A Royal Affair

E’ sempre più raro che il cinema riesca a trasportare lo spettatore contemporaneo in un’altra epoca, quella di un paese che non conosce, senza che la cornice finisca per distrarlo dalla storia e rendergliela aliena. Non sono molti i film in costume capaci di rendere attuali vicende passate da secoli, grazie al ritratto di personaggi nella cui umana fragilità riusciamo a identificarci. Royal Affair è una felice eccezione alle decine di film pomposi, inutili e pesanti in cui dopo un quarto d’ora di visione ci accorgiamo di essere più concentrati sull’estetica di scene e costumi che sul senso della narrazione.
Il modello del regista danese Nikolaj Arcel è, come lui stesso dichiara, Via col vento – dove il cuore del racconto stava in personaggi imperfetti che vivevano i propri contraddittori sentimenti sullo sfondo di una grande tragedia. E i personaggi di Royal Affair sono umanissimi, lacerati tra il desiderio di avere tutto, nel pubblico e nel privato, e l’impossibilità di realizzare i loro sogni nel periodo storico sbagliato. L’incontro tra una giovane regina malmaritata a un re ragazzino irresponsabile e un po’ folle, e il medico di corte illuminista, che riesce a installare nel giovane uomo il senso di responsabilità del suo ruolo pubblico, brucia le vite di tutti come una grande fiammata, ma è destinato a essere spento dalla ragion di stato. Passi il tradimento, ma quello che non si perdona è il libero pensiero, il tentativo di cambiare in meglio un Paese, di renderlo più vivibile e giusto per tutti, di toccare i privilegi della Chiesa e dei grandi proprietari terrieri. Di lì a poco la Rivoluzione Francese divamperà in tutta Europa, ma la Danimarca è stata il precursore delle prime riforme democratiche (libertà di stampa e di satira, vaccinazione anti vaiolo per tutto il popolo ecc.), il primo paese a mettere in pratica i principi di Voltaire e di Rousseau.
Raccontare una storia del genere, con l’affascinante ma ingombrante background dei sontuosi vestiti e palazzi del Settecento da un lato e la città sporca, disperata e misera dall’altro, senza perdere per strada qualche pezzo o cadere nella retorica, non era facile. Eppure, complici una sceneggiatura di ferro e i suoi bravissimi attori, tutti straordinari – la bella Alicia Vikander e Mads Mikkelsen sprigionano una grande alchimia nonostante la differenza d’età, ma la vera rivelazione è Mikkel Boe Folsgaard nel ruolo del re -, Arcel riesce nell’intento di restituirci un sogno che guida ancora adesso molti uomini nel mondo e a mostrarci il dolore, i sacrifici e le frustrazioni che sono costretti ad affrontare.
Il carismatico medico tedesco Johann Struensee non è privo di difetti: il potere che detiene a causa della sua influenza sul re rischia di corromperlo e il tradimento ai danni di un uomo innocente come un bambino, che ha cieca fiducia in loro, rende moralmente colpevoli gli amanti. Ma quando la reazione trionfa, con la sua assoluta e amorale mancanza di scrupoli mascherata da Provvidenza, tutti soffriranno.
Sono molte le immagini, i momenti e i dialoghi che si imprimono nella memoria dello spettatore e risuonano a lungo nella sua coscienza. Davvero un bel risultato per il film di un regista quarantenne, che invece di fare un santino calligrafico di un episodio fondamentale nella storia del suo paese, riesce a infondergli tutta la sua passione umana e civile.
Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

Rappresentare il settecento al cinema, si sa, non è una cosa semplicissima; quindi i rischi che il regista danese Nikolaj Arcel si è preso realizzando questa costosa produzione Zentropa (la casa fondata da Lars Von Trier), erano notevoli ma a conti fatti (vedasi le critiche positive e i molti riconoscimenti ricevuti, non ultima la candidatura agli Oscar) si può dire che la sfida è stata vinta. Naturalmente chi si aspetta un nuovo “Barry Lyndon” (o “Tom Jones o “Amadeus”) resterà deluso, ma “Royal Affair” regge tranquillamente il confronto con titoli come “La pazzia di Re Giorgio”, “Ridicule” e “Il Profumo”. Ambientato in Danimarca durante il regno di Christian VII, il film spiega come alla cosiddetta “Era Struensee” (dal nome di un favorito del sovrano, un medico di corte tedesco che di fatto governò il paese per breve tempo, animato da idee illuministe) abbia dato un contributo determinante la regina Caroline Mathilda, principessa inglese colta e poco incline a vivere in un paese retrogrado e bigotto come all’epoca era la Danimarca, oltre che sposa infelice di un sovrano popolare ma malato e inadeguato ad affrontare i suoi compiti. Come già avevano raccontato il film inglese del 1935, “Il dominatore”, diretto da Victor Saville, e svariati libri, la regina e il medico di corte erano legati da una passione andava oltre all’amore reciproco per le opere di Rousseau e Voltaire. Anche se lo scandalo, nonché una notevole insofferenza verso il reggente, finirà per travolgere i due amanti, i loro sforzi per rendere la Danimarca un paese più moderno e a passo coi tempi non andranno perduti.
Il film inizia nel 1775 con una regina ancora giovane ma già malata (Caroline Mathilde morirà di scarlattina a soli ventiquattro anni) ed esiliata che scrive ai due figli, il futuro re Federico VI e la principessa Luisa Augusta, raccontando la sua storia. In un lungo flashback vediamo come la regina arrivò a corte nel 1766, rendendosi subito conto che il matrimonio con Christian, oltretutto fedifrago impenitente, non sarebbe stato facile. Alicia Vikander (già notata nei panni di Kitty in “Anna Karenina”) è perfetta nel rappresentare gli entusiasmi e i dolori del personaggio, rendendo la sua regina credibile sia come eroina romantica sia come donna colta e il quasi debuttante Mikkel Boe Folsgaard è ottimo nel tratteggiare il sovrano, senza cadere nei tranelli che un ruolo simile avrebbe comportato (abilità che gli ha meritato il premio di Miglior Attore al festival di Berlino 2012, dove è stato premiato anche Arcel per la sua sceneggiatura, insolitamente ritmata trattandosi di un film storico). A tramare contro i monarchi ci sono la Regina Madre Juliane (una temibile anche se asciuttissima Trine Dyrholm, in un ruolo ben diverso da quelli che le affida solitamente Susanne Bier), matrigna del sovrano che sogna di vederlo spodestato in favore del proprio rampollo Federico, e l’ambizioso ma bigotto ministro Guldberg. Per tutti le cose cambiano quando due aristocratici caduti in disgrazia, Rantzau (Thomas Gabrielsson) e Brandt (Cyron Melville), portano a corte il medico illuminato Struensee (che ha il carisma di Mads Mikkelsen, anche se l’Hannibal Lecter televisivo è più a suo agio alle prese con le questioni di stato che non nelle faccende romantiche), ufficialmente per curare il sovrano, ufficiosamente per riportarli nelle grazie del re. Il dottore però non si limita a questo e, una volta diventato primo ministro, conquistata la fiducia del Re e il cuore della Regina, inizia tutta una serie di riforme liberali (a vantaggio del popolo e a scapito dei nobili) che cambieranno il volto del paese. Tali riforme però sono malviste, oltre che dall’aristocrazia, dall’esercito e dai ministri più conservatori, che vedono come fumo negli occhi la scalata sociale dei nuovi arrivati. Inoltre i due adulteri stranieri non sono proprio popolarissimi…ben presto il malcontento raggiunge i livelli di guardia e i cospiratori mettono a segno il colpo per arrivare al potere. Il racconto di questi anni di storia turbolenti è forse un po’ troppo, anche se comprensibilmente, sintetizzato e a farne le spese è anche qualche personaggio secondario; però il film si segue lo stesso con partecipazione. Alla fine si prova simpatia non tanto per gli amanti progressisti, quanto per quel Re malato, inconsapevole innovatore, manipolato da tutti, anche a fin di bene, ma pur sempre manipolato…
Girato nelle Repubblica Ceca (del resto la moda di Praga come ideale set cinematografico per i film in costume era stata inaugurata proprio dallo spettacolare settecentesco film di Forman), “Royal Affair” pur contando su una riuscita ricostruzione storica e su contributi tecnici notevoli come quelli dello scenografo Niels Sejer, della costumista Manon Rasmussen, del direttore della fotografia Rasmus Videbaek, oltre che sulle musiche di Gabriel Yared e Cyrille Aufort, sceglie però di non puntare tutto sulla forma come molti film in costume affidandosi al gioco degli attori e al ritmo dell’azione. Anche per questo il risultato è migliore del previsto.
Mirko Salvini, da “ondacinema.it”

Christian VII di Danimarca a 17 anni è già re e sposa la cugina principessa Caroline Matilda sorella del re d’Inghilterra Giorgio III. Dopo il matrimonio la sua instabilità mentale si accentua manifestandosi in una promiscuità sessuale che esclude, salvo che per la procreazione di un erede, la moglie dai rapporti. Strumento del tutto passivo di un Consiglio di Corte assolutamente reazionario Christian cambia atteggiamento dopo aver conosciuto Johann Friedrich Struensee. Costui è un medico tedesco convinto assertore delle idee dell’Illuminismo il quale, divenuto suo dottore personale, riesce a instillare i propri ideali nel re il quale li impone ai suoi ministri sempre meno disposti a ottemperare ai suoi ordini. Intanto la sempre più negletta Caroline inizia una relazione con Struensee.
Chi non è cultore della storia danese inizialmente, dinanzi a questo film, può pensare di trovarsi dinanzi a una ben costruita narrazione di un triangolo amoroso in costume d’epoca. Invece il plot di base corrisponde rigorosamente a quanto accaduto e riportato non solo nei manuali scolastici ma anche in 15 libri nonché in un’opera lirica e in un balletto. Difficile non cadere nelle maglie della ricostruzione finalizzata alla relazione sentimentale in questi casi. Arcel ci é riuscito.
Il film ci propone uno sguardo inedito su un Paese nordico del quale conosciamo spesso solo vagamente il passato. Riesce cioè a mostrare, non dimenticando mai lo spettacolo, la perigliosa penetrazione delle idee dell’Illuminismo in un contesto finalmente diverso da quello francese a cui il cinema ci ha abituato. La grettezza di una Corte che si avvantaggia dell’instabilità psichica di un re e che vede pian piano prendere piede idee pericolose che provengono da un altro manipolatore, il medico privato di sua maestà è descritta con misura ma anche con acutezza. La manipolazione di Struensee è però a favore di un popolo ridotto nelle peggiori condizioni al quale si vogliono offrire vaccinazioni e fognature. Abolire la tortura per ottenere confessioni è ancora oggi per molti un’idea peregrina. Figurarsi all’epoca.
Ecco allora che quella che avrebbe potuto proporsi come l’ennesima e poco interessante storia di amori nascosti e di tradimenti palesi oppure, ancor più banalmente, nel ritratto di un re pazzo diviene occasione per riflettere su un periodo storico complesso dal quale, nonostante una repressione tanto ottusa quanto feroce, nacque l’età moderna che sembra non aver ancora fatto propri, se non sulla carta, alcuni di quei princìpi.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

C’è del marcio in Danimarca: se il cinema ha sempre amato curiosare nei saloni delle grandi residenze reali per svelare ombre di amori e tradimenti, lotte dinastiche e cospirazioni, passioni devastanti e sofferenze silenziose, anche la fredda patria di Amleto ha concesso ben volentieri al grande schermo alcune pagine della sua storia, poco conosciuta al resto d’Europa e senza dubbio meno glamour di quella di Enrico VIII o Maria Antonietta ma altrettanto archetipica; presentato alla sessantaduesima edizione del Festival di Berlino e scelto per rappresentare il suo paese agli ultimi Academy Award nella categoria per il miglior film straniero, A Royal Affair(En kongelig affære) possiede tutti gli ingredienti che non dovrebbero mai mancare ad un film in costume degno di questo nome, ma riesce comunque ad andare oltre offrendo qualcosa in più del semplice gusto per la rievocazione.
L’incipit del film di Nikolaj Arcel sembrava piuttosto indicativo della scelta di seguire per il dramma un registro simile a quello di The Duchess, pellicola diretta da Saul Sibb nel 2008 e dedicata alla Duchessa del Devonshire Georgiana Cavendish: chiamata a vivere nel secolo dei Lumi come il personaggio interpretato a suo tempo da Keira Knightley, la quindicenne Caroline Mathilde si presenta subito come una fanciulla di rango dolce e composta, intenta a cogliere fiori in un prato con lo sguardo di un’adolescente pronta ad andare incontro alle incertezze del futuro con tutta la speranza possibile; ad attenderla in casa troviamo una madre affettuosa, certa che non ci sia alcun dubbio sulla riuscita del matrimonio della figlia col re di Danimarca Christian VII, un ragazzo a lei sconosciuto ma descritto da tutti come colto, intelligente e soprattutto capace di amare la regina che gli è stata destinata.
