E SE VIVESSIMO TUTTI INSIEME?


Jean, Annie, Albert, Jeanne e Claude sono amici da quattro decenni. Due coppie sposate e un single impenitente, tutti ultrasettantenni, alle prese con le malattie del cuore, delle cellule o della memoria. Tutti silenziosamente occupati a cercare una soluzione finale per se stessi o l’amato, per non pesare sui figli ma nemmeno assecondarli nelle loro fantasie di case di riposo senza privacy e senza identità. Vivere sotto lo stesso tetto, nella grande casa di Annie, è un’idea che nasce quasi per scherzo, a tavola, ma si trasforma in fretta nella soluzione migliore per tutti. Specie perché con loro si trasferisce anche un baldo giovane, Dirk, studente di etnologia alle prese con una tesi di laurea sulla condizione degli anziani in Europa. 
Se c’è un pensiero che sale subito alla mente, durante la visione del film di Robelin, è che solo qualche decennio fa un soggetto del genere non sarebbe mai stato concepito o, se fosse stato concepito, non sarebbe stato prodotto, e, se al limite fosse stato prodotto, nessuno avrebbe mai pensato di farlo passare come una commedia, per quanto agrodolce. Il film affronta, infatti, con realismo e leggerezza una condizione sociale e antropologica tutta contemporanea, qual è il numero crescente di anziani che vivono in buone condizioni di salute, desiderosi di dire e fare (anche sesso) il più possibile e contrari all’idea di starsene a poltrire in una deprimente attesa della fine: una condizione, esplicita Jane Fonda, per la quale siamo a dir poco impreparati. 
Attraverso il facile espediente dello studente con la videocamera, è in realtà la macchina da presa di Robelin a documentare l’esperienza, finzionale ma percorribile, fotografando di fatto il target a cui si rivolge il film, esattamente come avviene da sempre con la prima e la seconda età dell’homo cinematograficus. 
E se vivessimo tutti insieme? è pudico come il suo titolo (“E se non morissimo in solitudine?” sarebbe stato più veritiero, anche se meno commerciale), ma c’è da credere che aprirà la pista a prodotti meno trattenuti e superficiali, perché in fondo i vecchi sono più simili ai bambini che non agli adulti in cerca di rispetto e affermazione, e il film lo dice in apertura di discorso, inquadrando lo sguardo affamato di gioco del vecchio Albert, la cui finestra dà su un asilo. Se Claude Riche aspira al ruolo di protagonista, perché il copione lo mette al centro delle geometrie amorose e il suo carisma pure, è però proprio Pierre Richard il migliore della partita, colui che incarna la condizione tragicomica di una mente sempre più leggera dentro un corpo sempre più ingombrante.
Di Marianna Cappi , da mymovies.it

Che la cosiddetta terza età rappresenti una fetta ormai consistente della realtà contemporanea, se ne è accorta da tempo anche la Settima Arte. La quale, da buona osservatrice, sempre più spesso sforna titoli sull’argomento, capaci di spiccare per l’ottima riuscita (pensiamo ad Amour di Haneke) o per il cast certo non più giovane ma ancora in forma (Potiche. La bella statuina). Dal canto suo, E se vivessimo tutti insieme? riesce a condensare entrambi questi valori aggiunti, proponendosi come una riflessione sulla vecchiaia dolce e rispettosa ma allo stesso tempo graffiante e per nulla intimidita.
Diretta da Stéphane Robelin, la pellicola riunisce infatti un parterre d’eccezione composto da Jane Fonda, Geraldine Chaplin, Claude Rich, Pierre Richard e Guy Bedos. Hanno tutti più di settant’anni e naturalmente si trovano ad affrontare le problematiche che ciò comporta. Da vecchi amici, decideranno però di farlo insieme, andando a vivere nella casa di una delle due coppie trasformata per l’occasione in una sorta di comune. Nonché in un coacervo generazionale da cui emergeranno, senza pudori né false reticenze, le diverse sfere (spesso sottaciute) che li riguardano, in particolare quella dell’emotività e della sessualità (si ricordi il pioneristico Settimo cielo di Andreas Dresen, 2008). Certo, trattandosi di over 70, l’happy end non può essere di quelli classici, ma ciò non toglie che il sorriso prorompa come un uragano.
Di Erica Re , da filmtv.it

