COME PIETRA PAZIENTE



Afghanistan. Una giovane donna con due figlie in tenera età assiste in una misera abitazione il marito mujaeddhin, in coma in seguito a uno scontro con un compagno d’armi. La donna deve combattere con la mancanza di denaro e per questo allontana da casa le bambine affidandole a una zia che gestisce una casa di piacere. Da quel momento si sente ancora più libera di confidare al coniuge segreti inconfessabili in precedenza. Quando poi una novità irromperà nella sua vita finirà con il trovare tutto il coraggio.
La ‘syngué sabour’ nella tradizione popolare afghana è la ‘pietra paziente’ cioè una pietra magica alla quale è possibile raccontare tutti i segreti, le sofferenze, le difficoltà. La pietra si carica di queste rivelazioni fino a quando si frantuma. Atiq Rahimi nasce come documentarista per poi passare alla scrittura che si trasforma rapidamente in cinema da lui diretto. Se Terre et cendres, dal suo romanzo omonimo, presentato nel 2004 a Cannes ottiene un’ottima accoglienza in Francia, questo Come pietra paziente è destinato a ripercorrerne le orme.
Letto il libro il famoso sceneggiatore Jean-Claude Carrière ha proposto subito la sua trasformazione in sceneggiatura. La sua lunga frequentazione con il cinema d’autore (da Buñuel a Trueba passando perLouis Malle) gli ha permesso di cogliere il potenziale cinematografico della pagina scritta. Rahimi afferma “L’Afghanistan cristallizza tutte le contraddizioni umane possibili. Per me, oggi è come Star Wars di George Lucas: da un lato, la vita assomiglia a quello del Medioevo (il modo di vestire, le relazioni sociali, i valori religiosi…) e dall’altro dispone degli armamenti più sofisticati del mondo.”
Sono però proprio le vibrazioni prodotte dalle esplosioni che sembrano scuotere irreversibilmente questo mondo, in cui il tempo sembra essersi fermato, a risultare inferiori alla potenza deflagrante del vissuto forzosamente occultato della giovane protagonista. Sostenuto dalla straordinaria interpretazione di Golshifteh Farahani (About Elly) questo personaggio è destinato a rimanere a lungo nella memoria degli spettatori. Perché si tratta di un duello tra due corpi. Uno, quello del marito, immobilizzato nel coma e alimentato in modo rudimentale da una flebo artigianale ma ancora capace di provocare sofferenza nell’altro. Una sofferenza che si fa ricordo di umiliazioni subite in quanto donna, essere inferiore a cui non concedere né ascolto né, tantomeno, affetto.
Un corpo costantemente coperto che però progressivamente acquista luminosità a partire dal volto grazie a un processo di autoanalisi liberatoria. Un processo che verrà accelerato da un incontro capace di mostrare alla protagonista un aspetto diverso della realtà che non aveva mai potuto sperimentare in precedenza. Un incontro che le permette di rivelare a se stessa una femminilità fino ad allora implosa se non negata. Come la nega quel burqa che quando esce di casa, grazie a un solo gesto divenuto forzosa abitudine la separa dal mondo.
Di Giancarlo Zappoli, da mymovies.it

Una stanzetta sotto le bombe di Kabul. Dentro un uomo in coma, un mujaeddhin ferito in una lite, e la sua giovane moglie. Tutti i parenti sono fuggiti, lei l’hanno lasciata lì, ad assistere il marito che, tecnicamente, non è morto. E anche da vegetale esercita il suo dominio. I missili esplodono tutto intorno, i combattenti uccidono casa per casa. Ma lei è inchiodata lì, a servire un uomo che non le ha mai sorriso, che l’ha sposata per procura mentre combatteva lontano. Un matrimonio-prigione, anche ora. Ma quel corpo esanime che la tiene incatenata le offre anche la possibilità di parlare, di confessare le proprie pene, di raccontare a chi non l’ha mai ascoltata i propri desideri più intimi. E il corpo morto diventa come la ‘pietra paziente’ della leggenda afghana, una pietra a cui affidare le sofferenze fino a che si frantumerà portandosele via. Lo scrittore ed ex documentarista afghano, esule in Francia, Rahimi, apparentemente fa grande cinema con poco o niente. Ma grazie anche a un complice eccellente, lo sceneggiatore di Buñuel, di Malle, di Godard, sa svelarci in modo conturbante un mondo inesplorato, quello delle donne che una millenaria tradizione ha voluto mute, sottomesse, senza dignità. Un affresco minimalista ma intenso, appassionante in ogni parola, ricco di sensi quanto più si sovrappongono i piani del racconto, del vissuto interiore, del desiderio sessuale inconfessato, del significato recondito delle scritture sacre, se lette da una donna (qui la bellissima attrice iraniana che osò posare in topless, Golshifteh Farahani). Può un dio aver parlato solo a e per gli uomini? Può anche una donna essere un profeta? Di amore, di rispetto, di libertà? Un messaggio rivoluzionario che passa attraverso il piacere negato, la parola finalmente liberata, lo sguardo, celato dal burqa ma, insieme al nostro, aperto sul mondo.
Di Lara Ampollini, da gazzettadiparma.it

Riuscire ad interessarci per oltre 100 minuti, di cui la maggior parte girati in una squallida stanza dai muri scrostati ed i colori quasi indistinguibili, non è facile. Soprattutto se poi, uno dei due protagonisti, è in coma dall’inizio alla fine.
Un’impresa dunque, di quelle che solo il cinema, quando è nelle mani di grandi autori e grandi registi, riesce a compiere. Il piccolo genio di cui stiamo parlando è Atiq Rahimi, scrittore e regista afghano in asilo politico in Francia dal 1984. Rahimi porta sullo schermo il suo romanzo “Pietra di Pazienza” dove sostanzialmente racconta del “dialogo” di una donna afghana con il marito in coma, perché colpito da una pallottola che gli si è conficcata nel collo.
Quello che all’inizio è un surreale dialogo diventa un lungo, doloroso ed accorato monologo, durante il quale la donna avrà finalmente il coraggio di raccontare al marito tutte le sofferenze e le umiliazioni che una donna è costretta a sopportare in un contesto religioso e tradizionale così ortodosso come quelle della società afghana sotto i talebani. In una Kabul (?) dove lo scoppio delle bombe è accolto come fosse un’inevitabile evento atmosferico, e dove la vita ha un valore insignificante, la donna confesserà finalmente al marito (che paradossalmente nella rigidezza del coma finalmente le presta attenzione) segreti che altrimenti sarebbero per sempre rimasti nella comoda sfera dell’oblio. Una sorta di “Parla con Lei”, questo bellissimo film di Rahimi, ma con una misura di dolore e atroce consapevolezza in più che un inaspettato evento, perfettamente collocato nel mezzo della storia, contribuirà a colorare di una tinta di speranza.
Piccolo miracolo di tecnica, girato come detto quasi tutto tra le pareti di una stanza, il film è impreziosito dalla fotografia limpida ed espressiva di Thierry Arbogast (il fotografo che da sempre lavora con Luc Besson) che mette in luce la storia alla quale ha partecipato anche lo sceneggiatore Jean-Claude Carrière (uno che ha lavorato con gente come Bunuel o Wajda…). Un cast tecnico, dunque, di elevatissimo livello i cui risultati rispecchiano la fama che li precede. Ma, tutto ciò, sarebbe potuto vanificarsi se la protagonista assoluta, la donna, fosse stata interpretata da un’attrice non all’altezza del compito. Per fortuna di tutti noi, il ruolo è andato alla bravissima, e bellissima, Golshifteh Farahani, ormai affermata attrice che si districa nella difficilissima parte con grandissima maestria. Il suo è un personaggio che ci rimane nel sangue e nelle ossa, grazie a quel misto di rabbia e sottomissione, desiderio di rivalsa e attaccamento alla tradizione, accettazione del dolore e ricerca del piacere che ci conduce e ci accompagna fino alla scelta finale, assolutamente condivisibile.
La frase:
“Oh Re dei Buoni, piango per la mia solitudine!”.
Di Daniele Sesti, da filmup.leonardo.it

La Synguè Babour ( pietra paziente) è nel folklore persiano una pietra magica, alla quale poter rivelare le proprie sofferenze e i propri segreti porta alla liberazione, quando, colma del dolore raccolto, essa esplode in mille pezzi. Dalla sua affascinante possibile presenza il regista afgano Atiq Rahimi, residente da tempo in Francia, dove ha completato i suoi studi alla Sorbona, ha tratto ispirazione nella stesura di un romanzo che ha vinto il premio Goncourt nel 2008, e che è stato adattato a sceneggiatura in collaborazione con Jean-Claude Carrière per la sua seconda opera cinematografica, COME PIETRA PAZIENTE. Il film cammina sulla strada di un monologo di tipo psicanalitico, che necessariamente ne rallenta il ritmo, di una bellissima e giovane donna afgana, madre di due figlie, abbandonata da tutti perché piuttosto che vedova di un eroe talebano, tiene co sè e mantiene in vita il marito combattente, in coma profondo per una ferita alla nuca da proiettile trattenuto. La casa è tutta tappeti e cuscini e tendaggi, in un ambiente modesto e disastrato dalle continue scaramucce e rappresaglie della loro guerra civile, la donna è ripresa in primissimi piani o campo medio che includendovi, quasi sempre, la figura sdraiata, inerte con lo sguardo fisso in alto dell’uomo che ella assiste con foga quasi esagerata, al punto di privarsi di bere e mangiare per potergli fornire una soluzione di zucchero e sali che viene somministrata con un sondino e accudirlo nei bisogni fisici. Presto le bambine, turbate e trascurate da questa presenza, verranno accompagnate dalla madre presso una zia, prostituta benestante ed evoluta, che le dà anche in po’di danaro. Le escursioni fuori della casa, schermata da tendaggi ricamati o stampati, la obbligano a indossare con un gesto rapido e abituale un ampio chador dorato che nasconde la sua bellezza, la meta è la casa della zia per vedere le figlie e la farmacia per tentare di avere la soluzione. In quest’ intimità fisica e ambientale, nel lavaggio e spostamenti del corpo necessari , anche per le irruzioni di alcuni guerriglieri che lo ucciderebbero, nasce in lei l’esigenza di toccarlo, di parlagli liberamente, nonostante un austero e ben tenuto Corano incomba, raccontandogli tutte le frustrazioni di lei, giovane vergine, nemmeno vista al matrimonio per procura, e nei rari e sbrigativi incontri, essenzialmente a scopo riproduttivo, mai fatta sentire oggetto di desiderio con carezze o altre attenzioni e, visto che non rimaneva subito incinta, era già stato messo in conto dalla di lui madre di dargli una seconda moglie. Di fatto, questo amatissimo marito, all’apparenza, diventa la sua pietra paziente e continua a ricevere la confessione di segrete delusioni che lui le ha inflitto e oltraggiose reazioni autodifensive come l’aver concepito le figlie con altri giovani procurati dalla zia, perché lo sterile era lui e non lei, oltre l’ apertura al piacere fisico che si era realizzata completamente in lei con un giovane soldato che la pagava, credendola da principio una prostituta, come da lei stessa dichiarato ad un volgare e violento ufficiale, per non essere violentata, e che l’aveva offesa in base al Corano come puttana ( lui che abusava con pratiche sadiche del giovane che esploderà nella sua virilità inesperta con lei). L’esposizione del drammatico monologo di questa esasperata bellissima creatura ad una magnifica fotografia che ne esalta il significato in splendidi primi piani, la colonna sonora dolcissima in alcuni momenti, ma tormentata dai frequenti colpi di mortaio e lontane esplosioni, la suspence trasmessa dalle intense parole, dai gesti, dalle immagini e un quid che presto non quadra, tutto arricchisce dal punto di vista filmico questa storia dal tema sconvolgente sotto vari punti di vista, religioso, ambientale, sentimentale ed anche erotico. Lo spettatore è avvolto da una certa ambiguità di tutte le verità enunciate nello sfogo verbale della donna ingenuamente psicanalitico o (in)consciamente vendicativo, comunque traboccante dolore,amore, odio e desiderio….E se la pietra non fosse pietra e tantomeno paziente? Questo è il dubbio che si insinua prima di un finale evidente ma aperto. L’nterpretazione, a dir poco sublime di Golshiften Farahani, bellissima attrice iraniana, ben accompagnata dalle altre figure e la ferma e amorosa mano del regista scrittore, fanno di questo film uno dei più significativi visti negli ultimi tempi, per la capacità di trasmettere emozioni e conoscenza e per originalità narrativa .
Da cinerepublic.filmtv.it

“Tu non senti il dolore. Tu sei quello ferito e io quella che deve soffrire”. Queste sono soltanto le premesse di una donna bellissima, che vive ai piedi delle montagne, attorno a Kabul, accudendo un marito, eroe di guerra, in coma. La guerra fratricida lacera la città, i combattenti sono in ogni dove, anche dietro la porta dei due, che si accompagnano a bambini affidati alla fortuna. La donna, costretta all’amore da un giovane soldato, contro ogni aspettativa, si apre, prende consapevolezza del suo corpo, liberando la sua parola, per confidare al marito ricordi e segreti inconfessabili. Col tempo, i pensieri di lei si fanno suono e voce, assumendo ora l’intonazione della preghiera, poi quella delle grida e il silenzio di una verità, mai prima ammessa, neanche a se stessa. L’uomo, privo di conoscenza, al suo fianco diventa la sua pietra paziente, una sorta di ‘bocca della verità’, qui più orecchio, a cui confidare tutti i segreti, le disgrazie, le sofferenze. I desideri, soprattutto, d’amore.
Un film lungo come questo (oltre 100 minuti), di cui la maggior parte di girato consta di una tristissima stanza dai muri scrostati e dai colori che hanno perso anch’essi vitalità, non è impresa facile. A questo, poi, si aggiunga che uno dei due protagonisti, è in coma, dall’inizio alla fine del film, perché colpito da una pallottola che gli si è conficcata nel collo. Ma c’è bisogno dell’arte e del carisma del racconto, dello sguardo e della bellezza delle cose per gestire un film come questo. Doti e qualità che il geniale Atiq Rahimi, scrittore e regista afghano in asilo politico in Francia dal 1984, possiede. Infatti, Rahimi stesso porta sul grande schermo il suo romanzo omonimo.
Trattasi di un film-matrioska, struggente, commovente e finanche surreale, in cui il coraggio, tutto al femminile, sta nel dire, per denunciare a se stessa e agli altri, le sofferenze e le umiliazioni che tante donne sono costrette a sopportare, in quei contesti religiosi e tradizionali così ortodossi, come esistono in tanti, non solo nella società afghana e sotto i talebani. In questo caso, in modo particolare, si trascorre il tempo, scandito dal consequenziale scoppio delle bombe, la vita ha un valore insignificante per molti, da miracolati per altri che riescano a farla franca.
Pietra paziente ricorda l’Almodovariano Parla con Lei, acuendone l’aspetto del dolore e dell’atroce consapevolezza della vita che scorre come fiume su rocce, quasi sempre impermeabili, e giammai, porose come quelle pietre che s’intridono di umidità, acqua, sangue, sudore, insomma, di vita. Una vita che risplende nella bellezza di un’attrice, che sembra di marmo scolpito, Golshifteh Farahani, alle prese con la rabbia e la sottomissione, mai obbediente, in parte sempre in bilico fra coscienza e volontaria inconsapevolezza. Alla ricerca sempre di un qualcosa che possa giustificare (il continuo “Dove sono il mio Corano e il mio rosario?”).
Questo quasi capolavoro di Rahimi è impreziosito dall’espressiva fotografia di Thierry Arbogast (il più importante collaboratore di Luc Besson), capace di abbozzare a veri e propri quadri, come le inquadrature che hanno tutte le caratteristiche della pittura mediorientale. A ciò si aggiungano i minimali, appena sussurrati, suoni, affidati ad un musicista compositore d’eccezione, Max Richter, capace di armonizzare i suoni con i rumori, le vibrazioni prodotte dalle esplosioni, che sembrano scuotere irreversibilmente le vite, più che le cose. Lasciando, però, tutto come fosse prima. Fermo, integro, eppure senza vera vita. L’anima che intanto va, portandosi con sé anche ciò che, solo quando era in vita, non avrebbe potuto. Imperdibile.
Di giancarlo visitilli, da cinerepublic.filmtv.it

In una Kabul straziata dal conflitto, una giovane donna afghana si prende cura del marito in coma, ferito in guerra e tenuto in vita da una flebo ‘improvvisata’. Intorno a loro, un desolante silenzio rotto solo dal ciclico frastuono dei bombardamenti e dalla vivacità delle voci delle due piccole figlie della donna, che ben presto lasceranno il capezzale del padre e la vecchia casa di famiglia per essere affidate alle cure di una benestante e avanguardista zia (proprietaria di una casa chiusa). Rimasta sola affianco al corpo incosciente del marito, la donna inizierà un lungo peregrinare attraverso i ricordi e le frustrazioni di una vita coniugale soffocata dal maschilismo societario e del proprio compagno. Una vita di donna in cui la negazione della propria femminilità e sessualità diventa elemento necessario alla ‘stabilità’ della vita del nucleo famigliare. E nella solitudine di un racconto che intreccia il senso di una liberazione umana e femminile al potere catartico della morte, l’incontro con un giovane soldato alle prime armi con il sesso (e l’amore) spronerà ancora di più la donna ad aprirsi a sè stessa e a ripercorrere (liberandosene in parte) i soprusi e le costrizioni della vita di moglie, pronta a soddisfare le necessità del marito e a negare la sua esistenza (nascosta sotto il blu cobalto del velo) di fronte al resto del mondo. Dopo l’adattamento del suo romanzo Terra e cenere Atiq Rahimi bissa la sua esperienza di scrittore/regista trasponendo sullo schermo il romanzo da lui scritto dal titolo Come pietra di pazienza. Nasce così il film Come pietra paziente(Syngué Sabour), racconto che ruota attorno al simbolismo della “syngué sabour” del titolo, appunto, ovvero una pietra destinata ad ascoltare tutti i segreti per poi, in ultimo, frantumarsi portando con sé il fardello di quelle rivelazioni. Il corpo inerte di un uomo costretto al silenzio assume nel film la funzione della pietra, catalizzando su di sè il simbolismo di un mondo afghano maschile finalmente costretto ad ascoltare le ragioni, le necessità, e anche le sofferenze di un mondo femminile negletto o, peggio, sfruttato al solo scopo della gratificazione del mondo dell’uomo. Nello spazio chiuso di una casa e attraverso la superba bravura nonché bellezza della protagonista Golshifteh Farahani (About Elly) Rahimi ripercorre il filo dell’ostracismo mentale e fisico praticato (in Afghanistan come nella maggior parte dei paesi musulmani) nei confronti della donna, e di un essere uomini che si manifesta solo attraverso la sopraffazione e la violenza, in perfetta sintonia con il detto “chi non sa fare l’amore fa la guerra”. La pazienza avuta dalla donna durante la vita del marito si riscatta dunque nello stato di limbo tra vita e morte del suo uomo, in cui il confessarsi di fronte a quel corpo silente (e parallelamente al riscoprirsi donna fatta di un corpo e di desideri) diventa atto liberatorio per eccellenza. Magistralmente girato e fotografato in una nitidezza che muta da forma in essenza, Come pietra paziente sfrutta i luoghi e il riverbero delle parole per raccontare al meglio lo stato alienante di una società in cui la donna è costretta ad assumere il profilo e – dunque – i non diritti di quel velo informe che sempre la separa dal mondo circostante. Grazie alla bravura della Farahani che regge con grande tempra drammatica il crescendo drammaturgico della sua confessione, il film di Rahimisvela tutta la pazienza di una meravigliosa società femminile soffocata dal giogo di una violenta e per lo più ‘sorda’ società maschile. Alla sua opera seconda Atiq Rahimi traccia con toccante veridicità la parabola di una femminilità negata e costantemente umiliata da un maschilismo imperante che si manifesta apertamente sin dall’imposizione di quel velo a coprire e nascondere (quasi fosse vergognoso mostrarlo) il corpo delle donna afghana (ma non solo). Il ricordo e il racconto di costante umiliazione del proprio io trova nel volto sofferto ma speranzoso della donna (non ha un nome perché rappresenta di fatto tutte le donne musulmane) e in quello forzatamente silente dell’uomo due elementi che metaforicamente descrivono un’intera società. Un film senza dubbio da vedere, con la pazienza di chi davvero è disposto a vedere e a comprendere le aberrazioni del mondo.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

