SILENT SOULS



“Silent Soul – Soltanto l’amore non ha fine” prende spunto da un racconto di Aist Sergeyev, “The Buntings”, e attraverso un ‘viaggio’, quello di Miron e Aist, che devono dare l’ultimo saluto a Tanya, la moglie di Miron, mostra allo spettatore le tradizioni di un antico popolo ugro-finnico, i Merja, oramai assimilato dalla cultura russa da quattrocento anni, di cui rimangono, come testimonianza tangibile del loro passato, solo i nomi di alcuni fiumi.
Tanti i temi affrontati dal regista in questa narrazione solo all’apparenza semplice: l’elaborazione del lutto, il sopravvivere delle antiche tradizioni, la magnificenza della natura, il viaggio come metafora del mutare della vita, tutto avvolto da un’intensa tenerezza.
Fedorchenko mostra come Miron e il suo amico Aist, egregiamente interpretati, nonostante vivano come un qualsiasi russo, per la cerimonia funebre di Tanya ritrovano la loro diversità, il piacere dell’osservare le loro antiche tradizioni. Tradizioni di un popolo che ha divinità da onorare, ma antichi rituali pagani da osservare nei momenti cruciali della vita, come la perdita di Tanja per i due uomini. I Merja credono intensamente nella potenza dell’Amore e nell’Acqua, quest’ultima una sorta di ‘origine’ alla quale tutti tendono a tornare, la morte per annegamento è infatti per questa gente la conclusione più grandiosa della vita.
Il regista, da sempre dedito al riscoprire tradizioni e credenze delle etnie minori assimilate dal popolo russo, crea, grazie anche a studi minuziosi e analisi puntuali di reperti archeologici, un mondo parallelo in cui i due uomini si muovono. Magari ‘facendo fumo’, cioè parlando di Tanja per tenere vivo il ricordo, anche attraverso il racconto di dettagli della vita intima della coppia, per molte culture decisamente sconvenienti, qui proposti con tenerezza e nostalgia, mai con volgarità, come per omaggiare la donna e l’amore.
Di particolare intensità e poesia i ricordi di Aist, la sua infanzia, la figura fuori dagli schemi di suo padre, la grande nostalgia che pervade ogni fotogramma.
I movimenti della macchina da presa sono inusuali e coinvolgenti, e la fotografia (giustamente premiata alla 67. Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia con l’Osella per il Miglior Contributo Tecnico alla Fotografia) rende giustizia ad un paesaggio intenso e sconfinato, più che cornice, coprotagonista delle vicende.
Simboliche molte inquadrature, come quelle che vedono i due uomini in macchina, ripresi da dietro, quasi a voler indicare che anche la strada che si intravede tra loro, fa parte del racconto.
Il titolo originale “Ovsyanki”, significa zigoli, il nome della coppia di uccellini, piccoli passerotti, che accompagna le due ‘anime silenti’ durante l’ultimo viaggio.
Di Maria Grazia Bosu, da ecodelcinema.com

Alla morte della giovane e adorata moglie Tanya, il marito Miron parte con Aist (il più fidato dei dipendenti della cartiera di cui Miron è proprietario) per un lungo viaggio attraverso le lande desolate russe e verso un luogo simbolico (quello della loro luna di miele) dove dire addio a sua moglie seguendo l’antico rito della cultura Merja, un’antica tribù ugro-finnica del lago Nero oramai scomparsa da oltre 400 anni. Ad accompagnare i due uomini in questo ultimo saluto alla donna, ci sono anche i due Ziguli di Aist, una coppia di teneri uccellini dotati di poetiche doti canore. Lungo il viaggio Miron rievocherà assieme all’amico la vita intima della sua donna che ora giace pallida sul sedile posteriore della macchina, facendo (come vuole la tradizione) del “fumo”, ovvero rivelando per la prima (e ultima) volta i dettagli più segreti della sua vita sessuale e di donna. Il florido corpo di Tanya (dopo esser stato spogliato, lavato e accuratamente fasciato in un plaid) segue così le polverose strade di un viaggio che ha come meta ultima l’acqua, simbolo (per iMerja) di immortalità, ed elemento a cui tutte le cose – e le persone – prima o poi devono ricongiungersi. Alla confinata geometria dei tre corpi (più due uccellini) in macchina seguirà infatti la regolarità sconfinata di un lungo-mare immerso in una luce pallida e bellissima (frutto della splendida fotografia di Mikhail Krichman) e riscaldato dal calore di un corpo che si riconsegna all’immortalità dell’acqua. I lunghi piani sequenza del viaggio fisico intrecciano così il ‘fumo’ delle parole e della voce fuori campo (quasi un’eco lontana della tradizione oramai persasi), per confondersi nella poesia e nell’emozione di un inno all’amore che passa per l’elaborazione e l’epifania del lutto. Nel continuo alternarsi di un tragitto da percorrere e da lasciarsi alle spalle, la morte dell’uomo (della donna in questo caso) si erge a simbolo più alto della sparizione di una cultura, attraverso un viaggio poetico e malinconico in cui solo l’amore ha la capacità di trascendere la finitezza dell’esistenza: “se qualcosa deve sparire prima o poi sparirà… soltanto l’amore non ha fine”.
Il freddo (visivo) di Silent Souls (OVSYANKI in originale), storia ispirata al racconto di Aist Sergeyev, The Buntings, funge da catalizzatore nel mettere in luce il contrasto con la densità percettiva e sentimentale di una cultura arcaica che ancora (anche se timidamente) si riflette nella acque del Volga e nei volti di uomini che sembrano quasi proiezioni incorporee dei loro discendenti. Attraversando la densa patina di una modernità che fa capolino solo un attimo attraverso l’Auchan russo o il profilo di un centro commerciale in cui perdersi e perdere le tracce della propria identità culturale, Aleksei Fedorchenko muove con poetica maestria il viaggio di queste anime silenti alla ricerca di una voce oramai andata. Lontano per tempi e per cultura dalla nostra percezione moderno-occidentale, Silent Souls si pone nondimeno come un lavoro universale, capace di raccogliere strada facendo un incredibile bagaglio di poche parole e semplici gesti (il lavaggio del corpo di Tanya con la vodka, il falò in riva al mare) evocativi e profondamente suggestivi. Un simbolismo che fa della ‘lentezza’ il suo strumento principale, concedendo a ogni scena, immagine, inquadratura la gravità intera di un’esistenza (in realtà più esistenze) in sospeso. Un nodo che si scioglie strada facendo, lungo un percorso teso alla liberazione di un’anima dal proprio corpo e che torna a essere liquido ed eterno come il canto degli Ziguli.
Il regista russo Aleksei Fedorchenko porta in sala con Silent Souls un viaggio poetico alla ricerca di una tradizione perduta (quella dei Merja) che si specchia nel microcosmo di un’esistenza di donna che si spegne per ritrovare la sua immortalità. Avvolto in una fredda luce tipicamente nordica, Silent Souls sprigiona scena dopo scena tutto il calore di uno stesso sentimento che attraverso l’amore (terreno) si moltiplica poi nel rispetto e nell’amore per una cultura che a poco a poco svanisce dalla memoria umana lasciando però una sua traccia immortale nelle acque dei fiumi, nella fiamma di un fuoco o nel canto degli Ziguli.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

Lande desolate, paesaggi incontaminati, terre al confine dei luoghi più turisticamente conosciuti; poesia della vita, il dolore del distacco, la sofferenza della perdita; identità antiche come antichi sono i rituali. Silent Souls è uno di quei film che ci fanno riconciliare con il cinema perché capaci di raccontare una storia molto complessa traducendola in un linguaggio semplice ed immediato, non perdendo mai la forza e l’intuito di una regia stilisticamente impeccabile. Diretto da Aleksei Fedorchenko, autore capace di tirare fuori dal cilindro gioielli di rara bellezza, il film è stato presentato alla 67ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove si è aggiudicato il Premio Osella per il migliore contributo tecnico (andato a Mikhail Krichman). Ovsyanki, titolo in lingua originale, corrisponde alla parola russa usata per indicare gli zigoli, dei piccoli uccelli giallo verdi della famiglia dei passeri, molti diffusi in Russia, e che uno dei due protagonisti accudisce con molta premura e dedizione. Alla morte dell’adorata moglie Tanya, Miron chiede al suo migliore amico, Aist, di aiutarlo a dirle addio secondo i rituali della cultura Merja, un’antica tribù ugro-finnica del lago Nero, una regione della Russia centro-occidentale. I discendenti di questo antico popolo vivono in maniera integrata coi russi sin dal XVII secolo, pur restando legati ad antiche concezioni sulla vita, e soprattutto sulla morte, e tramandandole di generazione in generazione. I due uomini intraprendono, così, un viaggio di migliaia di chilometri per portare il corpo di Tanya sulle rive del lago sacro, luogo nel quale secondo la tradizione la sua anima potrà ricongiungersi con l’acqua, l’elemento dal quale si nasce e verso il quale bisogna tornare. In questo viaggio il silenzio delle anime dei due uomini, ciascuno immerso nelle proprie considerazioni, bilanci e verità da tenere nascoste, è interrotto dai racconti della vita coniugale fra Miron e Tanya (come prescritto dalle usanze Merja anche degli aspetti più intimi) e dal cinguettio degli zigoli, che con il loro canto così gioioso e vitale restituiscono un barlume di speranza a coloro che restano sulla terra a fare i conti con il dolore della perdita. Ogni popolo ha le sue usanze per congedarsi dai propri morti, e in questo caso Fedorchenko ce ne mostra uno pressoché sconosciuto, ma infinitamente affascinate, costruendo il film sui gesti arbitrari ma amorevoli dei due uomini nei confronti di Tanya che, avvolta nuda nel suo sudario, si prepara a congedarsi dalla vita. Se malinconici sono i paesaggi, non lo è altrettanto il rituale dell’addio, nel quale il corpo viene restituito alla natura in questo scambio doveroso. Silent Souls è anche e soprattutto una storia che parla dell’amore, nel senso più alto del termine, ovvero, quello fra una coppia, che sia di amanti o di amici, fra l’uomo e la natura, fra l’uomo e se stesso e le proprie origini, elevando questo sentimento alle vette più alte, ricordando (come è scritto sulla locandina del film) che: “Soltanto l’amore non ha fine”.
Di Serena Guidoni, da voto10.it

Alla morte dell’amata moglie Tanya, Miron, proprietario di una cartiera, chiede ad un suo fidato dipendente, Aist, fotografo e scrittore, di accompagnarlo per compiere il rito di addio, secondo le tradizioni della cultura dei Merja, un’antica etnia ugro-finnica di una remota regione del centro-ovest della Russia, scomparsa circa quattrocento anni fa e di cui, come ricorda il regista, le sole tracce rimaste, sono i nomi dei fiumi. Nel corso del viaggio, il marito rivelerà, secondo le usanze merja, particolari della vita intima della donna. Silent Souls prende spunto da un racconto di Aist Sergeyev, The Buntings, la cui particolarità risiede nell’avere, come protagonista della vicenda, un uomo che è ormai “al di là dello specchio”.
Tenerezza e nostalgia si fondono in questa pellicola, dando vita ad una fiaba di struggente e raffinata poesia, dove l’acqua è l’elemento primordiale a cui fare ritorno, nel quale immergersi per ritrovare la propria amata e la propria identità. Nel rendere omaggio al popolo dei Merja e ai suoi rituali di passaggio, il matrimonio e il funerale, Aleksei Fedorchenko – che a Venezia è già stato ospite nel 2005 col mockumentary, Pervie na lune e che ha al suo attivo una discreta produzione cinematografica – mostra i luoghi in cui è ancora forte e percepibile la presenza di questa cultura, esplorandone ogni angolo remoto.
Figure fantasmatiche si muovono in uno spazio che prende vita dalle parole sussurrate in fuori campo, che si rianima, riportando alla superficie dell’acqua i ricordi, gli amori, le esperienze dei suoi protagonisti. Vite trascorse nell’osservanza di riti arcaici, come quella ad esempio di gettare nelle acque gelate del fiume l’oggetto cui si tiene di più, nella maestosa immensità di un paesaggio silente, dove appena si può udire il dolcissimo canto degli zigoli, che danno il titolo al film.
Di Luisa Ceretto, da mymovies.it

Nella regione della Russia centro-occidentale posta fra i fiumi Volga ed Oka, presso le attuali città di Rostov, Kostroma, Jaroslav e Vladimir, prima del Comunismo, prima degli Zar, prima del Cristianesimo, viveva la tribù ugro-finnica dei Merja del Lago Nero, coi suoi usi, costumi, lingua e rituali; una terra al confine tra oriente ed occidente, territorio di lotta fra Cristianesimo ed Islam. Benché tale popolazione sia stata assorbita dai Russi fin dal XVII secolo, qualcosa ancora ne sopravvive nel quotidiano dei suoi discendenti, soprattutto nei momenti cruciali della vita: la nascita, il matrimonio, la morte.
Aist ha ereditato dal padre, poeta, l’orgoglio di essere discendente dell’antica tribù dei Merija; è la sua voce a raccontarci la storia. Miron, 50enne benestante e rispettato direttore di fabbrica, perde improvvisamente la bella, giovane e amatissima moglie Tanya. Chiede al suo dipendente, ma anche migliore amico Aist, come da tradizione, di aiutarlo a compiere i rituali funebri in suo onore. Per i Merja non esistono divinità, solo pietre sacre e spiriti dei boschi, ma soprattutto Amore e Acqua: quella nell’acqua è considerata la morte più desiderabile; e all’Acqua, dopo essere passata per il Fuoco, deve essere riconsegnata Tanya. Ma non in un luogo qualsiasi, in un “posto felice” che abbia rappresentato qualcosa di bello e di significativo per lei e per l’uomo che tanto l’ha amata. Dopo una lunga, commovente scena in cui i due uomini preparano il corpo della donna, così come le damigelle usano preparare una sposa, partono per la loro destinazione: il villaggio sul fiume Oka dove Miron e Tanya passarono la loro luna di miele.
Sul sedile posteriore dell’auto, accanto al corpo di Tanya avvolto nudo in una coperta, viaggia coi due amici una gabbietta con due uccellini, che non potevano restare a casa senza nessuno che li accudisse: sono gli ovsyanki del titolo, umili passerotti tipici della Russia, che accompagneranno tutto il viaggio col loro lieto cinguettio. Partono Aist e Miron, attraversano questo territorio così enorme, così piatto, così eguale, queste vastissime acque immobili che osserviamo con loro dal finestrino dell’auto. Parla a lungo Miron, la moglie gli manca tanto. Confida all’amico i particolari fisici più intimi della relazione con lei, affinché, come da tradizione, il dolore si trasformi in tenerezza: non c’è imbarazzo, si fa così, da sempre. E in attesa dei riti per Tanya Aist rivive i precedenti, strazianti riti compiuti per la madre, morta quando era ancora bambino.
Un viaggio di confidenze affettuose e di lunghi silenzi, che mostra a noi occidentali questa sconosciuta “nuova” Russia dominata dai contrasti, dove Suv e cellulari convivono con riti ancestrali e antiche spiritualità. Un film sul dolore, sul lutto visto per una volta con occhi maschili, sulla morte come inevitabile momento della vita. Percorso da tristezza e nostalgia, più forte di tutto è però il desiderio di condivisione del dolore con un’altra persona, in modo da diluirne la pena. Nonostante tutto è alla fine un delicato omaggio all’amore, alla femminilità, alla tenerezza, al ricordo.
Da cinerepublic.film.tv.it

Gli muore la moglie e lui, un russo che appartiene all’antica tribù dei Merja di origine ungro-finnica, vuole salutarla secondo il rito tipico della sua tradizione. Così chiede al suo migliore amico di accompagnarlo in un viaggio verso terre sconfinate e non raggiunte dall’urbanizzazione. Durante il tragitto, seguendo alla lettera la prassi del rito, condivide con l’amico confidenze sull’intimità avuta con la moglie, finché si rende conto che anche quest’ultimo era innamorato di lei.
Il film russo, drammatico e poetico, di Aleksei Fedorchenko, era stato presentato in concorso due anni fa a Venezia. È un film dell’est europeo con le tipiche caratteristiche di lentezza riflessiva, semplicità narrativa, scelte di totali che riprendono paesaggi sconfinati e desolati, pochezza di dialoghi, ricerca fotografica. Fedorchenko utilizza una storia di fiction per descrivere alcune caratteristiche di una popolazione antica che adorava i boschi e le pietre sacre e aveva con la natura un rapporto profondo, di integrazione e dialogo. Anche l’esperienza della morte viene accettata come parte del ciclo della natura, a differenza di come viene vissuta nella civiltà occidentale moderna che, scollegata dalle radici naturali, vede la morte come un nemico da cui difendersi.
Un piccolo film dagli ampi paesaggi che permette pure di conoscere la cultura della tribù Merja, una popolazione assorbita dalla Russia ma ancora fedele alle proprie antiche tradizioni.
Di Barbara Pianca, da film-review.it

In concorso alla 76esima Mostra del Cinema, “Silent souls” è uno strano film, forse perché è un’opera molto lontana dal cinema più comune e pregna di un gusto tutto nordico.
E’ un film che ci parla d’amore pur raccontando di morte, poetico pur parlando di cose molto semplici e comuni. Una vicenda dal sapore antico, anche se si svolge ai giorni nostri.
La storia è molto semplice.
Alla morte dell’amatissima moglie Tania, Miron chiede al suo amico Aist di accompagnarlo nell’ultimo viaggio della donna, per compiere un rito d’addio secondo la tradizione Merja. Loro discendono da questa etnia che, pur essendo stata assimilata alla Russia nel XVII secolo, conserva riti e tradizioni ancestrali.
Il viaggio si trasforma in un’originale veglia funebre, ricca di ricordi e di malinconia per entrambi gli amici.
Miron svela ad Aist intimi ricordi della sua vita coniugale, quasi per voler ancora assaporare la viva fisicità della moglie. E’ anche questa una tradizione Merja, spiega Aist, definita “fumare”: il ricordo di episodi anche scabrosi del morto, cose che non si sarebbero mai condivise in un’altra situazione, fa si che il viso di chi racconta diventi luminoso e trasforma il dolore in tenerezza.
Aist invece corre con il pensiero ai ricordi più significativi della sua vita, che vedono protagonisti i suoi affetti più cari. Ricorda sua madre, che da piccolo ha accompagnato nel suo viaggio d’addio.
Ricorda suo padre e la sua anima dolente. Ricorda anche la donna amata, Tanya. La stessa Tanya amata dal suo più caro amico.
Una storia sui generis di amore e morte, un viaggio per tutti senza ritorno, questo è “Silent souls”.
Il regista Aleksei Fedorchenko, già premiato a Venezia nella sezione Orizzonti nel 2005 con il suo primo documentario “First on the moon”, rende poetica la vita di queste persone cosi comuni, ordinarie e “invisibili” come gli zigoli che il protagonista acquista nella prima scena.
Ad essere straordinario è il loro modo di vedere il mondo basato solo su Acqua e Amore, il loro essere così distaccati dai beni materiali ma preda di fulminanti passioni. Così come straordinario è il canto degli zigoli (al quale il titolo russo del film si riferisce).
Quasi una fiaba fuori dal tempo, il film è arricchito da una bella fotografia che spesso si sofferma sui bellissimi paesaggi, freddi, severi e silenziosi come le anime dei protagonisti.
Un’opera piacevole, anche se penalizzata dalla sua lentezza. Un requiem all’amore, un ritorno alle origini e agli elementi, un ennesimo chiudersi del cerchio della vita.
Da non perdere, per chi ama il cinema nordico.
Da scoprire, nel suo svolgersi lento, per tutti.
La frase:
“Soltanto l’amore non ha fine”.
Di Giuliana Steri, filmup.leonardo.it

Del presente in senso stretto non si può parlare che è già passato. 
Detto in maniera più brutale, il presente è soltanto apparenza.
L’identità di una persona, le sue aspettative, le ipotesi sul futuro, compreso il tempo che verrà dopo la morte, attingono dall’esperienza, dalle sue origini più profonde.
Senza conoscere le sue origini, l’essere umano non può fare a meno di perdersi. La verità sta nel passato e il futuro è una strada che ci ricongiunge ad essa. 
“Silent Souls” si apre con l’inquadratura di un uomo, di spalle, che pedala in mezzo al bosco diretto verso casa, una gabbia con due uccellini (“zigoli” è la traduzione di “Ovsyanki”, titolo originale del film) fissata sul portapacchi della bici.
Poi una soggettiva ci pone di fronte la strada che ha appena percorso, come se gli occhi di quegli uccelli ci offrissero la possibilità di assistere al passato, nel momento stesso in cui l’uomo, e noi insieme a lui, procediamo nella direzione opposta.
Senza sapere né quando né perché, Aist Vsevolodovich (Igor Sergeev), ha cominciato a chiedersi da dove viene, a ricercare nelle origini del suo popolo (i Merja, un’antica tribù ugro-finnico), il significato della sua esistenza. 
“Se la tua anima soffre, scrivi delle cose che vedi intorno a te.”
Seguendo il consiglio ereditato da suo padre, Aist scrive le sue memorie, raccoglie parole, nomi, frammenti di canzoni, ricompone il suo paese (Neya) in un collage di foto scattate come a voler sottrarre quei luoghi dall’oblio del tempo. 
Quando il suo amico Miron Alekseyevich (Yuriy Tsurilo), gli chiede di accompagnarlo lontano dal paese, a celebrare le esequie di sua moglie, Aist pone come unica condizione di portare con loro i suoi zigoli. 
Un lungo piano sequenza, ci mostra Miron teneramente occupato nel lavare il corpo della moglie, mentre Aist prepara delle treccine colorate con cui ornare i peli pubici della donna, un’usanza Merja che le damigelle svolgono allo stesso modo con la sposa il giorno del matrimonio.
Poi il viaggio ha inizio, con una brusca anticipazione: “Stavamo lasciando la nostra amata Neya. Non sapevamo che fosse per sempre”. Il viaggio che racchiude il senso stesso del film: andare incontro al proprio destino, come unico modo di vivere il presente, nel suo continuo divenire. 
I due uomini rivelano le proprie solitudini, l’amore di cui hanno bisogno, che è andato perduto con la morte di Tanya. Si scopre che entrambi hanno amato la stessa donna. I loro sguardi acquistano ulteriori sfumature e anche il rituale precedente, è rivissuto nella memoria dello spettatore con una diversa consapevolezza. 
Come fosse posizionata sul sedile posteriore, dove la salma di Tanya giace avvolta in una coperta, la camera diventa il punto di vista dell’istanza narrante, ma anche l’occhio di Tanya, il passato che segue i due uomini nel loro percorso. 
Miron si lascia andare a intime confessioni. Aist si abbandona al ricordo di suo padre, il poeta del paese. 
Un cinguettio persistente anima l’abitacolo e contrasta con i paesaggi desolati, come un desiderio di libertà, di liberazione.
Giunti nei pressi di Gorbatov, sulle sponde del fiume Oka, dove Miron e Tanya hanno trascorso la luna di miele, ha inizio la seconda parte del rito funebre. L’uso della soggettiva – e della “semi-soggettiva” – è molto marcato nella scena (di quasi dieci minuti) in cui i due uomini preparano la cremazione di Tanya e successivamente Miron getta le ceneri della moglie – e la fede – nel lago. Sullo sfondo un silenzio mai interrotto dalle parole, l’alternarsi del punto di vista dei protagonisti a quello del “narratore” crea una sorta di scambio emotivo a cui lo spettatore non può sottrarsi.  
Non c’è nessuna rivalità fra i due uomini, soltanto rispetto reciproco e condivisione del dolore.
Il rito è compiuto, Miron ha donato a sua moglie l’immortalità. 
Anche Aist ha potute dire addio alla sua amata, come da ragazzo già aveva fatto con la madre e la sorella appena nata. 
Ma il viaggio non è finito. 
Tornando verso casa i due si perdono e giungono a Molochai (“una città triste e dolce, per noi, come Parigi per gli europei”), dove passano la notte con due prostitute, “perché il corpo vivo di una donna è come un fiume che trascina via il dolore” e privarsene è solo una conseguenza dell’istituzione del peccato.
I due uomini sono ormai vicini a casa, la tristezza li avvolge ancora, ma senza più soffocarli, si respira addirittura una sorta di euforia. 
Attraversano il ponte sul Volga, il grande fiume Merjan. 
Un paio di primissimi piani sugli zigoli, diventati stranamente silenziosi, troppo silenziosi.
Accade tutto in pochi attimi. La gabbia aperta, i due uomini finalmente liberi di ricongiungersi al proprio passato. 
Dopo aver ricevuto nel 2005 il premio come miglior documentario nella sezione “Orizzonti”, per il “mokumentary” tanto discusso “First On The Moon”, nel 2010 Aleksei Fedorchenko è tornato in concorso al Festival di Venezia con “Silent Souls”.
La meravigliosa fotografia di Mikhail Krichman (vincitore del premio Osella per il miglior contributo tecnico alla fotografia) rimanda immediatamente ad un altro capolavoro “Il ritorno” di Andrei Zviagintsev, Leone d’Oro nel 2003. Alcune bellissime scene restano impresse per la loro forza evocativa: il flashback della sposa “senza volto”, con la veste alzata, che permette alle damigelle di ornarla; le ombre di Aist ragazzo e suo padre Vesa che si allungano sul Neya ghiacciato, lo slittino che trasporta la macchina da scrivere, la splendida sequenza di immagini che descrivono la città di Molochai. 
Come i più grandi scrittori e registi, Fedorchenko è stato capace, attraverso una storia semplice e particolare, di accedere all’universalità, stimolando nello spettatore sensazioni e pensieri che accomunano tutti gli esseri umani. Riuscendo a infondere nel racconto filmico – cosa molto rara – un linguaggio poetico ed equilibrato nel rapporto fra parole e immagini.  
Un plauso al “rischio creativo” che lo stesso regista ha corso, nel ricostruire ex novo le consuetudini di un popolo ormai scomparso da quattrocento anni, in parte basandosi su studi ma perlopiù sull’immaginazione, quindi se non aderendo filologicamente alla verità, certamente compiendo un tentativo apprezzabile sul piano del coraggio. 
Altrettanto ardito, e geniale nel risultato, l’utilizzo degli zigoli come metafora dei due protagonisti. 
Ricordano i passeri trasmigratori di anime de “La metà oscura” di George A. Romero (tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King), ma sono privi di quel senso lugubre e ridondante e aderiscono piuttosto alla semplicità e alla vita – morte compresa – di cui Fedorchenko si fa portatore.  
Di Lorenzo Taddei, da ondacinema.it

In principio era un corpo di donna. Nudo, e morto. Poi un viaggio, di sepoltura. Aleksei Fedorchenko usa il primo come orientamento cardinale e il secondo come traccia narrativa di questo suo terzo lungometraggio, presentato in concorso a Venezia67.
In annate di Mostra del Cinema spesso accusate di eccessiva presenza asiatica, il contingente russo è un fenomeno da non sottovalutare che ha regalato Leoni d’Oro (Il Ritorno) e perle sottovalutate (Paper Soldiersu tutti). Non era dunque sbagliato aspettarsi da Silent Souls lo stesso ineguagliabile spessore tecnico e un carico di esistenzialismo sommesso quanto universale. In particolare, la fotografia di Mikhail Krichman è di certo tra le migliori del concorso, gelida eppure vivissima, capace di accendersi per un rogo funebre come per una cascata di capelli biondi.
Non delude neanche la ricerca tematica di Fedorchenko: i suoi due protagonisti sono uomini di mezza età appesantiti e in difficoltà con i propri sentimenti, ma capaci di guizzi emotivi che lasciano spiazzati. Li aiuta un comune retaggio antropologico, l’appartenenza a una tribù ugro-finnica che, seppur morente, si riaffaccia all’animo di entrambi costringendoli a ubbidire ai suoi precetti. Ma si tratterà poi di costrizione? In nome di un mondo scomparso, e rigonfi di segreti impossibili, Miron e Aist raggiungono una catarsi quanto mai necessaria, mescolando causa ed effetto su una strada grigia.
Tutt’altro che d’accompagnamento alla vicenda è il gusto compositivo del regista, che si intrufola tra i suoi personaggi con inquadrature bipolari, simmetriche e sempre aperte sulla profondità, a cominciare da quelle che ritraggono il corpo senza vita di Tanya, un trionfo di carnalità ora sottomessa ora riverita. La straordinaria scena in cui suo marito lava il cadavere fa il paio con i ricordi in cui era la vodka a scorrere sulla pelle viva, confondendo ancora i rapporti di causalità.
Anche se non dovesse lasciare traccia per quanto riguarda i premi, Fedorchenko conferma di aver raggiunto  la maturità  dopo la sua visita al Lido del 2005 (vincitore di Orizzonti Doc conFirst on the Moon) e confeziona una storia lineare, silenziosa e piena. Con qualcosa che sa di morte.
Di Tommaso Tocci, da cinefile.biz

La prima sensazione è quella di trovarsi di fronte un cinema del tutto diverso. Lontanissimo dal chiasso colorato delle confezioni americane, distante dalle speculazioni intellettualistiche di tanta scuola europea, contrario all’esotismo facile che molti cineasti spolverano sulle loro cartoline patinate. E’ un cinema, quello di Aleksei Fedorchenko, fatto d’aria e di luce. Un cinema fotografico nel senso piu’ eletto del termine. L’aggettivo silent del titolo (tradotto: l’originale Ovsyanki è molto piu’ elegiaco) non è solo per le anime piene e dolenti dei protagonisti, ma piu’ estesamente per tutto l’immaginario pennellato dal regista: per una Russia sovrana e mistica, per una memoria popolare zittita da secoli di cambiamenti ma sempre lì a ribollire di ricordi, per la dimensione (l’unica) in cui vivono i sentimenti piu’ veri: l’intimità, sofferta e silenziosa, di ogni singolo cuore umano. C’è una saudade artica che pervade il racconto di Miron, proprietario di una cartiera e del suo fidato dipendente Aist, insieme nel viaggio di rito che segna per Miron l’estremo addio all’amata moglie Tanya. Il loro pellegrinaggio nel cuore del madre Russia, ispirato dalle tradizioni degli antichi e scomparsi Merja, è allo stesso tempo la riscoperta di una cultura sepolta e uno svelamento lento e sincero di ciò che c’è alla radice dell’essere uomini: il legame amniotico con le proprie radici, il bisogno di riti e di credenze che consolino delle perdite terrene, la bellezza che scaturisce dall’amore e che sopravvive alla morte, congelata nell’atto involontario e necessario del ricordo. Si esce dal film di Fedorchenko senza davvero uscirne: con l’anima alleggerita dalla sua spiegazione del dolore e della separazione, così serenamente consapevole; con gli occhi ancora pieni del suo lirismo fotografico, fatto di immagini lente e sfumate, di inquadrature così ampie e ragionate da evocare tutto quello che i dialoghi omettono. Da vedere, di corsa.
Di Elisa Lorenzini, da cinema4stelle.it

Un mondo che non c’è più. Che sta svanendo, allo scomparire delle ultime anime che lo popolano. E che poeticamente si aggrappano al racconto di Aleksei Fedorchenko, finalmente in sala dopo il passaggio in Concorso alla Mostra di Venezia nel 2010, dove vinse il Premio della Critica Internazionale, l’Osella per la miglior fotografia e il Premio La Navicella.
Ovsyanki (questo il titolo originale dell’opera, termine per indicare lo zigolo, una specie di passero comune in Russia, molto spesso confuso per canarino) è un film-rito, una sinfonia visiva che attraverso la parola si fa linguaggio, e mito: alla morte della moglie, Miron (Yuriy Tsurilo) chiede ad Aist (Igor Sergeyev) di accompagnarlo per compiere il rito d’addio (bruciare il defunto e disperderne le ceneri nell’acqua) secondo le tradizioni della cultura dei Merja, antica etnia del Lago Nero, regione del centro-ovest della Russia.
Scomparsi da secoli, i Merja e le loro tradizioni persistono nella realtà moderna dei loro discendenti, almeno fino a quando qualcuno ricorderà, rispolverando dall’oblio anche alcuni luoghi fantasma, il passaggio di esistenze sparite: è questo – nei confronti dello spettatore – il compito di Aist, anche voce narrante del film, personaggio-testimone (insieme alle altre due “anime silenziose” – Silent Souls – gli zigoli in viaggio con lui e Miron) in grado di riportare a galla, letteralmente, le uniche tracce che questo popolo ha lasciato. Nei nomi dei fiumi, in primo luogo, e in quella straordinaria commistione di tre elementi, Amore, Morte, Acqua, che accompagnano in modo trascendente il passaggio, la dipartita, la speranza di continuità: Fedorchenko – che prosegue la personale ricerca sulle etnie dell’ex URSS iniziata con Children of the White Grave – chiede al cinema di accogliere l’essenza dell’oralità e custodirne il mistero (anche per questo sentiamo di perdonargli l’eccesso di voce over), il cinema risponde e regala uno straordinario componimento per immagini, capace in soli 75 minuti di catturare, annegandolo dolcemente, lo sguardo dello spettatore.
Di Valerio Sammarco, da cinematografo.it

Silenzi magniloquenti
Alla morte dell’adorata moglie Tanya, Miron chiede al suo amico Aist di aiutarlo a dirle addio secondo i rituali dell’antica cultura Merja, dalla quale entrambi discendono e della quale probabilmente restano gli unici a coltivare ancora le tradizioni nella società della Russia contemporanea. I due uomini intraprendono così un viaggio la cui meta finale è solo apparentemente il luogo prescelto per accogliere le esequie di Tanya, ma che in realtà asseconda la profonda nostalgia di entrambi per un passato di luoghi mitici e culti rituali, in cui regnava lo stato di comunione tra gli uomini e la natura primigenia, una dimensione ormai quasi impossibile da rivivere, se non tacitamente con la memoria.
Orfani di una civiltà ormai inconsistente, incapaci di apprendere i nuovi codici della realtà che li circonda, ripercorreranno la linea del cerchio della vita che si chiude, proprio col ricongiungersi alla vita stessa che credevano inesorabilmente perduta. 
Epigoni del cinema russo
Il regista siberiano Aleksei Fedorchenko, già apprezzato in precedenza per opere sul tema del viaggio come mezzo d’indagine introspettiva e riscoperta delle radici etniche, realizza con quest’ultimo Silent Souls, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2010 e approdato solo ora nelle sale italiane, un vero gioiello di poetica: delicato come un cristallo, lirico e astratto come un componimento in versi. Nonostante l’autenticità del soggetto, tratto dal racconto omonimo dello scrittore Aist Sergeyev, pare quasi impossibile prescindere dalla lezione estetica ed esistenziale del grande maestro del cinema russo, Andrej Tarkovskij, di cui l’intero film risulta pervaso; soprattutto nei leitmotiv che sostengono l’evolversi della narrazione s’affacciano alla mente L’infanzia di Ivan del 1962 e Lo specchio del 1975. Prima di tutto il percorso a ritroso dei pensieri nella memoria extratemporale, che divagano dalla dimensione individuale a quella collettiva, non considerando soltanto i due personaggi-interlocutori, ma liberandosi nell’ampio respiro della natura intera, il paesaggio russo di boschi e laghi, vera anima quieta, attraversata da ponti, costruzioni ingegneristiche sempre più raffinate, passaggio dalla località alla globalità. In secondo luogo la digressione onirica nell’infanzia, nel caso del protagonista Aist incarnazione dell’infanzia-innocenza perduta di un’intera comunità etnica, i Merja appunto, con i propri rituali simbolici, espressioni non verbali condivise di appartenenza e legame tra gli abitanti, di comunicazione e continuità con la natura (i rituali prematrimoniali e funebri per esempio).
Aist sogna, ricorda la propria infanzia quasi come una parabola del suo antico popolo:il padre era un poeta autodidatta (il linguaggio simbolico della comunità) a volte deriso, a volte compreso, che perde la propria vocazione alla morte della madre (l’abdicazione alla vita in comunione con la natura per cedere alla modernità omologante) condannandosi alla morte per estinzione naturale.
A legare passato e presente ci sono gli elementi primordiali di acqua e fuoco, indissociabili dalla cifra stilistica di Tarkovskij. L’Acqua che dona la vita e la morte, quella per annegamento, ma non suicida, considerata nella cultura Merja una morte dolce e privilegiata, che avvolge i corpi di una nuova essenza e ricongiunge le anime separatesi in vita. Le ceneri della madre di Aist furono gettate dal padre in un lago, così come Miron fa con quelle di Tanya, così come la macchina da scrivere del padre-poeta venne lasciata sprofondare in una voragine nei ghiacciai. Miron condivide con l’amico Aist i suoi intimi segreti coniugali, secondo un’usanza Merja, chiamata “fumo”, che dovrebbe portare sollievo ai cari del defunto. Confessa che Tanya non poteva avere figli. La cultura Merja non avrebbe avuto altri discendenti a parte loro due, orfani e stretti nella morsa di una nuova civiltà per loro avvilente e alienante. Compagni di viaggio dei due protagonisti sono non a caso una coppia di zigoli (in russo Ovsyanki, titolo originale del film) una comune specie di passerotti chiusi in una gabbia, che Aist ha acquistato all’inizio della vicenda, come spinto da un impulso viscerale incomprensibile, un’empatia naturale. L’epilogo finale è espresso dal pensiero nostalgico di Aist stesso, vera istanza narrante, rassegnato al destino che sta per compiersi, in procinto di ricongiungere anche loro alle origini tanto agognate. Anche il cerchio meta-filmico trova la sua chiusura proprio nelle sue premesse iniziali: ne Lo specchio Tarkovski affida alla voce del protagonista, di cui non si vede mai il volto, come fosse il volto universale dell’umanità, una delle sue considerazioni filosofiche: “La pioggia… le gocce scorrono per i rami freddi, la parola non serve a placarle, né le asciuga il fazzoletto”. Sul finale l’uomo, sul letto di morte, stringe in una mano proprio un passerotto esanime che, stretto nel pugno, riprende vita e si libra verso l’alto in un fascio di luce. Proprio come analogamente faranno i due zigoli Miron e Aist.
Di Carmen Albergo, da spaziogames.it

Il frullo dei passeri come canto di morte, malinconica elegia per una cultura già scomparsa e suggestivamente reimmaginata da Aleksei Fedorchenko, maestro della commistione tra reale e fantastico, in una delle più belle pellicole della Mostra del Cinema di Venezia 2010. Il regista siberiano ha lavorato come tecnico in un’industria di progetti di difesa spaziale, quindi è stato economista dello Sverdlovsk Studio dove ha presieduto alla realizzazione di numerosi documentari. Coniugando queste esperienze esordisce nel lungometraggio con il mockumentary First on the Moon, premiato a Venezia Orizzonti nel 2005, dove si “ritrovano” documenti sulle dimenticate vittorie sovietiche nella corsa allo spazio. Il successivo The Railway, visto al Festival di Pesaro, è un viaggio ferroviario e allegorico punteggiato da incontri surreali. Dai binari alla strada, Silent Souls è un film on the road su due amici, Miron e Aist, diretti alle sponde del Volga per incenerire e disperdere i resti di Tanya, la donna amata da entrambi ma mai interamente avuta da nessuno tra loro. Tutti i personaggi appartengono all’etnia ugrofinnica merja, da tempo assimilata dagli Slavi russi, di cui Fedorchenko reinventa i miti basandosi su tradizioni antiche e decadute dei popoli della zona. «I merja non hanno dèi, solo amore l’uno per l’altro». Li si immagina poco appariscenti, come gli ovsyanki del titolo originale, una specie di passeri molto comuni in Russia e amati dal protagonista che se ne porta una coppia in auto. Con lunghe inquadrature, Fedorchenko intesse una lirica acquatica – non senza rimandi a Tarkovskij – il cui ritmo fluido e costante trova passaggi indimenticabili, come la preparazione del cadavere di Tanya. Morte e vita: «Il corpo vivo di una donna è un fiume che porta via il dolore. È un peccato non ci si possa affogare». Spetta all’acqua di richiamare i merja tra le loro memorie e così il progetto di Aist, di preservarne l’identità, abbraccia la propria sparizione nella corrente eterna del Volga. «Solo l’amore non ha fine».
Di Andrea Fornasiero, da film.tv.it

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