VITA DI PI



Nel 2001 il mondo della letteratura contemporanea venne illuminato dall’opera di Yann Martel, scrittore canadese che, con la storia di Piscine Molitor Patel e del suo sfortunato naufragio, si è conquistato parecchi premi e riconoscimenti; come il Booker Prize nel 2002 o la selezione per il concorso Canada Reads e per la sua controparte francese. Una storia complicata, ricca di ampi processi mentali e psicologici, difficili da traslare dalla carta alle immagini con la stessa potenza del pensiero scritto. Perché, attraverso il racconto degli oltre 200 giorni passati su una zattera in pieno oceano, Vita di Pi cerca di sviscerare argomenti profondi ed esistenziali, quesiti sulla fede in se stessi e in un’entità più grande che da sempre tormentano la mente umana. A chi affidare un compito così delicato? La scelta è ricaduta sul regista Ang Lee che, per raccontare al meglio l’esperienza, a dir poco fantastica, del protagonista del libro, ha scelto di girarlo in 3D: “Volevo che l’esperienza cinematografica fosse unica come li libro di Yann Martel e questo significava realizzare il film in un’altra dimensione. Il 3D è un nuovo linguaggio cinematografico che, in Vita di Pi, contribuisce a immergere gli spettatori nel mondo emotivo del personaggio e approfondisce la scala epica dell’avventura”. Sarà riuscito il celebre regista taiwanese a raggiungere il suo scopo?
Piscine Molitor Patel (Suraj Sharma), detto Pi, è cresciuto a Pondicherry, in India, tra gli animali dello zoo di suo padre e le difficoltà di un nome che richiamava gli scherni dei suoi compagni. È un ragazzo attratto da tutto ciò che lo circonda e ben presto elabora le sue teorie riguardo la fede e la natura umana e animale, tanto che cerca di fare amicizia con Richard Parker, la feroce tigre del Bengala dello zoo. Sarà da questo evento, prontamente trasformato in un insegnamento di vita dai suoi genitori, che Pi imparerà la dura lezione sui rapporti tra uomini e animali che lo accompagnerà e influenzerà per tutta la vita. Soprattutto quando questa si trasforma in un’inaspettata tragedia. Per motivi economici la sua famiglia decide di trasferirsi in Canada ma, durante il viaggio in mare, un violento temporale causa il naufragio dell’imbarcazione e Pi perde tutto: la sua famiglia, i suoi averi, anche le sue certezze. Passerà i giorni successivi alla catastofe in mare aperto, condividendo la piccola scialuppa di salvataggio con l’intrattabile Richard Parker.
Si è occupato spesso di storie apparentemente molto diverse tra loro, soprattutto nelle ambientazioni e nella direzione dei percorsi intrapresi dai suoi personaggi, ma i lavori di Ang Leeriescono comunque tutti a trovare un filo conduttore nella lavorazione visiva dell’immagine, soprattutto quando si tratta di paesaggi e panorami. Vita di Pi offre al regista un campionario di quadri ambientali vastissimo e dalle affascinanti sfumature, che la macchina da presa trasforma in veri e propri quadri pittorici dal forte magnetismo. L’atmosfera surreale, obbligatoria in una pellicola dove il centro nevralgico della narrazione è la convivenza in mare aperto tra un ragazzo e una tigre, regala ad Ang Lee la possibilità di sperimentare con tutto lo spettro cromatico che la fotografia cinematografica offre, costruendo un’atmosfera onirica che vive in equilibro perfetto tra l’immaginario e la cruda (e crudele) realtà. Ipnotizzati dall’articolato comparto visivo, reso ancora più massiccio dall’uso del 3D, non si fatica a credere a tutto ciò che accade sullo schermo e diventa quasi impossibile stabilire dei paletti che separino la realtà dalla finzione scenica. 
Vita di Pi regala allo spettatore una forma di intrattenimento completa, riuscendo a unire un’ottima performance tecnica e cinematografica a una storia che stimola i recettori mentali e innesta spontanei meccanismi mentali, accompagnandolo passo passo verso una rivelazione che, esplodendo nel finale, ripone l’intera pellicola in una luce completamente diversa. 
Vita di Pi è il racconto fantastico di un racconto inverosimile (la ripetizione è voluta e necessaria): la struttura narrativa che vede il protagonista raccontare la sua storia a uno scrittore in crisi pone, fin dall’inizio, le basi con le quali affrontare la pellicola. È la trasformazione di un’esperienza tragica in insegnamento di vita da tramandare a qualcun altro, forse con qualche abbellimento della memoria… ma quale racconto non lo è? Ed è proprio questa sua struttura a rendere tutti gli avvenimenti un’affascinante e plausibile realtà dalla quale lo spettatore si lascia, facilmente, catturare. Il grande merito va sicuramente rintracciato nella tecnica di un regista come Leedal tratto pittorico ammaliante, ma anche in Suraj Sharma: il ragazzo, alla sua prima prova attoriale, si muove con grande dimestichezza tra dure prove fisiche e di resistenza (il cambiamento del suo corpo nel corso nell’esperienza in mare aperto è impressionante) e la difficoltà, anche per attori più esperti, di recitare principalmente di fronte al green screen e con un coprotagonista ricostruito completamente in computer grafica.