Nella mitologia persiana esiste una leggenda cara alla tradizione popolare afgana che narra della Syngué Sabour, la pietra paziente: una pietra magica alla quale ognuno di noi può raccontare e sussurrare tutti i segreti più inconfessabili, le disgrazie, le sofferenze, così da trasferirne il peso sulla pietra stessa, che le assorbe, se ne fa carico, fino a che non va in frantumi liberandocene per sempre. Ai piedi delle montagne attorno ad una Kabul lacerata dalla guerra, la giovane donna protagonista del film accudisce il marito, eroe di guerra in coma. I combattenti sono alla porta, la donna deve combattere il terrore e la mancanza di denaro: le restano le due bambine e il conforto di una zia tenutaria di una casa di piacere. A poco a poco la donna comincia a confidare alla salma inerme del marito tutte le sue sofferenze, i suoi ricordi più profondi e segreti, il marito che non l’ha mai ascoltata e degnata di considerazione in vita, diventa nel silenzio del coma la sua pietra paziente: la donna, attraverso la parola, libera il proprio cuore, si apre, riprende coscienza del suo corpo, della sua femminilità troppo a lungo negata. Secondo lungometraggio dello scrittore e regista afgano Atiq Rahimi, che ha adattato insieme allo sceneggiatore Jean-Claude Carrière (Il nastro bianco) il suo romanzo Pietra di pazienza vincitore del Premio Goncourt nel 2008. Artista poliedrico, noto esponente della cultura afgana in Europa, Atiq dal 1984 ha ottenuto asilo politico in Francia e utilizza la scrittura e il cinema per parlare della situazione del suo paese ed evocarne i lutti e le violenze che lo devastano. Libro e film sono ispirati e dedicati “alla memoria di N.A.”,Nadia Anjuman, poetessa afgana assassinata dal marito, e sono un’ode alla femminilità negata e riconquistata attraverso la parola come veicolo di emancipazione. La storia di una donna che si rivela attraverso la parola, chiusa in una stanza che rappresenta l’interiorità del suo personaggio, dove Rahimi prova letteralmente a filmare la parola e a restituire tutta la sua potenza suggestiva nel confronto tra i corpi, con la macchina da presa sempre in movimento e sempre al fianco della donna.
Ma il film è anche una potente metafora per descrivere come in un paese come l’Afghanistan, in una società maschilista dove alla donna è tutto negato a partire dal mondo intorno a sè, da cui è separata dal burqa, sia necessario che il sistema dittatoriale stesso si paralizzi affinché un essere umano oppresso possa prendere la parola. Attraverso il corpo inerte del marito, è tutto il regime che viene immobilizzato, ferito, e il corpo dell’eroina può finalmente aprirsi e sbocciare. La donna in questo caso non è neanche idealizzata, qui si parla di un essere oppresso a livello sessuale, religioso, politico, culturale e sociale. Anche la figura della zia prostituta, che diventa una sorta di maestra spirituale e aiuta la donna a prendere coscienza della sua libertà, rappresenta la possibilità metaforica di una ribellione femminile possibile, visto che in Afghanistan la prostituzione stessa è a volte la sola risorsa per le donne afgane ripudiate dalla famiglia e dal marito.
Il film è interpretato da una straordinaria Golshifteh Farahani, iraniana e anche lei esule a Parigi, ribelle e sgradita in patria per aver posato a seno nudo in una campagna contro gli abusi sulle donne, vista di recente in About Elly e Pollo alle Prugne, nonché in grandi produzioni hollywoodiane come Nessuna Verità con Leonardo DiCaprio. Una prova intensa e vibrante, impegnata a recitare per un’ora da sola con la telecamera di fronte ad un corpo inerte. Un lungo ed incessante monologo che somiglia ad una sorta di lunghissima e profonda seduta di autoanalisi, riesce a restituire con gli sguardi, i singhiozzi, le urla e i sussurri, la liberazione e l’esplosione della sua femminilità troppo a lungo repressa. Sensuale nell’inaspettata presa di coscienza del suo corpo, grazie agli incontri con il giovane soldato, dove sperimenta sensazioni e sentimenti fino ad allora sconosciuti. Il suo volto che a poco a poco riacquista la luce perduta, o forse mai avuta, la cui luminosità viene splendidamente restituita dalla fotografia di Thierry Arbogast, scava un solco profondo nella memoria e non lascia indifferenti.
Di Alessandro Antinori, da movieplayer.it

“Come pietra paziente” è uno di quei pochi film totalmente figli del proprio regista. Atiq Rahimi infatti non ha solo diretto questa pellicola, ma l’ha anche sceneggiata da un romanzo omonimo del 2008, da lui stesso scritto.
Quella ambientata a Kabul, in Afghanistan, da Rahimi, è una storia molto letteraria poiché si svolge tutta nella stanza dove un materasso accoglie il corpo inerme di un eroe di guerra entrato in coma dopo che una pallottola è rimasta bloccata nel suo collo. Eppure anche il cinema è riuscito a rendere brillantemente il percorso interiore che la moglie dell’uomo compie durante la malattia di lui. Lei, cresciuta in un Paese che non riconosce alcun diritto alle donne, impara a scoprire se stessa e a valorizzarsi, raccontandosi a quell’uomo sconosciuto che è suo marito da più di 10 anni.
Golshifteh Farahani si dimostra un’interprete straordinaria, capace di portare sulle sue spalle l’intero film. C’è quasi sempre solo lei davanti alla macchina da presa e per la maggior parte del tempo racconta la sua storia, snocciolando pagine di monologhi in piani sequenza molto lunghi e parlando anche con le mani e gli occhi, che spesso sembrano dire l’opposto di ciò che stanno esprimendo le labbra.
Atiq Rahimi ha voluto raccontare il cambiamento profondo compiuto da una donna in poco tempo, che riesce a liberarsi, quando il marito è “incatenato”. Se inizialmente il personaggio di Farahani ci appare la più fedele delle mogli musulmane, pian piano inizia ad emanciparsi sempre più. È la stessa donna che resta accanto al marito durante la guerriglia che rischia di ucciderli a concedersi più tardi ad un altro uomo, in quella stessa stanza, per soldi e per piacere, per poi raccontare ogni cosa al marito, ormai tramutatosi nella sua pietra paziente a cui vengono sussurrati i segreti. Riflette su come è sempre stato il sesso con lui e come è diverso, invece, con questo giovane soldato inesperto che si lascia guidare da lei, interessato al raggiungimento del piacere per entrambi. Ripensa alla propria vita priva d’amore e piena invece di menzogne, dolore, sofferenze. Pian piano la donna si apre sempre di più, scava più a fondo, la sua voce dapprima insicura diventa forte e sicura; il volto stanco, sofferente, invecchiato diventa luminoso e rilassato. La giovane inizia ad indossare vestiti più belli, a lavare e pettinare i capelli, a truccarsi: quando capisce che l’amore e il piacere esistono, quando scopre il suo corpo inizia a prendersi cura di esso e della sua anima.
La telecamera non lascia la Farahani nemmeno per un istante e accompagna il processo di rinascita del personaggio, dimostrando che si può riuscire anche in un’impresa apparentemente impossibile come quella di filmare i pensieri.
“Come pietra sapiente” è un film molto particolare, più unico che raro, intenso e poetico, in cui la religione e il sacro hanno un ruolo molto importante. C’è da ammetterlo, la pellicola mette a dura prova lo spettatore perché lo costringe nella piccola area di una stanza, insieme ad una donna che ha un solo strumento d’azione e di battaglia: la parola. Quella stessa parola che può stancare, annoiare nella sua ripetitività è artefice del crollo del muro di oppressione eretto tanti anni fa tra quelle stesse mura, la parola che esprime i pensieri della donna, l’anima che non potrà mai esserle strappata e l’unico mezzo con cui si può continuare a combattere per una vita migliore.
Non è un film per tutti, ma è una storia che vale la pena di essere ascoltata.
Di Corinna Spirito, da ecodelcinema.com

Come ci si deve sentire a essere invisibili? Come si possono sopportare giornate intere senza poter parlare al proprio sposo, pena una brutalizzazione fisica o verbale? Come si può vivere senza amore? Senza la comprensione di chi dovrebbe accompagnarti per tutta la vita?
Sono le domande che si pongono tante donne e che il regista – scrittore franco afghano Atif Rahimi mette in scena nel film Come pietra paziente, tratto dal suo libro omonimo Syngué sabour. Pierre de patience.
Secondo la tradizione popolare afghana, la syngué sabor è una pietra magica alla quale è possibile confidare tutte le preoccupazioni, i sogni, i desideri, e i segreti più reconditi, fino alla frantumazione dell’oggetto, gravato dal peso di tante parole.
Ad aiutare il regista nella trasposizione cinematografica della sua opera troviamo il grande sceneggiatore Jean-Claude Carrière, uno che nel curriculum può vantare collaborazioni con personaggi come Nagisa Oshima, Luis Bunuel, Pierre Etaix, Jean-Luc Godard.
Chi invece si è presa la responsabilità di incarnare quel senso di oppressione e poi di liberazione attraverso un processo che assomiglia molto alla tradizionale terapia psicoanalitica è la talentuosa iraniana Golshifteh Farahani (recentemente vista in Just Like a Woman), ormai esule in patria dopo essere stata considerata indesiderata dal regime oppressivo che vige nel suo Paese.
Come pietra paziente è la storia di una donna senza nome, sposata con un mujaeddhin dal quale ha avuto due figlie piccole e che l’ha sempre trattata come un’estranea e una serva. Quando questi ritorna dalla guerra in stato di coma, tenuto in vita solo da una rudimentale flebo, la donna, dopo aver mandato le figlie dalla zia tenutaria di un bordello, inizia ad assistere e a confidare al silente e immobile corpo tutto ciò che le è accaduto in sua assenza.
In questo modo, e grazie a un imprevisto incontro, riscoprirà la propria femminilità e intraprenderà la strada verso il raggiungimento di quella felicità e libertà tanto a lungo negatele.
Di Alessio Cappuccio, da spettacoli.blogosfere.it

Un urlo silenzioso, regolare e rivoluzionario. Qualcosa che può accadere solo in una situazione eccezionale, se vivi in Afghanistan. Nell’Afghanistan devastato dall’integralismo islamico, dalla guerriglia porta a porta, da un dominazione maschile (definirlo maschilismo è anche troppo poco) che soffoca, anzi cancella alla radice, ogni possibilità di individualismo femminile. Non vi è dubbio che il tema e l’idea che stanno alla base di “Come pietra paziente – Syngué Sabour” – il film diAtiq Rahimi in uscita nelle sale italiane il 28 marzo – siano qualcosa di suggestivo. Non è un caso, però, che una storia di questo tipo abbia ricevuto consacrazione e successo in forma letteraria, nel romanzo omonimo scritto dallo stesso regista. Perché la stessa chiave narrativa è perfetta per l’introspezione letteraria, ma difficilmente efficace in forma cinematografica.
Ecco perché “Come pietra paziente” è un film difficile, a tratti ostico, sicuramente troppo didascalico e “spiegato” in alcuni passaggi i quali, probabilmente, su pagina hanno dato il meglio. “Volevo filmare la parola”, ha spiegato Atiq Rahimi. L’operazione a nostro avviso non è pienamente riuscita (benché Rahimi avesse già maneggiato un suo stesso romanzo nel 2004 con “Terre et cendres”, presentato a Cannes) perché filmare la parola significa suggerire, plasmare i pensieri dei personaggi in immagini. Non sommergere di parole, di un monologo a fiume, lo spettatore. Protagonista è la bravissima (e bellissima) attrice iraniana Golshifteh Farahani, attualmente sugli schermi anche nel film occidentale “Just Like A Woman”) (tra l’altro in un ruolo, fatte le debite proporzioni di civiltà, molto simile): è lei a dare volto a una giovane donna in un villaggio ai piedi delle montagne vicino a Kabul. Sola in una stanza, la donna accudisce un marito molto più anziano (Hamid Djavadan), un guerrigliero ferito al collo e finito in coma. La cittadina è attraversata da una guerra civile cruenta e spietata, alla porta di casa possono presentarsi soldati di svariate provenienze. La ragazza cura e mantiene l’idratazione e il sostentamento di quest’uomo imperturbabile e distaccato dai sensi.
Una figura che si trasforma, per la donna, in una “pietra paziente”, l’oggetto al quale – in una tradizione narrativa locale – si possono confidare anche i più intimi segreti. Anni di lontananza, incomprensione, rispetto di ferree regole tribali saltano quando la ragazza comincia a raccontare tutti i propri pensieri e le proprie aspirazioni (anche qualche sconvolgente segreto) almarito comatoso. Che, a ben vedere, potrebbe facilmente simboleggiare lo stesso paese in cui i protagonisti vivono: immobile nelle sue tradizioni e regole, impassibile e impermeabile a qualsiasi sollecitazione esterna, tantomeno di una voce femminile. L’uomo in coma forse ascolta, forse no. Nel frattempo, un giovane guerrigliero (Massi Mrowat) irrompe nell’appartamento e – credendola una prostituta – comincia a pagarla per ricevere soddisfazione sessuale prima, affetto poi. Cosa succederà quando, e se, il marito tornerà ad essere cosciente? Come detto, la cornice della vicenda è suggestiva, ed è implacabile nel far comprendere la situazione femminile in paesi come l’Afghanistan (la domestica abitudine della protagonista a indossare il burqua quando esce dal portone di casa è una frustata allo sguardo di uno spettatore occidentale). A zoppicare è la forma di narrazione. Una prova impegnativa, certo, per l’assoluta protagonista, che regala un’interpretazione capace di restare nella memoria.
Di Ferruccio Gattuso, da cinema.yahoo.com

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Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
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