LOVE IS ALL YOU NEED



Philip è inglese: sua moglie è morta in un incidente stradale avvenuto diversi anni orsono, e mentre suo figlio Patrick si è pian piano estraniato da lui, Philip ha vissuto e lavorato in Danimarca come commerciante di frutta, desiderando soltanto di essere lasciato solo. Ida è una parrucchiera danese che ha da poco terminato la chemioterapia contro il cancro ed ha appena scoperto che suo marito Leif la tradisce da due anni con la giovanissima ragazza della contabilità. Philip e Ida si incontreranno per la prima volta lungo la strada per l’Italia, dove entrambi i loro figli, Patrick e Astrid, hanno deciso di sposarsi.
A due anni di distanza dal successo internazionale ottenuto con “In un mondo migliore” (2010), la regista danese premio Oscar Susanne Bier torna a lavorare con l’attrice Trine Dyrholm e dirige la commedia romantica “Love is all you need”. Pur discostandosi visibilmente dal tono dei suoi precedenti lavori (“Non desiderare la donna d’altri”, “Dopo il matrimonio”, “Noi due sconosciuti” e lo stesso “In un mondo migliore”), la Bier ha rivelato di aver sempre desiderato mettersi dietro la macchina da presa per un film all’apparenza più leggero come questo, e sebbene non sia mai uscito in Italia ritroviamo nella sua carriera il titolo di una passata commedia romantica del medesimo genere, “The one and only” (1999), vero successo al botteghino in Danimarca che ci lascia immaginare come anche quest’ultima sia soltanto una delle tante varianti registiche predilette dalla cineasta.
“Love is all you need”, tuttavia, non è solamente una commedia “sfacciatamente romantica”, come da lei stessa definita: la sua sceneggiatura (scritta a quattro mani assieme al grande amico e collaboratore Anders Thomas Jensen, autore, tra le altre cose, dello script de “La duchessa”) tocca ben altri importanti temi, oltre a quello dell’amore tra un uomo e una donna di mezza età con differenti problemi alle spalle. Il cancro, i conflitti intergenerazionali e soprattutto la contraddittoria interpretazione del matrimonio al giorno d’oggi, che è unione durevole e possibilità di separazione in ogni momento (divorzio) al contempo, sono solo alcune delle innumerevoli questioni che la Bier si ripropone di affrontare, con una leggerezza di spirito che non scade mai nell’attraente prospettiva di una superficialità sentimentale, caratteristica di molte pellicole sul genere. Pierce Brosnan e Trine Dyrholm, in tal contesto, aiutano parecchio: i due interpreti principali offrono una sintesi perfetta, umana, realistica e pertanto credibile, delle emozioni e dei sentimenti che la regista cerca di tirar fuori dalla loro storia, e si assumono il compito di “contaminare” l’intero racconto con una gioiosa speranza nei confronti dell’amore e della vita in generale.
“Love is all you need”, tracciate queste premesse, non è dunque collocabile da nessuna parte: non rientra nei canoni della commedia romantica anni ’90, con la sua allegra e ingenua spensieratezza ormai non più ammissibile a causa delle ultime evoluzioni della storia (e) dei sentimenti umani, né certamente rientra in quelli della commedia romantica del nostro tempo, col suo cinismo sofisticato e il suo sfottò generico che fa il verso a chi ancora crede nell’amore o in Babbo Natale (per citare “500 giorni insieme”, per esempio). Il film della Bier si colloca invece, forse, nel giusto mezzo: laddove siamo tuttora in grado di rivalutare il sentimento (che non è mai sentimentalismo), con la consapevolezza di chi lo accetta così com’è, senza rimanere incastrato in filoni narrativi pseudo-intellettuali tipici del cinema odierno, o senza cascarci dentro in maniera troppo ingenua e superficiale come si faceva nel cinema di una volta
Di va Barros Campelli, da filmedvd.dvd.it

La Bier torna dietro alla macchina da presa, dopo il bellissimo “In un mondo migliore”, Premio Oscar come miglior film straniero, con un film in cui abbandona i toni drammatici dei precedenti lavori, per abbracciarne di più soavi, coi quali raccontare una storia di sentimenti.
