IL FIGLIO DELL’ALTRA


Joseph Silberg è un ragazzo israeliano che vive spensierato i suoi pochi anni e il suo sogno di scrivere canzoni, da cui lo separa il servizio di leva obbligatoria nell’esercito. Figlio di un’ufficiale e di una dottoressa che lo amano incondizionatamente, scopre durante la visita militare che il suo gruppo sanguigno non è compatibile con quello dei genitori. Scambiato diciotto anni prima con Yacine Al Bezaaz, palestinese dei territori occupati della Cisgiordania, Joseph è sconvolto e confuso. La rivelazione getta nel caos le rispettive famiglie che provano a incontrarsi e accorciare le distanze culturali. Ma le ‘questioni politiche’ hanno la meglio sul buon senso e sui padri, che finiscono per rinfacciarsi in salotto il dolore dei rispettivi popoli. Rifugiatisi in giardino, Joseph e Yacine provano a interrogarsi sulla loro identità e sul loro destino. I loro incontri si faranno sempre più frequenti, fino a quando non decideranno di entrare l’uno nella famiglia dell’altro, frequentando la vita che avrebbero dovuto vivere e rientrando in quella che gli è capitato di vivere.
Privilegiando un equilibrio (anche estetico) politicamente corretto, Il figlio dell’altra sceglie la forma del dramma familiare per raccontare la questione israelo-palestinese. Diretto da Lorraine Lévy, francese di origine ebraica, Il figlio dell’altra è un film di soglie e di confini, che riflette sulla stratificazione complessa dei rancori accumulati dalla Storia. Scambiando letteralmente le esistenze di due bambini, la regista produce l’occasione, per occupati e occupanti, di osservare, vedere e magari anche capire l’altro, uscendo dal cul de sac in cui il mondo pare essersi infilato. Ebreo cresciuto da palestinesi Yacine, palestinese cresciuto da israeliani Joseph, i due giovani protagonisti vivono al di là e al di qua di un confine odioso, alimentato dalla paranoia e dai pregiudizi che ogni divisione, muro o recinto porta con sé. 
Di quel confine, Il figlio dell’altra dice pure e sinceramente l’inalienabile necessità, raccontando l’intimità, la tradizione, la casa, la terra, la speranza. Il film della Lévy conduce il conflitto e la convivenza tra israeliani e palestinesi, mai privi di lotte e di lutti, a una dimensione quotidiana e privata, provando a cogliere l’essenza e insieme l’universalità dell’infinita vicenda mediorientale. Le idee sono allora veicolate dai personaggi, che interpretano con grande sensibilità la complessità di due punti di vista, le contraddizioni di uno stato di cose, il dolore e la resistenza a immedesimarsi nell’altro. Se i padri dei giovani protagonisti sembrano irriducibili a qualsiasi apertura, almeno nei loro primi incontri, le madri colgono veramente l’opportunità nello scambio e accolgono il figlio dell’altra (il figlio biologico cresciuto dall’altra), indicando l’amore come possibile via di uscita da una condizione paradossale. In mezzo ci sono due ragazzi che gettano il cuore al di là dell’ostacolo e di una riga tracciata idealmente su una carta geografica. Nella realtà quella linea si traduce in un check point, una barra che interrompe una strada, che separa due popoli, che determina due destini. 
Da una parte i territori occupati dall’esercito israeliano, dall’altra Israele, da una parte gli ebrei, dall’altra gli arabi, da una parte un ritorno alla propria terra, dall’altra una conquista della propria terra. Una duplice versione che ha condotto alla tragedia. Tragedia che Joseph e Yacine possono correggere, vivendo al meglio la vita dell’altro.
Di Marzia Gandolfi, da mymovies.it

Siamo tutti uomini. Non tutti, però, sono liberi. Ognuno è legato più o meno elasticamente a sottili fili che lasciano un segno indelebile sulla pelle. Sono i vincoli dell’ideologia, della religione, delle tradizioni che, con un impegno variabile, qualcuno riesce ad aggirare. Più raramente, invece, vengono dimenticati. Ebrea ma atea, né israeliana né palestinese, la regista francese Lorraine Lévy, nata nel teatro, si lancia in un’operazione emozionante e delicata con Il figlio dell’altra, piccolo gioiello fuori concorso al 30° Torino Film Festival. Un gioco del destino mette a confronto le linee nemiche.
Senza troppo ostentare la traccia politica, che si distende nel sottotesto con un respiro lieve ma essenziale, la Lévy riesce a dipingere un ritratto dell’oggi libero da falsi sentimentalismi o facili moralismi, dove la riflessione si distanzia dalla vena poetica che si stende per tutta l’opera senza mai risultare eccessiva. Un film che è un ottimo esempio di dolcezza impastata alla pesante consistenza della realtà. L’intensità di un dramma intimo si estende universalmente a popoli nati uguali, ma divisi nell’anima da pietre che si alzano grigie al cielo. Joseph vive a Tel Aviv, lontano da scontri, placidamente cullato da una famiglia protettiva e amorevole, sogna l’esercito sulle note di una chitarra strimpellata e ancora non sente l’urgenza dell’età adulta. Yacine ha studiato a Parigi, cresciuto forzatamente per l’esilio in terra straniera votato alla medicina, ama profondamente la propria famiglia e immagina la costruzione di un ospedale nella propria terra. Joseph è ebreo, Yacine arabo, separati da una striscia murata, ma uniti da un legame invisibile e insieme indissolubile. Nati nello stesso ospedale e nello stesso momento, i due bambini vengono confusi dalle infermiere e destinati ai genitori sbagliati. Il trauma sconvolge quegli equilibri costruiti così duramente in un tempo segnato dalla fragilità. Nessuno è l’impostore, eppure lo sono entrambi, sradicati in un battito di ciglia da quei valori che ne sorreggevano gli spiriti, lacerti da un passato di menzogna che macchia inevitabilmente il futuro. Temi di graffiante attualità si disseminano all’interno di un’opera girata in modo misurato, dove il dramma rimbalza da un corpo all’altro per essere assorbito da quella speranza che i protagonisti riescono ad elevare fino all’esplosione soleggiata dell’ultimo fotogramma. Si imprimono indelebili nella mente le suggestive immagini di un paese tagliato a metà, dove l’istinto di conservazione è in costante allerta e ogni brusìo fa vibrare l’aria densa di sospetti. Il cast multietnico, capitanato da un’algida Emmanuelle Devos, si distingue per la sorprendente intensità dei giovani attori, che riescono in una prova di grande tensione emotiva. Mentre i padri restano tra le fila nascoste, incerti sull’attacco o la battuta in ritirata, le madri covano quell’innato desiderio che si sprigiona dal ventre e sole riescono a destare la forza di un cambiamento tanto insopportabile nel cuore dei propri uomini. Solo così Joseph e Yacine si riconoscono fratelli, l’uno riflesso nell’altro, in grado di vivere un’esistenza normale senza l’obbligo di combattere una guerra che non appartiene loro, non più ignorati per essere cresciuti dalla parte sbagliata della barriera. Forse, finalmente riscattati da quello stesso nodo che li stringe tra loro e li scioglie dal sé.
La frase:
“Non ho il diritto di sentirmi ebreo e non mi sento per niente arabo”.
Di Marta Gasparroni, da filmup.leonardo.it

Neonati scambiati alla nascita, famiglie sconvolte, crisi d’identità. Un tema sicuramente già trattato in passato ma mai affrontato nei termini in cui la regista francese di origine ebrea Lorraine Lévy ha scelto di raccontarcelo. I due ragazzi coinvolti non sono semplicemente un musicista che sogna di arruolarsi nell’esercito e uno studente di medicina che vive a Parigi e sogna di aprire un ospedale per salvare le vittime della guerra. Joseph è israeliano e Yacine è palestinese. Nel giorno della loro nascita nel lontano 1991, nel pieno della Guerra del Golfo, l’ospedale di Haifa fu evacuato per motivi di sicurezza ma al rientro nelle stanze l’infermiera riconsegnò alle due mamme il bambino sbagliato. La verità sullo scambio di identità viene fuori durante la visita medica di Joseph per il servizio di leva nell’Aeronautica Militare israeliana, quando i medici scoprono che il suo gruppo sanguigno è incompatibile con quello dei genitori. Dalle indagini risulterà essere figlio biologico di Saïd e Leïla Al Bezaaz, i coniugi palestinesi che a differenza di Orith e Alon, che hanno una bella casa nei sobborghi di Tel Aviv, vivono nei territori occupati della Cisgiordania. Due genitori che dal canto loro hanno cresciuto Yacine, il figlio che ha vissuto fino a quel momento la vita che sarebbe spettata a Joseph. La rivelazione getta nel panico le due famiglie che da quel momento in poi saranno costrette ad interrogarsi sulle rispettive identità, sulle ragioni e sull’effettivo significato del conflitto politico e religioso che continua a dividere i due popoli. 
Di scottante e drammatica attualità, Il figlio dell’altra è un film in cui la regista, ebrea di origini ma atea, né palestinese né israeliana, è riuscita a raccontare una storia così piena di risvolti attraverso un dramma familiare ed umano intenso e toccante dal largo respiro e dallo sguardo aperto verso il futuro. Il tutto senza mai prendere posizione né impartire lezioni, soprattutto senza pretendere di trovare risposte alla questione diverse da quelle dettate dal cuore della gente comune che vive il conflitto in prima persona nella quotidianità, affidando l’unica speranza di una risoluzione alle donne e alle giovani generazioni. 
La sensazione è che la Lévy abbia cercato in tutti i modi di non fare un film politico ma di soffermarsi molto di più sul risvolto umano e familiare della vicenda, non una storia insomma che potesse contribuire ad esacerbare gli animi ma solo unicamente raccontare cosa accade quando israeliani e palestinesi sono costretti a guardarsi negli occhi senza vedere dall’altra parte il nemico. Il film funziona sotto tutti i punti di vista grazie alla regia misurata e ariosa della Lévy e all’ottima prova del cast, un gruppo multietnico di bravi attori, capitanato da una straordinariaEmmanuelle Devos, che riesce a mantenere i toni in equilibrio senza mai esasperare le situazioni o prestare il fianco a facili sentimentalismi. Un ruolo cruciale è giocato dalle numerose suggestive scene girate ai piedi del muro che divide Israele dalla Palestina, scene in cui la tensione si fa palpabile, in cui si susseguono perquisizioni e controlli di sicurezza che generano angoscia e pathos tenendo lo spettatore col fiato sospeso, soprattutto verso il finale, ingabbiato nell’attesa incombente di un evento tragico che spazzi via tutte le premesse concilianti fatte fino a quel momento. Una tensione giustificata dal fatto che sino all’ultimo la regista è stata in dubbio sul finale, rinunciando all’impatto emotivo dell’attentato in favore di una conclusione sospesa che apre con speranza lo sguardo verso l’orizzonte. 
Ad essere esplorato con grande delicatezza dal film è l’effetto destabilizzante che travolge le vite di due famiglie che non riescono ad accettare il fatto che il loro figlio biologico, la carne della loro carne e il sangue del loro sangue, sia stato cresciuto oltre le linee nemiche, e che le conseguenze della battaglia che hanno sempre portato avanti con convinzione si siano loro rivoltate contro per colpa di un bizzarro scherzo del destino. Figli cresciuti con ideali e possibilità diverse, uno costretto a diventare uomo prima del previsto mentre l’altro rimasto un po’ bambino perché cresciuto in un ambiente familiare super confortevole, uniti dalla voglia di vivere la vita normale degli uomini liberi. E poi ci sono i due padri, assolutamente incapaci di comunicare tra loro, uomini sopraffatti dalla verità e dal rancore etnico che preferiscono fuggire anziché affrontare il problema. Il figlio dell’altra è un’opera emozionante che affronta temi cruciali tristemente contemporanei cercando le risposte nel cuore della gente comune e affidando le speranze per il futuro alle donne, le uniche in grado di spingere gli uomini ad essere migliori, di capire che quando non c’è un’alternativa possibile l’unica soluzione è tendere la mano verso l’altro. Dentro di loro Leila e Orith sanno che i figli che hanno allevato con tanto amore continueranno a essere loro figli e che il figlio cresciuto dall’altra non può essere ignorato solo perché è cresciuto dalla parte sbagliata della barricata. I legami di sangue vanno oltre qualsiasi barriera e decenni di conflitti non potranno mai fermare l’amore di una madre per suo figlio né potranno mai arginare il sogno di libertà di un ragazzo che combatte una guerra non sua.
Di Luciana Morelli, da movieplayer.it

IL FIGLIO DELL’ALTRA è un film nato da un piccolo racconto di Noam Fitoussi, potenziato a sceneggiatura con l’aiuto di Nathalie Saugeon, dopo essere stato considerato dalla regista Lorraine Levy ( di origine ebrea). All’inizio si doveva trattare di un film centrato sui problemi di identità e adattamento alla nuova realtà di due ragazzi diciottenni, Joseph che vive a Tel Aviv in una famiglia israeliana e Yacine, che vive in Cisgiordania in una famiglia palestinese, che si scoprono essere stati scambiati durante un’evacuazione, forzata da eventi bellici, dell’Ospedale di Haifa, dove le loro madri erano andate a partorire. Alla visita di leva l’israeliano Joseph presenta una assoluta incompatibilità con il gruppo sanguigno dei suoi genitori e in base alla storia si risale alle madri e all’altro allora bambino, fino alla conferma del test genetico. La regista ha mostrato un raro equilibrio e senso della realtà sia emotiva che pratica, conducendo questo racconto quasi per mano, sia dalla parte degli attori che da quella degli spettatori e inducendo in tutti, dopo le prime avvisaglie di rifiuto di quanto ormai evidente  ma che avrebbe potuto non essere mai scoperto, la fiducia che tutto si potrà sistemare con pazienza, amore e civiltà. Per ambedue le madri i figli che hanno cresciuto fino all’età  appena adulta rimangono comunque figli, anche se ce n’è un altro, quello biologico, che in qualche modo dovrà prenderne il posto e con uno straordinario concatenamento di piccoli eventi gradualmente questa  diventa la posizione presa o accettata dagli interessati, i padri e i fratelli presenti da ambo le parti (una sorellina per gli israeliani e una sorellina e un fratello più grande per i palestinesi). Certo esistono i problemi di religione secondo la quale ognuno è stato educato, di personalità e modo in cui sono stati allevati: Joseph, nella famiglia di un alto ufficiale israeliano, con la madre francese, è stato molto protetto  ed è ancora immaturo e sognatore, mentre Yacine, nella famiglia di un ingegnere palestinese costretto a fare il meccanico per auto, in quanto non autorizzato nella loro situazione geo-politica, è musulmano, è stato mandato per studiare a Parigi, presso parenti, ed è più maturo e determinato a continuare gli studi e laurearsi in medicina. L’odio che divide le due popolazioni, affiora ogni tanto, contro le iniziali intenzioni della regista  e quel tanto da raffigurare la storia in un vero contesto ancora esistente, ma ad ogni passo che i ragazzi e le famiglie fanno  per rendere tutto meno traumatico, si aggiunge una manifestazione improvvisa e imprevedibile di una fraternità che i giovani soprattutto sentono, pur non essendo veramente fratelli, ma ognuno al posto dell’altro per una parte importante della loro vita. Piacevoli gli intermezzi di canti, balli e svaghi che riescono a vivere insieme, le visite di ciascuno alla casa dell’altro, il comportamento caldo della gente nella comunità palestinese, e la  buffa ma non malevola ironia dei militari al casello di transito verso Tel Aviv  con cui salutano i due nel loro frequente andirivieni. Ho visto pochi film in cui si affronta una materia così delicata e, per certi  aspetti, difficile se non scottante, con tale umanità  e buon senso, da rasentare, a tratti, il buonismo e la favola. Questa è stata la scelta di Lorraine Levy, come unica via cinematografica  per  raccontare questa storia, senza appesantirla ulteriormente con troppe insistenze su una difficoltà socio-politica che persiste e dà dolore. Gli interpreti fanno dimenticare che stanno recitando una parte, tanto sono convincenti e sinceri ; la presenza della straordinaria attrice francese Emanuelle Devos conferisce un tocco in più. Da non perdere.
Da cinerepublic.filmtv.it

Che succede se a 18 anni scopri che invece di essere figlio di un colonnello israeliano lo sei di un meccanico palestinese? O che tuo figlio è stato scambiato con quello di un’altra sotto una pioggia di Scud, durante la Guerra del Golfo? O che il tuo ragazzo irrequieto ti somiglia così poco perché non è ‘tuo’? E che tuo fratello è uno degli ‘altri’? Innesca un’esplosione di emozioni e reazioni l’incidente scatenante del film di Lorraine Lévy, lo scambio in culla di due neonati, uno di una famiglia ebrea, originaria della Francia, e uno di palestinesi della Cisgiordania. 
Le due famiglie vengono filtrate ai raggi X nel momento della rivelazione: la brama delle madri di vedere, toccare, conoscere il loro figlio naturale, il disorientamento dei ragazzi, la rabbia dei padri. Persino le sorelle piccoline delle due famiglie hanno modo di guardarsi per un momento negli occhi, prima di andare a giocare insieme con le loro bambole. Per loro è più facile, per tutti gli altri c’è tanto di più in gioco. La propria appartenenza a un fronte o ad un altro, a un modo di vivere o a un altro, il non potersi più abbandonare a un Dio improvvisamente estraneo. Joseph e Yacine avranno un’occasione straordinaria, potersi mettere nei panni l’uno dell’altro e vedere «davvero» con altri occhi, così come le loro famiglie. Le due mamme (Devos e Omari) sono straordinarie, sia come interpretazione, sia come figure catalizzatrici di pace, attraverso la forma di amore più forte, quella per un figlio. Sono loro, i loro cuori, il teatro dell’azione. Il conflitto quotidiano, la storia stanno in background , alla regista e sceneggiatrice non interessa prendere posizione. Una semplificazione? Forse, ma è semplice anche l’assunto del film. Se sapessimo aprire il cuore a chi odiamo, tutto il resto passerebbe in secondo piano. 
Di Lara Ampollini , da gazzettadiparma.it

Joseph e Yacine: un destino tortuoso e incredibile li unisce inestricabilmente. Uno vive a Tel Aviv, l’altro in un villaggio nei territori occupati della Cisgiordania. Uno è israeliano l’altro palestinese. O viceversa? Una strana ironia della sorte ha fatto sì che i due bambini fossero scambiati alla nascita, i due ragazzi non potrebbero avere una vita più diversa e la scoperta dell’errore getta in una crisi profonda loro, e le rispettive famiglie.
“Vuoi dire che io sono l’altro? E che l’altro sono io?”, una delle domande che assilla Joseph, che non può fare a meno di chiedersi come si vive dall’altra parte, come sarebbe essere arabo. E il suo cammino spirituale percorso fino a quel momento? Il suo ebraismo? Tutto uno sbaglio, una beffa di un destino che si è preso gioco di lui, di tutti loro?
Joseph è il classico diciottenne coccolato e viziato, che veste all’ultima moda, bada a come stanno i suoi capelli e suona la chitarra sulla spiaggia davanti ai falò insieme ai suoi amici: spensierato, sereno.
Yacine ci viene presentato dalla regista in tutt’altro modo, come un ragazzo con la testa sulle spalle che sta per lasciare la famiglia per proseguire gli studi in Francia, già proiettato in una realtà che lo obbliga ad essere uomo.
La differenza salta agli occhi immediatamente, ed è perfettamente incarnata dai due attori.
Il film inizia veramente quando quel gruppo sanguigno impossibile fa scattare un allarme sordo e angoscioso nella mente di Orith, la madre di Joseph, e da quel momento, come un sassolino lanciato nell’acqua che crea onde di superficie e profondità, provocando una serie infinita di reazioni a catena, tutti saranno coinvolti nel capire, nel conoscere e nell’accettare l’errore che un’infermiera, sotto i bombardamenti di Tel Aviv del 1993, ha commesso dando a due madri il figlio dell’altra.
È una storia raccontata attraverso le reazioni dei personaggi a un fatto scatenante, reazioni mostrate attraverso punti di vista sempre differenti, ma che ruotano tutte intorno al nucleo familiare: prima quelle delle madri, poi quelle dei padri, e infine quelle dei fratelli, non meno violente di quelle dei genitori.
Ma la famiglia la tira su la donna ed è centrale nel film il ruolo pacificatore che le due madri rivestono nell’intrico di sentimenti, mai ovvi e contrastanti che invadono tutti i personaggi, che sono a pari modo protagonisti esattamente come i due ragazzi.
Con un atteggiamento di grande umiltà viene raccontata una straordinaria storia di tutti i giorni attraverso la quotidianità di due famiglie legate contro ogni logica.
Inevitabilmente il film ha un sapore politico, ma si vede e si sente che fin dall’inizio non c’era questo intento.
Parla di condivisione, di apertura, di speranza, ma soprattutto di accettazione, dell’altro e di se stessi.
È un film equilibrato e potente che mira a spezzare i pregiudizi e a offrire sempre un altro punto di vista sulle cose.
Di Paola Rulli, da ecodelcinema.com

I figli sono quelli che si crescono o quelli che si sono messi al mondo?
“Tu sei il mio terzo figlio” dice Orith a Joseph, il ragazzo che per lunghi 18 anni ha cresciuto credendo fosse sangue del suo sangue. Ma il sangue, in realtà, era di un’altra donna, Leila, perdipiù una palestinese, figuriamoci. E intanto Leila ha cresciuto per lunghi 18 anni Yacine credendo che fosse suo figlio, sangue del suo sangue. Ma il sangue in realtà era di Orith, perdipiù un’ebrea, figuriamoci. Ma quando ci sono di mezzo due donne, due madri, il mondo è sempre in buone mani perchè il loro amore può sorreggerlo da solo, nemmeno fosse Atlante.
In questo splendido La Figlia dell’altra (altra perla del cinema francese di cui non riuscirò mai a smettere di tessere le lodi) i concetti di madre, padre e fratelli si mixano in un maniera perfetta a quelli di Madre, Padre e Fratelli, la patria, il proprio Dio, il proprio popolo. Le basi di partenza erano quelle di una santabarbara pronta ad esplodere ma la regista (una donna, of course) riesce nel miracolo di non approfittarsi del contesto, di non cercare la tragedia o il drammone e raccontare invece tematiche anche importanti in un’atmosfera pacata, maledettamente verosimile, un’atmosfera di sentimenti instabili, di personaggi che devono scegliere, capire e aiutarsi l’uno all’altro. L’umanità, intesa come genere umano, che viene fuori dal film è orgoglio di sè stessa, tutti riescono alla fine ad ascoltare il proprio cuore e la propria testa e a capire che alla fine quello che nella vita conta di più sono gli uomini, non dove, come o con quali precetti sono cresciuti.
