POLISSE


Premio della giuria al festival di Cannes arriva nelle sale Polisse, che già nella sgrammaticatura (da Police a Polisse) del titolo nasconde il soggetto bambino e le storie d’emarginazione che sono cuore del film. La regista francese Maïween Le Besco sceglie infatti con Polisse di ritrarre l’impegno quotidiano della protezione minorile a difesa dei bambini in pericolo, quelli indifesi, vittime di abusi e violenze e condannati a una vita segnata dal trauma. Un gruppo di poliziotti sinceri, viscerali e di cuore che ogni giorno deve fare i conti con le situazioni più terribili, che spaziano dai casi di incesto a quelli di pedofilia, dalle baby-prostitute fino alle adolescenti dalla sessualità incontrollata. Lo sguardo di Maïween (doppiamente partecipe grazie al ruolo di fotografa che si ritaglia nel film) incrocia così il male silente di una grande metropoli (Parigi) alle turbolenze private di questi poliziotti ‘normali’ (contaminati dal bene e dal male in egual misura), vestiti in jeans e felpa, che ridono, si innamorano, e piangono come la gente comune, ma sono gravati loro malgrado dal peso delle ingiustizie che ogni giorno sono chiamati a testimoniare. Dunque un film corale sul bene e sul male, qui non scissi nella consueta visione manichea, ma che per una volta convergono, nel ritratto di uomini un po’ comuni e un po’ speciali.
Parigi, giorni nostri. Gli agenti di polizia della Sezione Protezione Minori sono quotidianamente impegnati a difendere bambini e adolescenti dallo sfruttamento, dalle violenze e dagli abusi che spesso avvengono tra le mura di casa per mano dei loro stessi genitori o parenti stretti. A osservare e immortalare le quotidiane aberrazioni che devono affrontare i poliziotti è Melissa (Maïween Le Besco) fotografa sposata a un direttore d’orchestra ricco e assente (il nostrano Riccardo Scamarcio) e che sta facendo un reportage su quella divisione di polizia tanto importante quanto trascurata (tenuta, nonostante si occupi di salvare la psiche e a volte la vita di tantissimi bambini, in secondo piano rispetto ad esempio alla divisione narcotici). Ma accanto al lavoro di poliziotti, a mettere quotidianamente alla prova questa manciata di angeli dei bambini sono anche le loro vite private, come sempre attraversate da ogni sorta di problema (disturbi pisco-fisici, separazioni, relazioni conflittuali e dolori che fanno fatica a essere metabolizzati). Un turbinio emotivo che Melissa seguirà con la sua macchina fotografica dapprima a distanza, da dietro l’obiettivo, e poi con sempre maggiore partecipazione, fino a restare coinvolta emotivamente dalle umili origini e dalla semplicità di quelle vite, una in particolare (Fred). Instinitivamente coinvolta da una semplicità che, di fatto, appartiene anche a lei.
Lontana dai ritratti schematizzati di una polizia violenta, corrotta o indubitabilmente virtuosa Maïween Le Besco pone la lente d’ingrandimento su un malessere sociale che si estrinseca nelle storie disperate di una gioventù bruciata dalla perversione e dalla violenza cittadina, costretta a fare e a subire un sesso ‘malato’ che ammalerà, irrimediabilmente, anche le loro menti. Un inferno umano che scuote i bambini e annichilisce gli adulti, quelli ancora capaci di vedere il male, come, appunto, i poliziotti della protezione minori. Scarna, minimalista e quasi televisiva, con una linea portante e molte ramificazioni, la regia di Maïween punta a seguire il filo di umana frustrazione che lega insieme il coro di protagonisti, impegnati ogni giorno a salvare i bambini e sé stessi dal tracollo. E come in ogni contesto che si rispetti, la varietà umana è declinata attraverso le (re)azioni che ognuno mette in campo in base al proprio istinto, al proprio carattere. E così, infine, c’è chi esterna quel dolore ingombrante che, volente o nolente, lo bracca giorno dopo giorno e chi invece, più fragile, ne viene (prima o dopo) sopraffatto.
L’attrice e regista Maïween Le Besco firma una storia cruda e delicata sul lavoro di una Polisse (Police) inconsueta, fatta di persone comuni che si spendono per salvare l’innocenza bambina da storie di abusi e violenze. 
In un mondo infernale di padri-orchi e madri-complici e/o succubi, lo stile sobrio di Polisse marca ancor più a fondo il dramma di una società-giungla in cui soldi e potere riscattano (anche) dalle azioni – più – aberranti commesse. Ancora un’opera che conferma la capacità del cinema francese di guardare ai propri mostri dall’interno, senza caricature, estremismi o facili schematizzazioni che ne smorzino la pericolosità. Un atto di coraggio e maturità intellettiva che anche noi – sinceramente – vorremmo vedere nel nostro cinema.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

Le giornate dei poliziotti della squadra parigina dell’Unità di Protezione dell’Infanzia li vedono impegnati in casi spesso simili anche se ognuno con una sua specificità. Vedono passare dinanzi alle loro scrivanie bambini abusati e i loro parenti chiusi in difesa a riccio, piccoli ladruncoli e ragazzine dalla sessualità ormai fuori controllo. Per ognuno di questi casi uomini e donne dell’Unità debbono sforzarsi di trovare la soluzione meno indolore per le vittime. Non è mai facile anche perché essi stessi hanno il problema di equilibrare le loro vite private con un lavoro che li mette costantemente dinanzi al peggio di quanto l’umanità possa porre in atto nei confronti di esseri indifesi. 
Maïwenn con questa sua terza regia ci propone un film che si colloca di diritto nell’ambito di quel settore della cinematografia francese interessato a portare sullo schermo la realtà pur rispettando le convenzioni della fiction cinematografica. Si tratta di un complesso gioco di equilibri in cui il risultato positivo può essere raggiunto solo grazie a una sceneggiatura che tenga costantemente conto del livello di verosimiglianza e di attori che sappiano ‘dire’ e ‘agire’ senza recitare. Con Polisse il risultato è pienamente raggiunto. La sceneggiatura, scritta dalla regista con Emmanuelle Bercot, ci immerge da subito nel diuturno proporsi di un inferno del sesso da cui bambini e bambine cercano di sfuggire temendo terribilmente le conseguenze che questo tentativo di fuga può loro procurare.
La regia è abilissima nel mettere loro di fronte uomini e donne umanamente incapaci di trasformare in routine dei contatti umani in cui la delicatezza (ma anche la ricognizione degli accadimenti) è elemento fondamentale. Così come è abile nel presentarceli come esseri umani che formano un’èquipe in cui le individualità sono spiccate e al cui interno si sviluppano relazioni e contrasti come in qualsiasi altro luogo di lavoro. Non è certo casuale che la regista si riservi il ruolo di Melissa, la fotografa inserita solo temporaneamente nel gruppo. Si tratta di colei che farà scattare nuove dinamiche e che al contempo dovrebbe ‘documentare’ quanto accade con un distacco che non sempre è possibile (e forse neppure giusto) raggiungere. 
Non manca neppure la sottolineatura di compromessi imposti dalle alte sfere in questo che vuole però essere qualcosa di più e di diverso da un film di denuncia sociale. Il cinema francese ha ancora il coraggio di percorrere vie che le nostre produzioni sembrano avere ormai delegato alla serialità televisiva.
Di Giancarlo Zappoli , da mymovies.it

Già compagna e musa di Luc Besson (interpretava la cantante aliena del “Quinto Elemento” e si dice che fosse ispirato a lei il personaggio di Natalie Portman in “Leon”), Maïwenn Le Besco (sorella di Isid) si sta imponendo come una delle registe più interessanti del cinema d’oltralpe. Dopo l’apprezzato esordio con “Pardonnez-moi” e la riflessione sul mestiere d’attrice contenuta in “Le Bal des actrices”, per il suo terzo lungometraggio Maïwenn si misura con uno dei generi più amati in Francia, il polar.
Premiato a Cannes, grande successo nelle sale ed ora nominato a 13 Cesar (dove se la dovrà vedere, fra gli altri, con “The Artist”), “Polisse” (il titolo, volutamente storpiato, omaggia l’istituzione ma soprattutto il film di Pialat del 1985) non è un film di genere in senso stretto, quanto piuttosto una variazione autoriale, poiché Maïwenn utilizza a proprio piacimento situazioni e regole.
Personalità emotiva (vedere per credere il suo discorso di ringraziamento in Croisette lo scorso maggio), la regista, che ama raccontare storie parzialmente autobiografiche ricorrendo ad uno stile semi-documentaristico, più che realizzare un poliziesco tradizionale (in “Polisse” ci sono pochissimi inseguimenti o sparatorie e quelli che ci sono non fanno propriamente la differenza), ha voluto descrivere la vita all’interno della Bpm (Brigades de la Protection de Mineurs), corpo di polizia che si occupa di crimini contro i minori, della cui esistenza l’autrice era venuta a conoscenza grazie ad un documentario.
Dopo avere passato diversi mesi a contatto coi membri della brigata, Maïwenn ha trasferito la sua esperienza nel film, del quale (come dei suoi precedenti) oltre che regista e cosceneggiatrice (insieme a Emmanuelle Bercot, che nel film recita in un ruolo secondario), è anche interprete, nei panni di Melissa, una ragazza dell’alta borghesia, madre di due bambine, nate dalla relazione con un giovanotto italiano, col quale è in crisi. Il vivere a contatto coi poliziotti, conoscere le loro vite, i loro problemi, le loro speranze, avrà un effetto molto positivo su Melissa, che deciderà di rimettere in discussione la propria esistenza, cambiandola in meglio.
“Polisse” però non è solo la storia di Melissa ma è anche quella di Fred, Iris, Mathieu, Nadine, Chrys, Baloo, Gabriel. Uomini e donne quotidianamente alle prese con storie tragiche di bambini o comunque giovanissimi. Il film è indubbiamente efficace nel comunicare come le violenze sui minori siano una piaga che accomuna soggetti appartenenti a culture e a ceti sociali diversi; inoltre fa capire come l’ignoranza e l’incoscienza siano spesso complici fondamentali delle violenze. Oltre che ai casi che gli agenti seguono, tanta attenzione viene dedicata alle loro vite, alle loro vicende familiari e alle dinamiche di gruppo. Quando non indagano, li vediamo litigare, scherzare, divertirsi (andando a ballare insieme o organizzando pizzate), fidanzarsi, separarsi, chiedere il divorzio. Persone normali con un lavoro che di normale ha ben poco e che vivono sulla pelle il disagio di portare a termine un compito necessario e difficile senza garanzie di soddisfazioni, anzi (vedasi il finale amaro).
Come per ogni film corale che si rispetti, la riuscita di “Polisse” dipende molto dal valoroso cast che Maïwenn è riuscita a mettere insieme, con tutti perfettamente calati nei rispettivi ruoli; dalla sempre impeccabile Karin Viard alla trepida Marina Fois (ricorda molto Debra Winger), passando per Jérémie Elkaïm (coprotagonista di un altro apprezzato film francese di questa stagione, “La guerre est declarée” di Valerie Donzelli), Nicholas Duvauchelle e Karole Rocher (entrambi dalla serie tv “Braquo”), la quasi inedita Naidra Ayadi e il bravissimo Frédéric Pierrot, che film dopo film si va affermando come uno dei migliori interpreti francesi sulla piazza. In una salutare trasferta straniera, troviamo anche il nostro Riccardo Scamarcio, mentre il film è curiosamente dedicato al rapper Didier Morville, in arte Joey Starr, qui nei panni di Fred, l’agente duro (ma piacione) di cui Melissa finisce, dopo qualche immancabile (in fondo è un film, no?) scorno iniziale, per innamorarsi.
Frutto di compromessi che hanno portato a sacrificare gran parte del girato (come si capisce anche dalle comparsate rapidissime di gente come Anthony Delon o Lou Doillon), “Polisse” è stato accusato di spettacolarizzare un argomento molto drammatico. In verità la regista tratta la materia con sensibilità, riuscendo a mettere il prodotto al di sopra delle molte fiction televisive dedicate a simili tematiche. Forse alcuni momenti possono essere meno riusciti di altri e forse il ricorso allo humour può talvolta sembrare fuori luogo, ma va riconosciuto al film di riuscire ad essere sottilmente ingannevole (le domande che il padre Scamarcio fa alle figlie a inizio film, quasi a ribadire che il male si può manifestare ovunque), ambiguamente amaro (il padre Joey Starr che mentre fa il bagno alla figlioletta si rifiuta di lavarle le parti intime, triste deformazione professionale) e genuinamente tragico (il climax col bambino molestato che si preoccupa del destino del suo molestatore, le cui attenzioni erano state scambiate per un gesto d’affetto). I bambini ci guardano, sì, ma sfortunatamente non sempre ci capiscono.
Di Mirko Salvini , da ondacinema.it

Ci sono film che scivolano via, e poi ci sono film come Polisse che ti piombano sui denti come una mazza chiodata. La pellicola – vincitrice del Premio della Giuria alla scorsa edizione del Festival del Cinema di Cannes – nasce dalla curiosità della regista Maiwenn Le Besco, rimasta colpita dalla visione in tv di un documentario dedicato alla BPM (Brigade de Protection des Mineurs, brigate per la protezione dei minori, ndr.). Ed è proprio dal documentario che Maiwenn – qui, non a caso, anche attrice, nel ruolo della silenziosa fotografa che documenta a colpi di flash la vita della squadra speciale – recupera l’uso di una camera a mano sporca, che, al tempo stesso, si pone come spettatore taciturno alle spalle dei personaggi che vuole raccontare.
Un film, Polisse, che lavora su due piani narrativi in realtà non tanto lontani tra loro: la drammatica routine quotidiana con cui la BPM è costretta a convivere, fatta di stupri, violenze sui minori e casi di abbandono, e una riflessione sull’apparente e necessaria normalità di un gruppo di agenti, costretti a confrontarsi ogni giorno con l’impalpabilità delle loro vite e alla continua e disperata ricerca di una boccata d’ossigeno dall’orrore quotidiano. E poi c’è un pregio, un grande pregio: dalla sua, infatti, la Maiwenn non cede mai alla tentazione di trascinare lo spettatore in una riflessione asettica sull’orrore, fatta di lacrime facili e situazioni portate volutamente all’estremo. La regista, infatti, preferisce utilizzare l’incredibile effetto realismo per analizzare e vivisezionare due realtà dure, durissime, che, paradossalmente, sono costrette ad intrecciarsi e che condividono ben più di un punto di contatto. Chapeau.
…in un tweet: Ci sono film che scivolano via, e poi ci sono film come Polisse che ti piombano sui denti come una mazza chiodata.
Di Fabrizia Malgieri, da duellanti.com

ci sono una miriade di storie e storielle nel film di maiwenn, ma mai una volta che sembri che sia l’ennesimo cambio di scena giusto per giustificare la frase all’inizio che dice che il film è tratto da fatti realmente accaduti e documentati. io naturalmente non posso sapere come funziona, ma ciò che mi ha comunicato il film è una posizione il più vicino possibile a quella che può essere la verità. in due ore serratissime di film, non c’è un momento in cui ti sembra che la regista debba correre per farci stare dentro tutto, perchè tutto combacia. le storie tra i colleghi, le storie dei bambini con gli adulti, le storie degli adulti, le storie tra le persone che stanno dietro ai colleghi. e poi si sorride, si ride(la storia del cellulare è esemplare per come ti senti in dovere e in colpa di/per ridere per una storia così demenziale e vera)e di lì a un secondo si ha il magone, strapiombati nel cupo di tremende situazione squallide e tragiche(la storia della senza tetto e di suo figlio). naturalmente sceneggiatura e dialoghi che scorrono lisci come acqua fresca, funzionano a dovere anche perchè dietro c’è una fabbrica di talento impressionante. i francesi ce l’hanno nel sangue e sono strazianti tanto sono bravi, dal fred di joey starr alla signora bene interpretata dalla kiberlain impegnata in poche pose ma degne e valorizzate alla perfezione dalla storia e dalla mano amorevole ma decisa della regista. e se la gestione di così tanti visi(io adoro karin viard, cosa ci si vuole fare!!!???)di adulti risulta “facile” quando tutto funziona bene, la gestione dei bimbi non è da meno. è materia difficile e non molto malleabile, anche se i piccoli mostricciatoli possono essere superbi(mi viene in mente la celia di un desaparecido film di ann turner per dirne uno)e soprattutto di non facile soluzione le storiacce di abusi(l’infame marito della kiberlain o il clichè del maestro di ginnastica) che sono e rimangono abusi(la madre indegna, anche qui non si sa se ridere o malmenarla fino a farle perdere i sensi). il film poi ha anche il pregio di soffermarsi sugli abusi che i grandi fanno su loro stessi… splendida e straziante marina fois. ‘nzomma, un filmone.
Da cinerepublic.film.tv.it

La regista francese Maïwenn porta sullo schermo la routine quotidiana della Sezione Protezione Minori (Brigade de Protection des Mineurs).
A scatenare la curiosità della giovane e poliedrica transalpina verso questa tematica è stato un documentario di Virgil Vernier su questo particolare reparto: in Polisse ci sembra infatti di rivivere costantemente, a stretto contatto con gli uomini della Sezione, stralci di indagini su casi di abuso, pedofilia e delinquenza minorile. Ma la macchina da presa non si ferma a questo, vuole mostrarci ancora più chiaramente le ripercussioni emotive su Nadine (Karin Viard), Fred (Joey Starr), Iris (Marina Foïs), Mathieu (Nicolas Duvauchelle), di un lavoro che porta allo stremo persino chi è immerso in queste vicende quotidianamente.
Maïwenn riesce a far collimare perfettamente sia il lato documentaristico che quello più romanzesco. Il lavoro del cast accanto a veri agenti della Sezione Protezione Minori ha sicuramente facilitato il lavoro della regista facendo raggiungere a Polisse un alto livello di verosimiglianza in entrambi i lati. L’illusione della realtà è molto forte e coinvolge in pieno lo spettatore, il quale risulta totalmente immerso in ogni dramma che il film racconta.
Lo stile registico della giovane francese si accosta un po’ troppo a quello di numerose serie poliziesche viste e riviste in televisione. L’originalità non può di certo dirsi il punto forte della pellicola, ma nonostante tutto ne esce fuori un qualcosa di convincente ma soprattutto di coinvolgente, che porta lo spettatore ad immergersi totalmente negli orrori su cui indagano gli uomini della Sezione, ma anche a comprendere i complicati meccanismi che ci sono dietro questo lavoro.
L’unica parte che rimane confusionaria risulta essere quella relativa alle numerose relazioni amorose all’interno del nucleo. Queste porzioni di pellicola avrebbero dovuto lasciare più spazio all’azione documentaristica del film. Maïwenn ed il suo Polisse ha sicuramente meritato il Prix du Jury a Cannes e un riconoscimento ancora maggiore lo otterrà sicuramente dal consenso del pubblico che lo vedrà in sala dal 3 Febbraio 2012.
Di Andrea Bedetti , da cinefilos.it,

Non è facile la realtà quotidiana della Brigata per la Protezione dei Minori (BPM), della polizia di Parigi.
In trincea, al cospetto di vicende che sono insostenibili per ogni mente umana, tollerati dalle altre divisioni, con pochi mezzi a disposizione, poco tempo e molta frustrazione. Violenze sui bambini, pedofilia, abusi di ogni tipo, stupri… Melissa, fotografa inviata dal Ministero degli Interni, è incaricata di documentare il lavoro di questo gruppo, che risulta essere quasi una famiglia, un po’ disfunzionale, con momenti di grande unità e forti tensioni.
Conosceremo le loro vite, le vicende personali, i sentimenti che si sfilacciano o sbocciano, sempre intrecciati a questo quotidiano senza speranza… perché, per alcuni lavori, non c’è mai una fine o un punto. Come si fa a chiudere fuori dalla porta, la sera, al ritorno in famiglia, certe tragedie?
Maïwenn Le Besco, qui regista, sceneggiatrice e attrice (è la fotografa Melissa), gestisce un materiale scottante con sensibilità profonda, che forse le nasce da violenze patite nell’infanzia, di cui ha accennato, dall’impressione suscitata da un documentario trasmesso in televisione, da studi approfonditi e ricerche sul campo. Ciò che ne deriva è un film atipico che, a prima vista, può ricordare un episodio di una qualche serie televisiva di ottimo livello, ma che, poco per volta, se ne distacca, proponendo una visione spasmodica, con camera a mano, che non risparmia nulla allo spettatore, intreccia, fa e disfa vicende lavorative e private, sottolinea l’impossibilità di scrollarsi di dosso il male, mettendo a nudo coppie in crisi, famiglie disgregate o problematiche. Perché quel male ogni membro della squadra se lo porta dentro casa, non è un qualcosa che puoi gettarti dietro le spalle. Maïwenn mostra ciò che accade nelle giornate, in un intrico di storie che rimangono lì, senza soluzione, senza conclusione: non ci è dato sapere come si concluderà una vicenda, se ci sarà o meno giustizia, se un riscatto è ancora possibile. E l’autrice mostra l’orrore, mette il dito nella piaga della pedofilia, osa guardare in faccia l’inguardabile. Anomalo film, ibrido, inclassificabile, con i toni di un finto documentario, con le escursioni nel privato degli agenti, uomini e donne della squadra. Imperfetto, certo, in alcune derive, nel mostrare eccessivo, in un finale a effetto, ma potente e coraggioso come la verità sa essere.
La frase: “E allora cosa faresti per un computer?”.
Di Donata Ferrario , da filmup.leonardo.it

E’ un film fatto con passione e con rabbia da una donna,attrice qui alla sua terza prova di regia, Maiwenn Le Besco. Dopo un lungo lavoro di documentazione ufficialmente dichiarato, ne viene fuori  un affresco grandioso e mutevole, direi caleidoscopico, dove ci vengono proposte a ritmo sostenuto e per lo più appena accennate  tante storie delicate e scottanti che devono essere affrontate quotidianamente, senza sosta, dai poliziotti della  Brigata Protezione Minori di Parigi. Uomini e donne, appropriatamente in borghese, che lavorano in squadra con grande affiatamento e sofferenza di fronte alla serie di abusi sessuali su minori attuati spesso da genitori o familiari stretti, reati di sfruttamento, tragedie di extracomunitari e altro, su cui devono indagare e trovare soluzioni e rimedi. Nel campo in cui si muovono, gli interrogatori sono spesso imbarazzanti e scoraggianti, inficiati dal dubbio, più che fondato, che la verità venga riferita o dichiarata raramente, anche perchè grosse componenti affettive intralciano il procedere della giustizia e la vittima spesso non si rende conto o non vuole approfondire. Questa è una delle frustrazioni che gli agenti debbono subire, ma la più grave è quella che troppo spesso arrivano tardi, almeno per il recupero dei soggetti traumatizzati, poichè i fatti avvengono  in silenzio nel sottobosco di una  malata normalità e vengono scoperti per caso. Per non parlare delle loro vite private che vanno a scatafascio, anche se non sappiamo cosa sia nato prima, e le occasioni distensive che il gruppo ogni tanto si prende ( al ristorante, in  gita, in  discoteca), risultano insufficienti se poi nel corso di esse i rapporti tra di loro si complicano, si falsificano o si intorbidano, urlando o litigando ma senza grande costrutto liberatorio perchè sono esseri umani anche loro, compressi e stressati al massimo. Merito della Maiwenn è di avere distribuito i problemi del gruppo e le storie dei minori tutti in una narrazione  fulminea e in un’ ordinata confusione. Accompagnati da stacchi di ottima musica per l’uso, da una bella fotografia  e  riprese che rendono il  senso di immersione in una una storia documento che potrebbe soffocarci,la regista  riesce a raccontarci tutto quello che si era messo in testa senza che questo accada, anzi aggiungendo qua e là ironia e attimi di comicità. Dai bambini  agli adulti gli interpreti sono tutti credibili e indimenticabili, anche se tanti. Finale non prevedibile, legato alla inevitabile vena di pessimismo  che pervade il film.
Da cinerepublic.film.tv.it

Il peggio del peggio. Del peggio. Un viaggio nel cuore delle baunlieu parigine ma non solo. E gli attori sono i bambini che l’unità di protezione dei minori della polizia francese tenta quotidianamente di aiutare. Un cinema verità, proprio come amano chiamarlo oggi i critici di rango, che ripropone tematiche da poliziesco miste a contaminazioni comedy. Polisse – scritto così erroneamente dai bambini protagonisti – di Maïwenn Le Besco (che qui recita pure), al suo terzo lungometraggio dopo Perdonatemi (Pardonnez-moi, 2006) e Il ballo delle attrici (Le bal des actrices, 2009), è un film servito crudo. 
L’infanzia, isola felice di ogni piccolo uomo, diviene atollo spettrale dove si consumano gli incubi di bimbi invitati a giocare al tavolo dei grandi, quindi partecipi delle loro miserie. Maltrattamenti, abusi, shock psicologici, a volte, più semplicemente, l’ambizione di frequentare una scuola oppure godere di un tetto sopra la testa. Sono minori per lo più figli d’immigrati, il grande polmone verde della gioventù transalpina ed insieme elemento di tensione, ma anche, più prosaicamente figli di francesi autoctoni dimentichi della dimensione ideale per la propria prole. 
Polisse, tuttavia, gode pure di un altro merito. Porta sul grande schermo non solo il lavoro di un’unità della polizia poco avvezza alle luci dei riflettori, ma anche le vite dei poliziotti. I sentimenti di uomini di legge che devono far rispettare le regole e che sovente mostrano (qui, effettivamente è un refrain già visto) un cuore fragile. In tutto ciò c’è spazio per una controversa love story, o infatuazione che dir si voglia, fra la coppia di protagonisti adulti: Maïwenn Le Besco, appunto, e Joeystarr. Convincente il talento della coppia Nicolas Duvauchelle e Karole Rocher, celebre in patria per il serial TV Braquo. Insomma, carne al fuoco ce n’è, e c’è pure il nostro Riccardo Scamarcio che si aggiudica un ruolo minore e conferma il debole storico del cinema d’oltralpe per gli interpreti maschili del Belpaese. Premio della Giuria allo scorso Festival del cinema di Cannes, la pellicola rischia di aggiudicarsi diversi “César”, gli Oscar francesi, essendo in lizza con il maggior numero di nomination, ben 13, tre più di Tha Artist. 
Di Edoardo Trimboli, da .film-review.it

Polisse è come un pugno nello stomaco. Ma di quelli a rallentatore, come si vedono in certi film. Quelli che vedi lentamente avvicinarsi e riesci a immaginare il dolore che faranno nel momento in cui ti colpiranno il ventre. Però nel frattempo pensi anche che riuscirai a spostarti, che non è possibile che ti prenderà, che non è possibile che proprio tu sei lì e stai vivendo quella situazione. Polisse è così, un pugno a rallentatore. Che colpisce. Però poi ce n’è un altro. E un altro. E un altro…
Polisse è il racconto sulla Sezione di Polizia Protezione Minori di Parigi, una squadra speciale addestrata per aiutare i bambini e i ragazzi. Aiutarli a non prostituirsi, a riuscire a denunciare gli abusi sessuali di parenti – padri, madri, nonni, zii – salvarli dal destino in strada, da una vita di furti, da qualsiasi pericolo che potrebbero incontrare.
Il film di Maïwenn Le Besco, oltre ad essere un film di denuncia e di sensibilizzazione sul tema del maltrattamento minorile, offre anche una visione estremamente documentaristica sulla vita di questa particolare sezione di polizia. Il lavoro di Le Besco risulta particolarmente efficace grazie al lavoro di preparazione del film, in cui la regista ha vissuto con la vera squadra di polizia e ne ha appreso abitudini, storie e dinamiche lavorative. In un’intervista la regista dichiara che ogni storia narrata nella pellicola è accaduta veramente, o in sua presenza, oppure le è stata raccontata dai poliziotti. L’unico elemento di finzione del film sono i personaggi, i poliziotti stessi. Inoltre non è un caso che il film non mostri mai gli “esiti” delle vite infantili che ci vengono mostrate. Quel che accade “dopo”, una volta varcata la porta del commissariato, al pubblico non è dato saperlo, così come ai poliziotti che hanno seguito i casi per mesi non vengono fornite informazioni sui casi. I poliziotti passano velocemente da un caso all’altro per non lasciarsi coinvolgere emotivamente nelle vicende con cui sono quotidianamente a stretto contatto, spesso però il coinvolgimento è tale che anche la vita privata dei poliziotti ne resta influenzata in modo indelebile. Significativa la scena in cui un poliziotto fa il bagno a sua figlia, in cui si nota il suo imbarazzo, in cui è evidente, palpabile, la paura di toccarla, non perché ha paura di farle del male, ma perché tutte le storie con cui è in contatto lavorativamente hanno influenzato la sua purezza di genitore, iniettando il seme della paura nella sua mente.
Polisse è un pugno allo stomaco, perché le vicende che narra spaventano, così come terrorizza realizzare quanto la pedofilia sia capillarizzata nella società. Eppure Polisse è un pugno che va preso, che ognuno di noi dovrebbe coscientemente farsi infliggere, perché fingere che un problema non esista, non è mai la cura.
Finale da brividi, colmo di dolore e riflessione.
Di Alessia Paris , da cinemabendato.com

Ecco un film che lascerà il segno in chiunque avrà la fortuna di vederlo. Prodotto difficilmente inquadrabile, questo film della francese Maїwenn Le Besco (in arte semplicemente Maїwenn) che ne è regista, sceneggiatrice e attrice: “Polisse” – storpiatura voluta del termine “police” – è un viaggio nella routine quotidiana degli agenti di polizia della Sezione Protezione Minori di Parigi, condotto attraverso uno sguardo asciutto, perfettamente realistico, al punto da sembrare, a tratti, undocumentario. Eppure, affidato a un cast di attori – dai protagonisti fino ai comprimari minorenni – che definire eccezionale è poco.
Un pugno nello stomaco, condotto verso un finale a effetto non automaticamente necessario, ma certo esplicativo di cosa questi agenti di polizia debbano sopportare psicologicamente ogni giorno (e notte) di lavoro. Arrestare pedofili (di ogni sesso, età e ceto sociale), borseggiatori, mercanti di minori, registrare abusi agghiaccianti su figli e alunni, alcuni perpetrati con spietato cinismo, altri commessi con stralunato candore, senza la benché minima consapevolezza di aver commesso un crimine: la normalità non è fatta per questi poliziotti, uomini e donne, accomunati da un rapporto inspiegabile. Guardare in faccia l’orrore ogni giorno, cercare di risolvere un caso di pedofilia senza sapere poi quale punizione giuridica avrà il pedofilo acciuffato, è come svuotare l’oceano del male con un cucchiaino. Uno stress che può portare a qualche corto circuito mentale.
Il senso di frustrazione quotidiana crea un legame ferreo tra i colleghi, li porta ad affratellarsi ma anche a scontrarsi in modo selvaggio, per questioni di incompatibilità o rivalità. Perché ognuno di loro ha una ferita personale, che può essere un divorzio, un tradimento, una fobia, un trauma infantile, che deve restare (o dovrebbe restare…) fuori dal delicato lavoro svolto “al fronte”. 
Forse da queste nostre righe può affiorare una certa, involontaria retorica, ma l’intenso film diMaїwenn (che nella storia interpreta la fotografa Melissa, il cui lavoro è fotografare e documentare l’operato quotidiano degli agenti) non ne ha una sola stilla. Non ha troppo senso descrivere i singoli casi affrontati (tutti casi realmente accaduti, spiega la regista e sceneggiatrice), né i profili dei singoli agenti, specchio della società multirazziale parigina. Basti dire che l’idea della realizzazione del film -Premio della Giuria al Festival di Cannes 2011 — è venuto a Maїwenn dopo la visione di un documentario sulla Sezione Protezione Minori: la regista ha ottenuto così di poter seguire e fotografare, proprio come il personaggio che interpreta nella storia, gli agenti di questo speciale reparto di polizia. La straordinaria capacità di Maїwenn è proprio quella di farci sentire “dentro” la vita di questi agenti, liberandoci dalla sensazione di “fiction”, permettendoci un ruolo di veri osservatori invisibili della loro realtà. Da una visione di un film così si esce, come dire, impregnati di “verità”. Una piccola notazione finale: nel cast, in un ruolo abbastanza marginale, appare anche il “nostro” Riccardo Scamarcio.
Di Ferruccio Gattuso, da it.cinema.yahoo.com

“Polisse” nasce casualmente, proprio come il suo nome (storpiatura della parola police compiuta “per errore” dal figlio della regista) ma nulla viene lasciato al caso. Il film colpisce perché attacca in profondità, si addentra nei meandri più oscuri e lo fa per portare alla luce una drammatica realtà fatta di uomini e di bambini di forti e di deboli, di codardia e di coraggio, di amore  e tradimento. Maïween dimostra di essere una regista dal grande talento, (apprezzatissima a Cannes) con questa suo terzo lavoro dietro la macchina da presa che nasce in seguito alla visione di un documentario sulla Sezione Protezione Minori. Una unità speciale della polizia francese che non molti – regista compresa – conoscevano. Un tema, oltretutto, cinematograficamente vergine. E basato su una storia vera. O meglio, come precisato anche dalla talentuosa regista, il film è basato esclusivamente su fatti ai quali la stessaMaïween ha assistito, nei giorni trascorsi insieme agli uomini della Brigata Protezione dei Minori. E tutto fa ancora più male, se aggiunto a quel tocco da camera in spalla col forte richiamo al linguaggio documentaristico che la regista utilizza.
Maïween nel film veste i panni della fotografa Melissa incaricata di documentare il lavoro della BPM e – scontato – legherà particolarmente con il duro dal cuore tenero del gruppo, Fred, autentica valvola di sfogo e portatore sano di emozioni nuove e diverse, in antitesi, ovviamente, con la normalità matrimoniale  e la noia di un “formale” rapporto di coppia. In realtà Fred, e gli altri uomini della divisione, sono solo un mezzo per arrivare al cuore della storia, delle storie anzi. Perché “Polisse” è un dramma apparecchiato su una scacchiera in cui ogni pezzo, ogni mossa, è essenziale. La sfrenata sessualità fuori controllo degli adolescenti, parenti che preferiscono un doloroso silenzio alla vergognosa realtà, pedofilia, abbandono, diversi percorsi con un unico denominatore: il dolore, quello provato dalle vittime (e quando parliamo dei bambini il colpo al cuore è doppio) e quello, a volte celato, provato dalla Brigata, dai suoi uomini così fisicamente grandi e allo stesso tempo piccoli, minuscoli di fronte al senso di ingiustizia condiviso. Forse, per questo, è così evidente il cameratismo,  e le gestioni delle giornate da pianificare insieme. Come un sol uomo, come una sola entità. Ignorata dalle altre divisioni della polizia francese (eppure svolgono un lavoro assai delicato) questa unita è composta da poliziotti che vivono quotidianamente in simbiosi nonostante poi non manchino rivalità e rapporti più o meno tesi. E non mancano le risate. Sì, e proprio qui troviamo il pregevole tocco di Maïween, capace di mettere in scena sequenze al alto contenuto comico contestualizzate in un ambiente drammatico. E anche questo, dopotutto, fa molto documentario, l’umanizzazione dei personaggi è evidente, lo svago rende la storia sopportabile. Così come la presenza di Melissa, entità aliena alla brigata ma capace di straordinaria empatia, e non solo.
Un finale di valore accompagna lo spettatore dall’uscita della sala, ci vorrà del tempo per dimenticare gli occhi, le gesta,  e il dolore che traspare dalla pellicola (e consideriamo le complicazioni nel lavorare con dei minori). Non è un mondo perfetto e in Francia lo hanno capito, le idee non mancano e il talento nemmeno. Una speranza per la cinematografia europea e un augurio, quello ai nostri cineasti, di aprire il cuore a nuove strade, nonostante le difficoltà. Dopotutto, “Polisse” è un lavoro fatto con l’anima, il budget – comunque limitato – in questo caso è secondario. In realtà, un pezzo d’Italia nel film c’è, grazie alla interpretazione di Riccardo Scamarcio (anche se il suo ruolo è stata ampiamente tagliato), talmente fugace da sembrare casuale.
Da cinezapping.com

