HITCHCOCK



Non è un biopic, Hitchcock. E non è nemmeno un film sulla lavorazione di uno dei film più famosi del Maestro del Brivido, Psycho.
Quello diretto da Sacha Gervasi, qui alla sua seconda esperienza nella regia dopo l’acclamato documentarioAnvil: The Story of Anvil, è in realtà un film sul rapporto tra uomini e donne. E, ancor di più, sul rapporto di coppia: intesa come nucleo creatore e creativo di amore, arte, vita (in comune) e vite (singole).
Certo, Gervasi – che si appoggia su un buon copione di John J. McLaughlin e Stephen Rebello – dirige un film che, con poche e leggere pennellate, spesso con accenni quasi noncuranti, riesce a comporre un ritratto felicemente (in)completo e (in)fedele delle ossessioni e delle ricorrenze di un autore imprescindibile per la storia del cinema.
L’insieme di Hitchcock, inoltre, è con leggerezza tutta pop, profondamente hitchcockiano: nelle dinamiche, nei suoi intrecci, nelle sue tematiche, nelle sue alternanze tra registri leggeri ed altre angoscianti.
Eppure, o forse proprio per questo, quello di Gervasi è un film che trascende il personaggio che gli regala il titolo e che campeggia fisicamente e idealmente in ogni inquadratura, e che lo racconta attraverso quella che, tra le sue tante ossessioni, è stata quella principale: il rapporto con le donne, quello (in) pubblico, raccontato attraverso il suo cinema, e quello privato. Tanto da riuscire ad avere una valenza generale.
Attraverso le dinamiche di Hitch e di sua moglie Alma – la nota spinta erotica del primo nei confronti delle sue protagoniste e la meno nota sbandatina di lei per Whitfield Cook da un lato, e il legame umano e artistico dei due dall’altro – Gervasi riesce a raccontare con notevole precisione e partecipazione emotiva mai eccessiva, l’insieme delle spinte centripete e centrifughe che rendono una coppia messa assieme dall’amore e dalla stima reciproci un organismo che proprio nel suo tumultuoso dinamismo e nella dialettica con l’esterno  trova l’energia per essere compatta e proseguire nel mondo e nella vita.
Non si tratta, però, di una banalizzazione in stile “l’amore non è bello se non è litigarello”, tutt’altro. Il rapporto matrimoniale di Hitch e Alma è raccontato come un giallo, come un mystery che trova nei suoi intrecci e nelle sue perturbazioni, e non solo nel finale che scioglie (in un bacio) tutti i nodi, il senso profondo della sua struttura. Della sua istituzione.
Se un film, un lavoro artistico, è il frutto dell’incrocio bastardo, propizio e propulsivo tra pulsioni private e lavorio pubblico, e, per questo, è volente o nolente specchio dei tempi individuali e collettivi, lo stesso vale per l’amore, mosso dalle dinamiche tra il contesto storico-sociale in cui si muove e la psicologia intima di chi lo anima.
E se a volte serve uno strappo, un punto a capo, una ridefinizione o un nuovo inizio, questo è sempre salvifico anche contro l’opinione generale. Come un film in cui nessuno credeva e che (si) salva grazie ad una ritrovata e rinnovata collaborazione artistica e (quindi) sentimentale.
Ed ecco che la storia di Hitchcock, di Hitch e Alma, di Psycho e del pubblico (che siamo noi) si rispecchiano e riecheggiano gli uni negli altri.
Di Federico Gironi, da comingsoon.it

Alfred Hitchcock, è qui rivisitato dal regista Sacha Gervasi in un momento particolare della  sua  carriera di Regista, il momento in cui alla soglia dei suoi 60 anni, in cerca del’ennesima  sua  ispirazione,  si imbatte in un romanzo Psycho e ne  viene  letteralmente coinvolto. Diversamente dal solito,  Psycho, il suo nuovo film, nato, quasi per caso dalla lettura di questo romanzo, tratta un genere  nuovo per Afred Hitchock, un genere che per alcuni aspetti, sconvolge la  sua casa cinematografica, la  Paramount. Ecco allora entrare in scena, il rapporto di coppia  fra Hitchock e sua  moglie, a cui il regista si rivolge per chiedere, come  sempre aveva fatto, consigli. Nasce, quasi per incanto un film di coppia di una  coppia che  non avevamo mai considerato, ma  la cui importanza  si rivela basilare per l’estro creativo di Hitchcock.