Stephane Robelin, giovane regista francese, ha inseguito un’idea non facile, quella di mettere insieme un gruppo di cinque anziani che hanno superato i settanta, energici e volonterosi che progettano e realizzano una convivenza non proprio semplice, trattandosi di due coppie ed un vedovo col pallino del sesso, agevolata, almeno nelle intenzioni, dal fatto di essere amici da sempre. I grandi attori coinvolti, e attesi con pazienza fino a che fossero tutti disponibili, sono Jane Fonda e Geraldine Chaplin  e i tre francesi Pierre Richard, Claude Rich e Guy Bedos, meno noti per noi ma non per questo inadeguati alle loro famose colleghe, e sono stati lasciati liberi di adattare il loro personaggio al loro temperamento e intuito. Dall’insieme si comprende che il regista ha avuto una rispettosa e affettuosa frequentazione con i nonni e bisnonni, che si è riversata sugli attori, fornendoci uno spettacolo di spontaneità, misura, realismo non forzato o sgradevole, ma nemmeno ipocrita, e un tocco di aspettabile eleganza .Come temevo sembra che vado cercando scuse o orpelli per rendere accettabile un film sulla vita degli anziani e i problemi della sua qualità, al contrario quest’opera è un valore aggiunto che ci è dato di godere in una visione senza alcun tipo di cadute, se non quelle che la realtà ogni tanto ci propone, esente da pietismi o sentimentalismi fuori luogo, e piena di un affetto e un sottile umorismo contagiosi  per lo spettatore. Così Jean evita la casa di riposo in cui il sollecito figlio voleva collocarlo, Annie ( Geraldine Chaplin vera e simpatica ) può realizzare il sogno di piazzare una piscina prefabbricata nel suo giardino, come attrazione per i nipotini, e Jeannie ( una sempre bellissima e  bravissima Jane Fonda) può seguire con minor fatica e maggior affetto il tenero Albert, che ogni tanto si disorienta nel tempo e perde la memoria. A completare questa comune tipo anni 70, viene assunto un giovane tedesco, che studia sull’invecchiamento, per provvedere al cane impetuoso di Albert  e in pratica per dare una mano a ciascuno dei componenti. Il film ha pochi esterni di vasto respiro, ma molte scene all’aria aperta, nel verde e tra gli alberi, le musiche sono discrete e giuste per una
storia tutta basata sulla recitazione e la regia, superlativa l’una e ottima l’altra.
Da filmtv.it

Annie (Geraldine Chaplin), Jean (Guy Bedos), Claude (Claude Rich), Albert(Pierre Richard) e Jeanne (Jane Fonda) sono amici da sempre.
Annie e Jean sono una coppia affiatata, ma litigano spesso a causa della prepotenza della donna.
Anche Albert e Jeanne sono una coppia felice, ma lei è malata e sta per morire, mentre Jeanne inizia a dare segni di demenza senile (tanto che è costretto a scrivere un diario per ricordarsi quello che succede). E proprio per questo è costretto a pagare un giovane laureando, Dirk (Daniel Brühl), per portare il cane a passeggio.
Claude, invece, vive da solo e passa il tempo a fotografare e fare sesso con le prostitute. Fino a quando, dopo essersi sentito male, il figlio decide di ricoveralo in una casa di cura per anziani.
Tuttavia saranno i vecchi amici di sempre a portarlo via da quel posto, decidendo di andare a vivere tutti insieme. Un gruppo al quale si unirà anche Dirk, per scrivere una tesi sulla vecchiaia in Europa.
La convivenza tuttavia si rivelerà più difficile del previsto e porterà a galla dei segreti mai confessati.
E se vivessimo tutti insieme è una commedia garbata e intelligente sulla terza età che affronta tematiche di grande attualità come la solitudine, la demenza senile, il rapporto figli-genitori, l’amore e la sessualità negli anziani. Il tutto narrato in modo leggere, ironico, con un ritmo adeguato e muovendosi in perfetto equilibrio tra il dramma e la commedia.
Stéphane Robelin, quindi, si rivela molto abile sia nella scrittura, firmando una sceneggiatura solida, e sia nella direzione degli attori, tutti molto bravi e convincenti.
Un cast che è impreziosito dalla presenza di un outsider, Daniel Brühl, se non altro per l’età, che diventa il punto di riferimento per questi anziani, alle prese con una convivenza non facilissima, andando a sopperire all’assenza totale dei figli.
Da letteraturaecinema.blogspot.it

Una piccola “comune” urbana di anziani francesi studiata da un giovane etnologo tedesco. Sì, perchè l’università la trova “di tendenza”, e così “E se vivessimo tutti insieme?” guarda con delicato sorriso all’allungamento delle prospettive di vita e al conseguente invecchiamento della popolazione. Risultati medici strappati, bambini all’uscita di scuola osservati con tenerezza dalla finestra, la radio che sta dando notizie sulla crisi economica spenta, una malinconica collezione di fotografie in bianco e nero di nudi artistici di giovani donne, un intervento al megafono contro lo sgombero di un presidio di richiedenti asilo da parte della polizia: questo il quadro che presenta i cinque protagonisti i quali, davanti alla prospettiva di una casa di riposo con ospiti davanti alla TV e immortalati in espressioni di sofferenza, prendono l’insolita decisione.
Proveniente dalla pubblicità, programmi televisivi e documentari, di questo suo secondo lungometraggio di finzione Stèphane Robelin cura sceneggiatura e regia. Con infarti passati, perdita della memoria, gravi malattie incurabili, i personaggi portati in scena da un affiatato gruppo di vecchie glorie hanno quella serena consapevolezza che permette anche di superare il dilemma tra viagra e rischi cardiaci. Risolte poi le questioni organizzative rispetto alle personali attitudini collettiviste e libertarie, la quotidianità si dipana giocando a carte e a bocce, facendo la maglia e scherzando come ragazzacci. Attraverso episodi divertenti e qualche accenno di seduzione, nella convivenza escono fuori segreti tra persone che si vogliono bene da sempre e che hanno in comune più di quanto credano.
E un “ho vissuto bene”, una bara colorata, calici di champagne, una tomba sotto un pergolato fiorito avvia ad un poetico, commovente finale in cui chiamare tutti insieme una figura cara che non c’è più.
La frase:
– “Perchè non hanno arrestato me?”
– “E’ più facile prendersela con i giovani”.
Di Federico Raponi, da filmup.leonardo.it

Il cinema si adegua alla speranza di vita e va affermandosi un filone di “senior movie” da affiancare a quello, abusato, del “teen movie”, storie di pantere grigie, insomma, o di vecchietti se preferite. Ne abbiamo appena visto un esempio al Festival di Torino con Quartet di Dustin Hoffman; in contemporanea arriva questo film di due anni fa, produzione francese che fece la chiusura a Locarno nel 2011. Cinque amici ultrasettantenni – Annie, Jeanne, Jean, Claude e Albert – decidono di andare a vivere assieme per evitare la casa di riposo a uno di loro. Il promotore dell’iniziativa è un vecchio “gauchiste”, affidato all’attore meno noto della compagnia, Guy Bedos (gli altri sono Jane Fonda, Geraldine Chaplin, Pierre Richard e il più che maturo seduttore Claude Rich). La convivenza, come è ovvio, presenta vari inconvenienti; e gli acciacchi dovuti al passare degli anni non aiutano. Però il film non ci fa mancare i momenti divertenti e il cast affiatato li rende contagiosi, comunicando un’energia superiore a quello che ti aspetteresti.
Di Roberto Nepoti , da trovacinema.repubblica.it

Priva di un battage pubblicitario stordente e frastornante, silenziosa e discreta come pare essere, o almeno è immaginata, l’età senile, arriva la pellicola E se vivessimo tutti insieme, seconda regia di  Stéphane Robelin (il cui esordio nel 2004 si intitola Real Movie).
E dire che si sarebbe potuto giocare su alcuni nomi piuttosto noti, se non altro all’appassionato di cinema: Jane Fonda e Geraldine Chaplin, le due donne del cast, ma anche Daniel Bruhl (già conosciuto in Goodbye Lenin, ad esempio).
Gli altri protagonisti di questa commedia corale dalle venature drammatiche sono invece Guy Bedos, Claude Rich e Pierre Richard, volti noti a tutti gli spettatori francofoni, ma poco conosciuti dagli amanti della pizza margherita.
Il film parte da uno spunto molto interessante: e se un gruppo di amici anziani mediamente facoltosi invece di rinchiudersi (o farsi rinchiudere) nel solito ospizio decidessero di istituire una convivenza nella stessa casa?
Ovviamente i cinque protagonisti si portano dietro i loro acciacchi e le loro storie private personali: c’è chi è seriamente malato di cuore, chi inizia a dover fare i conti con la progressiva perdita della memoria, chi invece si ritrova a scoprire i tradimenti del partner, datati svariati decenni prima.
Per tenere a bada gli scatenati nonnetti si decide di assumere anche un badante – aiutante – tuttofare, uno studente di antropologia tedesco che sta svolgendo la propria tesi di laurea sulle abitudini sociali dei cittadini più anziani (questa traccia della sceneggiatura è invero debole, e trova la propria giustificazione in uno sguardo esterno alle dinamiche del gruppetto, composto da due coppie sposate e da uno scapolo sciupafemmine impenitente).
Il paragone con il recente Amour di Michael Haneke salta subito all’occhio, ma il tono del film è molto diverso, poiché Robelin riesce a fondere – non senza qualche difficoltà iniziale – momenti ironici, toccanti, e anche seriamente drammatici, di modo che il tema della senilità viene toccato nelle sue molteplici sfaccettature.
È probabile che lo spettatore, se non altro nei primi minuti, faccia fatica a essere coinvolto nell’opera, perché il ritmo della vicenda inizialmente è poco sostenuto e anche la recitazione dei protagonisti è caratterizzata dalle pause, dagli incisi, dalle ripetizioni e della “svagatezza” tipica degli ottuagenari.
Superato questo primo scoglio, però, ci si trova dinanzi a un film che, seppure privo di guizzi entusiasmanti, è da una parte una solida commedia, molto ben strutturata, e dall’altra un’indagine timida ma di buona volontà sui problemi inerenti al disfacimento della carne e della psiche, il cui unico rimedio – sembra voler dire la pellicola – è proprio la condivisione degli affetti e la stabilità emotiva.
Insomma, circondarsi d’amore, proteggersi dal mondo esterno e dalla bomba a orologeria rappresentata dalla mortalità di cui siamo costituiti. Dimenticare forse il passato, ma senza essere dimenticati. 
Di Alessio Cappuccio , da spettacoli.blogosfere.it

Quando il cinema contemporaneo si confronta con ogni tipo di effetto speciale e tecnologia all’avanguardia per generare universi multiformi e pluridimensionali, c’è chi cerca di reinventarsi dall’interno, andando a scavare nelle pieghe dell’anima e delle paure più recondite. E se vivessimo tutti insieme? rientra in quest’ultima tipologia. La senilità varca quello schermo tanto ambito dalla più moderna gioventù, consumistica di sogni ancor prima di poterli delineare. Qui i sogni si declinano in poche ma fondamentali consapevolezze, lungo un percorso a ostacoli che si avvicina pericolosamente al termine. Sul viale del tramonto, cinque amici inseparabili si ritrovano per unirsi nel comune processo cui conducono gli oltrepassati “anta”, insieme in un viaggio di condivisione di gioie e dolori. Il registaStephane Robelin predilige l’età avanzata e la scandaglia in tutte le sue sfumature, dipingendo una tavolozza colorata che declina coi toni di commedia, venandola di un umorismo tutto francese. Oltre i segni che avvizziscono una figura in progressivo decadimento, si riesce a percepire la consapevolezza dei propri limiti, ma la grandezza di questa pellicola sta tutta nella leggerezza con cui si affronta una tematica simile, liberandola dalla banalità e dalla falsa retorica.
Questa storia dolce-amara parla di cinque compagni che decidono di andare a vivere insieme per sostenersi a vicenda. La casa di Anne e Jean diverrà così un luogo di ritrovata intimità, di confessioni e segreti. Albert e la moglie Jeanne, una rinvigorita Jane Fonda – carica di una verve tale da regalare una performance degna di un nome legato alla memoria godaridiana – si trasferiscono dalla coppia insieme allo scapolo Claude, che affoga ancora le proprie frustrazioni in massicce dosi di Viagra. Al quintetto da camera si aggiunge un giovane antropologo che si offre come dog-sitter, uno scoglio contro cui emergeranno poco a poco tutte le ansie di una vita segnata dall’incessante trascorrere del tempo. C’è ancora qualcosa per cui battersi nell’inesorabile processo di regressione che chiude il cerchio dell’esistenza umana: dalla culla alla bara, diceva qualcuno. Sorrisi e tenere lacrime si coniugano in una pellicola su cui si infonde quel tocco delicato proprio del cinema francese.Nonostante alcuni risvolti prevedibili, il regista confeziona un prodotto che sa catturare, appetibile nel costellarsi di lodevoli e spiritose gag.
E se vivessimo tutti insieme? rappresenta il tentativo di esorcizzare l’approssimarsi della morte attraverso la strenua lotta per vivere ogni attimo nella sua pienezza. Uno schiaffo morale al cinismo di chi vorrebbe rinchiudere i “sorpassati” in ben più tranquilli ospizi. Nella scoperta di un tempo che segna quel corpo non più autosufficiente, la tragedia si incanala nello spirito di un’amicizia così vitale da risultare la più riuscita forma di catarsi. Solo in questa prospettiva si gusta il sapore amaro del dolore, mentre il velo nero della signora con la falce si solleva a scoprire il rosa shocking di un insolito cordoglio che vuole brindare alla vita.
Di  Marta Gasparroni , da sentieriselvaggi.it

“A 74 anni, mi piace fare l’amore”. Ci ricordiamo ancora della battuta di Jane Fonda, finita sulla copertina di Paris- Match a gennaio, che ha assicurato al film una certa pubblicità. La critica non è stata particolarmente calorosa nei confronti del film, tenuto in piedi da un manipolo di veterani del grande schermo, in particolare Jane Fonda, Pierre Richard, Geraldine Chaplin e Claude Rich. Eppure, a livello commerciale, il film ha avuto un successo che nessuno avrebbe potuto prevedere.
Guardando le statistiche di questa specie di elogio dell’idea della casa di riposo, si scopre che il successo del film è arrivato soprattutto dalla provincia, con un rapporto di nove a uno. In Francia, su dieci spettatori nove erano di provincia, uno di Parigi. Questo si traduce nel fatto che gli over sessantacinque, molto più numerosi in provincia che nella capitale, hanno decretato il successo del film. In Francia si producono molti film con e per adolescenti. Non è facile dire se è una buona o una cattiva notizia, ma di sicuro si può affermare che anche i film per gli ultrasessantenni possono assicurare un successo commerciale.
Louis Guichard, Télérama, da internazionale.it

Prima di gettarvi anima e corpo nel gorgo natalizio, assicurandovi di non aver dimenticato alcun cadeaux; prima che i cartelloni dei cinema cittadini offrano solo leggerissime commedie che favoriscono la digestione dell’ennesima fetta di panettone che vi eravate ripromessi di non mangiare; prima che vi “immoliate” nell’accompagnare i bambini dei vicini a vedere le favole animate che stanno per sbarcare dal nuovo continente; prima di tutto questo inno alla gioia, sta per arrivare in sala  l’opera che ha chiuso il Festival di Locarno 2011.
“E se vivessimo tutti insieme?” è un film timido ed al contempo sicuro di sé: non è stato preannunciato da asfissiante battage pubblicitario, ma sa dove vuole arrivare, ossia al cuore delle persone. E lo fa con delicatezza, quasi timidamente, sempre con il sorriso, mostrando da subito la sensibilità che contraddistingue il cinema d’oltralpe e sfoggiando un cast da capogiro.
Ma procediamo con ordine e parliamo di quella trama che indurrà molti a storcere il naso (quest’anno abbiamo già visto “Il matrimonio che vorrei”), altri ad essere prevenuti (il faccia a faccia con la vecchiaia adombra facilmente) ed alcuni a dar fiducia (ad occhi chiusi) a quel cinema francese che negli ultimi anni raramente ha deluso. Questa è una storia sull’età che avanza, esatto, su come affrontare quella che oramai è la quarta stagione della vita, quando si devono fare i conti con un fisico stanco, con una eventuale malattia incurabile, con i ricordi ancora vivi nella mente e, soprattutto, con il tempo a sfavore. Prendere coscienza che la maggior parte del proprio cammino è alle spalle non è piacevole, ma è quasi un dovere comprendere che le invadenti rughe non provochino la morte dell’anima e non spengano la joie de vivre, anzi dovrebbero spronarci a gustare ogni attimo al meglio, possibilmente accompagnandolo con un calice di ottimo vino.
I protagonisti di questa avventura, infatti, conservano in un diario le etichette delle annate che stappano, appendono alle pareti gli scatti più importanti del proprio passato, prendono di petto l’età e gli acciacchi che ne conseguono non rinunciando a goliardici scherzi e, quasi per caso, creano una buffa, inconsueta, improbabile comune il giorno in cui invadono la casa dell’amica Annie  Il gruppo è composto, appunto, da Annie (una spassosissima e secchissima Géraldine Chaplin), da Jeanne (una Jane Fonda talmente in forma da far rabbrividire le trentenni in sala), Jean (Guy Bedos), Claude (Claude Rich) e Albert (Pierre Richard). Due coppie e uno scapolo impenitente, degli amici che non si danno per vinti e condividono il focolare domestico, perché l’unione fa la forza. La quotidianità non sarà semplice, tra scaramucce, famigliari assurdi e malattie, quello che però non mancherà mai sarà il buon umore e una ventata d’aria fresca con l’avvento dell’inizialmente dog-sitter poi tutto fare e co-inquilino Dirk, un giovane studente di origine tedesca (Daniel Bruhl).
Il film è una gentile storia d’amore, amicizia e rispetto, imperniata sulla condivisione e comprensione dei momenti più difficili dell’esistenza che ci farà ridere, pensare, sospirare e sperare di riuscire a costruire rapporti solidi e veri come quelli che vediamo sul grande schermo. Con una confezione così precisa e priva di sbavature ed una recitazione davvero spumeggiante, rimaniamo impressionati quando scopriamo sia il primo lungometraggio del regista. Il nostro supporto diviene quindi inevitabile. Promosso!
Consigliato a coloro che non hanno paura di pensare al domani.
Da masedomani.com

Non sempre il concetto di famiglia è legato solo a un legame di sangue. Molto spesso, anzi, sono le amicizie a farne le veci ed è questo che, letteralmente, dopo una vita hanno capito Annie, Jean, Claude, Albert e Jeanne cinque ultrasettantenni due coppie e vedovo ormai single impenitente.
E così la comitiva di vecchietti decide di andare a vivere sotto lo stesso tetto condividendo la dura realtà della vecchiaia e ammettendo e se stessi che le cose non sono più semplici come un tempo e che la parola “aiuto” non è un tabu ma un bisogno per andare avanti.
Vivere insieme è la soluzione ideale per mettere a frutto anni di cene e di compleanni passati serenamente per rendersi conto che la vecchiaia è una fase della vita che va rispettata e amata, come il resto di ciò che è stato. Così Annie e Jeanne, le due protagoniste femminili brillantemente interpretate dalle sempreverdi Geraldine Chaplin e Jane Fonda si mettono a capo di un movimento di rivolta che va contro la rassegnazione e l’assurda pretesa di fingere che il tempo passi. A questa allegra combriccola si aggiunge anche Dick un ragazzo che porta a spasso il cane di Albert e ne approfitta per scrivere la sua tesi di laurea sulla terza età grazie all’esempio vivissimo della nuova famiglia per la quale lavora.
Dalla sessualità, all’idea di futuro passando per il presente immortalato nelle pagine del diario di Albert che sta perdendo la memoria, il giovanissimo regista Stéphane Robelin, a 8 anni dalla sua ultima pellicola Real movie, dirige egregiamente E se vivessimo tutti insieme? Un lungometraggio dalla trama non del tutto nuova ma che ha il pregio di non cadere mai nel surreale e di descrivere, attraverso le varie personalità che la sceneggiatura comprende, una fase della vita che, pur essendo l’ultima, non va sottovalutata e va trascorsa accettando, in compagnia, i limiti che ne derivano e puntando, ancora una volta, con ostinazione alla felicità. 
Di Sandra Martone, da filmforlife.org

Chi di noi, seduto in un pub, o davanti ad un caffè insieme agli amici, non ha mai pensato a come sarebbe bello passare la vecchiaia in una sorta di comune personalizzata, una grande casa in cui vivere con gli amici di una vita, ognuno prendendosi cura dell’altro? Un’idea utopistica e forse anche un po’ hippie, che però è alla base dell’ultimo film di Stéphane Robelin, in cui cinque amici anziani, aiutati da un giovane etnologo, decidono di passare la vecchiaia insieme, nella stessa casa. Le differenze caratteriali e gli inevitabili scheletri nell’armadio creeranno scompiglio nella grande famiglia, ma in fondo riusciranno ad unire ancora di più i cinque protagonisti.
Lo spettatore si immerge in questa casa comune anche grazie allo sguardo dello studente universitario Dirk (Daniel Bruhl, celebre per il bellissimo “Goodbye Lenin”), un giovane tedesco che sta lavorando ad una tesi di laurea sulla terza età, vero e proprio collante della storia: è con i suoi occhi che conosciamo meglio i protagonisti del film, interpretati da un ottimo cast (Guy Bedos, Geraldine Chaplin, Jane Fonda, Claude Rich, Pierre Richard).
Il film, nonostante la leggerezza e la continua ironia, si accompagna ad uno sguardo malinconico e ineluttabile, come il tempo che passa, in cui la bellezza dei ricordi lascia spazio anche all’amarezza del presente, con i suoi acciacchi, le sue malattie, oltre all’inevitabile ombra della fine. Presentato al 64° Festival di Locarno, dove ha chiuso la kermesse, il film di Robelin coniuga il piacere dell’amicizia ad uno sguardo ironico sulla terza età, che grazie ai personaggi della pellicola dà l’impressione di essere molto più divertente e dinamica di quanto la si possa immaginare.
Da unavitadacinefilo.wordpress.com

I piccoli e grandi problemi della terza età, contrapposti a una voglia di vivere che non tiene minimamente conto dei capelli bianchi e delle rughe, è un tema che offre diversi spunti, sia da un punto di vista schiettamente comico, sia per quanto riguarda una riflessione semi-seria sul trascorrere del tempo e sull’inevitabile confronto con la vecchiaia. Un recente esempio del filone delle “commedie sulla terza età” è rappresentato da “E se vivessimo tutti insieme?”, co-produzione tra Francia e Germania diretta e sceneggiata da Stéphane Robelin, che ha avuto la fortuna di avvalersi di un cast invidiabile: oltre a tre veterani del cinema francese, Claude Rich, Pierre Richard e Guy Bedos, il film vede infatti in prima fila anche l’attrice inglese Geraldine Chaplin ed una star sempreverde del calibro di Jane Fonda.
Con garbo e tenerezza, “E se vivessimo tutti insieme?” ci racconta l’amicizia di lunga data fra cinque persone intorno alla settantina che, per affrontare più facilmente gli “acciacchi” dell’età e, al tempo stesso, godere della reciproca compagnia, decidono di trasferirsi a vivere tutti insieme, quasi come una comune di hippie ormai fuori tempo massimo, ma con lo stesso spirito giocoso e, talvolta, addirittura trasgressivo. Questa situazione, descritta con piacevole ironia ma senza mai scivolare troppo sopra le righe, è osservata con lo sguardo di un testimone esterno: Dirk (Daniel Brühl), un giovane studente tedesco che approfitta di questa opportunità per condurre uno studio etnologico sulla qualità dell’esistenza degli anziani e sulle difficoltà con le quali si trovano a dover convivere.
Stéphane Robelin, pur mantenendo una lieve atmosfera di malinconia per tutta la narrazione, non preme mai il pedale sul dramma, preferendo lasciare spazio alle occasioni di humor, nonché ad una soffusa ed innocente malizia – dalle scappatelle erotiche di Claude (Claude Rich) alle confessioni di Jeanne (Jane Fonda) a proposito delle proprie fantasie sessuali di fronte all’imbarazzatissimo Dirk. Il risultato rispetta le premesse di base, offrendo allo spettatore una commedia alquanto prevedibile ma comunque piacevole, che può contare su un cast affiatato e decisamente divertente.
Di Stefano Lo Verme, da filmedvd.dvd.it

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