E non è un caso che l’attenzione maggiore, dopo la prima parte introduttiva incentrata sui genitori, sia poi spostata tutta nei figli. Il concetto di Fratello, vera e propria istituzione del popolo arabo (come l’africano) viene affrontato in tutti i versanti possibili. Ci sono Yacine e Joseph, i due ragazzi scambiati appena nati, nessuna parentela effettiva tra i due ma un senso di riconoscimento totale nel vivere la medesima condizione di figli scopertisi non naturali. E’ davvero incredibile come quasi mai tra i due si instauri un processo, tra l’altro molto condivisibile, di odio o invidia per l’altro, l’altro che è in realtà il figlio naturale di quella madre che si è amata per 18 anni. La loro amicizia, quella di un palestinese che ha vissuto da ebreo (tra l’altro con un senso di appartenenza mostruoso) e quella di un ebreo che ha vissuto da palestinese (ma che L’Europa, Parigi, ha smussato nel suo lato più politico del termine) è qualcosa che, buonismo o no, fa bene al cuore. Ci sono poi Yacine e Bilal che sono cresciuti insieme e si amavano finchè Bilal non scopre la discendenza ebraica del primo. Tutto il loro legame, tutta la loro storia, tutto l’amore immenso che provavano l’uno per l’altro, tutti i loro sogni svaniscono perchè Bilal,accecato dall’odio decennale della Questione Mediorientale, dimentica in un amen (e non uso una parola ebraica a caso) la vita passata insieme al fratello. Ma, se pur in maniera un pò frettolosa, anche lui capirà e quella stretta di mano con Alon, l’ufficiale ebreo padre di Joseph (o di Yacine…) oltre che rappresentare la sequenza più tesa del film vale più di tante parole. Ci sono poi Bilal e Joseph che sarebbero fratelli di sangue ma che in realtà sono cresciuti entrambi con l’odio verso il popolo nemico. Questo, malgrado nel film sembri il contrario, è forse il rapporto più delicato, quello più denso di significati. Un canto assieme a tavola risolverà (forse) tutto. C’è poi, e nel film sono 30 semplici secondi, il rapporto fraterno più particolare, quello tra Joseph e il piccolo fratellino di Bilal e Yacine (ma in realtà suo) morto bambino, Yoseph che parla vicino quella foto, quella foto che ritrae un bambino praticamente identico a lui ha una forza spaventosa, è come se quel fratellino musulmano morto sia poi tornato nella sua terra nel corpo di un altro. Magistrale.
Il cast è sublime, la Devos vale sempre il prezzo del biglietto ma non spicca in mezzo agli altri, l’armonia del film si vede anche nelle prove recitative. Malgrado una sceneggiatura che nel finale si perde moltissimo (l’ultimo quarto d’ora è davvero troppo frettoloso, con almeno una scena sbagliata, l’accoltellamento, e risolve troppo facilmente alcuni conflitti) oltre ai superbi dialoghi splendide alcune sequenze come il padre che piange sotto l’auto, le due madri che restano sole davanti al dottore e si guardano o gli sguardi sulla porta quando la famiglia palestinese va a trovare l’altra. Le due madri tentano di guardare tutti ma i loro occhi cercano lo sguardo del figlio naturale a loro “tolto” alla nascita.
E in quella casa, vuoi per caso o per precisa scelta, si formano 4 coppie in cui ogni componente è identico all’altro. In quelle 4 coppie, a mio parere, c’è tutta la “storia” del genere umano. I due padri si parlano con l’odio e la politica, le due madri con il cuore, i due ragazzi con l’intelligenza e il tentativo di riconoscersi, le due bambine con il gioco e una bambola trovata per terra.
Da lbuioinsala.blogspot.it

“Abbiamo già avvertito i tuoi genitori, stanno arrivando”
“Quali?”
In una parte del mondo non molto distante da noi, esiste un monumento alla vergogna: una lunga, invalicabile barriera di cemento che corre imponente, rendendo impossibile il passaggio dai Territori Occupati palestinesi a quelli israeliani, chiudendo dentro una gabbia a cielo aperto un popolo e la sua storia.
All’ombra di questo muro, che separa Tel Aviv dai territori arabi della Cisgiordania, c’è n’è un altro, invisibile, ma molto più subdolo e pericoloso; è quello ideologico, che da anni costringe due popoli a guardarsi con sospetto reciproco, impedendo ogni forma di rapporto tra chi sta da una parte e chi sta dall’altra.
In questo scenario di perenne conflittualità, carico di tensioni irrisolte, rabbia, incomprensioni e sofferenze, la regista ebrea-francese (ma atea) Lorraine Lévy ambienta la vicenda narrata nel film “Il figlio dell’altra”, che ripropone, in quel particolare contesto socio-politico, un grande classico della letteratura, trattato ricorrentemente anche dal cinema: il tema dello scambio di neonati nella culla.
La novità risiede nel fatto che la storia trattata si svolge in quella parte del mondo in cui gli eventi, la storia, il destino, contro ogni logica hanno fatto convivere due popoli tanto diversi, quanto distanti culturalmente e antropologicamente.
Loro, i neonati scambiati, sono Joseph e Yacine, oggi diciottenni, uno israeliano, l’altro palestinese (almeno così credono loro) che un destino beffardo e incredibile ha inestricabilmente unito.
La storia racconta di come, durante la visita per il servizio di leva nell’esercito israeliano, il giovane Joseph scopre che il suo gruppo sanguigno è assolutamente incompatibile con quello dei suo genitori e pertanto non può essere biologicamente figlio della coppia che l’ha cresciuto con tanto amore.
E’ successo, infatti, che la notte in cui fu partorito, 18 anni prima, il reparto maternità dell’ospedale di Haifa, a causa di un bombardamento nel corso della Prima Guerra del Golfo, venne evacuato per motivi di sicurezza. Passato il pericolo, nella concitazione del momento, un’infermiera per un tragico errore, scambiò le culle di due bambini appena nati, consegnando così alle due mamme il figlio dell’altra.
L’altro è Yacine, un ragazzo cresciuto nei territori occupati della striscia di Gaza, che ha vissuto fino a quel momento una vita non sua.
