POLLO ALLE PRUGNE


Tehran, 1958. Nasser Ali è un virtuoso del violino, che la moglie ha fatto a pezzi, infrangendogli il cuore. Perduto il suo strumento, Nasser prova inutilmente a sostituirlo, spingendosi in botteghe di città lontane. Fallito ogni tentativo e incapace di essere altro che un musicista, Nasser si lascia morire nel suo letto davanti agli occhi smarriti dei suoi figli e di una consorte mai amata. Negli otto giorni che precedono la sua cercata dipartita, Nasser ripercorrerà come in una favola la sua vita e il dolce segreto che l’ha ispirata. Incantandola per sempre.
“Le penne che non scrivono di valori islamici vanno spezzate”, sosteneva Khomeini, spingendo le ‘voci’ indocili dell’Iran all’esilio o alla clandestinità. Non basta allora un ‘pollo alle prugne’ a rimediare il danno e a riempire il vuoto di una perdita, quella di una donna, di un amore, di un Patria. Avvolgendo il live action con l’animazione fiabesca e il sogno felliniano, Marjane Satrapi continua la sua ricerca artistica ed esistenziale, traducendo per lo schermo la sua graphic novel (Pollo alle prugne), ribadendo l’inaccettabilità della lontananza e avvalorando il suo lavoro come riflesso della propria vita di ‘esule’. Perché ancora una volta i suoi protagonisti verranno banditi, allontanati dalla fonte della propria ispirazione e costretti a cercare un luogo dove sentirsi sicuri e vivere pienamente la propria ossessione. Se la protagonista diPersepolis sceglieva per sé e per la sua libertà un ‘giardino’ reale (Parigi), il violinista senza violino di Pollo alle prugne muore di consunzione dentro un Eden mentale che bandisce ogni regola a favore dell’immaginazione. Un’immaginazione che può tornare alla propria patria e alla propria memoria, abitata da chi abbiamo amato e mai dimenticato. Sotto la favola, lo humor e il neorealismo fantastico della Satrapi, batte (e ribatte) un’idea politica, che non dimentica di saldare i conti (anche) con l’America (colpevole del colpo di Stato del ’53) in una sequenza mordacemente sprezzante sull’ottusità genitoriale e la cultura ‘ingrassante’ degli States. Nasser Ali, interpretato da Mathieu Amalric, singolare alchimista del fantastico, funziona allora come l’allegoria complessa e sofisticata di un movimento dell’anima contro le odiose persecuzioni di regime consumate nella società iraniana. Una resistenza che dopo la fuga di Persepolis, (ri)cerca la morte e il silenzio come ultima (ri)soluzione.
Di Marzia Gandolfi , da mymovies.it

Da quando la moglie Faringuisse (Maria de Medeiros) gli ha guastato irreparabilmente il violino, Nasser Ali Khan (Mathieu Amalric) decide di abbandonare per sempre la musica sprofondando in una torbida depressione nutrita di rancore e rassegnazione verso chiunque lo circondi.
Riluttante a prendersi cura di se stesso e della propria famiglia, decide di rinchiudersi in una desolata solitudine nelle speranza che la morte sopraggiunga in breve tempo. Seguiranno sette giorni intensi in cui il protagonista ripercorre le tappe della sua esistenza dall’infanzia all’adolescenza, il rapporto con la madre e la musica, la scoperta dell’amore fino al drammatico matrimonio con la devota Faringuisse.
Pollo alle prugne – risulta subito chiaro – è il naturale proseguimento di Persepolis, un percorso, dunque, che continua con attori in carne e ossa ma che conserva la magia e la fantasia del film d’animazione. 
Puntualizza infatti l’illustratrice iraniana: “…abbiamo entrambi assoluta fiducia nel film come un mezzo per esplorare l’immaginazione e l’estetica. Il realismo non ci interessa particolarmente. Quando vogliamo raccontare una storia, abbiamo entrambi bisogno di andare oltre il realismo, di superarlo…”.
Ricca di omaggi e citazioni (stereotipi televisivi americani, il cinema italiano, la poesia di Omar Khayyam, George Melies, perle di saggezza dell’antica Grecia) il lungometraggio francese appare da subito un po’ gravato da queste ridondanze che ingolfano il ritmo della narrazione per giungere infine ad un epilogo decisamente affrettato. 
Nel complesso comunque laSatrapi, coadiuvata dalla sapiente regia di Vincent Parannaud, testimonia una crescita cinematografica, sia nella narrazione che nella sceneggiatura: il sapiente mix tra feedback e prolessi infiamma indubbiamente la curiosità del pubblico che, attraverso la storia d’amore per Irane non può non cogliere il riferimento nostalgico dell’esule Marjane. La dolce Irane (Golshifteh Farahani) è infatti metafora dell’ardore per la terra natia che seduce ma respinge, che affascina ma incatena e che, con laconica discrezione, osserva impotente la maestosa bellezza dei suoi frutti più lontani. Pollo alle prugne si rivela dunque una dichiarazione d’amore e allo stesso tempo di un concesso perdono verso il proprio Paese prigioniero del giogo di un regime teocratico, nella consapevolezza che, se da un lato è impossibile l’agognato ritorno, dall’altro è altrettanto irraggiungibile – come artista e come persona – la piena dimensione del sé in una terra nuova e straniera. 
La pellicola, ambientata nella Teheran del 1958, vuole mettere in scena il sogno di un Iran che era possibile, il passato di un Paese in cui la democrazia poteva esistere. L’Arte riveste una possibile via di riscatto poiché, come ci rammenta il saggio, “è attraverso l’Arte che comprendiamo la vita”. Così come Nasser Ali suona il violino (o tar) per rievocare in ogni nota colei che ha perduto, Marjane Satrapi si dedica al fumetto e alla sceneggiatura per ristabilire il contatto spirituale con il suo passato. Quando però lo sconforto prende il sopravvento nemmeno il piatto preferito – appunto il pollo alle prugne – può curare il profondo malessere innescato ed è allora che si invoca la fine dell’esistenza. Ma anche in questo triste epilogo la coppia Parannaud-Satrapi riesce a scovare un lato buffo, ironico e deliziosamente fiabesco consentendo al protagonista quattro affabili chiacchiere con l’Angelo della morte.
Animano la scena i volti del più noto cinema francese: Mathieu Amalric(mente del recente successo diTournée), Jamel Debbouze che veste un duplice ruolo, Chiara Mastroianni che ritroviamo in versione figlia-famme fatale eIsabella Rossellini nei panni di una madre assai ingerente verso le scelte filiali. La presenza di Maria de Medeiros è, a mio avviso, la scelta attoriale migliore: Faringuisse è un personaggio complesso e delicato che richiede estrema sensibilità per essere messo in scena. La ferita dell’esilio coinvolge anche un’altra artista che ha partecipato alla realizzazione del film; a fine gennaio 2012 è stato infatti ufficializzato da parte del governo iraniano il confinamento perenne della splendida Golshifteh Farahani, attrice e pianista persiana che dà vita al personaggio di Irane. I costumi e la scenografia lasciano trapelare un leggero rimando allo stile steampunk, caro a Jean-Pierre Jeunet, complice la fotografia di Christophe Beaucarne che lavorò proprio in La cité des enfants perdus. Infine le musiche che svolgono un ruolo importante nella vicenda amorosa ed esistenziale di Nasser Ali Khan sono state affidate a Olivier Bernet, le cui note avevano impreziosito anche il precedente lungometraggio della coppia artisticaParannaud-Satrapi.
Una pellicola che a un primo sguardo appare intrisa di pessimismo ma che, sotto una più attenta riflessione, nasconde una visione decisamente sardonica e beffarda della vita. Mescolando qualche nota autobiografica con sprazzi di fantasia, laSatrapi getta uno sguardo malinconico verso l’Iran laico e progressista messo a tacere con la rivoluzione del ’79 ma svela anche aspetti sociali interessanti all’occhio distratto del mondo Occidentale.
Di  Chiara Orlandi, da cinezoom.it

Nasser Ali Khan, violinista di fama internazionale, ha scelto di morire nel proprio letto dopo che la moglie Faringuisse ha distrutto l’oggetto a cui era più legato, il suo amatissimo violino. Dopo questo tragico avvenimento, il musicista si è relegato nel suo letto in attesa che il Dio della Morte lo porti con sé, e in attesa della sua venuta ripercorre i momenti fondamentali della propria esistenza. Giorno dopo giorno scopriremo che lo strumento non è altro che un feticcio dell’amore negato che ha vanificato la sua vita.
La fumettista e regista Marjane Satrapi ha improntato diverse opere in chiave biografica: in “Persepolis” raccontava con ironia la propria giovinezza e la storia e cultura dell’Iran, in “Taglia e cuci” ha continuato a descrivere i costumi e le tradizioni del suo popolo sempre con pungente sarcasmo, mentre con “Pollo alle prugne” si è discostata dalla disamina sociale per narrare una storia d’amore, anche questa di matrice persiana ma con caratteristiche universali. Marjane Satrapi racconta con ironia e drammaticità la vita malinconica di suo zio, che viene ricordato dai familiari per essere rimasto a letto fino alla morte, senza un’apparente motivazione. La Satrapi, incuriosita dalla vicenda, investiga e finalmente restituisce la necessaria interezza alla vicenda.
La trasposizione cinematografica dell’omonimo fumetto è stata realizzata a quattro mani, e come per “Persepolis” la regista iraniana ha scelto di dirigere il film assieme al collega illustratore Vincent Parronaud. Se il primo lungometraggio era un film d’animazione con l’intensità di una storia reale, in “Pollo alle prugne” accade il contrario: la pellicola è filmata con attori in carne ed ossa ma vanta elementi onirici e fantastici che ci proiettano in una dimensione surreale. Sin dall’inizio, osservando i giochi di luce e i forti chiaroscuri, ci accorgiamo che non si tratta di una pellicola in stile classico, e scena dopo scena comprendiamo sempre più la vicinanza di “Pollo alle prugne” all’arte del fumetto. Flashback continui frantumano la narrazione lineare, e l’unica alternativa è quella di abbandonarsi e farsi trasportare dai registi nel loro cosmo fatto di saggi, diavoli e tutta una schiera di personaggi caricaturali. La Satrapi e Paronnaud non creano solo situazioni irreali, ma utilizzano proprio elementi estranianti come scenografie in computer grafica nelle quali agiscono i personaggi reali, oppure impiegando una fotografia dai cromatismi ipersaturi.
“Pollo alle prugne” è una meraviglia per gli occhi, oltre che un grande esempio di cinema: lo spettatore è deliziato dalle inquadrature e dai movimenti di macchina di un’opera d’arte che ci pone davanti all’estetica pura. La pellicola, oltre ad essere un ottimo prodotto dal punto di vista tecnico, porta a riflettere su un tema importante: il libero arbitrio. Quando seguiamo i costumi o i dettami altrui e soffochiamo quindi la nostra volontà provochiamo dei danni a volte irreparabili, che rovinano per sempre la nostra esistenza. Siamo nati per essere liberi: se tarpiamo le ali ad un uccello, quale sarà l’unico risultato possibile? La sua caduta. Nota conclusiva: è consigliata la visione anche a chi abbia letto il fumetto, rispetto al quale sono stati modificati alcuni elementi
Di Francesco Volpi, da filmedvd.dvd.it

