L’amore inatteso

Antoine fa l’avvocato e vive a Parigi assieme alla bella moglie e ai suoi due figli. Realizzato nel lavoro e nella vita privata, la sua sembra un’esistenza in equilibrio a cui non manca nulla per sentirsi completo. Eppure, in seguito all’invito di uno degli insegnanti del figlio (incontrato a un colloquio), Antoine si ritroverà a frequentare (apparentemente senza motivo) degli incontri di catechesi che lo avvicineranno al dubbio, alla fragilità, e a quelle debolezze dell’animo umano che da sole sono in grado di generare amore. Nella sua vita perfetta farà così capolino l’emozione di una fede che si rivelerà necessaria alla comprensione del prossimo, soprattutto il prossimo più vicino (come il figlio adolescente in cerca di affetto e conferme o il fratello da sempre ostile e refrattario alle relazioni umane). Ma il nuovo ‘amore’ di Antoine porterà nella sua vita anche molti squilibri, circondato com’è da una società per lo più atea (simboleggiata dallo scetticismo derisorio della moglie e degli amici) che tende a guardare il cattolicesimo, e in generale le religioni, con sospetto e diffidenza. Motivo per cui Antoine porterà avanti la sua ricerca d’amore di nascosto, trovando poi infine nel confronto e nell’ascolto degli altri le parole per una delle sue ‘arringhe’ più belle e (soprattutto) sentite.
Tra toga e catechesi
Alla sua opera prima, d’ispirazione autobiografica e basata sul best seller Catholique Anonyme di Thierry Bizot, Anne Giafferi indaga la via di una fede religiosa tutto sommato atea, una fede che seppur inscritta nelle mura della Chiesa cattolica allude in realtà a quella fede universale negli altri e nella propria capacità di aprirsi al mondo. Attraverso lo scavo introspettivo del protagonista Antoine, L’amore inatteso cerca così di portarci per mano attraverso la ri(scoperta) di un sentimento di fragilità e fiducia che si lascia alle spalle le sicurezze di una società costruita sui modelli predeterminati del successo per abbracciare invece le incertezze della vita e degli affetti sinceri, per loro natura traballanti e instabili. La Giafferi fa seguire al suo protagonista lo stesso percorso che tenta di far seguire allo spettatore, proiettato alla stregua di Antoine verso l’obiettivo di un’emozione davvero capace di toccare il cuore. Un film che affronta il tema religioso rimanendo in fin dei conti super partes, manifestando apertamente quelli che sono i valori ma anche i limiti di un cattolicesimo oramai sempre più in crisi (sarà un caso che questo film realizzato tre anni fa arrivi nelle sale proprio oggi, in concomitanza con le dimissioni di un papa che sembra in qualche modo aver mancato la propria missione?). Ma la Giafferi usa il cattolicesimo solo come pretesto, in una chiave di lettura che si spinge oltre, alla ricerca di qualcosa in cui credere, fidarsi e affidarsi per nutrire l’esistenza di ognuno di noi e delle proprie quotidiane relazioni con gli altri. Forse poco costante nell’approfondimento psicologico dei protagonisti, le cui complessità esistenziali e relazionali rimangono per lo più solo abbozzate, L’amore inatteso (in linea con il titolo italiano) riesce comunque a convogliare il suo potenziale emozionale in un toccante finale in cui le ombre di una società agnostica e diffidente lasciano finalmente il passo all’atto d’amore più sincero, rispettare il prossimo per ciò che è. Un messaggio in fondo di assoluta preminenza che trova la sua voce in un film d’impianto prettamente francese, in cui le sottili nevrosi dei personaggi (da una parte i bicchieri di vino che volano e dall’altra gli abbracci consolatori) fanno da sfondo all’importante parabola di fede intrapresa dal protagonista Antoine.
Anne Giafferi debutta alla regia con L’amore inatteso (titolo originale Qui a Envie d’Être Aimé?), commedia agrodolce sulla necessità che sorge in determinati momenti della vita di scardinare le certezze costruite nel tempo e aprirsi a quelle fragilità che espongono l’individuo a un getto più continuo di emozioni. Non sempre puntuale nel delineare e legare insieme il discorso sui disagi esistenziali dei vari personaggi, L’amore inatteso riesce a trovare il suo punto di fuga in prossimità dell’epilogo, quando il film riesce a sorprendere il protagonista in quell’emozione inattesa e quasi miracolosa in cui, di fatto, è sempre rivoluzionario imbattersi.

