THE LADY


È lo straordinario personaggio di Aung San Suu Kyi, paladina del movimento democratico in Birmania, fondatrice della Lega nazionale per la democrazia nel 1988, premio Nobel per la pace nel ’91 e donna dal notevole carisma umano e politico, ad aver ispirato l’ultimo film del regista francese Luc Besson, un dramma umano che s’inscrive nel più ampio dramma politico di uno dei popoli più violentemente sottomessi alla dittatura militare. Una lunga lotta per la libertà (che continua tutt’oggi) alla quale Aung San Suu Kyi ha dedicato sé stessa e la sua vita, affrontando in questo lungo e impervio percorso tantissime dolorose difficoltà che l’hanno resa portatrice sana di una lotta pacifica per la democrazia capace di opporsi alla più ostile legge della violenza.
Nel 1947, quando bambina di soli due anni Aung San Suu Kyi (rigorosamente interpretata daMichelle Yeoh) vede per l’ultima volta suo padre (il generale Aung San, leader della lotta indipendentista birmana, fatto fuori dai suoi avversari politici), il suo destino è già scritto. Nonostante, infatti, gli anni di separazione dal proprio paese natio trascorsi successivamente in Inghilterra (dove Suu Kyi sposerà il professore universitario Michael Aris – David Thewlis – dal quale avrà due figli) e l’apparente distacco dalla lotta verso l’indipendenza iniziata da suo padre, quando nel 1988 la donna tornerà in patria per assistere la madre, scoprirà con i propri occhi gli orrori e le violenze che ancora tengono in ginocchio il suo paese. E sarà, a quel punto, naturale e quasi doveroso per lei riprendere in mano il lascito politico e morale lasciatole del padre per ricominciare la lotta là dove il genitore era stato costretto ad abbandonarla. Una lotta che porterà avanti con l’aiuto del suo popolo (eletta a guida per plebiscito popolare) e della sua famiglia (sempre disposta a sostenerla pur nella disperazione di non poterla più vedere). Quelli che seguiranno saranno per Suu Kyi anni di glorie (la schiacciante vittoria alle elezioni del 1990 e l’assegnazione del Premio Nobel l’anno seguente), ma anche di grande buio (la ripresa del potere con la forza da parte della dittatura militare subito dopo le elezioni e il successivo periodo di arresti domiciliari al quale seguirà uno stato di semi-libertà che le impedirà comunque di lasciare il paese – se non in via definitiva – e di vedere i figli e il marito, spentosi – senza più vedere sua moglie – nel 1999 per un cancro alla prostata). Una storia giocata tutta sul filo di valori profondissimi e immarcescibili mirabilmente veicolati dallo spirito di una donna che per la sua esemplare dualità (grazia endemica e indomita forza) è stata poi non a caso ribattezzata l’orchidea d’acciaio.
La fedeltà familiare e la vocazione a preservare i diritti delle comunità sono i valori che accompagnano e sostengono The Lady, un film in cui ritroviamo (poco) la cinetica d’azione cara al regista francese, ma che fa invece ancora una volta leva su una grande figura di donna, che arriva a essere quasi una summa di tutte le qualità delle ‘eroine’ femminili transitate per i film di Besson. Un ritratto molto accorto e rispettoso della storia originale (ri)visitato attraverso le lenti intimiste del dramma famigliare che finirà per condurre la donna di fronte alla tragedia di dover scegliere tra il suo popolo e la sua famiglia, e che rifugge invece l’approfondimento più strettamente storico-politico, lasciato quasi a fare da sfondo insieme alla bucolica immagine delle pagode al calar del sole e dei paesaggi mozzafiato che accentuano la suggestione narrativa. Un Besson divulgativo e facilmente accessibile (con qualche vetta d’emozione) che, nonostante la patina melò in cui avvolge la pellicola, riesce nell’intento di portare alla luce questa immensa – ma troppo poco conosciuta – figura di donna che (in tempi di forte crisi dei valori) può rappresentare l’esempio vivente di un valore positivo ante-litteram.
In seguito alla proiezione del film abbiamo incontrato il regista che ha sottolineato gli aspetti a lui più cari di questo lavoro…
Besson racconta di aver deciso di voler dirigere lui stesso questo film (sempre grato del fatto di potersi permettere di scegliere con una certa libertà i film da fare), subito dopo aver letto la sceneggiatura di Rebecca Frayn ed esserne rimasto profondamente commosso. Una decisione presa soprattutto per la paura di veder rovinata una storia così bella, e di così grande rilevanza umana e sociale. La sua prerogativa, nella realizzazione di questo progetto, è stata dunque quella di raccontare (nella maniera più veritiera possibile – sia la casa di Oxford sia quella di Myanmar sono il ritratto fedele di quelle reali, e con mano sobria visto il delicato tema affrontato) il racconto di umana sofferenza affrontato da questa donna (e dalla sua famiglia) in nome della libertà del suo popolo; una lotta di 30 anni che potrebbe dimostrare (se la Storia vorrà) come la possibilità di raggiungere una maturità democratica senza spargimenti di sangue sia realmente concreta. Una politica di divulgazione che secondo Besson è necessario adottare per accendere i riflettori, ovvero gettare una luce (“qualsiasi essa sia si tratterà sempre di una luce positiva” afferma il regista) su certe situazioni spesso troppo trascurate. Racconta inoltre Besson che è stato bello contribuire con il film a quel processo di mobilitazione che, proprio durante le riprese e creando dunque un toccante parallelo con la realtà dei fatti narrati, ha fatto sì che Aung San Suu Kyi venisse liberata (proprio il giorno in cui anche lui aveva girato la scena della liberazione), in parte, in quanto restava comunque impossibilitata ad abbandonare la Birmania, visto che non l’avrebbero più fatta rientrare. “E questa rinuncia a una vita normale”, ha dichiarato Besson, “rappresenta un atto assoluto d’amore e d’impegno da divulgare”.
Luc Besson si getta nel ritratto (poco) epico e (molto) intimista di Aung San Suu Kyi, che in nome di una pacifica lotta per la democrazia e per la libertà del (suo) popolo birmano, ha abdicato alla libertà della sua stessa vita, costretta per molti anni all’isolamento fisico e mentale. Una storia raccontata con onestà e rigore morale che si concentra sullo sviluppo personale (amplificato dalle interpretazioni intense ma misurate dei due protagonisti) sacrificando (in parte) quello prettamente storico/politico, ma che ha ciò nonostante il pregio di rendere giustizia alla luce che hanno il diritto e il dovere di conquistare storie come questa.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

“The Lady” è l’ultima fatica in ordine cronologico del regista francese Luc Besson dedicata alla vita del premio Nobel birmano Aung San Suu Kyi, diventata vero e proprio simbolo del movimento non violento per la democrazia della sua nazione oltre ad aver vestito i panni della fondatrice della Lega Nazionale per la democrazia. Presentato in anteprima come film d’apertura della sesta edizione del Festival del Cinema di Roma, Besson rende omaggio a una delle figure politiche più importanti degli ultimi trent’anni, capace di resistere alla dittatura militare che ha seriamente provato la sua esistenza durante la sua lunga e dolorosa lotta per la libertà.
A prendersi carico dell’arduo ruolo di Aung San Suu Kyi c’è Michelle Yeoh, attrice cinese-malese che si è calata nella parte studiando attentamente la figura dell’esile quanto forte donna politica, immergendosi completamente nell’atmosfera dura e pressante della dittatura militare. Al suo fianco, nel ruolo del marito, c’è David Thewlis, attore noto soprattutto per le interpretazioni nella saga di “Harry Potter” oltre che nel drammatico “Il bambino con il pigiama a righe” -solo per citarne alcuni- che riesce a conferire un aura magica e appassionata agli incontri tra i due innamorati, regalando al pubblico una prova di denso e autentico spessore.
Aung San Suu Kyi (Yeoh), figlia del generale birmano assassinato dopo essersi distinto per la liberazione del proprio Paese dall’impero britannico, torna nella sua terra Natale per assistere la madre molto malata. È il 1988 quando saluta per l’ultima volta Oxford: pian piano la donna, lontana dal marito (Thewlis) e dai figli, inizia ad avvicinarsi alle lotte non violente per la libertà della Birmania dalla dittatura militare di Saw Maung, tanto da candidarsi alle elezioni che vince a testa alta. Purtroppo però la democrazia resta solo un sogno, a causa della repressione dei militari che gettano nel fango il risultato dell’espressione popolare, riportando il panico nella popolazione e costringendola agli arresti domiciliari, senza concederle neanche la possibilità di accudire il marito che, nei lunghi anni di prigionia della donna, scopre di essere stato colpito dal cancro.
È una donna forte, una figura eroica nel suo corpo minuto quella di Aung San Suu Kyi dipinta da Luc Besson, un’immagine a tutto tondo dell’essenza che nel tempo ha caratterizzato l’operato del volto dellaresistenza birmana. È un ritratto, quello del regista che negli ultimi anni ha fatto delle donne il tema principale delle sue narrazioni, delicato e intimista degli anni più difficili della vita della leader della Birmania, molto più appassionato alla riflessione sul dramma famigliare che alla visione prettamente politica degli eventi.
È una dimostrazione a tinte patinate della forza intrinseca del mondo delle donne, messa in luce da una delle esponenti più importanti e valorose che ha scelto di dedicare la propria vita, nel senso più vero del termine, ai suoi ideali e a quelli della sua nazione, a costo di pagare un prezzo carissimo. Se lo scenario storico rimane sullo sfondo, conferendo un tocco di distaccato coinvolgimento all’intera vicenda, è la passione a diventare vera protagonista, portando alla luce dei riflettori una donna dai valori ben radicati, con tutte le carte in regola per diventare un vero e proprio esempio di carattere.
Nata da un’idea di Michelle Yeoh, profondamente colpita dalla vita del premio Nobel, la pellicola di Besson assorbe tutto il fascino di Aung San Suu Kyi in quello che è uno spaccato di vita vissuta all’ombra della dittatura; non solo la Yeoh, ma anche Besson è stato profondamente toccato dalle vicende del popolo birmano; un flusso d’energia così potente che è confluito in una fortuita coincidenza che ha toccato tutti coloro impegnati sul set: infatti, proprio nel giorno delle riprese della scena della liberazione, la donna ha potuto finalmente riabbracciare la libertà dopo anni vissuti all’interno della propria casa.
Di Chiara Console, da diredonna.it

Con “The Lady” Luc Besson dimostra ancora una volta di essere un regista completo, capace di esprimere il suo talento in diverse forme. Ci ha abituati a pellicole d’evasione, d’avventura, d’animazione, con una grande capacità di comunicare anche con i più piccoli. Questo lungometraggio sembra voler dire allo spettatore che il regista francese può portare sullo schermo tutto ciò che desidera; ha risposto ‘presente’ alla chiamata per questo film, rimanendo coinvolto nel profondo dalle vicende dell’attivista per la democrazia e i diritti umani birmanaAung San Suu Kyi.
“The Lady” ricorda al mondo, che purtroppo dimentica facilmente le sofferenze lontane dal proprio quotidiano, che San Suu Kyi c’è, e nonostante gli anni di domicilio forzato e le tante sofferenze non molla la lotta ‘non violenta’, volta a conquistare democrazia e rispetto dei diritti umani per il suo martoriato popolo. Ma il film di Besson non è solo questo, anzi, in vero è soprattutto altro, è il racconto umano e intimo di una donna innamorata del marito, professore di Oxford, e dei suoi due figli, che si trova, forzata dagli eventi, a farsi portavoce del malcontento del popolo birmano, soprafatto da quarant’anni di dittatura, sacrificando anche gli affetti più cari.
Besson si tiene lontano sia da uno stile documentaristico che dà una narrazione epica, riuscendo a descrivere eventi straordinari in modo ordinario, ma mai banale, dove si evince che anche gli eroi hanno esigenze, problemi e affetti pari a quelli dell’uomo comune. Il premio Nobel birmano non è una superdonna, tutt’altro, è una donna normale, che per anni ha fatto la casalinga, curandosi della famiglia, senza però mai dimenticare il suo paese, il suo popolo. Ma come spesso accade, alcuni non possono guardare alla finestra ciò che accade, la storia li vuole protagonisti attivi degli eventi in corso.
Il film mostra con delicatezza la passione e la fatica di una donna in cui l’amore per la famiglia e per il suo popolo coesistono, lacerando anima e cuore.
Quanto mai significativa la figura del marito, da lei amabilmente chiamato Mikey, col quale ha condiviso ideali e dolori. Il loro amore inossidabile ha resistito sino alla fine, nonostante le dure prove a cui la vita li ha sottoposti.
Il film scorre lieve, nonostante la durezza delle situazioni, al regista il merito di non aver spettacolarizzato le violenze della repressione, né banalizzato il garbo e la dolcezza della protagonista, portata sullo schermo da una bravissima MichelleYeoh. L’eroina de “La tigre e il dragone” si è calata alla perfezione nel ruolo, regalando allo spettatore un’interpretazione intensa, sentita.
Non è da meno David Thewlis, che porta sullo schermo la figura di un uomo innamorato della moglie e dei propri ideali, che spende sempre se stesso al massimo, nell’insegnamento, nella causa birmana, nella dedizione alla moglie e ai figli.
Un film da vedere, non solo per conoscere bene questa donna e le sue ragioni, non solo per vedere un lavoro fatto bene (ce ne sono pochi), non solo perché è una splendida storia d’amore, ma perché è tutto questo insieme.
Di Maria Grazia Bosu, da ecodelcinema.com

Democrazia al potere. Chi è Aung San Suu Kyi? È “The Lady”, premio Nobel per la pace nel ’91. Il film del regista francese Luc Besson ha un grande merito, cioè narrare una storia e trasmettere un messaggio, quello della Non Violenza, che la protagonista ha condotto con una resistenza encomiabile, raccontando una figura fragile e allo stesso potente. Come l’intera pellicola, che si pone a metà tra il dramma politico del popolo birmano, sottomesso a uno dei regimi più brutali del mondo e il dramma umano di San Suu Kyi.
La sua storia inizia, quando, a soli due anni, ha dovuto subire la violenza dei militari birmani che uccisero suo padre, il generale Aung San, leader della lotta indipendentista birmana. Da quel momento in poi il suo Paese finì nelle mani del violento regime birmano. Così quando lei dopo aver studiato in Inghilterra, sposato un inglese, il professore universitario Michael Aris, da cui ebbe due bambini, dovette tornare in Birmania per l’aggravarsi delle condizioni di salute della madre, riprese in mano la causa politico e morale che il padre era stato costretto ad abbandonare. Una lotta che porterà avanti con l’aiuto del suo popolo e della sua famiglia.
La fedeltà familiare e la vocazione a preservare i diritti delle comunità sono i valori che l’accompagnano e la sostengono in una lotta non violenta che è realmente difficile da immaginare. Il film di Besson, ci permette dunque di conoscere una storia necessaria a ognuno di noi per credere nella forza dell’umanità e nel valore della nostra libertà. Il ritratto della Lady è accurato e intimista, ma anche carente nell’aspetto storico-politico, ma, furbizia a parte, presenta una buona sceneggiatura composta da un lavoro certosino di ricostruzione, una bellissima fotografia, e un’interpretazione intensa di Michelle Yeoh, simile in tutto alla Lady e di David Thewlis, un marito premuroso e intelligente.
Una parola a parte va spesa per le musiche originali, composte da Eric Serra, il quale, solo attraverso la sua straordinaria musica, è riuscito ad esprimere il peso storico di questa piccola, sensibile, gigantesca (figura di) donna. 
Di Valentina Calabrese , da filmforlife.org

Il noto regista e produttore francese Luc Besson ritorna al cinema dal 23 marzo con “The Lady”, biopic dedicato alla straordinaria vita di Aung San Suu Kyi, pacifista birmana e massima esponente della democrazia e dei diritti umani.
Dopo aver concluso i suoi studi in Inghilterra, la giovane birmana Aung San Suu Kyi si trasferisce a New York per lavorare per le Nazioni Unite. Qui incontrerà e sposerà Michael Aris, uno studioso di cultura tibetana, che la accompagnerà sempre nella sua lotta. Nel 1988 ritorna in Birmania per accudire la madre gravemente malata, ma scopre un Paese piegato dalla dittatura sanguinaria e repressiva del generale Saw Maung. Così Aung San Suu Kyi sceglie di combattere quel regime con la “non violenza”, fonda la Lega Nazionale per la Democrazia e regala al suo popolo un sogno di libertà e rispetto dei diritti umani. Per questo, Aung San Suu Kyi viene costretta a vivere reclusa nella sua casa fino al 2010, anno in cui verrà liberata.
“The Lady” è un film potente ed importante.
Il regista Luc Besson ha scelto con questa pellicola di raccontare la storia straordinaria di una donna, che da sola e senza armi, è riuscita a fronteggiare un regime dittatoriale, a regalare un sogno di democrazia al proprio popolo e ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sul suo piccolo e remoto Paese.
Besson ha prediletto la vita privata e più intima di Aung San Suu Kyi piuttosto che la sua battaglia politica. Il ritratto che traspare è di una donna forte, ferma e dai saldi principi che però ha sempre sofferto molto per i suoi ideali ma anche per i suoi affetti. Infatti la sua vita è sempre stata caratterizzata dalla dolorosa scelta tra la famiglia e la Patria.
Alla bellissima fotografia ed all’ottima interpretazione dei protagonisti, non corrisponde però una sceneggiatura completa. Infatti il prediligere l’aspetto umano di Aung San Suu Kyi all’interno delle mura domestiche non lascia spazio alla storia che ha caratterizzato la Birmania negli ultimi anni e che hanno reso la vita dell’attivista così straordinaria.
“The Lady” racconta una pagina di storia importante e attuale, che necessita una profonda riflessione. Anche se il film presenta qualche carenza a livello stilistico, riesce comunque a trasmettere un importante messaggio pacifista e di non violenza, sempre necessario soprattutto alla luce degli ultimi accadimenti internazionali.
Da cinema.postificio.com

“Lei è libera di fare la sua scelta, signora“ …
[un militare ad Aung San Suu Kyi]
 In queste brevi parole dall’aspetto gentile risiede tutta la tragicità di una costrizione abietta e vigliacca.
“Libertà” di “scegliere” tra la famiglia, lontana, ad Oxford — e quindi con la certezza di non poter più rientrare — e la patria, devastata da una dittatura tra le più crudeli e repressive.
La grandezza del film sta nell’aver saputo efficacemente descrivere questa condizione assurda, segnata da un vile isolamento protrattosi per lungo tempo, che nemmeno la grave malattia del marito, Michael Aris, ha potuto interrompere.
Se The Lady è — doverosamente — la storia di questa donna eccezionale (che, per inciso, poteva tranquillamente proseguire nella sua vita da “casalinga” nella quieta Inghilterra), e quindi di tutte le traversie che l’hanno segnata (ma “la lotta continua“) sin da bambina, meritoriamente lo script e Besson danno ampio risalto ad Aris, la cui figura — sconosciuta ai più — contraddistinta da un amore incondizionato per la moglie che gli fa sopportare le più nefaste esperienze, s’erge, col suo incedere silenzioso ma determinato, a vitale supporto nel difficoltoso cammino intrapreso dalla sua “Suu”.
Le lacrime che le cadono dagli occhi alla notizia — non inaspettata eppure sconvolgente — del decesso di Michael non lasciano indifferenti, sgorgano direttamente nel profondo dell’animo in un profluvio emozionale disturbante e parimenti rincuorante.
La violenza, cruda, malvagia, persino banale contrapposta ad una dolcezza infinita, ad una risolutezza quasi “spirituale” nel perseguire la verità, la giustizia, l’armonia tra le genti accogliendone le voci, le diversità, i bisogni.
Naturalmente il pericolo retorica, anche in chi affronta una questione del genere cercando anche solo di parlarne, è alto; il disinteresse, per contrappasso, rischia così di diventare predominante. D’altronde, l’indifferenza, o meglio, l’abitudine ad apparire/essere/sentirsi indifferenti è uno dei mali della società moderna.
Ed invece il regista — di cui sono ben noti i trascorsi, lo stile, la “grandeur” — evita inutili lungaggini ed eccessi di enfasi e di facile ricercatezza della commozione, non indugia sui dettagli più effettistici che l’avrebbero potuto portare fuori strada. La sua conduzione è sicura, ispirata, conferisce ottima tenuta e ritmo calzante, con una messa in scena poderosa e sempre precisa, anche nella gestione dei diversi registri di ambienti e situazioni; in più, egli non ostenta la sua presenza, anzi, è come se avesse aperto un ossequioso distacco tra sé e l’oggetto-culto delle sue riprese, The Lady.
Il suo è un affresco biografico potente che coinvolge e cattura, che appassiona e ammutolisce.
Si potrà forse obiettare riguardo certi momenti apparentemente agiografici e una sceneggiatura che in alcuni passaggi non è molto incisiva e compatta, e valutare un poco sbrigativo il finale, ma — fermi restando gli inevitabili e necessari risvolti commerciali — la sincerità, la partecipazione di autrice (Rebecca Frayn) e regista appaiono sincere, le loro motivazioni autentiche, colme di rispetto e desiderio di diffondere il pensiero e la storia di questa donna straordinaria (e va bene se una volta tanto -non— si sprecano aggettivi elogiativi e superlativi).
La macchina da presa è spesso lì, a inquadrare in primissimi piani i tratti gentili, “nobili”, sofferenti di Aung San Suu Kyi, a registrarne le impercettibili ma progressive mutazioni che gli eventi, perlopiù drammatici, portano con sé.
Per una pellicola di questa natura impossibile prescindere dalla prova degli attori: semplicemente magnifica Michelle Yeoh, perfettamente aderente al personaggio senza abbandonarsi in appariscenti istrionismi virtuosi e mascheramenti esagerati (che tanto piacciono alle giurie di certi premi …), immensa per attitudine e bravura. Ed altrettanto maiuscolo è David Thewlis: infonde spessore al personaggio di Michael Aris, la sua interpretazione in levare convince e colpisce con forza.
Forza che possiede questo film. Quella dei grandi film.
Da cinerepublic.film.tv.it

Aung San Suu Kyi (Michelle Yeoh) ha poco più di due anni quando suo padre, importante esponente politico che contribuì all’indipendenza della Birmania dal Regno Unito, viene ucciso da alcuni avversari politici. Divenuta adulta si costruisce una vita felice in Inghilterra con un marito amorevole (David Thewlis), ma le precarie condizioni di salute della madre la costringono sul finire degli anni ’80 a tornare in patria, dove riprenderà contatto con una realtà di oppressione che risveglierà in lei una forte coscienza politica. Ben presto Suu Kyi diventa una spina nel fianco per il regime militare che reagisce con la forza costringendola agli arresti domiciliari, negandogli una netta vittoria conquistata alle elezioni ed espellendo dal paese i suoi famigliari. Suu Kyi comincerà così la sua lunga lotta non-violenta per la libertà della sua nazione che la trasformerà in un’eroina e nella prima donna asiatica a cui verrà assegnato un Nobel per la pace.
Il regista, produttore e sceneggiatore Luc Besson affronta il suo secondo biopic dopo ilGiovanna d’Arco del 1999 e stavolta la prova per Besson si fa più ardua visto che nel caso dell’eroina francese il lato mistico-religioso della storia permetteva al regista corpose incursioni nell’immaginifico, mentre in questo caso la solida e puntuale sceneggiatura della scrittrice e documentarista Rebecca Frayn lo costringe all’interno di schemi narrativi ben definiti di un biopic da manuale, anche se in un paio di occasioni Besson riesce ad applicare in parte la sua visione spettacolare, quasi parossistica della narrazione da grande schermo.
Come già abbiamo ribadito con il Machine Gun Preacher di Marc Forster anche in questo caso con The Lady c’è una forte necessità di veicolare ad un platea il piu vasta possibile un messaggio forte ed importante, che prescinde dalla riuscita o meno della messinscena o da alcune evidenti lacune figlie di una regia fuori dal suo elemento naturale, ma ci pensa la certosina cura nella caratterizzazione dell’intensa e fascinosa Michelle Yeoh a sopperire là dove Besson non riesce scontrandosi con la formalità imposta dal genere, proprio come accadeva con la magnifica Lady di ferro di Meryl Streep nel biopic di Phyllida Lloyd.
La lotta di Suu Kyi è uno dei più straordinari esempi di coraggio civile dell’Asia degli ultimi decenni. 
Comitato norvegese per il premio Nobel (1991)
Note di produzione: la scrittrice Rebecca Frayn ha impiegato tre anni tra interviste e ricerche per scrivere la sceneggiatura. Il film è co-prodotto da Jean Todt, ex-direttore generale della Scuderia Ferrari. Per l’ovvia impossibilità di girare in Birmania, Besson ha scelto la Thailandia come location alternativa. La colonna sonora è stata affidata al compositore francese Eric Serra che aveva già musicato diverse pellicole di Besson tra cui il suo esordio del 1983 Le Dernier Combat e i cult Nikita e Leon.
Di Pietro Ferraro , da ilcinemaniaco.com

“Usate la vostra libertà per promuovere la nostra” (Aung San Suu Kyi) 
C’è stato un tempo in cui la Birmania era un centro culturale e commerciale pulsante del Sud-est asiatico. Il primo Segretario Generale delle Nazioni Unite non occidentale fu il birmano Maha Thray Sithu U Thant. Nel 1962, però, venne il colpo di stato del generale Ne Win a mescolare le carte e a decidere le sorti di innocenti. Da allora la Birmania è conosciuta come una delle dittature più impenetrabili e segrete del mondo, dove la libertà si immola nell’oppressione, dove i computer sono banditi e le conquiste democratiche sono la Fata Morgana di un popolo vessato da trent’anni di dittatura militare. “The Lady” si insinua in un contesto obnubilato nel buio per fare luce su un’eroina contemporanea, Aung San Suu Kyi, leader del movimento democratico birmano (LND, Lega Nazionale per la democrazia) e premio Nobel per la Pace nel 1991. Aung San Suu Kyi ha guidato le spinte libertarie di questo popolo fino alle prime elezioni libere in cui conquistò una vittoria schiacciante, che, però, l’Esercito si rifiutò di accettare e decise l’arresto per Suu e i suoi collaboratori. Da quel momento la sua vita sarà scandita da quindici anni di arresti domiciliari (fino al 2010).
Luc Besson realizza un biopic tradizionalista e intrinsecamente didascalico, mette da parte visionarietà e eccessi in favore di uno stile che sembra aver tratto insegnamento dall’aplomb pacato della leader birmana, per quanto è corretto e lineare e rispondente a quella tendenza del cinema di Besson di scendere a patti col grande pubblico. La lady à la Besson non è solo la guida di un movimento politico, ma anche una donna-mamma. La dimensione umana di Suu acquista ampio spazio, e il melò sovrasta l’impegno politico. Il ritratto che ne viene fuori è sì quello di una donna che lotta al fianco di un popolo, ma anche quello di una donna che ha sposato una causa e per fedeltà ad essa ha rinunciato a rivedere suo marito sul letto di morte e ad accudire i suoi figli. Aung San Suu Kyi è un personaggio perfetto per il regista francese: tornita di un corpicino esile – che rimanderebbe a una potenziale fragilità – rivela, invece,  tutta la sua forza in quella compostezza imperturbabile che l’ha resa famosa. All’apparenza fragile, in realtà forte, è il genere femminile declinato da Besson: “Leon”, “Nikita”, “Il quinto elemento”, “Giovanna d’Arco”. E sono le loro interpreti ad emergere: Michelle Yeoh – attrice asiatica ormai consacrata – ha assimilato  e trasposto – riuscendo a sottrarsi agli isterismi della performance sopra le righe – una Suu placida ed elegante, che si è imposta a guida di un popolo con la sola forza delle idee. Approcciarsi alla storia del Myanmar e della sua paladina non è facile, non solo per la complessità del contesto che si va a esacerbare – facile cadere nella retorica, nella mistificazione o nella spettacolarizzazione, è ancora lucido il ricordo di “The Iron Lady” – ma anche perché la segretezza imposta e vigilata dal regime rende la conoscenza un esercizio impervio. Luc Besson si è affidato, infatti, ai documenti redatti da Amnesty International e alle testimonianze di alcuni volontari birmani. Il regista francese ha fotografato, con inserti documentaristici, la Birmania nella gratuità della violenza e nel colorato folklore delle sue eterogenee etnie: Suu si muove fin nei villaggi più sperduti della sua terra, accolta tra fiori e donne giraffa.
“The Lady” ha il suo limite nel didascalismo da libro di storia, ma il pregio di raccontare senza calcare la mano nella retorica una storia che chiede di essere conosciuta. Quella del popolo birmano – che come altri, ma diversamente da altri – lotta e resiste per avere riconosciute quelle conquiste democratiche che a noi sembrano così scontate, tanto da gridare della loro assenza al primo colpo di tosse.
Di Francesca D’Ettorre, da ondacinema.it

Il film The Lady di Luc Besson (2011) esce nelle sale mentre a Myanmar (Birmania) la storia riporta alla ribalta Aung Sang Suu Kyi, quale leader della Lega nazionale per la democrazia, il partito che ha vinto in 40 collegi sui 44 in cui si è presentato. Aung Sang Suu kyi è stata eletta in parlamento, in una cittadina rurale a sud di Rangoon e scoppia un’enorme festa popolare intorno a lei. Gli sguardi del mondo sono rivolti a questa esile, affascinante donna che mantiene fermamente il sogno di riportare la democrazia nel suo paese.
Il film racconta la straordinaria avventura di Sang Suu Kyi, a partire dall’assassinio del padre Aung San nel 1947, leader del movimento per l’indipendenza della Birmania, evento che ha destabilizzato il paese, spianando la strada alla presa di potere dell’esercito. Da questi fatti l’isolamento della Birmania dal mondo e anni bui per il popolo birmano.
Tutto questo è trattato nelle immagini del film, naturalmente ne è l’anima ma altrettanto importante è vedere attraverso le vicende personali di Suu Kyi, come questa donna sia diventata leader morale carismatico della Birmania e anche degli indiani, cui lei ricorda i fondatori del loro paese. Vediamo nel film più volte San Suu leggere libri di Gandhi e fare lo sciopero della fame “Sua madre Daw Khin Kyi nel 1960 fu ambasciatrice in India e Nepal” ci dice Jaswan Singh, ex ministro indiano delle finanze, degli esteri, della difesa, autore di Jinnah: India,- Partition –Independence (La Stampa, 1 aprile 2012).
Dopo la morte del padre, Suu (Michelle Yeoh) cresce in Inghilterra e sposa il professore universitario Michael Airis (David Thewlis) da cui ha due figli . Nel 1988, il popolo insorge contro la giunta militare e Suu torna nel suo paese per iniziare lo scontro nonviolento contro i militari. E qui si dipana lo strazio della famiglia divisa, ma tutta consapevole del ruolo politico che ha questa donna. Marito e figli provano profonda nostalgia, lei soffre per la terribile mancanza dei suoi cari. Il senso del film, per cui sono state sollevate anche delle critiche, è proprio sulla forza che questo amore conferisce alla piccola donna indomita. Suu nel 1989 è arrestata e rimarrà due decenni agli arresti domiciliari, non potrà andare a ritirare il Premio Nobel per la Pace che le è conferito nel 1991, né assistere il marito nella malattia che lo condurrà alla morte nel 1999: una volta lasciato il suolo birmano, non le sarebbe stato più permesso il ritorno in patria. La decisione è presa da entrambi i coniugi durante una drammatica telefonata. Suu viene liberata nel novembre del 2010.
Molti giornali, prima delle recenti elezioni e subito dopo si sono occupati della Birmania (bellissimo l’articolo comparso su “Le Monde” il 26 marzo 2012 Birmanie. Une ouverture en demi-teinte, 1°Avril Elections legislatives partielles. Les Birmans sont appelés aux urnes sur fond d’ouverture politique. Les conflicts avec minorités ethniques, eux, perdurent di Bruno Philip)
Abbiamo dunque moltissime notizie storiche e politiche. Il film ci dà un’interpretazione dei fatti (come è giusto che sia per un’opera creativa) che arricchisce umanamente le nostre conoscenze.
Le ultime immagini sono quelle delle manifestazioni dei monaci e il film si chiude con questa didascalia.
Usate la vostra libertà per favorire la nostra
In Birmania con Aung Sang Suu Kyi il cammino è incominciato.
Che meraviglia, che piacere e che sollievo andare al cinema, sedersi al buio per due ore, entrare a far parte del mondo, capire, domandarsi, emozionarsi, sentirsi parte del tempo in cui viviamo e della storia, uscirne più ricchi, consapevoli, grati(Concita de Gregorio, La Repubblica)
Di Laura Operti, da serenoregis.org

Un racconto epico, una intensa storia d’amore, una lotta pacifica che infiamma i cuori e scuote le coscienze. “The Lady” di Luc Besson è la straordinaria storia di Aung San Suu Kyi e di suo marito, Michael Aris. Il regista francese, lontano delle sue ultime incursioni fantasy in computer grafica e dagli eccessi action, allestisce un biopic ispirato e coinvolgente sulla pacifica lotta della donna al centro del movimento democratico birmano.
In “The Lady” Luc Besson abbandona i panni muscolari del regista fanta action e indossa quelli più misurati del cronista di una storia recente, intima ed universale, dolorosa, sofferta e crudele. Crudele come i soprusi che ha dovuto subire la popolazione birmana, dolorosa per una donna divisa tra dovere di patria e un assoluto amore coniugale. In una delle scene più belle, di fronte a questa “libertà di scelta” che le pone un ufficiale di polizia, cioè tornare a casa per non fare più ritorno in Birmania o rimanere in un paese dilaniato e vivere in isolamente, lei replica, “Libertà di scelta? E’ libertà questa?”.
La stesura di “The Lady” ha richiesto tre anni di lavoro a Rebecca Frayn. Attraverso interviste con figure chiave della cerchia di Aung San Suu Kyi è stata in grado di ricostruire per la prima volta la vera storia dell’eroina nazionale birmana. Il film, pur calato (e non poteva essere altrimenti) nel contesto politico, si sofferma in gran parte sulla storia d’amore tra Aung San Suu Kyi e suo marito, Michael Aris. Nonostante la distanza, le lunghe separazioni, l’isolamento cui la donna è sottoposta e un regime pericoloso e ostile (che preferirebbe eliminare la donna ma non può per non farne una martire come già successo per il padre di San Suu Kyi, il generale Aung San), il loro amore resiste fino alla fine.
La storia d’amore è il pregio assoluto e il grande limite di una pellicola comunque consigliata. Risultando a tratti molto intensa, a volte eccessivamente stucchevole – complice una musica molto emozionale nonchè ricattatoria – a volte il melodramma straborda e rischia di inglobare l’intera pellicola e le sue nobili intenzioni. E’ impossibile trattenere la commozione in determinate scene. così come l’indignazione, l’ammirazione e la voglia di saperne di più su quella donna minuta e coraggiosa e della sua storia incredibile.
In questo il film raggiunge il suo obiettivo, riuscendo nel duplice scopo di sensibilizzare e far conoscere una recente storia vera, e intrattenere con una storia d’amore classica, trattata con delicatezza e rispetto, purtroppo senza lieto fine.
Gli attori
La riuscita del film non sarebbe piena senza l’apporto di due attori straordinari. Se David Thewlis  è un marito (fin troppo) comprensivo, amorevole, fedele e pronto a combattere al fianco della moglie di cui condivide un sogno, èMichelle Yeoh la star indiscussa dell’opera. Non solo è stata lei a volere a tutti i costi realizzare il film, ma nell’indossare i panni dell’eroina birmana adotta una trasformazioni incredibile: minuta, fragile, elegante, intensa in ogni scena, l’attrice hongkonghese risulta in ogni situazione perfetta, calandosi perfettamente nella parte, mimando i modi di camminare, di muoversi e di parlare della reale Aung San Suu Kyi.
Giudizio
132 minuti potrebbero sembrare troppo per un biopic, ma il tempo scorre rapidamente, e quello che rimane alla fine della pellicola è una grande ammirazione ed il piacere di aver visto un film non perfetto ma necessario.
Consigliatissimo.
Da cinezapping.com

La straordinaria lotta della “orchidea d’acciaio” Aung San Suu Kyi e di suo marito, Michael Aris: mentre la donna continua la sua battaglia contro l’oppressivo regime birmano, il consorte affronta un cancro alla prostata che lo consuma lentamente. Nonostante le difficoltà, la lontananza e le continue prepotenze da parte di una dittatura ostile e feroce, il loro amore troverà la forza per sopravvivere, rafforzando così il loro credo e la loro missione: ottenere una Birmania libera.
Attenzione: la nuova opera di Luc Besson (“Adèle e l’enigma del faraone”, “Nikita”) non è un semplice racconto d’amore come tanti altri. “The Lady” è la vera storia dell’eroina nazionale birmana Aung San Suu Kyi, e declassarla come una semplice storia d’amore significherebbe prendere il cuore della pellicola e gettarlo via. Con una dolcezza infinita il regista francese riporta nei cinema i disordini politici dello stato a sud della Cina e la ribellione di una piccola donna dotata di una grande forza di volontà. Figlia del generale Aung San, Aung San Suu Kyi (chiamata affettuosamente Suu dal marito) cresce in un ambiente stimolante e intellettuale, guidata dall’ombra di un padre assassinato per essere stato il principale artefice della Rivoluzione Birmana degli anni ’40. Durante la sua battaglia, che inizia nel 1988, la nostra protagonista viene minacciata di morte, rapita, portata agli arresti domiciliari e privata dei suoi affetti più cari, il marito Michael e i figli Alex e Kim.
Besson, utilizzando un equilibrato connubio tra il ritratto della lotta politica per la democrazia e le sofferenze private di Suu, crea una pellicola intima e coinvolgente, pronta a scuotere gli animi di tutti gli spettatori in sala. Il ritmo è lontano anni da luce da quello documentaristico, e i filmati originali di alcune rivolte sono stati utilizzati solamente come oggetto di studio per ricreare nel modo più realistico possibile personaggi e situazioni (ad eccezione della manifestazione dei monaci buddhisti, in cui vengono alternate sequenze ricostruite e originali). Una menzione al merito è dovuta anche per i due protagonisti: la ex Bond girl Michelle Yeoh, che ha imparato il birmano per regalare un intenso momento di commozione generale durante il primo discorso di Suu; e David Thewlis, che dopo aver interpretato il poeta francese Paul Verlaine ed il professor Remus Lupin nella saga di Harry Potter, ritorna con un incredibile doppio ruolo nei panni di Michael Aris e del suo fratello gemello Anthony.
Realizzata in Thailandia (il governo birmano ha infatti negato i permessi per le riprese), la pellicola gode di alcuni magistrali campi lunghi e di alcune scene particolari ambientate nei pressi della pagoda di Shwedagon, realizzate con l’ausilio di una telecamera nascosta, riuscendo comunque a dare l’impressione allo spettatore di trovarsi veramente per tutta la durata del film nella capitale Rangoon. “The Lady” è un’opera volta a sensibilizzare le coscienze, ma consigliata anche a chi già conosce le gesta di Aung San Suu Kyi: vi assicuro che durante la visione non mancheranno le lacrime.
DiGiulia Crucitti, da filmedvd.dvd.it

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