THE IRON LADY

Quando ci si appresta ad assistere ad un film del genere, a fatica si trattengono certe, pressanti domande. “Un biopic? E cosa dovrebbe dirci un biopic“? Sono quesiti che, mentre stuzzicano la nostra curiosità, tormentano gli autori. Tanto più che nel caso di The Iron Lady c’è di mezzo uno dei personaggi più influenti del secolo scorso, quella Margaret Thatcher che, forse, rappresenta una delle figure più odiate e più amate al tempo stesso. Quel che è certo è che, ancora in attività, della lady d’acciaio non si può certo dire che fosse “popolare”.
Una grossa responsabilità quella di affidare aPhyllida Lloyd la regia di questo progetto. Lei che, oltre a Mammamia! (che le ha conferito una certa notorietà), aveva già diretto un film per la TV britannica di tenore simile. Si tratta di Gloriana, la cui trama ruota attorno al personaggio di Elisabetta I. Con un salto di all’incirca cinque secoli, dunque, a tenere banco è una storia analoga: quella di una donna al potere, che, come la figlia di Enrico VIII ed Anna Bolena, ha inciso in misura rilevante sulle condizioni del Regno Unito. Da allora – erano gli anni a cavallo tra i ‘70 e gli ‘80 – si comincerà a parlare addirittura diThatcherismo, definizione di carattere essenzialmente economico e non così tanto lusinghiera.
La sceneggiatura di The Iron Lady, scritta da Abi Morgan, ricalca una struttura già collaudata. E non è affatto casuale, anzi, la scelta di vivere i quarant’anni in politica della Thatcher rivivendoli attraverso i ricordi della diretta interessata. E’ così che la struttura narrativa viene impostata, seguendo un canovaccio abbastanza collaudato, che trova coinvolti noi e la protagonista quasi sullo stesso piano.
Margaret è oramai in pensione, costretta al ritiro da alcuni acciacchi riconducibili non solo all’età avanzata. Sarebbe troppo semplice parlare di mera demenza senile. Il suo è un male dell’anima, quello che pervade una persona di cui, tra le tante cose che si possono dire, non si può certo parlare come di un profilo superficiale. Tutta quella fermezza e quell’ostilità, se così possiamo definirla, che ne hanno letteralmente trainato la carriera politica, la Thatcher del film le sta scontando con gli interessi in vecchiaia.
D’altro canto, ad un certo punto, viene citato un lungo aforisma dell’ex-primo ministro britannico, in cui viene chiaramente espressa tale realtà: “sono le nostre abitudini a regolare il nostro destino“, grossomodo il senso era inequivocabilmente questo. Lei lo sapeva bene, dunque, quanto le sarebbe costata una simile condotta. Nessun giudizio di merito, ma questo è ciò che traspare dalle immagini.
Sarebbe facile scorgere, nel personaggio interpretato da una favolosa Meryl Streep, l’icona di una non meglio precisata istanza femminista. Ma come la stessa Thatcher usò dire, “essere potenti è come essere donna… se hai bisogno di dimostrarlo vuol dire che non lo sei“. Parole nette, insomma, che accettano davvero poche repliche. Senza contare che il suo riscatto, semmai dovessimo evidenziarne alcuno, passa attraverso il canale sociale. Un suo collega ebbe a dire che ciò che penalizzò di più la Thatcher non fu tanto il fatto di essere donna, quanto quello di essere figlia di un droghiere. Ed in un’Inghilterra snob come quella che ci consegna la storia dell’epoca, non stentiamo affatto a credere che delle umili origini rappresentassero un peccato di gran lunga più grave rispetto al sesso.
Tuttavia, se vogliamo, la scalata al successo pubblico del leader del Partito Conservatore altro non è che funzionale ad un altro livello di narrazione, che è poi per certi aspetti quello su cui ci si focalizza maggiormente. Alludiamo alla sua storia d’amore con Denis Thatcher, altro personaggio piuttosto dibattuto a suo tempo. Il ruolo che aveva lo ha sempre posto in una posizione scomoda: quello di first husband.
I media inglesi si burlavano della sua figura, alla quale però, ci dicono, erano tutto sommato legati da un profondo affetto. Vero o meno che sia, il ruolo interpretato da Jim Broadbent(Denis, per l’appunto) è tutt’altro che secondario nell’economia della trama. Anzi, stentiamo a credere nella resa di questo script senza di lui. Nel bene o nel male, è quasi sempre lui a smussare i contorni di una vicenda difficile da raccontare, perché senza dubbio davvero complessa.
E si comporta egregiamente Broadbent, che asseconda una certa vulgata secondo cui il marito della Thatcher fosse dotato di un serioso humor tipicamente britannico, che molti pare fraintesero per mancanza di polso. Beh, sfidiamo noi, a stare dietro ad una moglie come quella! Sta di fatto che la sua interpretazione sa essere comica quanto basta (anche se a tratti si corre il rischio di cadere quasi nel ridicolo; rischio comunque ben contenuto, tutto sommato), oltre che dolce, elegante. Un tributo all’attore per la sua più che convincente prova è d’obbligo.
