APPARTAMENTO AD ATENE



Atene, 1942. Prima della guerra Nikolas Helianos era un editore e un borghese abbiente. Sensibile e illuminato è il padre amorevole di Leda e Alex e il consorte innamorato di Zoe, con cui cerca di sopravvivere alla guerra e all’occupazione nazista. Il loro ménage viene interrotto dall’ingresso letterale di un ufficiale tedesco. Ottuso e tirannico, il capitano Kalter sequestra la loro intimità, sistemandosi nella loro camera da letto, occupando per i pasti il loro salone, disponendo libri e sigari nel loro studio. Nikolas e Zoe loro malgrado imparano a convivere col capitano, prudenti nelle azioni e nei pensieri. Richiamato in patria, Kalter si congeda per due settimane al termine delle quali rientra in seno alla famiglia trasformato. Depresso e inappetente non trova più piacere nel vessare e comandare gli ospiti ospitanti. Tra un bicchiere di vino rosso riscaldato e la lettura di un classico, Nikolas e Kalter sembrano trovare un equilibrio nuovo e paritetico. Ma la confessione del capitano, promosso maggiore, intorno a un dolore privato, sovvertirà un’altra volta simmetrie e convivenze, infilando un epilogo tragico.
Opera prima e dolente di Ruggero Dipaola, Appartamento ad Atene è un crudele gioco delle parti: un disturbato ufficiale nazista accomodato davanti alla tavola e una famiglia greca ‘insediata’ che lo fissa negli occhi impotente. Perché agli Helianos non sfugge la comprensione del dramma, a sfuggire è piuttosto la logica perversa che muove quel tiranno, che ha invaso la loro terra e la loro casa e adesso brama anche la loro anima. Portatore dell’aberrante piacere del potere assoluto esercitato su chi non può difendersi senza mettere in pericolo la propria e altrui incolumità, Kalter incarna l’ordine del terrore eliminando qualsiasi relazione diretta tra una condotta e la conseguente punizione.
È l’irruzione improvvisa dell’ignoto, è l’interruzione del normale corso degli accadimenti e della disposizione alla razionalità. Le vittime di quell’invasione sono spossessate e ogni azione aggressiva può essere compiuta. Al piacere sadico di Kalter, così prossimo a quello dei comuni criminali, ‘reagisce’ la mitezza di Nikolas che si muove diversamente e ostinatamente nello spirito dell’amore. (Rin)chiusi in un appartamento, luogo della rappresentazione e centro dell’azione, l’ufficiale e il padre ‘parlano’, come ogni altra cosa o oggetto nella casa, di equilibri interiori affranti, di domini sadici, di dilemmi angosciosi. Dipaola entra nell’appartamento dalla porta d’ingresso, introducendo lo spettatore nei corridoi e nei meandri delle oscurità dell’anima, dentro un’angoscia palpabile e insostenibile. Nelle stanze ‘occupate’ degli Helianos il black out è assoluto e spezza qualsiasi legame con l’esterno, che alterna l’interno soltanto per immergersi in altre tenebre e nella psiche degenerata di un maggiore zoppo, innocuo all’apparenza e poi terribile nel praticare la stessa crudeltà. Alla maniera dello scorpione nell’incipit, gli Helianos sono in trappola e sperimentano il dolore e l’impossibilità a superare indenni le fiamme, troppo alte dell’orrore. Lo dichiara subito il regista, anticipandoci pena e condanna, ma offrendoci insieme il conforto del racconto. 
Appartamento ad Atene deriva da un romanzo, comincia con la narrazione di una bambina e chiude sul volto muto della protagonista e sulla voce over del marito che recita la propria lettera e il proprio testamento. Alla Zoe della Morante non serve vedere per capire, ha bisogno di una voce per ricordare. Perché la parola permette di dare un senso a un’intimità violata, di contenere nei limiti della sopportabilità umana la più feroce delle aggressioni.
Trasposizione del romanzo omonimo di Glenway Wescott, Appartamento ad Atene è cinema ‘da camera’ che indaga l’incarnazione del male e la relazione che intrattiene con l’umano. Cinema che ritrova nelle parole la Memoria degli orrori subiti dentro una guerra che è tutte le guerre.
Di Marzia Gandolfi , da mymovies.it

Uno scrittore alla sua prima esperienza viene spesso invitato a trattare tematiche a lui note o particolarmente vicine all’attualità. Allo stesso modo, un regista esordiente tende a fotografare un mondo facilmente riconoscibile in cui poter coinvolgere lo spettatore senza troppi sforzi tecnici e narrativi. Partendo da queste considerazioni, dunque, lascia favorevolmente stupiti il doversi confrontare con un’opera prima finalmente diversa nella forma e nel contenuto come Appartamento ad Atene. Un film in cui i rischi affrontati dal regista Ruggero Dipaola e la qualità del prodotto, rintracciabile ad esempio in una fotografia sofisticata e in una direzione tenuta sempre fermamente sotto controllo, dimostrano che il nostro cinema potrebbe avere tutte le possibilità per cercare una nuova dimensione a metà strada tra le storie generazionali e la tradizione del romanzo storico. Ed è in questa terra di mezzo ancora poco esplorata che s’introduce il lavoro di Dipaola che, pur addentrandosi nel complesso passato del secondo conflitto mondiale e affrontando la trasposizione dell’omonimo romanzo di Gleanway Wescott, cerca di trovare un linguaggio autonomo per riprodurre atmosfere belliche ampiamente rappresentate in tutti questi anni dal neorealismo in poi.
Ad aiutarlo in questa impresa è il cambio radicale del punto di vista che, spostando l’attenzione dall’universalità del conflitto verso l’esperienza personale di una singola famiglia, rende l’orrore della sopraffazione ancora più devastante e coinvolgente. Alla guerra, posizionata su uno sfondo in lontananza, non viene lasciato nessun tipo di facile espressione. Anzi, rinunciando alla classica iconografia dello sterminio di massa portato avanti dai nazisti e delle fucilazioni sommarie, il regista lascia all’esterno solo la possibilità di essere intuito, mentre tra le mura circoscritte di un appartamento ricostruisce il dramma degli umili e degli sconfitti. Così, quasi imprigionati nelle stanze della propria casa, gli Helianos assistono all’occupazione tedesca della Grecia e all’appropriazione di uno spazio personale. Costretto ad “ospitare” il Capitano Kalter, il capofamiglia Nikolas, uomo di cultura ed ex editore di libri scolastici, sembra guidare debolmente la propria famiglia verso l’accettazione di una servitù non condivisa da tutti i suoi membri. Ed è proprio nell’individuazione dei diversi caratteri e nella loro espressione che la vicenda assume uno stile inaspettato. In questo modo il perimetro circoscritto dell’appartamento prende le sembianze di un vero e proprio campo di battaglia in cui la fiera madre Zoe e il giovane figlio Alex si schierano in una muta opposizione all’usurpatore.
Dall’altra parte la dodicenne Leda cede, con tutta la debolezza di una femminilità romantica, al fascino della divisa, prendendo per mano in questo atteggiamento remissivo un padre forse già vinto dalla morte sul fronte del suo primogenito. In realtà, però, la figura di Helianos racchiude in se le origini di una forza ellenica che, scegliendo un’espressione diversa da quella fisica, continua a resistere attraverso la cura e il mantenimento di una cultura millenaria. Così l’umile pensatore greco, interpretato da Gerasimos Skiadaresis, crede di poter parlare alla sensibilità artistica di un tedesco, anche lui a suo modo piegato dalla guerra. In un confronto apparentemente amichevole, i due mettono in campo la teoria del panta rei (tutto scorre) di Eraclito contro il moderno esistenzialismo di Nietzsche creando l’illusione di un incontro umano finalmente al di sopra delle follie politiche. Ma, mettendosi sullo stesso piano del proprio nemico e riconoscendo in lui un barlume di umanità, ad Helianos non rimane che perdere la sua personale battaglia, lasciando ai membri più “deboli” della propria famiglia il compito di resistere con dignità. In questo modo, cedendo il testimone del coraggio alla figura femminile di una madre caratterialmente impermeabile alla sconfitta e ad un ragazzo votato all’eroismo, Ruggero Dipaola compie forse l’atto più innovativo del film. 
Considerati dalla cinematografia bellica come delle vittime designate, in questo caso le donne ed i bambini diventano protagonisti attivi del proprio destino, facendosi portavoce di un racconto di guerra fuori dal normale. Per questo motivo, all’essenza totale dell’immagine violenta corrisponde l’altrettanta mancanza di lacrime. Colpiti nell’animo più che nel fisico, ai ragazzi viene affidato il compito di introdurre lo spettatore in un mondo dove la morte può assumere anche l’aspetto di una favola sanguinaria. Mentre lo sguardo granitico e il passo mai esitante diLaura Morante, giustamente contenuta nella sua interpretazione, conducono verso la fine di una storia personale in cui anche il dolore di una inaspettata sconfitta può rappresentare un motivo per rimanere in piedi e ricostruire.
Di Tiziana Morganti, da movieplayer.it

Come insegna ogni buon manuale di storia del cinema e come sanno i produttori hollywoodiani che fumano il sigaro seduti alle loro immense scrivanie, quando c’è una buona sceneggiatura è difficile che ne venga fuori un cattivo film. Senza andare a ripescare i gloriosi tempi andati, con i vari Zavattini, Age e Scarpelli, abbiamo più volte sottolineato come le belle storie stiano oggi soprattutto dalla parte delle voci fuori dal coro: di qualche outsider e di tutti quei registi, spesso esordienti, che in virtù di una non appartenenza tanto al cinema commerciale quanto alla eletta schiera dei grandi autori, sono liberi di seguire una propria originalissima strada. 
Fra questi c’è sicuramente Ruggero DiPaola, avvocato di professione e cineasta per hobby che con il suoAppartamento ad Atene ha evitato drammi borghesi contemporanei e riflessioni sull’attuale precarietà affettiva ed economica per tornare alla Seconda Guerra Mondiale. Che la vicenda che ha voluto raccontare sia intrigante lo sapevamo già dopo aver letto il romanzo che l’ha ispirata, scritto nel ’45 e pubblicato in Italia solo nel 2003, ma trasformata in una sceneggiatura scritta anche dalla brava Heidrun Schleef ci è sembrata materia vibrante, vita vera di un gruppo di personaggi che acquistano spessore, realismo e capacità di evolversi grazie alla convivenza forzata con un intruso. Questo tema, e cioè l’incontro/scontro con lo straniero, è ancestrale quanto la storia della letteratura e perciò universale. Solitamente foriero di sviluppi drammatici e tensioni, nel caso della famiglia Helianos coincide con l’esplorazione di un’altra dinamica ambigua e spesso perversa: il rapporto fra carnefice e vittima, che qui sono un ufficiale tedesco che segue un’aberrante dottrina politica nella quale la cultura non esclude la bestialità e un intellettuale greco che crede nella libertà di pensiero e di espressione. Le loro prospettive, già di per sé complesse, sono soltanto due dei molteplici livelli di lettura e punti di vista del film, che ci racconta la guerra dal punto di vista dei padri di famiglia, delle donne e soprattutto dei bambini. E’ questi ultimi che ci identifichiamo con più facilità, un po’ perché molti di noi la guerra non l’hanno vissuta, un po’ perché i giovani attori chiamati a interpretarli sono bravi e credibili. Insieme a Laura Morante, Richard Sammel e Gerasimos Skiadaresis Ruggero DiPaola ha voluto rinchiuderli in uno spazio angusto, sfruttando pienamente le potenzialità drammatiche dell’unità di luogo. 
Se le dinamiche sono quelle del kammerspiele, Appartamento ad Atene però non è mai teatro da camera filmato, perché la regia è mossa, e quando la macchina da presa lascia stanze e corridoi per uscire all’aperto, la composizione dell’immagine denota scrupolosa attenzione. E’ una grande sorpresa, insomma, l’opera prima di Ruggero DiPaola e l’augurio è che non resti un prodotto d’essai, ma arrivi anche grosso pubblico, meglio ancora se giovane.
Di Carola Proto, comingsoon.it

Glenway Wescott fu uno dei più grandi romanzieri americani degli anni ’30, il quale, sebbene avesse rivestito un ruolo di primaria importanza in quel movimento che Hemingway e Gertrude Stein chiamarono “The Lost Generation”, finì per essere apprezzato e tradotto solo successivamente.
A portare oggi sul grande schermo una delle sue opere maggiori, “Appartamento ad Atene”, si fa avanti senza i timori e le incertezze di chi al suo primo lungometraggio, il regista Ruggiero Di Paola, che, grazie alle interpretazioni del trittico Morante-Sammel-Skiadaresis, mette a segno un’opera godibile, perciò richiesta in quasi cinquanta dei festival internazionali di quest’anno.
È durante la primavera del ’42 che viene requisito ad Atene l’appartamento della famiglia Helianos per ospitare un ufficiale tedesco di nome Kalter. L’uomo-soldato sconvolge la vita della coppia di mezza età, un tempo agiata e dei figli Aleks e Leda, tra ordini, abusi e punizioni, suscitando reazioni diverse in ognuno di loro. La figlia dodicenne ne è morbosamente affascinata, sua madre (Laura Morante), animata da un ripudio primordiale per il capitano che sui figli alza a suo piacimento le mani, sembra l’unica a rimanere lucida e mentre il padre (Gerasimos Skiaderesis) non si rassegna alla possibilità che in uno stesso uomo possano convivere tanta cultura e bestialità assieme, il piccolo Aleksandros cova melodrammatiche fantasie di vendetta che fanno innamorare lo spettatore.
La vicenda della guerra rimane dunque sullo sfondo, non viene sviluppata, mentre le dinamiche tra i componenti della famiglia sono protagoniste. Affiora, ad esempio, nella coppia l’intimità di un tempo e dinanzi alla presenza invadente del nazista, si fa forte il senso di elementi quali la sottomissione, l’odio, la libertà e l’autonomia, che quando l’uomo si assenta per due settimane, fa sì che i quattro saltino e cantino in un esplosione di felicità, che ricorda bene a chi guarda cosa significhi essere una famiglia.
Come molte storie dei tempi dell’Olocausto, mai uguali alle altre e mai banali, la conclusione si rivelerà agghiacciante e pochi saranno i dubbi sull’illogicità e l’orrore di certi episodi di guerra.
Di Cecilia Sabelli, da ecodelcinema.com

Atene, 1943, l’appartamento abitato dalla famiglia Helianos viene requisito per ospitare un ufficiale tedesco, il Capitano Kalter (Richard Sammel). L’ex editore di libri scolastici Nikolas Helianos (Gerasimos Skiadaresis) e sua moglie Zoe (Laura Morante) hanno due figli, la mite Leda (Alba de Torrebruna) di tredici anni e il ribelle Alex (Vincenzo Crea) di dodici. Il nuovo ospite si installa nell’appartamento occupando tutti gli spazi della famiglia: si sistema nella camera da letto dei padroni di casa, si siede da solo in salone facendosi servire i pasti, sistema i suoi libri e i suoi sigari nello studio. Gli Helianos si sottomettono, remissivi, alle rigide regole imposte da Kalter. Improvvisamente richiamato in patria, il Capitano si assenta per due settimane alla fine delle quali rientra completamente trasformato. Mite e depresso, non prova più piacere nell’esercizio del suo potere e sembra trovare confidenza e dialogo con Nikolas. Ma la confessione del Capitano di un grande dolore privato porterà a un nuovo gioco delle parti fino a un tragico finale.     
Appartamento ad Atene è un’opera prima sobria e delicata, ma al tempo stesso carica di dolore e rabbia. Per questo motivo apprezzabile, proprio perché riesce nella ricerca di un difficile equilibrio di toni e registri. Una “piccola” storia di un’invasione privata che rispecchia la “grande” storia dell’oppressione nazista. Un’invasione fisica di spazi intimi, familiari, personali, ma anche un’invasione dell’anima. L’inflessibile Capitano tedesco sembra davvero desideroso di succhiare l’anima dei suoi ospitanti attraverso l’esercizio di un potere assoluto che toglie ai dominati anche le più elementari libertà. Le diverse reazioni dei componenti della famiglia all’ospite sgradito disegnano un nitido quadro di equilibrio tra le parti. Come ha sottolineato il regista, il film non parla solo di nazismo ma ruota attorno alle relazioni che si sviluppano tra le persone e all’ambiguità dei rapporti umani, spesso fonte di logiche imprevedibili e spietate.  Alla sottomissione servile del padre e alla fascinazione che diviene quasi “innamoramento” della piccola Leda, fa da pendant la reazione di opposizione dura del figlio minore Alex (che porta il nome dell’indomito e fiero condottiero macedone) che culla fantasie di vendetta e della madre Zoe, che si piega solo in apparenza riuscendo a tenere una rigida distanza da un carnefice di cui non si fida neanche dopo l’apparente cambiamento. E l’ombra dell’immane tragedia della follia della Guerra (il maiuscolo è d’obbligo) si allunga oscura verso un drammatico finale.
L’esordiente Dipaola prende il romanzo di Glenway Wescott “Appartamento ad Atene” e lo traduce sul grande schermo con sensibilità e coraggio, firmando un film convincente che regala momenti intensi pur nella sua struttura chiusa: un kammerspiel raffinato con pochissimi esterni che riesce a mantenere sempre alta la tensione emotiva anche grazie a un ottimo cast.
Accanto ai validi protagonisti maschili, Gerasimos Skiadaresis (Il mandolino del capitano Corelli di John Madden e Il passo sospeso della cicogna di Theo Angelopoulos) e Richard Sammel (Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino), il valore aggiunto al femminile è rappresentato da Laura Morante (attrice fortemente voluta da Dipaola) sul cui volto intenso di moglie e madre, accompagnato dalla voce del marito che legge la sua commossa lettera-testamento, si chiude il film.
Una nota felice in chiusura: il film vanta un piccolo record, essendo stato presentato (fino ad oggi) in 51 Festival in giro per il mondo e ricevendo ben 27 premi. Tra questi il Premio come Miglior Film nella sezione Vetrina dei Giovani Cineasti Italiani al Festival Internazionale del Film di Roma 2011 e lo stesso riconoscimento al Los Angeles Greek Film Festival. Un motivo per sorridere e ben sperare per Ruggero Dipaola e la sua storia “particolare” e allo stesso tempo “universale”.
Di Elena Bartoni , da voto10.it

Sull’onda di ben 27 premi vinti in oltre 50 festival internazionali, è approdato nei nostri cinemaAppartamento ad Atene, opera prima di Ruggero Dipaola con Laura Morante e Richard Sammel, già noto al grande pubblico come il sergente Werner diBastardi senza gloria. Film italiano fra i più premiati del 2012, è un’opera tesa e pungente, che, pur con alcune sbavature, merita i trofei vinti (tra cui Miglior Film della Vetrina Giovani Cineasti Italiani al Festival di Roma 2011, il Globo d’Oro come Miglior Opera Prima e il Miglior Film al Los Angeles Greek Film Festival).
Atene, 1943. L’appartamento della famiglia Helianos viene requisito per ospitare il capitano Kalter, tedesco. Ospite rigido e inatteso, l’ufficiale nazista stravolge le loro abitudini, imponendo un’aura di terrore nelle mura domestiche. Intanto fuori imperversa la guerra e Kalter viene inaspettatamente convocato in Germania. Dopo due settimane ritorna, ma è un uomo nuovo, diverso. E’ pacato, mite, quasi apatico. Cos’è successo in madrepatria? Gli Helianos non sapranno rispondere a questo interrogativo fino a quando uno struggente dolore personale di Kalter porterà nuovamente scompiglio, e sangue, in casa.
Schierando alla sceneggiatura Luca de Benedittis e un peso massimo come Heidrun Schleef, noto per le sue collaborazioni con Mimmo Calopresti per La seconda volta e La parola amore esiste e Nanni Moretti per La stanza del figlio e Il Caimano, Appartamento ad Atene è un riuscito kammerspiel calato in un war movie, e viceversa, capace però di smarcarsi dall’uno e dall’altro per trovare una sua essenza e fisionomia. La guerra c’è, ma non sentiamo neppur un colpo di cannone, né il rintocco di un elmetto a terra, né l’assordante sibilo di proiettili a squarciare l’aria. I conflitti sono “in interno”, domestico e spirituale, nei cuori e nelle anime dei protagonisti, tra libertà e paura.
Ciascun personaggio è ben tratteggiato, le loro psicologie si muovono, evolvono, scontrano. Ed il loro lato umano si fa dominante. Un risultato ottenuto grazie all’impiego dei volti giusti, con un cast italo-greco-tedesco che abbaglia per affiatamento ed empatia attoriale. Richard Sammel è sublime, marmoreo in viso ma sciolto e vero in ogni sguardo. E’ il solido pilastro su cui poggia tutta la pellicola. Al suo fianco Gerasimos Skiadaresis, ignoto al pubblico nostrano, ma noto e richiesto in Grecia come da noi Pierfrancesco Favino. Lineamenti scavati, sguardo mogio e spaurito, convince pienamente nei panni del “cattivo padre” ma “buon servitore”. Anche Laura Morante regala una buona performance, seppur segnata qua e là da una certa discontinuità nel sentire la parte: l’attrice alterna, infatti, momenti di moderata ma intensa partecipazione a piccoli grandi svarioni di “finta finzione”, comunque sia evitando, per fortuna, eccessi mucciniani. Semplicemente straordinaria la prova dei due bambini protagonisti, in particolare del piccolo Vincenzo Crea.
Pur supportata da una fotografia tra le più belle del recente cinema italiano, architettata dal bravo Vladan Radovic(Gli sfiorati di Matteo Rovere, Rosso come il cielo di Cristiano Bortone), la regia va a corrente alternata. In particolare, mischia fare televisivo con strappi di tentata autorialità, con inquadrature di cui ci sfugge il significato estetico, e altre che staccano troppo su una piattezza andante.
Detto questo, Appartamento ad Atene è un buon film, con gli alti e bassi tipici di ogni opera prima, apprezzabile però per la coriacea voglia di uscire in sala, concretizzatasi con caparbietà e coraggio nella creazione ex novo della casa di distribuzione “Eyemoon Pictures”.
Di Tommaso Tronconi, da cinemaerrante.it

La tragedia della follia nazista in un interno domestico, così da dar maggior potenza alla lente d’ingrandimento puntata sulle dinamiche psicologiche che si instaurano tra carnefice e vittima.
Dopo un anno trascorso partecipando a una quarantina di festival internazionali, dove gli sono stati tributati diversi riconoscimenti, esce nelle sale italiane “Appartamento ad Atene”, opera prima – con sostegno ministeriale – del co-sceneggiatore e regista Ruggero Dipaola, adattamento dell’omonimo romanzo di Glenway Wescott cui mescola anche elementi autobiografici.
Quando un occupante graduato si stabilisce nella dimora di una famiglia borghese, pieno di un senso di superiorità ariana che considera i greci vigliacchi e opportunisti, gusto per il comando e un sadismo appagato dall’umiliazione, nel nucleo composto da genitori e due figli emergono personalità molto differenti. Se per proteggere i suoi cari il padre si rivela subito remissivo e assecondante, la timida ragazza in fase di sviluppo mostra un’attrazione morbosa e fisica per l’autorità della divisa, mentre il (convincente) bambino, di carattere e con una spiccata propensione ad esser guida carismatica nel gruppo di piccoli amici di quartiere, è pronto a subire senza paura le conseguenze dei propri gesti ribelli, e nella svolta narrativa la madre se ne dimostrerà l’ascendente, forte, coraggiosa e combattiva. Sì, perchè con il ritorno dell’intruso dopo una parentesi in Germania, dove ha lasciato sposa ed eredi-soldato, nel precipitare degli eventi il film spicca il volo e ci consegna un invasore apparentemente trasformato dai lutti affettivi e dall’imminente sconfitta militare, depresso e oscillante tra gentilezza e sguardo assente. Ma nel momento in cui il padrone di casa, vittima della cosiddetta “sindrome di Stoccolma”, prova compassione per lui, come nella favola esopea della rana e dello scorpione (l’animale compare in apertura, torturato dalla banda del ragazzino protagonista) quell’uomo non potrà che comportarsi conseguentemente all’ideologia mortifera sulla quale si è formato.
La frase:
“Tedeschi dove andate? Tutte le porte son serrate”.
Di Federico Raponi, da filmup.leonardo.it

Gli Helianos non sono nulla, agli occhi del capitano Kalter (Richard Sammel) di “Appartamento ad Atene” (Italia, 2011, 95′). Con la prepotenza e l’indifferenza fredda del vincitore l’ufficiale tedesco ha fatto della loro casa la propria casa, e di loro stessi niente più che cose al suo servizio. Siamo nel 1943, ad Atene. I nazisti occupano gran parte dell’Europa, certi d’essere portatori d’una nuova Storia. Di questa certezza si nutre la tranquilla crudeltà di Kalter, che gioca con le vite di Nikolas (Gerasimos Skiadaresis), della moglie Zoe (Laura Morante) e dei loro due figli come un gatto fa con quella di un topo. Se volesse, potrebbe subito troncarle. Invece, sceglie di dar loro tempo, per così dire, e dunque di sospendere la forza mortale dei suoi artigli, inducendoli a sperare. È, questa speranza, il cuore del suo potere. Le sue prede lo temono, ma insieme gli sono grate d’essere ancora vive e lo servono, dimentiche in primo luogo della propria dignità. Tratto da un romanzo scritto nel 1945 dall’americano Glenway Wescott, il film dell’esordiente Ruggero Dipaola e dei suoi cosceneggiatori Heidrun Schleef e Luca De Benedittis racconta una storia di fanatismo nazista, ma non solo. Nel comportamento del capitano c’è un buio umano che non si lascia ridurre a un’epoca o a un’ideologia. Nel gusto con cui ora illude gli Helianos e ora li umilia, si esprime la passione fredda del potente che abbassando gli altri eleva se stesso. Ma c’è un secondo lato, più inaspettato e addirittura più tragico, in quel buio. Accade dunque che, proprio quando i nazisti iniziano a temere d’essere sconfitti, la famiglia di Kalter muoia sotto un bombardamento, e che lui prenda a trattare Nikolas come un essere umano, addirittura come un amico. E quello si illude di poterlo essere davvero, suo amico. Che cosa c’è dietro questa illusione? Forse un paradossale moto di compassione della vittima per il persecutore? O forse il compiacimento del topo, che trova (o ritrova) la propria dignità nell’esser riconosciuto come pari dal gatto? Se così fosse – e così sembra che sia per gli autori di “Appartamento ad Atene” – occorrerebbe supporre che nel rapporto di potere, o almeno di quel potere che si esprime come dominio, le vittime non siano solo vittime, ma in qualche modo anche complici. E questo spiegherebbe perché tanto spesso e tanto facilmente gli uomini e le donne si lascino trattare come cose e obbediscano grati, dimentichi in primo luogo della propria dignità.
Di Roberto Escobar, da trovacinema.repubblica.it

1943, Atene. Un appartamento viene requisito per ospitare un ufficiale tedesco, il Capitano Kalter (Richard Sammel). Ci vivono l’ex editore Nikolas (Gerasimos Skiadaresis) e Zoe (Laura Morante) Helianos, con un 12enne (Vincenzo Crea) animato da fantasie di vendetta e una bambina di 10 (Alba De Torrebruna): un terzo figlio l’hanno perso in guerra. L’arrivo di Kalter fa precipitare la situazione: metodico, ascetico e crudele, impone il coprifuoco esistenziale. Che fare? Sottomettersi, farsi servi: cucina, pulizie, camera matrimoniale, a uso e consumo dell’occupante. Kalter è Marte, e la famiglia volente o nolente gli ruota intorno, con orbite diverse: il figlio vorrebbe ammazzarlo, il padre sfiora la Sindrome di Stoccolma…
Tratto dal romanzo di Glenway Wescott, è Appartamento ad Atene, riuscita opera prima diRuggero Dipaola. L’eredità letteraria si traduce in pletorica teatralità, ma a un Kammerspiel con poche libere uscite lo script sa dare ariosità, brio e, perché no, pathos: ottima la prova degli attori, su tutti Sammel, e riuscita l’induzione dal particolare al vulnus globale della guerra. Sopra tutto, l’Uomo, nel suo essere vittima e carnefice, ugualmente prostrato.
Un Appartamento arredato dal cinema, con un certo gusto.
Di Federico Pontiggia, da cinematografo.it

Girato in esterni nel centro storico di Gravina di Puglia, ridente cittadina della Murgia barese, nel “ruolo” del quartiere ateniese della Plaka, il film “Appartamento ad Atene”, opera prima del regista romano Ruggero De Paola, è ispirato al romanzo omonimo uscito nel 1945.
La storia è ambientata durante la seconda guerra mondiale nella capitale greca. La famiglia Helianos è formata da quattro persone: il padre è un colto e tranquillo editore di libri scolastici, caduto in disgrazia a causa della guerra; la madre Zoe (Laura Morante) è una tipica casalinga dedita alla famiglia e ai figli; i bambini,ambedue in età prepubere, Alexandros detto Alex, dodici anni con il corpo di un decenne per le privazioni alimentari provocate dalle ristrettezze economiche e Leda, una ragazzina di età compresa tra gli undici e i tredici anni. Un’ombra sull’apparente serenità degli Helianos è rappresentata dalla morte in guerra del primogenito che è spesso ricordato malinconicamente dai due genitori.
La vita monotona e pacifica della famiglia ateniese cambia improvvisamente quando un capitano tedesco delle forze occupanti va a vivere nell’abitazione degli Helianos: la presenza di quest’uomo modificherà le vite di ciascun membro della famiglia.
La pellicola si concentra sulla relazione tra il capitano tedesco e la famiglia, che è costretta ad ospitarlo sottolineando gli atteggiamenti di tutti gli abitanti l’appartamento.
Il capitano, nella prima parte della vicenda, è arrogante e incarna il tipico nazista consapevole e convinto della superiorità della sua razza, soggioga e assoggetta i propri ospiti. Ciascuno risponde alla presenza del tedesco a modo suo: padre e madre si mettono totalmente al servizio dell’ufficiale nazista, sperano di migliorare la propria condizione arrivando ad umiliarsi in maniera evidente; la figlia, alle soglie dell’adolescenza, finirà con l’attaccarsi morbosamente all’estraneo, coltivando la segreta speranza di allacciare una relazione sentimentale, mentre il figlio, orgoglioso e sprezzante come il condottiero macedone di cui porta il nome, maturerà una reazione negativa nei confronti della situazione e del genitore, sminuito ai suoi occhi.
La storia, dal momento dell’arrivo in casa Helianos, è quasi tutta ambientata nell’appartamento della famiglia e, per meglio evidenziare la sudditanza psicologica che la famiglia vive, il regista sceglie il dettaglio e i primi piani prevalentemente sul volto impenetrabile dell’ufficiale e su quello mite e mortificato del capofamiglia caduto in disgrazia.
La seconda parte della vicenda, che assume sviluppi impensabili all’inizio della pellicola, inizia dalla partenza improvvisa per la madrepatria dell’ufficiale.
L’aura angosciosa e claustrofobica, spesso persino tediosa, nell’ossessiva descrizione della cupa routine della sfortunata famiglia greca, si risolleva con il momentaneo allontanamento del tedesco e la fanciulla Leda passa contemporaneamente con costernazione dall’infanzia all’adolescenza.
Il mutato atteggiamento dell’ufficiale, aumentato di grado e con frequenti sbalzi umorali, porterà la vicenda alla sua drammatica conclusione.
Nei rapporti che intercorrono tra il capofamiglia greco e l’ufficiale tedesco c’è quel legame tra vittima e carnefice che si ritrova in “Portiere di notte” di Liliana Cavani ma anche in “Il servo” di Losey, dove però la guerra e l’occupazione nazista non sono a monte della relazione malata tra gli individui protagonisti della vicenda.
Povero di mezzi, con poche ambientazioni: le stradine del quartiere, l’appartamento degli Helianos e quello dell’ufficiale più in alto in grado, a tratti ripetitivo nella sua meticolosa descrizione della relazione tra l’occupante straniero e i greci sudditi, il film rivela attenzione verso l’analisi psicologica e, pur partendo da una tematica storica quale l’occupazione tedesca durante la Seconda Guerra Mondiale in territorio greco, esamina ed esplora più ampie ed universali problematiche quali la relazione tra libertà spirituale e quella morale, che supera tempo e ideologie.
Di filmscoop.it

Atene 1943. Un gruppo di tedeschi fa irruzione nella casa della famiglia Helianos, un tempo benestanti editori di libri scolastici, ora solo una famiglia stanca ed affamata dalla guerra. Sfortuna vuole che la casa piaccia al Capitano Kalter (Richard Sammel) tanto da fargliela scegliere come sua nuova dimora. 
Pensando di trarne dei vantaggi e palesemente senza alternativa,  Nikolas (Gerasimos Skiadaresis) accetta senza consultare sua moglie Zoe (Laura Morante) e i loro due bambini, Alexandros (Vincenzo Crea) e Leda (Alba di Torrebruna) che subiranno quest’ invasione impotenti e rassegnati. 
Opera prima del regista, nonché produttore, Ruggero Di Paola, il film è tratto dall’omonimo romanzo di Glenway Wescott, scritto nel ’45 e pubblicato in Italia solo nel 2003. “Confinando il conflitto all’interno delle mura domestiche – scrive Di Paola – desideravo oltrepassare il contesto storico, trasformare la narrazione in qualcosa di universale e senza tempo, privilegiando l’indagine del legame tra vittima e carnefice”.
Ed è proprio tramite questo legame che seguiamo le evoluzioni dei personaggi, in questa sorta di kammerspiele rivisitato proprio per sfruttare al massimo le potenzialità drammatiche dell’unità di luogo. 
Rispetto al libro, gli sceneggiatori Heidrun Schleef (Ricordati di me, La parola amore esiste) e Luca De Benedittis, hanno preferito dare maggior carattere al personaggio di Zoe Helianos, descrivendola come una donna forte, quasi una madre coraggio, mentre nel libro risulta fragile, ansiosa e cagionevole. Altra licenza è stata quella di non rappresentare Leda come una bambina ritardata, bensì semplicemente sotto shock dopo aver assistito ad un attentato nazista.
Finanziato dal MiBac, dall’ Apulia Film Commission e dalla Roma Lazio Film commission, le riprese del film sono cominciate nel 2007 e sono finite non senza qualche difficoltà quasi quattro anni più tardi. “Appartamento ad Atene”  ha partecipato ad oltre cinquanta festival internazionali ed ha ottenuto 27 premi, tra i quali ricordiamo quello come Miglior Film della vetrina Giovani Cineasti Italiani al Festival Internazionale del Film di Roma 2011. 
Da filmforlife.org

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