Dopo aver detto addio all’amata Inghilterra Caroline giunge quindi in Danimarca, per scoprire che la nuova patria è assai più fredda e gelida di quanto si aspettasse: oltre a dover fare i conti con una corte ostile e rigidamente conservatrice il suo sposo si rivela subito viziato e instabile, tormentato da un’ apparente schizofrenia che gli impedisce di avere rispetto della moglie naturalmente di essere un vero re.
L’arrivo a corte del tedesco Johann Struensee come medico personale del re porta una graduale ventata di aria fresca nella vita dell’infelice regina; i vertici del triangolo assumono ben presto come da copione le rispettive posizioni, ma ad essere più interessante nel ritratto del carismatico riformatore ricordato per aver portato avanti la Danimarca anni luce rispetto al resto del continente trasformandola nel tempio delle idee di Voltaire e Rousseau è il suo essere qui elemento catalizzatore non tanto nella relazione con Caroline, chiaramente innamorata più delle idee che dell’uomo, quanto nel legame quasi paterno instaurato con Christian: il duello a base di citazioni shakespeariane che i due combattono ad arte durante il loro primo incontro è qualcosa di prezioso e si rivela in fine indispensabile per scavare nella mente del re e leggerne i tormenti più segreti.
L’interpretazione dell’ormai lanciatissimo Mads Mikkelsen come Struensee è magnetica e ammaliante al punto giusto, ma le nostre simpatie vanno tutte alla prova di Mikkel Boe Følsgaard nei panni di Christian, meritatamente premiata con l’Orso D’argento al Festival di Berlino: quasi impossibile non provare pena e comprensione per questo ragazzo odioso e viziato ma condannato con altrettanta costanza all’alienazione e alla solitudine, manipolato senza eccezioni da tutti quelli che lo circondano( per quanto la cosa avvenga per il bene della Nazione, è incontestabile)e costretto a recitare la sua parte al punto da scadere nella pantomima. Come ricorda una celebre citazione di Shakespeare, “un uomo durante la sua esistenza recita molte parti”: nel caso di Christian, l’impossibilità di scelta ha finito per portare in scena un essere infantile e inadeguato, troppo preoccupato a ” non farsi rubare la luce” nemmeno dalla grazia della moglie e destinato ad essere una pedina facile nella più classica delle scacchiere del potere.
Narratrice degli eventi ma mai lontana dal palcoscenico, Caroline ci commuove con tutta la passione e le ingenuità della sua giovane età grazie alla performance di una brava Alice Vikander, che presto vedremo in sala nei meno turbolenti panni di Kitty con Anna Karenina di Joe Wright; in un ottimo cast purtroppo poco noto fuori dalla madre patria non sfuggiranno inoltre Harriet Walter, in un brevissimo cameo come Madre di Caroline e soprattutto David Dencik come Høegh-Guldberg, ministro cospiratore già visto ne La Talpa di Tomas Alfredson nel ruolo nell’altrettanto ambiguo agente Esterhase.
Reverente verso il curatissimo contesto storico, la camera indulge con cautela sui protagonisti stringendosi in inquadrature morbide e sinuose, pronte a cogliere la malinconia di una vita nel tocco di una mano resa umida dalla pioggia o intenta a sfiorare un libro negato e a lungo atteso, fino a danzare intorno ai protagonisti durante un ballo di corte per chiuderli nell’incanto con una sequenza che pare strizzare l’occhio all’Orgoglio e Pregiudizio di Joe Wright.
Immersa nel fascino di un’epoca già avviatasi inconsapevolmente verso il declino e mai del tutto pronta a mettere da parte i sentimenti per far trionfare la ragione illuminista, nonostante la lunga durata A Royal Affair scalda e avvince meglio di molti altri film del genere, ma la coltre gelida che copre La Danimarca e le sue anime più inquiete avvolge il film di una magia affascinante destinata a perdurare: contro Amour di Michael Haneke le speranze di vittoria erano pressoché nulle, ma A Royal Affair ha saputo egualmente competere con assoluta regalità ed eleganza.
Alessia Carmicino, da “bestmovie.it”

C’è del cinema in Danimarca, eccome. Accanto ai soliti noti, i Von Trier, i Vinterberg e le Bier, piccoli registi crescono, e Nikolaj Arcel è nel mazzo: classe 1972, il suo quarto film, A Royal Affair, è stato candidato agli ultimi Oscar dalla Danimarca e ha vinto due premi a Berlino 2012, l’Orso d’Argento per la sceneggiatura e il miglior attore Mikkel Boe Følsgaard.
Nulla da dire, solo da plaudire: per giunta tratto da una storia vera, il film ha il merito innegabile di rendere originali, vibranti e, non esageriamo, appassionanti le solite relazioni pericolose a corte. Come? Affidandosi a grandi attori e svecchiando le atmosfere monarchiche nell’eternità dei moti d’animo, gli ideali e il cuore (anche di tenebra) dell’uomo, attraverso la storia di un uomo qualunque che conquista il cuore della regina e dà il là alla rivoluzione. Avete capito bene, il triangolo sì, e con un pizzico di follia che non guasta: il re psicotico Christian VII (Følsgaard), la consorte Caroline Mathilda (Alicia Vikander) e il medico di Sua Maestà Struensee (Mads Mikkelsen), idealista e illuminista.
Romanticismo barricadero, Lumi da far perdere la testa, parole, opere e missioni, A Royal Affair è un film king size.
Federico Pontiggia, da “cinematografo.it”

Danimarca, 1770. L’erede al trono Christian VII è divenuto re a soli diciassette anni prendendo in sposa la cugina Caroline Mathilda, sorella del re d’Inghilterra Giorgio III. Ma l’immaturità e l’instabilità mentale di Christian metteranno a dura prova il suo regno così come il suo matrimonio, facendosi egli sempre più estraniato (dopo aver comunque assolto ai suoi ‘doveri coniugali’ con la nascita del primogenito maschio) dalla vita di coppia con la regina per dedicarsi invece ad attività extraconiugali molto poco ben viste dall’intera corte. Quando lo stato d’instabilità del re si aggraverà, i consiglieri decideranno di affiancargli un medico tedesco (Johann Struensee) dal curriculum molto valido ma anche dalle spiccate idee illuministe e liberali profondamente in conflitto con la mentalità ‘cortigiana’. Eppure, legati dal filo del teatro e della passione per le arti, Re e medico stringeranno ben presto una solida amicizia che spingerà Christian a fidarsi con sempre più fervore delle ‘proposte’ di rinnovamento sociale e culturale avanzate da Struensee; idee che il fino a quel momento inascoltato re comincerà a caldeggiare con sempre più veemenza dinanzi al suo consiglio. Ma il momento d’idillio ed estemporaneo equilibrio sarà ben presto minato da un’altra passione nata tra gli insidiosi ambienti della vita di corte, ovvero quella tra il passionale Struensee e la giovane regina Mathilda. Una passione segreta che diverrà sempre più pericolosa, e destinata (prima o poi) a dare vita a un profondo e tragico dramma di corte.
Lotte ‘illuministe’ in terra danese
Royal Affair – recensione – Cinema Quello che a prima vista può apparire come il classico dramma sentimentale in costume costruito attorno alle passioni e alle isterie di una corte ancora piegata a usanze medievali, diventa (attraverso gli occhi del regista danese Nikolaj Arcel) un ottimo strumento per indagare e ripercorrere una pagina di storia in cui illuminismo e moderne idee liberali si fanno strada in un Paese ancora recalcitrante alla transizione, ovvero la Danimarca. Forse anche grazie all’influenza dell’elemento passionale (espresso in ambito narrativo quanto estetico) mutuato dall’esperienza ‘dogmatica’ (Von Trier è qui presente in veste di produttore esecutivo) il danese Arcel costruisce un prodotto filmico che possiede a un tempo un forte appeal drammatico così come uno spiccato senso del ‘vero’. Un risultato dovuto soprattutto alla capacità del film di circuire e poi approfondire la tensione ideologica di fondo che prende vita attraverso i rapporti incrociati dei vari protagonisti. Il mutare degli equilibri di una corte che riflette da vicino il mutamento di equilibri (e soprattutto squilibri) ancora da venire. Conciliando con metodo l’elemento storico del soggetto di partenza alla carica passionale dell’elemento drammaturgico (bravo e credibile in questo senso l’intero coro attoriale che ruota attorno al carisma di Struensee – Mads Mikkelsen – e all’altalenante follia del Christian VII di Mikkel Boe Folsgaard, premiato per questo ruolo come miglior attore al festival di Berlino 2012) Royal affair vanta il pregio di essere opera diffusamente appetibile ma anche (e soprattutto) importante strumento per ripercorrere o avvicinarsi per la prima volta al percorso storico e sociale di uno di quei Paesi del nord Europa che oggi compongono la sempre più ‘vicina’ Europa, e dei quali ancora oggi abbiamo invece una conoscenza assai remota.
Doppiamente premiato al Festival di Berlino 2012 (Orso d’Argento alla miglior sceneggiatura e al miglior attore – Boe Folsgaard) arriva nelle sale Royal Affair, un ritratto passionale burrascoso della Danimarca di fine ‘700. Un film che infine trova il giusto equilibrio tra il dovere di resoconto storico e l’uso di una narrazione che, coinvolgendo, induce a riflettere su una pagina di storia di una terra non più così lontana.
VOTOGLOBALE7
Elena Pedoto, da “everyeye.it”

C’era una volta Caroline, principessa bella e virtuosa. Il re suo fratello la diede in moglie a 15 anni ad un re vicino. Lo sposo le era stato descritto come un bel 21enne, colto e amante delle arti. Nessuno però le aveva detto che Christian era anche mentalmente instabile, violento e puttaniere, e succube della matrigna Juliane, che complottava con i nobili e il clero per mettere sul trono suo figlio, fratellastro del re.
Dopo avere avuto un bambino, il principino Frederick erede al trono, la giovane regina, privata persino dei suoi libri, troppo moderni per quella corte bigotta, era rassegnata ad una vita triste e solitaria. Ma un giorno il capriccioso Re assunse un nuovo medico di corte, e tutto cambiò. Il borghese dottor Johann era capace di fare ragionare il re folle, ne divenne amico e pian piano, con pazienza lo indusse ad apportare molti miglioramenti nella vita del popolo, asservito ad una nobiltà pigra e reazionaria.
Ispirato dalla filosofia di Rousseau, insieme alla colta e pietosa Caroline lo convinse a rendere obbligatoria e gratuita la vaccinazione dei bambini contro il vaiolo, che tante morti causava anche nei regni vicini, ad illuminare e pulire le strade, istituire orfanotrofi pubblici, tutte opere finanziate con tasse su rendite e gioco d’azzardo. Fu vietata poi la tortura dei prigionieri, abolita la censura sulla stampa e infine soppressa la servitù della gleba. Persino il grande Voltaire scrisse al Re Christian una lettera per congratularsi per il suo governo illuminato.
Caroline e Johann, avvicinati dagli ideali condivisi e dal comune isolamento in quella corte ostile, si innamorarono ed ebbero una bambina, la piccola Luisa Augusta. I nobili fino ad allora avevano solo mugugnato; toccati nella borsa e nel potere approfittarono dello scandalo e si allearono con la perfida regina madre: sobillarono il popolo con la menzogna che il dottore e la regina stavano avvelenando il re per renderlo pazzo e scoppiò una rivolta. Fu così che il dottore venne arrestato e decapitato, e l’infelice Regina fu mandata in esilio e privata anche dei suoi bambini, che non vide mai più.
Caroline morì a 24 anni, ma affidò a un’amica un diario, in cui raccontava ai figli la sua storia, da aprirsi quando Frederick fosse stato adulto. Il 16enne principe convinse così il padre a rivoltarsi contro il fratellastro usurpatore; divenne Re, ripristinò e perfezionò le riforme e governò, amatissimo, per 55 anni.
Non è una favola, è una storia vera. Il dottor Johann Friedrich Struensee fu davvero il consigliere, ad un certo punto il reggente “de facto”, del folle re Christian VII di Danimarca, e amante della regina Caroline Mathilda, sorella di Giorgio III d’Inghilterra. Una storia d’amore breve (Struensee arrivò a corte il 12 gennaio 1769 e fu giustiziato il 28 aprile 1773) ma intensissima, che avrebbe cambiato per sempre la storia della Danimarca e influenzò quella dell’intera Europa.
Scrivendo questa sceneggiatura – giustamente premiata alla Berlinale 2012 – Rasmus Heisterberg e il regista Nikolaj Arcel hanno fatto un ottimo lavoro: ci hanno raccontato appassionanti eventi storici quasi incredibili (e probabilmente conosciuti solo dai Danesi) con asciuttezza e realismo, senza mai indulgere nel pittoresco e schivando l’effetto soap-opera, rischio grosso dato lo svolgersi degli eventi.
Il risultato è una pellicola di oltre 2 ore che scorre tutta d’un fiato. Ispirata ai grandi film storici degli anni ’40 e ’50, non vuole solo “mostrare” la storia attraverso vestiti e acconciature d’epoca, ma anche dare forza ai personaggi e alle loro vicende attraverso un punto di vista contemporaneo. La storia d’amore non è mai invadente, è trattenuta e pudica. Quello che sembra partire come un melodramma in costume su di un triangolo sentimentale, diventa rapidamente il ritratto di un’epoca dominata da uno scontro di ideologie ancora attuale: da una parte il riformatore, ateo e illuminista, dall’altra i conservatori, parassiti corrotti e bigotti, dominati dal clero, in uno scontro certo non ad armi pari. E in mezzo una giovane donna, in una Storia tanto più grande di lei.
Eccellenti tutti gli interpreti, a partire dal come sempre grandissimo Mads Mikkelsen: il suo dottor Struensee è intelligente e seducente; non è un eroe, ha difetti e debolezze oltre che ideali, e lui ce li mostra con una passione fortemente interiorizzata e tutta nordica. Deliziosa la Caroline di Alicia Vikander: moglie umiliata, madre tenerissima, amante appassionata, ragazzina schiacciata dal destino, è sempre all’altezza del ruolo. La vera sorpresa è Mikkel Boe Følsgaard, interprete di re Christian: ancora allievo dell’Accademia di recitazione di Copenaghen quando fu scelto per la parte – un ruolo complesso, un personaggio infantile e cupo, a tratti disgustoso, ma anche un povero burattino che infine muove a pietà – ci mostra un uomo psichicamente tormentato usando grande maturità ed ammirevole equilibrio. L’Orso d’Argento come Migliore Attore a Berlino 2012 l’ha davvero meritato.
Una menzione speciale va poi al direttore della fotografia Rasmus Videbæk, che utilizza meravigliosamente un’illuminazione d’interni basata su fiaccole e candele e mostra negli esterni, soprattutto nei giardini, un gusto coloristico ispirato ai quadri di Gainsbourgh.
Un film “all’antica” nel senso migliore del termine, non sentimentale o nostalgico, quanto ben scritto e ben interpretato, con ottime scenografie e costumi e una storia appassionante. Cosa pretendere di più?
da “masedomani.com”

“A Royal Affair” del danese Nikolaj Arcel si svincola celermente dalle artificiose dinamiche del melodramma in costume, per mettere in scena, con l’accattivante pretesto di dipingere un eterogeneo triangolo affettivo e sentimentale, uno scontro di ideologie: quello tra gli ideali dell’ Illuminismo, che si affermarono in Europa nella seconda metà del XVIII secolo, e le lugubri forze della reazione.
Tratto da un romanzo di Bodil Steensen-Leth, basato su eventi che ebbero luogo tra il 1766 e il 1772, ben prima della Rivoluzione francese, il film ricostruisce il periodo storico durante il quale Johann Friedrich Struensee, un medico tedesco figlio di un pastore protestante, assunse di fatto il ruolo di reggente del regno di Danimarca, con l’avallo del re Cristiano VII.
Un lasso di tempo di 16 mesi, in cui Struensee promulgò una serie di leggi all’epoca considerate sovversive, quali l’abolizione della censura, della tortura e del commercio degli schiavi nelle colonie, l’accesso libero all’università, la costruzione di orfanotrofi e l’imposizione di tasse fondiarie alla classe nobiliare.
Ispirato dalle idee rivoluzionarie di Rousseau, Diderot, D’Holbach e Montesquieu, Struensee rimase però vittima del proprio idealistico zelo riformatore, destino comune a tutti i precursori.
Il suo materialismo e il suo ateismo gli attirarono l’odio della Chiesa, le incessanti riforme gli guadagnarono l’avversione dei nobili, il fatto di essere uno straniero e la chiaccherata relazione adulterina con la Regina gli procurarono il disprezzo del popolo e gli strali astiosi dei libellisti.
La matrigna di Cristiano, Juliana Maria, con l’appoggio della Chiesa, dell’esercito e della nobiltà, lo rovesciò con un colpo di stato e lo fece decapitare e squartare sulla pubblica piazza. L’”Affair”, come si vede, è dunque più politico che sentimentale, anche nei momenti in cui le due cose si intrecciano più strettamente.
La vicenda è narrata in flashback dalla regina Caroline Matilda, di cui il film assume il punto di vista. Figlia del principe di Galles, Caroline fu costretta a sposare il cugino Cristiano attraverso un matrimonio combinato. Il Re danese era però debole di mente, soggetto a improvvisi scatti d’ira e manipolato dal Consiglio dei Ministri, che lo considerava al massimo un utile idiota; inoltre detestava Caroline, cui preferiva la compagnia dei suoi cani e delle prostitute dei bordelli di Copenhagen.
Dei nobili esiliati proposero Johann Struensee come medico di Corte, e il dottore, anonimo pamphlettista, libertino e “libero pensatore”, si guadagnò subito la simpatia e l’affetto del Re, di cui divenne il medico personale. In seguito Strensuee, che condivise con la Regina la fede negli ideali dell’Illuminismo, divenne il suo amante all’insaputa di Cristiano, il quale ebbe tanta fiducia in lui da sciogliere il Consiglio e conferirgli pieni poteri nella gestione degli affari di stato.
Nikolaj Arcel sostiene questa complessa intelaiatura sulle spalle dei suoi tre protagonisti, tre “outsider” estranei al proprio tempo e destinati a soccombere come tutti gli outsider, ma non prima di aver squarciato le tenebre dell’ignoranza e dell’asservimento con una fulgida vampata, che in questo caso corrispose con quella dell’”Ấge des lumières”.
Struensee fu un visionario in anticipo sui tempi, un utopista lacerato tra l’affetto sincero che provava per Cristiano, l’amore per Caroline e l’imperativo di riformare una società oscurantista; Cristiano fu un re che si ribellò al proprio ruolo trovando rifugio nella malattia mentale, completamente soggiogato da Struensee, nei cui confronti ebbe un atteggiamento ambivalente; Caroline trovò nel medico un antidoto all’infelicità che il matrimonio le aveva procurato, ma fu costretta ad allontanarsi da lui quando scoprì di aspettare un figlio. Tre irregolari che furono una bomba a orologeria nel cuore della rigida monarchia danese.
La determinazione suicida di Struensee, la follia di Cristiano, la sfida alle convenzioni lanciata da Caroline, che non si preoccupò di tenere segreta la sua relazione e destò scandalo indossando abiti maschili, costituirono una provocazione che non potè essere ignorata.
Grazie al distanziamento emotivo perseguito tenacemente dal regista, come si è detto, l’intreccio tra i tumultuosi accadimenti storici e i turbamenti del cuore e dello spirito, risulta fluido e conseguenziale.
L’abbassamento della temperatura emozionale è ottenuto potenziando la distanza dagli eventi rappresentati, sia attraverso il naturale distacco temporale, che mediante il meccanismo del flashback, attraverso il quale si ricompone la memoria di una Caroline in esilio.
Inarrivabile come sempre l’interpretazione di Mads Mikkelsen, uno Struensee impositivo ma roso dai dubbi, e prova straordinaria di Mikkel Følsgaard, premiato alla Berlinale 2012 come Miglior Attore, nel ruolo del tormentato Cristiano VII; più opaca, invece, Alicia Vikander nella parte di Caroline. Prodotto da Zentropa e candidato sia agli Oscar 2012 che ai Golden Globe, “A Royal Affair” può vantare al suo attivo anche la luminosa fotografia di Rasmus Videbaek, il quale si è ispirato alla pittura settecentesca prima dell’alluvione Romantica, in particolare a Thomas Gainsborough.
Ci rammenta inoltre nella chiusa finale che, pure se Struensee muore per troppa coerenza, il popolo è sempre pronto ad additare come capro espiatorio il bersaglio designato dal potere.
Nicola Picchi, da “cinemalia.it”

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