Da qui ci ricolleghiamo ad un altro tema chiave della pellicola, ossia la solitudine. Quella della Thatcher è pressoché totale. Sin dai primi passi mossi in politica, l’ostinata Margaret ha sempre dovuto combattere e sgomitare da sola. Ed è stato proprio questo ad insuperbirla: l’aver avuto successo conducendo una guerra solitaria. O meglio, una guerra dove da una parte c’era lei e dall’altra tutti gli altri.
Alla luce di quanto appena emerso, si capisce perché in sede di sceneggiatura si sia fatta così tanta leva sulla love-story con Denis. Solo sul finire del film comprendiamo quanto il rapporto con quest’ultimo abbia inciso su di lei. Tuttavia, ben prima, abbiamo comunque modo di intuirlo. E’ un amore profondo quello che lega i due – quantomeno, così per come ce lo racconta il film. Un amore che va ben oltre le belle ma sterili dimostrazioni d’affetto. Non è forse frutto di uno spropositato amore quello di farsi volontariamente travolgere dalla mastodontica figura della moglie, con tutto ciò che ne consegue, quello di Denis?
E d’altro canto non si può fare a meno di leggere questo così rilevante personaggio, la Thatcher, se non soprattutto in relazione al quasi viscerale rapporto che la lega al marito – rapporto solo apparentemente “accessorio”. E’ attraverso questo sentiero che emerge il paradosso che il primo capo del governo britannico donna della storia inglese rappresenta tutt’oggi. Una donna sul cui conservatorismo suppongo pochi nutrano dubbi, senza dubbio in termini puramente politici, ma che eppure riesce nell’impresa di ribaltare una tradizione che l’avrebbe lasciata fuori dalla porta senza battere ciglio.
Nel porci nuovamente la domanda iniziale, dunque, siamo noi che restiamo a corto di risposte. Quale che sia il grado di fedeltà alla realtà dei fatti, non è certo da un film che dobbiamo aspettarci una certa aderenza in tal senso. Nonostante la gran mole di materiale di cui possiamo disporre a riguardo, visto che si tratta di una figura abbastanza recente, nemmeno interi volumi sono riusciti a sondare quel mistero che risponde al nome di Margaret Thatcher. Il film, da par suo, non può che farsi forte della vocazione alla finzione su cui comunque si basa. Quindi, meglio leggere questa pellicola sotto altri aspetti.
Ci ha consegnato qualcosa, quale che sia, la protagonista di questo film? Ebbene, questo sì, certamente lo ha fatto. Per noi si è trattato di spunti su cui intavolare un’analisi. Per altri sarà magari qualcosa di diverso, ma sarà pur sempre qualcosa. La Lloyd non tratta con accondiscendenza il suo personaggio, né assume un atteggiamento apertamente univoco nei suoi confronti. Con un’apprezzabile delicatezza, invece, ci mostra una donna per quello che potrebbe essere. Una donna che avrà anche ricevuto tanto dalle alte cariche che ha ricoperto, ma che ha dato almeno altrettanto. Perché, come disse un altro eminente esponente politico britannico, ossia Winston Churchill, “sono le istituzioni che noi contribuiamo a formare quelle che poi ci formano“. Ed in che misura ciò fu vero per Margaret Thatcher probabilmente resterà oscuro a tutti noi per tutto il tempo a venire.
Da cineblog.it

Londra, 2008. Nel suo appartamento ben arredato, l’ex Primo Ministro Margaret Thatcher prepara la colazione per il marito Denis, esattamente come ha fatto ogni mattina della loro vita coniugale. Fino a che l’assistente personale di Margaret non entra nella stanza, non vediamo che la donna siede al tavolo da sola. Denis è vivo solo nella sua immaginazione. Descritto in più di un’occasione quand’era in vita come “sempre presente, anche se non c’è mai”, Denis è ancora presente per Margaret. Bloccata nella forzata inattività del pensionamento a combattere la cattiva salute, Margaret è sommersa dai ricordi. Frammenti della sua vita privata e della sua premiership si susseguono nella sua mente e li rivive in vividi dettagli. Mentre Margareth lotta per mantenere il proprio equilibrio, Denis la prende in giro e la punzecchia. La lotta, i trionfi, i tradimenti – alla fine, cosa ha ottenuto? Ora che tutto è stato detto e fatto, ne valeva la pena? The Iron Lady è la storia di una donna che venne dal nulla per sfondare le barriere di genere e di classe, per farsi ascoltare in un mondo dominato dagli uomini. E ‘un film sul potere e il prezzo che viene pagato per il potere, una storia che è allo stesso tempo unica ed universale..
Prima donna premier di una democrazia occidentale, undici anni al 10 di Downing Street dal 1979 al 1990 la Thatcher è stata molto amata dalla destra conservatrice e al contempo contestata da sinistra e forze sindacali. “Questo non è un documentario – ha dichiarato Meryl Streep – Abbiamo piuttosto voluto raccontare la storia di una donna che ha vissuto a fondo la sua vita. Il film ha un piccolo budget, lavoravamo 12 ore al giorno senza pause. Mi sono sentita come una contorsionista e sognavo sempre grandi massaggi. Ma mi sono sentita anche molto me stessa”.
Di primissima.it

Recitare la parte di una donna come Margaret Thatcher è un’impresa che solo una grande attrice potrebbe portare a termine: per interpretare un ruolo così potenzialmente freddo sono necessari un carisma incredibile e un carattere pieno di vitalità. Chi dunque meglio di Meryl Streep? “The Iron Lady”, diretto da Phyllida Lloyd, è un film ben costruito, con una storia che riesce a rappresentare tutte le sfumature del cuore umano, mostrando allo stesso tempo la forza dell’orgoglio femminile; nonostante questo, molte sono state le polemiche sull’interpretazione della figura dell’ex Primo Ministro inglese e sulle scene riguardanti la sua malattia. Alcuni sostengono che l’umanità con cui è stata raffigurata la Lady di Ferro non abbia reso giustizia alla rabbia che alimentava il popolo in quegli anni e alle difficoltà attraversate dai cittadini britannici per far fronte alla crisi economica.
Vedere la Tatcher piegarsi di fronte all’Alzheimer e cercare con le lacrime agli occhi di dire addio al suo grande amore Denis (Jim Broadbent) è un’immagine profondamente coinvolgente, e che potrebbe colpire anche la sensibilità di coloro che quegli anni li hanno vissuti sulla propria pelle e che hanno subito le conseguenze delle riforme della Lady di Ferro. Ma di fronte ad una recitazione così magistrale l’emozione scioglie ogni dubbio, e certe critiche vanno doverosamente lasciate da parte per un istante. Da un punto di vista artistico il film non delude lo spettatore, anzi lo rapisce nel suo intreccio e lo trasporta nella vicenda raccontata, trasformando la malattia della Lady di Ferro in un espediente efficientissimo per arricchire la struttura narrativa della trama. I dialoghi conferiscono forza al film, che può contare su sequenze di grande impatto: sfido qualunque donna a non restare catturata dallo sguardo di Margaret Thatcher nel momento esatto in cui i suoi occhi si posano con aria di sfida sul circolo maschile che immancabilmente la circonda e la deride.
Formidabili le interpretazioni della giovane Margaret (Alexandra Roach) e del giovane Denis (Harry Lloyd). Per quanto riguarda Meryl Streep, inutile sprecare fiato: l’aggettivo giusto è strepitosa e la sua diciassettesima nomination all’Oscar non fa altro che confermarlo. E per tutte le donne che vedranno questo film e che vogliono sentirsi ogni giorno più forti e coraggiose, possiamo concludere citando la frase più famosa dell’Iron Lady per eccellenza: “Never compromise”. Mai scendere a compromessi, se si tratta di difendere le proprie idee o la dignità di un amore.
Di Luisa Colombo, da filmedvd.dvd

The Iron Lady è un film che ripercorre la vita e le gesta di Margaret Thatcher, la prima donna a diventare primo ministro in Gran Bretagna, un’icona della nostra epoca.
In questo film sono almeno tre i temi narrativi che ruotano intorno al personaggio interpretato da Meryl Streep: il legame affettivo ancora vivo con il defunto maritoDenis; la lotta di classe che Margaret ha combattuto fin da quando era ragazza peremancipare la figura della donna nella politica al potere nel mondo occidentale; il connubio tra l’essere donna, madre e leader di un paese come la Gran Bretagna degli anni dell’IRA.
Analizziamo la vicenda cinematografica.
La storia si apre su una giornata ordinaria della Lady di Ferro, ormai ritiratasi dalla scena politica da diverso tempo; in realtà, la giornata si rivela non rientrare nella solita routine, poiché nel corso delle ore successive Lady Thatcher inizierà a ricordare tutta la sua carriera politica alternata alla vita privata.
Il peso delle decisioni non intaccato l’ex Primo Ministro Thatcher, che ha affrontato il terrorismo dell’IRA, sommosse pubbliche, una guerra contro l’Argentina per la riconquista delle isole Falkland, lo scherno della politica avversaria e la mancanza di fiducia da parte della politica alleata.
L’ingresso del film su una Thatcher anziana, vedova e affranta solo dal timore di diventare pazza a causa delle allucinazioni e dei ricordi che le tornano alla mente imperanti, permette allo spettatore di accomodarsi nella dinamica narrativa e potersi allineare alla lunghezza d’onda che sarà caratterizzata da una costante danza traflashback di diversa connotazione temporale; solo successivamente sarà rivelato il vero grande timore della donna: la solitudine scaturita dalla morte del marito, la presenza fittizia di una figlia (Carol) e l’assenza di un figlio non curante dello stato di salute e dei sentimenti di una madre (Mark); in altre parole, tutte le paure stereotipate che sopraggiungono alle persone quando pensano alla vecchiaia.
A partire dai primi discorsi politici uditi dal padre in giovane età, Alfred Roberts – un droghiere che si diede alla politica nel secondo dopoguerra diventando sindaco di Grantham-, la giovane Margaret ebbe la possibilità di crescere in un ambiente prolifico di idee, le stesse idee che l’accompagneranno per l’intera vita -a volte aiutandola, altre volte annientando la sua umanità-, ma comunque nella garanzia costante di presenza assoluta e prioritaria per bene del suo Paese, anche dinanzi alla sua famiglia o a valori quali il rispetto per la vita (la scena in cui piange per i caduti in guerra è commovente).
Le tre tematiche portate avanti dalla regista Phyllida Lloyd s’intrecciano in modo ben ritmato e molto equilibrato, non facile da seguire per tutti, con una piccola grande scoperta nella stupefacente interpretazione di Alexandra Roach nei panni della giovane Thatcher, mentre la grandezza di Meryl Streep in questo personaggio è soprattutto nell’interpretazione della voce (sarebbe molto meglio scegliere una proiezione in lingua originale con sottotitoli e non perdere la Streep in uno slang anglosassone credibilissimo con una peculiarità di dettagli vocali magnifica): se c’è una donna nella storia recente della politica da elevare a icona, altrettanto si può fare per la Streep per il cinema,un’icona di talento e unicità del nostro tempo.
Il messaggio della pellicola è sublime: Margaret Thatcher, la Donna di Ferro, si è usurata col passare del tempo proprio come il metallo che la rappresenta nel soprannome, lasciandosi cogliere dai limiti di un fisico in via di arrugginimento e di una mente che può anche vacillare nei ricordi, ma mai erodere le idee che portano alle azioni, che portano alle abitudini, che portano alla personalità, che portano al proprio destino. Sono le idee, che ci accompagnano verso il nostro destino [cit.].
Note di Produzione: La regista Phyllida Lloyd e Meril Streep hanno già collaborato nella commedia di successo Mamma Mia!; la Streep è alla 17° nomination per gli Oscar; e ha già vinto un Golden Globe come miglior attrice; la sceneggiatura è firmata da Abi Morgan, co-sceneggiatore di una recente uscita cinematografica come Shame.
Di Felice Catozzi, da ilcinemaniaco.com

Margaret, ormai ottantenne, fa colazione nella sua casa in Chester Square, a Londra. Malgrado suo marito Denis sia morto da diversi anni, la decisione di sgombrare finalmente il suo guardaroba risveglia in lei un’enorme ondata di ricordi. Al punto che, proprio mentre si accinge a dare inizio alla sua giornata,Denis le appare, vero come quando era in vita, leale, amorevole e dispettoso, ma allo stesso tempo una presenza ingombrante nella realtà che la circonda. The Iron Lady ripercorre la vita dell’ex Primo Ministro britannico Margaret Thatcher (Meryl Streep), compresa l’infanzia, la sua carriera politica e i 17 giorni antecedenti alla fulminea guerra delle Falkland (scatenatasi nel 1982). Il tutto è visto attraverso gli occhi della donna che vive con nostalgia i momenti del suo passato, specie quelli trascorsi al fianco del marito. Nonostante passato e presente si fondano nella sua testa in maniera inestricabile, la donna non cede alle preoccupazioni della figlia e dei suoi collaboratori, consapevole dell’importanza degli eventi trascorsi, ed anche della sua vita presente, rimane degna di essere vissuta fino in fondo.
Il terzo film di Phyllida Lloyd, nel quale la regista incontra nuovamente l’interprete Meryl Streep, già diretta 4 anni fa nel musical “Mamma Mia!”, c’è un continuo sbalzo temporale, caratterizzato da flashback continui. Di base il plot principale si svolge nel presente, nell’arco di un paio di giorni, i giorni in cui Margaret ha finalmente deciso di disfarsi dei vestiti di Denis e di riflesso dell’ingombrante presenza del marito. Sono momenti importanti per lei e non appena inizia a smistare gli effetti personali del marito cade nell’imboscata dei ricordi del suo passato, dando il via al ritmo altalenante del lungometraggio. Si aspettava da anni un’interpretazione a questi livelli per la protagonista, la Streep, che torna sul grande schermo dopo “È complicato” di Nancy Meyers, uscito nel 2009. La sua Lady di Ferro è piuttosto una donna fragile, legata al passato in continua lotta con se stessa e con gli spettri che ancora la tormentano. Questo film per la pluripremiata attrice è complesso esercizio di introspezione, di analisi di un personaggio talmente controverso ed iconico da poter essere sostenuto egregiamente solo da un’artista di questo calibro. È impressionante vedere come Meryl Streep sia riuscita a rendere perfettamente tre diverse età della protagonista, senza mai peccare di poca credibilità, facendo affezionare lo spettatore alla persona, per quanto i momenti di storia reale, raccontati nel film, non siano di certo frammenti di storia facile nel passato dell’Inghilterra. È la storia di una grande leader, al tempo stesso meravigliosa e imperfetta in tutti i sensi, è una storia sul potere, sul tracollo a causa del potere stesso e sull’epilogo della vita di un individuo che ha condotto un’esistenza intensa .
È un film sull’accettazione e la rassegnazione, sulla necessità di lasciarsi alle spalle il passato per concedersi inevitabilmente alla vecchiaia, interpretato da una delle attrici più complete e sconvolgenti che il panorama cinematografico mondiale può annoverare al giorno d’oggi, che per questo film ha già vinto svariati premi tra cui un Golden Globe alla Miglior Attrice, accompagnata da un impeccabile Jim Broadbent, altro premio Oscar, che interpreta Denis Thatcher, tenendo testa alla travolgente protagonista. Ma questa pellicola ha comunque dei lati oscuri. Dal punto di vista tecnico, presenta delle scelte registiche poco azzeccate. Il film a tratti risulta lento, a causa probabilmente dei molti momenti morti, mimetizzati fortunatamente dalla bravura della Streep, comunque magnetica. Ma sono altre le controversie che “The Iron Lady” ha susciato, dividendo letteralmente in due la Gran Bretagna. I sostenitori dellaThatcher , prevalentemente del Sud del paese, si sono scagliati contro la scelta di focalizzarsi sulla demenza senile che ha colpito la Thatcher, vedendola come un probabile discredito ai danni dell’ex Prime Minister, ma hanno comunque visto in molti la pellicola, mentre il Nord del paese ha dato vita a un duro boicottaggio rifiutandosi di commemorare colei che ha distrutto le comunità dei minatori. Erano molti i rischi a cui la stessa Streepsapeva di andare incontro accettando di interpretare un personaggio del genere, ma la scelta di donare la sua magistrale recitazione al film, non può che essere una fortuna per chi si recherà al cinema a vederlo. Consigliando vivamente di non perdere questo gioiello di recitazione, che in Italia arriverà il 27 gennaio prossimo, staremo a vedere come concorrerà agli Oscar 2012 e se l’Academy sarà equa a tal punto da premiareMeryl Streep, in una tra le sue interpretazioni più memorabili.
Di Aureliano Verità, da newscinema.it

E’ notizia di pochi giorni fa che l’attrice più inossidabile di Hollywood, Meryl Streep, abbia sbaragliato la concorrenza aggiudicandosi un Golden Globe per la sua interpretazione nel film “The Iron Lady”. L’aspettativa intorno a questa pellicola era già alta ed ora è divenuta notevole, ma solo venerdì 27 gennaio il pubblico di casa nostra potrà esprimersi. Nell’attesa che arrivi doppiato nelle sale, noi abbiamo avuto il privilegio di sentire ogni sfaccettatura di questo incredibile, appassionante ed appassionato one woman show.
Certo, ci vuole un gran coraggio a fare un film – un’opera di finzione che, come sottolineato a più riprese da regista, sceneggiatrice e produttore, vuole rimanere tale dal primo all’ultimo fotogramma – su una persona vivente, più che in vista (ha fatto la storia del suo paese e non solo!) affidandone l’interpretazione ad una attrice americana. Una volta di più il popolo d’oltremanica si conferma un abile scommettitore e potendo contare su un’artista del calibro della signora Streep non deve aver perso il sonno.
Fiducia ben riposta dato che la Lady di Ferro, definizione che ironicamente fu affibbiata al Primo Ministro Britannico dall’ex Unione Sovietica, si trova a fare i conti con una attrice che pare esserle stata accanto per molto tempo! Da non madrelingua, ma cresciuta in ambienti anglofoni e soprattutto con un quantitativo di primavere sulle spalle tale da ricordare il lungo mandato della Baronessa, l’interpretazione è davvero strabiliante e conferma le altissime aspettative: la protagonista che si presenta sullo schermo catalizza gli spettatori e fulminea li trascina dentro la storia, rispolverando in un lampo avvenimenti sepolti nei cassetti della nostra memoria.
Non è una biografia, ma neppure un dramma di fanta-politica, gli accadimenti storici sono l’ovvia cornice ad una fotografia che vuole portare in superficie la donna, il lato umano e, perché no, le debolezze di una persona che è riuscita a spezzare in una sola volta molti tabù e a diventare il volto, la portavoce dei Conservatori (una donna, ah!) e di una nazione poco dopo. E’ la visione di una storia nota ai più, narrata dal punto di vista di una fragile anziana che deve affrancarsi dai propri demoni, deve tagliare i legami col passato e accettare di vivere in un presente fatto di solitudine e fragilità.
La rassegnazione porta con se molta tristezza, ma non per forza lacrime e pregevole è vedere che tutti si siano prodigati a dar vita ad una pellicola che fosse non solo apolitica ma pure sprovvista di giudizi di valore, quindi in fondo coerente con un personaggio, tanto amato quanto odiato, che forse si domanderà se finirà dimenticata, se le rinunce per raggiungere il potere e le scelte fatte per il (presunto) bene di molti (talvolta a discapito dei propri affetti) finiranno per essere apprezzate dai posteri. Con lucidità la regista di Mamma Mia, Phillida Lloyd, decide di ripercorrere l’incredibile ascesa e la caduta di una persona e grazie all’analisi di cosa comporti (soprattutto emotivamente) perdere tutto, con delicatezza, ritmo e grande attenzione ai dettagli non ci fa percepire lo scorrere del tempo e in un soffio ci ritroviamo alle battute finali.
Film definito da alcuni shakespeariano, sicuramente è una parabola sugli esseri umani che rende onore ad una grande donna.
Da masedomani.com

Un film su una figura di rilievo come Margaret Thatcher prima o poi doveva essere fatto. E Phyllida Lloyd, insieme alla sceneggiatrice Abi Morgan hanno scelto di farlo da un punto di vista piuttosto curioso, descrivendo il lato umano di una persona che, talvolta è stata definita inumana. Non aspettatevi quindi di vedere un film storico né di film politico. Il film ha inevitabilmente come sfondo la storia dell’Inghilterra durante gli anni di governo della Thatcher ma l’intento è quello di studiare e capire il personaggio (una donna che si è fatta spazio sgomitando in un mondo di soli uomini), non il cosro degli eventi. Inoltre The Iron Lady è un film apolitico: non prende posizione e si limita a raccontare nei flash back il corso della storia secondo il punto di vista di Margaret Thatcher, perché è lei che ci racconta la storia e la sua storia.
Questa angolazione del tutto particolare rende il film degno di nota anche se talvolta i continui salti nel passato possono confondere un po’.
La scelta di Meryl Streep nei panni di Margaret Thatcher è una scelta più che azzeccata. L’attrice dimostra, ancora una volta, di essere all’altezza di qualsiasi personaggio le venga assegnato e che ha le carte in regola per concorrere agli Oscar 2012.
Concludendo, a chi consigliamo questo film? Alle donne, perché Margaret Thatcher a prescindere dai suoi ideali politici è stata una gran donna; agli uomini, perché si rendano conto (se non l’hanno ancora fatto) delle garndi cose che può fare una donna; ai fan di Meryl Streep perché, come già detto, in questo film conferma di essere una grande attrice; a chi vuole vedere la storia da un altro punto di vista.
Di Silvia Tavella, da cinema.tuttogratis.it

Un’anziana Margaret Thatcher, colpita da demenza senile, ripercorre nei momenti di lucidità le conquiste e le delusioni della sua vita.
Alla fine degli anni ’50, una donna iniziò a farsi strada nel partito conservatore inglese, fino a raggiungere la posizione di Primo Ministro nel 1979 e a conservarla per oltre un decennio. Margaret Thatcher scavalcò una politica prettamente maschile e fu la prima donna a ricoprire la più alta carica dello Stato. “The Iron Lady” non è, però, un film politico. È una pellicola nostalgica, che parla di una donna che è stata una profonda innovatrice, ma che ora è costretta a fare i conti con ciò che è diventata e ciò che ha perso: è una donna confusa, che conversa con il marito, morto ormai da anni; la sua vita, dopo la separazione dalla politica, ha perso di significato: vive nel ricordo del passato glorioso.
Phyllida Lloyd impegna tutta la sua esperienza teatrale e cinematografica per dare vita ad un film che celebra il successo della donna attraverso immagini eloquenti: dal primo ingresso della Thatcher in parlamento, quando è l’unica a portare scarpe con il tacco in mezzo ad una folla di uomini, fino al raggiungimento della carica di Primo Ministro, quando ogni suo passo è seguito da decine di uomini. Sono movimenti corali che ricordano il precedente film della Lloyd, “Mamma Mia”. I due film hanno un’altra similitudine: la protagonista è Meryl Streep, che ancora una volta dimostra la sua strabiliante dote nell’arte della recitazione. L’attrice sveste i panni della madre single in un’isola greca per vestire quelli della seria e forte Mrs Thatcher. Ed è proprio lei a rendere la pellicola interessante: la Streepabbandona l’accento americano per acquisire quello britannico della Iron Ladye viene sottoposta ad un trucco ben assestato, che la rende simile alla veraThatcher. In un’intervista, l’attrice ha dichiarato che ammira molte delle qualità della donna che interpreta, ma non condivide la maggior parte della sue scelte politiche. Il film non ha nessuna mira propagandistica: le riforme della Thatcher vengono solo accennate; la sceneggiatura, scritta da AbiMorgan, già co-sceneggiatrice di “Shame”, è incentrata su un dramma che si consuma nelle mura domestiche della donna: l’avanzare della malattia e le conseguenti crisi.
Il film ha destato molte polemiche nel Regno Unito, sia perché il racconto della malattia di una donna ancora in vita è stato ritenuto scandaloso, sia perché la politica della Thatcher non è stata amata da tutti. Il punto forte del film è dunque l’interpretazione della Streep, sorprendente come sempre, che le è valsa l’ottavo Golden Globe; accanto a lei, un talentuoso Jim Broadbent, premio Oscar nel 2002 per “Iris – Un amore vero”, che interpreta in modo coraggioso Denis Thatcher, senza preoccuparsi di azzardi interpretativi e facendo risultare il personaggio molto umano.
La regia della Lloyd ambisce a fornire un ritratto realistico dell’anzianità, scelta rischiosa in quanto l’anzianità raccontata è quella di un mito ancora vivente. Questo è il motivo delle stroncature che il film ha ricevuto: i britannici hanno visto il film come una umiliazione di un loro Primo Ministro da parte di una produzione americana. L’intento della regista non era provocatorio, ma volto a rendere meno rigida la figura della Iron Lady.
L’intreccio non risulta particolarmente originale, in quanto una biografia raccontata attraverso i ricordi della protagonista anziana è stata ormai collaudata (“Titanic” e “Le pagine della nostra vita” ne sono esempio), ma nel complesso il film è piacevole e interessante.
Di Giulia Bramati, da storiadeifilm.it

Dopo il successo di Mamma mia! (2008), Phyllida Loyd ha scelto di cambiare registro e di raccontare, con l’aiuto della validissima sceneggiatriceAbi Morgan e della straordinaria Meryl Streep, la vita del primo ministro inglese più controverso del XX secolo: Margaret Thatcher.
Figlia di un umile droghiere dai saldi principi morali e dal forte senso civico, Margaret cresce a Grantham, nella contea del Lincolnshire, con una grande ambizione che la spinge a candidarsi nel collegio di Dartford come rappresentante del partito conservatore ad appena ventiquattro anni. La laurea in chimica, ottenuta alla prestigiosa Oxford University, non basta, e il primo tentativo di Maggie fallisce. È con il matrimonio con l’amato Denis Tatcher, noto businessman, che gli “affari” di Margaret iniziano a girare davvero. Segue la mirabolante ascesa al potere, che porta il futuro primo ministro a mutare il proprio aspetto, la propria voce, ad adattarsi a un ambiente chiuso, maschilista e classista come quello di Westminster, in vista della corsa al numero dieci di Downing Street. Eletta leader della Gran Bretagna nel 1979, la Thatcher mette in pratica una politica conservatrice e liberista che si attira l’odio di molti e finisce per causare una serie di sommosse in tutto il Regno Unito, non ultimi i disordini causati dall’INLA e dall’IRA. La Lady di ferro riguadagna terreno con la deregolamentzione finanziaria, che favorisce nell’86 un boom economico senza precedenti e fa dimenticare persino la crisi delle Isole Falkland. Nel ’90 arriva l’ultima stangata, la “Poll Tax”, con la quale Margaret si guadagna l’ostilità delle classi economicamente più deboli e un disappunto talmente grande all’interno del partito dei Tories che, di lì a poco, perde la leadership del Partito e si vede costretta a rassegnare le dimissioni.
Una storia lunga 53 anni, che l’ex primo ministro, ormai piuttosto in là con l’età, ricorda in una serie di flashback, attraverso una dinamica autocelebrativa e di ricerca di quell’amore, Denis, che per tutta la vita l’ha difesa, spalleggiata e sostenuta.
La Loyd e la Morgan costruiscono una sceneggiatura compiuta, tutta a sostegno della stupefacente interpretazione di Meryl Streep, non a caso fresca di nomination come miglior attrice protagonista ai prossimi Academy Awards. Curata fin nel minimo dettaglio d’immagine, la Streep, notoriamente di sinistra, offre un’unica ed irripetibile interpretazione di questa donna conservatrice, depositaria di un potere e di una responsabilità che mai, fin a quel momento, una figura femminile aveva ottenuto in seguito a libere elezioni democratiche.
Gradevoli le reminiscenze da The King’s Speech, come nella scena in cui Margaret impara ad impostare la voce. Nella versione originale è apprezzabile il noto sforzo recitativo della Streep, che riproduce perfettamente l’accento “very british” della Lady conservatrice.
Di Francesca Tiberi, da taxidrivers.it

Bellissimo. Al punto da strappare l’applauso in sala. Forse per un biopic su Margaret Thatcher non si nutrivano troppe aspettative. Ma “The Iron Lady” è molto più di un biopic, è un film sul potere, su come si combatte per arrivare a conquistarlo e cercare di mantenerlo e su ciò che resta una volta perso. E’ un film sulla vecchiaia, sulle lacerazioni che fanno oscillare tra passato e presente, quando quello che ci si è lasciati alle spalle è ben più ricco di ciò che ci aspetta. Di certo non una vecchiaia qualunque ma quella di una donna che ha scritto pagine importantissime della storia europea, che con ambizione, determinazione e un’ostinata fiducia in sè stessa ha rotto schemi e pregiudizi riuscendo a stare sulla ribalta della politica inglese per quarant’anni.
Non aspettatevi un film politico o un riassunto della storia inglese, nè giudizi sulla leadership della “lady di ferro”. Nel film entriamo subito nella prospettiva di questa donna, viviamo la sua solitudine in un mondo di uomini, le difficoltà di aver scelto una vita pubblica a discapito di quella privata. Uno dei punti di forza del film è la scelta della sceneggiatrice Abi Morgan di immergerci nella vicenda dal punto di vista di una regina ormai spodestata, coadiuvato dall’ottimo lavoro della regista, dalla meticolosità dei costumi e dalla straordinaria performance di Meryl Streep.
Da vedere, assolutamente.