Fuggire e sopravvivere o lasciarsi morire a Teheran. Sembra un po’ questo, infine, il nodo esistenziale sviscerato dai due film di Marjane Satrapi (insieme all’amico Vincent Parannoud), fumettista e sceneggiatrice iraniana naturalizzata francese. E se in Persepolis (suo folgorante esordio e film d’animazione autobiografico sulla vita da ‘esule’ della stessa regista) emergeva fluidamente tutto il dolore causato dall’Iran post-rivoluzione dal quale era necessario fuggire per sopravvivere, in Pollo alle Prugne la Satrapi fa un passo indietro (temporale ed emotivo), dipingendo la Teheran degli anni ’50 occidentale e ancora ‘senza veli’, ma già capace (proprio come la bellissima Irane del film) di sedurre fatalmente i propri ‘figli’. Nasce così, insieme al ricordo lontano di quel nonno musicista, la storia di Nasser Ali (un malinconico e bravissimo Mathieu Amalric), musicista di raro talento che sublimerà nella sua musica il dolore per un (grande) amore negato. Marjane Satrapi disegna dunque (veri e propri attori si muovono su splendidi fondali ‘cartonati’) la storia tragica (nella sua accezione più classica, in cui non a caso trova spazio anche il parallelismo con il famoso ‘commiato’ di Socrate) di un amore nobilitato attraverso l’arte (il suono puro e inviolato di uno Stradivari) e poi spezzato dal destino.
Teheran, 1958. Nasser Ali ha girato il mondo grazie al suo talento di violinista, una tecnica divenuta pura e nobile musica grazie al dolore per la perdita di un amore unico. Fatalmente deluso da quell’esperienza e deciso a rimanere scapolo, l’uomo si farà poi convincere dalla madre a sposare l’erudita e bruttina Faranguisse (Maria de Medeiros). Un’unione forzata che non restituirà mai, al violinista, lo slancio passionale di quell’amore indimenticato. E infatti Nasser Ali continuerà a (soprav)vivere stancamente nel quadro borghese della sua famiglia, fin quando anche il suo amato violino (ultimo scampolo della sua voglia di vivere) non andrà in frantumi per mano della moglie. A quel punto, privato di ogni impulso vitale, il violinista sceglierà di lasciarsi andare al suo destino rifiutando perfino quel pollo alle prugne (piatto tipico della tradizione persiana) tanto amato e, durante gli otto lunghi giorni di commiato, restituirà (con il ricordo e l’immaginazione) senso al suo passato, comprendendo meglio il suo presente e dando forma a un ipotetico futuro. In quella bolla onirica, sospesa tra realtà e immaginazione, Nasser Ali entrerà in contatto con tutte le persone che hanno segnato la sua vita: rivedrà la madre (accanita fumatrice svanita in una nube di fumo) e la sua amata Irane (il rimpianto di una vita), poi conoscerà Azraele (un angelo della morte giovane e simpatico) e sognerà le desolanti proiezioni future dei suoi figli.
Per la sua opera seconda Marjane Satrapi sceglie di abbandonare il ‘linguaggio animato’ per concentrarsi invece sulla multi-espressività di attori in carne ed ossa, mantenendo però quel sottofondo di fiaba del reale utilizzato in Persepolis. Fortemente contaminato da un registro surreale e grottesco che pare stringere una forte parentela con i lavori di Jean-Pierre Jeunet(palese il riferimento a Delicatessen nella scena degli occhiali) Pollo alle Prugne è un viaggio nella memoria e nella fantasia che spicca il volo proprio quando abbandona gli schemi più cronologici del reale (quelli di una prima parte meno coinvolgente) per seguire invece il filo più irregolare della mente e dei sentimenti. Così appaiono e scompaiono, in contesti più o meno plausibili, tutti i volti di una lunga malinconia che attraverso i personaggi di Nasser Ali e Irane (la bellissimaGolshifteh Farahani, già protagonista di About Elly) traccia e cristallizza il pensiero politico e il senso di perdita della Satrapi. Tra l’incanto di una Teheran in fiore o dalle cime innevate e l’oblio di una felicità svanita si consuma così il nuovo capitolo dell’amore fatale per una nazione capace di sedurre e poi abbandonare, amplificando quel senso di perdita che, in misura variabile, appartiene a tutte le vite.
Trasposizione dell’omonima graphic novel, Pollo alle Prugne è un viaggio onirico (sublimato dalla duplice capacità della musica di esasperare e lenire il dolore) attraverso la difficile accettazione di una felicità che è stata negata, e che è suo malgrado mutata in rifiuto per la vita. Sullo sfondo animato dei luoghi del suo cuore la Satrapi costruisce dunque la storia di Nasser Ali e della sua annunciata dipartita, di fronte all’incapacità di sostenere la sofferenza di un vuoto esistenziale che si è fatto nel tempo sempre più immanente. Più ingessata nella prima parte descrittiva, l’opera seconda della Satrapi si libera in prossimità del finale, dove stili e registri diversi convergono per creare un mulinello narrativo che rispecchia appieno quell’attrito tra sogno e disincanto che muove l’esistenza umana.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