Hichcock è, senza alcun dubbio, un film introspettivo sul rapporto di coppia, di una  coppia che  ha  sempre collaborato  nella realizzazione  dei film di Hichcock ma una  coppia in cui il bilanciamento delle aspettative è sempre stato diverso, anche  perchè, la  moglie, Alma Reville, è sempre stata, ufficialmente nell’ombra . La pellicola sviscera così le  debolezze del regista Hichcock, debolezze umane  che lo stesso regista non riesce a risolvere, fino a quando non nasce , anzi rinasce, quello stimolo collaborativo fra lui e  la  moglie che  farà ritrovare doppiamente questa coppia, sia creativamente che  affettivamente.
In tutto questo narrare “umano”. prendono parte al bellissimo film , anche  le  importanti parti di Scarlett Johansson, nonché quella che  ispirò la storia stessa di Psycho, la  storia dell’assassino realmente vissuto, Ed Gein, che, in Hitchcock, ispirò  il personaggio di  Norman Bates, che  ricordiamo essere stato magistralmente interpretato, nella pellicola  che  conosciamo, dall’attore  Anthony Perkins.
Ma il film, non tratta della personalità degli attori che  presero parte  al film Psycho, anzi, le accenna appena, proprio per incentrarsi sull’Hitchcock, persona, marito e regista, quasi un tutt’uno nel compenetrarsi dei due ruoli.
Un film molto introspettivo e capillarmente un film “di coppia” con problemi “di coppia” nel quale spiccano per l’ottima  interpretazione il magistrale e sempre eccellente, anche  se quasi irriconoscibile  nei panni di Hichcock, Anthony Hopkins, e la bravissimaHelen Mirren, nei panni della  moglie Alma Reville.
Hitchcock, un gran bel film, una splendida interpretazione  della coppia Hitchcock, che, letteralmente, ruba la scena, per tutta la durata della  pellicola, ma  vedrete che, ne vale  veramente la  pena…
Di  Silvio Arancio , da mondoinformazione.com

Nel 1960 il maestro del brivido Alfred Hitchcock, dopo Intrigo Internazionale, è alla ricerca di un soggetto diverso, di qualcosa di nuovo, e si appassiona al romanzo di Robert Bloch che trae ispirazione dalla vicenda del pluriomicida del Wisconsin, Ed Gein. La Paramount, con cui Hitch è sotto contratto, non ne vuole sapere di produrre Psyco, giudicandolo troppo orrorifico e respingente, ma il regista è convinto al punto da autoprodursi il film, girando negli studi Universal con la troupe della sua serie televisiva per abbattere i costi. A sostenerlo, in questo azzardo come in ogni altro momento della sua carriera, è la moglie Alma Reville, sceneggiatrice di talento, responsabile della revisione di tutti i copioni del marito e sua paziente spalla, esclusa dai riflettori così come dalle sue note infatuazioni per le algide bionde che scritturava come attrici. 
Se c’è un’immagine iconica di Sir Alfred, che non manca di attraversare neppure questo schermo, è quella della sua silohuette di profilo, controluce, scura come un’ombra, che va a coincidere con la sua caricatura. Il film di Sacha Gervasi, ispirato al libro di Stephan Rebello “Come Hitchcock ha realizzato Psycho”, prende in realtà a pretesto il set del film (futuro maggior successo commerciale del maestro) per indagare chi abitava quell’ombra e raccontare il rapporto tra il regista e la moglie, più con la voglia di gettare su di esso un briciolo di suspence che con quella di attenersi alla verità biografica. 