Vincitore della Palma d’Oro del pubblico e della critica a Cannes, Polisse è il terzo lungometraggio di Maiwenn Le Besco, regista, attrice (era la cantante aliena blu nel Quinto elemento) ed ex di Luc Besson.
Un discreto curriculum, insomma, per una donna che è anche piuttosto affascinante – di una bellezza inquietante – e, tocca dirlo dopo aver visto il film in questione, discretamente dotata in campo cinematografico.
Polisse racconta la vita della Squadra protezione minore di Parigi, ovvero la polizia incaricata di tutti i casi riguardanti minorenni. Il film non prevede un vero e proprio sviluppo narrativo ma adotta una sorta di stile documentaristico-realistico, organizzando il materiale filmico come una serie di quadretti, degli squarci, della quotidianità degli agenti di polizia.
Intendiamoci, il film è scritto da cima a fondo, non c’è nulla di casuale nella messa in scena, e gli attori principali sono tutti dei seri professionisti (estremamente dotati, tra l’altro); inoltre facendo un po’ di attenzione, si può notare che tra un caso e l’altro di cui spesso non si conosce neanche la soluzione le vicende dei protagonisti subiscono un’evoluzione, anche in maniera abbastanza sotterranea.
Lo stile adottato da Maiwenn, però, è accuratamente calibrato in modo da dare l’impressione allo spettatore di trovarsi davvero davanti a un documentario: in primo luogo attaverso il personaggio di Melissa (interpretata dalla regista), una fotografa che funge da osservatore esterno che sta preparando un reportage sul reparto, e che inizia ad avere un rapporto sentimentale con Fred, il ribelle della squadra; e quindi attraverso l’uso di dialoghi molto realistici, spesso sparati a velocità fulminanti, che sembrano essere presi direttamente dai verbali della polizia (e in molti casi è davvero avvenuto così).
Il montaggio del film affastella situazioni diverse senza soluzione di continuità, dipingendo tonalità che attraversano completamente lo spettro emotivo e passando dal comico al tragico senza avvertenze: la credibilità di questa operazione riposa tutta sulle spalle degli attori (Karin Viard, Joeystarr, Marina Foïs, Nicolas Duvauchelle, e un camero del nostro Scamarcio), che vivono in maniera autentica sulla propria pelle gli sconquassi emotivi che ogni giorno devono subire gli agenti preposti a vedere violenze e a dover separare i genitori dai loro bambini.
Purtroppo Polisse è un film che esprime molto del suo valore anche attraverso la parola e la sua espressione orale: il doppiaggio, per quanto buono possa essere, non riuscirà mai a restituire l’immediatezza dei dialoghi e le sfumature colloquiali del francese medio (essendo anche l’italiano una lingua essenzialmente letteraria). Il consiglio, quindi, è quello di cercare nelle vostre città una sala che lo proietti in lingua originale. Ne guadagnerete.
Di Alessio Cappuccio, di spettacoli.blogosfere.it

Merita senz’altro di essere visto questo insolito filmche sposta un po’ più avanti i confini del poliziesco e li mescola con elementi di pellicola d’autore, fictiontelevisiva, cinema verità, videoclip e commedia.
Con grazia imperfetta Maïwenn, qui alla sua terza regia, ci mostra cosa accade in un corpo di agenti finora non illuminato dai riflettori delle grandi produzioni cinematografiche: la Brigata Protezione dei Minori della Polisse, la polizia che dà il titolo al film, riprendendolo dagli orrori di ortografia dei bambini. E sono storie piccole come quelle dei tanti bimbi protagonisti che s’intrecciano con i temi più grandi che coinvolgono i poliziotti del distretto. La regista interpreta il ruolo di una fotografa professionista incaricata di realizzare un reportage sulla squadra. È il motore che dà l’avvio alla storia e permette un ulteriore confronto tra chi è davvero dentro alle tematiche (i minori, gli agenti coinvolti nei casi) e chi ne è fuori, ma non può non condividerne gioie e amarezze. Il trattamento, le luci, le ambientazioni sono perfette, ma ciò che rende il film unico è una verniciata di umorismo che rende sopportabile i momenti drammatici e le storie sconvolgenti in cui i protagonisti si imbattono. Un episodio per tutti: la divertentissima scena in cui gli agenti, per distrarre alcuni bimbi rom sottratti alle famiglie per maltrattamenti, trasformano il pulmino che li trasporta in una sorta di discoteca e riescono così a intrattenerli.
Il film è anche un capolavoro di montaggio. Pur essendo di notevole lunghezza – supera le due ore – mantiene un ritmo potente, rendendo onore a una trama carica di colpi di scena, con un finale di prodigiosa bellezza.
Il cast è strabiliante e gli attori hanno fatto a gara per superarsi l’un l’altro in passione, compenetrazione, impegno, convinzione. Anche se a differenza di altri progetti della regista qui esisteva una sceneggiatura piuttosto strutturata (scritta con Emmanuelle Bercot, che recita anche nel film) sul set si è svolto un coraggioso lavoro di lima e di improvvisazione. I dialoghi risultano quindi avvincenti ed entusiasmanti a tratti. Gli amanti del genere apprezzeranno anche l’affiatamento di due tra i protagonisti più amati della serie televisiva francese Braquo, Nicolas Duvauchelle e Karole Rocher.
Di Angelo Simone, da persinsala.it

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog