REALITY


Quaggiù qualcuno ti osserva
a cura di Marco Minniti
Ciò che fa la riuscita di quest’ultima opera di Matteo Garrone è la sua resa d’insieme, la forza e la semplicità dell’idea iniziale e la coerenza con cui il regista è riuscito ad esprimerla in immagini, utilizzando alla perfezione gli strumenti di un genere (quello della commedia) la cui scelta presentava sulla carta più di un’insidia.
Napoli, ai giorni nostri. Luciano vive con sua moglie Maria e con i suoi tre bambini nella periferia della città, arrangiandosi tra la sua attività di pescivendolo (che gestisce insieme all’amico Michele) e una serie di piccole truffe legate al noleggio di un robot da cucina. Il sogno di Luciano, però, ha il nome del più famoso reality del mondo: dopo aver incontrato ad un matrimonio il carismatico Enzo, ex partecipante del Grande Fratello e ora popolare star, Luciano decide di provare in tutti i modi a partecipare alla trasmissione. Così, dopo un improvvisato provino in un centro commerciale, l’uomo viene notato e scelto per una seconda audizione da tenersi a Roma, negli studi di Cinecittà. L’entusiasmo è al massimo, Luciano punta tutto su questa opportunità, praticamente sicuro che farà infine parte del gruppo di persone che verranno scelte per il programma. Dopo il provino, però, l’attesa di una comunicazione da parte dei responsabili della trasmissione si fa presto spasmodica; Luciano è ormai una piccola celebrità locale, ma scoprirà presto che il costo di una fama non ancora raggiunta può essere maggiore di quello della vera notorietà.
Reality si apre e si chiude con la macchina da presa diMatteo Garrone che scruta i suoi personaggi dal cielo, occhio onnisciente che restituisce il nome della nota trasmissione televisiva al suo orwelliano senso originale; ma, a parte queste due parentesi (forse a suggerire la presenza di una qualche divinità, divertita dallo scomposto agitarsi di chi per forza vuole sentirsi addosso gli occhi di qualcuno) gli sguardi, veri e immaginari, che scrutano Luciano (un ottimo Aniello Arena) sono tutti umani e ad altezza d’uomo. Dopo Gomorra, Garrone cambia contemporaneamente registro e argomento, ma non rinuncia all’analisi antropologica della realtà meridionale, di quel tessuto sociale fatto di sforzi quotidiani, promesse disattese e piccoli sogni che malgrado tutto resistono; sogni che si sposano perfettamente con la fascinazione del piccolo schermo, che però non è più quello di mamma Rai e neanche quello degli spot luminosi e levigati portati nel nostro paese dalle tv del Biscione. E’ la post-televisione quella che esercita un’attrattiva irresistibile sul protagonista, quella che dà l’illusione di un flusso comunicativo bidirezionale, che subdolamente promette partecipazione e visibilità con una strategia seduttiva e ingannatoria, a confronto della quale le piccole truffe di Luciano non sono che scherzi da bambini.
Se a metà del secolo scorso la cupa visione orwelliana, nome rubato e senso travisato dal suo omologo televisivo, incuteva timori e inquietudini nella società postbellica, il senso comune ha ormai rovesciato questa percezione: l’uomo della società contemporanea vuole una vita sotto lo sguardo delle telecamere, contemporaneamente fa credere (e crede) di esserne spaventato, ma segretamente la agogna perché ha timore che senza di essa la sua stessa essenza scomparirebbe. Persa, inevitabilmente, in un villaggio globale da incubo, in cui la quantità e la rapidità delle informazioni annullano qualsiasi illusione di vicinanza e di possibile, reale contatto umano. Il grande pregio della sceneggiatura è stato quello di aver portato queste riflessioni sociologiche utilizzando toni (e una struttura cinematografica) sostanzialmente da commedia, e di essere riuscita a calarle perfettamente in una realtà sociale come quella napoletana; con la religione cattolica, tradizionale collante sociale per i ceti popolari, sempre più sostituita da quella laica delle immagini televisive, che ha anch’essa i suoi riti e i suoi santuari. La giustapposizione tra questi ultimi, mostrata in modo chiaro nell’ultima sequenza, non è affatto casuale.
E’ abbastanza inutile, in un film come Reality, soffermarsi sui singoli elementi filmici dell’opera, stare a lodare le musiche di Alexandre Desplat o l’efficace resa scenografica, o ribadire che Garrone, con i suoi morbidi, eleganti e mai gratuiti movimenti di macchina, si conferma come uno dei più dotati registi italiani in circolazione. Ciò che fa la riuscita di quest’ultima opera del regista romano è la sua resa d’insieme, la forza e la semplicità dell’idea iniziale e la coerenza con cui è riuscito ad esprimerla in immagini, utilizzando alla perfezione gli strumenti di un genere (quello della commedia) la cui scelta presentava sulla carta più di un’insidia. Il risultato, oltre a rappresentare una conferma, è importante e prezioso per tutto il nostro cinema.
Da “movieplayer.it”