È probabile, infatti, che Gervasi e il suo sceneggiatore abbiano romanzato non poco fatti e intenzioni, specie nell’ipotizzare la sbandata di Alma per Whitfield Cook e la conseguente crisi di gelosia del famoso consorte, ma non è affatto male il modo in cui questa crisi viene impastata con il momento più rischioso della carriera di Hitchcock. Tensioni private e professionali si assommano così in un crescendo che culmina nel tournage della scena della doccia, scena che a sua volta assomma pregi e difetti del film (tra i primi annoveriamo Scarlett Johansson, tra i secondi la riproposizione degli eventi più noti). Più avanti, la ripresa della stessa scena, in occasione della prima proiezione pubblica, è nuovamente emblematica dell’approccio del regista alla materia: divertito, ammirato e più che mai sentimentale. 
Funzionano meno, di contro, le parti in cui l’atmosfera d’inquietudine è ricercata in maniera esplicita e artefatta, come nelle sequenze in cui il regista è tormentato dalla presenza fantasmatica di Ed; ma in fondo tutto torna, perché Hitchcock evoca le ombre ma poi le lascia fuori dal quadro, preferendo la luce del sole.
Antony Hopkins e Helen Mirren, pur parecchio distanti dai modelli reali, sono bravi a non coincidere mai con la caricatura.
Di Marianna Cappi , da mymovies.it

er il successo alcuni artisti non ordinari, seppure già noti, devono combattere sempre. Dopo ‘Intrigo internazionale’, 46mo film per un 60enne “Hitch” considerato all’apice della carriera, il libro “Psycho” di Robert Bloch – in parte ispirato all’assassino seriale Edward Theodore Gein – fornì al cineasta l’idea per il progetto successivo.
Basandosi sul saggio “Come Hitchcock ha realizzato Psycho” di Stephen Rebello, il regista Sacha Gervasi punta molto sul mimetismo di Antony Hopkins e la morbosa curiosità verso la vita privata, in particolare il rapporto matrimoniale e con l’alcol. L’interesse, però, sta piuttosto nelle dinamiche creative in relazione all’industria dello spettacolo. Gli elementi forti di quello che sarebbe diventato uno dei maggiori risultati del maestro inglese, e cioè sesso, violenza e complesso edipico, con un corollario di scopofilia e travestitismo, rappresentano grandi attrattive rischiose da trattare. Quindi, una bella sfida. A cominciare dai finanziamenti, visto che quando Sir Alfred aveva tentato delle novità (come per “Il Ladro” e “La Donna che visse due volte”, oltre che in questa), le produzioni persero soldi. Con coraggio, lui scelse allora di far da solo, rifiutando il proprio compenso e chiedendo alla major solo la distribuzione, con l’offerta del 40% dei ricavi. Prima e dopo, avvolse il lavoro nel mistero, con la sparizione dei volumi del testo in circolazione, il giuramento del silenzio imposto alla troupe, il set blindato e successivamente nessuna anteprima, con l’uscita in due sole sale attorno alle quali la pubblicità alimentò parecchia aspettativa.
Il racconto segue con brillantezza e dinamismo il percorso a ostacoli che va dalle trattative sulla censura (niente sangue o corpi umani nudi) al malore in piena fase di riprese con conseguente ritardo sulla chiusura. La determinazione ebbe comunque la meglio sebbene – come informano le didascalie in coda – Hitchcock non vinse nessun Oscar (“tutti ad Hollywood mi detestano”) ma venne risarcito con un premio alla carriera condiviso con la moglie, come un’intera esistenza sentimental-professionale.
La frase:
“Ognuno di noi ha un lato oscuro”.
Di Federico Raponi , da filmup.leonardo.it

C’è un cast di tutto rispetto in questo “Hitchcock“, tratto dal saggio “Come Hitchcoc ha realizzato Psycho”, di Stephen Rebello, autore del soggetto. Il regista Sacha Gervasi, musicista, sceneggiatore e documentarista, incentra infatti tutto il film sulle vicissitudini private e professionali che accompagnarono la nascita e la produzione del famoso capolavoro con Anthony Perkins.
Hitchcock è prima di tutto un uomo, con le sue debolezze e i suoi dubbi. In crisi creativa dopo il successo di “Intrigo internazionale”, si fa sedurre da un romanzo dello scrittore Robert Bloch. La trama scabrosa e insolita, è resa ancora più interessante dai sogni del regista, in cui compare il serial killer Ed Gein, il macellaio di Plainfied, morbosamente legato alla madre. Hitchcock mette tutto se stesso per girare il film, autofinanziandosi. Crede nella storia a dispetto delle critiche e dello scetticismo che lo circonda, e mentre gira la pellicola affronta i problemi di salute, di autostima e quelli legati al suo matrimonio.
Accanto a un Anthony Hopkins maestoso nel tratteggiare la figura del grande regista, Helen Mirren nel ruolo della moglie Alma è la coprotagonista, brillante e raffinatissima. Nel cast molte star del cinema inglese e americano, da Scarlett Johansson a Toni Collette a Jessica Biel a Danny Huston, oltre a uno splendido James D’Arcy nella parte di Anthony Perkins.
Nonostante qualche momento di incertezza, Gervasi confeziona un buon film, con alcune scene indimenticabili, su tutte quella ambientata sul set della famosa doccia di “Psycho”. Danny Elfman, con la sua musica travolgente, segue tutta la storia, regalando pathos e suspence. E’ un film che piacerà in particolare a chi ha amato il grande regista inglese, un omaggio tuttavia non scevro da critiche, per svelare l’uomo e non solo il genio. E chi non ha mai visto “Psycho” sicuramente appena uscito dal cinema correrà ai ripari!
 Di Angela Giulietti , da filmrecensito.it

I suoi film hanno fatto rabbrividire le platee cinematografiche di tutto il mondo, ma dietro il gusto per il delitto e la suspense si è sempre celato un senso dell’ironia dal gusto british e, naturalmente, noir. Insieme a quest’aspetto più leggero mostrato soprattutto nelle sue apparizioni televisive, Alfred Hitchcock ha nascosto però un mondo di fragilità e inquietudini che, andando oltre la genialità creativa, ha fatto di lui soprattutto un uomo. Ed è proprio per scavare all’interno di una natura quasi infantile imprigionata all’interno di un corpo limitante, che Sacha Gervasi ha accettato la sfida del suo primo lungometraggio di fiction. Certo, confrontarsi con l’impassibile Hitch, come lo chiamavano i suoi collaboratori, non è un lavoro adatto ai meno esperti, ma Gervasi ha trovato la giusta chiave d’interpretazione lasciando che sia l’essere umano con le sue incertezze a raccontare e determinare l’opera del genio cinematografico. Per questo motivo, partendo dai fatti e dalle suggestioni riportate nel libro di Stephen Rebello sulla lavorazione di Psycho, il regista sceglie di drammatizzare gli elementi a sua disposizione per fotografare il protagonista in un momento di passaggio tormentato dalla crisi creativa e da quella personale. Per comprendere meglio la struttura psicologica costruita nella sceneggiatura, però, bisogna partire dal presupposto che, nonostante oggi la memoria cinematografica lo ricordi come il maestro assoluto della suspense, Hitchcock non abbia mai goduto durante la sua carriera del sostegno della critica. Anzi, considerato come un autore di genere dalle caratteristiche popolari, ha dovuto attendere la politica degli autori dei Cahiers du Cinema e l’ammirazione di Francois Truffaut per ricevere un riconoscimento al suo lavoro.