Il risultato è un film frizzante, solare e spiritoso, in cui c’è spazio per sentimenti intensi e romanticismo, ma anche per dubbi esistenziali, insoddisfazione, e il timore della malattia.
Non si preoccupino gli estimatori d’annata della Bier, nonostante il tono leggero della pellicola, non manca quell’approfondimento emotivo dei personaggi che caratterizza le sue opere.
L’organizzazione di un matrimonio in Italia da parte di due famiglie danesi, è l’input narrativo per mettere a nudo l’anima dei protagonisti, appartenenti a due famiglie che più diverse non potrebbero essere, che si ritrovano sotto lo stesso tetto, a condividere non solo i preparativi della festa, ma anche pensieri ed emozioni.
La Bier sceglie Trine Dyrholm per il personaggio di Ida, meravigliosa protagonista del già citato “In un mondo migliore”, e le affianca un Pierce Brosnan più affascinante che mai; la coppia fa scintille, e i due attori sono talmente bravi da spiccare su tutti.
Certo una Sorrento da cartolina, il giallo dei limoni e le note di “That’s amore” fanno un po’ troppo zuccheroso il contesto, e Brosnan sembra quasi troppo bello per essere vero, ma la regista scandinava sa elevare il racconto rendendo le vicende che racconta vive e reali, grazie alla sua straordinaria capacità di calarsi nell’intimo dei personaggi.
Presentato alla 69a edizione della mostra del Cinema di Venezia ha portato nella kermesse una ventata di freschezza.
Di Daniele Battistoni, da ecodelcinema.com

Sorrento inquadrata da ogni prospettiva, That’s Amore sparata a tutto volume e troppi mandolini in sottofondo. Parte così il nuovo film di Susanne Bier, schierando subito i “soliti sospetti” in quanto a stereotipi dell’Italia al cinema. Eppure, il fastidio iniziale si affievolisce presto perché Love is All You Needrappresenta comunque una ventata d’aria fresca nel corso di dieci intensi giorni di un Festival che gronda di cinema incentrato sulle crisi contemporanee. 
Detto questo, esiste anche un principio: in qualsiasi momento deciderai di avere nel cast del tuo film Pierce Brosnan, allora non potrai fallire. L’ex Bond, alle prese con l’ennesimo ruolo romantico e impacciato in cui si sta laureando negli ultimi anni, riesce sempre a conquistare il pubblico con la sua eleganza. Eccolo principe azzurro nei panni di un uomo d’affari che non ha paura di dichiarare tutto il suo amore a una donna, mostrando il suo lato vulnerabile. Accanto a lui, la vera protagonista Trine Dyrholm, splendida nel ruolo di una madre di famiglia che sta cercando di vincere la sua battaglia contro il cancro. 
Tutto è stato già visto, tutto viene complicato ulteriormente per tentare l’effetto sorpresa, eppure quella della Bier è una rom-com che non spara a salve. La regista non molla mai il cuore del suo cinema, mostrando e approfondendo spaccati di vita di gente che ha conosciuto il dolore e che esita a cercare un’altra occasione. Quello che i personaggi vogliono è tirare avanti: la felicità forse non è più importante e appartiene al passato. Basteranno due ore per ritrovare il cuore di una volta.
La Bier, tra le più capaci in quanto a impatto emotivo, passa alla commedia senza abbassare la forza delle emozioni: si ride, si fa il tifo per i protagonisti e ci si diverte ad assistere a bizzarri colpi di scena. L’intrattenimento romanticomade in Denmark batte di gran lunga quello hollywoodiano degli ultimi tempi.
Di Pierpaolo Festa, da film.it

Due famiglie si ritrovano in Italia, a Sorrento, per celebrare il matrimonio dei rispettivi figli, Patrick e Astrid. Verrà festeggiato nell’enorme villa di Philip, il padre dello sposo. Ma l’uomo si invaghisce di Ida, la madre della sposa… Tutti i legami famigliari (e non) verranno messi in discussione.
Regista di solidi drammi danesi, Susanne Bier si è imposta sempre più negli anni come un’autrice che si è ritagliata un ruolo fisso nel panorama cinematografico odierno. Con tanto di nomination agli Oscar, premio vinto poi con In un mondo migliore, la Bier fa parte di quel gruppo di autori danesi (a cui aggiungiamo ovviamente Von Trier, ma anche Vinterberg) conosciuti ed acclamati da critica e pubblico.
Con Love Is All You Need, la Bier abbandona il dramma per buttarsi a capofitto in una commedia romantica: e il risultato convince. La Bier ormai è, a suo modo, una certezza: fa lavori professionali, autoriali ma vendibili, e comunque profondamente personali. Cos’è Love Is All You Need se non la versione leggera di Dopo il matrimonio? Anche in questo aspetto, la Bier continua ad insistere sul tema “preferito” del cinema danese autoriale: quello dei “parenti serpenti”, pronti a vomitarsi di tutto addosso alla prima occasione buona, ovvero una festa…
Ida ha avuto un cancro al seno, e per un bel po’ dovrà continuare a fare dei controlli per tenere d’occhio la situazione. Un giorno torna a casa e becca in flagrante il marito, Leif, che la sta tradendo con la ragazza della contabilità. Mancano pochi giorni e la figlia, Astrid, si sposerà con Patrick… Depressa da tutta la complessa situazione, medica e familiare, distrattamente la donna fa un incidente in macchina con un uomo: è Philip, il padre di Patrick…
Philip è il capo di un’azienda che vende frutta e verdura, vive solo per il suo lavoro e non ha intenzione di avere un’altra relazione, visto che è vedovo. Ida crede sia una persona cattiva, a pelle: ma ben presto imparerà a conoscerlo, complice la serie di relazioni che si instaureranno durante il soggiorno in Italia. Tra gli invitati ci sono Benedikte – la zia di Patrick -, Tilde, Kenneth – figlio di Ida e fratello di Astrid -, e Alessandro, amico italiano di Patrick…
La sera prima del matrimonio, in occasione di una festa tra i familiari, tutti gli equilibri si sconvolgono, grazie a verità e rivelazioni “sconvolgenti”. Una delle morali da trarre alla fine del percorso del film? La dice Astrid stessa: “Non voglio ritrovarmi un giorno come voi: grassi, vecchi e infelici”. Semplice, no? La Bier gioca con la commedia e si diverte col romanticismo, ma sotto il “genere” ragiona ancora su discorsi umani, trattandoli con la giusta dignità (in primis la malattia di Ida).
Interpretato meravigliosamente da tutto il cast, in cui spiccano per forza di cose i protagonisti Pierce Brosnan e Trine Dyrholm, Love Is All You Need è stato già venduto al mercato di Cannes in 40 paesi. Non si fa fatica a capire il motivo, visto che si tratta di un prodotto molto divertente e che rispetta il grande pubblico.
In Italia potrebbe avere una certa fortuna vista l’ambientazione, anche se con prodotti del genere si rischia grosso, vedi il Woody Allen di To Rome with Love. Certo, la Bier fa partire il film con That’s Amore (che palle, si dirà giustamente), ma alla fine non ha la voglia di cadere in troppi cliché. Per dire, Benedikte chiede a Philip: “Amo l’Italia, il cibo, il vino e il romanticismo: e te?”, e lui, acidissimo, le risponde semplicemente “NO”.
