A Royal Weekend

Siamo nel Giugno del 1939, all’alba di una delle pagine più oscure e controverse della storia dell’umanità. Quella Seconda Guerra Mondiale che contribuì a ridefinire pressoché ogni cosa, non solo l’assetto politico e territoriale del globo (e del Vecchio Continente, soprattutto). A Royal Weekend ci porta nelle stanze di quello stravagante fine settimana, quando un Re ed un Presidente s’incontrarono per la prima volta al fine di discutere cosa ne sarebbe stato della vita di milioni di persone di lì a poco.
Favolistico o meno, questo è l’incipit del film. Un affresco a dire il vero pacato, leggero e per certi aspetti americano nei toni che va assumendo sequenza dopo sequenza. Quanto trasposto su questa pellicola ritrae l’incontro/scontro tra due mondi, che probabilmente mai come in quel singolo ed apparentemente banale episodio si sono sentiti così lontani eppure così vicini.
Perché A Royal Weekend non può esimersi dal far politica indiretta, seppure non rientri tra le sue più immediate prerogative. In realtà davanti ci sono persone, uomini e donne, che nel film, come nella realtà, sembrano così palesemente recitare un copione già scritto. Agiti o meno che siano stati (da qualcuno o da qualcosa) questi individui, Michell e Nelson (rispettivamente, regista e sceneggiatore) cercano in qualche modo di accostare tali personaggi ad un’ordinarietà che sembrerebbe non appartenergli, salvo poi constatare l’ovvio, ossia che anche a quei livelli capita di ingurgitare hot dog.
Una fissa quella degli hot dog. La Regina Elisabetta è sconcertata alla sola idea di essere ricevuta in tal modo ad una visita ufficiale, peraltro così delicata. “Sarebbe come ricevere il Primo Ministro offrendogli delle salsicce“, dirà più o meno. Nella sua fobia per quella che all’epoca si era già imposta come una delle pietanze tipiche dei giovani Stati Uniti, si manifesta il disagio di una cultura a cui l’educazione del pargolo è sfuggita clamorosamente di mano.
In maniera a dire il vero sobria ma altrettanto efficace – pure un po’ giocherellona, se vogliamo – Michell si diverte a tratteggiare quasi da subito i profili dei suoi personaggi. Comprensibile la disparità di trattamento tra il presidente Roosevelt ed i reali d’Inghilterra, quest’ultimi sottoposti ad una raffigurazione velatamente canzonatoria, intrisa di un sarcasmo che oltremanica potrebbero non trovare poi così divertente. Eppure, inconsciamente, tale impronta lascia affiorare le differenze principali tra queste due culture, laddove alla rigida compostezza e ingessatura degli ospiti, viene opposta un’intraprendenza ed un’apparente noncuranza tipica da americano easy e compagnone.
Gli eventi procedono sotto forma di rievocazione, condotta in maniera non poco nostalgica da Daisy (brava, davvero brava Laura Linney), cugina di quinto grado di Roosevelt, suo malgrado coinvolta in una delle pagine più curiose nella storia del trentaduesimo presidente degli Stati Uniti d’America. In terza persona, uno dei presidenti più amati di sempre viene avvicinato come davvero in pochi probabilmente riuscirono. Nelle pagine del suo diario Daisy quasi non fa menzione di Roosevelt, bensì di Franklin (azzeccato ed apprezzabile Bill Murray), quel carismatico uomo al quale si è legata e che a fatica è riuscita ad accettare.
Perché è questa una delle basi su cui poggia A Royal Weekend, ossia sul tentativo di smitizzare figure ed eventi cardine nella storia del secolo scorso. A farla da padrone sono le debolezze dei suoi protagonisti, su cui viene posto un enfatico accento. Emblematico, in tal senso, è il colloquio che intrattengono Bertie (Giorgio VI) e Roosevelt nell’ufficio di quest’ultimo. È il Nuovo Mondo che si prende una bella ed agognata rivincita sul Vecchio, di certo non senza malizia ed un pizzico di piaggeria, seppure accettabili.
Alla conclamata balbuzie del suo interlocutore, un saggio FDR oppone l’handicap che sin da piccolo lo ha costretto per quasi tutta la vita alla paralisi degli arti inferiori. Ma no, non è questa la cifra mediante cui si esplicita la grandezza di un uomo. Roosevelt parla al futuro alleato, oramai amico e confidente, come a un figlio: “gli altri non vogliono vedere in noi ciò che ci limita“. Parole di un vero e proprio leader, desacralizzato prima e dopo tale conversazione per via di quel suo irrefrenabile vezzo che è l’attrazione per il gentil sesso.
Dall’altro lato abbiamo un Re d’Inghilterra in veste di personaggio non solo secondario, ma oseremmo dire subordinato. Figura al quale viene dato di conservare la propria dignità, ci mancherebbe, ma evidentemente non nella stessa misura e con lo stesso stile che si riscontra ne Il discorso del Re di Tom Hooper. I momenti più esilaranti del film sono infatti i loro, quelli che coinvolgono la coppia venuta da Westminster: citiamo l’irriverente siparietto in cui Re Giorgio intende scendere dal calesse per salutare qualche abitante del luogo, oppure quello dei quadri “politicamente scorretti” fatti trovare di proposito nelle stanze dei reali.
Sullo sfondo, appena percettibile, la distanza tra l’agiatezza di un entourage tutto a cui nulla mancava, e la fetta di popolo (alla quale apparteneva Daisy) messa in ginocchio da una crisi tremenda e da cui solo al termine di quella sciagurata guerra ci fu modo di risollevarsi. Eppure lei, Daisy, resta lì, quasi in penombra, a raccontare quella che è anche la sua di storia. Una che parla in maniera tutto sommato deliziosa dell’incontro tra due uomini e le rispettive mogli, umanizzandone dinamiche e vicende. E dopo una serie di peripezie occorse nel breve lasso di tempo di tre giorni, all’ingenua e sognante Daisy non resterà che entrare nella storia come colei che servì la mostarda a Re Giorgio. Due mondi nuovamente uniti dopo tanto tempo; e tutto questo per merito di un hot dog: a noi pare una buona tesi, credibile o meno che sia.