Elena Pedoto, da “everyeye.it”

L’accettazione della propria fragilità, considerata una breccia per aprirsi, e quindi amare, diventa così un punto di forza. Sulla lezione di Gesù. Tratto dal successo editoriale francese “Catholique anonyme” di Tierry Bizot, autore del soggetto e co-produttore, scritto e diretto dalla sceneggiatrice televisiva di serie e adattamenti letterari al debutto cinematografico Anne Giafferi, “L’Amore inatteso” ha l’intensità di un’opera autobiografica (i due sono sposati e hanno già lavorato insieme per il piccolo schermo).
Avvocato sposato e genitore di due bambini, il protagonista ha una non facile famiglia di provenienza, con una madre scomparsa presto e soprattutto un padre autoritario e burbero (il quale sostiene però di averlo sempre considerato più forte e intelligente dell’altro, prediletto figliol prodigo), impronta che lo condiziona a riproporre analoghe difficoltà comunicative con il suo figlio maschio. Prima, ha il casuale incontro con una statua di Cristo seduto e legato, ma dallo sguardo sereno, in seguito riceve l’invito ad un corso di istruzione cattolica, una sorta di catechismo per adulti accettato – da ateo – per educazione, anche se con un senso di superiorità verso quel gruppetto di bizzarri credenti. Poi subentra la curiosità, con la partecipazione ai due incontri settimanali (dai quali esce sempre contento) e una lettura privata e attenta della Bibbia. Distratto al lavoro e nelle serate con gli amici della moglie, colleghi medici che parlano solo dell’attività in ospedale, l’uomo trova la figura di confidente che gli è sempre mancata nel sacerdote che conduce gli incontri, secondo il quale il desiderio d’amore sta alla base di tutto, e quanto facciamo di altro rappresenta solo una compensazione.
Perciò prova a misurarsi pure sul perdono, inteso come tentativo di superare il risentimento e capire l’altro, e dato che senza toga ora si sente nudo, stando al concetto per cui “l’anima si nutre della sua stessa fame” cerca di rompere con certezze ed abitudini. Definisce quest’esperienza una “rivelazione”, che in un’interpretazione laica si traduce in una sofferta, profonda, fertile riflessione e presa di coscienza sul senso di ciò che si fa e sulle relazioni.

La frase:
“La vita ci riserva molte delusioni, ma alla fine il lavoro paga sempre”.

a cura di Federico Raponi, da “filmup.leonardo.it”

La Grazia modesta e silenziosa di un film eccezionale: vedere per credere
Nella botte piccola c’è il vino buono. E’ il caso dell’Amore inatteso, film esile e lieve (distribuito da Microcinema) con un vino – il vino della Santa Comunione – squisitamente dolce.
Diretto da Anne Giafferi, autobiografico, tratto dal memoir del marito (Catholique anonyme di Thierry Bizot), vale una doppia testimonianza: prova che la Grazia è un dono e il cinema, specie senza soldi né effetti, può fare miracoli. E’ la storia di una conversione in punta di piedi, di un evento straordinario incastonato nella normalità del quotidiano, senza clamori. Il fortuito imbattersi di Antoine, un avvocato senza certezze, nel crocifisso di una chiesetta di montagna. Momento appena accennato, quasi insignificante.
E nulla sembra succedere pure quando, invitato dall’insegnante del figlio, l’uomo accetta di partecipare a un incontro di catechesi. E nemmeno dopo, quando a casa deve difendersi dalle ironie della scettica moglie.
Dio è modesto, fa capolino senza cerimonie, non risolve i problemi, non concede favori. La sua buona novella resta silenziosamente annunciata, serbata, nel cuore.
Tutto ciò che sappiamo lo dice Antoine: mi sento amato. Accettarlo resta un atto di fede. Del film invece non dubitate: vedere per credere.
Gianluca Arnone, da “cinematografo.it”