Per questo motivo, mai premiato con un Oscar, il regista ha sempre visto nel pubblico il suo più implacabile recensore da conquistare e sedurre pellicola dopo pellicola con il brivido della paura. Ed è proprio il desiderio di dimostrare agli spettatori e a se stesso di essere ancora artisticamente vivo che, nel 1960, accetta la sfida lanciatagli da Ed Gein, serial killer del Wisconsin, per realizzare Psycho, la sua opera più innovativa. Così, a sessant’anni, Hitchcock rischia il tutto per tutto mettendo in pericolo la solidità economica e la sua tranquillità per sentirsi ancora libero di esplorare nuovi aspetti della paura. Tutto, purché al suo fianco ci sia sempre Alma, l’amore di una vita che per lui è stata moglie, confidente, sceneggiatrice e montatrice. Comprendere questi elementi è fondamentale per apprezzare pienamente la natura del lavoro portato a termine da Gervasi, visto che il suo intento è stato soprattutto quello di costruire un film di personaggi e situazioni emotive. Per questo motivo, è del tutto inutile e deludente aspettarsi risoluzioni di regia innovative o particolarmente personali, perché Hitchcock ha uno stile classico che richiama, non tanto al cinema degli anni Cinquanta e Sessanta, quanto al tipo di società e abitudini quotidiane del tempo. Dunque, dove si nasconde il valore di quest’opera che si concede il lusso di unire sullo stesso set due mostri sacri come Anthony Hopkins e Helen Mirren?
Semplice, il pregio del film è rappresentato proprio dalle qualità dei suoi interpreti e dalla capacità di un regista di muoversi agevolmente tra l’intimità dell’uomo e l’aspetto pubblico dell’artista, costruendo la tensione narrativa solamente intorno alla caratterizzazione dei personaggi. Lavorare esclusivamente attraverso le parole per evocare sensazioni e stati d’animo non è una sfida facile da vincere, soprattutto all’interno di un cinema sempre più in azione, ma lo sceneggiatore John J. McLaughlin è riuscito sicuramente nell’impresa. Nelle mani dei protagonisti ha consegnato una sceneggiatura in cui il movimento emotivo detta l’intero ritmo del film, passando con grazie e naturalezza dall’ironia ai tormenti creativi e personali. A rendere ancora più efficace questa narrazione intima è la sintonia con cui la coppia Hopkins/Mirren si confronta, andando oltre l’aridità che spesso caratterizza i personaggi di un biopic.
Lui, appesantito da una maschera imperfetta come in fondo era veramente il corpo di Hitchcock, lei immersa negli atteggiamenti di una donna intelligente destinata a essere pubblicamente messa in ombra dalle ossessioni bionde del marito, mettono in scena il dramma della gelosia all’interno di un matrimonio ormai maturo ma mai stanco di lottare e rinascere. In questo modo, la loro abitazione si trasforma in un palcoscenico sul quale poter interagire con maggior libertà e forza espressiva, mentre a Gervasi non rimane altro che utilizzare la telecamera per scrutare ossessivamente nel cuore di questa relazione senza offrire alcuna via di fuga ai due protagonisti. Un uso semplice della telecamera, se vogliamo, ma efficace per amplificare l’intensità dei confronti e l’impatto delle parole. Così, in questa messa in scena strutturalmente non elastica, solo i sentimenti, l’interiorità e il tormento personale creativo hanno libertà di espandersi all’infinito per dimostrare che la realtà di Alfred Hitchcock è stata incredibile quanto i suoi film.
Di Tiziana Morganti, da movieplayer.it

Hitchcock è arrivato nelle sale, il profilo più famoso del cinema, il regista che amava comparire in alcune inquadrature dei suoi film, l’uomo che mi ha accompagnato durante tutta la crescita, in grado di farmi adorare Cary Grant, il brivido e i film in bianco e nero, sta per rivivere nella pelle di un attore che non ha davvero più bisogno di presentazione: Anthony Hopkins trasformato nell’aspetto, nella smorfia e nella cadenza al punto di farci dubitare, durante le prime inquadrature, di esserci confusi.
Per l’occasione nel ruolo della prima donna ritroviamo la sempre splendida Hellen Mirren che, in barba all’età, fa la sua entrée in scena in reggiseno e sottoveste, con un taglio di capelli da abominio ed indossando tutto il tempo mise da panico, ma nulla possiamo fare per modificare la moda del passato. D’altro canto, qui veste i panni della mitica signora Hitchcock, donna ben poco incline a fare la passiva principessa consorte e di sicuro la più grande sostenitrice e collaboratrice del regista, alla quale spettavano sempre la prima e l’ultima parola (un suo KO era legge, una sua esclusione da un progetto era impensabile). Un duo quindi a dir poco inossidabile che dava il meglio grazie ad un’alchimia invidiabile, nonostante non escludesse le umane debolezze.
Intrigante, infatti, è il taglio scelto per portare sullo schermo uno scorcio della vita del Maestro: riviviamo i mesi che diedero i natali al più grande film del Re del brivido, quel “Psycho” dal successo planetario (e totalmente inatteso) che ripagò tutti della tanto travagliata realizzazione che indusse molti a dubitare sull’opportunità di portare a compimento il progetto. Ma è pure l’epoca in cui Alma (Hitchcock) s’allontana temporaneamente dal consorte per coadiuvare un amico nella stesura di una sceneggiatura, cosa che provoca in Alfred una tale gelosia (sfogata nel cibo e nei troppi drink) così accecante da deconcentrarlo e renderlo irascibile (ovviamente con sempiterna signorilità), tutti elementi controproducenti per la riuscita del suo lavoro.
In un contesto quindi di costante alternanza tra ambiente familiare e set – luogo in cui troneggia una più che mai convincente Scarlett Johansson (recentemente apprezzata in “Don Jon’s Addiction”, presentato alla Berlinale 2013) – si sviluppa una storia che cattura lo spettatore sino all’ultimo fotogramma. La curiosità di arricchire la nostra conoscenza sull’uomo che si celava dietro la macchina da presa (e ogni tanto compariva fugacemente nelle sue opere) e di scoprire l’importanza di Alma, la granitica, acuta ed estroversa moglie che l’affiancò durante la creazione dei suoi capolavori, non ci fa staccare gli occhi dallo schermo.
La meticolosa ricostruzione dei luoghi, delle situazioni e del making of della celebre pellicola, i protagonisti in grado di farci dimenticare di non essere gli originali e la narrazione, che leggiadra vola sino alla fine senza perdere mai di ritmo, sono gli elementi che rendono questo film degno di esplorazione: siffatta commistione d’ilarità, voyeurismo (quello sano) e di evasione non può che meritarsi un 7.
Da masedomani.com

Nel cinema di Alfred Hitchcock caos, pericoli e mali sinistri si nascondono all’ombra della vita ordinaria dei personaggi. Se dopo anni e decine di visioni, si conosce tutto della vita di Norman Bates o si sa come termina Gli uccelli, ben poco è noto della vita quotidiana del creatore di questi capolavori: regista tra i più grandi conoscitori del mezzo e personaggio riconoscibile dalla corpulenta sagoma e dall’ironia macabra, Hitchcock è stato capace di mantenere ben nascosti gli aspetti inerenti alla sua vita privata e alla sua psiche. Il regista Sacha Gervasi è convinto che il segreto della grandezza di Hitchcock risieda in una donna: non una delle ben note “bionde di Hitchcock” (le protagoniste, dalla bellezza enigmatica e dalla potente grazia, dei film del regista) ma una donna pressoché sconosciuta al pubblico. Si tratta della talentuosa moglie Alma, che da dietro le quinte ha profondamente influenzato il lavoro di Hitchcock rompendo le sue difese personali e divenendo la sua silenziosa collaboratrice. Forte del suo pensiero, Gervasi ha ritenuto impostare Hitchcock sulla storia d’amore tra Alfred e Alma, mostrando come il loro rapporto dinamico, complesso, contraddittorio e talvolta doloroso, abbia contribuito notevolmente alla creazione e alla realizzazione di Psyco.
Per la sua trama, Gervasi trae spunto dal libro Alfred Hitchcock and the Making of Psycho (in italiano Come Hitchcock ha realizzato Psycho), in cui Stephen Rebello nel 1990 ricostruisce passo dopo passo le fasi e le difficoltà incontrate nel portare sullo schermo Psyco: l’interesse di Hitchcock per la vicenda (reale) dell’assassino Ed Gein, l’adattamento del romanzo di Robert Bloch, il reclutamento degli attori Janet Leigh e Anthony Perkins, l’ideazione della scena della doccia (divenuta un caposaldo per il thriller moderno) e la battaglia con la censura di Hollywood. In ogni situazione affrontata, secondo Rebello, al fianco di Hitchcock vi era sempre la moglie Alma con i suoi significativi contributi: se presi singolarmente, Alfred e Alma davano l’impressione di essere due individui vulnerabili, insieme diventavano una forza imbattibile. A ricavarne una sceneggiatura per il film, rimasta a lungo nella black list di Hollywood, è invece John J. McLaughlin. 
Da filmtv.it

È un sottogenere suggestivo quello dei film che ricostruiscono la nascita di famosi film del passato – praticando la procedura della parte per il tutto: illuminare celebri personalità attraverso un singolo episodio della loro vita artistica – che ha prodotto risultati di notevole interesse. Il Marilyn di Simon Curtis con Michelle Williams nel ruolo della Monroe e Kenneth Branagh in quello di Laurence Olivier, dai diari di un aiuto regista sull’infelice set diIl principe e la ballerina. Meno recente il caso di Celluloide dove, a partire dall’omonimo libro di Ugo Pirro, la regia di Carlo Lizzani e la scrittura di Furio Scarpelli ricostruivano la genesi di Roma città aperta e, intorno alle avventurose vicende del capolavoro rosselliniano, rievocavano un’eccezionale temperie. Ma c’è anche il curioso caso del libro Dissolvenza al nero del regista Davide Ferrario (che ha dato origine a un film di scarsa fortuna), ricostruzione romanzata in chiave noir del soggiorno romano di Orson Welles alla fine degli anni 40. Ora si aggiunge, destinato a diventare un campione di questo stesso gusto, l’Hitchcock di Sacha Gervasi. Dedicato al concepimento, alla realizzazione e all’imprevisto esito di Psycho,1960. Questo nuovo film si fonda su un libro di ricerche e testimonianze, Alfred Hitchcock and the making of Psychodi Stephen Rebello, mentre il capolavoro hitchcockiano nasceva a sua volta da un libro, l’omonimo romanzo di Robert Bloch a sua volta ispirato alla vera storia di un assassino seriale, Ed Gein, finito per le sue cruente e perverse gesta in manicomio criminale. Il film (sulla veridicità del cui contenuto non si può mettere la mano sul fuoco) racconta con straordinaria cura del dettaglio quanto quell’esito che con il senno di poi diamo per acquisito fosse tutt’altro che scontato. Hitch non voleva ripetere il già fatto, ma voleva sorprendere e ancor prima sorprendersi dando vita a una storia dalle tinte orrorifiche, ma dovette sudare il risultato e aggirare le diffidenze dei finanziatori (la Paramount) assumendosi il rischio di autoprodursi. E dovette battagliare duramente con la censura. Per la scena osé che all’inizio mostra Marion a letto con l’amante, per mostrare il water del bagno del motel di Norman, ma soprattutto per la celeberrima scena dell’accoltellamento sotto la doccia. Ma l’aspetto sul quale il film indugia moltissimo è quello che accredita una prepotente componente di perversione nell’uomo Hitchcock: dando certamente luogo a un risultato intrigante e tuttavia anche assecondando quella tendenza che all’insegna di uno scavo ossessivo nella personalità di figure celebri – e nei veri o presunti disturbi delle medesime personalità: e sappiamo come, tra verità e leggenda, quanto quella di Hitchcock possa prestarsi al compito – finisce però per spostare un po’ arbitrariamente (e inutilmente?) l’attenzione lontano da ciò che più conta e resta. Insomma l’arte. Parliamo di questo: Hitchcock e il suo strano rapporto con la moglie Alma, suo angelo custode ma anche donna trascurata e talentuosa sceneggiatrice costretta nell’ombra, umiliata e ingelosita dalle infatuazioni del marito-maestro per le sue venerate e più o meno algide bionde. Sul set di Psycho rappresentate da Janet Leigh (rivissuta da Scarlet Johannson) e da Vera Miles, ovvero Marion e la sorella. Con una sovrabbondanza di segnali di identificazione non solo da parte del protagonista Anthony Perkins con la torbida personalità di Norman Bates ma soprattutto da parte di Hitch con le perversioni dell’omicida seriale ispiratore. Comunque una festa per tutti i cultori.
Di Paolo D’Agostini, da trovacinema.repubblica.it

“Racconta la leggenda”. Citare il finale de L’uomo che uccise Liberty Valance di John Ford per parlare di un film di Alfred Hitchcock può sembrare un controsenso, ma è la maniera migliore per sintetizzare il biopic, o presunto tale, di Sacha Gervasi che racconta la genesi e la realizzazione di Psycho.
E in effetti, più che la storia di Hitchcock e della sua fedele compagna di vita, Alma Reville, questo simpatico divertissement è un collage di aneddoti costruiti attorno a due protagonisti, Anthony Hopkins ed Helen Mirren, che con il loro impeccabile stile e talento riescono a mantenere vivo un film altrimenti non esaltante; non per demeriti particolari, ma perché agli occhi di un normale spettatore che non mangia pane e cinema, poco importa dell’avventurosa storia di uno più mirabili prodotti artistici della storia.
Resta una buona ricostruzione generale a opera del comunque volenteroso Gervasi, una bella coppia femminile formata da Scarlett Johansson e Jessica Biel (con la seconda più brava della prima) e la voglia di rivedere l’opera completa di sir Alfred. E questa è la cosa più importante, che dà a Hitchcock un valore inestimabile.
Di Alessandro De Simone, da cinematografo.it

Hitchcock, tratto da libro di Stephen Rebello, non è un film sulla vita del grande regista, ma il racconto della nascita e della lavorazione di quello che è considerato il suo maggior successo: Psycho. Un film voluto fortemente dal regista che, pur di realizzarlo, decise di autoprodurlo ipotecando quasi tutto il suo patrimonio. Una scelta avversata dalla casa di distribuzione, la Paramount, che infatti all’inizio farà uscire il film in sole due copie, e dall’ufficio censura che contesterà al regista la famosa scena della doccia e una scena d’amore. Una situazione che, inoltre, finirà per creare anche grande tensione tra lo stesso regista e la moglie, che rivestì un ruolo cruciale in tutta l’attività lavorativa di Alfred.
Hitchcock, dunque, non è un biopic nel senso classico del termine, ma senza dubbio fornisce uno sguardo interessante sulla vita del regista, soprattutto in relazione al rapporto con la moglie e alla fissazione dell’uomo per le sue attrici protagoniste.
Inoltre il film ci restituisce l’immagine di un grande professionista, sperimentatore e innovatore, sempre pronto a rimettersi in gioco, anche all’età di sessant’anni. Un aspetto, a mio avviso, molto importante per capire il successo del regista, che nel corso della sua lunga e brillante carriera non ha mai rinunciato alla sperimentazione, andando alla ricerca continua di nuovi stimoli e nuove sfide, come nel caso di Psycho.
Ma, come detto, al di là della creatività dell’uomo, il film indaga soprattutto il rapporto con la moglie, Alma Reville, donna forte, intelligente e talentuosa che riuscì a supportare e sopportare il marito, accontentandosi di vivere alla sua ombra. Del resto, come si dice, non è vero che “dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna” ?!
Un film che trae la sua forza principalmente dall’ottima interpretazione dei due attori protagonisti, Anthony Hopkins e Helen Mirren, che riescono a far emergere la tensione del rapporto e, contemporaneamente, la straordinaria forza di un sodalizio amoroso-lavorativo indissolubile. Senza dimenticare la buona prova di due comprimarie di lusso come Scarlett Johansson e Jessica Biel.
Hitchcock, dunque, si rivela un film interessante, assolutamente da vedere per i fans del regista o di Psycho, ma consigliato anche a chi vuole scoprire un personaggio misterioso e originale.
Da letteraturaecinema.blogspot.it

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog