PICCOLE BUGIE TRA AMICI


Un gruppo di amici che si ritrovano in una casa al mare, d’estate, per una vacanza che, da appuntamento fisso e routine annuale da sempre, diventa occasione per cercare di ignorare il dolore per l’amico gravemente ferito rimasto in città. Una struttura che da Il grande freddo in poi ha interessato tanti registi e spettatori. Una convivenza ravvicinata che mette a dura prova vecchi rapporti, fa uscire fuori ipocrisie, falsità, solo sopite dietro una maschera. Sceglie una struttura consolidata Guillaume Canet, conosciuto soprattutto come attore, per il suo terzo film da regista, dopo il thriller inedito al cinema da noi Non dirlo a nessuno, per cui vinse il César nel 2007. Una struttura narrativa dolce amara, in continua sospensione tra le risate e il divertimento tanto chiassoso quanto spesso forzato e l’amarezza di un gruppo di 30/40enni alle prese con una vita che spesso non riconoscono più e che “recitano” per forza d’abitudine, sembrando quasi un gruppo di attori in tournée teatrale dopo centinaia di repliche che stancamente interpretano una parte. Un film molto parlato ai limiti del verboso (e lungo oltre due ore e mezza), proprio per consentire ai nostri protagonisti di stordirsi con le parole, per non trovarsi in un assordante silenzio a dover fare i conti con le loro vite, con le loro incapacità di crescere, di amare, di affrontare con maturità le loro infelicità. 
Piccole bugie tra amici (titolo derivativo di cui non sentivamo il bisogno) è un film molto personale per il regista che ha scelto i suoi amici nella vita come protagonisti, ma ha il merito di averli “trattati male”, di averli resi personaggi talvolta irritanti, o nevrotici, in una parola umani. Al contrario di alcune commedie italiane, anche recenti, qui non si cerca la conciliazione del volemose bene, qui le ferite ci sono e possono anche portare verso una conclusione catartica e forse facilmente commovente, ma vengono suturate con il sale, dolorosamente, lasciando cicatrici incancellabili. 
Un cast eccellente, su tutte Marion Cotillard, fidanzata del regista, fragile e silenziosa, ma anche il solito ottimo François Cluzet (il paraplegico di Quasi amici via di mezzo fra Dustin Hoffman e Silvio Orlando),Benoit Magimel, Gilles Lellouche, mentre il fresco vincitore dell’Oscar Jean Dujardin ha un po’ il (non) ruolo che ebbe Kevin Costner ne Il grande freddo, immobilizzato su un letto d’ospedale. Con i loro grandi difetti e incompiutezze non lasciano indifferenti, suscitano emozioni contrastanti, brillano per sincerità e umanità. Ci si affeziona in fondo, così come nella vita si accettano lati caratteriali che non si amano in amici che si conoscono da una vita fino all’estremo di continuare a frequentarli anche solo per abitudine. 
DI Mauro Donzelli , da comingsoon.it

eglio tante piccole bugie che una verità detta male. Così è per un gruppo di amici in gita al mare e in testa Parigi, dove uno di loro sta lottando tra la vita e la morte: una ninfomane che ha solo paura di amare, un businessman gretto e irascibile, un padre di famiglia caduto in tentazione, uno scapolo logorroico e vanesio, un avventuriero senza onore.
Personaggi in cerca di un copione da recitare e un modo di schivare l’insostenibile bassezza dell’essere, che nessuno sopravvivrebbe a guardarsi dentro davvero. E allora omissis e parole a vanvera, sguardi fissi e altrove, inutili mosse e sincerità a singhiozzo. Come gocce di autenticità.
In definitiva performance attoriali (che altro?) in un film – il terzo di Guillaume Canet – che sin dal titolo vuol proferire/preferire menzogne. Morale al contrario del teatro, del cinema e di uno straordinario parterre di interpreti – da Marion Cotillard a Jean Dujardin (in versione parlata, a colori, non è meno bravo), da Benoit Magimel a Francois Cluzet – che vive recitando e recita vivendo. Simulo, dunque sono: formula cartesiana della maschera.
E se la cornice narrativa ricorda Il grande freddo di Kasdan, il quadro è un tableaux vivant di rara freschezza rubato al cinémà-veritè degli anni ’70, ai Truffaut e ai Cassavetes. Canet ci mette più cuore che arte prendendo tempo anche troppo (oltre due ore e mezza!), ma è il pedaggio pagato a un cinema provvisorio e sincero, rifinito sulla decisione del momento.
