ARGO



Teheran, 1979. Militanti infuriati del nuovo Iran rivoluzionario irrompono nell’ambasciata americana sequestrando una cinquantina di persone. A loro insaputa sei di esse riescono a fuggire poco prima, trovando rifugio nell’ambasciata canadese. Il tempo stringe, potrebbero essere scoperti da un momento all’altro, devono lasciare il paese. Come? Secondo l’agente CIA Tony Mendez fingendosi la troupe di un film di fantascienza hollywoodiano a caccia di location.
Momenti in cui la realtà non solo sembra finzione, ma pare prendersi gioco dei drammi individuali e collettivi.
Affrontando una storia vera, Ben Affleck, nelle doppie vesti di regista e interprete, si dimostra ancora una volta una garanzia autoriale dopo Gone Baby Gone e The Town. Allontanandosi dai temi e dai luoghi a lui cari, inserendo nel suo percorso anche ovviamente il copione di Will Hunting, Affleck si mette alla prova con un delicato equilibrismo. La premessa storica è un terreno accidentato per un americano, ma il regista con oggettività vuole evitare manicheismi patriottici o all’opposto facili autocritiche: l’impegno dei singoli eroi, agenti e ostaggi intelligenti ma disarmati, non può addolcire gli errori compiuti dall’America in Iran, ma mantiene alta la dignità di un popolo.
Definite con chiarezza le fondamenta, Affleck vi monta l’edificio con una chiave vicina a un cineasta: in America si presenta alla stampa il finto film per avviare la copertura, mentre in Iran i ribelli inscenano per le telecamere una finta esecuzione. Proprio come un’arma, l’immagine può essere usata per offesa o difesa: un’ambiguità che Affleck stimola in noi sin dai primi minuti, quando l’attacco all’ambasciata è raccontato miscelando senza soluzione di continuità inquadrature di repertorio e inquadrature ricostruite. Lo spettatore, il cittadino, ha la responsabilità verso se stesso di provare a distinguere.
Versate le fondamenta, costruito l’edificio, ci aspettano arredamento e rifiniture, che qui sono la godibilità primaria di un thriller: la suspense.
Affleck cede a qualche soluzione sin troppo classica nel finale, ma più che un difetto sembra una concessione consapevole alla necessità di un coinvolgimento emotivo e non sono cerebrale. A testimonianza della compattezza e dell’eleganza della costruzione, gli esilaranti scambi di battute al vetriolo su Hollywood non crepano la struttura: dramma e farsa collidono per volere della realtà e non dell’autore, che per giostrarsi tra i diversi registri non deve fare altro che osservare il mondo con curiosità.
Di Domenico Misciagna , da comingsoon.it

Nel 1979, in seguito alla fuga negli Stati Uniti dello Scià iraniano Mohammad Reza Pahlavi durante la rivoluzione, l’ambasciata americana di Teheran fu presa d’assalto dai rivoluzionari e i suoi impiegati sequestrati per più di 400 giorni. Sei cittadini statunitensi riuscirono a fuggire di nascosto e trovare rifugio nella residenza dell’ambasciatore canadese, il quale, a proprio rischio e pericolo, concesse clandestinamente ospitalità e supporto.
Per riportare in patria i propri connazionali la CIA organizzò una missione di esfiltrazione particolarmente audace, ideata dall’esperto del campo Tony Mendez e coadiuvata da una vera produzione hollywoodiana. Basandosi su una sceneggiatura realmente acquistata dal sindacato sceneggiatori fu data l’illusione a tutti (soprattutto alla stampa, in modo che si producessero articoli in materia) che c’era l’intenzione di girare un film di fantascienza in Iran, così da poter ottenere dal Ministero della cultura iraniano il permesso di entrare ed uscire dal paese e, nel fare questo, poter portare via i sei ospiti dell’ambasciatore canadese spacciandoli per maestranze del film.
Il titolo del finto film in questione era Argo.
Sulle basi di questa vera storia Ben Affleck orchestra un film che forza la realtà dei fatti quanto serve per creare tensione e suspense ma non manca mai di rimarcare gli elementi di veridicità e di confinare in maniera netta le licenze cinematografiche.
Il risultato è un’opera di sorprendente solidità, animata da un’etica di ferro e capace di muoversi attraverso i tre registri principali del cinema, amalgamandoli con l’invisibile maestria di un veterano del cinema. Nonostante sia solo al suo terzo film da regista Ben Affleck si conferma uno degli autori giovani più interessanti in assoluto, capace di fondere l’azione da cinema di guerra della prima parte con la commedia hollywoodiana della seconda e infine la tensione del dramma storico della terza. Un viaggio tra diversi toni in cui l’unica costante è il regista stesso, che incarna il protagonista Tony Mendez con una recitazione minimalista e pacata, esplorando tutte le declinazioni di un’infinita malinconia di sguardo che fa il paio con il rigore morale profuso nel raccontare la sua storia.
In questo straordinario esempio di modernità cinematografica c’è tutta l’esperienza del cinema politico, teso e aggressivo della Hollywood degli anni ’70, unita ad uno stile fluido ed invisibile, ad un gusto post-Mad Men per la precisa ricostruzione dei diversi costumi della società di qualche decennio fa e ad una capacità non comune di lavorare sul dettaglio della messa in scena.
Ben Affleck alza ancora l’asticella e non si accontenta più (come per Gone Baby Gone e The Town) di prendere un buon soggetto e girare con gusto e abilità un’ottima sceneggiatura ma, pur mantenendo tutto il riguardo del caso verso l’intrattenimento del proprio pubblico di riferimento, orchestra il suo racconto in modo che anche le parti più piccole, i ruoli comprimari o alcune parole pesino come macigni e siano in grado, con uno sguardo o un dettaglio, di fare il lavoro del cinema più serio e audace: stimolare nello spettatore correlazioni tra i fatti e i personaggi narrati e l’attualità, ovvero la storia della politica estera americana antecedente e soprattutto successiva al 1979.
Di Gabriele Niola , da mymovies.it

Spesso realtà e finzione si mescolano e l’una sembra imitare l’altra. Un film, che è pura finzione della realtà, può essere anche la finzione di se stesso, ugualmente così forte da riuscire a salvare delle reali vite umane. Questo è successo a Tehran nel 1979 a sei addetti diplomatici americani, rifugiati clandestinamente preso l’Ambasciata canadese, mentre 52 loro colleghi venivano imprigionati dai seguaci di Komeini, che li avrebbe rilasciati solo in cambio di Reza Palhavi, l’odiato Scià in precedenza al potere, fuggito negli States (eventi che probabilmente sono costati la rielezione a Jimmy Carter). Mentre l’amministrazione tenta invano di gestire il gravissimo fatto (resteranno prigionieri per 444 giorni), per mettere in atto “l’estrazione” dei sei isolati viene chiamato l’agente della CIA Mendez, che partorisce la “best bad idea” vincente: mettere in piedi l’organizzazione di un film canadese, da girare in Iran, fingendo che i sei americani siano membri della crew.
In pochissimo tempo Mendez deve mettere in piedi l’organizzazione vera del finto film, una fantascienza trash di ambientazione esotica, in grado di reggere a eventuali controlli da parte degli iraniani. A questo scopo contatta John Chambers, il noto truccatore premio Oscar alla carriera nel 1969, che lo porta dal produttore Lester Siegel, personaggio mitico anche se in decadenza, per muoversi nell’ambiente hollywoodiano. I due sono vecchie volpi dell’ambiente, nel film splendidamente resi dai due big John Goodman e Alan Arkin, con palese autoironia. Fra infinite difficoltà a causa della spietata repressione dei “guardiani della rivoluzione” e anche della mancanza di convinzione da parte dei suoi superiori, Mendez cercherà di riportare a casa se stesso e i sei americani. Alla fine del film, co-prodotto anche da George Clooney, vedremo tutte le reali facce dei partecipanti alla rischiosa e avvincente avventura, che è stata “declassificata” nel 1997 da Bill Clinton, rendendone così possibile la divulgazione. Dopo Gone Baby Gone e The Town, Ben Affleck dirige impeccabilmente, con mano ormai sicura, una sceneggiatura essenziale (tratta dal saggio The Master of Disguise dello stesso Mendez e da The Great Escape, un articolo di Joshuah Bearman pubblicato su Wired), senza inutili sentimentalismi e compiacimenti, asciutta e realistica, che trova la sua degna conclusione nell’ansiogena parte finale, in una riuscita e sobria drammatizzazione di eventi narrati con taglio documentaristico. Il tono della narrazione riesce a essere sottilmente equilibrato, pur mostrando la barbarie raggiunta in quei momenti dai seguaci dell’Ayatollah, in reazione però a quanto commesso in precedenza dallo Scià sotto l’ala protettrice degli Stati Uniti e delle compagnie petrolifere. Anche come interprete Affleck offre una prova convincente con il suo personaggio, nella solitaria responsabilità delle vite a lui affidate. Singolare davvero la carriera di questo autore/interprete, a dimostrazione che nella vita esiste la second chance. Ottimamente scelti gli altri protagonisti, molti attori noti per serie televisive, fucina di talenti da cui ormai il cinema pesca a piene mani, a cominciare da Bryan Crantson, premiatissimo protagonista di Breaking Bad. Da segnalare la bella fotografia di Rodrigo Prieto (21 grammi, Brokeback Mountain, Biutiful), che restituisce grana e tonalità degli anni ’70. In trasparenza, anche con humor, si può leggere un elogio al cinema, meraviglioso veicolo di sogni, così forte da trapassare la negatività della natura umana, da riuscire a diventare veicolo di concreta libertà, anche quando sulle colline di L. A. le enormi lettere candide della mitica Hollywood cadevano a pezzi. Concediamo al film anche il velato patriottismo del finale, con l’agente stanco che fa ritorno dall’amata mogliettina, nella linda villetta con sventolare di bandiera americana, ad abbracciare il tenero figlioletto, mentre dallo scaffale della cameretta vigilano le action figure dei personaggi di Star Wars. Perché, dato che dal 1980 a oggi, cacciati gli sfruttatori stranieri dal paese, non ci sembra che per il popolo iraniano le cose siano poi andate tanto meglio, diciamocelo, la Forza siamo noi…
Di Giuliana Molteni , da moviesushi.it

Teheran, 1979. Il paese è nel caos, lo scià è appena fuggito trovando rifugio negli USA, mentre l’ayatollah Khomeini e i suoi rivoluzionari hanno proclamato la repubblica islamica. Le strade sono controllate e pattugliate dalle guardie del nuovo regime, nel paese monta la rabbia anti-occidentale: gli Stati Uniti vengono accusati di tramare per riportare sul trono il deposto sovrano, mentre gruppi di studenti inscenano imponenti cortei. Uno di questi penetra nell’ambasciata statunitense, con il beneplacito delle autorità, e prende in ostaggio una cinquantina di diplomatici: sei di essi, però, riescono a fuggire e trovano rifugio presso la vicina casa dell’ambasciatore canadese. Il governo americano è preoccupato per la sorte dei sei uomini quasi quanto per quella degli ostaggi: verosimilmente, infatti, sarà solo questione di tempo perché gli occupanti dell’ambasciata si rendano conto della loro assenza, e inizino a dar loro la caccia, mettendo a rischio la stessa posizione dell’alleato canadese. L’agente della CIA Tony Mendez architetta così un singolare piano per far fuoriuscire i diplomatici dal paese: la fittizia realizzazione di un film di fantascienza, intitolato Argo, di cui i sei uomini dovranno impersonare la crew, approdata in Iran per effettuare un sopralluogo. Il piano sembra folle, ma nessuna delle alternative proposte appare praticabile: la collaborazione del governo canadese rende così possibile l’avvio delle operazioni. Ma, per rendere credibile il tutto, Mendez dovrà fare in modo cheArgo abbia una vera produzione, e che tutti, anche nel suo paese, credano alla sua realizzazione.
Arrivato alla sua terza regia, Ben Affleck continua ad occhieggiare un cinema d’altri tempi, specie quello che negli anni ’70 rinnovò profondamente temi e prassi del cinema americano, portando alla ribalta una nuova generazione di cineasti. Figlio di quel decennio, Affleck ne coglie l’afflato, le inquietudini e l’incertezza, che giungeva sullo schermo dopo aver attraversato ogni aspetto della vita degli americani: in questo caso, come molti dei cineasti del periodo, trae spunto da un fatto reale, non a caso avvenuto proprio alla fine di quel decennio, non a caso segnante un nuovo smacco della superpotenza americana dopo la ferita ancora aperta (e sanguinante) del Vietnam. In Argo si ritrovano Sydney Pollack e William Friedkin, l’attenzione al dettaglio unita alla cura della struttura narrativa, la classe registica che si accompagna alla capacità di dirigere gli attori, l’intrattenimento figlio del mestiere unito alla voglia di raccontare la realtà. Nel film troviamo un personaggio che è emblema, problematico, dell’uomo al servizio del proprio paese: mosso da un senso del dovere che è innanzitutto condivisione di valori, forte di intelligenza e capacità persuasiva più che di muscoli (e per questo più democratico che repubblicano) un po’ folle come chiunque continui a credere, malgrado tutto, in un sogno: o meglio, nei rimasugli, nelle schegge ancora sparse a terra (ma luminose) di quel sogno che si era infranto nel decennio precedente, con gli omicidi di John F. Kennedy e Martin Luther King, con la tragedia del Vietnam e ora con un nuovo attacco ai suoi fondamenti. C’è nel film di Affleck la voglia di sperare, nonostante tutto, l’eterno ottimismo dei pionieri (di cui il cinema è parte integrante) unito alla tragica consapevolezza dell’inattualità (già allora) di quel sentimento: l’inquietudine, incarnata dal personaggio di Tony Mendez, di chi si sacrifica ma è condannato a restare nell’ombra, di chi si sa ingranaggio, nonostante tutto, di un sistema più grande e per molti versi incomprensibile.
Ma in Argo c’è anche di più, ed è un’interessante (ed affettuosa quanto ironica) riflessione sul cinema stesso, sulla fabbrica dei sogni hollywoodiana ridotta, nelle ciniche parole del truccatore John Chambers (a cui dà il volto un perfetto John Goodman) a “una manica di cialtroni che mentono a tutti”. E’ proprio in quella capacità di mentire, figlia anche di un’artigianalità che sembra perduta (e che riesce a incantare, con la visione degli storyboard, anche le severe guardie iraniane) che il protagonista trova il suo migliore alleato, la sua arma che rappresenta, in fondo, lo specchio del proprio modo di essere (e per estensione di quello del regista). La parte centrale del film, con le sequenze ambientate a Hollywood, regala parecchi momenti da commedia, pervasi da quel sottile senso di nostalgia per un decennio, un modo di fare cinema, un immaginario, che l’attore/regista omaggia in realtà, con altri mezzi, in tutto il suo film. Omaggio che (complice anche l’uso del 35mmin luogo dell’ormai onnipresente digitale) si snoda in due ore di pellicola, racchiuso tra due sequenze magistrali: quella iniziale, dell’assalto all’ambasciata e della fuga dei sei diplomatici, con la frenesia del montaggio a trasmettere un senso di minaccia e di tensione quasi fisici; e quella, tesissima, della fuga finale, capace di incollare gli occhi dello spettatore allo schermo nonostante la consapevolezza (inevitabile) del suo felice esito. In mezzo, uno script (che lo sceneggiatoreChris Terrio ha tratto dal libro The Master of Disguise del vero Tony Mendez) calibrato e in grado di restituire bene anche ansie e paure dei sei fuggiaschi, rafforzato dall’ottima capacità del regista di lavorare con gli attori (e in primo luogo di vestire, lui stesso, i panni di un protagonista magnetico e credibile). Starsi a domandare quanto il film rispecchi la realtà è, in fondo, esercizio ozioso: attraverso l’arte di mentire, sua e del suo alter ego filmico, Affleck ci ha restituito un frammento, storicamente significativo, della realtà che il suo cinema punta a indagare. La credibilità del risultato sta nella sua (notevole) forza cinematografica.
Di Marco Minniti, da movieplayer.it

Thriller politico dotato di turbante tasso di suspense hitchockiana e abilmente calibrato tra il dramma realistico e lo show autoironico su e della Hollywoodland, Argo segna un passaggio cruciale nella carriera registica di Ben Affleck. L’ex “genio ribelle”, che aveva rivelato il proprio talento dietro la macchina da presa nel primo Gone Baby Gone ed elevato le aspettative con l’ambizioso crime movie The Town, conferma una bravura sorprendente nella delicata messa in scena di tragedie, personali e di gruppo, che si consumano ai confini della realtà metropolitana, tra i tumulti di una cronaca scomoda e mai univoca e i sobborghi di un’umanità che rischia di affogare sempre nel male.
Anche stavolta ritroviamo un equilibrio inaspettato tra il peso della riflessione, affidata alla precisione dei primi piani e dei dolly, e la leggerezza pungente di un’ironia che rischia l’autocannibalismo (vedi la cadente scritta sulle colline di Los Angeles), consegnata all’estetica retro, dinamica e sgranata, merito del direttore della fotografia di 21 grammi – Il peso dell’anima, Rodrigo Prieto. La sceneggiatura dello sconosciuto Chris Terrio e la capacità di Affleck di commisurare all’abilità narrativa una potente struttura visiva accompagnano lo spettatore lungo una parabola incisiva, struggente e folgorante che riporta alla mente quel Sydney Pollack che sembra aver già ispirato l’amico George Clooney.
La storia, vera, è quella di Tony Mendez, per il quale il regista si è ritagliato il ruolo (azzeccato) da protagonista, agente della CIA che nel 1979 fronteggia la crisi di sei ostaggi americani a Teheran.
Il gruppo di diplomatici si è rifugiato nella residenza dell’ambasciatore canadese dopo essere scampato all’assalto alla Roosevelt Gate dell’ambasciata statunitense da parte dei militanti rivoluzionari iraniani, che manifestano contro il sostegno degli Stati Uniti allo scià Mohammad Reza Pahlavi. Mendez sfiderà come in una tragedia greca il destino, e la perplessità di chi gli ha affidato l’incarico, studiando e organizzando un piano che porti in salvo i propri connazionali: fingere che facciano parte di una troupe cinematografica in Iran per girare l’ennesimo sci-fi trash d’ambientazione esotica. Diviso tra la crescente ansia e gigantesca responsabilità della sua missione, suggerita dalla passione del figlio lontano per la fantascienza, e l’autoironia al vetriolo dei suoi cinici aiutanti, un truccatore e un produttore di Los Angeles, lo strategico duo John Goodman-Alan Arkin, il capitano di una nave difficile da guidare tenterà di salpare dal più pericoloso e pauroso dei mari.
Con l’obiettivo di rimanere fedele alla storia e di non realizzare un’opera facilmente soggetta a quel processo mediatico che politicizza per principio, il talentuoso e intelligente Affleck gira un film profondamente conservatore, quasi propagandistico se si pensa alla difesa indiscussa del democratico Jimmy Carter, accennata dalla meravigliosa sequenza iniziale a fumetto, e lo conclude adottando una soluzione patriottica: il suo messianico eroe, insabbiato nel tempo fino alla declassificazione di Clinton negli anni ‘90, torna a casa sospirando. Fuori sventola un’immancabile bandiera a stelle e strisce. Dentro avviene il sofferto recupero familiare, poeticamente sigillato da un abbraccio paterno. Ma è un’altra la sequenza, quasi istantanea, che reintegra il sottile equilibrio inseguito dal film, quella in cui Sahar, iraniana, dopo aver tradito il proprio popolo per l’ambasciatore canadese è costretta a rifugiarsi in Iraq, senza enne.
Affleck evita la ritrita demonizzazione mediorientale e tratta la sua storia problematica tenendo nella giusta considerazione le tensioni degli Stati Uniti e l’estremismo islamico, che esplode minaccioso perfino durante un sopralluogo a un bazar, ma si argina nella finzione di un film. All’interno della Verità del film.
La frase:
“Quindi tu vuoi venire a Hollywood e far finta che stai lavorando a un grande progetto senza realizzarlo, giusto? Allora hai scelto il posto giusto!”.
Di Angela Cinicolo , da filmup.leonardo.it

“Quindi tu vuoi venire a Hollywood,
far finta che stai lavorando ad un progetto
grandioso senza realizzarlo veramente, giusto?
Allora hai scelto il posto giusto!”
Ispirato ad una storia vera, Argo racconta l’azione segreta tra vita e morte intrapresa per liberare sei statunitensi e svoltasi durante la crisi degli ostaggi in Iran – la cui vera storia per decenni è rimasta ignota all’opinione pubblica. Il 4 novembre 1979, mentre la rivoluzione iraniana toccava l’apice, un gruppo di militanti fa incursione nell’Ambasciata USA in Teheran, portando via 52 ostaggi. In mezzo al caos, però, sei americani riescono a fuggire e trovano rifugio a casa dell’Ambasciatore del Canada Ken Taylor. Ben sapendo che si tratta solo di questione di tempo prima che i sei vangano rintracciati e molto probabilmente uccisi, Tony Mendez, un agente della CIA specialista in azioni d’infiltrazione, mette in piedi un piano rischioso per farli scappare dal paese. Un piano così inverosimile che potrebbe accadere solo nei film…
Dalla Boston di Gone Baby Gone e The Town a Los Angeles e… l’Iran. Ben Affleck aveva già dimostrato che il suo posto è dietro la macchina da presa, più che davanti. In un certo senso lo si poteva ipotizzare nel 1998, quando vinse assieme a Matt Damon l’Oscar per la miglior sceneggiatura di Will Hunting – Genio ribelle a soli 26 anni. Poi l’inaspettato esordio come regista, e la conferma con il secondo lungometraggio, vera “fatica” per un neo-regista. Argo rappresenta non solo una conferma ulteriore della capacità di Affleck, ma è anche il film della “maturità”.
Argo inizia con un riepilogo, tra immagini d’epoca e fumetto, della storia iraniana nel periodo della rivoluzione di Khomeyni : siamo pur sempre in un film commerciale, e un breve ripasso di storia (per molti: una breve prima lezione) non fa mai male. Gli Stati Uniti danno il sostegno allo scià Mohammad Reza Pahlavi. Centinaia di iraniani manifestano contro l’ambasciata americana a Teheran. Sono 52 le persone che prendono come ostaggi. Ma 6 funzionari riescono a fuggire all’insaputa dei rivoluzionari e trovano rifugio all’ambasciata canadese. È il 4 novembre 1979.
Intanto in America la scritta Hollywood è bruciata e distrutta. La New Hollywood sta per finire, lasciando spazio ai grandi blockbuster. Al governo c’è Jimmy Carter, a cui sarebbe succeduto Ronald Reagan. C’è aria di fermento, e la “crisi degli ostaggi” in Iran scombussola mappe ed equilibri politici. La C.I.A. deve trovare un piano per portare via i fuggitivi: se fallisce, c’è di mezzo anche la propria reputazione. L’uomo dalle uova d’oro è Tony Mendez, che trova l’unica soluzione che potrebbe tirare fuori i sei uomini. Un piano di “esfiltrazione” particolare, che prevede la creazione di un film “segreto” da non girare per davvero. Così facendo, potrà andare a Teheran, dare un’altra identità da crew ai sei Americani e fuggire via con loro…
È il 1980 e viene creato lo Studio Six Productions a Burbank: uno studio ovviamente fittizio, a cui però arrivarono per davvero sceneggiature di progetti (anche importanti, visto che pare Steven Spielberg avesse inviato loro lo script di E.T.!). C’è da inventare un progetto plausibile, un film che sia allo stesso tempo credibile e possa offrire spunti per poter giustificare delle “riprese” in terra iraniana. Non è un caso, ma viene scelto un film di fantascienza, un’opera piena di creature, da ambientare in un mondo sconosciuto e disabitato. Le location medio-orientali sono perfette per un film del genere, grazie ai bazaar e alle landscape lunari e deserte.
Argo – il film nel film – è un film che si rifà a tutto quel che di famoso c’era all’epoca, da Il Pianeta delle Scimmie a Guerre Stellari. Ma, forse inconsciamente, viene scelto proprio uno sci-fi: non è un caso. Il genere di fantascienza, forse più dell’horror, è quello che meglio trasforma in metafora la realtà (da L’invasione degli ultracorpi in poi, soprattutto): quindi, in un certo senso, la “copre”. La C.I.A. deve attuare un piano segreto internazionale e Hollywood offre un film di fantascienza: si chiude un cerchio…
A questo punto c’è bisogno di un produttore di facciata: viene scelto Lester Siegel (un grandissimo Alan Arkin), che un tempo era un grandissimo autore – in bacheca ha premi del Festival di Cannes… negli anni 40! – ed oggi si dedica a filmetti sci-fi. Come truccatore viene chiamato il meglio sulla piazza, ovvero John Chambers (l’altrettanto bravissimo John Goodman), Premio Oscar per gli effetti de Il Pianeta delle Scimmie nel 1998, e che ha già collaborato con la C.I.A. in altre missioni. C’è tutto, quindi, per un film che sarebbe rimasto segreto fino al 1997. E che non fu nemmeno girato.
Agli Americani, Argo piacerà per la sua natura superficiale anti-iraniana, che denuncia il sostegno degli Stati Uniti a Pahlavi Jr. contro la volontà degli Iraniani, scherza sulla C.I.A. e su Hollywood, ma poi finisce con una vittoria per gli States. In realtà Argo è un film molto più bello e complesso di quanto appaia in superficie. Una superficie assolutamente da film mainstream di Hollywood, ovvio. Ma si tratta di quel cinema hollywoodiano che quasi non si fa più, e che George Clooney e Grant Heslov hanno provato a riportare in sala più volte (ma dentro ci si può inserire anche Munich di Spielberg).
Argo ha un equilibrio interno che lascia stupefatti, tanti sono i cambi di registro nella sceneggiatura. Film solidissimo, grazie ad uno script brillante e pensato, e ad una regia sicura e davvero matura, è benedetto dalla fotografia strabiliante di Rodrigo Prieto, che dà linfa seventies a scenografie, ambientazioni e costumi già perfettamente anni 70. Affleck riesce poi ad infilare un paio di scene magistrali: quella del furgoncino che passa attraverso la folla di rivoluzionari, e quella della lettura dello script del film. Tutta la parte finale, poi, è un’applicazione rigorosissima di suspense hitchcockiana da cardiopalma.
“Quindi tu vuoi venire a Hollywood, e far finta che stai lavorando a un grande progetto senza realizzarlo, giusto? Allora hai scelto il posto giusto!”. Ben Affleck costruisce un film stratificatissimo, classico ed impegnato, storico e divertente, ragionando su quello che sta dietro al cinema. Allo stesso tempo, in parallelo, affresca l’identità di una nazione, raccontandone il “dietro le quinte”. E questo dietro le quinte, che sembra conciliatorio e vittorioso, è invece ancora una volta costruito sul gioco delle parti. Stati Uniti e Canada hanno collaborato come mai prima d’ora nella Storia, dimostrando che ci sono altri modi per “vincere” senza usare la violenza.
Ma Affleck va oltre questo discorso giusto ma un po’ didascalico. “Puoi insegnare anche ad una scimmia ad essere regista in un giorno”, dice Chambers, che conosce alla grande il mondo della produzione di Hollywood. Le illusioni più importanti sono create in segreto – al cinema quanto nella vita – da uomini, e preconfezionate per la massa: che crede in una verità, in un punto di vista confezionato ad hoc. Per mantenere gli equilibri c’è bisogno di bugie, anche a scapito del riconoscimento di chi ci ha messo corpo e anima in prima persona.
Tony (interpretato in prima persona da Affleck, in un’interpretazione un po’ più sentita del solito) è un uomo solo. Il rapporto con la moglie è in crisi, e non vede praticamente più suo figlio di 6 anni, che intanto sogna da casa altri mondi guardando Anno 2670 ultimo atto. Fragile, sull’orlo dell’alcolismo, schiacciato dal fantasma della solitudine, Tony è colui che si è preso sulle spalle un incarico più grande di lui: rischiando di venire scoperto, magari torturato ed ucciso. La sua parabola si chiude in modo speculare a quella del Doug di The Town: due destini diversi, ma restano entrambi a loro modo due “fantasmi”.
D’ora in avanti possono esserci SPOILER Sahar, la cameriera iraniana dei Taylor che ha capito che in casa si nascondono i fuggitivi, è costretta ad espatriare nella vicina Iraq. Proprio nell’anno in cui gli Stati Uniti, ancora una volta, interverranno nella questione politica dell’Iran e spingeranno l’Iraq a dichiararle guerra per otto anni. Intanto il Canada si prende tutti gli onori per aver contribuito alla liberazione degli ostaggi. Se non si facesse così, salterebbero tutti gli equilibri politici. Ancora: c’è bisogno di bugie.
Mentre gli Stati Uniti restano costretti a confezionare una realtà altra, i pupazzetti di Guerre Stellari sono ancora lì, sulle mensole del figlioletto di Tony. Argo si chiude proprio su questa immagine, quanto mai emblematica. C’è bisogno delle illusioni, c’è bisogno del cinema. Anche quando sembra morto ed è in fase di cambiamento: “John Wayne se n’è andato sei mesi fa… ed ecco cosa resta dell’America”. Chissà se, nel finale, quando si trova a dormire finalmente con il figlio, Tony non avrà ripensato ancora una volta alla frase che si scambiava di continuo con Lester e Chambers: “Argo vaffanculo!”.
Di Gabriele Capolino, da cineblog.it

Con Gone Baby Gone ha resuscitato e ribaltato la sua carriera data per spacciata. The Town ha confermato sia il suo talento tecnico che quello di racconta-storie. Al terzo round dietro la macchina da presa, Ben Affleck scolpisce prepotentemente il suo nome tra i più bravi cineasti oltreoceano. Assemblato con una giusta dose di cuore e tanta mente,Argo è il film più maturo del regista: un’opera su commissione che Affleck si affretta a trasformare in film personale. Una pellicola vintage in grado di riecheggiare nell’attualità e di emozionare sin dal primo fotogramma che presenta il logo Warner come era ai tempi diQuel pomeriggio di un giorno da cani. 
Affleck sorprende il suo pubblico grazie alla abilità di cambiare registro narrativo con il procedere della storia. Argo, infatti, funziona sia come cronaca degli eventi accaduti in Iran alla fine degli anni Settanta che come thriller su una crisi di ostaggi con tanto di rush finale filtrato attraverso una suspense mai troppo invadente. E’ la satira hollywoodiana che ha la meglio su tutto il resto. Merito delle performance scatenate di Alan Arkin e John Goodman, quasi un’arma a doppio taglio con i due che rischiano di portarsi via l’intero film grazie al loro modus operandi da “una battuta, un Oscar”.  
Quando Affleck tiene la macchina da presa su se stesso (qui si dirige per la seconda volta) il film
cambia ancora tono, somigliando al più classico cinema spielberghiano con tanto di famiglia divisa, genitori separati e bambini che non possono più stare con il loro padre perché quello deve salvare la patria. Un’alta conoscenza della storia del cinema e tanto amore per il mestiere di storyteller fanno di Argo un film solido, come non se ne fanno più. Meno coraggioso di The Town (fatto interamente con il cuore), eppure più intelligente e allo stesso modo romantico nel descrivere ogni singolo personaggio.
Sono gli attori di contorno (quelli che interpretano il gruppo di ostaggi) a rubare la scena più dei vecchi leoni. Se esistesse un premio Oscar al miglior casting director, allora la statuetta sarebbe certamente di questo film. 
Di Pierpaolo Festa , da film.it

Dopo gli apprezzatissimi Gone Baby Gone e The Town, Ben Affleck ritorna sul grande schermo con Argo, un film che non fa altro che confermare il suo grande talento. Un regista ineccepibile che dirige in maniera ottimale una delle esfiltrazioni più clamorose della storia dei servizi segreti americani. Un misto di azione e drammaticità, condito da piccole dosi di ironia in questo splendido lavoro.
Argo è coinvolgente sin dall’introduzione. Un ritmo incalzante e un intreccio ben articolato, fanno dell’opera terza di Affleck, un film molto più che amabile. Davvero una ventata d’aria fresca anche dall’America in questa pellicola che riesce addirittura ad ironizzare sulla controversa natura degli “studios”.
Non a caso si parla già di Oscar per quello che è un prodotto più che valido, supportato da attori che danno il loro contributo. Bryan Cranston, Alan Arkin e John Goodman mettono in mostra tutta la loro esperienza, oscurando in qualche modo un Ben Affleck nonostante tutto discreto, nel ruolo di Tony Mendez. Inutile dire di come, ancora una volta, il regista americano dia il meglio di sé dietro, e non davanti la macchina da presa.
In Argo sorprende inoltre il lavoro di ricerca. Un attenzione ai dettagli che sicuramente rende più preziosa la pellicola, ricostruendo,in tutte le sue parti, la liberazione di sei diplomatici americani a Teheran. Una pellicola studiata, che lascia il segno e che trasporta dall’inizio alla fine, lasciandoti incollato alla poltrona per ben 120 minuti. Due ore che regalano il giusto tempo ad ogni fase della narrazione, senza forzature o bruschi cambiamenti di velocità.
L’opera terza di Affleck è un lavoro degno di nota, che merita sicuramente un posto fra i “big” dell’Academy e che sicuramente conferma il grande talento del regista americano. E speriamo che anche lui continui a lavorare in tal senso. Dietro (e quindi davanti) la telecamera!
Di Valerio Amer, da filmforlife.org

La storia di “Argo” è una di quelle vicende talmente bizzarre e surreali da costituire la prova di come spesso la realtà possa arrivare addirittura a superare l’immaginazione, sfidando ogni verosimiglianza: mettere in piedi un falso film di fantascienza, intitolato appunto “Argo”, da girare in un Iran messo a ferro e a fuoco dalla rivoluzione islamica, al solo scopo di permettere la fuga a sei diplomatici americani che si spacciarono per membri di una produzione cinematografica hollywoodiana. Un’impresa ai limiti del surreale, secretata dalla CIA per motivi di sicurezza fino al 1997, quando fu reso noto il coinvolgimento del governo americano in quella che fino ad allora era stata definita “Canadian Caper”, per evitare ripercussioni contro gli ostaggi statunitensi prigionieri in Iran. La brillante intuizione di portare questi eventi sul grande schermo è stata dello sceneggiatore Chris Terrio, che si è basato su un memoriale di Tony Mendez e su un articolo di Joshuah Bearman, mentre a dirigere il film è Ben Affleck, qui alla sua terza prova da regista.
Affleck, reduce dal successo di “The town”, confeziona con “Argo” il suo lavoro più solido e maturo, fra i probabili candidati ai prossimi Oscar; e si riserva ancora una volta il duplice ruolo di regista e di protagonista nella parte dell’agente della CIA Tony Mendez, colui ebbe l’idea di utilizzare il presunto film “Argo” come uno specchietto per le allodole in grado di mettere in salvo i sei diplomatici americani. Affleck, inoltre, si circonda di un valido cast, affidando la descrizione – e la satira – della fabbrica di sogni hollywoodiana a due eccellenti caratteristi come John Goodman, qui nei panni dell’esperto di make-up John Chambers, ed il sopraffino Alan Arkin, che interpreta con divertito cinismo il produttore Lester Siegel, complice di Mendez nella creazione di questa formidabile messinscena. A restituire il quadro d’epoca, oltre alla fotografia stile Anni ’70 di Rodrigo Pietro, una selezione di classici del rock che impreziosiscono la colonna sonora (Rolling Stones, Led Zeppelin, Dire Straits, Van Halen).
La cronaca della rivoluzione iraniana, con tensioni politiche e sequenze di guerriglia urbana che rimandano inevitabilmente ad un’attualità fin troppo simile a quella di trent’anni fa, si mescola così alla “farsa tragica” che solo Hollywood avrebbe saputo produrre: quasi un omaggio al potere salvifico della finzione, che per alcuni aspetti riecheggia il celeberrimo “Vogliamo vivere!” di Ernst Lubitsch. Sullo schermo, Affleck restituisce i tormenti, la solitudine e l’attaccamento alla famiglia di questo sconosciuto “eroe americano” che opera dietro le quinte, mentre dietro la macchina da presa sa bilanciare con sapienza suspense, tensione morale e dramma storico, anche grazie al montaggio di William Goldenberg, che inserisce opportunamente filmati di repertorio all’interno della pellicola. Il risultato è un thriller coinvolgente e di ottima fattura, non privo di un certo manicheismo di fondo, ma capace di raccontare un’importante pagina di Storia con gli strumenti e con l’intensità tipici della grande tradizione del cinema hollywoodiano.
Di  Stefano Lo Verme, da filmedvd.dvd.it

Il 4 novembre 1979, mentre la rivoluzione iraniana raggiungeva l’apice, un gruppo di militanti entra nell’Ambasciata USA a Tehran e porta via 52 ostaggi. In mezzo al caos, sei americani riescono a fuggire e si rifugiano a casa dell’Ambasciatore del Canada. Ben sapendo che si tratta solo di questione di tempo prima che i sei vangano rintracciati e molto probabilmente uccisi, Tony Mendez, un agente della CIA specialista in azioni di esfiltrazione, mette in piedi un piano rischioso per farli scappare dal paese. Un piano così inverosimile che potrebbe accadere solo nei film.
Arrivato alla sua terza regia, Ben Affleck si conferma un ottimo narratore, capace di condurre per mano lo spettatore su un territorio accidentato e pericoloso, facendolo entrare in sintonia con la storia di un uomo coraggioso, di un’operazione segreta sospesa tra la vita e la morte, di sei “ospiti” che hanno riposto le loro speranze in uno sconosciuto.
La storia è tratta da un avvenimento realmente accaduto, e reso noto solo nel 1997, quando il Presidente Clinton ha declassificato l’operazione segreta che ha portato alla liberazione dei sei americani fuggiti dall’ambasciata occupata e rifugiatisi presso l’ambasciatore canadese. Una storia così straordinaria che ha dell’incredibile, e forse proprio per questo si presta particolarmente bene ad essere raccontata sul grande schermo.
Argo è un film abbastanza complesso, che si muove in tre luoghi differenti: l’Iran, i quartier generale della CIA e Hollywood, tanto diversi che anche la fotografia del film ne sottolinea le caratteristiche ambientali. Se le immagini ambientate in Iran sono sgranate e dai colori caldi, a Hollywood l’atmosfera è tersa e sgargiante, mentre negli uffici della CIA gli impiegati si muovono tra colori freddi e netti.
Fondato principalmente su un crescendo di tensione che nel finale diventa quasi palpabile, Argo si fa notare per una grande sceneggiatura, firmata da Chris Terrio, e da un assemble di attori decisamente in forma, su cui svettano in tutta la loro bravura John Goodman, Alan Arkin e il grande Bryan Cranston. Ben Affleck, anche interprete e produttore, conferma ancora una volta che il suo posto privilegiato in relazione alla macchina da presa è quello dietro, in cabina di regia, dove riesce a offrire emozione, tensione e sostanza, scegliendo sempre grandi storie e raccontandole sempre con grande cura e tanta dedizione all’opera.
Di Chiara Guida , da cinefilos.it

La parola Argo riporta subito alla mente, per chi ama la mitologia greca o per chi l’ha fresca in mente, una vasta serie di personaggi, i più celebri dei quali si possono considerare il fedele cane di Ulisse e la nave che condusse Giasone e gli Argonauti, appunto, alla conquista del vello d’oro. Argo, quindi, è un titolo che facilmente si presta a un’opera di fantascienza: un finto film che dovrà permettere a sei impiegati dell’ambasciata americana in Iran di uscire vivi dal Paese. Il 16 gennaio 1979 l’ayatollah Khomeini ritorna da un esilio di circa 16 anni in Iran, Paese del quale prende la guida, mentre il precedente scià Mohammad Reza Pahlavi si rifugia negli Stati Uniti. L’ambasciata americana è prevedibilmente assalita dai seguaci di Khomeini, sdegnati per la protezione che gli USA concedono a chi voleva laicizzare il paese e privarli dei propri privilegi, oltre che estromettere la religione dalla guida dello Stato. Argo è tutto quello che succede quando la CIA decide di liberare gli ultimi sei impiegati dell’ambasciata ancora liberi rifugiati in un’altra ambasciata, quella canadese. Ben Affleck, protagonista e regista perfettamente integrato nella macchina narrativa di Hollywood, è Tony Mendez: l’uomo a capo della finta produzione cinematografica canadese. È un modo tutt’altro che discreto per infiltrarsi in una polveriera e rischiare che esploda ancor prima di metterci piede – il modo americano – ma è l’unica possibilità che garantirebbe un successo schiacciante, o una morte miserrima: taceremo il finale per chi non conosce la cronaca, e chi invece la conosce potrà comunque godersi lo spettacolo. Argo mischia toni comici e tragici giustapponendoli anche bruscamente ma senza perdere credibilità ed equilibrio: in molti casi una scena o una battuta sdrammatizzano una situazione precedente per ricordarci che non siamo in un documentario sul ritorno di Khomeini, ma sul modo in cui l’America ha salvato dei propri figli in pericolo. Il rischio dell’apologia e del trionfalismo, come se fossimo di fronte a Olympia di Leni Riefenstahl, è accolto e non sempre sconfitto. D’altra parte, è proprio quello il fulcro del fim. Nonostante questo difetto di nascita, i 120 minuti di proiezione meritano un’attenzione costante e suscitano molta tensione; molti sorrisi e qualche risata quando il film parla di Hollywood, critico ma sempre narcisista; almeno un bicchiere d’acqua nella lunga sequenza che precede il finale, costruita col metronomo per aumentare il battito cardiaco.
Di Paolo Ottomano, da cinema4stelle.it

Solo nel 1997,sotto la presidenza di Clinton,gli Stati Uniti hanno rotto i sigilli degli archivi di stato rendendo pubblica la storia della fuga di un gruppo di diplomatici americani a Teheran rifugiatisi negli appartamenti dell’ambasciatore canadese durante la rivoluzione iraniana del ’79. In quell’anno,in quella che venne chiamata la crisi degli ostaggi in Iran,un gruppo di oltranzisti prese possesso dell’Ambasciata americana nella capitale,azione di rappresaglia nel contesto della crisi interna di un Paese che deponeva una secolare monarchia nella persona dello scià Reza Pahlavi,messo al trono da un’azione politica esterna di derivazione occidentale,per far posto sull’altare della politica egemonica sacerdotale l’ayatollah Khomeini.
L’America calò il sipario del silenzio sulla fuga dei rappresentanti di stato,organizzata dall’agente della CIA Tony Mendez,lasciando che il Canada beneficiasse dei fatti,ed ogni divulgazione sull’accaduto venne interdetta e secretata per paura che rancorosi focolai antiamericani dessero l’avvio a pericolose ritorsioni internazionali.
Ben Affleck legge questo capitolo di storia e lo racconta con un cinema di elevata statura professionale,confermando il credito ereditato con i suoi lavori precedenti alla cinepresa,”Gone,Baby,Gone” e “The Town”. Ne ’79 l’Iran rovesciava una condizione politica invisa ad un popolo insofferente che malsopportava la connivenza del governo con l’occidente e la partecipazione del fronte regnante tirannico alle trame politiche della maggiore potenza nemica dell’ovest. In apertura il film agita e prepara gli animi con le immagini di una folla che vomita il proprio furore nelle strade di Teheran,forgiando nel disordine i fermenti della nuova teocrazia iraniana. Il 4 novembre del 1979, 52 americani vengono presi in ostaggio e 6 persone dello staff dell’ambasciata USA a Teheran trovano rifugio presso la dimora dell’ambasciatore canadese Ken Taylor (Victor Garber). L’agente CIA Tony Mendez (Ben Affleck),con l’aiuto di un produttore di Hollywood (Alan Arkin) e di uno specialista degli effetti speciali (Joh Goodman) escogita un piano (“The best bad idea”) per organizzare la fuga dei 6 diplomatici e riportarli a casa.
Prendendo lo spunto da poche sequenze del “Pianeta delle scimmie”,Mendez si inventa la produzione on location di un finto film di fantascienza, “Argo”,nella scia di “Star Wars”,titolo di eccellenza internazionale,con tanto di sceneggiatori,disegnatori costumisti,truccatori e pubblicitari,tutti chiamati a far parte della pantomima che sarà il loro mezzo di uscita dai guai.
“Argo” è un eccezionale compendio di cronaca e cinema scritto col linguaggio di in omaggio a Lumet,qui stilisticamente evocato da un Affleck in stato di grazia che ripassa le pagine di storia contemporanea a beneficio di un invito alla presa di coscienza di un Paese forse troppo distratto dalle seduzioni tecnologiche o forse troppo occupato sui tomi politici o aggrappato ai sistemi economici. Affleck ne fa una lezione di cinema magistrale,drammaticamente attuale nella condizione della feroce crisi che minaccia oggi i rapporti internazionali, e la confeziona con la voce e le immagini del grande spettacolo.
Benvenuto al ritmo che scandisce ironia e dramma,si ringrazi l’artista che impasta energia,tensione,intensità narrativa e viva partecipazione per dar vita alle emozioni del cinema di classe. Il regista gira fra le colline di Hollywood e le strade di Teheran con la disinvoltura e la sapienza di un mestiere maturo,tenendo in tensione continua un racconto letto con la conoscienza di un fine dicitore e venando di sarcasmo sottile e tagliente – si vedano gli shot delle donne di Teheran intabarrate intente a divorare Kentucky Fried Chicken mentre dietro l’angolo penzola un impiccato ad una gru – una rapsodia fotografica di vera storia fatta spettacolo.
Il vocabolario del cinema è ansioso di ricevere pagine scritte con la tensione che alimenta le sequenze climax all’aeroporto di Teheran,dove ogni fotogramma è innervato da una dinamica narrativa al calor bianco.
Affleck è geniale redattore di una vicenda di vera storia,reali accadimenti politici,piccolo evento a lungo insabbiato nei corridoi di stato che il regista rispolvera e traspone sullo schermo con un linguaggio di invidiabile professionalità.
Di Dario Carta, da cinemalia.it

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