Da 40secondi.com

Figlia di un droghiere, è stata il primo capo di governo di sesso femminile in Occidente, nonché il Primo Ministro britannico con il maggior numero di mandati del XX secolo.
Nata a Grantham nel 1925, è lei la donna di ferro del titolo: Margaret Thatcher, che vediamo ormai ottantenne e vedova nel corso dei primi minuti di visione, ma della quale seguiamo il percorso evolutivo, dalla nascita della passione per la politica alla morte del marito Denis, con il volto del veterano Jim Broadbent, attraverso il continuo alternarsi di presente e passato.
Percorso evolutivo destinato a passare per la gioia legata all’ammissione all’università di Oxford e le prime lotte alla Camera; fino al momento in cui, ormai importante figura mondiale di potere, lo stile della sua leadership diventa sempre più autocratico e, mentre le sue scelte politiche lacerano la nazione, i suoi frustrati ministri le si rivoltano contro.
Con la televisiva Alexandra Roach impegnata ad incarnare la donna da giovane e la grandissima Meryl Streep che le concede anima e corpo sia a sessant’anni che – ottimamente truccata da J. Roy Helland – nella versione anziana, una pellicola puntante principalmente e in maniera evidente sulla lodevole prova del cast; pur senza lasciare troppo celato l’apprezzabile lavoro svolto dalla regista Phyllida Lloyd, che già ebbe a sua disposizione Lady Oscar per “Mamma mia!”, del 2008.
Infatti, basterebbe effettuare un paragone con un’operazione contemporanea e dall’argomento simile come “J. Edgar” di Clint Eastwood per poter affermare che, nello sfoggiare una regia capace di spaziare in maniera piuttosto disinvolta dalle situazioni venate d’ironia a quelle tragiche degli attentati, la Lloyd sia stata capace di ricavare un biopic decisamente più coinvolgente e riuscito del film diretto dal solitamente ineccepibile autore di “Mystic river” e “Gran Torino”.
E, a rendere ancor più dinamico e tutt’altro che noioso l’insieme, contribuisce anche il buon uso della colonna sonora, ulteriore, probabile testimonianza di quanto appreso dalla cineasta grazie alla realizzazione del citato musical basato sulle canzoni degli Abba.
La frase:
“Io non ho intenzione di trattare con dei criminali e dei banditi”.
Di Francesco Lomuscio, da filmup.leonardo.it

The Iron Lady è un film biografico su Margareth Tatcher e un saggio di recitazione di Maryl Streep, perfetta quando interpreta il primo ministro negli anni di governo e anche quando, in vecchiaia, li ricorda nostalgica: merito anche del trucco, ma sembra che la donna abbia già vissuto una propria vecchiaia e l’abbia messa a disposizione del pubblico. Che spettacolo! La storia della prima donna a capo del governo britannico è raccontata su tre binari che si toccano spesso e raggiungono contemporaneamente i massimi punti di tensione. Su quello principale riposa la Tatcher anziana, assalita dai ricordi e coccolata dal fantasma del marito mentre svuota proprio il suo armadio. Sul secondo corre una giovane Margareth Roberts, giovane laureata in Chimica ad Oxford con la passione della politica, ma pur sempre figlia di un droghiere: un forte discrimine per chi vuole soltanto migliorare il mondo e penetrare in un mondo conservatore e maschilista come il parlamento inglese. E pensare che Margareth è proprio una conservatrice. Sul terzo binario, invece, avanza Margareth Tatcher nel pieno delle forze, dalla decisione di candidarsi primo ministro agli anni in cui ha guidato il paese. L’ambizione, la necessità di combattere per i propri ideali ad ogni costo sono tratti che emergono da carattere di Margareth da giovane, ereditati dal padre e ingigantiti col tempo. Necessari per la guida di un impero, ma ingombranti tra le mura di casa, attutiti con difficoltà anche dal marito che l’ha sempre sostenuta e ammirata. Margareth è caparbia, autorevole, razionale: parole, azioni, abitudini, carattere e destino sono la sequenza che forgia l’essere umano. Non importa se conducono a decisioni impopolari per il bene materiale e ideologico del paese, che comportino sacrifici immediati ma benefici a lungo termine: è qui che salta fuori l’aspetto politico del film, un prolungamento della personalità di Margareth. Inflessibile nella politica economica, irremovibile nella guerra alle isole Falkland, riesce però a inimicarsi i suoi stessi collaboratori: per quanto autorevole e indipendente, neanche Margareth Tatcher è in grado di restare da sola, e la bellezza della storia è nel modo in cui è raccontata: senza stereotipi e con un’attenzione certosina per i piccoli comportamenti che, sommati, costruiscono un carattere spigoloso come quello di Margareth. Combattuta tra chi ha sempre desiderato essere e quella che si è riconosciuta molti anni dopo. Non stupisce l’uso di colori freddi ed è forte la caratterizzazione degli abiti di Margareth, sempre blu o celesti eccetto che in un momento fondamentale della sua vita politica e privata, che hanno sempre collimato.
Di Paolo Ottomano, da cinema4stelle.it

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