Non mancano scene madri, strizzatine d’occhio e ricatti sonori (per le musiche si pesca un po’ ovunque, da Iggy Pop a The McCoys), eppure va bene così. Conta stare lì, in mezzo a loro, saggiarne virtù e segreti, miserie (tante) e nobiltà (poche). Conta osservare da vicino il profilo cubista della loro – nostra – vita. Vale la pena scoprire come persino una storia senza morale possa insegnarci qualcosa. E’ un film, questo, per chi alla verità preferisce perdonare l’errore. Come ha ammonito una volta qualcuno. Francese pure lui, indiscutibilmente.
Di Gianluca Arnone, da cinematografo.it

Dopo il successo di “The Artist” e “Quasi amici” e le rispettive interpretazioni di Jean Dujardin e François Cluzet, la distribuzione italiana si decide a riesumare “Les Petit Mouchoirs” (Piccole bugie tra amici), il terzo lungometraggio all’attivo del giovane attore-regista francese Guillaume Canet.
Da molti considerato un omaggio a “Il grande freddo”di Lawrence Kasdan (che a sua volta fu accusato di plagio di “Return of the Secaucus 7” di John Sayles), in effetti il film di Canet segue un canovaccio per niente originale, ma sempre molto efficace. 
Al suicidio catalizzatore de “Il grande freddo” si sostituisce l’incidente stradale di Ludo (Jean Dujardin), dopo il quale gli amici, un gruppo di parigini fra i trentacinque e i quarant’anni, decidono di non rinunciare alle consuete vacanze al mare, lasciando Ludo da solo nella sua battaglia per sopravvivere.
Oltre che fuggire la sofferenza, il comune denominatore sembra essere un ostinato rifiuto del cambiamento, l’illusione che almeno certe cose non cambino mai.
Rispetto all’opera di Kasdan, “Les Petit Mouchoirs” presenta una serie di personaggi senza un background definito, ma di cui si conoscono soltanto i fallimenti di coppia e gli scheletri reciprocamente nascosti. Non ci sono flashback, il film si sviluppa lineare, concentrandosi sulle relazioni del gruppo, mostrando come ognuno sia impegnato a indossare la maschera meglio accettata dagli altri. 
Allo spettatore viene fornito il solito specchio attraverso cui immedesimarsi, da una posizione d’onniscienza che gli mette a disposizione (quasi) tutti i segreti e le debolezze dei personaggi.
Questi vengono sapientemente collocati dal regista in una sorta di “limbo balneare”, su cui incombe un senso di colpa che tutti vivono senza farvi cenno, ma piuttosto continuando a sperare che il peggio non accada e che tutto torni ad essere com’era.
Il preludio alla rottura dell’equilibrio vacanziero è il filmato dell’estate precedente in cui compare di nuovo Ludo e che sbatte in faccia ad ognuno la prova evidente che il tempo non può né fermarsi, né riavvolgersi.
Doccia fredda per chi si aspetta un’altra grande interpretazione di Dujardin – che abbandona presto e tragicamente la scena – il film vanta comunque un cast d’eccezione, cui oltre al già citato François Cluzet si aggiunge Marion Cotillard, premio Oscar 2008 per l’interpretazione di Edith Piaf in “Le vie en rose”.
A “Il grande freddo” fa pensare anche l’importante colonna sonora. Ai Rolling Stone, Beach Boys, Percy Sledge, Marvin Gaye, Temptation, del film di Kasdan, Canet (che ha scelto personalmente i pezzi e interpretato “To Be True”) risponde con brani di artisti contemporanei come Ben Harper (“Amen Omen”), Damien Rice (“Cold Water”), Eels (“That Look You Give That Guy”),Antony & The Johnsons (“Fistful Of Love”), Jet (“Are You Gonna Be My Girl”, che apre il film) e successi evergreen dei Creedence Clearwater Revival(“Fortunate Son”), Janis Joplin (“Kozmic Blues”), Nina Simone (“My Way”), Bonnie Tyler (“Holding Out For A Hero”) e David Bowie (completamente avulsa al resto, la scena con “Moonage Day Dream” sembra quasi un giochetto de “I soliti idioti” nostrani…). 
Accolto con grande favore dal pubblico francese, ma non altrettanto dalla critica, “Piccole bugie tra amici” ha il grande merito di non degenerare in sentimentalismi o morali spicciole. 
Il film, scritto dallo stesso Canet, è ben confezionato. Molto realistico, con un’apprezzabile cura verso dettagli apparentemente fini a se stessi, ma che contribuiscono ad arricchire la psicologia dei personaggi e a rafforzare la sceneggiatura. 
Il funerale che riunisce gli amici e anche il vecchio Jean-Louis , alias Joël Dupuch (molto bella la scena in cui compare bermuda, maglietta e misterioso sacco in spalla durante la sepoltura) è l’epilogo di una storia che è destinata a ripetersi. E ogni generazione avrà la sua.
Di Lorenzo Taddei , da ondacinema.it

Le “bugie bianche” sono quelle che dovrebbero mettere al riparo dal senso di colpa, quelle piccole o grandi omissioni che eviterebbero un dolore o una ferita. In realtà, spesso, non sono che un alibi per chi le racconta o un paravento di apparente compassione che aiuta a celare il vero volto nello specchio. Guillaume Canet ha costruito sull’architettura del “non detto” una sorta di edificio dell’umanità per mostrarne sia le fondamenta, sia le crepe. In un intrecciarsi di fili sottili, i sentimenti di questo gruppo di amici rivelano tutta la fragilità del cuore dell’uomo ma, nel contempo, la forza che da esso si può trarre. Del resto, ciò che pulsa dentro di noi, come afferma uno dei personaggi, è ciò che ci appartiene e “non possiamo comprarne un altro”.
Il regista francese riunisce intorno ad un dramma uomini e donne legati da rapporto di amiciza di vecchia data. Un insieme variegato di caratteri, sensibilità, umori ed età che confluisce, nello spazio di una vacanza, in un unico fiume di emozioni. Viene spontaneo riportare alla memoria Il grande freddo di Lawrence Kasdan, tuttavia Les petits mouchoirs, pur omaggiando il film del 1983, si affranca da ogni tentativo di imitazione per merito di un cast in stato di grazia ed uno straordinario senso di realismo, specialmente emotivo. Non è un film su una “generazione” quanto un film generato da una riflessione. Il regista, infatti, ha dichiarato di averlo scritto in un momento in cui è stato costretto ad un ricovero in ospedale e, in quella forzata immobilità, ha iniziato a tirare le somme dell’esistenza. La propria, ovviamente, ma per poi ampliare lo sguardo verso un bilancio esistenziale che potrebbe appartenere a chiunque di noi. Dall’importanza del denaro alla smania della carriera, dalla voglia di sedurre al desiderio di una stabilità familiare, dall’inquietudine dell’animo alla paura di invecchiare… Tutto questo vissuto, interpretato e – talvolta – corretto, attraverso l’amicizia, intesa come sentimento fondante, come l’insostituibile filo rosso che lega le vite di tutti i personaggi.
L’amico che lotta tra la vita e la morte è – e non a caso – il più gaudente e scapestrato di loro, la faccia “folle” dell’eterna giovinezza, il leader affascinante e senza età dal quale tutti, pur portandosi dentro il fardello di un personale dolore, decidono di allontanarsi per uno manciata di giorni in attesa della sua ripresa. Una vacanza che, a dispetto dello splendore estivo, si rivelerà un viaggio plumbeo dentro la vita di ciascuno di loro. L’affacciarsi di nuovi sentimenti e la conferma dei vecchi aggiungono al gruppo una nuova, straordinaria consapevolezza  non priva di sofferenza e dalla quale si cerca la fuga nella bugia o, semplicemente, nel silenzio. Canet tesse una trama sottile-  e al tempo stesso solida – fatta  di tormenti ed euforie, angosce e prese di coscienza che gli attori interpretano con grande sensibilità e senso dell’autentico, anche grazie ad una regia misurata e mai invasiva  che aggiunge un tocco di delicata partecipazione emotiva evitando la trappola della facile commozione. A quest’ultima il film si concede, sì, ma in quell’equilibrio tra lacrime e sorrisi sul quale poggia l’umana esistenza, quella che viene straziata e soddisfatta, ferita e guarita, oppure sommersa dalla sabbia dei giorni e dei ricordi sulla quale ogni segno si fa effimero. Anche la parola “fine”.
Di Eleonora Saracino , da cultframe.com

Giusto l’altro giorno parlavo con il mio caro amico Emiliano di quanto io ami piani sequenza (si parlava di Brian De Palma, ma anche de I protagonisti di Altmam) e, manco a farlo apposta, Piccole bugie tra amici si apre proprio con un bel piano sequenza che segue quella faccia da schiaffi di Jean Dujardin dal bagno di una discoteca fino al ritorno verso casa in motorino. Già in questi primi cinque minuti iniziano le citazioni (che saranno poi numerose nel film, come quella di Shining), con il “trucchetto delle schiena” –  che usò già Hitchckock in Nodo alla gola – per passare con il piano sequenza dall’interno all’esterno, ma anche con il successivo piano del motorino, che ricorda inevitabilmente il primo episodio di Caro diario di Nanni Moretti.
Sostanzialmente, il soggetto di fondo richiama a quello de Il grande freddo, in cui un gruppo di amici sui trentacinque si ritrova unito, lontano da casa, dal dolore per un amico comune che non c’è più (anche se in questo caso Ludo non è morto, ma è all’ospedale). Lo svolgimento, però, è più complesso e consiste in una crescente tensione in stile Carnage, che complica gradualmente i rapporti. 
Il film è piuttosto lungo (135 minuti), ma, come già dissi perQualcosa è cambiato, ogni passaggio è indispensabile per l’evoluzione graduale della complessa orchestra dei personaggi, interpretati tutti da attori bravissimi: partendo da François Cluzet (che come tutti sapete è il punto d’incontro tra Dustin Hoffman e Daniel Auteuil) fino a Gilles Lellouche (che poi è la caricatura di Dujardin), ma anche Marion Cotillard, Benoît Magimel e quasi tutti gli altri.
Protagonista della vacanza – da cui anche il titolo – sono alcuni particolari aspetti dei rapporti tra gli amici; piccoli (o grandi) segreti con cui i personaggi proteggono la loro individualità più profonda dal gruppo, o confessioni privatissime rilasciate a persone “particolari”, ma inconfessabili al resto della ciurma.
L’unico difetto, da questo punto di vista, è che, a tratti, sembrerebbe quasi che Canet non sia stato in grado reggere la complessità di rapporti incrociati davvero tra tutti i personaggi (come invece Kasdan riusciva a fare ne Il grande freddo), finendo per creare delle accoppiate – per esempio Marie ed Eric, Vincent e Max – che sviluppano il loro privato in parallelo tra loro altri, senza che essi convergano o si scontrino mai (il caos , in questo modo, non è mai totale, ma sempre particolare).
Comunque, tutto questo è raccontato molto abilmente, senza che (sino alla fine) si riesca a capire se il film è un filmdrammatico travestito da commedia, o viceversa. L’alternanza dramma-sorriso è continua ed è motore di un film corale, ben fatto e da cui le produzioni nostrane dovrebbero davvero imparare moltissimo.
Con il senno di poi, forse, alcuni processi sono un pochino prevedibili e altri (come la “questione Julliet”) un po’ poco credibili, ma durante la proiezione siamo troppo coinvolti per rendercene conto, e questo è certamente un merito di Canet, che con il suo sguardo particolare riesce a rendere eccezionali quelle che sono piccole e semplici storie come tante altre.
Di Giancarlo Mazzetti, da potatopiebadbusiness.com

In quel di Parigi è l’alba e Ludo (Jean Dujardin), uscendo da una discoteca visibilmente alterato da droga ed alcol, prende il suo scooter e ad un incrocio viene investito da un camion, finendo gravissimo in terapia intensiva. Ad accorrere in ospedale tutti i suoi amici che si stavano preparando ad andare con lui in viaggio, una vacanza che ormai è una consuetudine e che nonostante le condizioni di Ludo, il gruppo deciderà ugualmente di trascorrere, sperando al loro ritorno di trovare l’amico di nuovo in sesto. La vacanza però non sarà come l’avevano immaginata, una serie di eventi in parte legati al pensiero dell’amico in ospedale e al senso di colpa scateneranno conflitti, spiazzanti rivelazioni e porteranno alla luce uno sconcertante egoismo che guiderà il gruppo di amici ad un epilogo che riporterà tutti bruscamente alla realtà.
L’attore, sceneggiatore, regista ed enfant prodige del cinema d’oltralpe Guillaume Canet, torna su grande schermo per la sua terza prova dietro la macchina da presa, a quattro anni dal drammatico Non dirlo a nessuno, che all’epoca vinse quattro César tra cui uno per la miglior regia.
Canet si cimenta in un solido dramma corale che ricorda le dinamiche dell’americano Il grande freddo di Lawrence Kasdan allestendo un sontuoso parterre di attori molto ben amalgamato, tra cui spiccano diversi volti noti al pubblico internazionale come la Marion Cotillard de La vie en rose, il Jean Dujardin premio Oscar per The Artist e il Francois Cluzet protagonista del recente campione d’incassi Quasi amici.
Canet sfoggia la consueta regia di alto profilo e oltremodo raffinata, vedi il piano sequenza iniziale, ma in film come questo sono gli attori che fanno la sceneggiatura e in questo caso alcune scelte narrative piuttosto accomodanti e un giudizio mai netto da parte di Canet verso i suoi personaggi egocentrici e bugiardi, passano in secondo piano grazie ad un cast che crea la giusta empatia, caratterizza con efficacia ogni singolo personaggio che transita ed interagisce su schermo. Canet da ad ognuno di loro la possibilità di raccontarsi e completare un percorso, anche al fugace Ludo di Dujardin che praticamente recita un piccolissimo ruolo nel film, ma che funge da innesco narratvo e soprattutto emotivo di tutta la vicenda.
Piccole bugie tra amici punta senza ritrosie a commuovere e a creare empatia tra spettatore e personaggi e da questo punto di vista Canet centra pienamente il bersaglio, fa sentire lo spettatore tra amici, come se fosse seduto a quella tavola o assistesse a questa o quella discussione, un elemento questo che rende il film di Canet un’esperienza emotiva di raro spessore, a prescindere da opinabili scelte di sceneggiatura o una palese mancanza di sano cinismo.
Di Pietro Ferraro, da ilcinemaniaco.com

Un gruppo di amici parigini trascorre l’estate come da tradizione insieme. Però quest’anno ne manca uno, in bilico tra la vita e la morte per un grave incidente. La vacanza all’inizio sembra andare come di consueto, tra un giro in barca e ostriche di Bretagna in abbondanza. Le giornate vanno avanti serene però solo in apparenza. Le tensioni sono lì sottopelle che pulsano sempre più veloci. E nessuno di loro è veramente felice. Il padrone di casa, Max è il primo a scoppiare, ma tutto sommato anche gli altri, affascinati da una sorta di guru New Age non stanno meglio. Sentimenti sopiti, forse riaccesi da un’amara solitudine avvicinano l’inquieta Marìe a Eric. E il più tontolone di tutti, Antoine non parla d’altro che degli sms della bella Juliette che l’ha lasciato. Per non parlare del povero Vincent che prova strani sentimenti nei confronti di Max. Tra loro, c’è il vecchio saggio Jean–Louis, di professione ostrichiere. Sarà lui, a far esplodere tutte le loro contraddizioni ed a mettere in luce tutte le piccole bugie bianche che si scambiano giorno dopo giorno. E così potrà arrivare la catarsi del dolore che metterà pace tra tutti, più o meno con grandi novità in arrivo.
Si ride, si pensa e ci si commuove assistendo alle giornate di questi quarantenni,che ricordano tanto quelli dei primi film di Gabriele Salvatores, con l’immancabile partitella di pallone. C’è tanto del capolavoro di Lawrence Kasdan “Il grande freddo” e dei lavori di Claude Sautet, ma il tutto elaborato in modo assolutamente originale. Notevole il cast, a cominciare da Marion Cotillard, nei panni della bella Marie, unita al regista anche nella vita. Bravissimo l’irritante Max/Francois Cluzet e il fragile Vincent/Benoit Magimel. Bellissimi i paesaggi di Cap Ferret e anche la colonna sonora che enfatizza i momenti clou della pellicola. Un felice mix di agro/dolce per un film francese doc che ci ricorda quanto possa essere importante l’amicizia vera, nonostante qualche piccola bugia!
Di Ivana Faranda, da ecodelcinema.com

Parigi.Dodo esce all’alba da una discoteca dopo una notte d’eccessi.Nel piano sequenza iniziale seguiamo il tragitto del suo scooter in una città semideserta,e l’incidente che lo conduce in ospedale in condizioni disperate.Gli amici di sempre accorrono e sfilano silenziosi e impotenti al suo capezzale.Rassicurati dai medici,decidono di partire per la vacanza che trascorrono ogni anno a Cap Ferret,dove Max possiede una villa a pochi passi dal mare.L’alibi che il gruppo costruisce per la “fuga” è basato sull’impossibilità di intervenire ed aiutare Dodo e sulla consapevolezza del lento decorso cui sarà sottoposto l’amico. Giunti sulla costa atlantica,uomini,donne e bambini ripercorrono fedelmente il canovaccio su cui si sviluppano le loro dinamiche estive,fra jogging,bagni,gite in barca e pranzi di pesce dall’amico Jean-Louis,quasi a voler sfuggire il pensiero di Dodo,quasi a circoscriverlo in una parentesi mnemonica dai tratti incerti e trasognati. Nel gruppo si nascondono i personaggi più disparati.Max è un imprenditore di successo,pignolo e nevrotico,legato eccessivamente ai beni che possiede;Vincent è un fisioterapista in crisi d’identità,mentre sua moglie Isabelle vive silenziosamente l’insoddisfazione sessuale cui il marito l’ha costretta;Marie è una ninfomane incapace di sviluppare una relazione sentimentale stabile;Eric è un eterno ragazzino in cerca di avventure, immaturo e incapace di corrispondere degnamente l’amore di Lèa;Antoine è un sognatore legato all’amore di una vita con Juliette,a cui lega ogni suo pensiero;Jean-Louis è un uomo di mare selvaggio e affascinante,e rappresenta l’approdo sicuro cui tutti tendono placidamente. Nonostante la cornice idilliaca che li avvolge e il vino in cui immergono il loro soggiorno, saranno tensioni e piccole omissioni ad emergere in modo prepotente sulla scena:le troppe situazioni irrisolte moltiplicheranno le incomprensioni,fino a incrinare notevolmente i rapporti interni di questa famiglia sui generis.Saranno poi la realtà e una verità definitiva a rimettere ogni cosa al proprio posto, spostando le priorità lungo una giusta scala di valori. Il cinema francese continua a battere colpi interessanti e a produrre opere di grande valore in beata successione.Stavolta è il turno di Guillaume Canet,attore e regista di grandi prospettive;il giovane artista realizza un’opera corale avvalendosi di una storia classica e di un cast eccezionale:Jean Dujardin interpreta la maschera stravolta e sofferente di Dodo;Francois Cluzet l’ego accentratore e le fissazioni di Max;la splendida Marion Cotillard la fragilità e il fascino di Marie;Benoit Magimel l’ambiguità di Vincent;Laurent Lafitte il disincanto immacolato di Antoine;Joel Dupuch la solida e rassicurante franchezza di Jean-Loius;Gilles Lellouche il volto ammaliante e sornione di Eric. Centocinquanta minuti di pellicola scorrono via con estrema leggerezza,e testimoniano il fatto che,per realizzare una buona opera cinematografica,non necessariamente serve una storia originale:a volte è sufficiente che il metodo sia originale,e questa generazione di attori francesi incarna realmente una novità a livello planetario,per la grazia,la sensibilità,l’umanità che sanno infondere ai personaggi cui danno vita;grazie alle loro performances e alla direzione di Canet,il film risulta intimo e credibile,così vicino ai rapporti interpersonali che si sviluppano realmente fra gli individui da sembrare vero.
Da mymovies.it

Fazzoletti e innocenti bugie
Dopo una notte brava in discoteca, Ludo (Jean Dujardin) ha un brutto incidente in moto e viene ricoverato d’urgenza in ospedale. I suoi migliori amici, dopo aver visto la gravità delle sue condizioni e dopo essere stati rassicurati dai medici sulle possibilità di recupero, decidono ugualmente di partire per l’annuale ritrovo a Cap Ferret. Qui, Max (François Cluzet), il più ricco ma anche il più pedante del gruppo, ha una villa dove tutte le estati invita gli amici di sempre a trascorrere qualche settimana fra vita di mare e gite in barca sull’oceano. La vacanza, anziché calmare gli animi, farà emergere tutte le nevrosi, le paure e le incomprensioni tenute nascoste da una vita. 
Le Nouveau Cinéma Français
Guillaume Canet ha raggiunto la notorietà internazionale come attore facendo da spalla a Leonardo Di Caprio nel lontano The Beach. In Francia è giustamente considerato un artista completo, molto convincente davanti e dietro la macchina da presa. Les Petits mouchoirs (tradotto in italiano Piccole bugie tra amici) è, infatti, la sua terza opera da regista dopo Mon Idole, Ni le dis à personne, passati quasi del tutto inosservati in Italia. Non ce ne voglia Canet, ma nonostante il successo di critica e pubblico riscontrato due anni fa al Festival di Roma, probabilmente anche questa sua terza opera, “la più personale” a voler usare le stesse parole del regista, sarebbe rimasta del tutto anonima e sconosciuta nel Bel paese se non fosse per la presenza di due attori che stanno spopolando in questa stagione: il primo è Jean Dujardin, altro straordinario attore francese, che è diventato celebre grazie al premiatissimo The Artist; e il secondo è l’istrionico François Cluzet che attualmente è nelle sale conQuasi amici, uno dei film che ha incassato di più in Francia e che, a quanto pare, sta avendo un grande successo anche qui in Italia.
Les Petits mouchoirs, prima di essere un bel film, è sostanzialmente una bella storia: la storia di un gruppo di amici che hanno accettato passivamente la propria vita, il proprio lavoro, la propria sessualità senza mai chiedersi se siano effettivamente quello che vogliono dalla vita o se le loro relazioni siano davvero felici. Spesso illudiamo noi stessi credendo di poter seppellire o mettere da parte ciò che è troppo doloroso da affrontare: è allora che sviluppiamo quella fastidiosa e controproducente abitudine di raccontare “little white lies” – innocenti bugie – e di metterci dei “fazzolettini” – petit mouchoirs, appunto – davanti al viso. Il film racconta tutto questo ma in un’atmosfera rilassata da commedia tra amici. Una commedia che nasconde toni molto seri e che alterna ritmi da slapstick comedy a scene molto commoventi. 
Nonostante i 154 minuti di durata, la storia ha dei ritmi abbastanza sostenuti perché ogni singolo personaggio viene approfondito e mai giudicato; ogni carattere è importante e viene spogliato di tutti i suoi pregi e difetti. E il tempo scorre piacevolmente proprio perché lo spettatore si sente trascinato da tutte queste piccole storie raccontate dalla “meglio gioventù” francese: Marion Cotillard (compagna del regista), François Cluzet, Benoit Magimel, Gilles Lellouche, Laurent Lafitte e, seppur nel piccolo ruolo di Ludo, lo stesso Jean Dujardin.
Di Francesca Casella , da spaziogames.it

Il miglior cinema d’Europa ha colpito ancora. Perché sono anni che la Francia fa mangiare la polvere al resto del Vecchio Continente, almeno in ambito cinematografico. Nell’anno del trionfo agli Oscar di The Artist e del boom storico di Quasi Amici, il cinema transalpino torna alla ribalta nel nostro Paese grazie ad un titolo ‘vecchio’ di due anni, e solo ora proposto in sala, ma non per demeriti qualitativi. Anzi. Perché ‘Les petits mouchoirs‘, ignobilmente tradotto in Piccole bugie tra amici per il mercato nostrano, è un film produttivamente ‘coraggioso’, corale, ben fatto, tutt’altro che originale ma registicamente impeccabile, tanto dall’aver conquistato il pubblico di casa, con oltre 40 milioni di dollari incassati sul suolo nazionale.
A dirigere il tutto quel Guillaume Canet che da tempo si divide tra regia e recitazione. Dopo l’exploit di Non dirlo a nessuno, titolo che nel 2006 lo portò a vincere un Cesar come Miglior Regista, Canet dà vita al suo personale ‘Grande Freddo’, omaggiando non solo il capolavoro di Lawrence Kasdan ma anche Mariti di John Cassavetes e Andremo tutti in Paradiso di Yves Robert, tracciando i contorni di un gruppo di amici, quarantenni parigini dagli evidenti difetti, apparentemente ‘affettuosi’ ma in realtà silenti, spesso bugiardi, e tendenzialmente egoisti.
Parigi, pochi giorni alle vacanze estive. E’ l’alba. E un gruppo di amici viene svegliato da una telefonata drammatica. C’è stato un incidente. Inizia così, con uno straordinario piano sequenza, Piccole bugie tra amici, film dai tanti pregi e dalle pochissime mancanze. Perché un affiatato gruppo di amici decide comunque di partire per le programmate vacanze, ‘abbandonando’ di fatto per due lunghe settimane l’amico di sempre, in terapia intensiva in ospedale. Una decisione che metterà a dura prova la loro amicizia, le loro certezze, con segreti e bugie sapientemente soppesati, e solo a tratti distribuiti. Si ride e ci si commuove con la pellicola di Canet, qui non solo regista ma anche sceneggiatore, dopo 5 lunghi mesi di lavoro a tratti persino introspettivo sul delicato script. Perché da decenni il cinema racconta storie come ‘questa’. Storie di amici, rinchiusi in una casa, che si sciolgono giorno dopo giorno, abbandonando la maschera a lungo indossata.
Nel portare in sala una trama apparentemente ‘già vista’, Canet ha comunque il merito di aver dato un’impronta registica decisa, potente, e tecnicamente impeccabile all’intera opera. Trainato da una colonna sonora da brividi, con hit del passato che accompagnano le tante (troppe?) scene madre, Les petits mouchoirs vola sulle ali di un cast stellare. ‘La meglio gioventù’ di Francia, potremmo definirla. Un recente Premio Oscar, ovvero Jean Dujardin, un’altra statuetta come Marion Cotillard, un sinceramente maestoso François Cluzet, Dustin Hoffman transalpino tutt’ora in sala con Quasi Amici, un turbato Benoît Magimel, un intenso Gilles Lellouche, un ossessivo Laurent Lafitte, una testarda Valérie Bonneton e una trascurata Pascale Arbillot. Attori splendidi qui in stato di grazia, grazie a personaggi tendenzialmente stereotipati ma comunque ben definiti, dall’introspezione delineata, e impeccabilmente diretti, da un Canet spesso ancorato ai loro volti, con lunghi ed intensi primi piani chiamati a leggergli dentro, oltre quelle maschere d’amicizia troppo a lungo ostentate.
Quarantenni parigini ansiosi, cinici, isterici, egoisti, omofobi, sessualmente dipendenti, sentimentalmente problematici, maledettamente narcisistici, dall’armadio pieno di scheletri e dal presente enigmatico, perché mentre un amico, uno di ‘loro’, lotta tra la vita e la morte, questi non hanno nient’altro da fare che sottolineare la sua mancanza, godendosi la barca, il sole, la spiaggia, e ricchi pranzi a base di pesce, a 600 km da Parigi. Sensi di colpa a profusione, in una lunga (150 minuti) ma tutt’altro che stancante maratona attoriale, in cui i sentimenti più disparati vanno a scontrarsi, l’uno contro l’altro, divertendo e commuovendo lo spettatore, conquistato da una storia tutt’altro che originale, perché tante (troppe?) volte vista in sala, ma ben scritta, diretta ed interpretata.
Ma ciò che colpisce, una volta arrivati a fine proiezione, è l’exploit ormai sempre più lampante del cinema francese, capace di spaziare da un genere all’altro senza mai perdere terreno sul difficile campo della ‘qualità’. In pochi anni i cugini d’Oltralpe hanno ingranato la marcia, e non solo registicamente parlando ma anche in campo recitativo, con una serie di nomi che sempre più conquistano Hollywood, vincendo premi internazionali e ammaliando la critica. Segno di un’Industria che vola sulle ali del coraggio e dell’entusiasmo, evitando di sedersi sugli ‘allori’, e nella banale riproduzione di un genere che riscuote successo, provando così ad osare sempre più, tanto da trionfare agli Oscar, sbancare i botteghini, e permettersi un film come Piccole bugie tra Amici, incredibilmente snobbato ai Cesar del 2011, probabilmente per l’eccessiva ed agguerrita concorrenza.
Da cineblog.it

Potenza dell’Oscar. Quale altro premio cinematografico potrebbe imporre al circuito internazionale un film bellamente ignorato a suo tempo? Il fatto è che questa pellicola francese del 2010 presenta tra le sue file ben due premiati dell’Academy Awards: Marion Cotillard (premio Oscar come miglior attrice protagonista nel 2008 per La vie en rose) e Jean Dujardin (premio Oscar 2011 per The Artist). Sebbene le ragioni della casa produttrice siano quelle di spremere un po’ di soldi da un titolo «bruciato» non possiamo che ringraziare il responsabile dell’operazione per averci dato l’occasione di colmare una lacuna. Il film in questione infatti è davvero un piccolo gioiello cinematografico: la storia è sapientemente costruita e le storie dei protagonisti si intrecciano con una fluidità sorprendente, gli attori s’immedesimano in modo convincente nei propri ruoli garantendo allo spettatore una performance recitativa intensa ed emozionante.
Il grande freddo Tutto perfetto allora? Non proprio…qualche difetto è bene metterlo in rilievo per non finire nella schiera dei «Nuovi entusiasti del cinema francese a tutti i costi». La storia è originale e come dicevamo ben strutturata, ma a volte la sensazione di guardare un remake di «Il grande freddo» di Lawrence Kasdan (Film del 1983) è molto forte soprattutto per l’uso eccessivo di momenti drammatici. Altra cosa censurabile è l’uso del nome di Jean Dujardin sbattuto in locandina come richiamo per «allodole»…l’attore di The Artist qui compare solo in una particina (seppur fondamentale) e piazzarlo vicino ai protagonisti sa un po’ di presa per i fondelli.
Piacevole ed emozionante Ultima nota parzialmente negativa è la colonna sonora…tutte le canzoni scelte dal regista sono bellissime e siamo sicuri che compaiono nelle playlist dei nostri iPod, solo che l’uso esagerato della musica durante lo scorrere del film tende a confondere lo spettatore se non a infastidirlo. Insomma vale la pena spendere dei soldi per questo Piccole bugie tra amici? Secondo noi SI: è un film che mostra qualche pecca ma nel complessivo risulta una storia piacevole, emozionante, con una recitazione sopra la media, adatto a soddisfare quel pubblico che cerca nel cinema contemporaneo copioni capaci di raccontare la vita di tutti noi.
Di Gordon Brasco , da umbria24.it

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