EDUCAZIONE SIBERIANA


“Dobbiamo avere rispetto per tutte le creature viventi. Eccetto che la polizia, i bancheri, gli usurai. Rubare a queste persone è permesso..” Gabriele Salvatores ci porta nel mondo degli Urka siberiani, criminali con un codice etico e comportamentale molto speciale.
 Siamo in Transnistria, una regione dell’ex Repubblica socialista sovietica moldava. La storia si svolge in un arco di tempo che va dal 1985 al 1995. In quegli anni avviene uno dei più importanti cambiamenti della storia contemporanea: la caduta del muro di Berlino e la conseguente sparizione dell’Unione Sovietica con tutto quello che questo evento ha poi comportato nei rapporti economici e sociali dell’intero pianeta. Nel 1990 la Moldavia autoproclamatasi indipendente, non è riconosciuta da nessuno Stato. In questa cittadina vive una comunità perseguitata dove valgono ancora le vecchie regole siberiane malavitose, ma con una loro etica. Si chiamano Urka siberiani e si definiscono ‘criminali onesti’. Kuzya (John Malkovich), nonno di Kolima e Gargarin, cerca di educare i due nipoti nel rispetto delle tradizioni, ma il loro mondo si sta trasformando, l’odiato regime comunista è collassato e il libero mercato si sta imponendo. Vite che incontrano il consumismo, la globalizzazione, vivendo così un difficile confronto tra “vecchio e nuovo mondo”.
Nicolai Lilin, l’autore del romanzo dal quale è stato tratto il film è del 1980.Educazione siberiana è il suo primo libro e racconta la sua crescita e formazione all’interno di una comunità criminale. Ha visto Mediterraneo e ha chiesto a Salvatores di farci un film. Primo film di Gabriele Salvatorecompletamente girato in Lituania e in lingua inglese, Educazione siberiana, vanta un gruppo di attori russi bravissimi e molto conosciuti, oltre al magneticoMalkovich e a Peter Stormare. “Educazione siberiana – ha dichiaratoSalvatores – non è un film politico. Il messaggio politico è intuibile, semmai, dalle storie dei protagonisti, dalle loro personali vicende di crescita. Ci siamo concentrati su quello che Lilin racconta nel romanzo, le regole ferree che hanno dominato la comunità nella quale è cresciuto. La religione, il rapporto con le armi e il denaro, l’importanza dei tatuaggi e su come ci si comporta in galera, per i meno fortunati che ci sono finiti. Educazione siberiana è un romanzo di formazione estrema e dal fascino pericolosamente ambiguo”. “Ci ho pensato –ha continuato Salvatores – prima di accettare questo progetto perché presentava un argomento a me non affine e per le tante difficoltà che si portava appresso. Ora, posso dire, senza alcuna voglia o ombra di provocazione, che ho imparato più cose in questo film che negli altri quattordici realizzati fino ad ora”.
Da primissima.it

Un intenso lavoro diretto da Gabriele Salvadores, il quale propone al pubblico delle grandi sale un dramma prettamente sovietico. Kolima e Gagarin sono grandi amici già alla loro tenera età e sono accomunati da una vita piuttosto particolare. I due giovanissimi protagonisti, infatti, abitano in una città molto pericolosa nel sud della Russia, che è diventata ricettacolo dei peggiori banditi. Essi vivono all’ombra del loro clan di appartenenza, rispettando il codice d’onore e ricevendo un’educazione molto particolare. A loro, sin da piccoli, viene insegnata la nobile arte del combattimento, sia armato che a mani nude. Sono addestrati a commettere furti e rapine di ogni genere per poter sopravvivere in un ambiente ostile come quello in cui sono stati gettati alla nascita e, inoltre, a alto l’onore del clan.
Tuttavia, gli anni passano e, senza neanche accorgersene, Kolime a Gagarin diventano dei giovani uomini in balia dei pruriti, delle passioni e della voglia di libertà che solo la giovinezza può regalare. Vogliono il mondo ai loro piedi e faranno di tutto per raggiungere il loro scopo. Anche, forse, andare contro i precetti del loro stesso clan.
Questo film costituisce lo specchio di una realtà del passato che, ancora oggi, è fortemente vissuta in Siberia. I “criminali onesti”, o come amavano definirsi coloro i quali venivano plasmati nel corpo e nella mente dalla malavita della Russia del Sud, si si definivano tali poiché, all’interno della loro “società”, rispettavano un prezioso codice d’onore che non s’azzardavano a tradire.
L’opera è tratta dall’omonimo romanzo “Educazione Siberiana” di Nicolai Lilin, che racconta come ha vissuto gran parte della sua giovinezza all’interno di una di queste “famiglie” e calato in una realtà talmente diversa dal viver comune da sembrare quasi un sogno ad occhi aperti.
Di Francesco Quartararo, da news.cloudhak.it

