LE NEVI DEL KILIMANGIARO


Michel non ha più un lavoro ma ha ancora una moglie a cui lo legano trent’anni d’amore, due figli e tre piccoli nipoti. La sua vita serena, trascorsa all’insegna dell’amicizia e della solidarietà, viene bruscamente interrotta da una rapina, in cui resta coinvolto e sconvolto insieme alla compagna, alla sorella e al cognato. Deciso ad ottenere giustizia e a recuperare il maltolto e due biglietti per l’Africa, regalo di anniversario dei figli, Michel scoprirà accidentalmente che uno dei suoi rapitori è un giovane operaio licenziato insieme a lui. Amareggiato ma persuaso all’azione, lo denuncia alla polizia che lo arresta davanti agli occhi dei due fratelli minori. Il ragazzo rischia adesso una pena di quindici anni e una detenzione lontana dai fratellini di cui da anni si occupava da solo. Dopo un duro scontro verbale col suo rapitore, Michel lo colpisce con uno schiaffo. Il gesto involontario lo getta in una profonda crisi da cui riemergerà interrogandosi sulla sua vita, sul valore del perdono e sul futuro di due bambini scompagnati.
Ispirato dalla “Les pauvres gens” di Victor Hugo e accompagnato dalla canzone di Pascal Danel (che fornisce il titolo al film), Le nevi del Kilimangiaro è il nuovo dramma sociale di Robert Guédiguian sulla disoccupazione e la dolorosa perdita della dignità. Nondimeno è un’opera leggera come un palloncino, che racconta la vita quotidiana di una coppia aperta e accogliente alla maniera dei cortili che abita. Ancora una volta il regista marsigliese mette in scena una piccola storia che ha il sapore e la solidarietà del cinema del Fronte Popolare. Partendo da un licenziamento, quello del protagonista, il film avrebbe potuto precipitare in un dramma da socialismo reale, al contrario il clima è lieve e gioioso, si ride spesso e si rimane sedotti dalla voglia di vivere di due coniugi operai che lottando negli anni Settanta sono andati ‘in paradiso’. Il loro paradiso è la casa che hanno costruito e la famiglia che hanno formato ed educato ad essere onesta e di grande cuore. Ma il cinema di Guédiguian non si è mai fermato alle mura domestiche, scendendo in strada attraverso quelle finestre e quelle porte sempre spalancate sul mondo e sulla società. Ed è proprio da quei varchi che il brutto del mondo entrerà, portandosi via ‘proprietà’ e sicurezze ma insieme offrendo una possibilità di comunione e partecipazione. Perché il ragazzo che ha occupato il loro Eden, derubandoli, è un giovane uomo di una generazione cresciuta senza testimonianze né esempi di quella che un tempo era la lotta di classe, ovvero un modo (giusto) di cambiare la vita di chi è sempre in soggezione. E a questo punto Le nevi del Kilimangiaro gioca le sue carte migliori per rigore e sensibilità, portando alla coscienza del protagonista la necessità di fare qualcosa, individuare una possibile canalizzazione del malessere giovanile in funzione di una nobiltà d’animo che risollevi il morale e la morale.
È la forza dell’etica la cifra del cinema di Guédiguian. L’unica che resta. Come restano nella memoria e negli occhi le immagini dei suoi corpi proletari, fragili nel loro errare, tenaci nel loro cercare, abili a capire la generosità di un gesto. Daccapo Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan interpretano il suo cinema operaio e la forza discreta dell’esempio. L’esempio che emerge dal silenzio commosso di un’intesa in riva al mare. Infine Le nevi del Kilimangiaro è una miscela di disincanto e romanticismo che sta a metà strada tra un poema popolare e una canzone pop.
Di Marzia Gandolfi , da mymovies.it

L’attuale crisi economica non avrà colpito la Francia così come ha fatto con Italia, Portogallo e Grecia, ma questo non significa che i nostri cugini d’oltralpe siano esenti da problemi sociali anche gravi. Ne sa qualcosa Michel, operaio iscritto al sindacato che si ritrova ad essere licenziato dopo anni di battaglie, avendo accettato di partecipare, alla pari con i suoi compagni, a un sorteggio per decretare chi avrebbe dovuto abbandonare la fabbrica. Ne sa qualcosa anche, e soprattutto, Christophe, collega ventiduenne di Michel anch’egli costretto a lasciare il lavoro, che vive la difficile condizione di dover badare ai suoi due fratellini dopo l’abbandono da parte dei genitori. Una volta venuta meno l’unica fonte di sostentamento per sé e per i due ragazzini, la strada di un atto criminale, per Christophe, è quasi obbligata; ma a farne le spese è proprio Michel, rapinato in casa davanti a sua moglie, alla sorella e al cognato, vittima di un atto che scuote dalle fondamenta tutte le certezze della vita “borghese” che si era costruito. Venuto a conoscenza dell’identità del rapinatore, e una volta che questo è stato arrestato, Michel è roso dai dubbi e dai sensi di colpa: specie dopo aver appreso della difficile condizione sociale del giovane, e delle motivazioni che lo hanno portato alla rapina. Il vecchio operaio, dopo aver denunciato il ragazzo, sente il bisogno di riparare compiendo un atto di quella che una volta era definita “solidarietà di classe”: ma le persone a lui vicine, i suoi figli e i suoi amici, e soprattutto sua moglie, come accoglieranno questa decisione?