Luciano Ciotola vive a Napoli in un palazzo fatiscente con la moglie e i figli avendo come coinquilini numerosi parenti. Gestisce una pescheria mentre con la moglie ha attivato un traffico illegale di prodotti casalinghi automatizzati. Luciano ha una vocazione per l’esibizione spettacolare così il giorno in cui i familiari lo sollecitano a partecipare a un casting de ¨”Il Grande Fratello” non si sottrae. Entra così in una spirale di attese che trasformerà la sua vita.
Matteo Garrone ha dichiarato “Dopo Gomorra volevo fare un film diverso, volevo cambiare registro così ho deciso di tentare la via della commedia”. Sul piano formale ha sicuramente affermato il vero ma su quello del contenuto profondo non è così. Reality è, anche se potrebbe sembrare impossibile, un film ancora più tragico di Gomorra. Perché se la camorra è un fenomeno delinquenziale nei confronti del quale si sono prodotti, in vasti strati della popolazione, i necessari anticorpi non altrettanto è avvenuto nei confronti dei reality in genere. Siamo di fronte a una distorsione della percezione del reale che ha metastatizzato una vasta fascia della cosiddetta ‘audience’. Non importa se in questa fase trasmissioni come quella oggetto del film o altre simili stanno subendo sensibili cali di ascolto. Ciò che conta è che il seme è stato deposto e le sue radici sono ben salde. 
Attraverso le vicende di Luciano (uno straordinario Aniello Arena che ha costruito la sua professionalità attoriale in carcere) Garrone non ci racconta solo Napoli. Gira in una città che ormai conosce bene e che gli offre un ritmo recitativo che sarebbe difficile trovare altrove ma è dell’Italia tutta che ci offre uno squarcio doloroso. Sarebbe facile definire Luciano, sua moglie Maria e tutte le figure che li circondano come personaggi che sarebbero piaciuti a Eduardo ma qui si va oltre. Pirandello (con il suo confine labile tra ragione e follia) si sposa con Orwell (che finalmente vede riscattare il titolo del suo romanzo grazie all’ossessione che si impossessa del protagonista) mentre la colonna sonora di Alexandre Desplat va alla ricerca di sonorità che ci rinviano a quelle del Danny Elfman del Nightmare Before Christmas burtoniano. Perché è un incubo quello in cui precipita Luciano e in cui dissolve ciò che resta della sua famiglia e della sua vita sociale. Un incubo costruito da continue attese, da ‘stazioni’ come quelle della Via Crucis della Settimana Santa, cerimonia che finisce con l’acquisire un valore simbolico. Dopo non ci può essere che una resurrezione; ma quella che la civiltà dell’immagine produce può avere luogo solo in un paradiso ineluttabilmente falso.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

Luciano Ciotola (Aniello Arena) è un pescivendolo di Napoli che per sbarcare il lunario si arrangia anche con qualche piccola truffa nel campo degli elettrodomestici, realizzata con il supporto della moglie Giulia (Loredana Simioli) e di diversi amici e conoscenti compiacenti. 
Luciano è un vero guitto, simpatico e vitale è considerato da tutti l’anima della festa e come tale tutti lo spingono a fare un provino per partecipare al reality Grande Fratello, il provino ci sarà e Luciano riuscirà anche ad approdare ad un’ulteriore selezione che si svolge a Roma.
Sembra proprio che la svolta per Luciano e la sua famiglia sia vicina, peccato che l’attesa di essere convocato si trasformerà ben presto in un ossessione, Luciano non penserà ad altro, arriverà a credere di essere spiato “da quelli della televisione” che lo vogliono mettere alla prova e quando ormai intorno a lui tutti saranno consapevoli dell’occasione mancata, lui non vorrà sentir ragioni e scivolerà lentamente in una follia compiaciuta che verrà diagnosticata come trauma da Grande fratello.
Matteo Garrone dopo averci narrato con schiettezza la Campania malavitosa diGomorra, stavolta alleggerisce i toni, ma non i contenuti e approccia la commedia per esplorare la moda dell’ultimo decennio, il reality e in particolare quel Grande fratello in cui l’ostentata mancanza di qualsivoglia talento e una normalità costruita ad arte diventano mezzi per conquistarsi una fama che definire effimera è un eufemismo.
In un paese in cui la meritocrazia è un optional e l’avvenenza è considerata talento, Garrone costruisce una divertente e surreale incursione nell’immaginario di un uomo qualunque, un po’ mariuolo, ma dall’ingenuità disarmante che si lascia irretire dalla fama per tutti, manco fossimo al discount delle opportunità.
Il registro scelto per il film, a mezzavia tra sogno, desiderio e realtà funziona egregiamente, Garrone miscela con dovizia un cast di attori professionisti e non, creando una vera e propria partitura comica sull’illusorietà del piccolo schermo, se una volta a cambiare la vita erano il Rischiatutto di Mike Bongiorno e il 13 al totocalcio di Lino Banfi, oggi la svolta ha il sapore plastificato dell’apparire a tutti i costi, dell’ostentare a prescindere anche con il rischio di rivelarsi privi di contenuti, tanto come si sa anche ilvuoto pneumatico vende bene in tv (accattatevillo!).
Reality sfoggia un cast squisitamente eccentrico e in parte, Aniello Arena e Loredana Simioli sono strepitosi e dispone di uno script leggero quel tanto che basta per non trasformarsi in un pistolotto retorico sulla tv spazzatura, un film che dimostra l’eclettismo di Garrone capace di sfruttare appieno un fare cinema che sa di neorelismo, teatralità partenopea e satira di costume, una vera gioia per gli occhi, ma soprattutto per l’umore.
Pietro Ferraro, da “ilcinemaniaco.com”

Il detto vuole che lo stolto guardi il dito mentre indica la luna. 
In Reality di Matteo Garrone sembra quasi il contrario. Sembra quasi che il regista sogghigni di chi, stolto, fissa la luna rappresentata dal richiamo al Grande Fratello, mentre bisognerebbe guardare tutto quello che circonda e comprende quella sirena mediatica e cinematografica. Compreso il suo lato nascosto. 
Per comprendere un film intenso e complesso come Reality è necessario fare lo sforzo di spogliarsi dai pregiudizi e avere il piacere di deviare lo sguardo dall’ovvio: proprio come più di una volta fa il regista attraverso la sua macchina da presa. 
Inizia folgorante, il film di Garrone, calandosi dall’alto all’interno del mondo ultrakitsh dei ceti napoletani più popolari (ma un’altra città d’Italia non avrebbe fatto una grande differenza), portandoci lentamente e sempre più inesorabilmente alla scoperta di un protagonista la cui ingenuità e la cui ossessione patologica (quella appunto dell’entrare a fare parte del Grande Fratello, al cui provino ha partecipato quasi per caso) è figlia del contesto culturale in cui è nato. 
Se fosse solo una favoletta morale e neorealista sulle grandi distorsioni provocate da certi miti televisivi,Reality sarebbe un film stanco e fuori tempo massimo, benché girato con una consapevolezza stilistica impressionante, recitato benissimo e in generale impeccabile in tutti i reparti tecnici (dalla fotografia diMarco Onorato fino alla colonna sonora di Alexandre Desplat). 
Garrone, invece, ha rifuggito la sociologia spicciola: in primo luogo cercando di rendere più amplio e articolato il discorso, e secondariamente traslandolo su un piano quasi filosofico. 
Nella loro apparente polarità, la casa televisiva dove Luciano sogna di entrare è direttamente speculare al palazzetto diroccato che abita assieme all’onnipresente famiglia, alla piazza napoletana dove gestisce una pescheria. L’ossessione paranoide di essere sempre sotto esame da parte di “quelli della tv” è il negativo esatto dello sguardo costante (e giudicante) di parenti, amici e conoscenti nel contesto di una vita pubblica, in più di un senso. 
E che il protagonista poi tenti la via di una conversione quasi letteralmente francescana per riscattare i suoi peccati e ottenere la misericordia del piccolo schermo, che in un finale palpitante prenda parte alla grande rappresentazione della Via Crucis prima di confrontarsi definitivamente col grande sogno del Grande Fratello, appare uno sferzante commento di Garrone su un altro palcoscenico, oltre a quelli coincidenti della vita e della tv: quello della Chiesa. 
Garrone, che nel pressbook del suo film dichiara di aver voluto indagare la storia di un uomo che esce dalla realtà per entrare in una sua personale dimensione fantastica, sembra in realtà aver descritto un universo dove la distinzione in questione non ha più senso, dove tutto è unificato, tutto è livellato. 
Dove persino il sogno che si trasforma in incubo psicotico è destinato a realizzarsi e concludersi con l’amara, folle realizzazione di un circolo che si chiude e riporta al punto di partenza. 
E l’unica cosa da fare, allora, è ridere istericamente e uscire di senno, e di sé. 
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

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