Antoine è un avvocato parigino di successo. Un giorno, lui laico, si ritrova a conoscere un gruppo cattolico di catechesi. Incomincia a frequentarlo, riscopre (forse) la fede. Ma non osa rivelare quella frequentazione a nessuno, non alla moglie, non agli amici. Il fatto è che nel suo giro bon-chic bon-genre essere cattolici non sta bene, la fede è vista come arretratezza culturale, qualcosa di disdicevole e sconveniente. L’amore inatteso ha il coraggio di parlarci di un tema cruciale: il disprezzo dell’Occidente, dell’Europa, verso le sue radici cristiane. Anche se poi resta in superficie e non ce la fa a scavare davvero.
Un piccolo film francese neanche tanto nuovo (è del 2010 difatti), ma che solo adesso ce la fa uscire in qualche sala italiana, a dimostrazione di come sia impresa sempre più difficile in questo benedetto paese far circolare il cinema meno mainstream. Qua a Milano L’amore inatteso lo danno solo al Rosetum, sala non proprio centrale, legata a una parrocchia, e fuori dall’usuale circuito distributivo. Ma vale la pena recuperarlo, trattandosi di uno dei film meno soliti e prevedibili degli ultimi tempi. In apparenza, uno di quei garbati e fin troppo sussiegosi ritratti di medio-alta borghesia parigina radical chic o gauche caviar o bon-chic bon-genre – chiamatela come volete, comunque ci siamo capiti, no? -, conversazioni e marivaudage tra gente molto intelligente con mestieri fighi, belle case, di buone letture e ottime frequentazioni sociali e culturali, e ottimi amici assai fini e di gran gusto e mai appartenenti a quella brutta destra becera, cafona e ignorante. Protagonista un avvocato abbastanza benestante (nome: Antoine) con moglie oncologa in carriera (nome: Claire) e due figli, maschio e femmina, iscritti si presume in qualche buonissima scuola. Poi qualcosa irrompe e succede nella vita del nostro Antoine, qualcosa che non sono le sue ordinarie preoccupazioni per il fratello mascalzone e fancazzista con derive delinquenziali, truffaldine e violente (ognuno si sa ha la sua croce da portare). Qualcosa di minimo, eppure di inaudito, di potente, di deflagrante, di destabilizzante. In seguito a circostanze non calcolate e non volute, il nostro avvocato di successo si ritrova a conoscere un gruppo cattolico che, due ore ogni settimana, si ritrova per lezioni di catechesi, ma anche per riflessioni e meditazioni, sotto la guida di un sacerdote. La prima domanda che il prete rivolge agli intervenuti non è dottrinaria, non ha neppure a che fare con la fede o l’ottemperanza dei precetti, invece è: chi di voi ha voglia di essere amato?
E le riunioni mica si svolgono in parrocchia, no, si svolgono in un centro polivalente – Dio mio, cos’abbiamo mai fatto di male in questa parte d’Europa per meritarci i centri polivalenti? – dove si tengono corsi di ogni tipo, comprese le lezioni di judo cui Antoine porta il figlio. Quella domanda rivolta dal sacerdote gli rovista dentro e lui, laico, laicissimo, di quella borghesia illuminata tendenza gauche, comincia a sentire il richiamo non resistibile se non della fede, almeno delle suggestioni e dei conforti che il cattolicesimo può dare, e incomincia a frequentare il corso, ne diventa assiduo. Ecco, qui scatta la grande idea narrativa del film, quella che lo rende assolutamente anomalo, e insieme così interessante e imperdibile. Antoine non ce la fa a staccarsi dal gruppo, non si perde un incontro, eppure si vergogna come un ladro di quella frequentazione, non ne parla con la moglie né tantomeno con gli amici. La sua riscoperta del cattolicesimo resta un fatto privato, privatissimo, clandestino, qualcosa di indicibile e non comunicabile all’esterno. Et pour cause. Il fatto è che non sta bene nel suo mondo, nella sua cerchia, nel ceto cui appartiene, essere cattolici, essere credenti. Non sta bene e non è socialmente ammesso, anzi è disapprovato e condannato. Non per niente il titolo del romanzo di Thierry Bizot da cui il film è tratto è Cattolico anonimo, e l’allusione evidente è agli Alcolisti anonimi. La fede in Cristo come colpa da nascondere, come vizio privato. Quello che poi succede nel film è poco importante, a importarci molto invece è di come riveli e racconti cosa sia diventato il cristianesimo nelle classi affuenti e più emancipate (o che tali si credono) europee: un segno di arretratezza cuturale e psicologica, un comportamento inferiorizzante, un qualcosa di disdicevole, da stigmatizzare. Ora, io sono un laico, ma il disprezzo con cui oggi l’opinione media de’ sinistra e liberal e radical tratta il cristianesimo e chi ancora ci crede mi turba, mi allarma e mi scandalizza. L’amore inatteso ha il merito e il coraggio di lacerare il velo su questa autentica piaga. Certo, è il suo solo merito, ma è enorme e ne fa un film importante. Purtroppo il film di Anne Giafferi (moglie di Bizot, autore del libro, insomma è tutto in famiglia) non va oltre la superficie dell’enorme e immensamente suggestivo tema che solleva, quello dell’eclissi e anzi dell’espulsione del cristianesimo dagli attuali orizzonti culturali. La scelta di Antoine non provoca né una decisa rupture nella sua vita né in quella di chi gli sta vicino. Giafferi e Bizot hanno paura di scavare troppo, e non fanno del ritrovato incontro di Antoine con il cattolicesimo una nuova rivelazione, uno sconvolgimento radicale, un ricominciamento, ma lo riducono e derubricano a una tecnica tra le tante possibili per riassestare un benessere interiore compromesso. Nel gruppo di catechesi che vediamo in L’amore inatteso, anzichè interrogarsi anche crudamente e impietosamente su di sè, sulla propria fede, sui propri peccati, sulle proprie colpe, si fa una pratica simile a quella che negli anni Settanta si chiamava autocoscienza. Si va al corso di catechesi come si andrebbe a una psicoterapia di gruppo, o magari a lezioni di tango o, appunto, di judo. Così il film, quasi pentendosi di se stesso e di avere osato troppo, finisce col depotenziare e normalizzare quanto di sconvolgente aveva fatto emergere. Peccato. Nel cast attenzione a Benjamin Biolay, musicista assai cool e branché, ex marito di Chiara Mastroianni, che qui interpreta – e ha la faccia giusta – il fratello delinquente e nullafacente di Antoine.
Luigi Locatelli, da “nuovocinemalocatelli.com”

“L’amore inatteso”, film francese, arriva in un momento storico di rilievo per la chiesa. Neanche una settimana fa è stato eletto Jorge Mario Bergoglio, che ha preso il nome (inedito) di Francesco I. Bergoglio, argentino, è il primo Papa gesuita, nonché il primo Papa sudamericano nonché come detto il primo Papa che ha scelto il nome di Francesco.
La vita perfetta di Antoine
Antoine ha quaranta anni. Sua moglie si chiama Claire, e lo ha reso padre di due splendidi figli. Antoine conduce una vita ‘brillante’. Sulla carta non gli manca niente. Vive di agi, in una splendida Parigi nel fervore illuminista e in quello intellettuale.
Il ‘Fuori programma’
Qualcosa inizia a cambiare il giorno in cui Antoine si presenta ai colloqui di Arthur, suo figlio. Da quel giorno Antoine, senza essere troppo convinto, inizia a frequentare la catechesi.
Si tratta di incontri del tutto particolari, che lasciano di sasso il Nostro. Poi, però, diventeranno incontri in grado di dare ad Antoine un nuovo equilibrio e un’imprevista serenità.
Da quando frequenta la catechesi, Antoine diventa una persona migliore, sia in famiglia sia con gli amici. Inizialmente frequenta questi incontri in gran segreto. Sempre inizialmente, Claire nutre molti sospetti su questo improvviso cambiamento. L’unica ad essere felice è Hortense, la sorella di Antoine. In chiesa, Antoine viene a contatto con un amore inatteso: Dio. Si innamora, ritrova la fede e la forza per ricostruire rapporti spezzati.
Il giudizio del CineManiaco
La delicatezza del cinema francese a contatto con un tema delicato, tale da suscitare ironia spesso inutile e riflessioni spesso forzate. “L’amore inatteso” è una sfida, che attori e regista vincono sul finale di una trama che unisce l’amore alla psicologia e alla religione.
Voto: 7,5
Diego Lechiara, da “ilcinemaniaco.com”