Di Gabriele Capolino, da cineblog.it

Si fanno grandi preparativi di nozze, a Sorrento. Nozze che vedranno l’unione tra Patrick, figlio di un imprenditore ortofrutticolo danese che possiede una grande tenuta nella cittadina campana, e Astrid, la cui madre ha appena affrontato la rimozione di un tumore al seno, e la successiva chemioterapia. Le famiglie dei due giovani vivono entrambe situazioni difficili: il padre di Patrick, Philip, non ha mai superato la perdita di sua moglie in un incidente stradale, e si chiude ermeticamente a qualsiasi rapporto sociale; mentre Ida, madre di Astrid, deve convivere sia con l’incertezza sul suo stato di salute, sotto la spada di Damocle di una possibile ricaduta, che con l’appena scoperto tradimento da parte del superficiale marito. Incontratisi in circostanze rocambolesche, Philip e Ida partono insieme per Sorrento, dove parteciperanno, insieme a una variegata galleria di personaggi, al ricevimento precedente alle nozze nella residenza di Philip; questo finirà per riservare una buona quantità di sorprese.
Dopo il dramma a sfondo sociale de In un mondo migliore, premiato con l’Oscar, Susanne Bier cambia tono e registro, dirigendo una commedia romantica. Un territorio non del tutto nuovo per la regista danese, che aveva raggiunto la notorietà nel 1999 col suo The One and Only; qui, tuttavia, la Bier sembra rinunciare decisamente ad ogni suggestione post-Dogma, se si esclude il tema di fondo (una riunione di famiglia in cui ogni personaggio mostra di avere qualcosa da nascondere) che contenutisticamente deve qualcosa al movimento creato da Lars Von Trier. Tuttavia, Love is all you need è una commedia che a livello visivo e tematico si mostra debitrice soprattutto di certo cinema francese, con sprazzi di commedia all’italiana che l’ambientazione riesce a valorizzare al meglio. Un setting, quello marittimo-balneare, che in parte richiama suggestioni del miglior Eric Rohmer, ma che sceglie una struttura più collettiva, una polifonia di voci in cui le carte saranno sparigliate, e gli esiti più prevedibili dell’intreccio verranno in parte disattesi.
Dopo la proiezione della pellicola della Bier alla sessantanovesima edizione del Festival di Venezia, qualcuno ha parlato di film-cartolina, ma questa ci sembra una definizione decisamente ingenerosa. Il cielo e il mare di Sorrento, e in misura minore i sobborghi della cittadina campana, sono spesso in primo piano, ma la valorizzazione dell’ambiente non sfugge mai alla funzionalità narrativa. A questo proposito, si veda la sequenza della nuotata di Ida (una bravissima Trine Dyrholm) in cui il mare accoglie un corpo deturpato dalla chirurgia e dalla chemioterapia; la sequenza ha la duplice funzione di mostrare la determinazione della donna a recuperare, malgrado tutto, il suo diritto a un’esistenza normale, e di cementare il rapporto con Philip, unPierce Brosnan che si mostra invecchiato con stile e carisma. Il litorale campano, ma soprattutto la lussuosa residenza dell’uomo, si fanno testimoni di una tragicommedia di personaggi a volte grotteschi e sopra le righe, ma dall’umanità sempre comprensibile e leggibile.
Se la narrazione si concentra soprattutto sulle vicende parallele di due coppie (quella più giovane composta da Patrick e Astrid, e quella dei rispettivi genitori) grande attenzione viene data anche a tutti quei caratteri ‘collaterali’ (tra questi, la cognata dell’uomo e la di lei figlia, oltre alla fatua amante del padre di Astrid) che spesso non si riveleranno tali. L’ottima sceneggiatura diAnders Thomas Jensen gestisce con intelligenza questa polifonia di voci, gettando anche uno sguardo sui conflitti generazionali e sulle loro conseguenze; mantenendo sempre in primo piano l’intento di divertire, non facendo mai mancare la leggerezza di tono, ma colorando spesso quest’ultima di un’amarezza di sottofondo. La regia della Bier, più ‘nascosta’ che in passato in un film che è soprattutto di scrittura e di attori, si limita a dare ritmo alla narrazione; raggiungendo sostanzialmente il suo obiettivo di offrire un intrattenimento accattivante, di sostanza, e di evitare le trappole del didascalismo.
Di Marco Minniti, da movieplayer.it

SIENA. Delicato, intelligente, leggero eppure denso di significati e motivi su cui riflettere l’ultimo film di Susanne Bier, presentato alla 69a Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia nel quale anche gli attori sembrano cuciti nei personaggi che sono loro stati assegnati. Nelle sale dal 20 dicembre.