Regista impegnato, che non ha mai fatto mistero delle sue tendenze politiche, Robert Guédiguian ha voluto, con questo Le nevi del Kilimangiaro, raccontare una storia di drammi quotidiani. Lo ha fatto prendendo lo spunto iniziale da un poema di Victor Hugo intitolatoLes pauvres gents (La povera gente), prendendo l’atto di solidarietà narrato da quest’ultimo e ponendolo al centro di una vicenda contemporanea, incentrata sulle trasformazioni sociali intervenute negli ultimi decenni e sulla perdurante presenza nella società contemporanea di gravi ingiustizie. Intelligentemente, il riferimento alla poesia di Hugo viene posto dal regista immediatamente prima dei titoli di coda: quasi una rivelazione per lo spettatore che fosse a conoscenza dello scritto ma non dell’ispirazione, e che avesse ritrovato nella decisione finale dei due protagonisti una felice corrispondenza con quel poema di oltre un secolo fa, quasi a rimarcare che atti come quello lì descritto sono senza tempo. Il regista fa una riflessione sul concetto di classe sociale e su come questo si è trasformato nell’ultimo scorcio di secolo, sull'”imborghesimento” della generazione che aveva duramente lottato qualche decennio fa, sull’inevitabile conflitto generazionale con i lavoratori più giovani, privi di punti di riferimento ideologici ma spesso anche pratici; lo fa, tuttavia, in modo fresco e originale, senza l’enfasi “militante” che ci si sarebbe potuta aspettare da un film con queste tematiche. 
Le nevi del Kilimangiaro (nessuna parentela con l’omonimo film statunitense del 1952, se non nella canzone che dà il titolo a entrambi) è, sorprendentemente, un film leggero e solare. A parte la sequenza della rapina, messa in scena con notevole realismo e crudezza, il film scorre tra la descrizione dei rituali quotidiani dei due protagonisti, anche di quelli più minuti, con un placido adeguarsi ai nuovi ritmi di vita che contempla la riflessione sul passato, ma che non diventa mai passiva rassegnazione allo status quo. Al contrario, l’atteggiamento del regista sembra essere lo stesso del protagonista Michel (ben interpretato da Jean-Pierre Darroussin): abbiamo lottato, e quel poco benessere che abbiamo raggiunto non è stato immeritato, ma dobbiamo continuare a dare il nostro contributo con la forza dell’esempio. Lo stesso esempio che Michel e Claire (una altrettanto efficace Ariane Ascaride) forniscono con la loro decisione finale, descritta con una semplicità e una tanto evidente schiettezza di intenti da diventare toccante. Una decisione che sembra suggerire una strada possibile a chi, come i figli della coppia, si è chiuso nella sua realtà autoreferenziale rinunciando a guardare oltre il proprio recinto, ma anche a chi, come l’amico Raoul, ha ceduto a una logica vendicativa e forcaiola, abdicando alla necessità di comprendere. Necessità che invece sembra più che mai animare gli intenti del regista, e che tocca anche i personaggi apparentemente più negativi, come la giovane madre di Christophe e dei due ragazzini; il tutto, mantenendo un tono ben lontano dal buonismo, ma improntato a una placida fiducia nel futuro, a quello che potrebbe forse essere definito ottimismo dell’intelligenza. Tono che si traduce anche nella fotografia solare, che ritrae il porto di Marsiglia e il quartiere di L’Estacque sempre bagnati dalla luce del sole, oltre che da un mare simbolo di condivisione ma anche di esclusione sociale, con le gru della fabbrica portuale in primo piano. Il riscatto dei miserabili moderni, sembra dirci Guédiguian, può iniziare forse proprio da qui, e da una semplice azione che si fa esempio per tutti.
Di Marco Minniti, da movieplayer.it

Detesto il cinema populista, amo il cinema popolare. Popolare nel senso che sa raccontare senza affettazione e smancerie ma con cognizione di causa il popolo, o se volete il proletariato, gli ultimi, gli umili, gli umiliati e offesi, e nel senso che si rivolge al popolo. Il francese Le nevi del Kilimangiaro rientra a pieno diritto nella categoria, anche se non mi pare abbia suscitato, purtroppo, entusiasmi al botteghino, chè il popolo oggi preferisce i vampiri romantici, l’action più roboante e, in casa nostra, la nuova commedia e commediaccia all’italiana. Però niente recriminazioni e ah signora mia, e comunque massimo rispetto per il suo regista, il marsigliese Robert Guédiguian, che da vent’anni ci mostra scene di vita proletaria, preferibilmente nella sua città mediterranea da sempre incrocio di uomini venuti da lontano e abituati alla fatica. Marius e Jeannette (spero che qualcuno l’abbia visto e se lo ricordi) era una romantic comedy realista tra i vicoli operai di Marsiglia che lo lanciò in patria, però il suo risultato migliore resta a mio parere La ville est tranquille, 2001, affresco a più storie sul degrado e l’impoverimento anche morale di quella che un tempo era l’orgogliosa classe operaia, poi ridotta a lumpenproletariat da crisi e ristrutturazioni e arrembanti turbocapitalismi. Non mi piacciono i film militanti, però Guédiguian è altra cosa, per nostra fortuna, lui fa del cinema che è sì operaista, socialista, anche vetero-comunista, ma lo fa con l’esattezza, la precisione di racconto, la credibilità di chi quel mondo lo conosce da sempre e dal di dentro, e senza agitare le bandiere. Nessuno come lui in questi ultimi vent’anni ha saputo consegnare al cinema le trasformazioni – sociali, antropologiche – che hanno travolto e anche devastato il proletariato d’Occidente, da soggetto politico diventato soggetto tutt’al più dei consumi di massa e terminale (attivo e passivo) della società dello spettacolo. Detto senza moralismo, beninteso. Guédiguian non è mai osservatore distante ma sempre partecipe, non nasconde la simpatia per i suoi personaggi, sta con loro e cerca di portare anche noi dalla loro parte, però sa mantenere la lucidità, non si lascia sopraffare dal troppo affetto, e ha quel tocco speciale nel trattare gli umili, quel rispetto, che dietro alla macchina da presa hanno avuto in pochi, pochissimi, e mi vengono in mente soprattutto Vittorio De Sica e Ermanno Olmi. I suoi protagonisti non sono pupazzi, maschere, al servizio di una messinscena predicatoria, non sono funzioni narrative astratte di un racconto a tesi, non vengono usati e manipolati come pedine di un equivoco gioco di propaganda, sono uomini, donne, ragazzi che sanno di verità e che si portano dietro il sapore, e anche l’odore sgradevole certe volte, della vita. Neorealismo senza però populismo, e capace anche di svoltare in commedia e in leggerezza, quando necessario. Le nevi del Kilimangiaro è un Guédiguian allo stato puro, di nuovo tornato nella sua Marsiglia, di nuovo a raccontare di operai ed ex operai e post operai, di nuovo al lavoro con la sua musa, la moglie-attrice Ariane Ascaride, anche qui main charachter femminile. Una delle poche attrici per cui oggi si possa davvero tentare un paragone con Anna Magnani, in grado di incarnare degnamente e contemporaneizzare la figura della mater (anche dolorosa, certo) mediterranea. C’è lei, c’è l’israeliana Ronit Elkhabetz, ma please non parlateci di Penelope Cruz o Paz Vega o Donatella Finocchiaro. Peccato per il titolo, bello ma che a mio parere non aiuta al box office e fa pensare a chissà quali avventure hemingwayane di caccia al leone. Invece il riferimento, e solo chi ha un’età lo può cogliere, è a una vecchia canzone da hit parade anni Sessanta, Kilimandjaro, del francese Pascal Danel, che nel film ha una sua basilare funzione narrativa (per chi se la volesse ascoltare, ecco il video su youtube). Il film incomincia con una sequenza folgorante, che dice sui lavoratori e sulla crisi attuale più di mille inchieste e talk show. In un cantiere navale di Marsiglia si licenzia. Il sindacato, la mitologica Cgt di tante battaglie vinte e perdute, di cui Michel fa parte da tempo immemorabile, decide che, per motivi di equità, ci si affiderà alla sorte per stabilire chi deve restare e chi deve lasciare il cantiere. Si fa l’elenco a voce alta dei presenti, e i nomi sono un concentrato di diverse provenienze, italiani, francesi, portoghesi, algerini, marocchini, rumeni, albanesi, ebrei sefarditi e altri ancora. Le rughe o meno sulla faccia ti fanno capire chi da tempo sia radicato in Marsiglia e chi invece ci sia arrivato da poco in una delle tante diaspore degli ultimi decenni (Nordafrica, Est Europa soprattutto). Mirabile esempio di cinema sociale, e di occhio cinematografico al servizio della realtà, questa scena, e quando si leggono i nomi di chi dovrà lasciare il lavoro, e si vedono le loro facce, impassibili o incazzate, vengono i brividi, davvero. Tocca anche a Michel, ormai ultraciquantenne, che se ne va così in una cassa integrazione che è di fatto una pensione anticipata, e avrà il tempo (però non senza malinconia) di stare più vicino alla moglie Marie-Claire (Ariane Ascaride), che il suo lavoro in fabbrica l’aveva già perso molti anni prima in una crisi precedente e che adesso si occupa di servizi alla persona, come si dice nei report statistici, cioè fa la serva e la badante e un po’ l’infermiera. Hanno un figlio e una figlia, entrambi sposati, e il confronto tra Michel e Marie-Claire, che ancora conservano la memoria di cos’erano la classe operaia e la solidarietà e l’impegno sociale e la lotta, e i loro ragazzi, immersi nella cultura tecnologico-consumista di oggi e molto in carriera, è un’altra delle cose più acute e azzeccate di Le nevi del Kilimandjaro. Festa al cantiere per Michel, colleghi e ex colleghi raccolgono i soldi per il gran regalo di uscita, e intanto si suonaKilimandjaro di Pascal Danel, ed è tutto un coro (non c’è come una vecchia canzone degli anni sessanta a scaldare la gente), anche Michel, anche Marie-Claire cantano. Si capirà subito il perché di quel vecchio hit generazionale di Danel. Per la coppia c’è anche un biglietto, gentile cadeau dei figli per il loro anniversario di matrimonio, per un viaggio alle falde del Kilimangiaro che Michel, ma soprattutto Marie-Claire, fantasticano da una vita. Però una sera in cui i nostri hanno invitato a cena una coppia di amici-parenti irrompone due uomini mascherati, legano, minacciano con la pistola, brutalizzano i quattro, l’altra donna si fa la pipì addosso dalla paura (e ne resterà segnata per molto tempo), e rubano i soldi del regalo. Niente sarà più come prima. Michel viene a sapere chi è stato: qualcuno che sapeva dei soldi perché era là al cantiere durante la festa. La rapina l’ha organizzata e realizzata un suo ex collega, un ragazzo che è tra i licenziati. Crolla un mondo, un sistema di valori. Dov’è finita l’antica solidarietà di classe? Com’è possibile che un operaio rapini un altro operaio? Guédiguian ci fa capire come sia cambiato tutto e come la generazione dei vecchi abbia potuto costruirsi un piccolo benessere che i più giovani e meno protetti chissà se ce la faranno a raggiungere, e come tra le due generazioni ci sia un abisso, ci siano incomprensione, ostilità, invidia, perfino odio. La disillusione di Michel di fronte alla rivelazione di chi l’ha rapinato ci tocca nel profondo, è il vertice del film, e forse del cinema tutto del suo regista. Quello che viene dopo è sempre ad alto livello e a basso tasso di retorica, però slitta impercettibilmente nel patetico, o se vogliamo nel vecchio socialismo sentimentale alla Gorkij, alla De Amicis, alla Victor Hugo (a un suo racconto peraltro si ispira il film). Quel che segue è l’elaborazione dello shock da parte di Michel, elaborazione di quel lutto da perdita delle illusioni. Michel viene a sapere che il rapinatore ha due fratellini a carico, che la madre, che li ha avuti giovanissima, non si è mai occupata di lui, e di loro. Quando il colpevole finisce in galera e i due ragazzini rischiano di andare in istituto, Michel e Marie-Claire prenderanno una decisione difficile, ma per loro necessaria. Non vi dico niente, ma avrete già capito, vi dico anche che c’è da piangere, e grazie a Dio è commozione sacrosanta. Una parte finale che non ha l’asciuttezza e la compattezza della prima, ma che non compromette la resa di Le nevi del Kilimangiaro, che rimane uno dei film di questi tempi che vale davvero la pena vedere. Che Robert Guédiguian non sia un predicatore o un autore piattamente militante lo dimostra anche un paio di scene in cui dà prova del suo talento di sceneggiatore e gran dialoghista in grado di usare anche altri registri, come la commedia e il melodramma. La prima è il corteggiamento di un giovane barista a un’attonita e divertita Marie-Claire a base di citazioni di cocktail e vari long drink, un momento degno della screwball comedy anni trenta. La seconda è l’incontro tra Michel e la madre di Christophe, il rapinatore arrestato. Michel le chiede di occuparsi di lui, e dei due bambini, mentre lei sta per salpare per una crociera in compagnia del ricco signore che in quel momento è il suo amante. Lei (una grandisssima Karole Rocher, che ritroveremo anche in Polisse premiato a Cannes) gli urla addosso parole che non si dimenticano, in una scena che turba e disturba. Urla che lei ha una vita, un lavoro da fare, che non può dire di avere un figlio di 22 anni perché il suo lavoro, che è quello di farsi mantenere da gente ricca, non prevede che lei sia una mamma. Lei deve nascondere la sua età, non la può dichiarare, non può dichiarare di avere un figlio di quell’età, e di averlo avuto a 16 anni: “Nessuno si porta a letto una mamma, nessuno, lo capisci?”. Poi dicono che Guédiguian sia un ingenuo rimasto all’era dell’operaismo. Dimenticavo: Michel è quell’incantevole attore che si chiama Jean-Pierre Darroussin, un fedelissimo di Guédiguian e che in Miracolo a Le Havre di Kaurismaki è il commissario buono sempre vestito di nero.
Di Luigi Locatelli, da luigilocatelli.wordpress.com

Michel lavora da tanti anni come operaio nei pressi del porto di Marsiglia. Il suo animo è governato da un’etica irreprensibile tanto da spingerlo a impegnarsi per tutti gli altri operai nelle lotte sindacali. La crisi però ha costretto anche i suoi datori di lavoro a ridurre il personale e la scelta più equa è sembrata quella di estrarre i nomi di venti operai che saranno licenziati, così da non fare torto a nessuno. Tra questi nomi viene estratto anche il suo, ma la sua vita prosegue serena grazie all’amore della moglie e la compagnia di figli, nipoti e amici.
La sua tranquillità però viene sconvolta da una rapina in cui viene coinvolto insieme alla moglie, alla sorella e al cognato. Oltre a due carte di credito, circa mille cinquecento euro in contanti, vengono rubati anche due biglietti per un viaggio in Africa, regalati dai figli per il loro anniversario. Un caso fortuito permette a Michel di scoprire che uno dei rapitori è un giovane operaio licenziato insieme a lui. Il sentimento di rabbia che lo pervade diviene presto un senso di inadeguatezza quando Michel scopre i veri motivi per cui il giovane ha deciso di realizzare la rapina.
Ispirato al romanzo Les pauvres gens (La povera gente) di Victor Hugo (il titolo deriva dalla canzone di Pascal Danel che caratterizza la colonna sonora) il film di Robert Guédiguian è incentrato sul concetto di dignità del lavoro, un tema che supera il singolo tema del mondo della disoccupazione causato dalla crisi.
Un film dalle forti tematiche, sulla realtà del sindacato operaio (anche se non si tratta di un film a tesi) e degli errori in buona fede in cui può incorrere chi lotta per la classe. Le nevi del Kilimangiaro è un film che potrebbe essere stato girato trenta anni fa, con un tocco leggero, spesso divertente, riesce a toccare argomenti estremamente scottanti e a far commuovere il pubblico per l’umanità calorosa rappresentata dalla coppia dei protagonisti.
Difficile non trasformare un film che inizia con il licenziamento di un ultra cinquantenne in un dramma sociale alla Ken Loach, in questo caso le periferie medio borghesi di Marsiglia fanno da sfondo a un racconto che potrebbe ricordare più lo spirito di Frank Capra che quello del realismo di un certo cinema politico.
Interessante il punto di vista dei due protagonisti, operai in lotta negli anni Settanta che ora si trovano ad aver conquistato il loro piccolo benessere borghese, ma il cui spirito li spinge ancora a compiere delle scelte anticonformiste e che potrebbero non essere capite dai figli e dagli amici che gli stanno vicino.
Il cast, su cui spiccano Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin e Gérard Meylan, interpreta senza eccessi l’anima nobile del cinema operaio di Robert Guédiguian, uno sguardo disincantato e romantico su un mondo che rischia di non esistere più.
Di Carlo Prevosti, da cineblog.it

Cantore del proletariato, narratore di storie che ruotano spesso attorno alla difficoltà di uscire da una sofferenza economica che è anche e soprattutto mentale, il francese Robert Guédiguian (figlio di immigrati: armeno il padre, tedesca la madre) s’ispira alla poesia di Victor Hugo Les pauvres gens (La povera gente) per narrare come la serenità acquisita da un proletariato che si è fatto strada negli anni ‘70 e ‘80 a suon di scioperi e sacrifici – per raggiungere quella sorta di ‘illusione borghese’ nella quale ora vive – sarà facilmente messa in discussione da un ragazzo qualunque, che di quel proletariato fa ancora parte a pieno titolo, e che nell’ingiustizia di aver perso il lavoro troverà il coraggio di rendersi egli stesso partigiano di ingiustizie. Dunque per questo meno condannabile? Questo lo spinoso quid alla base del film. Una storia che si trascina dietro grandi valori e grandi sentimenti (tutti catalizzati dal grande carisma di una coppia amorevole e ‘giusta’ oltre ogni umana aspettativa) ma lo fa con una regia estremamente luminosa (giornate di sole avvolte dal frinire delle cicale) che si muove con la leggerezza di una piuma, sempre in bilico tra il giogo degli attriti sociali e l’armonia soffusa che scaturisce degli affetti (quelli veri), capaci di superare con coraggio e dignità qualsiasi impasse esistenziale.
Michel (il sempre ottimoJean-Pierre Darroussin), sindacalista convinto (una passione nata sulle pagine di quei fumetti in cui lui s’immedesimava nella figura di giustiziere) prossimo alla pensione, viene licenziato all’interno di un drastico quanto casuale (i licenziati verranno estratti a sorteggio) schema di tagli. Assieme a lui perdono il posto altri lavoratori, più o meno giovani, più o meno esposti alla miseria, tra cui il giovane Cristophe, un ragazzo con una madre irresponsabile e due fratelli piccoli a carico. Nonostante il licenziamento, Michel continuerà a vivere normalmente la sua vita, oramai resa piuttosto morbida da una acquista sicurezza economica (una bella casa, le grigliate domenicali, i figli e i nipoti cui badare, i viaggi – o meglio un viaggio regalatogli dai figli in occasione dei suoi trent’anni di matrimonio con la moglie Claire-), un’unione fondata su solidi sentimenti di fiducia, stima e affetto reciproci. Ma un pomeriggio, radunatisi per giocare a carte con la sorella di Claire e suo marito (anch’egli sindacalista da una vita), l’armonia dei due coniugi verrà bruscamente interrotta da due giovani che li malmeneranno e deruberanno senza scrupoli (anche e soprattutto della loro serenità), lasciandoli impauriti e profondamente scioccati da tanta brutalità esercitata ai loro danni. Qualcosa che mal si sposa con i sacrifici e la fiducia nel prossimo che era alla base del loro ideale sociale. Cominceranno una serie di dubbi e interrogativi sulla strada che li ha condotti a quella vita che ora sembra agiata e che, forse, non contempla la miseria che è invece stata trasferita altrove. Ancora una volta, starà alla loro splendida solidità umana e relazionale sciogliere i nodi di quel denso dramma esistenziale per riuscire a sedare il senso di rivolta sociale che s’insinua tra ricchi e poveri, agiati e miseri, senza tenere conto di valori estremamente importanti come il senso di solidarietà.
È questa la spinosa questione su cui indagaLe nevi del Kilimangiaro, un film sul confronto umano e generazionale tra persone appartenenti allo stesso ideale sociale, tutte ugualmente vestite di tute blu, eppure ritrovatesi a rappresentare due stadi diversi del loro sogno (l’utopia e la realizzazione) inesorabilmente in conflitto tra di loro. Uno stato di appartenenza minato da una specie di sorteggio fatale capace di porre gli individui, a caso, da una parte o dall’altra della barricata di un’esistenza felice. Eppure, una volta attraversato il sorridente giardino della loro vita, scontratisi contro il muro di chi in quel giardino non vi ha mai messo piede, Michele Claire sapranno mettersi in discussione e, soprattutto, a disposizione del prossimo, abdicando a un pezzo di quell’illusione borghese alla quale appartengono, e spogliandosi dei privilegi acquisiti per aiutare, nonostante tutto, chi si trova in difficoltà. Un bel film sulla felicità e l’infelicità familiare che a un certo punto s’incontrano e imparano a stringersi la mano, rispondendo alla domanda: per chi e per che cosa abbiamo lottato?
Da sempre attento alle dinamiche che attraversano e affliggono il proletariato e in generale le classi più deboli, il regista francese Robert Guédiguian realizza un film intenso ed equilibrato sul contrasto sorto tra gente ascritta agli stessi ideali eppure finita, per volere del caso, a incarnare la contrapposizione tra miseria e serenità. Idiosincrasie sociali e generazionali che daranno luogo a un duro scontro umano, che troverà però una sua risoluzione nei radicati valori di giustizia e solidarietà di una coppia speciale che si opporrà al circolo vizioso di ingiustizia che naturalmente si alimenta all’interno delle società.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

In mezzo ai lustrini, al delirio per i pirati, alle Jaguar dei mafiosi ucraini, non c’è cura migliore che immergersi nella vita di persone normali, operai alle prese con bollette, mutui, disoccupazione e libri per i figli. È il mondo delle Nevi del Kilimangiaro e del regista franco-armeno Robert Guédiguian. Dopo il bellissimo Le passeggiate al Campo di Marte sull’ultimo Mitterrand, e Il viaggio in Armenia, omaggio alla terra dei padri, il cinquantenne poeta del cinema politico torna nella sua Marsiglia, quella di Marius e Jeanette, fra i lavoratori del vecchio porto. È la storia di Michel, operaio cinquantenne, sindacalista, che nonostante la perdita del lavoro vive felice accanto alla sua Marie-Claire, allietato da figli e nipoti, orgoglioso del proprio impegno politico. Ma l’idillio si spezza quando nella loro casa fanno irruzione due ladri. Poco tempo dopo, Michel scopre che a derubarlo è stato un giovane operaio del porto, Christophe, disoccupato come lui. La rabbia per il tradimento, la voglia di vendicarsi cedono il campo, con il tempo, a una consapevolezza dolorosa dell’altro. Christophe non è un delinquente, ma un disperato che cerca in qualche modo di badare ai fratelli piccoli, di garantire loro un futuro migliore del suo. Una storia semplice nella trama, non nelle emozioni, che ha il merito di rimettere al centro della scena il tema del lavoro. Il lavoro normale, visto che a dar retta alle trame dei film pare esistano al mondo soltanto artisti, intellettuali, manager della finanza e prostitute. Ed è addirittura capace di evocare il grande fantasma del conflitto sociale. Sepolto con la fine delle ideologie, rovesciato dal potere in una guerra di poveri contro più poveri, armata dalla trappola della sicurezza. La qualità di cineasta e di scrittore di cinema di Guédiguian è al solito sublime, come il livello degli attori e, perché no?, la bellezza dei loro volti normali, a cominciare dai protagonisti, Jean-Pierre Darroussin (Michel) e Ariane Ascaride (Marie-Claire), compagna e musa del regista, ma soprattutto una delle più formidabili attrici francesi. Le nevi del Kilimangiaro avrebbe meritato la competizione ufficiale. Magari al posto di qualche bizzarro esercizio di stile o dei finti scandali alla Polisse o alla Sleeping Beauty, storia di una donna che si prostituisce da bambola per vecchi, che pareva un soggetto scritto da Lele Mora dopo una serata elegante ad Arcore. Ma si vede che gli operai non vanno davvero di moda.
Di Curzio Maltese, testata La Repubblica

Dopo aver diretto numerosi film, tra cui Lady Jane e L’armée du Crime, Robert Guédiguian porta sul grande schermo Le nevi del Kilimangiaro, ispirato al poema ottocentesco “La povera gente” di Victor Hugo. Il film è ambientato nella Francia contemporanea, e fin da subito si intuisce l’essenza drammatica-sociale delle vicende: una fabbrica, causa crisi economica, deve ridurre il personale, e la scelta verrà operata attraverso un’estrazione casuale di venti nomi. A pescare i nominativi c’è Michel (Jean-Pierre Darroussin) che, ironia della sorte, estrae anche il suo nome. Tuttavia lo sfortunato evento non scalfirà minimamente la vita dell’ex operaio: Michel, in qualità di rappresentate sindacale, gode dell’indennità di disoccupazione. Per questo motivo il protagonista può continuare a vivere nel suo paradiso familiare insieme alla moglie Marie-Clare (Ariane Ascaride) e ai figli, che in occasione dell’anniversario matrimoniale dei genitori gli regalano un viaggio in Africa. Tutto sembra proseguire per il meglio, finché una sera la famiglia viene rapinata in casa da un gruppo di criminali, che sottraggono tutti i risparmi di Michel e Marie-Clare. Un vero choc per le vittime, ma ancor più scioccante sarà scoprire che tra gli assalitori era presente Cristophe (Grégoire Leprince-Ringuet), tra i licenziati estratti da Michel.
Chi guarda Le Nevi del Kilimangiaro si aspetta un film dove, dopo l’evento traumatico, subentra una spirale di rabbia, odio, vendetta e degrado, come del resto succede negli script narrativi di molte opere drammatiche. In realtà Guédiguain offre allo spettatore un punto di vista differente da quello più logico (almeno secondo il senso comune): la rabbia e la voglia di punire Cristophe cedono presto il posto alla riflessione sulla condizione sociale di molti giovani d’oggi. Il regista sottolinea abilmente la differente condizioni sociale tra due generazioni soffermandosi soprattutto sulla famiglia di Michel, che nonostante la perdita del lavoro e la rapina subita, continua un’esistenza serena insieme alla moglie e ai figli: il tutto sullo sfondo di un ambiente paradisiaco, caratterizzato da canti di cicale, sole splendente e una perenne vista sul mare. Con questo ritratto Guédiguain mette in evidenza l’importanza della famiglia, l’ammortizzatore sociale per eccellenza in tempo di crisi. Un ammortizzatore di cui Cristophe non dispone, anzi, il giovane deve badare ai fratellini più piccolini vista l’assenza dei genitori e l’affitto da pagare. Guédiguian, attraverso il personaggio di Cristoph, cerca di dare una visione differente del cattivo tradizionale, sottolineando come dietro a gesti efferati si nasconde, spesso, un disagio ingestibile. Preso a sé il rapinatore appare in realtà un ragazzo per bene, amorevole verso i fratelli e descritto dalla vicina di casa come una bravissima persona.
Tuttavia il regista preferisce non soffermarsi troppo su questa figura, evitando così di cadere nella commiserazione, poiché il film rappresenta una presa di coscienza di una classe privilegiata che s’interroga su cosa si possa fare per cambiare le cose, partendo anche dai più piccoli gesti. Ciò rende Le nevi del Kilimangiaro una favola sociale, dai toni leggeri e con un lieto fine. Un grande plauso a Guédiguian in grado di farci riflettere con leggerezza ma senza superficialità.