“Chi fra di voi desidera essere amato?” Nel sottoscala deserto, dove si tiene la catechesi, un prete energico si alza e chiede ai pochi presenti: “Qui a envie d’être aimé?” È il titolo originale del film francese di Anne Giafferi uscito in Italia con il nome de L’amore inatteso. La storia è tratta da un romanzo di Thierry Bizot, il marito della regista. Che succede in Francia? A marzo, un milione e mezzo di persone hanno marciato nelle vie di Parigi contro la proposta di legge dei matrimoni gay. Una manifestazione colorata, familiare, imponente. Ma qualcosa di strano è accaduto. Tutte le agenzie riportano un piccolo fatto di cronaca. Dei contestatori hanno cercato di sfondare il cordone di polizia, perché gli impediva di entrare sulle Avenue des Champs-Élysées. La risposta è stata di una carica con un fitto lancio di lacrimogeni. Nulla di particolare. Noi siamo abituati a vedere scene del genere nelle manifestazione dei no global, no tav, ecc ecc, ma questa è la prima volta in corteo organizzato da cattolici degenerare in una rivolta. Per onestà la dimostrazione era stata alimentata dalle organizzazioni cattoliche, ma vi partecipavano anche persone di altre religioni. Ma delle tre associazioni organizzatrici una era la “Plus gay sans mariage”, fondata da un ventunenne ateo e omosessuale francese Xavier Bongibault e composta di tanti altri gay contrari al matrimonio. Sembrava una disfatta totale per il cattolicesimo nel paese dell’illuminismo. La secolarizzazione, il capitalismo, il consumismo parevano averlo condannato all’estinzione, all’esistenza minoritaria nascosta. La volontà di Hollande di istituire il matrimonio omosessuale ha fatto il miracolo. I vescovi sono usciti dalle catacombe, hanno urlato contro, pensavano di essere soli nella battaglia invece alle loro spalle si sono trovati un esercito. Antoine è un avvocato. È sposato con Claire e ha due figli. Il più grande Arthur sta entrando nella fase adolescenziale. Una famiglia borghese, normale, fra loro c’è affetto, rispetto, stima. Manca un amore disinteressato, indipendente e a prescindere. Arthur a scuola è bravo, studia ma somatizza la mancanza di una sensibilità di amore con il padre. I due si vogliono bene, ma non hanno imparato ad amarsi, per effetto di una cultura veloce e sbrigativa, nella quale i sentimenti sono dei take away. Un figlio ha bisogno di espressione, di una solidità affettiva; non si può accontentare dell’offerta di due giovani genitori: il loro atteggiamento emotivo è carente. Dopo un colloquio con un anziano professore di Arthur, il Antoine è invitato ad assistere a un incontro religioso. Sorpreso, stupito del consiglio – egli è ateo, più per moda che per scelta consapevole – accetta scettico di partecipare per paura di una ritorsione del professore contro il figlio. “Forse hai la faccia da cattolico” lo sfotte la moglie. Fino a questo momento le scene servivano a creare distanza e insofferenza fra i membri della famiglia. Il rapporto con il figlio è delineato in una scena in cui il padre parla al figlio, mentre lui, dissimulando disattenzione, legge un libro. Oppure nel litigio con il fratello cattivo. Oppure nel dialogo con la sorella depressa, la quale incontra un analista. Oppure nel freddo comportamento del genitore nei suoi confronti. La regista utilizza uno stile borghese/ipocrita, accompagnato da un sottile sarcasmo nei confronti dei salotti danarosi. Secondo momento. Il padre di Antoine possiede un’accogliente casa in campagna. Dalla collina s’intravede il mare. Intorno c’è una distesa di verdi prati. Antonie cammina agitato, avvista una vecchia bella chiesa romanica. All’interno tutto è scuro. Con indifferenza guarda all’interno e lo sguardo si sofferma sul volto di Gesù in una statua lignea. È un attimo, un momento. Qualcosa accade, ma non possiamo saperlo perché la regista ci riporta subito nella casa. Arriva dubbioso all’incontro di catechesi. È un posto squallido. Uno scantinato brutto, buio, con delle antiche sedie e delle colonne in mezzo alla sala. Il richiamo è alle tetre catacombe in cui secondo tradizione si nascondevano i cristiani durante la persecuzione delle origini. All’interno poche persone, di tensione umana disparata. È brava la regista a concederci con rare scene un mondo diverso. C’è la donna che dice di credere, ma trova la chiesa superflua e il papa un essere dannoso. C’è il finto intellettuale; frequenta con orgoglio e vanità pure un corso di filosofia e vorrebbe trovare nelle parole dei filosofi una salvezza. C’è una coppia sposata, praticante, ma con necessità di abbattere qualche dogma di troppo. E c’è Antoine, si definisce un non credente e racconta di intervenire perché educato. In questo momento il prete definisce il motivo delle riunioni: la ricerca di amore. In seguito c’è una parte divertente. Antoine ha dei dubbi, le sue certezze sull’inesistenza di Dio cominciano a vacillare. Non trova i discorsi delle riunioni stravaganti, al contrario, stanno aprendo uno spiraglio nel suo cuore. A casa racconta sul generico la sua esperienza cristiana. Gli amici, gente borghese, benestante, ma malinconici, lo sfottono, e con antipatica superiorità prendono in giro il gruppo come se fossero membri di una setta. Antoine ha paura di mostrarsi apertamente. Non vuole essere deriso in un mondo secolare. Allora con finto disinteresse eccolo guardare la Bibbia in libreria, la sfoglia come se fosse un catalogo. La compera, ma la nasconde come una rivista porno in mezzo ad altri giornali. La legge rintanato, timoroso di essere osservato dagli altri. “Perche non hai scelto il Dalai lama o la cabala, cattolico non è molto sexy” gli dice la sorella. Infatti, se uno non vuole essere ateo dovrebbe, per essere accettato dallo snobismo borghese, almeno scegliere di essere buddista induista animista; cattolico non è proprio alla moda. Antoine dopo le paure iniziali riesce a comprendere il significato della parola amore. E sarà il figlio a scoprirlo. Dopo un brutto litigio ci sarà un abbraccio liberatorio fra i due. Alla fine Arthur riesce a coprire quella mancanza di tenerezza, causa della sua limitazione e tristezza. Entrambi hanno bisogno di amare. La diffidenza della moglie sparirà l’ultimo giorno della catechesi. Essa ascolterà, senza essere vista, il saluto di chiusura del marito. Un momento toccante e significativo. Mentre per il presunto filosofo è stato un fallimento. Egli cercava il significato intellettuale e materiale della religione. Per la donna credente ma detrattrice della chiesa, è stato tutto inutile, ma essa non cercava nulla, e la ‘’perfida’’ regista la ha esibita varie volte appisolata. Il film si termina con l’accettazione della moglie della scelta del marito, entrambi possono intraprendere un cammino nuovo. Una storia anticonformista, raccontata con passione e con tono energico. Comprende tutto nelle inquadrature, non lascia nulla al caso, incrementando con un montaggio lento ma volitivo i messaggi da accogliere. Il tutto è molto facile, semplice ma perfino spiritoso. Siamo lontani dal cinema mistico, dogmatico, non è un film di Pasqua, qui abbiamo un travaglio umano da raccontare. La prima scena del film si sente la voce fuori campo dell’avvocato Antoine in un processo. La camera entra nel tribunale, un ironico Antoine guarda il calvo imputato: “Lei aveva tanti capelli”, esso lo guarda stupito. È una bugia, ma irrilevante, bisogna ottenere l’assoluzione a tutti i costi. Bene quell’Antoine iniziale è sparito, ora Antoine ha acquisito la propria vita.
Roberto Matteucci, da “cinemah.com”