That’s amore a tutto volume e inquadrature di una meravigliosa Sorrento fanno da sfondo ad un amore che nasce fra le macerie della vita di due personaggi. Una rinascita che porterà la donna ammalata di tumore alla completa guarigione. La forza dell’amore e la possibilità di riscatto può giungere a qualunque età sembra dirci la regista che in questa pellicola ha fatto emergere un aspetto romantico del suo carattere ancora nascosto e mai reso esplicito nelle altre pellicole girate precedentemente.
Apparentemente gli ingredienti possono sembrare troppo folclorici e un pò esagerati ma mentre la pellicola va avanti ci innamoriamo sempre piu’ dei eprsonaggi, della storia delle scene tanto da essere diapisciuti quando il Film finisce. Una commedia romantica non leziosa, senza pruderie o falsi sentimentalismi. Un Pierce Brosnan che affascinante come sempre si innamora di nuovo ad una età non piu’ verdeggiante ed una Trine Dyrholm stupenda nei panni di una madre ammalata che fa di tutto per rendere il giorno delle nozze della figlia indimenticabile. Non è una pellicola leggera e fine a se stessa ma è la storia di persone che hanno conosciuto il dolore e che nonostante questo riescono a ritrovare la gioia, un messaggio dove la Bier non fallisce esortando chiunque a cercare un’altra occasione nella vita.
Si ride, si fa il tifo, si piange e quando si esce è stato come aver fatto una seduta di terapia antidepressiva, mentre si ricercano le forze per cercare quelle occasioni che si possono presentare anche nei momenti peggiori, basta tenere gli occhi aperti e osservare ciò che accade intorno a noi.
Un film da vedere lasciando indietro altri impegni perché ne vale veramente la pena.
Di Paola Dei, da ilcittadinoonline.it

Reduce dall’ ultima seduta di chemioterapia per un cancro al seno, Ida torna a casa per scoprire il marito, che credeva un sostegno sicuro, a letto con una collega di lavoro. Intanto deve partire per l’Italia perché la figlia sta per sposarsi ed ha deciso che le nozze si faranno a Sorrento. ma per la strada v erso l’aereoporto provoca un incidente con un’altra macchina, per scoprire che l’investito è il padre dello sposo, che non aveva mai incontrato…. 
La regista torna ai toni più solari con una vera commedia – e con una star internazionale come Pierce Brosnan da affiancare alla sua attrice di sempreTrine Dyrholm – che però non rinuncia all’ esplorazione emotiva dei suoi personaggi, colti in momenti di particolare vulnerabilità. “Volevo girare un film che avesse per protagoniste delle persone vulnerabili, un film sulle cose della vita di cui faremmo volentieri a meno ma che, se raccontate in chiave di commedia, possono sollevare lo spirito – ha spiegato Susanne Bier – In Ida e Philip abbiamo trovato dei personaggi la cui vulnerabilità combina il peso di un argomento drammatico e la leggerezza di un tocco umoristico. Li abbiamo portati nel posto più romantico che si potesse immaginare, insieme a un gruppo di personaggi da commedia; quindi abbiamo usato la componente di divertimento e quella sentimentale come degli strumenti, non per ammorbidire i contenuti drammatici del film, ma piuttosto per farli risaltare più chiaramente, permettendo a questi due universi opposti di arricchirsi l’un l’altro. In questo modo abbiamo potuto descrivere tutti i protagonisti, nella loro buona e cattiva sorte, con tutta l’attenzione e la tenerezza che meritano”.
Da primissima.it

Susanne Bier è una delle realtà più pure del cinema europeo, in particolare danese, una nazione che al cinema ha donato artisti dallo straordinario talento come Lars Von Trier e Thomas Vinterberg. Una delle caratteristiche autoriali del cinema scandinavo risiede nella notevole capacità di esportare sullo schermo le problematiche famigliari, e tra famiglie, in maniera sferzante. Basti pensare alla festa in famiglia di “Festen”, o al “Dopo il matrimonio” della stessa Bier, per concludere con l’esperienza matrimoniale raccontata da Trier e lasciata sullo sfondo della sua visione apocalittica cinematografica, in “Melancholia”.
In questo caso la Bier si lascia contaminare dal Belpaese e dai personaggi più romantici che disperati, proponendoci una commedia, comunque gradevole, ma sicuramente agli antipodi con le sue pellicole precedenti. Eppure, l’inganno iniziale con il That’s Amore che ci introduce al film, viene svelato, poco prima delle nozze, con una serie di piccanti rivelazioni che donano al tutto un retrogusto piuttosto amaro, prima solamente accennato. Il mare, i violini, e quell’Italia da cartolina, che già rimase indigesta a Woody Allen (vedi “To Rome With Love”), improvvisamente si dilegua per lasciare spazio alle problematiche dei protagonisti – soprattutto Brosnan e laDyrholm –  capaci, con estrema dignità, di non caricare eccessivamente i loro personaggi, nonostante il doloroso passato che accomuna entrambi, con lei tradita dal marito – nel periodo della chemio – e lui vedovo dal dolore latente. Ai lati del ring, invece, una sfilza di personaggi dai toni grotteschi che donano un valore aggiunto alla pellicola, il tutto senza trascurare il rapporto “giovane” tra Patrick e Astrid.
Forse a tratti mellifluo, quello della Bier rimane un cinema autentico, rischioso ma amabile, e “Love is All You Need” si propone come una commedia alternativa che, ipotizziamo, potrebbe rivelarsi come una preziosa risorsa da utilizzare all’ingresso delle multisale, nonostante lo strapotere natalizio delle pellicole nostrane.
Interessante e consigliato.
Da cinezapping.com

La regista danese Susanne Bier, vincitrice del Golden Globe e del premio Oscar al miglior film straniero con “In un mondo migliore”, nel 2011, il 20 dicembre sarà nelle nostre sale con una commedia davvero deliziosa. In realtà la protagonista è una donna sopravvissuta ad un cancro al seno, ma le avventure che si troverà ad affrontare, una volta terminata la chemioterapia, saranno davvero scoppiettanti, e tenderanno a sdrammatizzare tutto quello che ha vissuto durante la malattia. Le riprese si sono svolte a Copenaghen, Sorrento, Napoli e Sant’Angelo e la stessa regista ha dichiarato che la sua intenzione era quella di girare un film in questi luoghi stupendi per raccontare la storia di persone vulnerabili e periodi delle loro vita certamente non belli, ma che si risolvono in chiave di commedia, ridendoci su.
Philip è un signore inglese, solitario, vedovo da molto tempo, proprietario di un’industria ortofrutticola a Copenaghen. Ida, invece, è una parrucchiera danese che ha appena terminato la chemioterapia per un cancro al seno. La donna, purtroppo, si accorge che durante la sua malattia, il marito ha intrecciato una relazione con una donna molto più giovane di lei. Philip e Ida s’incontreranno a Sorrento, dato che i loro rispettivi figli, Patrick e Astrid, stanno per convolare a nozze. E chissà che Cupido non scocchi un’altra freccia.
Ida è interpretata dalla brava Trine Dyrholm. L’attrice ha già lavorato con Susanne Bier nel film “In un mondo migliore”. La Dyrholm è molto famosa in Danimarca anche come cantante. Nei panni dell’affascinante Philip troviamo l’ex-agente 007 Pierce Brosnan, da tempo in cerca di un’altra occasione per rilanciare la sua carriera. Gli altri componenti del cast sono: Molly Blixt Egelind (Astrid), Sebastian Jessen (Patrick), Paprika Steen (Benedikte), Kim Bodnia (Leif), Christiane Schaumburg-Muller (Thilde), Micky Skeel Hansen(Kenneth), il napoletano Ciro Petrone (Alessandro) star di “Gomorra”, Lien Kruse (Bitten) e Thomas Jessing (il turista).
Da cinema.fanpage.it

Presentato con successo Fuori Concorso alla 69° edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia lo scorso agosto il film di Susanne Bier racconta di quanto sia imprevedibile, mutevole l’amore e di quanto poco conti l’età per innamorarsi. La commedia romantica racconta di Astrid (Molly Blixt Egelind) e Patrick (Sebastian Jessen) due giovani freschi innamorati che, solo dopo tre mesi di fidanzamento, decidono di sposarsi in Italia, a Sorrento nella villa del facoltoso padre di Patrick, Phillip (Pierce Brosnan).
Così, le rispettive famiglie dei promessi sposi si mettono in viaggio dalla Danimarca alla volta dell’Italia.. non senza portare con sé i propri problemi famigliari. Phillip è un vedovo che non ha mai dimenticato l’amore per sua moglie né il dolore per la sua morte; Ida, la mamma di Astrid, (Trine Dyrholm) proprio poco prima di partire, tornando a casa dopo una seduta di chemioterapia, trova suo marito letteralmente fra le braccia di un’altra donna.
E destino vuole che i due si incontrino proprio nel parcheggio dell’aeroporto: galeotto è un tamponamento!
Tra i due pian piano nasce una certa complicità che vive il suo pieno splendore in Italia, sul mare di Sorrento..ma lo stesso non si può dire dell’amore tra i due giovani prossimi al “fatidico sì”… E con qualche colpo di scena (in alcuni casi troppo prevedibili) si arriva a un doppio finale: alcune storie finiscono, altre nascono, altre vengono definitivamente bloccate ancor prima di poter nascere..ma l’happy endnon può mancare!
Susanne Bier con questo film dopo aver vinto l’Oscar e il Golden Globe per l’intenso In un mondo migliore come miglior film straniero torna a toni più leggeri, più romantici senza tralasciare una buona dose di divertimento. Molti sono i temi affrontati nel film: amicizia, tradimento, amore, malattia, omosessualità..e il tutto senza mai (s)cadere nella retorica e nella noia..ma facendoci godere di alcune ottime immagini del mare di Sorrento e della nostra bella Italia.
Di certo ne esce un film pulito, scorrevole, a tratti amaro ma mai crudele grazie anche alle ben riuscite interpretazioni di Pierce Brosnan e Trine Dyrholm perfetti nei loro ruoli di consuoceri – fidanzati.
Non c’è che dire…una buona dose di buonumore e “That’s amore!!”
Di Chiara Ricci, da cinemio.it

Dopo aver vinto una moltitudine di premi, tra cui il Golden Globe come miglior film straniero, con In un mondo migliore” nel 2011, Susanne Bier (considerata una tra le più importanti registe donne a livello europeo) decide di tornare con una commedia sentimentale ambientata in Italia che, diversamente da come è mostrata nel nostro cinema, tra fughe dei cervelli e precariato del lavoro, qui è oggetto di desiderio all’estero e mezzo per raggiungere la serenità e nuovi equilibri, oltre che per portare a compimento la voglia amorosa dei due protagonisti del film.
Malgrado i sentimenti e le prospettive messe in scena siano molte, alcune trattate in modo brillante ed acuto, altre in modo superficiale e fin troppo umoristico, il film sembra fin troppo spesso una copia di due successi degli ultimi anni, Mamma mia!(in cui c’era lo stesso Brosnan) e Mangia, prega, ama. Se del primo ritroviamo la figura fin troppo da “principe azzurra” che l’ex 007 ha ancora oggi come in passato, del secondo abbiamo la visione di un’Italia inevitabilmente stereotipata, quasi da cartolina tra gli arrivi in motoscafo e il casale di campagna circondato da limoneti.
Il personaggio di Philip e Ida sono i veri protagonisti della vicenda e il secondo ha delle forti caratteristiche e un buon equilibrio nei dialoghi e nell’interpretazione della Dyrholm che sono di certo il punto forte del film e che la regista sa come sfruttare a favore della lacrimuccia o del coinvolgimento del pubblico.
Di Luca Arcidiacono, da cinemio.it

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