiosissima) dell’amore tra due fuori di testa, nel contesto di un mondo comunque svalvolato. E con la spregiudicatezza di chi di eccessi se ne intende, si concede il lusso di colorare la figura del suo film fuori dai margini quando gli punge vaghezza, ma mai troppo e mai di continuo, mai pregiudicando la figura intera o confondendo l’estro con la cialtroneria.
Perché alla fine, si può tranquillamente dire, Il lato positivo mette da parte tutte le sue idiosincrasie e si conclude con un bacio romantico in mezzo alla strada che pare uscito di peso da un film di Nora Ephron. Si conclude con la ricomposizione di ogni frattura, nella migliore tradizione della commedia romantica edificante hollywoodiana. Ma David O. Russell lo fa con sguardo smaliziato e consapevole dell’esigenza di dare un contentino al pubblico (e all’Academy), e soprattutto del fatto che nel suo film the journey is the reward. Ché il senso sta tutto in quel che accade tra l’incipt del manicomio e la chiusura del bacio; di più: nel come accade.
Sono gli episodi singoli, nella loro singolarità e nella loro accumulazione a fare la forza de Il lato positivo, i dettagli ed i particolari e non un insieme che, sotto al trionfo dell’amore coronato, non si spinge molto oltre dichiarazioni poco originali (seppur ancora necessarie) come “in siamo tutti un po’ matti, l’amore stesso è una follia e il segreto è nella generosità con cui si è pronti a donarsi all’altro”.
David O. Russell lo sa bene, e oltre a mettere a disposizione un campo coerente e una strada narrativa via via meno tortuosa, si affida ad una capacità di scrittura capace, prima ancora che di ritmo e resistenza soprattutto di scatti veloci e di scarti sorpredenti.
E si affida ad un cast capace di reggere le situazioni più squinternate senza scomporsi troppo e quelle più retoriche senza mai imbalsamarsi.
Spicca per efficacia e magnetismo una Jennifer Lawrence davvero sorprendente, più ancora di un Bradley Cooper comunque solido e di un Robert De Niro che torna a recitare senza (troppe) smorfie e senza diventare maniera di sé stesso.
O, forse, proponendo una maniera funzionale al contesto in cui è calata.
Perché, ancora una volta, è nella capacità di calcolare non se, ma quanto è lecito spingersi fuori dalle righe – nel film, nei film, come nella vita – che si trova la forza ed il valore de Il lato positivo. Nelle righe, nello stare solo dentro le righe, dice David O. Russell, c’è solo la follia del grigiore, di chi non osa, di chi non vive.
Di Federico Gironi , da comingsoon.it

Una commedia coraggiosa, che sfugge ai cliché del sentimentalismo hollywoodiano oppure li attraversa, senza restarci impantanata. Un film divertente, drammatico, pieno di vita. Semplice e complesso, come può essere ogni giorno, ogni cosa, a seconda che la si affronti con onestà verso noi stessi, o con timore del giudizio, nostro e degli altri.
Il film si presta subito a un parallelo con l’opera precedente del regista newyorkese, “The Fighter” del 2010. Anche ne “Il lato positivo” Rusell racconta le vicende di una famiglia, con al centro il personaggio di Pat (doveva essere di nuovo Mark Wahlberg, ma alla fine è stato scelto Bradley Cooper) e intorno un solido e bizzarro – quale non lo è? – universo familiare destinato a rimettersi in gioco e trasformarsi, in seguito all’incursione della variabile esterna, la bellissima Tiffany (il fresco premio Oscar Jennifer Lawrence). 
Al posto del matriarcato con tanto di esercito di sorelle, stavolta il vertice della famiglia è l’intramontabile De Niro, perfettamente a suo agio nel caso patologico forse numero uno dell’intero cast, ovvero Pat Senior Solatano il maschio alfa che porta i pantaloni ma rischia continuamente di restare in mutande, fissato con le scommesse e con gli “Eagles” di Philadelfia. Radiato per sempre dall’albo dei tifosi per risse e recidiva, il vecchio Pat è costretto a guardarsi le partite in tv e dal salotto contribuisce alla fortuna della squadra, disponendo persone e cose secondo rituali propiziatori. Pat porta bene, ed è per questo soltanto che Pat Sr crede in lui. Il figlio preferito è l’altro, quello che il suo ritratto è appeso alla parete come si deve e non poggiato per terra. 