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

A Royal Weekend, diretto da Roger Michell e dominato da un Bill Murray in splendida forma, è uno dei casi ormai sempre più frequenti in cui la distribuzione italiana ha deciso di sostituire il titolo originale con un altro titolo in inglese. La strategia funziona sicuramente meglio del solito, ma sposta troppo l’attenzione sulla coppia dei reali d’Inghilterra (complice anche la fuorviante presentazione del film come “il degno seguito de Il Discorso del Re“). Il titolo originale Hyde Park on Hudson offre invece una resa molto più efficace della stridente giustapposizione del solenne Hyde Park e dell’americanissimo Hudson (fiume che attraversa lo stato e la città di New York), esplicitando la dialettica tra opposti che costituisce uno dei temi principali del film.
La trama ruota, infatti, attorno a un cruciale weekend di giugno del 1939, nel quale il re e la regina d’Inghilterra, Giorgio VI ed Elisabetta Bowes-Lyon, fecero visita al Presidente degli USA Franklin Delano Roosevelt (FDR, per soddisfare l’acronimofilia americana) per chiedere il suo sostegno militare ed economico. Re Giorgio, in effetti, è proprio il personaggio ormai cristallizzatosi nell’immaginario collettivo grazie alla straordinaria interpretazione di Colin Firth, ma non si può certo considerare Il Discorso del Re come un vero prequel di questa pellicola. La conoscenza pregressa dell’ottimo film di Tom Hooper può servire magari a comprendere la balbuzie del re (stavolta interpretato da un discreto ma non folgorante Samuel West), che qui però è tratto costitutivo soltanto del personaggio e non dell’intera trama.
Molto più fondante è, appunto, il rapporto fra il Vecchio e il Nuovo Mondo, fra i reali portatori del vessillo della tradizione e delle buone maniere (nonché dei leggendari completi in colori pastello che trasformeranno poi Elisabetta II nel meme di una pin-up Pantone – si veda l’immagine in calce) e la coppia presidenziale, moderna, liberale e tutt’altro che preoccupata dalla formalità, tant’è che FDR ed Eleanor vivono in case separate. La questione, che scandalizza i coronati britannici ancor più del toponimo quasi irriverente (“Dovevate proprio chiamarlo Hyde Park?”), costituisce lo spunto per la componente biopic, altro pilastro portante della struttura della pellicola.
Bill Murray dà vita a un FDR tanto carismatico e autoironico, quanto volubile ed estroso; il Presidente ama, infatti, prendersi lunghe pause dalla vita lavorativa (e coniugale, per quanto di circostanza) andando a spasso con Daisy, lontana cugina arruolata per aiutarlo a combattere lo stress e la tensione. Per nulla frustrato dalla propria disabilità, FDR porta in giro la ragazza sulla propria auto modificata per la guida con le sole mani, esplorando la suggestiva e rilassante campagna dello stato di New York.
Dal canto suo Daisy, pesce fuor d’acqua come l’omonima controparte di Downton Abbey, si rivela presto capace di stare al gioco e di prendere in mano la situazione, per così dire, ma senza mai scuotersi di dosso l’aura impacciata e spaesata da ragazza di campagna. Laura Linney indossa vestiti inadeguati accessoriati con un sorriso timido e uno sguardo spaurito, plasmando un personaggio molto umano che non ha mai davvero occasione di trasformarsi in una Vera Donna, proprio perché la sua unicità agli occhi del Presidente viene sottolineata e negata al tempo stesso, per tutta la durata del film.
Il maggior pregio della pellicola sta, infatti, nel tono schietto e scanzonato con cui viene presentata la figura di FDR, proprio attraverso la voce narrante di Daisy. Se all’epoca il Presidente era necessariamente dipinto come unico possibile salvatore dell’America piegata dalla Depressione, e pertanto modello di virtù e statuaria presenza virile (tanto che si glissava apertamente sui suoi problemi motori), A Royal Weekend sceglie invece di recuperare la dimensione della fragilità e della fallibilità umana, ma lo fa con dialoghi ironici (“Mi perdoni se non mi alzo!”) coadiuvati dalla notevole performance di Bill Murray, più che mai padrone del proprio corpo e della propria mimica facciale.
Ben riuscite anche le interpretazioni di Elizabeth Wilson, volitiva madre del Presidente (“Per nessun motivo serviremo al re e alla regina d’Inghilterra un COCKTAIL!”) e soprattutto di Olivia Williams, che vanta non soltanto una sorprendente somiglianza con la vera Eleanor Roosevelt, ma anche una verve degna della leggendaria First Lady, perfetto contraltare femminile del marito come punto di riferimento per la popolazione degli anni Trenta. Il ping-pong fra i personaggi principali crea così una commedia spassosa, ma anche misurata, che non ambisce a diventare né una laugh fest, né un blockbuster epocale, ma diverte ironizzando senza timore sui “vizietti” d’alto rango così come sulla malattia e sulla guerra, perché, come giustamente sottolineò il vero FDR nel suo più celebre discorso radiofonico, “the only thing we have to fear is fear itself”.

da “cinemaerrante.it”

Garbato, posato, ben vestito, recitato, musicato e soprattutto fotografato (il film dichiara da subito la propria matrice, fin dalla prima inquadratura con una casa in stile Edward Hopper), A Royal Weekend è un film tranquillo ed educato, che sa stare così bene in società da potersi anche permettere di accennare a storie di infedeltà coniugale e masturbazione all’aria aperta senza risultare volgare. Un virtuoso dell’educazione.
Eppure proprio questa sua apparenza indiscutibile, piena di stile e classe è il segno della propria disonestà, perchè come spesso accade all’eccessivo garbo e controllo corrisponde anche una profonda falsità. Se di fronte a un film dai presupposti ideologici il pubblico si dispone armato delle proprie idee, pronto anche a combattere i pareri del film, è di fronte a film come questi che si va disarmati, meno consapevoli di essere di fronte ad un contenuto ideologico e ben disposti a farsi contagiare dalle sue idee condite di simpatia e buon gusto.
Nel celebrare la “special relationship” tra America e Regno Unito, cioè nel raccontare di quando alla fine degli anni ’30 re Giorgio VI (quello balbuziente e insicuro del Discorso del re, personaggio per molti più cinematografico che reale) fu costretto a visitare per la prima volta gli Stati Uniti per avere la promessa di un intervento Americano in caso di scoppio di una guerra mondiale, A Royal Weekend mette in realtà in scena il contrasto tra due culture, quella all’antica, snob e fuori dal mondo dei reali britannici e quella moderna, potente e centrale in tutti gli affari moderni di Franklin Delano Roosevelt, versione più adatta ai tempi di un re, democraticamente eletto e decisamente più capace in ogni ambito, interpretato da un ottimo Bill Murray (a cui vogliamo tutti tanto bene) che non a caso tratta Giorgio VI dall’alto verso il basso come un amorevole papà.
Come tipico di molto cinema statunitense mainstream, la vera storia qui è quella di come le altre culture a contatto con quella americana ne rimangano contagiate dalla libertà e dai valori, affascinate dalla diversità e dalla mancanza di formalismi. Si tratta ovviamente di una nemmeno troppo mascherata celebrazione nazionalista, in cui fanno pessima figura sia gli inglesi (chiusi, ottusi, fuori dal mondo e incapaci di raggiungere il risultato che si sono posti non fosse per il genio di Roosevelt) che tutte le donne del film, da Eleanor Roosevelt (banalmente anticonformista) fino alla protagonista Daisy (ignorante, orgogliosa e alla fine sottomessa) per non dire della moglie di Giorgio VI (la regina madre, che oltre ad essere donna è anche non americana). Tutto ovviamente a favore di Roosevelt, campione di virilità e ingegno statunitensi, uomo a cui è permessa ogni cosa.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

Franklin Delano Roosevelt governò gli Stati Uniti tra la Crisi del 29 e la Seconda guerra mondiale, riformando economicamente il Paese e dimostrando un’abilità politico-strategica grazie alla quale l’America rimarcò il suo ruolo di superpotenza. Nonostante sia stato uno dei più carismatici e leggendari presidenti della storia, “A Royal Weekend” (il cui titolo italiano, peraltro, ne evoca già il registro umoristico-mondano) non intende celebrarlo con un’agiografia ma piuttosto omaggiarlo con un discutibile ritratto di famiglia focalizzato sulla sua dimensione personale.
Non è, però, il tema centrale della sceneggiatura in cui si è cimentato Roger Michell. Il regista di “Notting Hill” ci racconta – attraverso la voce off dell’amica-amante Daisy Suckley – di un weekend cruciale per l’equilibrio dell’Occidente, ovvero quello della visita nel giugno del 1939 nella Hudson Valley di Re Giorgio VI (lo stesso sdoganato ne “Il discorso del re”) e della Regina Elizabeth Bowes-Lyon, bisognosi del sostegno degli Stati Uniti sulla soglia del conflitto con la Germania. Due giorni importanti, che mescolano pubblico e privato tentando di raccontare, forse fiabescamente, una storia umana respingendo ricostruzioni storiche e analisi politiche.
Ed è la scelta di esplorare nell’intimità della vita di queste figure mitiche dipanando la storia su tre livelli (Il Presidente, l’episodio della visita ufficiale, la storia sentimentale con – l’insulsa – Daisy) a creare più perplessità. Il racconto, certamente intrigante e a tratti divertente, non sa bene che direzione prendere assumendo un aspetto ibrido tra biopic, melò e film storico, calcando smaccatamente la mano su ovvietà nazional-popolari osservando che, come noi, i reali britannici vanno in bagno (si vedano le due sequenze dedicate al sedile del water) o che anche un Re “si infila i pantaloni al mattino”.
Il quadro dei personaggi, poi, non è propriamente edificante. A cominciare da Franklin, descritto come un bizzarro donnaiolo con il vizio dell’alcol, pieno di sé e con l’hobby di collezionare francobolli – di scarso valore – con l’intento di “rimorchiare”. Dal canto loro i Windsor appaiono timorosi all’arrivo sull’Hudson, preoccupati di essere derisi durante il soggiorno e comunque disposti ad accettare le bizzarrie organizzative di casa Roosevelt. In particolare “Bertie”, chiaramente a disagio e inizialmente inibito dal fascino di un Presidente con il quale ha in comune un difetto di salute (uno è affetto da poliomelite, l’altro da balbuzie), che sembrerebbe fare da collante per la costruzione della relazione umana tra i due.
Un valore interessante, poco approfondito, che lega Giorgio VI con la protagonista femminile Daisy è il compromesso. Entrambi decidono, rinunciando a un pizzico di dignità, di scendere a patti: il primo accondiscende a qualsiasi invito (spinge la carrozzella, va a nuotare controvoglia, mangia il famigerato hot dog!); la seconda condivide le attenzioni del Presidente con (almeno) la segretaria Missy, pur di non perderlo. Una scelta che fa il paio con quella infelice di glissare sugli aspetti storico-politici, ignorati come il racconto del lavoro diplomatico che ha portato al complesso incontro istituzionale.
Ne rimane un prodotto ben recitato, gradevole e in possesso di una confezione accattivante che racchiude il tentativo di realizzare un film con un taglio originale ma che si incaglia in una narrazione disordinata e inconcludente nella quale, semplicisticamente “si fa la storia” addentando un salsicciotto.

La frase:
“Sento che abbiamo forgiato una relazione speciale”.

a cura di Nicola Di Francesco, da “filmup.leonardo.it”

Siamo in America, è il 1939 e protagonista della storia di cui parleremo oggi è il presidente Franklin Delano Roosevelt, un uomo intelligente, forte, eclettico e piuttosto intrigante. “A Royal Weekend” è la pellicola approdata da poche ore nelle sale, con un Bill Murrey davvero in forma, che ci mostra con sottile ironia il preludio di un dramma e (forse) il vero retroscena di un’alleanza che si rivelò fondamentale per la conclusione del secondo conflitto mondiale. Dando vita ad un delicato e ritmato balletto tra privato e pubblico, il regista Roger Michell ci offre un ritratto inconsueto del presidente americano.
Filtrato dagli occhi e dal cuore di Daisy, una lontana parente di Roosevelt, ci viene raccontato un evento storico unico, il primo sbarco del Re e della Regina d’Inghilterra Oltre Oceano, avvenuto ovviamente su impulso degli accadimenti di quegli anni in Europa. Esatto, una velata e regale richiesta di aiuto, che sappiamo effettivamente arrivò e segnò la conclusione del conflitto. Qui la guerra è nell’aria, si menziona, ma non è l’argomento principale. Il padrone di casa e la sua vita entro le mura domestiche, di fronte agli ospiti e nelle ore lontano dai riflettori, sono le uniche cose che ci interessano.
Ammalato di polio, non giovanissimo, provato ma mai intenzionato a mollare o a non amare la vita, l’uomo politico pare fosse figura forte e complessa anche nel privato. Non attendetevi quindi una pellicola impolverata che noiosamente narra eventi studiati (e sudati) sui banchi di scuola, questa versione dei fatti probabilmente vi era sino ad oggi sfuggita. Accantonando il personaggio pubblico, qui scopriamo vizi e virtù che emergevano una volta chiuse porte e finestre. Peccato che, qualora vi fossero ospiti in villa, avrebbero assistito e condiviso un po’ di follia domestica.
I forestieri in visita di questo specifico fine settimana erano molto particolari: ritroviamo niente meno che Bertie, il re balbuziente (che in altra pellicola aveva il volto di Colin Firth) e la sua gentile consorte. Probabilmente proprio la diversità, la malattia e la forza d’animo necessaria per affrontare la quotidianità, furono i veri punti di contatto tra i due uomini. E sempre di umane reazioni si narra quando si evidenziano le differenze culturali tra i due popoli e quando le donne del Presidente devono convivere sotto il medesimo tetto per un intero weekend.
E qui passiamo al secondo pilastro del racconto: l’amore, la fragilità, l’accettazione di uno status quo. Roosevelt amava le donne e viveva circondato da quelle di cui aveva bisogno. Oltre alla moglie e alla fidata assistente personale vi era anche la cugina Daisy, donna semplice, diversa quasi fuori posto, ma col pregio di mantenere il grande uomo ancorato alla normalità e al suo passato. Complicità, amicizia, stima e amore sbocciano, vacillano e si rafforzano sino alla fine. Vediamo le reazioni di un uomo colto in flagrante e quelle di una giovane sognatrice che diverrà una roccia e serberà da occhi indiscreti i ricordi più intimi per quasi un secolo.
Nei panni di questi personaggi solo attori che danno prova di grande bravura: Bill Murray è talmente in forma da interpretare il Presidente in modo così convincente da illuderci di aver vissuto in quegli anni e ricoperto quella carica; la metamorfosi di Laura Linney (Daisy) durante il film ci sorprende e Samuel West con il suo Bertie ci ha fatto istintivamente rompere il silenzio in sala a più riprese, bravissimo!
Dall’inizio alla fine la pellicola emana luce, freschezza e dolcezza. Il voto non può che essere 7.
da “masedomani.com”

Visita alla storia
Siamo nel giugno del 1939 e Franklin Delano Roosevelt si accinge ad accogliere re Giorgio VI e la Regina d’Inghilterra nella sua residenza di Hyde Park on Hudson.
Si tratta di un evento epocale, siamo alle soglie della Seconda Guerra Mondiale e, per la prima volta in assoluto, un Re inglese visita l’America per chiedere aiuto in vista della lotta contro Hitler. La cugina e amante del Presidente, Daisy, assiste allo svolgimento dell’evento.

Un tè con il Presidente
Nella selva di biopic su grandi personaggi della storia a cui ha fatto da apripista Il discorso del Re spicca A Royal Weekend, ultima fatica di Roger Michell (Notting Hill).
Il film narra con tono leggero e smaliziato uno scorcio della vita del Presidente americano Franklin Delano Roosevelt, figura di importanza cardinale per il New Deal e per l’intervento degli USA nella Seconda Guerra Mondiale.
In modo particolare, infatti, la pellicola si concentra sul famoso weekend in cui Re Giorgio VI (sì, quello balbuziente) e Regina consorte si recarono in visita presso i cugini americani con l’intento di assicurarsi l’aiuto americano in vista dello scontro con Hitler.
Gli interessi internazionali però devono scendere a compromessi con la complicata vita domestica di Roosevelt, costretto a dividersi tra l’autoritaria madre (Elizabeth Wilson), l’intraprendente moglie Eleanor (Olivia Williams), la dolce cugina Daisy (Laura Linney) e la solerte segretaria Missy (Elizabeth Marvel).
Vita pubblica e vita privata a confronto dunque, ma A Royal Weekend propende nettamente per la seconda opzione, dipingendo un ritratto intimo del Presidente alle prese coi suoi amori e debolezze.
Bill Murray è straordinario nel conferire allo stimato Presidente un’aura che ce lo rende familiare, evidenziandone l’entusiasmo e la prontezza di spirito, nonostante l’evidente sofferenza. Dietro alla facciata da buontempone romantico si nasconde però un uomo molto acuto, la cui scaltrezza da mirabile politico verrà messa in luce durante il weekend fatale.
Da parte sua anche Laura Linney, che interpreta la cugina e amante di Roosevelt, ha la sua bella parte nell’offrirci un ritratto credibile e misurato di una donna comune, forse inizialmente un po’ ingenua, che assiste con stupore allo svolgersi della storia. Il punto di vista e la voce narrante appartengono a lei, personaggio realmente esistito e la cui vicenda è venuta alla luce grazie al ritrovamento, dopo la morte, di una fitta corrispondenza con Roosevelt.
Se nella prima parte prevalgono romanticismo e commedia, con picchi particolarmente riusciti nelle scene che mostrano lo straniamento dei reali inglesi di fronte ai disinibiti costumi degli yankees, il film si perde un po’ nella parte finale, cadendo nel didascalico.
Ironico, scanzonato e forte di un ottimo cast, A Royal Weekend offre comunque una nuova, interessante prospettiva sulla Storia. E se il mondo fosse stato salvato da un hot dog?

Maria Sole Bosaia, da “spaziofilm.it”

Richard Nelson, l’autore della sceneggiatura, l’ha conosciuta. Per un breve istante ha avuto – l’opportunità di osservare il mondo coi suoi occhi innocenti -. Perchè Daisy, benchè sia stata per anni l’amante del Presidente Roosevelt, ha mantenuto sino alla fine la sua ingenuità. Una sorta di purezza infantile, una totale assenza di malizia. Fu proprio questo probabilmente che affascinò il quattro volte Presidente degli Stati Uniti, il quale amava trascorrere il tempo libero con lei, sgombrando la testa dai problemi, riacquistando serenità con giri in auto e lunghe passeggiate nei boschi in sua compagnia.
Franklin Delano Roosevelt fu uno dei personaggi più carismatici del ‘900, prese decisioni così importanti da cambiare il corso della storia mondiale. Tra esse, quella al centro del film diretto da Roger Mitchell che riguardava i destini dell’Inghilterra alle prese con le mire espansionistiche di Hitler. In un weekend si giocò la salvezza del Paese che aveva un disperato bisogno dell’aiuto militare americano.
Il re balbuziente e la regina, inviati dall’Inghilterra per convincere Roosevelt, riuscirono a sciogliere la diffidenza con cui erano guardati negli Stati Uniti conquistandosi la simpatia e la solidarietà del Presidente. Il bello del film è la sovrapposizione arguta, anticonvenzionale, ironica tra la dimensione pubblica e privata dei protagonisti e in parallelo tra registro drammatico e umoristico. L’idea vincente di Roger Michell è che il weekend cruciale per i destini del mondo sia visto con gli occhi ingenui di Daisy – cugina alla lontana di Roosevelt ma sua intima amica e confidente. La donna, morta a cent’anni, ha lasciato un baule di lettere che testimoniano la sua vicinanza con l’uomo più potente del mondo.
A dire il vero la sceneggiatura si lascia tentare dal boccone troppo ghiotto e si inventa dettagli, soprattutto sulla coppia reale inglese, che Daisy non avrebbe potuto conoscere, venendo dal chiuso delle loro stanze. Però la donna era davvero a stretto contatto col Presidente, anche se dovette inghiottire un boccone estremamente amaro durante quel complicato weekend.
La loro relazione nacque come un’amicizia, sempre più affiatata. Roosevelt si abituò alla presenza di quella figura discreta, educatissima, che non chiedeva mai nulla per sé. E non riuscì più a farne a meno. Il tempo trascorso con lei gli divenne indispensabile, anche se aveva una moglie, Eleanor e una madre ingombrante che lo accudiva come fosse un ragazzino. Malgrado il suo ruolo pubblico e il fatto che fosse spesso sotto i riflettori, Roosevelt amava tenere unita la sua “strana” famiglia che comprendeva anche altre figure femminili, come si scoprirà nel finale, in un colpo di scena architettato ad arte.
La rivelazione per Daisy fu uno schiaffo violentissimo, immersa com’era in un’idea di amore romantico e in una visione idilliaca del “suo” Presidente. Ma il contrasto, a tratti molto divertente, fra la semplicità di quella donna mite e l’enormità delle vicende che si stavano dipanando dentro e fuori la residenza dei Roosevelt rafforza il fascino di questa raffinata commedia. Il weekend coi reali inglesi ebbe il suo culmine nel cosiddetto “picnic dell’hot dog”, rimasto nella storia perché rese più umani il re e la regina agli occhi degli americani grazie a uno stratagemma “gastronomico”.
Addentare un panino con salsiccia significò avvicinarsi allo spirito di quel popolo che avrebbe dato un contributo essenziale alla sconfitta di Hitler. Bertie il balbuziente e sua moglie superarono il ritegno reale facendo un gran favore all’Inghilterra. E Daisy assistette a tutto questo dalla tavola presidenziale, riprendendosi quel ruolo così clamoroso e al tempo stesso defilato che Roosevelt aveva voluto assegnarle. Con sguardo stupito, incredulo anche se a quel punto molto più consapevole.

Roberta Folatti, da “cinezoom.it”

Un Presidente e un Re, un “weekend reale”, ma non solo. Una storia d’amore e di potere.
A Royal Weekend ci riporta a fatti storici importanti e lo fa in maniera lieve, intima, quasi confidenziale, a tratti anche ironica.
Nel giugno del 1939 il Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt (Bill Murray) si prepara ad ospitare il Re Giorgio VI (Samuel West) e sua moglie Elisabetta d’Inghilterra (Olivia Colman) per un weekend presso la residenza della famiglia Roosevelt all’interno della tenuta di “Hyde Park on Hudson” a nord dello Stato di New York. L’evento è importantissimo perché si tratta della prima visita di un Re britannico negli Stati Uniti. Inoltre il momento storico è cruciale: la Gran Bretagna sta per affrontare l’entrata in guerra contro la Germania nazista e i reali hanno assolutamente bisogno dell’appoggio degli Stati Uniti. Gli interessi internazionali si mescolano con la situazione domestica di Roosevelt: sua moglie Eleanor (Olivia Williams), sua madre Sara (Elizabeth Wilson) e la segretaria Missy (Elizabeth Marvel) hanno tutte un ruolo importante nel rendere il weekend dei reali un evento riuscito. La vicenda è narrata attraverso gli occhi di Daisy (Laura Linney), amica intima del Presidente nonché sua lontana cugina. Questo weekend sarà l’inizio di una speciale amicizia fra le due nazioni e allo stesso tempo porterà Daisy ad approfondire la sua intima relazione con il carismatico Presidente Roosevelt.
Pubblico e privato, dimensione storica e dimensione domestica, il film si muove in equilibrio delicato su questi due mondi. A Royal Weekend racconta due storie, una dentro l’altra: la relazione speciale del Presidente Roosevelt con Daisy Suckley, sua cugina di quinto grado e amica intima, e i turbamenti di Re Giorgio VI, noto come Bertie (il “Re balbuziente” del pluripremiato Il discorso del Re di Tom Hooper con un Colin Firth incoronato con l’Oscar), che, in un momento delicato per il suo Paese, deve imparare ad affrontare le proprie debolezze. In effetti tutto il film si muove su un tema bifronte: la scoperta da parte di una donna di tante verità su un uomo (prima che un Presidente) che ama segretamente e la necessità per un Re di essere all’altezza della sua immagine pubblica.
Due diverse facce del potere, un Presidente forte, talvolta scomodo ma dotato di grande carisma e un Re pieno di insicurezze ma al momento giusto forte e deciso. Due uomini diversi ma simili, due uomini affetti da handicap (Roosevelt era costretto dalla polio su una sedia a rotelle) ma dalla grande statura morale. Due leader diversi e in qualche modo complementari che dialogano per il bene comune di due grandi nazioni.
Una relazione speciale nata grazie a un picnic a base di… hot-dog. Si, perché fu proprio il “morso reale” a un panino, in una delle scene più riuscite del film, che fece cadere le diffidenze americane verso i reali inglesi e gettò le basi di un dialogo essenziale per i destini del mondo occidentale.
Interessante la nascita dello spunto del film. Alla fine degli anni ’80 lo sceneggiatore Richard Nelson visitò la residenza della famiglia Suckley sull’Hudson River, dove ebbe modo di incontrare l’anziana Daisy che morirà nel 1991 all’età di cento anni lasciando in eredità una piccola valigia contenente il carteggio intimo e i suoi diari, testimoni della sua relazione con Franklin Delano Roosevelt. Su questi documenti, anzi su una preziosa pagina che parla della visita reale e del famoso “picnic dell’hot-dog”, nacque l’idea di A Royal Weekend.
Gran parte dei meriti del film vanno a un gruppo di attori in stato di grazia. Su tutti, Bill Murray che, nei panni del Presidente Roosevelt, offre una delle migliori prove della sua carriera e Laura Linney che incarna una perfetta Daisy Suckley.
Il poliedrico regista Roger Michell (fra i suoi successi Nothing Hill), coadiuvato da una sceneggiatura ben oliata di Richard Nelson, firma una pellicola interessante, raffinata e piacevole che si fa apprezzare “sulla lunga distanza” trovando un difficile equilibro di toni e registri. Un film per certi versi attuale nella sua riflessione sul potere e sulla fusione di dimensione pubblica e privata, che ha il merito di riuscire a mostrare le “persone” prima dei “personaggi” storici, mettendo in primo piano la verità e profondità dei sentimenti di una “piccola” donna che per anni visse dietro a un “grande” uomo osservando il mondo attraverso il suo sguardo innocente e pulito.

Elena Bartoni, da “voto10.it”

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