Joseph non è, dunque, ebreo, come aveva sempre creduto, figlio benestante di un colonnello dell’esercito israeliano, così come Yacine non è musulmano, figlio di un ingegnere costretto dalle difficoltà economiche, dovute alla reclusione all’interno dei territori, a fare il meccanico.
“Vuoi dire che io sono l’altro… e che l’altro sono io?” chiede incredulo Joseph alla madre.
La rivelazione getta in una crisi profonda i due ragazzi e sconvolge la vita delle due famiglie, che,da quel momento in poi, si troveranno a fare i conti sia con le rispettive identità, che sul significato profondo di un acerrimo e sanguinoso conflitto politico e religioso che, contro ogni logica, si protrae da lungo tempo.
Per i due ragazzi si tratterà di capire le ragioni di colui che fino a poco tempo fa era considerato il nemico e di riconoscersi finalmente fratelli; i due padri, invece, (il rigido Alon, ufficiale dell’esercito israeliano e il palestinese Bilal, così come il fratello di Yacine) istintivamente più rigidi, si faranno sopraffare dalla nuova realtà e faticheranno non poco a capire che non esiste alternativa possibile.
Saranno le donne (l’ebrea Orith e la palestinese Leila), naturalmente più comprensive e tolleranti – forti della consapevolezza che i figli che hanno allevato continuano ad essere i loro figli – a favorire un discorso pacificatore fra gli uomini, capace di superare l’astio ideologico che li separa per trovare un modo per conoscersi e convivere.
Di scottante e drammatica attualità, Il figlio dell’altra (non lasciarsi ingannare dal titolo in odore di soap opera) è un film potente e drammatico, con cui la regista Lorraine Levy (sorella dello scrittore Marc Levy) ha cercato, con grande partecipazione, di raccontare una piccola grande storia di riflessione umana, che, nella cornice del conflitto mediorientale, non si concentra tanto sul disagio delle due nazioni, quanto su quello dei due protagonisti.
Una sorta di rilettura moderna della storia di Isacco e Ismaele, i due figli di Abramo da cui presero origine le stirpi ebraiche e islamiche.
Ad essere analizzato con grande delicatezza è l’effetto destabilizzante che il crudele scherzo del destino ha sulle due famiglie, le quali saranno costrette ad accettare quanto accaduto non come una perdita, ma come un dono.
Il compito più difficile spetta inevitabilmente a Joseph e Yacine, cioè fare i conti con la propria identità per scoprire le proprie radici. Mettersi fisicamente nelle pelle dell’altro per identificarsi con colui che fino ad un attimo prima era il nemico; nella pelle di “colui che ho sempre pensato essere l’esatto contrario di me”.
Forse il messaggio che la regista ha voluto trasmetterci è tutto qui, ed è racchiuso nell’assioma per cui, nonostante le differenze politiche, culturali, religiose, è possibile e necessario cercare di superare tutti questi ostacoli per abbattere le barriere che li dividono e trovare il modo di conoscersi e convivere.
Perchè spesso l’altro siamo noi.
Lo dimostra la forte volontà dei due ragazzi di ricercare più le cose che li uniscono da quelle che li dividono.
Volontà che si rivela più grande di qualsiasi diffidenza.
Sforzo reso ancora più drammatico dal fatto che la loro vita si è nutrita dei valori che i rispettivi status sociali e religiosi impongono e che ora sono capovolti.
Due ragazzi e due mondi a confronto, costretti a guardare questi mondi con occhi nuovi e diversi.
Due ragazzi cresciuti con valori, ideali e possibilità discordanti, uno rimasto un po’ bambino, vissuto in una famiglia iperprotettiva e amorevole, amante della bella vita e delle cose belle; mentre l’altro, più maturo e responsabile, costretto dalla sua condizione a farsi adulto precocemente.
L’uno di fatto un privilegiato, vissuto nel benessere e negli agi di Tel Aviv, classico diciottenne coccolato e sereno, vestito all’ultima moda in mezzo ad un gruppo di amici che lo ammirano mentre suona la chitarra sulla spiaggia davanti ai falò.
L’altro cresciuto nella problematica striscia di Gaza, già proiettato in una realtà che lo obbliga ad essere uomo, pronto ad intraprendere gli studi di medicina a Parigi, immaginando di aprire un ospedale nella sua terra martoriata.
Amano entrambi la loro famiglia e non immaginano che da lì a poco saranno sradicati da quel microcosmo che ci plasma in ciò che siamo.
La sensazione che si ricava dalla visione è che la Levy abbia voluto fare un film politico, anche se, forse, all’inizio non c’era questo intento, attraverso un dramma che costringe israeliani e palestinesi a mischiarsi per superare il muro di astio e di diffidenza cristallizatosi nel tempo e a guardarsi con occhi nuovi e diversi senza vedere dall’altra parte il nemico
Joseph e Yacin incarnano la speranza delle nuove generazioni, tesa a sottolineare l’inutilità del conflitto, la cui chiave per avvicinarsi alla soluzione risiede, forse, nelle relazioni personali e nell’accettazione dell’altro.
Hanno molto in comune, Joseph e Yacine, ad eccezione delle loro vite, destinate, forse, a non incontrarsi mai, se non fosse stato per quella drammatica fatalità, che rimbalza dall’uno all’altro per ricomporsi in quella speranza che non ammette alternative.
Molto coinvolgente la messa in scena della Levy, che si fa palpabile nelle tante sequenze girate a ridosso del muro, che incombe, smisurato e soverchiante, sulle vite della gente, dove si susseguono perquisizioni e controlli di sicurezza e che, lungamente inquadrato, genera pathos e insicurezza, quasi a preannunciare un imminente, tragico avvenimento.
Un bell’esempio di film sociale, intenso e complesso, commovente ma mai retorico, sostenuto da un cast multietnico di attori, guidati dalla bravissima Emmanuelle Devos (“Sulle mie labbra”), i cui volti, dalla sorprendente intensità, riescono a far trapelare la tensione emotiva che li avvolge, ma anche la speranza per un futuro diverso e migliore, sottolineato anche da quel sottile umorismo che si percepisce nelle battute, surreali e ironiche, che si scambiano i due protagonisti (Jules Sitruk e Medhi Dehbi, rispettivamente Joseph e Yacine), come a sottolineare che la vita è una sola e vale davvero la pena di viverla al meglio… anche se nella pelle di un altro.
Da filmscoop.it

Cosa faresti se scoprissi che tuo figlio non è in realtà tuo, ma di quello che hai sempre imparato a riconoscere come il tuo nemico e a odiare? Se fosse figlio dell’altra, di chi ti è irrimediabilmente diverso e da sempre ostile? E come ti sentiresti se i tuoi veri genitori non fossero quelli che ti hanno cresciuto, ma fossero quelli che abitano al di là del muro e parlano e pregano Dio in un’altra lingua?
Lorraine Lévy recupera una storia già vista e sentita, quella dello scambio dei neonati, e la cala nella questione arabo-israeliana consapevole dei rischi e dei numerosi luoghi comuni a cui poteva andare incontro. Una vicenda già utilizzata nel cinema, ma non solo; adatta a una tragedia teatrale, a una favola o un racconto morali, a uno spiacevole fatto di cronaca, o anche a una soap opera del pomeriggio. E costruisce un film, spiega la regista, sull’identità e sulla frattura dell’identità, che indaga l’alterità, e che, mettendo al centro due personaggi adolescenti, ne amplifica la problematica tipica dell’età, quella dell’essere contro, del sentirsi diverso.
I due adolescenti del film, Joseph, che vorrebbe diventare musicista, e Yacine, che invece intende studiare medicina, sono quelli che meglio di tutti riescono ad affrontare il dramma in cui sono coinvolti, e saranno loro più di tutti a prenderne coscienza. Joseph e Yacine si conoscono, si comprendono, lavorano letteralmente assieme e si spartiscono i soldi guadagnati. Mentre il fratello di Yacine non lo riconosce più come tale, è incapace di tollerarlo e incarna il rischio, nella generazione più giovane, di ripetere gli errori dei padri e di non saper uscire dagli schemi.
Ma soprattutto ci sono le donne, le madri in particolare, che sembrano dotate della sensibilità e della forza per aprirsi a questa storia, ad accogliere il figlio dell’altra e a comprendersi a vicenda. Quando Joseph va in visita da solo ai suoi veri genitori, è una donna del paese ad accompagnarlo e a introdurlo. Mentre gli uomini, i padri, sono condannati per buona parte del film all’incomprensione reciproca, a un dialogo impossibile seduti nervosamente di fronte a un caffè, o a ripetere e riproporre vecchie questioni in uno sforzo continuo e sterile. 
La Lévy tiene sempre alta la tensione emotiva, sebbene il film accusi un calo di ritmo nella seconda parte e non riesca proprio a smarcarsi da alcuni schematismi eccessivi e cliché, ad esempio nel descrivere il tormento giovanile. Non si risparmia simboli e metafore, a volte anche per duri d’orecchie, e volendo guardare bene rischia un po’ di mancare di verosimiglianza. Ma il tutto è condotto senza eccessiva retorica e con sincera adesione. La regista gioca con i piani nell’intensa scena del chiarimento delle due coppie di fronte al medico dell’ospedale, raggruppando le due madri, già in grado di intendersi, e isolando i due uomini, incapaci invece di accettare la situazione fin da subito. 
Grande attenzione alle musiche, momento di conciliazione durante la cena tra Joseph e la sua vera famiglia, e rispetto per i culti nonostante qualche affondo alla religione quando vuole essere ottusa – come nel colloquio tra Joseph e il rabbino che gli spiega che, essendo nato da una famiglia araba, non è abbastanza ebreo come l’altro figlio.
Girato quasi interamente a Tel-Aviv, un film parlato in quattro lingue che ha calato nel cast di attori e nel cast tecnico la situazione stessa del film, con francesi in minoranza e israeliani e palestinesi a lavorare insieme in un clima – è stato detto – di sincera partecipazione. Così come sincero è l’approccio stesso da parte dell’autrice che ha voluto un film di speranza e di apertura per raccontare “due frammenti di una stessa identità che si incontrano”. E in quel finale (un po’ debole), seppure ottimista, si esplicita un senso di fratellanza e complicità possibile anche grazie alla nuova generazione e solo attraverso l’abbattimento dei preconcetti e la conoscenza di quello che si è sempre considerato diverso, del figlio dell’altra.
Di  Davide De Lucca , da ondacinema.it

Joseph è un diciottenne israeliano ricciolone e spensierato, figlio dell’ufficiale Alon e della dottoressa Orith. Per lui è tempo di iniziare il servizio di leva, ma in seguito alla visita di routine scopre di avere un gruppo sanguigno diverso dai genitori. Non ce n’è, due A negativi non possono dare un A positivo. O mamma si è divertita col lattaio (questo è il primo pensiero del padre), oppure è successo qualcosa di peggio: durante un bombardamento del ’91 due neonati sono stati tratti in salvo da un ospedale di Haifa, salvo poi essere riconsegnati alla famiglia sbagliata. Sicché il vero figlio di Alon e Orith si chiama Yacineed è cresciuto a Ramallah, allevato da palestinesi che passano le giornate a maledire Israele. Per volontà delle due madri, nonostante la strenua resistenza dei rispettivi mariti, le famiglie si incontreranno.
È vero, l’espediente dello scambio di culla non mi ha mai entusiasmato, ma sono disposto a chiudere un occhio: Il Figlio dell’Altra si fonda sì su un cliché antidiluviano, ma si sviluppa in modo fresco e originale e ha una sua importanza a livello etnografico: da un lato una Tel Aviv occidentalissima che potrebbe essere Rimini o Malaga, coi botellón sulla spiaggia, le discoteche oggettivamente brutte e i ragazzini in cerca di lavoretti estivi. Certo, fa senso sentirli parlare del servizio militare che li terrà lontani per tre anni, ma nessuno penserebbe di trovarsi nella stessa città de La Sposa Promessa. Dall’altro unaPalestina in cui si gioca a pallone scalzi sul cemento, in mezzo alle capre e alle vecchine che chiacchierano davanti alle loro baracche. Una favela di Rio, o meglio ancora Soweto (il “padre” di Yacine, un ingegnere costretto a fare il meccanico perché non può lavorare al di fuori del suo paese, parla appunto di Apartheid).
Senza i bimbi scambiati, oltretutto, non si avrebbero le due scene più paradossali e strazianti del film: il Rabbino che spiega a Joseph che Yacine è un ebreo a tutti gli effetti, mentre lui dovrà intraprendere un trentennale percorso di conversione pur avendo già celebrato il Bar Mitzvah. O Joseph che al funerale della nonna non riesce a entrare in Sinagoga, complice l’ostilità del padre e un’occhiata feroce del suddetto Rabbino. Dal lato palestinese la questione privata è gestita anche peggio: il capofamiglia non vuole che parenti e vicini sappiano, mentre Bilal, fratello maggiore di rara antipatia, ripudia istantaneamente Yacine e lo invita a tornarsene dall’altra parte della barricata.
A giudicare dal trailer credevo che uno dei due papà avrebbe fatto secco l’altro. In realtà la questione politica viene liquidata al primo incontro dopo una breve scaramuccia (che è in effetti quella del trailer), complice il fatto che Bilal se ne sta a casa a far decantare la rabbia. Ottima idea. Lorraine Lévy mantiene un prevedibile distacco dall’una e dall’altra fazione, concentrandosi più sui due ragazzi, i quali peraltro si adorano, che sulla questione israelo- palestinese. Ne risulta un film più leggero del previsto (pur non essendo, per così dire, molto denso di eventi) viziato non tanto dal finale quanto dall’evento che al finale ci porta. Altro piccolo appunto: Yacine sembra un po’ scuretto per essere figlio di una ebrea francese biancolatte, ma Mehdi Dehbi è il migliore del cast e siamo disposti a chiudere un occhio.
Da ppbb.it/cinema

Questa volta i titolisti italiani non c’entrano. Se”Il figlio dell’altra” sfoggia un brutto titolo in odor di soap opera è perché la versione originale è esattamente “Le fils de l’autre”. A prescindere da questo giudizio meramente estetico (che però si fa contenuto nel momento in cui un titolo del genere potrebbe tenere lontano dalle sale un certo tipo di pubblico), il film di Lorraine Lévy è un autentico gioiello del quale consigliamo ardentemente la visione.
Ambientata nella cornice dolorosa del confine tra israeliani e palestinesi all’ombra del Muro che separa Tel Aviv dai territori arabi della Cisgiordania, la storia racconta di come, durante la visita per il servizio di leva nell’esercito israeliano, il giovane Joseph (Jules Sitruk) scopra di avere un gruppo sanguino diverso da quello dei propri genitori. La cosa sembra biologicamente incomprensibile, e difatti lo è. La soluzione dell’arcano sta nel fatto che Joseph non è il figlio dei propri genitori: nella notte in cui nacque, 18 anni prima, a causa di un bombardamento (erano i tempi della prima Guerra del Golfo nel 1991), il piccolo fu erroneamente scambiato con un altro bambino, finito tra le braccia di un’altra madre partoriente. Araba. Joseph scopre dunque di non essere ebreo, figlio benestante di un colonnello dell’esercito israeliano (Pascal Elbè), così come Yacine (Mehdi Dehbi), coetaneo palestinese abitante in Cisgiordania, scopre giocoforza di non essere arabo, figlio di un meccanico (in realtà un ingegnere costretto dalla povertà e dalla reclusione effettiva all’interno dei Territori).
La rivelazione porta lo sconforto nelle due famiglie, che vengono poste a confronto: Yacine ha un fratello maggiore che odia gli israeliani per motivi famigliari e politici, mentre il padre di Joseph, soldato, è uomo rigido e diffidente verso gli arabi. Eppure, il coraggio delle due rispettive madri e lavolontà di capirsi tra i due “figli scambiati” sembrano rivelarsi più forti di ogni diffidenza reciproca. Il muro di cemento divide aspirazioni e odi tra due popoli: con esso gli ebrei si difendono dagli attacchi suicidi e terroristici dei palestinesi, ma al contempo relegano il popolo della Cisgiordania in un limbo di povertà e umiliazione. Torti e ragioni non sono facili da assegnare, e l’unica certezza è che la paura, il dolore e l’odio sembrano dividere due “razze”. Ma l’assurda storia individuale di queste due famiglie sembra costringere i protagonisti a un abbraccio.
Il destino, che ha giocato crudelmente con questo scambio di figli, smaschera ogni sovrastruttura umana, dimostrando l’assurdità biologica del razzismo, e la sete di normalità e pace cui l’uomo comune, da una parte e dall’altra del Muro, anela. “Quindi io sono l’Altro?”: in questa innocente domanda che si pone uno dei due figli scambiati sta tutto il senso della storia. L’Altro siamo effettivamente noi. Interpretato straordinariamente da tutti i membri del cast, senza eccezioni di ruoli e di età, “Il figlio dell’altra” è un film commovente, mai indulgente verso qualsiasi forma di retorica, decisamente mai buonista o semplificatorio come, per fare un esempio, le sopravvalutate commedie d’integrazione di Nadine Labaki “Caramel” e “E ora dove andiamo?”. EccellenteEmmanuelle Devos nel ruolo della madre ebrea (francese) Orith, così come sorprendenti sono i due giovani Jules Sitruk e Mehdi Dehbi. Da vedere.
Di Ferruccio Gattuso, da it.cinema.yahoo.com

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