In seguito alla distruzione del suo prezioso violino, Nasser Ali, musicista di grande talento, perde la voglia di suonare e con essa quella di vivere. Decide pertanto di lasciarsi morire di inedia, mentre tra sogni, deliri e ricordi ripercorre la sua vita infelice, segnata da un episodio sepolto nel passato e legato ad un amore perduto.
Marjane Satrapi (autrice della graphic novel “Persepolis” e del suo adattamento cinematografico) torna al cinema e insiste con l’adattamento di una sua opera, “Pollo alle Prugne”. Lo stile grafico dell’autrice iraniana, estremamente riconoscibile, è basato su un tratto volutamente scarno, sull’assenza di profondità e prospettiva, sull’utilizzo di un character designsemplice ma efficace. E’ alle parole che Marjane Satrapi affida la sua arte e “Pollo alle Prugne” non fa eccezione. La graphic novel” ricorre ad uno schema abbastanza statico per rappresentare la non linearità della narrazione (sostanzialmente, inversione del bianco e del nero, con i flashback quasi in silhouette), e il film si dimostra superiore all’opera di partenza – per una volta.
La costruzione ellittica e non lineare consente infatti al film non solo di riservare molti colpi di scena e momenti di inaspettata commozione, ma anche l’utilizzo di stili ed atmosfere molto diversi, in grado di proiettare lo spettro emotivo di Nasser Ali in tutto l’ambiente circostante, in particolare grazie ad una fotografia particolarmente curata ed a scenografie non sempre realistiche, spesso addirittura con sfondi disegnati.
I ricordi, i sogni e i racconti si mischiano, l’effetto è una rapsodia di immagini e frammenti visivi (oltre che musicali) di grande suggestione, che corrono verso un finale che, svelando la realtà dietro molte delle scene già viste in precedenza, ribalta le certezze che il film ha sin lì creato e lascia stupiti e commossi, su una singola nota che accompagna significativamente la dissolvenza finale.
“Pollo alle Prugne” non è l’adattamento di una graphic novel, bensì la sua versione cinematografica, che si dimostra quella definitiva, non fosse altro che per l’importanza della musica nella storia di un musicista (nota a margine: nella graphic novel, lo strumento di Nasser Alì è il tar, non il violino). Si procede per vignette, con dialoghi veloci, cambi di stile, personaggi poco realistici e situazioni irreali,senza per questo mancare di autenticità.
A Marjane Satrapi non interessa creare una versione dal vivo della sua storia e intorno agli attori, tra i quali spicca come sempre un immenso Mathieu Amalric, costruisce un mondo sospeso tra disegno e cartapesta, tra cartolina e foto ricordo.
A un certo punto, nel film, Nasser Ali ha una visione: l’angelo della Morte gli racconta la vecchia storia orientale, rielaborata in mille versioni diverse ( la più celebre quella di Samarcanda di Roberto Vecchioni), dell’appuntamento ineluttabile con la Morte. E’ l’unico segmento interamente animato del film e serve a chiudere il cerchio. Il protagonista della storia scappa il più lontano possibile per fuggire alla Morte (che però lo aspetta esattamente nel luogo prescelto per la fuga), in un vano tentativo di restare aggrappato alla vita, mentre Nasser Ali, al contrario, si ferma e attende placidamente che la Morte sopraggiunga. L’Angelo della Morte racconta a Nasser Ali la buffa storia dell’uomo che voleva scapparle, senza aggiungere molto al racconto.
Il significato di questa storia, posta nel film in questo modo, è che la Morte arriva sempre, qualunque siano i nostri tentativi di fuggirla, e che l’unica vita che abbiamo va vissuta senza dimenticarsene e senza affrettare il percorso che ci è stato dato. Non c’è aldilà, nel mondo di “Pollo alle Prugne. Forse l’anima esiste, forse è un buffo fenomeno atmosferico: Nasser Ali ricorda la morte della madre, ma è un ricordo poco consolatorio, che non lo pacifica affatto.
La vita dell’artista è segnata e benedetta dal dolore, unica possibile via per catturare l’essenza dell’arte (aspetto su cui il film insiste molto più che la graphic novel). Nasser Ali, ad un certo punto, decide però di soccombere al dolore, pur realizzando che neanche la sua arte gli sopravvivrà. Forse è stato l’incidente del violino, forse l’incontro con l’amore che non lo riconosce più. Quel che conta è che in quel momento, l’equilibrio tra la sofferenza e la sua sublimazione si rompe: Nasser Ali non ha più lo strumento per trasformare il suo dolore in arte e anche la causa del suo dolore si rivela vana (ma sarà così?).
“Pollo alle Prugne” è un film delicato e divertente, una riflessione sulla vita e l’arte, sorretto da un cast eccezionale persino nei ruoli minori (Chiara Mastroianni sospesa in una nuvola di fumo e Isabella Rossellini, ma anche Jamel Debbouze in un doppio ruolo), guidato da Mathieu Amalric nel ruolo principale. Non è utile per un giudizio cinematografico paragonare le due versioni di “Pollo alle Prugne”. Sono entrambe opere di Marjane Satrapi ed entrambe raccontano la medesima vicenda, sfruttando in maniera originale e intelligente il media scelto. Hanno la stessa dignità e sono entrambe due grandi opere. Si può però affermare che, al contrario di tanti altri adattamenti, la visione della versione cinematografica non solo non è superflua o riduttiva, ma forse è quella che riesce a coinvolgere il pubblico in maniera più esaustiva e a guidarlo verso una piena comprensione dell’opera
Da filmscoop.it