Di Antonella Murolo , da everyeye.it

Lo credono figlio di un matematico, perché porta il nome con cui si indica il famigerato e ineffabile rapporto tra la circonferenza e il diametro di un cerchio, ovvero il pi greco, ma in realtà Pi Patel, diciassettenne originario di Pondicherry, India, deve il suo nome a un’elegante piscina all’aperto della Ville Lumière. Piscine Molitor è presto diventato Pi grazie alla tenace e ingegnosa reazione del ragazzo alle beffe e agli sfottò cui le assonanze di “Piscine” lo hanno inevitabilmente esposto a scuola; e così, tra le immagini esotiche di Pondicherry e del variopinto zoo gestito dal padre del nostro giovane eroe, le esplorazioni spirituali e sentimentali di quest’ultimo, nonché la sua “attrazione fatale” nei confronti del più affascinante ospite dello zoo, una tigre del Bengala dal bizzarro nome di Richard Parker, si compone un quadro introduttivo che ci prepara perfettamente al tempo che trascorreremo accanto a un giovane naufrago e al suo incredibile compagno di sventura, dispersi in mezzo all’oceano per 227 giorni. Ci prepara a quel formidabile spettacolo per gli occhi e a quell’indimenticabile parabola per l’anima che è il nuovo film di Ang Lee.
Laddove il bellissimo romanzo di Yann Martel, bestseller acclamato dalla critica e vincitore del prestigioso Man Booker Prize, è soprattutto un libro di idee, filosofiche e religiose, letterarie e metaletterarie, Ang Lee e lo sceneggiatore David Magee riescono a dare a questa storia enorme potenza visiva e cinematografica senza tradirne minimamente lo spirito. Se in alcuni momenti la pellicola sembra perdere il suo equilibrio alla ricerca di effetti eclatanti e di una vuota spettacolarità, come nella scena del naufragio della nave cargo su cui viaggiano Pi, la sua famiglia e gli animali dello zoo, si tratta di una debolezza imputabile alla necessità di far corrispondere un grande pubblico a un grande budget; altrove, la magnificenza visiva, il respiro epico e la perfezione tecnica sono al servizio del viaggio emotivo e intellettivo che compiamo al fianco del protagonista. 
Un protagonista incarnato con dedizione e talento dall’esordiente Suraj Sharma, a cui viene chiesta una prova fisica e mentale che comporta uno sforzo quasi pari a quello che è costato al regista taiwanese questo maestoso progetto; vorremmo avere lo spazio per parlare anche degli altri interpreti, dal serafico Irrfan Khan all’inquisitivo Rafe Spall, fino alla soave Tabu. Ma la vera co-star di Suraj è interamente CGI, e non è nemmeno umana. Richard Parker è uno dei più straordinari successi della tecnologia applicata al cinema, e Ang Lee e i suoi collaboratori non si sono risparmiati per rendere efficace questo ritratto, al punto che viene da gioire e da immalinconirsi al pensiero di cosa ci resterà dopo l’estinzione ormai imminente di un animale della bellezza e della potenza della tigre del Bengala. 
Che il 3D, poi, possa essere autentica poesia lo hanno già dimostrato James Cameron e Martin Scorsese, ma non per questo Vita di Pi è meno ammirevole e pionieristico anche in questo ambito: la stereoscopia nel film di Ang Lee è ripulita di ogni virtuosismo fine a sé stesso e utilizzata splendidamente, assieme a un eccellente reparto audio, per favorire l’immersione nella vicenda e nella furia degli elementi, oltre che per creare magnifici tableaux vivants che traducono i momenti più lirici del romanzo di Martel – pensiamo alla commovente immagine della scialuppa sotto il cielo stellato, alla portentosa scena con la balena, o alla meravigliosa sequenza onirica sulla vita delle profondità oceaniche. Immagini che, affiancate ai momenti di foreshadowing con cui Lee costella la narrazione, rivelano man mano la natura più profonda di questa avventura.
Ma sviscerare i temi di Vita di Pi in questa sede significherebbe adulterare la visione di un film che merita l’approccio di una mente sgombra, aperta e curiosa: c’è da notare tuttavia che il modo in cui la storia rivela la sua strana natura di “allegoria rovesciata” può rappresentare un anticlimax per la mancanza di drammatizzazione del finale; e, per qualcuno, potrà rappresentare persino una sorta di tradimento. Si può scegliere di vedere in questo un difetto cinematograficamente imperdonabile, e si può decidere di considerarlo uno scelta coraggiosa, ma è la scelta più fedele all’opera di Martel, e al suo insegnamento: le meraviglie, le imprese, i miracoli che ci si dispiegano davanti grazie alla possibilità di scegliere, alla possibilità di credere.
Di Alessia Starace, da movieplayer.it

Il giovane Pi Patel è cresciuto con la famiglia a contatto con lo zoo paterno, mescolando fin dall’infanzia sogno e realtà. Quando il padre ha esigenze di denaro e sceglie di trasferirsi in Canada per vendere lo zoo, Pi ancora non può intuire cosa lo attenderà nelle vastità oceaniche. Di fronte a una tempesta terrificante, la nave affonda, lasciando in breve tempo Pi con un’unica compagna di viaggio: la tigre Richard Parker, l’animale più temuto dello zoo paterno. Pi potrà solo fare affidamento alla propria intelligenza per poter sopravvivere e convivere con la tigre.
Ci deve essere qualche ragione recondita per cui il Pi – abbreviazione di un curioso nome di battesimo, Piscine Molitor – Patel di Vita di Pi sia indiano come il Jamal Malik di The Millionaire. Il racconto di formazione del terzo millennio sceglie l’India, forse per il suo contrasto tra i drammi legati alla realtà di vite difficili e il tasso di magia e sogno legato indissolubilmente a quella terra, come paese simbolo per vite distrutte, sofferte, sottoposte a prove indicibili, prima di poter giungere alla necessaria illuminazione/realizzazione. Per guardare al basso, al particulare dell’uomo comune e delle sue vicissitudini, e insieme all’alto, per rispondere a domande che ossessionano l’umanità fin dai suoi albori.
Vita di Pi si candida ad essere, riuscendoci pienamente, film-happening, blockbuster per buongustai, momento di incontro tra il pubblico forse meno smaliziato, ma certamente assetato di storie che invitino a riflessioni più approfondite, e la sua controparte cinéphile, parimenti conquistata dalla visionarietà di Lee o inebriata dal vortice di citazioni che confluisce in una vicenda paradigmatica (il disaster movie di Titanic, rivisitato con la potenza del 3D e l’angoscia di una macchina da presa obliqua e instancabile, una visione disneyana della natura, nei suoi lati meravigliosi e in quelli feroci). Guardare a Vita di Pi come a un romanzo di avventura, tra Conrad, Gordon Pym e Mowgli, o come a un’allegoria sospesa tra mondo sensibile e parabola filosofico-religiosa, non muta il senso di una visione che si presta a una polivalenza e una polisemia proprie di un’epoca sì di semplificazione del linguaggio, ma soprattutto di diversificazione del medesimo. Tutti accontentati: gli orfani di Shyamalan e del finale spiazzante con dubbio fideistico, gli amanti del 3D duro e puro come quelli dell’on the road (o dell’on the sea). 
Non pago di essersi cimentato con quasi ogni genere conosciuto (commedia, dramma, wuxia, melò, supereroi) e di essersi aggiudicato un numero di premi quasi pari al numero di film girati, Ang accetta una nuova sfida, adattando il best-seller di Yann Martel, così arduo da immaginare nella trasposizione cinematografica. Missione che il regista compie ricorrendo a un sapiente mix di background personale (molte delle scene in cui la natura primeggia si basano su esterni reali della natia Taiwan) e stato dell’arte della tecnologia, coniugando realtà e computer graphics in un abbacinante viaggio in una realtà inesplorata che si presenta come un terrificante mondo incantato. Tra megattere luminescenti, zoo ricolmi di animali che paiono “caratteri umani”, riflessi e giochi di specchi tra mare e cielo scorre un apologo contemporaneo, contaminato (ma non troppo) da un’interpretazione di stampo americano del sentimento e della spettacolarizzazione.
Pi (greco) come la razionalità della scienza, ma anche come simbolo di trascendenza: un ragazzo, Pi Patel, che incarna la sintesi del sincretismo religioso e della curiosità intellettuale di chi non si accontenta della morale comune o di qualcuno che indichi cosa sia giusto e cosa sbagliato (anche se si tratta del padre), in cui convogliare il razionalismo empirista di chi non ha paura di mettere in discussione i dogmi e la (apparentemente contraddittoria) predisposizione alla fede, sotto forma di dialogo univoco con Dio, in cerca di risposte destinate ad arrivare percorrendo sentieri oscuri. In compagnia di Richard Parker, una tigre del Bengala, il cui occhio cela più di un segreto sul destino che unirà uomo e felino nella più surreale delle simbiosi. Metafora dell’esistente o apologo esemplare di come lo storytelling possa aiutare a spiegare anche verità impossibili da accettare e da razionalizzare, Vita di Pi ha tutto quel che si esige da un romanzo popolare, tenero e crudele, nell’era dello scetticismo cosmico.
Di Emanuele Sacchi , da mymovies.it

Bisogna davvero sforzarsi per distinguere la realtà dalla finzione in Vita di Pi, il nuovo film di Ang Lee basato sul romanzo omonimo di Yann Martel. E questo è un pregio non da poco: in tempi di 48 fotogrammi al secondo – nella nostrarecensione de Lo Hobbit abbiamo scritto che il nuovo formato rende credibile finalmente la CGI – Lee confeziona un film nei canonici 24 fotogrammi in cui è impossibile capire quando Richard Parker, la tigre protagonista, è vera o ricreata in digitale.
La premessa di Vita di Pi preannuncia un film surreale: dopo un naufragio, un ragazzo si ritrova sperduto nell’oceano su una scialuppa di salvataggio in compagnia di una tigre, un orango, una iena e una zebra. Ma non aspettatevi animali parlanti e buoni sentimenti stile Disney, anzi: il tono è quasi realistico – “quasi” perché, dai, come può essere totalmente reale un racconto di questo genere? Specialmente nella seconda parte, Lee si avventura in territori fantastici per affrontare di petto il tema che sottende l’intera opera, ovvero il rapporto di amore/odio tra uomo e natura.
Il regista ha trovato nel giovane Suraj Sharma un protagonista perfetto, dallo sguardo innocente e soprattutto bravissimo nell’affrontare un ruolo che gli impone di recitare davanti a uno schermo verde e interagire con una pallina da tennis, il tutto al suo primo ruolo. Co-protagonista è la già citata tigre, un miracolo tecnologico impressionante. Come impressionante è la cura spesa nel darle una personalità senza “umanizzarla”: a chi pensa che, uscendo dalla sala, dirà “Certo che l’hanno davvero resa umana”, rispondiamo subito no, non è così. La tigre è e resta un animale, non ragiona come un uomo e non è questo il punto del film.
Vita di Pi, nel complesso, è una sorta di Castaway incontra Forrest Gump con una specie di twist finale che non è realmente un twist. Narrativamente non è nulla di entusiasmante: è precisamente la messa in scena a trasformarlo in un film affascinante. Perfetto anche per le Feste, al posto di tante commedie in uscita in questo periodo.
Di Marco Triolo , da film.it

La magia del racconto, del riportare una storia, del tramandare il senso profondo di un’esperienza, sembrano essere le colonne portanti dell’ultima fatica di Ang Lee, “Vita di Pi”. Pi è un ragazzino che vive nella parte francese dell’India e che impronta la sua vita, fin da giovanissimo, sulla religione; oltre all’induismo, abbraccia anche islamismo, cristianesimo e buddismo. Pi (interpretato da Suraj Sharma prima e da Irrfan Khan poi) è chiaramente attratto dall’entità divina in quanto tale: attraverso molte religioni può avvicinarsi alla verità in modi differenti e sceglie dunque di praticarle tutte. Suo padre gestisce uno zoo ma deve abbandonare la struttura e trasferire tutti gli animali in Canada. La sua famiglia, moglie e due figli, cambierà vita con lui. Durante il viaggio però, la nave sulla quale viaggiano naufraga e Pi è l’unico a salvarsi. Per più di duecento giorni, il ragazzo si trova a vivere su una zattera in compagnia di una tigre del Bengala che faceva parte del circo del padre.
Il protagonista vive un’esperienza ai confini della realtà che fortifica il suo animo e per la prima volta lo porta di fronte alla presenza divina, che fino a quel momento lui aveva solo cercato attraverso le pratiche religiose. Il film è quasi tutto incentrato sul periodo che Pi trascorre a bordo della zattera: racconta la sua esperienza allo scrittore Yann Martel (Rafe Spall), l’autore del libro da cui il film è tratto. Questo gioco di scatole cinesi intorno al racconto è un interessante espediente che ci porta all’interno di una storia magica e allo stesso tempo “reale”. Il regista rende molto bene il contrasto tra l’enorme carico spirituale dell’esperienza di Pi con la tigre e le difficoltà pratiche contro le quali il ragazzo si dovrà scontrare. Fame, sete e istinto di sopravvivenza lo faranno maturare e lo renderanno un uomo migliore, nonché una persona capace di trasmettere la sua fede al prossimo.
La sceneggiatura di David Magee si rivela molto buona: bellissimi alcuni dialoghi e profonde le considerazioni che Pi adulto fa allo scrittore. Ang Lee è un veterano del cinema e in questo caso dimostra di saper gestire bene le nuove tecnologie, soprattutto quelle legate alla spettacolarizzazione: scene come quella de naufragio o delle celebrazioni religiose ci avvolgono completamente grazie a suoni decisamente realistici, che restituiscono bene la reale forza della natura. Un lavoro altrettanto preciso è stato fatto dal direttore di fotografia Claudio Miranda: la vivacità dei colori dell’India è perfettamente rappresentata e dona al film un’aura davvero magica.
“Vita di Pi” è un film atipico innanzitutto per come è costruito: quella che si potrebbe definire “scena madre” occupa più della metà della durata totale; difficile che il racconto si concepisca così, soprattutto per le grandi produzioni. Per questo motivo potrebbe risultare molto noioso per alcuni, riflessivo e illuminante per altri. In ognuno dei due casi, proprio perché contiene elementi insoliti rispetto agli standard cinematografici odierni, non è un’opera che passerà inosservata.
La frase:
“Ho perso la mia famiglia, ho perso tutto, che altro vuoi che faccia?!”.
Di Fabiola Fortuna , da filmup.leonardo.it

La caratteristica forse più apprezzabile di Ang Lee, non è solo quella di scegliere sempre storie molto diverse e per vari motivi difficili da dirigere, ma anche quella di riuscire a coniugare uno stile tutto sommato molto classico e popolare con qualche sottile intuizione di racconto o di regia, capace di intervenire anche all’improvviso nel film e di sollevarlo immediatamente a un altro livello. Questo è anche il caso di Vita di Pi, di cui si è molto parlato per l’uso intenso e molto particolare degli effetti speciali e del 3D, ma che ancora più del lato visivo, presenta un impianto narrativo molto raffinato e sotterraneo, che emerge con vigore e si palesa solo nel finale, traghettando lo spettatore verso il vero e inatteso approdo del film.
Il soggetto è già di per sé molto particolare: tratto dall’omonimo romanzo di Yann Martel, Vita di Pi si basa sulle peripezie di un giovane indiano cresciuto in uno zoo e, per beffa del destino, rimasto naufrago nel bel mezzo dell’oceano su una scialuppa di salvataggio insieme al più improbabile e pericoloso dei compagni di viaggio: una tigre del Bengala. Effettivamente molto arduo da adattare, non tanto per le numerose scene con animali (brillantemente risolte con l’aiuto del computer) ma anche per l’intrinseca difficoltà di reggere così a lungo il confronto solitario tra un uomo e un feroce esemplare di felino, Vita di Pi vince prima di tutto la sfida di tenere vivo l’interesse e l’attesa dello spettatore, caricando sin dall’inizio la figura della tigre con un senso di mistero e maestosità che alimentano e sostengono le aspettative del pubblico. Dall’altro lato, Ang Lee va palesemente alla ricerca di soluzioni visive manieriste e di impatto, che di sicuro servono a movimentare l’andamento del film, dall’altra appaiono (almeno all’inizio) troppo artificiose e talvolta perfino troppo scontate per un regista di tale livello. Per farne comprendere appieno la portata (anche di quel 3D che appare senza dubbio spettacolare ma non strettamente coessenziale alla costruzione del film), proprio quando si comincia a temere il peggio, interviene invece la svolta narrativa, non proprio un finale a sorpresa ma quasi, che aiuta a rileggere in chiave diversa tutto ciò che si è visto fino a quel momento.
Come ci riesce? Semplice: la storia si apre come un racconto nel racconto dove il protagonista, Pi per l’appunto, comincia a narrare a uno scrittore in pieno blocco creativo le proprie avventure, con l’intento di accendere in lui non solo l’ispirazione ma anche la scintilla della fede. Non di una fede in particolare, essendo Pi allo stesso tempo induista, cattolico, musulmano nonché amante della scienza occidentale, ma nel potere stesso dell’atto del credere. Questa premessa passa poi in secondo piano, rimanendo sotterranea e apparentemente “decentrata” rispetto alla narrazione del naufragio e del difficile rapporto del protagonista con la tigre, ma riemerge con tutta la sua forza nel finale, dove si ricorda, in maniera estremamente efficace, come anche raccontare una storia implichi un atto di fede: quello dello spettatore, che deve sospendere il proprio scettiscismo e la propria incredulità per lasciarsi trasportare in un mondo di pura e meravigliosa finzione. Un mondo dove non troverà probabilmente nessuna spiegazione e nessuna risposta definitiva alle sue domande più intime, anche perché le risposte sono nascoste nell’esperienza stessa del viaggio che si è chiamati a compiere: un viaggio nel dolore, nella speranza, nella disperazione e in tutta la complessa “paletta” di colori e sensazioni di cui si compone la vita umana. Quella stessa paletta che Ang Lee non lesina nel costruire i tanti quadri di questo film, che alla fine assumono un senso ulteriore, capace di giustificarne in maniera definitiva il carattere irreale, eccessivo, sempre “troppo”: troppo scuro, troppo saturo, troppo fluorescente. Un’eccessività a volte difficile da digerire, ma propria della grandezza dell’immaginazione umana e di quella di un grande regista come Ang Lee.
Da blog.screenweek.it

“Vita di Pi” non è la storia incredibile di uno sfortunatissimo naufragio al quale un ragazzo indiano è sopravvissuto pur rimanendo duecentoventisette giorni disperso in mezzo all’Oceano Pacifico. Non è neppure la storia di come questo ragazzo è riuscito a gestire il feroce rapporto di convivenza tra lui e Richard Parker: la tigre del Bengala salvatasi anch’essa dall’affondamento della medesima nave e piombata casualmente sulla sua stessa scialuppa. “Vita di Pi” è un racconto spettacolare, che si serve di questi (e di altri) elementi per (non) parlare del delicato e aperto contrasto che divide da semprescienza e fede.
Il maestro Ang Lee prende il romanzo del canadese Yann Martel e lo utilizza per realizzare la sua versione personale di “Big Fish”. Ma diversamente dalla favola Burtoniana, confinata al contrasto padre-figlio e al quale noi eravamo chiamati a partecipare unicamente in qualità di spettatori passivi, in “Vita di Pi” la partecipazione di una porzione degli spettatori – quella diffidente alla fede e aggrappata alla scienza – diventa parte attiva più che mai, dal momento che viene fatta sedere simbolicamente sulla stessa sedia su cui si accomoda lo scrittore che va ad incontrare Piscine (Pi è un diminutivo) per intervistarlo e prendere appunti sulla sua avventura, al termine della quale – gli è stato anticipato – si convincerà a voler credere in Dio. 
Oscillando senza sosta tra razionalità e il suo opposto, e accarezzando prudentemente la connessione tra uomo e natura, Ang Lee ci trasporta nel viaggio straordinario avuto luogo durante l’adolescenza di Piscine e per farlo si avvale del suo tocco poetico e incantato e del rafforzamento di effetti speciali sorprendenti e magnetici. Suddivisibile facilmente in tre spaccati, uno dei quali – il centrale – comprensibilmente più esteso e più coinvolgente per attrattiva ed efficacia, “Vita di Pi” semina caparbiamente i suoi costituenti basilari nel corso della parte iniziale, lasciandoli accrescere a lungo, e in silenzio, per andarli poi a raccogliere e ad utilizzarli durante la spiazzante fase di chiusura. Con la furbizia di questa tecnica Lee assesta un doppio colpo da maestri esibendo una svolta valida a lasciare di sasso entrambi i tipi di spettatori in ascolto e sollevando inoltre il valore della sua pellicola quel tanto che basta da restituirgli un peso maggiore confronto a quello assorbito in precedenza.
Così tra giochi di luce fosforescente, scene ammalianti di balene che dal profondo degli abissi balzano fulminee fino in cielo e visioni oniriche luccicanti proiettate al di sotto della superficie piatta dell’acqua notturna, ci lasciamo immergere da un racconto strabiliante, avvincente e all’altezza di deliziare insieme gli occhi e la mente. Ang Lee si dimostra astuto e più convincente di qualsiasi altro esperto in materia di fede e il suo tentativo di invitarci a seguirlo è decisamente il più efficace che sia mai stato messo a punto.
Di Giordano Caputo , da ingloriouscinephiles.blogspot.it

Dal celebre romanzo di Yann Martel (premiato nel 2002 con il prestigioso Booker Prize), Vita di Pi approda sullo schermo con il pluripremiato Ang Lee, dopo una lunga e difficile gestazione: quasi dieci anni di controversie e l’avvicendamento di diversi registi e sceneggiatori, per trovare infine la coppia formata dal regista taiwanese e David Magee, che ha riscritto la sceneggiatura nel 2010. Lunghissimo anche il  casting per scegliere il giovane protagonista: l’ha spuntata l’esordiente Suraj Sharma, un’altra scommessa di Ang Lee, che fatta eccezione per Gérard Depardieu non ha voluto volti noti nel cast. 
La storia inizia e finisce a Montreal con Martel che, in crisi da pagina bianca, s’imbatte fortunatamente nella vicenda bigger than life di Piscine Molitor Patel (a 17 anni di età è interpretato da Suraj Sharma, contemporaneo da Irrfan Khan e adolescente da Ayush Tandon):  conosciuto da tutti come Pi, cresce sereno e multi-religioso a Pondicherry, India, negli anni ‘70, il padre (Adil Hussain) possiede uno zoo e il ragazzo passa le giornate tra tigri, zebre e ippopotami. Dopo avere tentato di fare amicizia con una tigre del Bengala di nome Richard Parker, il padre lo ammonisce: “La tigre non è tua amica! Gli animali non pensano come noi e chi trascura questo fatto viene ucciso!”. Quando Pi ha 17 anni, sull’onda dei cambiamenti politico-sociali del Paese, il padre e la madre (Tabu) decidono di emigrare in Canada alla ricerca di una vita migliore. Pi deve lasciare il suo primo amore, per imbarcarsi con genitori e alcuni animali dello zoo su una nave giapponese, dove incontrano uno chef sgarbato (Gérard Depardieu). Ma durante la notte accade l’impensabile: la nave affonda, Pi miracolosamente sopravvive e si trova su una scialuppa in pieno oceano Pacifico con una zebra, una iena e un orangutan. Non rimarrà nessuno di questi, ma qualcuno manca all’appello: Richard Parker. E’ con lui che Pi dovrà fare i conti, and is a matter of life and death… 
3D – la prima volta per Ang Lee – delicato e fascinoso, splendide inquadrature marine, con il gioco di specchi tra oceano e cielo riproposto più volte, Ang Lee vince la sfida: la sua Life of Pi gareggia a testa alta con il libro di Martel per stile, pathos e, soprattutto, presa empatica. Suraj Sharma fa il suo, con una prova fisicamente impegnativa e poeticamente totalizzante, e il suo nemico-amico Richard Parker non è da meno: una convivenza forzata, la loro, che Lee e Magee rievocano senza sindrome da peluche, ovvero, senza addomesticare la fiera e senza imbambolare l’uomo. Il fiato è sospeso, e nel bel mezzo dell’oceano spunta un interrogativo: che Vita di Pi sia il film summa di Ang Lee? Natura versus cultura, individuo versus società, afflati mistici e pragmatico sincretismo, i temi cari al regista taiwanese ci sono tutti, e brillano come (quasi) non mai. Sarà il mare?
Di Federico Pontiggia , da cinema.libero.it

Vita di Pi inizia e finisce a Montreal, per raccontare l’incredibile storia di Pi Patel (l’esordiente Suraj Sharma). Pi nasce a Pondicherry, India, nel 1970, da una famiglia benestante. Suo padre (Adil Hussain) è proprietario di uno zoo e Pi passa le sue giornate tra tigri, zebre, ippopotami e altre esotiche creature. Fin da piccolo, Pi sviluppa delle sue teorie riguardo alla fede – è appassionato di tutte le religioni – ed è convinto che tra esseri umani, animali e natura ci sia una grande comunione. Queste idee cominciano a mutare quando Pi fa il tentativo di diventare amico di una tigre del Bengala chiamata Richard Parker. Da quel momento il ragazzino impara una dura lezione da suo padre circa le relazioni tra bestie e esseri umani, i quali, secondo il padre, se non vogliono fare una brutta fine non  possono essere amici delle prime. Quando Pi compie diciassette anni, il padre decide di vendere lo zoo e di emigrare in Canada con la famiglia alla ricerca di una vita migliore. Ma durante il viaggio la nave mercantile dove i Patel viaggiano con gli animali dello zoo (in attesa di essere venduti), investita da una tempesta gigantesca, affonda, lasciando miracolosamente il giovane Pi come unico sopravvissuto, alla ricerca di salire su una scialuppa dove l’attende un inaspettato quanto irrequieto naufrago: la tigre Richard Parker. Gli avvertimenti del padre si rivelano immediatamente veri, tra Pi e la tigre è una lotta per la sopravvivenza. Ma con il passare dei giorni i due esseri viventi imparano che la coesistenza è l’unica speranza di salvezza. 
Presentato al New York Film Festival, Vita di Pi ha lasciato letteralmente senza parole critici e pubblico. Un’avventura di mare dalle tinte forti, che si trasforma in un’esperienza spirituale, aiutata da uno dei 3D più sensazionali e raffinati che si siano mai visti. Oltre alle stupefacenti immagini, e ad una storia unica, Vita di Pi è soprattutto un racconto sulla maturazione spirituale di fronte allo spettacolo dell’universo. Un ragazzo che è stato paragonato al Piccolo Principe di Saint Exupéry nella tenerezza che riserva a tutte le forme di vita di un mondo che gli sembra espressione di un amore universale. Il progetto del film ha avuto una genesi molto complicata, passando attraverso ben tre registi, prima di arrivare al Premio Oscar Ang Lee, che ha lavorato su una sceneggiatura di David Magee e che ha voluto, come protagonista, il debuttante Suraj Sharma. Tobey Maguire, che era stato inizialmente scelto per il ruolo di Yann Martel, che appare nel film come voce narrante, è stato sostituito dall’attore inglese Rafe Spall. “Volevo essere coerente con le altre scelte di casting fatte per il film – ha commentato Lee –  e nonostante  la mia grande e immutata ammirazione per Tobey, ho deciso di avere un cast senza nessuna star”. L’attore Tobey Maguire da parte sua ha affermato: “Supporto completamente la decisione di Ang, mi dispiace solo non esserci, perchè il film è incredibilmente bello.” 
Da primissima.it

Il film è tratto dal libro scritto da Yann Martel, vincitore del Booker Prize nel 2002. La storia è ambientata in India e vede come protagonista il giovane Pi, abbreviazione dello strano nome da battesimo Piscine Molitor. La sua famiglia è proprietaria di uno zoo e un giorno il padre per far fronte a dei problemi economici decide il loro trasferimento in Canada.
Iniziano così un lungo viaggio per mare ma purtroppo accade un evento tragico: la nave affonda lasciando come unico superstite Pi. Il ragazzo, però, non si ritrova da solo, sulla scialuppa di salvataggio ma ha per compagna una feroce tigre del Bengala di nome Richard Parker. Per sopravvivere a questa situazione estrema Pi dovrà utilizzare tutta la sua intelligenza e la sua forza di volontà in un viaggio che metterà a dura prova la sua anima.
Ang Lee, regista vincitore di ben due premi Oscar, per “La tigre e il dragone” e “I segreti di Brokeback Mountain”, ci stupisce questa volta regalandoci un film che sorprende per più di una ragione. Innanzitutto questa è la sua prima esperienza nel 3D, che conferisce al film una profondità e un senso di coinvolgimento per lo spettatore grandissimo. Scene come quelle del naufragio hanno sicuramente un impatto molto forte sullo spettatore, a cui viene richiesta una partecipazione più intima al viaggio per la sopravvivenza di Pi. Inoltre gli effetti speciali contribuiscono a rendere davvero realistico il personaggio della tigre Richard Parker.
Ma aldilà degli straordinari effetti speciali c’è ben altro in questo film, sotto la scorza della spettacolarità dei disastri naturali e delle sontuose e splendide immagine della distesa oceanica che si sovrappone all’altrettanto infinita distesa del manto stellare. Dietro tanta bellezza artistica, di cui Lee fa sapientemente sfoggio grazie alle sue straordinarie abilità accompagnate dalla sua inusuale versatilità, c’è più di uno spunto di riflessione per lo spettatore.
Assistiamo infatti al rapporto di un ragazzo, vittima di calamità al limite della sopportazione umana, con Dio. Pi, da sempre dubbioso e curioso nei confronti della divinità, definisce la sua storia prova dell’esistenza di Dio. E’ infatti quasi un classico che un essere umano nelle sue condizioni compia un viaggio anche attraverso la sua fede, mettendo dapprima in dubbio una divinità capace di infliggergli simile cattiverie ma allo stesso tempo capace di infondergli la speranza senza la quale non avrebbe mai potuto sopravvivere.
Di grande interesse, e in alcuni momenti di straordinaria intensità, è anche l’alterno e fragile rapporto che Pi costruisce con la tigre Richard Parker, animale che nella cultura e mitologia indiana riveste un ruolo molto importante.
Da sempre vicino al mondo degli animali il ragazzo, che è vegetariano, ha sempre sostenuto che anche gli animali hanno un’anima e non, come crede il padre, che nei loro occhi ci sia solo lo specchio delle nostre emozioni.
Questa convinzione lo aiuterà a imparare che può esistere una sorta di comunicazione tra specie diverse anche se Pi, forse perché troppo provato o perché troppo solo, finisce per cadere nell’errore che quasi tutti gli amanti degli animali fanno: umanizza la bestia, aspetto che lo porterà a soffrire per quelle che lui reputa delle mancanze da parte dell’animale.
Un miracolo vero nel film c’è ed è l’interpretazione del giovane protagonista Suraj Sharma, diciassettenne indiano che, alla prima esperienza di recitazione della sua vita, incarna con magistralità sia i patimenti fisici di Pi che quelli, ben più difficili, riguardanti la sua interiorità, grazie ad una espressività del quale è naturalmente dotato.
Dunque gli interrogativi sono tanti: Dio esiste? Gli animali hanno un’anima? La storia di Pi è tutta un’allegoria? In un percorso che ha del magico e del trascendentale lo spettatore non potrà di certo non sentirsi toccato da almeno uno di questi temi e, se proprio così non fosse, restano le splendide immagini della natura che Lee riesce a farci ammirare vincendo la sfida di portare sullo schermo un libro di difficilissima trasposizione.
Di Miriam Reale, da ecodelcinema.com

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