Anche stavolta, come in “The Fighter” è una donna la variabile che fa saltare le dinamiche ossidate.
Quando il film comincia, ancora non lo sappiamo, ma gli equilibri familiari hanno già subito un duro colpo. Dopo otto mesi di ricovero, Pat (Bradley Cooper) sta per lasciare l’ospedale psichiatrico, grazie a un patteggiamento della pena che lo obbligherà a proseguire quotidianamente la terapia. E’ di spalle, alla finestra della sua stanza, che parla a una certa Nikki immaginaria. Tre brevi stacchi in sequenza ci mostrano uno stereo portatile, un sacco per l’immondizia vuoto buttato sul letto e un foglio appiccicato al muro con scritto “Excelsior”. In tre immagini si riassume il nuovo Pat: il terrore di un ricordo incancellabile, l’obiettivo di riconquistare sua moglie e soprattutto una nuova fede nel lato positivo del mondo. Perché debba riconquistare sua moglie e perché sia finito in manicomio, sono due cose strettamente legate. Basta la canzone sbagliata (“My Cherie Amour”) e i pezzi cominciano a incastrarsi. Pur animato dalle migliori intenzioni, appena attacca il pezzo di Stevie Wonder, Pat non riesce a controllarsi (al di là del pezzo di Wonder, che alla lunga stende anche senza rievocare traumi, la colonna sonora di Danny Elfman è davvero azzeccata) . 
Il senso d’instabilità e precarietà del protagonista, al rientro nel consorzio civile, è accentuato da un montaggio veloce e dal frequente uso della shaky camera, con movimenti di macchina che rendono le immagini leggermente malferme. Condividiamo l’estraniamento di Pat e senza accorgercene, cominciamo a guardare gli altri dal suo punto di vista e – credo questo sia un grande merito del film – ci accorgiamo quanto sia relativa la normalità e quanto difficilmente si possa separare dalla pazzia. In ogni personaggio convivono limiti e debolezze che Pat affronta e smaschera senza riguardi, incapace di mentire e convinto che la verità sia necessaria alla sua nuova vita. 
La svolta è l’incontro con Tiffany, una misteriosa bellissima Jennifer Lawrence, con una fedina psichiatrica di tutto rispetto. Senza mai essersi visti prima, i due si riconoscono subito. 
Grazie all’intraprendenza della ragazza, raggiungono un accordo: Tiffany lo metterà in contatto con sua moglie (un’ordinanza restrittiva impedisce a Pat di avvicinarla) ma in cambio lui dovrà aiutarla a realizzare un vecchio sogno. Un’intensa reciprocità e la partecipazione collettiva di tutti i personaggi, che a guardar bene rappresentano le diverse parti che compongono ognuno di noi, fanno sì che le cose possano cambiare, e in meglio. Un plauso alle interpretazioni  (tutte meritevoli della candidatura all’Oscar) di Cooper, De Niro e Jacki Weaver (nel ruolo della signora Dolores Solitano) che compendia con abilità e sorprendente alternanza, le emozioni contrastanti provocate dal ritorno del figlio. Una menzione per Chris Tucker (l’amico Danny)che dopo “Jackie Brown” del 1997 non aveva girato altro che i tre capitoli della saga “Rush Hour”.
E’ stato Sidney Pollack a far conoscere il romanzo di Matthew Quick a David O. Russell, il quale non ha perso l’occasione di adattarlo al grande schermo. La maccheronica traduzione del titolo originale (“Silver Lining Playbook”, molto meglio il titolo del romanzo tradotto in italiano, ovvero “L’orlo argenteo delle nuvole”) se non altro contribuisce a non creare aspettative.
Senza essere banale il film offre una possibilità di riscatto e la benedetta seconda opportunità, a chi si batte – e si sbatte – per procurarsela e fatica giorno dopo giorno, finché non arriva il momento buono per rischiare.  
Di Lorenzo Taddei , da ondacinema.it

Forte delle nove nomination all’Oscar e della statuetta vinta da un’intensa Jennifer Lawrence come miglior attrice protagonista, Il lato positivo (Silver Linings Playbooks) si presenta come ottimo esempio di quel cosiddetto “cinema medio” (per intenderci, inteso in un senso positivo) capace di essere allo stesso tempo convenzionale e interessante, di parlare con efficacia e con leggerezza, e senza voler strafare, di temi impegnativi e importanti. Potremmo definirlo, se avessimo voglia di entrare nel labirinto delle definizioni storiografiche e delle conseguenti inevitabili precisazioni, come un esempio che si collega, sotto certi punti di vista, al cinema americano classico, ma preferiamo, per questa volta, rimanere più terra a terra e correre e ballare a fianco dei due protagonisti, interpretati da Bradley Cooper e daJennifer Lawrence, entrambi bravi nonostante ai punti vinca lei.
Già, perché è soprattutto grazie allo jogging e alle prove per uno spettacolo di danza che Pat e Tiffany entrano in contatto – e noi spettatori con loro – e si avvicinano, aiutandosi reciprocamente nel superare le paure, le ombre lunghe dei ricordi, le ossessioni, e nel ricominciare a guardare insieme verso il futuro. Pat è appena uscito da un ospedale psichiatrico, dove era finito per avere massacrato di botte l’amante della moglie: tornato, il suo obiettivo rimane quello di riconquistare, malgrado l’ordinanza restrittiva che gli impedisce di avvicinarsi a più di 150 metri da lei, la moglie, chiodo fisso delle sue giornate passate in famiglia, con un padre – un Robert De Niro in una delle migliori interpretazioni degli ultimi anni – allibratore un po’ ossessivo-compulsivo fissato con i Philadelphia Eagles (mentre la madre è interpretata da un’ottima Jacki Weaver). Pat, durante una cena da un amico di vecchia data, conosce Tiffany, giovane traumatizzata dalla morte del marito, episodio che l’ha portata a un’angosciata e sofferta generosità sessuale al limite della ninfomania. I due, incontrandosi e beccandosi durante lo jogging tra le strade della città, e decidendo di partecipare ad un concorso di danza, trovano reciprocamente il sostegno per capire e aiutare se stessi e l’altro.
Il regista David O.Russell, dopo l’efficace e apprezzato The Fighter, si conferma ottimo cineasta, capace di rendere ancora interessanti storie e tematiche risapute, senza stancare pur tornando su terreni già calpestati; se infatti la trama è, in fin dei conti, prevedibile, e senza troppe difficoltà si può immaginare come andrà a finire, e se l’unione tra il tono amaro del dramma e quello allegro della commedia non è certo una grande novità nella storia della settima arte, Il lato positivo merita, come accennavamo all’inizio, proprio per come riesce a rendere ancora validi ed efficaci soggetti e modi di raccontarli non nuovi, e per come riesce comunque a favorire empatia e riflessione. Contano le  frequenti finezze di certi momenti, le singole efficaci scene, le figure secondarie, la capacità di non esagerare con il sentimentalismo né di volere a tutti i costi accelerare sul pedale del comico anche quando è superfluo, così come è decisiva la grande maestria che caratterizza sia la sceneggiatura che la scrittura registica.
In fin dei conti, in un certo senso, quello che rende Il lato positivo un film prezioso è proprio la sua dichiarata medietà, l’umiltà con cui si inserisce in tradizioni consolidate – quella della commedia sentimentale – e si confronta con schemi stabiliti, senza certamente appiattirsi nella banalità, ma senza neanche volere cercare un’originalità fine a se stessa che avrebbe portato il rischio da un lato di risultare “ruffiano” e poco sincero, dall’altro di essere meno efficace e, infine, più convenzionale.
Da cinemaerrante.it

Un grande Robert De Niro, un convincente Bradley Cooper e l’attrice Jennifer Lawrence, premio Oscar 2013 come protagonista in questo film, compongono un graffiante affresco della provincia USA. Candidata con ben ottonominations agli Oscar 2013, è approdata nelle sale italiane l’attesa e discussa pellicola Silver Linings Playbook (titolo semplificato e ‘tradotto’ con l’insipido ‘Il lato positivo’), diretta da David O. Russell, e tratta dall’omonimo bestseller dello scrittore Matthew Quick, considerato da molti il novello Nick Hornby per la scelta di storie e personaggi attuali ed anticonformisti.
I due protagonisti del libro/film, infatti, si collocano ai margini di una tranquilla esistenza da ceto medio della provincia americana: sono, per così dire, dei border line, almeno rispetto al contesto cui appartengono. Pat Solatano, affetto da disturbo bipolare, esce dopo 4 anni dalla clinica psichiatrica dove era rinchiuso, fra l’altro, per un reato di aggressione e, grazie ad un patteggiamento della pena, torna a casa dai suoi. Cercando disperatamente di reinserirsi e deciso a riconquistare la ex-moglie, Pat s’impone di osservare con dedizione le ‘silver linings’ (linee d’argento) del titolo originale, cioè alcune regole di condotta/buone intenzioni (come ad esempio fare jogging ogni giorno, leggere i libri che la moglie consiglia ai suoi studenti, ecc.), registrando l’andamento dei suoi progressi su un libriccino (ilplaybook per l’appunto), che compare però solo nel libro, e facendo appello a tutte le sue energie positive per raggiungere questi obiettivi.
Ma nonostante gli sforzi, le cose non sembrano girare per il verso giusto, almeno finché Pat, grazie ad un incontro combinato dal suo miglior amico, incontra Tiffany, una giovanissima vedova con disturbi di personalità, un po’ punk e un po’ ninfomane, amante della danza, interpretata con ottima prova attoriale dalla giovane Jennifer Lawrence, la talentuosa artista già nota per The Burning Plain ed Un gelido inverno, che si è aggiudicata con questo ruolo – forse un po’ prematuramente – l’Oscar come miglior attrice protagonista, peraltro l’unica statuetta portata a casa dal film.
Fra Tiffany e Pat s’instaura un rapporto inizialmente conflittuale ma intenso, di riconoscimento delle rispettive ‘diversità’, basato dapprima sulla negazione ostinata e poi sull’accettazione di una potente, reciproca attrazione. Il film, che inizia in maniera piuttosto drammatica, con alcune scene di notevole intensità in clinica psichiatrica e subito dopo l’arrivo di Pat a casa, alterna momenti brillanti ad altri più malinconici, quasi a sottolineare le difficoltà di assestamento della situazione dei protagonisti, tendendo sempre più ad appiattirsi verso i ritmi della commedia, culminanti in un finale piuttosto prevedibile, sia pur inevitabilmente atteso dal pubblico.
A tratti divertente, a tratti noioso, con atmosfere di altalenante riuscita, il film cerca in tutti i modi – e non sempre ci riesce – di descrivere personaggi sfaccettati e complessi, per alcuni dei quali risulta estremamente difficile vivere la quotidiana normalità, pur potendo attingere a risorse quali l’amicizia, la famiglia, il quartiere. “Adoro le storie d’amore e le trame che descrivono la vera vita di quartiere – afferma il regista – e mi piace molto, come è accaduto in questa pellicola, poter sbirciare nelle vite delle persone che tentano di affrontare la realtà e, spesso, se stessi, immersi nel loro ambiente quotidiano, compiendo sovente sforzi commoventi e sovraumani,  prima di riuscire a ‘sfangarla’ in qualche modo”.
La scelta del cast è senza dubbio uno degli atout del film: il padre di Pat è nientemeno che Robert De Niro, davvero in gran forma nonostante i suoi quasi 70 anni (li compirà ad agosto), nei panni di un uomo pieno di manie e superstizioni, ossessionato dalla squadra di football locale, i Philadelphia Eagles, e dedito a scommettere forti somme sulle partite di campionato. Bradley Cooper interpreta con ironia e personalità il ruolo di ragazzone degli States in cerca di una via d’uscita dalla malattia, risultando convincente nell’evoluzione, anche fisica, verso la guarigione. Nel ruolo della madre di Pat e moglie di De Niro, la bravissima Jacki Weaver, meritatamente candidata all’Oscar come miglior attrice non protagonista. Jennifer Lawrence, infine, cattura l’attenzione dello spettatore per il fascino e la forte caratterizzazione che dà al personaggio di Tiffany. ‘Silver Linings Playbook’ ha debuttato al Toronto International Film Festival 2012, dove ha vinto il People’s Choice Award (Premio del Pubblico).
Di  Elisabetta Colla , da assodigitale.it

«Non si può essere felici continuamente». «E chi l’ha detto?».
Al tempo della crisi (economica, sì, ma non solo) quando la vita è una scommessa e si perde facile il lavoro e magari anche la testa (oppure un marito, un affetto, una certezza…), l’incontro, in bilico sopra la follia, tra due bizzarre solitudini, tra due storti che non ci stanno dentro e si arrampicano sugli specchi di un’esistenza che li svuota, là dove ognuno, imprevedibilmente – ma inevitabilmente -, è la terapia dell’altro. Splendidi losers, rottamati e autolesionisti, che cercano di rimettere insieme i pezzi del se stesso che nemmeno sanno più dov’è. E che a volte ritrovi dove meno te l’aspetti: in una pista di ballo, ad esempio. In cui imparare da capo i passi dimenticati del sentimento: e la musica, segreta, del cuore.
E’ un film che non nasconde le sue cicatrici, una commedia romantica senza filtri, «Il lato positivo»: un viaggio da fermi di ostinato ottimismo che, in un mondo che ti spezza il cuore in tutti i modi possibili, accarezza l’orlo argenteo delle nuvole (come recita il ben più evocativo  titolo originale), alla ricerca di un raggio di sole nella tempesta (e nel grande, grosso, casino) che siamo, col coraggio di credere, una volta di più, che l’unica pazzia da cui valga la pena essere travolti è ancora, e pur sempre, l’amore. E che magari, alla fine, proprio là, in fondo, ci sia un happy end come solo quelli del cinema. 
Pat è un bipolare che torna in famiglia dopo 8 mesi passati in un ospedale psichiatrico: ha picchiato a sangue il docente che ha trovato nella doccia con sua moglie e ancora sbiella di brutto se ascolta la canzone del suo matrimonio. Vorrebbe ricominciare con la ex, ma sulla sua strada, tra una corsa e l’altra, incontra un’altra ragazza interrotta, Tiffany, che non ha trovato di meglio che passare da un letto all’altro per elaborare il lutto della morte del marito…
Padri ultra scaramantici, amici soffocati da mogli che ascoltano l’iPod anche in bagno, ragazze facili (e ferite) che non vogliono esserlo più: originale quando non stravagante, in perenne e non semplice equilibrio tra gli alti e bassi di una vita dove commedia e tragedia vanno insieme a passo di valzer, il film di David O. Russell (è quello di «Three kings» e «The fighter»), nonostante svolte sin troppo repentine, accende la luce di un possibile altrove nel buio cieco delle nostre ossessioni. Forte di uno stile a tratti nevrotico capace di riprodurre fisicamente i violenti sbalzi d’umore del protagonista, il regista incornicia i dialoghi con macchina a mano, taglio autorale e un montaggio che non ti lascia stare: attento alla carta da parati come alle canzoni, da quelle che ti fanno dare di matto ad altre (come «Girl from the north country», cantata da Bob Dylan e Johnny Cash….) che non smetteresti mai di ascoltare. Il resto (che non è poco) lo fanno i protagonisti, in stato di grazia: se De Niro (il padre allibratore  di Pat) fa le facce, Bradley Cooper («Una notte da leoni») dimostra una versatilità da star. Anche se chi fa la differenza, a 23 anni ancora da compiere e un Oscar come miglior attrice appena vinto, è Jennifer Lawrence, una Ferrari in un giorno in cui girano  solo 127.
Di Filiberto Molossi , da gazzettadiparma.it

Il Lato positivo è un film drammatico che nasconde una grande storia d’amore. Tratto dal romanzo di Matthew Quick, “L’orlo argenteo delle nuvole”, è diretto da David O. Russell e conta nel cast la partecipazione di diversi attori di grandissimo talento.
Pat (Bradley Cooper) e Tiffany (Jennifer Lawrence) sono due persone problematiche vittime di forti traumi psichiatrici (il tradimento della moglie lui, la morte precoce del marito lei). Dal loro incontro troveranno, attraverso un semplice patto, la forza necessaria per ritornare lentamente alla normalità: Tiffany dovrà aiutare Pat a riconquistare la moglie alla quale non può avvicinarsi per legge, lui dovrà aiutare lei a partecipare ad una gara di ballo.
Arrivato nelle nostre sale forte dell’esito degli Oscar, rimette ai nostri occhi giudizi condizionati. Tra le tante nomination, è tanto decantata la bravura degli attori. E’ vero. La recitazione dei due protagonisti annichilisce le carenze della trama e un finale grossolano. Il rapporto tra Pat e Tiffany è indiscutibilmente il fulcro del film, la colonna portante sulla quale si basa tutto il contorno. Si avverte l’equilibrio precario, la sottile linea di confine che scandisce gli stati d’animo altalenanti dei personaggi. Cooper e la Lawrence sono maestosi nelle loro interpretazioni. Il loro è un incontro/scontro salutare, un sorreggersi a vicenda in un rapporto che vede l’uno offrire una spalla all’altro e viceversa. L’alchimia instaurata è terapeuticamente magica, il loro flirt è velato, involontario, ma carico di reciproco piacere nel frequentarsi. Entrambi sono fatti “a loro modo”. Pat è motivato a recuperare il rapporto con la moglie, non trova altro motivo per svegliarsi la mattina. Si fa carica del karma che l’esperienza dell’istituto psichiatrico gli ha fornito: excelsior, proprio quel lato positivo che gli consente di vedere sempre la parte migliore delle cose. Tiffany è più giovane, determinata, bellissima, qualità che passano in secondo piano quando si rimane vedova di un marito poliziotto morto prematuramente. In comune hanno tanto. Persone dal forte carattere, talmente fragili allo stesso tempo da doversi misurare a piccole dosi. Fragili ma non sole. Se la famiglia di Tiffany preferisce un sostegno più discreto, quella di Pat è cosi folle da nasconderne la drammaticità interiore. Pat Senior (un ottimo De Niro) è un maniaco ossessivo compulsivo, improvvisato allibratore locale, che vive di football, manie e riti scaramantici. Il suo piccolo mondo è tutto qui tranne che per il mancato rapporto con il figlio Pat al quale preferisce il fratello Jake. Tutto è un equilibrio delicato anche tra le mura di casa, tutto è un equilibrio fuori. Non solo Tiffany, il padre e la madre ma ogni persona con la quale Pat entra in contatto. Dal compagno di riformatorio Danny al vecchio amico Ronnie, fino al dottor Patel. Il film brulica di particolarità e densità dei rapporti ma è sempre Tiffany a trovare il giusto ago della bilancia. Tiffany che urla, Tiffany che promette, Tiffany che pretende, Tiffany che intriga. E i momenti intimi di ballo, non sono poi cosi male.
Russell lo aveva già dimostrato con lo splendido The Fighter quanto sia bravo a tirare fuori il meglio dai suoi attori. Lo aveva fatto con Mark Walhberg e Cristian Bale, lo ha fatto questa volta con Bradley Cooper e Jennifer Lawrence. Le poche lacune tecniche sono compensate dalle atmosfere ansiose (nei primi minuti Cooper sembra ripetutamente una molla pronta a scattare), dialoghi al vetriolo e maniacale attenzione ai dettagli comportamentali. Jennifer Lawrence per essere poco più che vent’enne sembra già una prima scelta, forse però ha perso qualcosa nella conversione in doppiaggio. Bradley Cooper offre una performance alla pari e si consacra come uno dei migliori attori della sua generazione. Tutti gli altri, De Niro in primis, sono sapientemente collocati attorno. Il Lato Positivo è un film che merita la visione, offre performance da pièce teatrale e insegna come restare a galla quando le acque profonde sono subito dietro l’angolo.
Da bestmovie.it

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