Teheran, 1950. Nasser Ali Khan è un grande violinista. Quando suona, incanta il pubblico di tutto il mondo. Inebria se stesso. Ha immensa maestria e coccola l’amato strumento. Sposa Faringuisse che un giorno, durante un banale litigio, si lascia trasportare da un impeto d’ira e rompe il prezioso Stradivari del marito. Nasser perde ogni voglia di vivere, ma poi si mette in viaggio per il Paese cercando di trovare un violino che eguagli la perfezione del suo. Ma la magia che ha reso la musica suonata da Nasser così melodiosa, pare sia inseparabile dallo strumento andato distrutto.
Quando si fa il botto all’esordio, poi c’è un prezzo da pagare. E succede (quasi) sempre che le aspettative di pubblico e critica non riescano a essere soddisfatte. Stavolta la storia non si è ripetuta. E il ritorno sul grande schermo della coppia Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud è riuscita a confermare quanto di buono avesse lasciato trasparire nell’opera precedente, il lungometraggio d’animazione Persepolis. Iraniana trapiantata in Francia, come era avvenuto per il film precedente, la Satrapi trae spunti dal ricco bagaglio della propria storia familiare. Prima graphic novel della stessa autrice, poi libro, Pollo alle prugne viene immortalato in pizze di celluloide ispirandosi alla storia di uno zio di sua madre, un musicista rimasto vittima di una morte inspiegabile. 
Scava nel suo passato e nella sua coscienza. Altalena in modo sorprendente una riflessione profonda sull’eterno esilio con la perdita della casa e il dolore di una decisione sempre difficile da prendere. E lo fa attraverso il violinista Nasser che quando assiste alla fine dell’inseparabile strumento, sente che viene spezzato il suo legame con la vita: a tagliarsi, attraverso la perdita del violino, non è solo l’universo della memoria, ma anche la sua anima. Si mette a letto e aspetta l’angelo della morte. Ché venga a prenderselo, ormai. Trascorrono otto giorni, ognuno dei quali dedicato a un personaggio diverso della sua esistenza: la figlia, il figlio, il fratello, la moglie e la madre. La particolarità è che questi episodi sono caratterizzati da un approccio visivo indipendente. A volte è un flashback d’animazione, altre un live action, o ancora una sitcom, dove tra l’altro è possibile scorgere una perfida parodia del sogno americano. Di conseguenza, cambiano umori e stili, spiritosi e divertenti, ma anche malinconici e tristi. Il risultato è un’incantevole storia d’amore, di sogni, di magia e di morte. Da Mille e una notte…
Di Maria Pia De Rango, da film-review.it

Dopo il successo del film d’animazione del 2007 “Persepolis”, allora candidato all’Oscar e vincitore del “Premio della Giuria” al Festival di Cannes, i registi nonché autori Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud approdano al Festival del Cinema di Venezia proponendo in concorso il loro nuovo film: “Poulet aux prunes”, letteralmente tradotto con “Pollo alle prugne”. Questa seconda opera cinematografica è in realtà una trasposizione live action di una famosa graphic novel di Satrapi e ne assorbe la carica espressiva e visiva, il film tuttavia supera il fumetto a livello qualitativo ed estetico anche grazie ad un cast eccezionale su cui domina in primis Mathieu Amalri, uno dei più apprezzati attori e registi francesi e tre volte vincitore del Premio César, accanto a lui quattro formidabili donne: Chiara Mastroianni, Maria de Medeiros, Isabella Rossellini e Golshifteh Farahani. L’opera si sviluppa come una fiaba deliziosa e incantevole, piena d’amore e malinconia, avvolta da un’atmosfera onirica che ricorda da una parte “Il favoloso mondo di Amélie” del 2001 scritto e diretto da Jean-Pierre Jeunet e dall’altra le strisce di fumetti di origine francese, ma come ha spiegato la stessa autrice è un film nichilista perché “nella vita non c’è speranza ed il film parla della vita. Noi viviamo, celebriamo la vita. Il nostro è un film nichilista. D’altra parte non ho mai amato i film a lieto fine”. E’ una commedia dolce e amara, velata di nostalgia e di una buona dose di pessimismo nei confronti della vita e dell’uomo, è una vera e propria allegoria della situazione dell’Iran. “Poulet aux prunes” è come “Persepolis” un canto d’amore per la patria perduta, il canto di un cuore spezzato che ricorda i momenti belli e i momenti tristi, ride e scherza, piange e soffre in attesa… Attende che tutto cessi e che questi sentimenti trovino l’oblio.
Se il vate italiano Dante Alighieri cantava: “Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salire per l’altrui scale”. (Paradiso, XVII canto), ma restava comunque la speranza, qui invece c’è il totale annullamento e annichilimento dei sentimenti, tanto è vero che il titolo è la ricetta preferita dal protagonista e simboleggia la perdita del piacere. “Abbiamo considerato la morte non tanto come assenza, – ha spiegato Marjane Satrapi – quanto come la perdita della capacità di provare gusto e sentimenti”.
La regia è piena di digressioni, di flashback e di flashforward ed è attraverso questi elementi che la vicenda viene ricostruita lentamente come un puzzle e si viene a scoprire la vera ragione che spinge il protagonista a invocare la morte giorno dopo giorno.
Citazione dal film: “Poiché nessun violino riusciva più a procurargli il piacere di suonare, Nasser Ali Khan decise di morire. Si distese nel letto…”
Tutto ha inizio in Iran nel 1950 e lì il famoso musicista di violino (nel fumetto suona lo strumento tradizionale: il tar) Nasser Ali decide di porre fine alla sua vita dopo aver perduto il suo amato violino spaccato dalla moglie. Si mette a letto e per otto giorni fra incubi e ricordi si sottrae alla vita. Ricorda il maestro di violino, la madre che lo obbliga a sposare sua moglie sebbene lui non l’abbia mai amata, il futuro dei figli finché non arriva finalmente Azrael, l’angelo della morte vestito di nero e scuro di carnagione con due grandi corna e un sorriso bianco come la neve, che gli racconta una favola araba cui è ispirato il testo della canzone “Samarcanda” di Roberto Vecchioni.
La frase:
“La vita è un soffio, la vita è un sospiro. E’ questo sospiro che devi cogliere”.
Di Federica Di Bartolo, da filmup.leonardo.it

Dagli autori di Persepolis, una fiaba animata sull’amore, sull’arte, sulla vita. Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud ottengono la candidatura al Leone D’Oro con un delicato incanto musicale, che porta i colori delle fantasie infantili. Nasser Alì è un violinista iraniano che non può sopravvivere alla perdita del suo strumento, distrutto dalla moglie in un momento d’ira. E dunque decide di lasciarsi morire. La sua agonia è un lento affiorare dei ricordi, alcuni cupi, altri luminosi, e tutti trasfigurati in visioni da libro illustrato. Le immagini sbocciano, dal buio della sua stanza, come fiori di carta variopinta, conservando, pur nella loro eleganza, i tratti grossolani di una  favola disegnata da un bambino. La storia nasce come un fumetto in bianco e nero, e sullo schermo diventa un ventaglio di suggestioni oniriche impastate nella saggia ingenuità di chi crede alle fate e ai miracoli, però diffida dei lieti fini. Ad avere la meglio, in questo caso, sono infatti gli angeli dalle ali nere, gli indovini vestiti da mendicanti, i padri padroni  e le madri matrigne. Il potere che opprime  e distrugge è l’unica magia invincibile, e la miopia domina la realtà restringendo il suo orizzonte entro il proprio limitatissimo campo visivo. Per questo motivo il mondo sembra così piccolo, inscatolato in un teatro di burattini nel quale l’illusione muore di asfissia e l’esistenza rimane confinata entro il raggio d’azione del male.  Le pene del cuore hanno inseguito Nasser Alì in tutte le parti del globo: ha viaggiato per vent’anni, ma non ha mai dimenticato la giovane bellezza della sua Irane. Il sospiro di quel sentimento infranto l’ha raggiunto ovunque,  trasfondendosi nel suono di tante melodie. Una leggerezza che, in questo film, si fa bozzetto scherzoso, tenera caricatura, fotomontaggio autoironico. La ricercata imperfezione della forma interpreta poeticamente la greve stonatura del dolore: è l’espressionismo della semplicità, che si diverte a cogliere ed ingigantire  i piccoli, ordinari orrori  di cui è disseminata l’avventura umana. Sotto la lente di ingrandimento del cinema, certi dettagli appaiono mostruosi: in una scena rivelatrice di questo film, il primo piano del volto del fantasma dell’opera di Rupert Julian (1925) ci ricorda che la narrazione per immagini è fatta per avvicinare le cose all’occhio e le idee al pensiero. Il fotogramma è un ritaglio e un riassunto, in cui la prospettiva si accorcia, il soggetto è messo a fuoco e lo sfondo sfuma. La parte viva del messaggio è una figura a tutto tondo che si stacca da uno scenario dipinto sul cartone: è Nasser Alì in carne ed ossa che si dimena goffamente in un universo rigido ed immobile, in cui tutto è già scritto e definito a priori. È il sognatore che lotta invano contro la predestinazione, su un tabellone in cui il percorso è obbligato e lo costringe a muoversi in circolo. Poulet aux prunes trasforma l’amarezza di un’elegia mancata nella tenue dolcezza di un sorriso; lo fa a volte con sottili pennellate di acquerello, a volte con le dita impiastricciate di vernice, ma sempre seguendo il palpito del cuore.
Da cinerepublic.film.tv.it

Esistono film e film incantevoli, pellicole capaci di restituire al cinema tutto il suo splendore, il suo incanto e la sua funzionalità primaria: l’intrattenimento.
“Poulet aux prunes”, ovvero “Pollo alle prugne”, come il piatto preferito dal protagonista, è un esempio di quel cinema. Tratto dalla graphic novel di Marjane Satrapi, l’incredibile autrice che qualche anno fa ha incantato il mondo con “Persepolis”, il film racconta la storia del musicista Nasser Alì (Mathieu Almaric), che decide di lasciarsi morire dopo che la moglie ha distrutto il suo Stradivari in seguito ad una lite. Eppure la causa scatenante di tale scelta, è soltanto la goccia di un vaso già troppo pieno. Infatti Nasser Alì è un uomo rinchiuso in un matrimonio infelice che ha visto il suo grande amore di gioventù, Iran, perso per sempre.
La nuova pellicola dell’autrice iraniana è stata girata con attori in carne e ossa, a differenza del primo lavoro incentrato dalla tecnica d’animazione che portò su grande schermo il dramma dell’esilio post rivoluzionario della Satrapi stessa, raccontando una storia fondamentalmente drammatica, ma scanzonatamente narrata secondo lo stile onirico e favolistico che è un po’ il suo marchio di fabbrica.
Il film, infatti, oscilla continuamente fra passato, presente e futuro con sfondi disegnati e fiabeschi che ruotano intorno ai personaggi, lo stesso protagonista ci rivela i suoi perché, la sua personalità e la sua storia in un evolversi narrativo che va dal grottesco alla fiaba d’amore. Lo spettatore si ritrova così a gioire e dolere insieme a Nasser Alì, in una pellicola magica ed intensa, stilisticamente perfetta e dal punto di vista narrativo accattivante. Mathie Almaric ci regala un protagonista dinoccolato, buffo, con i suoi lunghi baffi e le sue sfaccettature, ma incredibilmente tenero ed innamorato. Anche nella decisione più estrema che si possa prendere nella vita, si percepisce in lui un cuore innamorato e dolorante. A fare da contorno al protagonista un cast degno di nota con Isabella Rossellini, Chiara Mastroianni, Golshifteh Farahani e Maria De Medeiros.
Il cuore pulsante della lotta politica della Satrapi non smette di battere, piccando qua e là con accentuate stilettate, tra una citazione Felliniana e un omaggio a Hitchcock, la favola termina senza lieto fine, o meglio con un lieto fine non convenzionale, ma pur sempre di tutto rispetto.
Di Sonia Serafini, da ecodelcinema.com

Dopo l’autobiografico Persepolis torna Marjane Satrapi con una dolce commedia dai toni nostalgici, Pollo alle prugne, pellicola dalle tinte meno fosche del precedente film d’animazione, ma che conserva la stessa atmosfera fiabesca. Il film racconta la storia di Nasser Ali ( Mathieu Amalric), un musicista iraniano di fama internazionale distaccato dalla realtà ed immerso costantemente nel suo mondo fatto di musica e del ricordo dell’amore di una donna che ha perso. Un giorno, a seguito di un litigio, la moglie Faringuisse (Maria de Medeiros) distrugge irreparabilmente il suo Stradivari. Avendo perso l’unica cosa che conta veramente per lui, Nasser Ali decide di morire relegandosi al letto per otto giorni.
Pollo alle prugne cammina in equilibro tra serietà, umorismo e poesia, inneggiando alla vita, nonostante si concentri sulla morte. La storia infatti, grazie a flashback e flashforward, ci immerge nella vita passata del tormentato musicista e ci proietta anche nel futuro dei suoi figli, mantenendo sempre vigile l’attenzione degli spettatori con continui cambi di stile. Mescolando registi più classici ad elementi bizzarri tipici delle sit-com o caricaturali da soap-opera, il film diventa un omaggio al cinema, ricco di citazioni a Hitchcock, Lubitsch, Murnau, al panorama italiano con riferimenti a Sophia Loren, al mondo dell’animazione e ovviamente a George Melies.  Il passaggio da uno stile all’altro è fluido, senza strappi, dimostrando l’attenzione che la Satrapi, sempre accompagnata da Vincent Paronnaud, ha impiegato per far sì che tutti i pezzi di questo puzzle si incastrassero alla perfezione. La sfida più grande che la Satrapi e Parannaud hanno dovuto affrontare è stata sicuramente la scelta di passare da un film d’animazione, terreno a loro familiare, alla realizzazione di un film vero e proprio con attori in carne ed ossa, conservando l’elemento magico che ha sempre contraddistinto il lavoro dell’illustratrice. Onirico e fiabesco, Pollo alle Prugne raggiunge il suo apice proprio quando si allontana dalla realtà e ci immerge in un universo surreale in continuo movimento. “Il realismo non ci interessa particolarmente. Quando vogliamo raccontare una storia abbiamo entrambi bisogno di andare oltre il realismo, di superarlo.” ha detto la regista. “Per noi i film riguardano i sogni, la magia e la fantasia.”
Pollo alle Prugne racconta la storia di un amore nobilitato dall’arte e del brusco “risveglio” di Nasser Ali quando i suoi sogni si scontrano con la realtà, ma il tema del film va oltre tutto ciò e si ricollega al passato dalla Satrapi, seppure in maniera molto più lieve che in Persepolis. La vicenda procede sullo sfondo dell’Iran occidentalizzata e libera degli anni ’50, incarnata dalla figura della donna amata dal musicista, Irane (Golshifteh Farahani), il cui nome si pronuncia proprio come il nome del Paese. Così come la ragazza, che attira, allontana e poi incatena Nasser Ali ad un passato che non può dimenticare, ma che è impossibile da rivivere, così l’Iran continua ad essere fonte d’ispirazione e d’amore per l’illustratrice, che ha però l’amara consapevolezza di non poter più tornare nell’amata terra natia. Grazie alla sua capacità di stimolare l’immaginazione e lo spirito di riflessione degli spettatori, Pollo alle Prugne è sicuramente uno dei film più intriganti usciti quest’anno. Anticonvenzionale e surreale ci ricorda che “la vita è un soffio, la vita è un sospiro. È questo sospiro che devi cogliere.”
Di Serena Betti, da supergacinema.it

“Pollo alle prugne” è l’adattamento cinematografico della graphic novel realizzata dalla talentuosa artista iraniana Marjane Satrapi che si cimenta, nuovamente, nella settima arte cercando di bissare il successo ottenuto con “Persepolis”. Al suo fianco, ancora Vincent Paronnaud.  Attori in carne ed ossa, questa volta, da Mathieu Amalric (Nasser Ali) a Edouard Bear (Azrael) passando per Maria de Medeiros (Faringuisse), Golshifteh Farahani(Irane) e Isabella Rossellini (Parvine).
Sinossi
La vita è un sospiro. E Nasser Ali impara a catturarlo con la sua musica. Con la quale per tutta la vita suonerà il suo amore negato. Poi sposa una donna che non ama. Che un giorno, per un litigio, gli distrugge irreparabilmente il suo Stradivari. Nasser parte alla ricerca di un nuovo violino. E incontrerà diavoli, matti, saggi e amori perduti. Fino a quando il sospiro della vita non svanirà per sempre.
Giudizio sul film
Siamo nell’Iran degli anni cinquanta, quando la rivoluzione culturale  e religiosa è ancora lontana e il paese è un crogiolo irresistibile dalle forti tinte occidentali. Di veli neanche l’ombra mentre si da grande importanza all’arte, come quella di Nasser Ali che si esprime attraverso le quattro corde del suo violino, uno Stradivari rarissimo ereditato dal suo maestro di musica, un filosofico santone con tanto di abbigliamento bianco e barba folta. Nasser, da piccolo pessimo alunno, trova nella musica il suo riscatto sociale divenendo uno degli artisti più apprezzato in patria e nel mondo. Ma nasconde un segreto: egli suona per allietare il suo dolore, causato dalla perdita della donna amata e ogni nota diventa uno struggente ricordo. Nasser è un violinista triste, non sopporta la moglie, poco comprensiva e tremendamente autoritaria con i due figli. Crudelmente, durante una fervente discussione con il marito, distrugge il suo prezioso Stradivari lasciandolo “nudo” senza più la possibilità di esprimersi, senza più la possibilità di suonare poiché nessun violino potrà mai riprodurre il suono del suo vecchio strumento. Ed ecco, forse inevitabile, che arriva la draconiana decisione: Nasser decide di porre fine alla sua vita rinchiudendosi nella sua stanza, tra una sigaretta e l’altra lasciandosi andare a  innumerevoli viaggi mentali tra passato, presente e futuro che ci permettono di ricostruire la sua storia. Solo otto giorni, poco più di una settimana per incrociare lo sguardo dell’Angelo della morte, Azraele. Le interminabili giornate passate nel letto senza cibo e in pigiama, sono l’occasione, per Nasser, di ricordare l’incontro con la sua amata, quella Irane dal padre poco comprensivo, sono l’occasione per immaginare il futuro del figlio maschio “maleducato”, sono, ancora, l’occasione per pensare a quello che il futuro ha in serbo per la figlia, per sognare il proprio funerale, per ricordare il maestro di musica e quello delle elementari. Ma sono, soprattutto, otto giornate per cercare un congedo con onore, poiché la sua vita non ha ormai più un senso, senza musica, senza la possibilità di apprezzare i colori, di sentire i sapori ed è esemplificativa la scena in cui rifiuta il famigerato “Pollo alle prugne” cucinato dalla moglie Faringuisse. Rifutando il piatto di cui andava ghiotto, Nasser lascia trapelare tutto il suo dolore per una vita non desiderata.
 
Commenti finali
Dagli autori di “Persepolis” ci arriva una pellicola drammatica di grande impatto con attori in carne ed ossa, tra cui spicca il bravissimo Mathieu Amalric. “Pollo alle prugne” appare come un mirabolante esperimento estetico, una pellicola in cui convergono una serie sconfinata di generi, dal fantasy, al melodramma all’italiana passando per la sit com (con annessa strepitosa parodia dell’American Dream tra armi, e figlie obese), il fantasy in senso stretto e una breve sequenza pulp che tanto farebbe piacere ai Tarantino e Rodriguez vari. Ma ”Pollo alle prugne” è anche un omaggio a quella terra che non c’è più, un Iran segnato e cambiato in seguito alla rivoluzione di Khomeyni che ora mostra il suo lato più integralista, mentre “ai tempi di Nasser Ali” appariva come una Parigi mediorientale.
Stilisticamente la pellicola presenta varie analessi e prolessi, non rispettando quindi la continuità narrativa ma, dipanandosi tra i vari flashback, riesce a mostrarci il lato più umano dei protagonisti per poi lanciarsi in un vivace finale in cui tutti i pezzi del puzzle si ricompongono al batter di ciglia – mimato – della telecamera.
Da cinezapping.com

Teheran, 1958. Il musicista Nasser-Ali (Amalric) dopo che la moglie per disprezzo gli ha fatto a pezzi il violino,  decide di mettersi a letto e aspettare l’arrivo di Azrael, l’angelo della morte. Nella sua ultima settimana ricorda la sua vita passata e immagina quella futura dei suoi figli. Ispirato all’omonima graphic novel di Marjane Satrapi, che ritorna nella Teheran di Persepolis, tra live action e animazione, tra favola e denuncia. Gli ultimi otto giorni dell’esistenza di un musicista costretto al silenzio.
Come dicevamo non si tratta di un film di animazione questa volta. L’opera seconda dell’iraniana che vive in Francia Marjane Satrapi e del suo aiutoVincent Paronnaud, autori dello splendido Persepolis del 2007, capolavoro di tecnica e creatività, ironia e coerenza che al Festival di Cannes – dove fu proiettato in concorso – strappò applausi interminabili aggiudicandosi il Prix du Jury. L’opera seconda di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud racconta una vicenda ancora una volta allegorica della condizione dell’Iran, ma anche dell’esistenza di chi perde il proprio centro, i motivi, le ragioni per le quali continuare a vivere. Nasser Ali Khan (Amalric) è un celebre suonatore di tar che, perdendo il proprio strumento – sia in senso reale che metaforico – finisce con il perdere ogni ragione di vita.
Da primissima.it

Nasser Ali è un talentuoso violinista, sposato e con due bellissimi bambini. Ma l’amore che ha per la musica lo avvolge al punto da offuscare tutto il resto, famiglia compresa. Così, durante un’ennesima sfuriata, la moglie fracassa per terra il suo preziosissimo Stradivari, dai cui frammenti inizierà il magico racconto di una struggente storia di un amore mai vissuto. Ma della narrazione l’elemento cardine sarà proprio la sorpresa: con il costante inserimento di elementi surreali, fantasiosi, scenografie fumettistiche, insieme all’alternanza di attimi drammatici ma dal sapore grottesco.
E non è casuale, perché la coppia alla regia proviene direttamente dall’affascinante mondo dell’illustrazione.
Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud sono alla loro seconda collaborazione dopo la fortunata graphic novel Persepolis e, questa volta, si cimentano in un film vero con attori in carne ed ossa.
Il maestro di musica dice al protagonista, suo allievo: «Colei che hai perduto sarà in ogni nota che uscirà dalle tue dita». E’ questo il mondo che ci viene dipinto dall’incredibile sodalizio dei due registi. Una storia reale con solidi inserimenti storici, ma al limite del sogno, che guizza sempre qua e là, agguanta lo spettatore e lo fa entrare nella pellicola. Arricchito da una colorata multiculturalità, il film sposa diversi generi insieme e differenti modalità di racconto. A detta stessa di Marjane Satrapi,  è stato divertente già per loro percorrere tanti stili, saltare dalla parodia alla sitcom, sbizzarrendosi in innumerevoli citazioni: da Hitchcock a Méliès, passando per Sophia Loren. Citazioni, peraltro, dirette anche a loro stessi: il cinema della città si chiamaPersepolis.
Si scopre persino un cast composto da piccole stelle del firmamento cinematografico: Isabella Rossellini, Chiara Mastroianni e – per i più attenti, direttamente da Pulp Fiction – Maria De Medeiros nella parte della sfortunata moglie.
Una storia d’amore, di vita e – naturalmente – di morte, con tanto di angelo nero, nero al punto giusto, che ci racconta una famosa leggenda cantata anche dal Vecchioni nostrano in Samarcanda, e, con delizioso atteggiamento sarcastico, ammonisce:«Non devi certo temere che sia tardi, perché ormai è troppo tardi. La vita è una. È un peccato che tu non l’abbia vissuta quando avevi tempo».
Di Samanta De Santis, da cinefilos.it

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