UN SAPORE DI RUGGINE E OSSA

Non vi sarà risparmiato niente. Tanto vale saperlo, prima di entrare in sala e vedere Un sapore di ruggine e ossa (guarda il trailer): l’ultimo film di Jacques Audiard, splendido regista de Il profeta, il film carcerario che aveva vinto il Grand Prix della Giuria nel 2009 (guarda il trailer), è un melò crudo, struggente e senza omissioni, e non è detto che sia sempre un bene. Al centro della storia, un amore tra freaks, due sfregiati: fragili e rocciosi, perdenti e mai del tutto sconfitti. Da un lato una Marion Cotillard dimagrita, con le occhiaie e senza gambe (perse durante uno spettacolo con le sue amate orche), dall’altra l’astro nascente Matthias Schoenaerts (in belgio è una star), gigante buono ma emarginato dalla società.
In questa sorta di Quasi amici (ma un po’ meno stucchevole e politicamente corretto per forza), i colpi di sfiga sono dietro l’angolo e i moncherini della paraplegica Cotillard perennemente in scena. Finché non compariranno le protesi, e allora vedrete quelle. La storia è ispirata al racconto Rocket Ride contenuto nella raccolta Ruggine e ossa del giovane scrittore Craig Davidson, sorta di Chuck Palahniuk anglo-canadese (Einaudi, Stile libero): del romanzo il film conserva le atmosfere cupe, gli incontri di boxe clandestini (inedita maestra di cerimonia, la stessa Cotillard), la bestialità corrosa di tenerezza del protagonista maschile. Ci aggiunge un paio di “green socks” (calzini verdi, la tecnologia mozzagambe alla Cotillard), un filo di ironia, una regia vibrante e due splendide interpretazioni.
Erika Riggi, da comingsoon.it

Nel nord della Francia, Ali si ritrova improvvisamente sulle spalle Sam, il figlio di cinque anni che conosce appena. Senza un tetto né un soldo, i due trovano accoglienza a sud, ad Antibes, in casa della sorella di Alì. Tutto sembra andare subito meglio. Il giovane padre trova un lavoro come buttafuori in una discoteca e, una sera, conosce Stephane, bella e sicura, animatrice di uno spettacolo di orche marine. Una tragedia, però, rovescia presto la loro condizione.
A partire da alcuni racconti del canadese Craig Davidson, Audiard e Thomas Bidegain, già coppia creativa nel Profeta, traggono un racconto cinematografico a tinte forti, temperate però da una scrittura delle scene tutta in levare. La trama e la regia sono estremamente coerenti nel seguire uno stesso rischiosissimo movimento, che spinge il film verso il melodramma e non solo verso la singola tragica virata del destino ma verso la concatenazione di disgrazie, salvo poi rientrare appena in tempo, addolcire l’impatto della storia con “la ruggine” di un personaggio maschile straordinario, per giunta trovando un appiglio narrativo che tutto giustifica e tutto rilancia. Un equilibrismo che può anche infastidire ma che rende il film teso, malgrado alcune mosse prevedibili.
Come spesso, nella filmografia di Audiard, corpo e spirito fanno tutt’uno, si ammaccano e si rimarginano insieme, senza bisogno di troppe parole: al contrario, la comunicazione, specie quella femminile, passa attraverso un linguaggio muto ma intimamente comprensivo (qui è Stef che “parla” con l’animale ma anche il “dialogo” sessuale che si approfondisce senza l’uso di parole).
La macchina da presa del regista non è certo invisibile e le tesi, dietro il suo modo di filmare, sono sempre molto evidenti. Questo film non fa eccezione e anzi spinge più che mai sui contrasti manichei tra bellezza e squallore, forza e debolezza, spirituali e letterali, fin quasi alla maniera. Ma raggiunge un risultato non scontato laddove, pur essendo in realtà un lavoro molto scritto, dove tutto, fin dal primo istante, è pensato per tornare a domandar vendetta, la direzione degli attori e la qualità dei dialoghi ci distraggono magistralmente, facendo sì che non ce ne accorgiamo quasi mai. La capacità del miglior cinema di Audiard di scartarsi da un percorso troppo rigido o incline alla retorica, questa volta non si manifesta né a livello di soggetto né di regia ma si ritrova più sottilmente nelle pieghe della messa in scena, nei gesti e nelle espressioni degli attori.
Marianna Cappi, da mymovies.it

Dopo un capolavoro come Il profeta, il carico di aspettative nei confronti di Jacques Audiard non poteva che essere alto e porre il regista francese sotto il peso di una pressione non indifferente. Ma Audiard è un autore che si sa prendere il suo tempo, e soprattutto, si pone al servizio delle storie che racconta con un’onestà e gusto intellettuale, che gli consente di discostarsi da tutto quel manipolo di registi “fotocopia”, ansiosi di ripetersi con troppo superficialità.
Presentato in Concorso al sessantacinquesimo Festival di Cannes, Un sapore di ruggine e ossa (De rouille et d’os, il titolo originale), era tra i favoriti per la Palma d’oro (andata poi come sappiamo ad Amour di Michael Haneke), ma non ha mancato di fare incetta di consensi unanimi sia da parte della critica che del pubblico. Un cinema quello di Audiard carico di brutale verità che, ne Il profeta, raggiungeva valori di altissimo grado stilistico, e che trova qui una connotazione delicata e sensibile (vuoi per l’intrinseca differenza nel tema trattato), aiutata da un’ottima interpretazione degli attori protagonisti Matthias Schoenaerts e il Premio Oscar Marion Cotillard.
Ispirato ad una raccolta di racconti dal titolo Rust And Bone, dello scrittore statunitense Craig Davidson, il film racconta la storia d’amore fra Ali, un ex pugile con figlio a carico che fatica a trovare una stabilità economica, e Stèphanie, un’addestratrice di orche costretta su una sedia a rotelle (le vengono amputate entrambe le gambe) a causa di un grave incidente sul lavoro. Il loro è un rapporto fragile, costantemente sottoposto alle insidie di un equilibrio precario, ma talmente forte al suo interno da impedirgli di sgretolarsi.
La sobrietà con la quale il regista racconta quello che sulla carta potrebbe sembrare un polpettone melodrammatico, è disarmante a tal punto che le sequenze sono caratterizzate da una commozione contenuta e priva di artifici atti esclusivamente a far sgorgare le lacrime. C’è una profonda sensualità nelle scene d’amore, nelle quali i corpi nudi, così drammaticamente diversi (l’uno possente e vigoroso, l’altro fragile e menomato), ci vengono posti davanti agli occhi con profonda accortezza ma senza l’utilizzo di pudici filtri.
Il film non è solo i ritratto di due solitudini che si incontrano e che trovano forza dallo stare uniti, ma anche un’analisi più attenta sui disagi della nostra società, che costringe persone come Ali a tirare fuori una brutalità sopita in nome della sopravvivenza, e sottopongono i casi come Stèphanie ad una pesante ricerca della dignità. I due interpreti sono stati capaci, con arguzia, di capire la complessità dei loro personaggi, ed intendere quali potevano essere i limiti da non oltrepassare per non incappare nel melense e nello scontato, facendo invece un ottimo lavoro di sottrazione e levigatura.
Un talento quello di Audiard capace di far lavorare in tal senso i propri attori e farci assaporare un eccellente cinema, partendo si da una storia indubbiamente poco originale, ma non per questo meno significativa.
Serena Guidoni, da voto10.it

Uscirà domani nei cinema italiani Un Sapore di Ruggine ed Ossa, diretto da Jacques Audiard con nel cast Marion Cotillard, Matthias Schoenaerts, Armand Verdure, Céline Sallette e Corinne Masiero.
Nel nord della Francia Alì si ritrova improvvisamente a dover provvedere al figlio Sam, un bambino di 5 anni, che conosce a malapena. Partono male, senza casa e senza soldi. Decidono di muovere verso sud, ad Antibes, dove vive la sorella di Alì. Tutto sembra andar bene, con Alì che trova un lavoro come buttafuori in una discoteca. Le cose sembrano volgere al meglio ed Allì conosce anche Stephane, una ragazza bella e sicura di se, che fa l’animatrice in alcuni spettacoli marini. Arriva però una tragedia imprevista che fa peggiorare tutto.
Partendo da alcuni racconti del canadese Craig Davidson, il regista riesce a creare un racconto cinematografico dalle tinte piuttosto forti, senza però perdere una qualche forma di “leggerezza”, dovuta al ritmo incalzante del film. Che in certi momenti, inevitabilmente, tende a “virare” verso il melodramma, con la tragedia singola che diventa motore per tutta un’altra serie di sventure, anche se il protagonista, con una carica tutta virile, riesce a trovare un modo per addolcire la sua posizione e perfino per ricominciare. Un equilibrio precario che può anche indurre una qualche sotterranea forma di fastidio, anche per la prevedibilità di alcuni sviluppi narrativi.
Come spesso accade nei film di Audiard non esistono piani di differenziazione tra dimensione corporale e spirituale, che si muovono a stretto contatto. Diverso il caso nel tratto comunicativo attribuito alle figure femminili, più taciturne di quel che ci aspetteremmo. Il tutto attraverso una grana registica che pare volerci ricordare il fatto che quel che stiamo vedendo, alla fine, è un film.
Da cinema10.it

Liberamente ispirato ai racconti del canadese Craig Davidson, Jacques Audiard traspone in territorio francese la lotta per la sopravvivenza (mentale prima ancora che fisica) di Ali e Stèphanie, un uomo e una donna che il destino farà incontrare lungo la strada del dolore. Si tratta di un racconto potente in cui orrore e bellezza sono due facce della stessa medaglia, una parabola in cui il ‘legame amoroso’ è un viaggio sofferto che va di pari passo con la perdita e la lenta riconquista di una propria identità. Come ne Il profeta del 2010, Audiard pone al centro della narrazione storie in cui la caduta libera verso gli inferi diventa strumento concreto per la risalita, permettendo ai suoi protagonisti di mettere a frutto quel “talento” accordato per sopravvivere alle mine vaganti del destino. Il senso di prigionia che ne Il profeta si manifestava attraverso le concrete mura di un carcere, qui muta nella costrizione di un bellissimo corpo mutilato, privato della sua libertà di muoversi e vivere nella stessa indipendenza di un tempo. Un momento in cui tutto cambia e quel vantaggio concesso in partenza (la bellezza e un certo senso di ‘superiorità’) sfuma in un terribile caos di impotenza, solitudine, paura. Ma Audiard gioca bene le sue carte costruendo e portando avanti il dramma senza impantanarsi nella tragedia, soffermando piuttosto lo sguardo sul lento risorgere di corpo e spirito.
LOTTA DI CORPI NELLA SOFFERENZA
Ali ha un figlio piccolo e neanche un soldo in tasca. Si stabilisce nel sud della Francia (precisamente ad Antibes) in casa della sorella, dove presto metterà a frutto il suo passato da boxeur per trovare lavoro come guardia e buttafuori in una discoteca. Così una sera, proprio fuori dal locale, incontrerà la bella Stéphanie (Marion Cotillard), indipendente e (fin troppo) sicura di sé.
Lei è una principessa, lui un rude lottatore. Tra di loro non c’è alcuna possibilità di contatto, eppure il destino è pronto a riscrivere la storia. Infatti durante uno dei consueti spettacoli Stèphanie, che lavora come addestratrice di orche in un parco acquatico, sarà vittima di un tragico incidente che cambierà per sempre il corso della sua esistenza. Sola e improvvisamente afflitta da un senso di insicurezza mai sperimentato prima, la donna cercherà e troverà dietro i modi sbrigativi e (fin troppo) schietti di Ali, una persona speciale sulla quale contare. IL CINEMA FRANCESE CHE (CI) PIACE
Dopo il racconto di formazione criminale, Audiard si cimenta in un dramma dei sentimenti (qui intesi nel loro significato più ampio), racconto nel quale emozione e adrenalina vanno a colmare il vuoto generato dalla vita stessa. I protagonisti si confrontano dunque con il solito carico di ‘prove’ messe in campo da un mondo e da una vita dichiaratamente ostili. Grazie all’uso di un espressionismo estetico e grazie alla scelta di due protagonisti endemicamente forti e luminosi (la splendida Marion Cotillard gioca al ruolo dell’angelo che ha perso le ali mentre l’ottimo Matthias Schoenaerts fa la parte del duro costretto dalla vita a ritirare le unghie), Audiard sceglie ancora una volta di narrare il dramma schivandolo, superando presto la soglia della tragedia per passare invece a raccontare la ‘reazione’ umana, a sottolineare quella fase di ricerca delle insperate e recondite forze che ci raggiungono solo nel momento del bisogno.
Dolore, forza, affetto, meraviglia si alternano così all’interno di una parabola di vita capace di creare un dolore lancinante quando tocca il nervo scoperto o raggiunge l’osso. E nello schema di reciproco aiuto cui capitoleranno i protagonisti, la lenta risalita di Stèphanie rispecchia il graduale superamento da parte di Ali di quella lastra di ghiaccio che lo separa dal mondo, impedendogli di percepire i sentimenti nella loro giusta sonorità. Le poche e incisive parole e gli ampi silenzi entrano poi a far parte di un linguaggio che predilige l’interazione dei corpi a quella delle voci. Delicatezza e brutalità si alternano infine in un ritratto dolente e maturo di due naufraghi che affrontano le intemperie del mare aperto pur di non (con)cedersi alla deriva. Da sottolineare, oltre all’ottima interpretazione dei protagonisti, anche l’incisiva e toccante colonna sonora di Alexandre Desplat, oramai infallibile chirurgo dell’operazione musicale filmica.
Jacques Audiard si lascia alle spalle il dramma carcerario de Il profeta per concentrarsi su quello sentimentale di Un sapore di ruggine e ossa, parabola toccante di sue esistenze che il dramma farà avvicinare. Asciutto e mai ridondante nonostante le sue due ore, quest’ultimo film del francese Audiard rappresenta ancora una volta la capacità di immaginare la vita con occhi nuovi, anche quando la realtà sembra negarne brutalmente la possibilità.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

Attesissimo da tutta quella parte di cinefilia che trova nei film degli estremi di Jacques Audiard la piena realizzazione di una poetica di corpi che il cinema a tratti e a folate insegue fin dagli inizi, Un sapore di ruggine e ossa radicalizza ancora di più il discorso mettendo in relazione due esseri umani. Una è un’addestratrice di orche, l’altro è un violento ex pugile, ladro con bambino a carico, un uomo che fin da subito è presentato come negativo.
I due si incontrano prima in discoteca (lui buttafuori, lei malmenata) e poi di nuovo dopo l’incidente di lei (un’orca le mangia le gambe, idea incredibile!).
Da questo secondo incontro scaturisce tutto quello che accadrà nel film. Si sviluppa infatti un rapporto sessuale ma non necessariamente sentimentale (almeno per uno dei due) e una relazione fisica e visiva che è la componente più devastante di questo film. Una struttura che si ciba di un mostruoso lavoro degli attori, che nel mostrare il fisico e le relazioni che si instaurano a partire da esso giocano un ruolo determinante. Com’era prevedibile in questo processo di recitazione che parte dal corpo e finisce sul volto Marion Cotillard oscura totalmente il compagno Micheal Schoenaerts, basterebbe anche solo il mutamento nel volto nella scena che segue l’atto sessuale a dimostrarlo ma lo stesso è una supremazia ribadita lungo tutto il film.
Risse, gambe mozze, forza e fragilità, un fisico distrutto e uno distruttivo e la tensione sessuale che accomuna e pone in armonia il fragile corpo femminile alla potenza in generale (il confronto tra Marion Cotillard e l’orca, dopo l’incidente, riassume questo concetto intero in una scena sola e in un momento straordinario).
Senza esagerare da nessuna parte e con l’idea di rimanere il più semplice possibile, nonostante i temi in ballo e i diversi twist della trama (molti dei quali non seguiti fino in fondo nè approfonditi per scelta), Audiard racconta la storia dell’incontro tra una persona con delle menomazioni (negli altri film erano l’udito o una diversa lingua, qui il fisico) e un’altra dall’attitudine pericolosa e violenta. Il massimo del fragile che trova un equilibrio insperato assieme al massimo del pericoloso. E quest’incontro può o meno risultare in una storia d’amore canonica, non importerà, perchè l’importante (sembrano affermare le immagini del film) è che questa relazione tra opposti esista e viva di un’armonia che pare incredibile e che in un certo senso racconta più di quanto la trama non dica.
Di Gabrieli Niola, da bastaste.it

Chi conosce il cinema e soprattutto l’ambiente dei festival cinematografici sa bene che non c’è nulla di più difficile per un cineasta che confermare il proprio talento dopo un successo universale quale Il profeta. In realtà è ormai più di un decennio che Jacques Audiard non sbaglia un film, eppure mai una sua nuova pellicola aveva suscitato tanta attesa quanto questo Un sapore di ruggine e ossa (De rouille et d’os), in concorso al sessantacinquesimo Festival di Cannes e da subito tra i favoriti per la Palma d’oro.
Fin dalle prime sequenze del film il regista francese mantiene le promesse e realizza con uno stile personale, a tratti anche molto coraggioso, una storia d’amore mai banale tra due persone che dalla vita hanno ricevuto solo dolore e delusione, due persone incapaci di rialzarsi ma che si fanno, anche in modo inconscio, forza l’uno con l’altro e cercano così di rimarginare le proprie ferite. Un punto di partenza certamente non originalissimo, ma la sceneggiatura di Audiard e Thomas Bidegain, vagamente ispirata alla raccolta di racconti di Craig Davidson da cui il film prende il nome, ha il grande merito di non scegliere mai la strada più facile e soprattutto di tratteggiare due personaggi multisfaccettati resi ancora più naturali da due grandi performance attoriali.
Marion Cotillard è semplicemente perfetta nell’impersonare una bella addestratrice di orche assassine che lavora in un parco acquatico della Costa Azzurra e che in seguito ad un tragico incidente perde entrambe le gambe. E insieme al lavoro e alla passione di una vita, è convinta di aver perso anche l’amore, la fiducia in se stessa, persino la sua bellezza e il suo fascino. La performance della Cotillard è estremamente naturale anche grazie ad un ottimo lavoro di tutto il reparto tecnico (fotografia, trucco, CGI) nel rendere credibile la sua menomazione fisica, ma i veri “effetti speciali” sono quelli di un’attrice che si spoglia dei vestiti, del make-up, del glamour e ci regala un personaggio complesso e difficile, interpretandolo con grazia e delicatezza.
L’altro protagonista del film è l’Ali di Matthias Schoenaerts (talento belga già rivelatosi in Bullhead, candidato ai passati Oscar come film straniero), un ex pugile squattrinato che si ritrova ad accudire un figlio di cinque anni che conosce appena, mentre colleziona partner sessuali e lavori in modo saltuario. Proprio il casuale incontro con Stephanie risveglia in lui una voglia di riscatto che credeva sparita per sempre, ed è così che si avvicina al mondo della lotta clandestina e di alcuni lavoretti non proprio legali. Da sempre Audiard si è dimostrato innanzitutto uno straordinario regista di attori, ed è anche grazie alla sua direzione che due interpretazioni così diverse riescono a coesistere in perfetto equilibrio passando da scene di grande tenerezza ed emozione ad esplosioni di grandi fisicità, di sensualità e violenza.
Ma non bisogna pensare a questo Un sapore di ruggine e ossa come ad un film fatto di sole interpretazioni, perché Audiard reinventa il melò grazie ad uno stile fatto di contrasti, non solo visivi ma anche musicali come per esempio l’associare una delle scena più intense e commoventi della sua protagonista ad una hit pop quale Fireworks di Katy Perry. Anche la narrazione è spesso frammentata, con dei veri e proprio “salti” che costringono lo spettatore ad una maggiore immedesimazione e permettono al film di superare indenne i momenti più melensi e banali, come per esempio tutta la riabilitazione di Stephanie. E con il chiudersi del film diventa evidente anche il significato universale dei due termini a cui il titolo fa riferimento: la ruggine è quella che col tempo e con fatica bisogna scrostarsi dal proprio cuore, le osse quelle di alcune fratture che probabilmente mai si rimargineranno, ma che non per questo devono impedirci di lottare.
Di Luca Liguori, da moviplayer.it

Libero adattamento di un racconto di Craig Davidson.
Tutto comincia al Nord. Ali si deve occupare di Sam, 5 anni. E’ suo figlio ma lo conosce appena. Senza casa, senza soldi e senza amici, Ali va a stare da sua sorella ad Antibes. Lì all’improvviso va tutto meglio, sua sorella li ospita nel suo garage, si occupa del bambino e c’è sempre il sole. Dopo una rissa in un locale notturno, il destino di Ali si incrocia con quello di Stéphanie. L’accompagna a casa e le lascia il suo numero di telefono. Lui è povero; lei è bella e molto sicura di sé. Una principessa. Sono l’una l’opposto dell’altro. Stéphanie addestra orche in un parco acquatico. Lo spettacolo notturno si trasforma in dramma e una telefonata nel cuore della notte li fa ritrovare. Quando Ali la rivede, la principessa è costretta su una sedia a rotelle: ha perso le gambe e molte illusioni. Ali aiuterà Stéphanie con semplicità, senza compassione, senza pietà. Lei tornerà a vivere.
“C’è qualcosa di veramente coinvolgente nella raccolta di racconti Ruggine e Ossa di Craig Davidson: il quadro di un mondo vacillante, all’interno del quale dei percorsi individuali, dei destini semplici, si trovano enfatizzati dal dramma e dagli eventi. Una rappresentazione degli Stati Uniti come un universo razionale dove i corpi lottano per procurarsi un loro spazio, per tentare di stravolgere il destino che gli è stato riservato. Ali e Stéphanie non esistono nei racconti, e la raccolta di Craig Davidson sembra appartenere alla preistoria del progetto, ma la forza e la brutalità del racconto, la volontà che i personaggi vengano sublimati dal dramma e dal melodramma, ne sono il prodotto diretto. Fin dall’inizio del nostro lavoro di adattamento, ci siamo indirizzati verso una forma cinematografica che, in mancanza di una definizione migliore, chiamiamo “espressionista”, nella quale la forza delle immagini si mette al servizio del melodramma. Un’estetica brutale e contrastata. Questa forma ci ha guidato lungo tutta la stesura della sceneggiatura. Da questa forma deriva la storia d’amore che è la vera protagonista del film. Da questa forma prendono vita i nostri personaggi e la loro nobiltà nonostante la violenza del mondo di catastrofe economica in cui vivono”. Jacques Audiard e Thomas Bidegain
Da primissima.it

Vite che lottano per rimettersi in sesto, nonostante un difficile ambiente e i danni permanenti subìti. Come le gambe amputate o una mano fratturata, che in qualunque momento può tornare a far sentir dolore, quello di uno spillo nella carne. Tutto ciò più o meno per scelta, che viene prima dei rovesci del Destino, perchè lei lavora a contatto con delle orche, mentre lui partecipa a incontri di pugilato clandestini. E’ l’attitudine simile di due rappresentanti di estrazioni sociali differenti, una borghese e l’altra sottoproletaria, che vengono a contatto.
Adattamento cinematografico della raccolta di racconti “Ruggine e ossa” di Craig Davidson, il film del regista e co-sceneggiatore Jacques Audiard (“Sulle mie labbra”, “Il Profeta”) è fissato da una luce satura e contrastante con le scure zone dello schermo così come del mondo esterno e dell’animo. La quale coincide soprattutto con la caratterizzazione ambivalente di un protagonista maschile mosso da un furore d’energia vitale che risponde solo agli affetti (con modalità del tutto proprie: prima lascia il figlio alla sorella senza dir nulla e parte, poi per salvarlo si rompe le mani) e non ad una coscienza di classe, per cui monta illegalmente videocamere segrete per spiare i dipendenti di aziende per conto delle stesse. L’etica non rientra quindi nei riferimenti di un uomo (la cui compagna, del resto, utilizzava il loro pargolo come corriere della droga) animalesco nel suo non aver spazio per il pensiero e teso a soddisfare in maniera basilare i bisogni di cibo o sesso. E la donna, conosciuta casualmente, dopo il punto di svolta con un bagno al mare e due liriche sequenze (in entrambi i casi con le mani, prima reincontra giocosamente il cetaceo che l’ha resa invalida e poi conosce il bambino) si scopre compatibile – nella intensa interpretazione di Marion Cottillard – con quella figura rozza a cui chiede delicatezza ma allo stesso tempo è pronta a diventarne l’agente che tratta con gli scommettitori.
La frase:
– “Stai bene?”
– “E chi mi ammazza?”.
di Federico Ramponi, da filmup.leonardo.it

Jacques Audiard è uno che non delude mai. Il suo cinema intimo, fatto di primi piani e sguardi profondi continua a secernere emozioni come capita raramente nei film odierni. Un sapore di ruggine e ossa è una love story ambientata all’epoca della crisi. Storia d’amore potrebbe essere un termine riduttivo di questi tempi. Di solito da quel genere ci si aspetta un film che implica una struttura narrativa prevedibile.
Questo non succede con Audiard. Il regista francese realizza un film che è un gioiello. Una pellicola che sa essere strappalacrime e allo stesso tempo delicata e tenera. Non sono pochi i momenti in cui ci si ritrova ad asciugarsi gli occhi o a coprirsi la bocca. Meno male che ci sono ancora autori come il regista francese che credono nella forza delle immagini senza inondare il tutto con troppe parole.
Ad Audiard basta avvicinare la macchina da presa al volto di Marion Cotillard, attrice che si mette in gioco in un ruolo che facilmente poteva essere ricattatorio, e che ne esce fuori con grazia e bellezza. Al suo fianco il belga Matthias Schoenaerts offre una performance in stato di grazia. Al centro del film due vite destinate a incrociarsi: una bellissima donna di successo che finisce sulla sedia a rotelle, e un uomo alla canna del gas che cerca di prendersi cura del figlio abbandonato dalla madre. La disgrazia e la perdita come punto di partenza, forse necessario, per tornare a vivere.
Audiard usa le luci giuste e i punti di vista migliori per costruire l’inquadratura perfetta. Raramente sbaglia. Sul piano narrativo garantisce l’effetto sorpresa. Niente è scontato e non si può mai scommettere su dove la storia condurrà chi sta a guardare. Passata la prima ora, il regista rischia un calo di ritmo, ma si riprende in fretta procedendo con l’esplorazione della sessualità che catalizza l’amore tra i protagonisti. L’unica nota storta è il finale esagerato, in cui si ricama un po’ troppo sul piano tragico: Audiard, grazie a Dio, non è Inarritu e non gli interessa il fascino del disastro. Lui va a caccia della realtà.
Potente, toccante e romantico Un sapore di ruggine e ossa sarà ricordato per la eccellente prova di Marion Cotillard. Per due ore piene non si riesce a staccarle gli occhi di dosso.
Di Pierpaolo Festa, da film.it

Tutto comincia al Nord. Ali si deve occupare di Sam, 5 anni. È suo figlio ma lo conosce appena. Senza casa, senza soldi e senza amici, Ali va a stare da sua sorella ad Antibes. Lì all’improvviso va tutto meglio, sua sorella li ospita nel suo garage, si occupa del bambino e c’è sempre il sole. Dopo una rissa in un locale notturno, il destino di Ali si incrocia con quello di Stéphanie. L’accompagna a casa e le lascia il suo numero di telefono. Lui è povero; lei è bella e molto sicura di sé. Una principessa. Sono l’una l’opposto dell’altro. Stéphanie addestra orche in un parco acquatico. Lo spettacolo notturno si trasforma in dramma e una telefonata nel cuore della notte li fa ritrovare. Quando Ali la rivede, la principessa è costretta su una sedia a rotelle: ha perso le gambe e molte illusioni. Ali aiuterà Stéphanie con semplicità, senza compassione, senza pietà. Lei tornerà a vivere.
Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes. Dalle note di regia di Jacques Audiard e Thomas Bidegain (autore della sceneggiatura): C’è qualcosa di veramente coinvolgente nella raccolta di racconti Ruggine e Ossa di Craig Davidson: il quadro di un mondo vacillante, all’interno del quale dei percorsi individuali, dei destini semplici, si trovano enfatizzati dal dramma e dagli eventi. Una rappresentazione degli Stati Uniti come un universo razionale dove i corpi lottano per procurarsi un loro spazio, per tentare di stravolgere il destino che gli è stato riservato. Ali e Stéphanie non esistono nei racconti, e la raccolta di Craig Davidson sembra appartenere alla preistoria del progetto, ma la forza e la brutalità del racconto, la volontà che i personaggi vengano sublimati dal dramma e dal melodramma, ne sono il prodotto diretto. Fin dall’inizio del nostro lavoro di adattamento, ci siamo indirizzati verso una forma cinematografica che, in mancanza di una definizione migliore, chiamiamo “espressionista”, nella quale la forza delle immagini si mette al servizio del melodramma. Un’estetica brutale e contrastata. Questa forma ci ha guidato lungo tutta la stesura della sceneggiatura. Da questa forma deriva la storia d’amore che è la vera protagonista del film. Da questa forma prendono vita i nostri personaggi e la loro nobiltà nonostante la violenza del mondo di catastrofe economica in cui vivono.
Da film-review.it

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