Ispirandosi alla storia vera della conversione del marito Thierry Bizot (raccontata in Francia da un bestseller il cui titolo suona più o meno “cattolico anonimo”) la regista francese Anne Giafferi (che invece credente non è) descrive con semplicità, realismo e un tocco di commedia la storia di un incontro a sorpresa, quello di Antoine, un uomo apparentemente realizzato e senza dubbi, con Gesù Cristo.
Antoine è un avvocato quarantenne con una bella famiglia e la sua riscoperta del cristianesimo avviene un po’ casualmente dopo un colloquio con l’insegnante di suo figlio che, intuendo un conflitto interiore che neppure lui sa confessarsi, lo indirizza a una catechesi per adulti.
Antoine ci va inizialmente per buona educazione, ma pieno di scetticismo e pregiudizi. E in effetti a parte il prete intelligente e gentile che inizia gli incontri chiedendo a tutti “Chi vuole essere amato?”, la varia umanità che frequenta gli appuntamenti non sembra molto diversa, per l’appunto, da quella degli alcolisti anonimi: c’è quella che a messa si annoia e a cui stanno sull’anima i preti pedofili e le scarpe di seta del Papa, quello che sta studiando filosofia e si prende appunto, i veterani e i timidi…
Qualcosa, però, ha preso a muoversi nel cuore di Antoine e a poco a poco quei due incontri settimanali, tenuti nascosti per pudore o vergogna, diventano il fulcro di un cambiamento che investe tutti i suoi rapporti. A partire da quello difficile con il padre rigido e anaffettivo e il fratello minore (il “figliol prodigo” sempre preferito), a quello faticoso con il figlio adolescente, ma anche la relazione con la moglie, che a un certo punto, insospettita dalle assenze, addirittura inizia a sospettare un tradimento.
“Hai incontrato qualcuno a quelle riunioni?” gli chiede turbata. E Antoine, attraverso quelle facce inadeguate e magari anche un po’ imbarazzanti, ha davvero incontrato qualcuno, Gesù. Un “amore inaspettato”, che scombina le carte e le idee preconcette della sua cerchia di amici, ma anche un ritorno a casa che fa riscoprire ad Antoine la sua fede di bambino.
Si può forse rimproverare al film della Giaffuri un’indulgenza al sentimentalismo, l’incontro con Dio significa soprattutto emozione e per quanto permetta ad Antoine di iniziare un percorso di perdono e riconciliazione con il suo passato e il suo presente familiare, alla fine del corso sembra potersi tradurre solamente nel buon proposito di una messa domenicale.
Tenendo conto, però, della provenienza del protagonista (l’ambiente intellettuale borghese splendidamente e ironicamente descritto dalla regista, probabilmente proprio di prima mano) ci sembra dirompente, e a tratti anche toccante l’effetto di questo “outing” della fede, che spiazza e scuote una laicità autocompiaciuta (che belle le scene in cui il protagonista si trova, disarmato, faccia a faccia con l’immagine di Gesù) e piena di pregiudizi e può essere davvero l’inizio di una vita nuova.

Laura Cotta Ramosino, da “sentieridelcinema.it”

Un amore “inatteso” può aiutarci a vivere meglio affrontando le nostre fragilità. Ecco un film che tratta un tema inconsueto con delicatezza, ironia e leggerezza. Già perche L’amore inatteso è soprattutto una piacevole commedia su un uomo folgorato da… Gesù.
Il suo nome è Antoine ed è un brillante avvocato quarantenne sposato con Claire e padre di due figli che conduce una vita agiata. Dopo il colloquio con un professore del figlio Arthur, Antoine riceve a casa inaspettatamente il volantino di un corso di catechesi. Vinte le resistenze personali, lo scetticismo di Claire e l’ironia degli amici, l’uomo inizia a frequentare il corso spinto soprattutto da curiosità. Poco alla volta quegli incontri, dopo la derisione iniziale, diventano essenziali per raggiungere un nuovo equilibrio e una nuova serenità. Il percorso intrapreso, aiuta Antoine a modificare le relazioni coi suoi familiari e amici in un ambiente in cui la religione non è tema di discussione. L’uomo si ritrova così a partecipare agli incontri di catechesi di nascosto dalla moglie che comincia a nutrire dei sospetti sul suo comportamento. Nonostante le difficoltà, Antoine continua il suo percorso e trova un amore inatteso in Dio.
Un uomo che attraverso la fede ritrova tanto, forse tutto: un abbraccio con il figlio con cui non comunicava più, un rapporto rinvigorito con la moglie, un nuovo dialogo con il padre e forse anche con il fratello “pecora nera” della famiglia. Il film della francese Anne Giafferi ha un grande pregio che lo rende una piccola perla: una profondità lieve, un’apparente contraddizione in termini che ne fa un’opera rara oltre che di grande attualità in giorni di fresca elezione di un nuovo Pontefice.
La regista Anne Giafferi ha tratto la vicenda dal libro scritto da suo marito Thierry Bizot “Catholique Anonyme” prendendo spunto dalla sua storia personale. Al marito infatti capitò di essere folgorato da un improvviso “rapporto amoroso” proprio con Gesù e la regista visse questa cosa con una velata preoccupazione arrivando anche a pensare: “E se mi scaricasse per diventare prete?”.
La stessa regista ha così commentato questo suo esordio dietro la macchina da presa: “E’ un film che gioca con i cliché e i pregiudizi di cui la Chiesa cattolica è spesso oggetto. Si ironizza garbatamente sui credenti, ma anche su coloro che hanno dei preconcetti nei confronti della religione. Certo il film parla di spiritualità, di interrogativi, di ricerca del senso della vita, ma questi argomenti sono trattati con leggerezza, ironia e senza alcun intento di proselitismo”. Davvero, viene da ribattere. In una delle scene più riuscite, la sorella Hortense (una figura decisamente “alleniana” che colleziona disturbi, nevrosi, amori falliti, oltre a anni e anni di psicoanalisi) dice al protagonista: “Ma perché non hai scelto di seguire il Dalai Lama o la Kaballah? Diventare cattolico non è sexy”. Una battuta, questa, che sembra distillare l’essenza della sottile ironia del film: lo stupore, per non dire incredulità, di una donna medio-borghese alla scoperta della conversione religiosa del fratello, avvocato di successo con bella moglie e frequentazioni mondane. Proprio quelle amicizie un po’ radical-chic che hanno il vezzo di considerare la religione cattolica poco trendy, per non dire del tutto antiquata. Roba da tristi parrocchiani e donnine timorate di Dio, insomma. Ma qui si va oltre, il film è ben più profondo: si toccano temi come la spiritualità, la necessità di andare a fondo e di capire e accettare le debolezze e le fragilità che tutti (nessuno escluso) abbiamo. E infine si parla di quella ricerca del senso della vita con cui ognuno di noi prima o poi impatta.
L’amore inatteso è davvero un’opera diversa, fresca nel senso migliore del termine, che tratta un argomento vecchio ma in una luce nuova. E soprattutto lo fa in un tempi in cui il “coming-out spirituale” sembra essere ancora un tabù.
Il vero asse portante del film è però qualcosa di più universale che varca i confini della religione cattolica e che altro non è che il bisogno di amore. Tutti i personaggi sono alla ricerca di amore. Il protagonista Antoine ha bisogno di essere amato da suo padre come da suo figlio, sua sorella Hortense cerca l’amore di un uomo, suo fratello il riconoscimento degli altri, sua moglie ha paura che Antoine non l’ami più.
Come loro, anche noi tutti abbiamo bisogno di amore e, come loro, a tutti noi capita ad un certo momento della vita di aver paura di non essere abbastanza amati. La fede in (un) Dio può essere la risposta a questo bisogno, ci dice la regista.
Non a caso la prima domanda posta dal prete al primo incontro di catechesi è: “Chi tra voi vuole essere amato?”. Nella scena del film tutti alzano la mano.
Nella vita sarebbe successo altrettanto. Chi di noi non alzerebbe la mano a una simile domanda?
Semplice e vero. Chapeau!

Elena Bartoni, da “voto10.it”

Dal bestseller Catholique Anonyme, il debutto di Anne Giafferi con un film sui ’credenti anonimi’
Da quindici anni sceneggiatrice televisiva di successo, la francese Anne Giafferi ha debuttato nel cinema – tre anni fa, nel 2010 – con l’opera prima L’amore inatteso, tratta dal best seller autobiografico del marito Thierry Bizot Catholique Anonyme (Cattolico anonimo). Una commedia sentimentale originale, se vogliamo psicologica, senza nessun tentativo di proselitismo, anzi con una certa ironia indirizzata ad atei e scettici
Da quindici anni sceneggiatrice televisiva di successo, la francese Anne Giafferi ha debuttato nel cinema – tre anni fa, nel 2010 – con l’opera prima L’amore inatteso, tratta dal best seller autobiografico del marito Thierry Bizot Catholique Anonyme (Cattolico anonimo). Una commedia sentimentale originale, se vogliamo psicologica, senza nessun tentativo di proselitismo, anzi con una certa ironia indirizzata ad atei e scettici, e al tempo stesso ai ‘credenti’ anonimi, vittime entrambi di beffe e pregiudizi.
Infatti, è la stessa autrice a chiarire le sue intenzioni: “E’ un film che gioca con i cliché o i pregiudizi di cui la Chiesa Cattolica è spesso oggetto. Si ironizza garbatamente sui credenti ma anche su coloro che hanno dei preconcetti nei confronti della religione. In certi ambienti, si può difficilmente dire di uno stesso che è credente – in ogni caso cattolico – senza dare l’impressione di dire di credere a Babbo Natale. E, al contrario, le frasi fatte e perentorie di certi credenti sono insopportabili da sentire per i non credenti”.
La Giafferi è riuscita, comunque, nel suo intento e a rispolvera il fatto che, a volte, si riesca attraverso una ‘fede’ a ritrovare se stessi e a risolvere – o quanto meno a comprendere – i conflitti con gli altri e soprattutto quelli scaturiti in famiglia, proponendolo un argomento serio con leggerezza e senza retorica, ma attraverso l’esperienza vissuta in famiglia tramite il marito. E far vedere come certe ‘sedute’ funzionino ancora come le note terapie di gruppo, non solo psicologiche, se vissute in modo diverso, senza retorica – appunto – né preconcetti né imposizioni di sorta.
Il brillante quarantenne Antoine (Eric Caravaca, visto in Pollo alle prugne), sposato con Claire (Arly Jover, anche in La cuoca del presidente), conduce una vita agiata in una Parigi illuminista e intellettuale.
Dopo un colloquio con l’insegnante del figlio Arthur (Quentin Grosset), studente modello che improvvisamente ha portato a casa una brutta pagella, viene invitato alla catechesi della parrocchia. Ma, dopo la derisione e lo scetticismo iniziale, per Antoine quegli incontri diventano indispensabili per raggiungere un nuovo equilibrio e una nuova serenità.
La moglie lo segue con uno sguardo attonito e sospettoso, la sorella Hortense (la brillante Valérie Bonneton, da Piccole bugie tra amici a Un amore di gioventù), invece, è l’unica a non giudicarlo. E, nonostante la comune disapprovazione, Antoine continua senza enfasi e senza aspettative il suo percorso trovando un amore inatteso: Dio, attraverso la parola di Gesù, ma non solo. Trova la fede e ritrova se stesso in un semplice abbraccio col figlio; riuscendo persino a risolvere il suo rapporto conflittuale col padre (il grande Jean-Luc Bideau) e il fratello minore Alain (Benjamin Biolay).
Certo, per apprezzare la pellicola della Giafferi bisogna lasciare fuori dalla sala luoghi comuni e pregiudizi, e godersi un’esperienza di vita così com’è (stata). E, dopo l’arrivo del nuovo Papa, un’occasione in più per riflettere e discutere sul bene e sul male, su rapporti e relazioni, nella religione e fuori.
Nel cast anche Philippe Duquesne (il prete), Araunia Berheim-Dennery (Emilie), Agnés Sourdillon (Solange), Guillaume De Tonquedec (il buon esempio), Amandine Dewasmes (cassiera), Josephine Fresson (cattolica) e Jean-Paul Brissart (il marito cattolico).
José De Arcangelo, da “cinespettacolo.it”

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