A tre anni di distanza da “Happy family”, il regista Gabriele Salvatores sceglie per il proprio ritorno al cinema “Educazione siberiana”, un lungometraggio tratto dal romanzo omonimo di Nicolai Lilin pubblicato nel 2009. Il film racconta una storia estremamente forte e intensa, incentrata sulla tradizione di un popolo che si scontra con il cambiamento globale in seguito alla caduta del muro di Berlino e al crollo dell’Unione Sovietica, in una regione storicamente problematica e complessa dal punto di vista etnico come la Transnistria, a nord della Moldavia. L’approccio che il regista sceglie di adottare nei confronti dei codici criminali siberiani è molto affascinante: non c’è in gioco la ricerca di una condivisione del punto di vista morale dei protagonisti, incarnato in tutto e per tutto dalla figura statuaria e sobriamente tenera del nonno Kuzja (interpretato da John Malkovich), bensì emerge la ricerca della migliore resa espressiva possibile per trasmettere la profondità e la complessità di questo codice. 
Visivamente il film lascia intuire una minuziosa ricerca del significato da attribuire ai valori siberiani, in modo tale che il contrasto con il mondo che via via cambia in direzione del progresso verso l’occidente risulti problematico e non così scontato come potrebbe sembrare a prima vista. Tale contrasto viene supportato dalle scelte stilistiche di Salvatores: ripresa e montaggio subiscono leggere variazioni in rapporto alle tre “macro-parti” principali del film, ovvero l’infanzia dei protagonisti, il periodo successivo al novembre del 1989 e infine quello vicino agli anni 2000, con Kolima ormai cresciuto e arruolato nell’esercito. Come sottolineato dallo stesso Salvatores, la pellicola non ha nessun intento documentaristico né tantomeno politico o ideologico: piuttosto contribuisce alla riflessione sulla morale, la tradizione, la lealtà, il coraggio, ma anche l’amore in un contesto particolare come quello della terra siberiana. I costumi, la scenografia, la ricercatezza unita alla semplicità di certe sequenze specifiche, la movenza dei personaggi, la resa “empatica”: questo sembra voler essere il focus del film. 
Salvatores percorre quindi una strada molto apprezzabile nella realizzazione del binomio cinema / letteratura, curando oltre all’immagine anche la colonna sonora originale, affidata al suo amico Mauro Pagani, che amalgama musica etnica, strumenti e toni legati alla tradizione russa. E sempre a proposito di empatia, da citare sicuramente è la scelta di introdurre un brano di David Bowie, “Absolute beginners”, in una delle scene più suggestive della storia. Quando un film del genere raggiunge un livello soddisfacente, al termine della visione riesce sempre a lasciare un’ottima sensazione sia sul piano emozionale che sul piano intellettuale, e in tal senso il film di Salvatores è una positiva conferma. 
Di Giovanni Polisano, da filmedvd.dvd.it

È un’arma a doppio taglio l’ultimo lavoro di Gabriele Salvatores, Educazione Siberiana. Un’opera in grande stile, il cui obiettivo è l’internazionalità (che si evince già dal cast) e diventare un fenomeno da blockbuster. Non sceglie mai a caso le sceneggiature Salvatores, come ogni regista vuole lasciare l’impronta. Ma questa volta si discosta talmente tanto dalla sua filmografia, da affermare che “questo è il genere di film che ho sempre voluto fare”.
Kolima (Arnas Fedaravicius) e Gagarin (Vilius Tumalavicius) crescono insieme in Siberia, in una parte di territorio dove Stalin mandò a vivere i criminali russi. I vari clan hanno regole specifiche da seguire che contraddistinguono l’uno dall’altro. Quelle dei Siberiani, le apprendiamo grazie a nonno Kuzja (John Malkovich). Quando fin da bambino ti vengono impartiti precetti da mantenere, nel momento in cui esci fuori dal perimetro di terra oltre il quale non ti sei mai spinto, capisci come è fatto il mondo, e che la libertà di scelta è ciò che vuoi. Così Gagarin, con il tempo, non accetta più il codice comportamentale di nonno Kuzja e si allontana dal clan. Inesorabilmente anche da Kolima. Un evento tragico colpirà nel cuore il ragazzo, che sarà costretto a vagare per le montagne della Russia per fare i conti con quello che un tempo fu il migliore amico.
Amicizia, libertà, educazione. Questi i grandi temi del film, che a tutti gli effetti si presenta come un’opera imponente. A partire dall’inizio, con un monologo introduttivo al clan dei Siberiani di uno splendido John Malkovich che, anche se in un ruolo minore, ci regala una grande interpretazione delle sue. Lo scontro che si preannuncia già dalle prime scene del film, sarà tra la staticità delle regole e il mondo in continua trasformazione. Anni cruciali per la Russia, che Salvatores ripercorre visivamente nell’arco di tempo che va 1985 al 1995.
Nelle distese immense ed innevate della Siberia l’amicizia che unisce i due ragazzi riscalda la narrazione, anche se le interpretazioni dei giovani attori non riescono ad emozionare e coinvolgere completamente. Salvatores, comunque, sicuramente centra il bersaglio preannunciato mettendo in scena una storia il cui target di pubblico è ampio ed eterogeneo. Gli amanti ne resteranno sorpresi – in che modo, è soggettivo.
Di Valeria Vinzani , da filmforlife.org

“L’uomo non può possedere più di quanto il suo cuore può amare”. Nonno Kuzja (John Malkovich) si rivolge con rigido fare paterno a Kolima (Arnas Fedarivicius) e Gagarin (Vilius Tumalavicius), due bambini, discendenti della stirpe degli Urka. La preghiera di Nonno Kuzja è appena finita, sull’altare davanti a lui una croce, poggiata su un pugnale e una pistola. Si apre così “Educazione Siberiana”, l’ultimo film di Gabriele Salvatores, tratto dall’omonimo romanzo di Nicolai Lilin.
Il film, ambientato alla fine degli anni ’80, subito dopo la caduta del Muro, ci porta in Transnistria, una terra di frontiera dove l’ex Unione Sovietica ha deportato le comunità criminali siberiane. La più povera, ma anche la più rispettata, è quella degli Urka. Tra coltelli, che per un Urka è come portarsi dietro una croce, tatuaggi come storie di vita e disprezzo delle caste ricche e corrotte, Kolima e Gagarin impareranno a fidarsi solo uno dell’altro, fino a quando uno dei due preferirà scegliere la via più facile, dove alcool e soldi vi sono sempre in abbondanza…
Condito dalla storia d’amore, commovente e “impossibile”, tra Kolima e la bella Xenya (Eleanor Tomlinson), il film di Salvatores ci porta alla scoperta di un piccolo universo distante anni luce dalla nostra società globalizzata, ma che tutt’oggi cerca di far rispettare le proprie rigide tradizioni. Ed è proprio senza tradizioni che virtù morali come il rispetto per la famiglia e l’onesta vengono a mancare. Strano che tutto questo ci venga ricordato da una stipe di criminali onesti.
Due menzioni d’onore in particolare: una va a Nicolai Lilin, per aver riprodotto con estrema fedeltà sulla pelle degli attori i tatuaggi della tradizione siberiana, la seconda all’interpretazione senza sbavature di John Malkovich, nella recitazione e nelle sembianze un perfetto anziano criminale Urka.
Piace a: chi è disposto arricchirsi, commuoversi ed esaltarsi. Andatelo a vedere.
Da evitare se: ci sono buoni motivi per evitare un bel film?
Per restare in tema: “La promessa dell’assassino”, “C’era una volta in America”
Il sound del film: le nostalgiche composizioni di Mauro Pagani
La citazione: “Prendiamo quello che è giusto, Gagarin”; “Giusto? Il giusto non è mai esistito, Kolima”
Da blog.lospettacolo.it

Lavorare a meno trenta gradi, con la macchina da presa che si congela, e cast e troupe insieme a lei, dev’essere un’impresa. Lo è, a maggior ragione, se il film in questione è Educazione siberiana , dall’omonimo romanzo di Nicolai Lilin (edito Einaudi), noir crudo e violento tutt’altro che facile da adattare sullo schermo. Tant’è che il regista, Gabriele Salvatores, ospite del Noir Fest 2012 di Courmayeur, lo definisce: “Un film di prime volte”.
“Mi ha insegnato diverse cose, intanto non ero solito girare con tre macchine da presa e 1300 inquadrature anziché 700, insomma è stato un modo di riprendere ben diverso da quello a cui ero abituato – racconta il regista –. Poi non è facile gestire qualcosa come 105 persone di troupe mista tra italiani e lituani”.
“Per certi versi non è un film italiano, non ha attori italiani e neanche la storia è italiana, tanto meno la lingua in cui è girato. Però la troupe è italiana, il che dimostra che siamo capaci di fare cose che magari non facciamo nel nostro Paese per colpa non tanto di chi il cinema lo fa, ma di chi produce. Che spesso ha molta più paura rispetto a chi effettivamente realizza il film”.
La pellicola, che dopo l’anticipazione al Noir Fest potrebbe volare dritta al festival di Berlino, racconta “la storia di due amici (Arnas Fedaravicius e Vilius Tumalavicius) mentre il vecchio mondo sta crollando e di un uomo (John Malkovich) che assiste a questo crollo e sopravvive” .
C’è di base l’esperienza di vita dell’autore del libro Lilin, che ha rifiutato ben otto proposte cinematografiche prima di accettare questa: “C’erano anche registi hollywoodiani famosi, però nessuno era così profondamente convinto, sincero e umano come Salvatores. Mi ha colpito perché ha colto dalla lettura il nucleo e il senso della mia storia. Non è libro sulla criminalità, né un giallo, anche se le circostanze sono piene di risse, situazioni criminali, ma il centro del racconto è l’elemento umano. Hollywood avrebbe ridotto tutto a uno show, Gabriele ha fatto il contrario e ha raccontato esperienze umane. È un genio nel mostrare sentimenti senza usare le parole, come facevano Cechov e Tolstoj. Noi siamo un popolo cattivo, ma nella letteratura e nel balletto siamo imbattibili. Si vede che Salvatores è un russo, in fondo: nelle sue scene a volte mute comunica sentimenti che neanche decine di pagine di dialoghi e azioni renderebbero”.
Concordano i due giovani e talentuosi protagonisti (costretti a sfidare i -30 gradi vestiti con semplici giacche di pelle): “Quando qualcosa non gli piaceva, Salvatores ci indicava lo stomaco e diceva: ‘Fallo partire da dentro’. Per interpretare questa storia di amicizia dovevamo sentire, arrivarci con l’interiorità, non da tecniche esteriori”. A Fedaravicius fa eco il collega, e ormai amico (dopo non poche schermaglie iniziali per “divergenze caratteriali”), Tumalavicius: “Più che darci indicazioni particolari, ci faceva fare tre ciak diversi su tre, ogni volta in modo completamente differente. E il suo consiglio ricorrente era: ‘Prova a capire il motivo per cui il tuo personaggio fa quello che fa’”.
Di Claudia Catalli, da cultura.panorama.it

La criminalità vista attraverso un codice morale del tutto ipotetico.
Dovrebbe essere un controsenso, ma anche non rispettare la legge invece può essere fatto seguendo un insieme di regole con cui, chi la infrange, ha il diritto di continuare a considerarsi persona onesta, poiché utilizzatore di quella violenza necessaria a stabilire, artificialmente, un ordine chiamato, nel linguaggio più comune, giustizia.
Diciamo che quella concepita da “Educazione Siberiana” però non è più una tematica che lascia di sasso oggigiorno, molti sono gli esempi pubblicati ormai – non solo al cinema ma anche in televisione – in cui il cattivo di turno agisce secondo un codice prestabilito, dove l’intento è quello di causare un bene destinato ad andare oltre il proprio bisogno personale, serie televisive come “Dexter”, tra l’altro, hanno trovato proprio in questo fortuna e grande riscontro di pubblico. Per cui, sotto questo aspetto, la pellicola diretta da Gabriele Salvatores non brillava certo di originalità o progresso – anche se qui a seguire un codice non è una persona sola, bensì una comunità – che, del resto, mancavano anche in ciò che apparteneva alla trama principale: cucita sulla grande amicizia di due amici destinata a trasformarsi nell’esatto contrario durante i dieci anni in cui il racconto si snoda (1985-1995), alterata dai mutamenti della Storia e dalle sopraffazioni imprevedibili della vita. 
Ambientato nel ghetto siberiano di Fiume Basso, popolato dai poveri e i meno fortunati che la dittatura di Stalin ha allontanato ai margini del paese, la pellicola di Salvatores punta a raccontare perciò più che i suoi personaggi – su cui comunque spicca un John Malkovich strepitoso – una cultura e un insegnamento alla vita, che poi è prima di tutto insegnamento alla sopravvivenza. Non potendo contare su uno script innovativo allora “Educazione Siberiana” si concentra per utilizzare nel migliore dei modi le frecce che porta dentro al suo arco, e con una regia sobria e curata, un cast ben amalgamato e una rivisitazione scenograficamente elegante dell’Unione Sovietica degli anni ottanta e novanta, restituisce allo spettatore quel senso di racconto epico e – più di ogni altra cosa – personale, così sentito e sofferto da convincere sotto ogni punto di vista, e senza mai tirare assolutamente il fiato dalla stanchezza. 
Tratto dall’omonimo libro scritto dal russo Nicolai Lilin – da cui la pellicola ha deciso di staccarsi leggermente per avere più libertà e aggiungere un tocco distintivo – di “Educazione Siberiana” rimangono quindi i nitidi insegnamenti esclusivi e graditi con cui nonno Malkovich alleva nipote e compagnia, ma soprattutto un’ottima ricostruzione degli usi e i costumi di una collettività sui cui Salvatores ha forgiato, con caparbietà e furbizia, i muri maestri del suo rispettabilissimo lavoro.
Di Giordano Caputo, da it.paperblog.com

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