Di Daniele Mancuso , da cinefilos.it

Ogni tanto Robert Guédiguian porta la sua macchina da presa a esplorare territori «lontani», sul parigino Campo di Marte (per la biografia di Mitterrand) o in Armenia (a recuperare le proprie radici) oppure indietro nel tempo (a ritrovare le geste eroiche della Resistenza) ma evidentemente non può stare molto lontano dalla qui ed ora. Che per lui vogliono dire l’aria familiare del quartiere marsigliese dell’Estaque e i volti, altrettanto familiari, degli operai e dell’ambiente proletario con cui è cresciuto e che ha raccontato nei suoi film più celebri.
Fa lo stesso anche con questa Le nevi del Kilimangiaro, dove il rimando non è al racconto di Hemingway o al film con Gregory Peck ma alla canzone di Pascal Danel (che pure qualche cosa di hemingwayano aveva), successo del 1966 e nostalgica colonna sonora di una coppia di lavoratori marsigliesi oltre la cinquantina: lei, Marie-Claire (l’«inevitabile» Arianne Ascaride), lavora a ore presso un’anziana signora; lui, Michel (l’altrettanto «inevitabile» Jean-Pierre Darrussin), è un operaio sindacalista (della Cgt, inutile specificarlo) che per onestà morale mette anche il suo nome insieme a quelli tra cui estrarre i venti licenziandi per una ristrutturazione. E naturalmente viene estratto.
La coppia ha due figli, tre nipoti, un amico del cuore (Gérard Meylan, altro volto «inevitabile» nei film di Guédiguian) sposato con la sorella di Marie-Claire (Maryline Canto) e un futuro da prepensionato che dà qualche problema ma anche una bella carica di energia. Anche perché i figli, per festeggiare i loro trent’anni di matrimonio, hanno deciso di regalare ai due un viaggio in Tanzania e un po’ di soldi. Che però attirano due malintenzionati che una sera entrano in casa e li derubano: uno shock peggiorato dalla scoperta che uno dei due ladri, Christophe (Grégoire Leprince-Ringuet) è un ex compagno di fabbrica e di lavoro di Michel, anche lui licenziato in quella crudele estrazione vista all’inizio del film.
È solo a questo punto che il film prende il suo vero passo, quando la scoperta del colpevole costringe Michel a una doppia riflessione: sulla fine della solidarietà di classe (della propria classe) e sul valore delle parole d’ordine in cui ha creduto per tutta la vita. Il primo tema non è certo nuovo per il cinema francese. Sautet, Deray, Tavernier, Corneau hanno spesso raccontato il tramonto di una serie di valori legati a una classe o a una condizione sociale. La novità è che qui, per la prima volta (almeno che io ricordi), a essere «seppelliti» sono i valori e i ricordi della classe operaia.
Cinema eminentemente borghese o piccolo borghese, quello francese ha raccontato con nostalgia e malinconia la filosofia quotidiana di chi vedeva le proprie radici e la propria cultura svaporare di fronte all’incalzare di nuove generazioni e di valori più aggressivi (Tre amici, le mogli e affettuosamente le altre, Garçon, Una domenica in campagna, Daddy Nostalgie). Oppure – ma non era molto diverso – il tramonto di un codice di comportamento (Flic Story, Codice d’onore). Qui Guédiguian trasferisce quel processo a una classe che, almeno al cinema, ne sembrava aliena e lo fa con una sofferenza e una consapevolezza che lasciano il segno.
Questo cambio di scena va però di pari passo con un inaspettato terremoto morale, perché al di là delle «giustificazioni» materiali che hanno spinto l’ex operaio al furto (e che nella seconda parte del film saranno al centro delle azioni dei vari personaggi), Michel si sente cadere addosso anche i valori in cui ha creduto per tutta la vita e che hanno guidato le sue azioni. Le recriminazioni violente e antisindacali di Christophe non sono solo l’aggressiva forma che può prendere la rabbia giovanile; sono il colpo definitivo (o quasi) che il mondo d’oggi scarica addosso a chi crede ancora in Jean Jaurès e nella sua idea di socialismo umanitario. Come appunto fa Michel.
Un doppio affondo, che Guédiguian racconta con due scene memorabili e tenerissime nello stesso tempo: quando Michel e Marie-Claire si interrogano, vedendo passare per strada delle coppie più giovani, sul loro imborghesimento e quando, sulla falsariga del poema di Victor Hugo Les pauvres gens, i due decidono un atto di solidarietà concreta e quotidiana, che non ha solo a che fare con le politica e il sindacalismo, ma con una visione dell’uomo più universale e profonda. Due scene commoventi e dolcissime, che da sole valgono la visione del film e che continuano a farci amare Guédiguian nonostante certe rigidità e certe nostalgie un po’ passatiste.
Di Paolo Mereghetti, da cinema-tv.corriere.it

Marsiglia. L’operaio Michel, fervente sindacalista, a causa della crisi economica viene licenziato attraverso l’estrazione di un biglietto. La sua vita però prosegue serena, grazie al benessere raggiunto negli anni, all’amore della moglie Marie-Claire, dei figli e dei nipoti. Ma l’idillio del quadretto domestico viene sconvolto da una inattesa rapina in casa. Fortuitamente Michel scopre l’identità di uno degli autori, Christophe, un giovane operaio licenziato insieme a lui; crolleranno le sue certezze sulla classe a cui appartiene e per cui ha lottato.
Il maestro marsigliese Robert Guédiguian, autore di capolavori come “Marius e Jeannette” e “Le passeggiate al Campo di Marte”, trae ispirazione da “Les pauvres gens” di Victor Hugo per raccontare con stile leggero e inusuale un dramma sociale ed umano di indubbio impatto, “Le nevi del Kilimangiaro”. Ciò che affascina è il clima disteso e dolce che si respira nel film nonostante la materia trattata, che per questo avvicinano “Le nevi del Kilimangiaro” a un’altra ottima pellicola uscita quasi in contemporanea, il fiabesco “Miracolo a Le Havre” del grande Aki Kaurismäki, che ha tra gli attori lo splendido protagonista di questo film, Jean-Pierre Darroussin. In entrambi i casi si tratta di un cinema etico, coraggioso, commovente, persino sconvolgente nel suo anti-manicheismo.
Nel film di Guediguian, sempre attento alle problematiche del proletariato così come l’inglese Ken Loach, non c’è né bene né male; c’è la crisi economica che impera implacabile, c’è il declino dei valori della classe operaia degli anni ‘70 e ‘80, c’è la liberazione dall’imborghesimento dei “privilegiati”e l’aprirsi ad una inaspettata solidarietà. Film sul confronto generazionale ed umano tra personaggi che, pur appartenendo allo stesso ideale, sono lontani anni luce: il più anziano ha raggiunto il benessere e la propria serenità personale nella sicurezza del focolare domestico, il più giovane vive il dramma di essere, a causa di un ingiusto sorteggio, senza lavoro e senza speranza.
“Le nevi del Kilimangiaro” (il titolo viene da una canzone di Pascal Daniel, presente nella pellicola) è un film inteso e toccante, non predicatorio e privo di facili moralismi, che racconta con credibilità e amore per i personaggi i profondi cambiamenti che ha attraversato una classe. Gli attori sono bravissimi (oltre al già citato Darroussin c’è la veterana Ariane Ascaride, fedele collaboratrice del regista) e la regia è luminosa, discreta e priva di qualsiasi virtuosismo, perché ciò che preme a Guediguian è che non si perdano di vista la vicenda e il suo lucido ottimismo, dove la rabbia e la vendetta vengono messe da parte per lasciar posto al reciproco aiuto e all’importanza del nucleo familiare.
Di  Alberto Leali, filmedvd.dvd.it

Il coraggio di comprendere la propria vita, in un tempo in cui è da tutti chiedersi “ma in che mondo viviamo?”. Il regista marsigliese, Robert Guédiguian (Le passeggiate del Campo di Marte, Marie-Jo e i suoi due amori, Marius e Jeannette, Il posto del cuore, Lady Jane, Le voyage en Arménie, L’armée du crime), torna a raccontarci un’altra storia drammaticamente sociale, ispirata dalla “Les pauvres gens” di Victor Hugo e accompagnata dalla canzone di Pascal Danel, quella che dà il titolo al film.
 La storia è molto semplice, di quelle a cui ci si è abituati quotdianamente. Tant’è che, nonostante il recente licenziamento, Michel trascorre una vita tranquilla e felice, insieme alla moglie, i figli, i nipoti, all’insegna di amici fidati e si lunga data, almeno fino a quando dei ladri non irrompono nella loro abitazione e, dopo averli picchiati, li derubano. Quando si viene a sapere che il colpo é stato organizzato da Christophe, un ex collega di Michel, licenziato insieme a lui, che deve mantenere i suoi due fratellini dopo che la madre li ha abbandonati, Michel e sua moglie decidono di prendersi cura dei fratelli di Christophe, sino a quando questi non esca dal carcere.
 Il dramma sulla disoccupazione e quindi sulla dolorosa perdita della dignità, che si accompagna ad una interessante riflessione sul perdono, sul desiderio/impossibilità di riscatto.
 Guédiguian ha confezionato un’opera in cui aleggia un clima lieve e gioioso, in cui c’è tempo e spazio per il sorriso, ma anche l’esigenza che qualcosa continui: è straordinario il modo in cui è evidente una sorta di seduzione della voglia di vivere da parte dei due coniugi operai, che vivono di quello che la vita gli ha dato, una casa che hanno costruito e la famiglia che hanno formato ed educato, nell’onestà e nella solidarietà. Alla maniera di tutto il cinema di Guédiguian, in cui protagonista principale è sempre una certa eticità delle cose e delle persone, ogni spazio, da quello delle case, a quello umano del cuore delle persone, è sempre accogliente: si tratta di porte, finestre, braccia e cuori spalancati sul mondo e sulla società. In questa tutti, ma soprattutto i proletari, vivono la loro fragilità, come erranti, ma tenaci cercatori, nel comprendere, poi, la generosità dei gesti e dei volti.
 Il regista francese si affianca daccapo ad un cast d’attori eccellenti, da Ariane Ascaride, allo straordinario Jean-Pierre Darroussin, i cui silenzi e sguardi spaesati commuovono, lasciando nell’animo dello spettatore vero disincanto e desiderio di riassaporare, nonostante tutto, quel sentimento comune di appartenenza ad un’umanità che si vuol bene, è capace di essere ancora ‘coraggiosamente’ solidale. Lo spiega lo stesso regista: “il coraggio significa anche farsi carico della propria vita a livello individuale, insistendo sul legame tra la vita individuale e quella collettiva, l’individuo e la società. Il coraggio non si esplica solo nell’ambito della collettività: il coraggio c’è anche nella vita quotidiana di ognuno, nel modo in cui la si affronta, la si mette in pratica, nella propria morale. Marie-Claire e Michel si dicono che devono fare qualcosa. Hanno passato una vita a fare battaglie collettive, ma ora si accorgono che non basta più”.
Di Giancarlo Visitilli, da cinerepubblic.it

L’inizio è folgorante: siamo al porto di Marsiglia, e un sindacalista estrae da un’urna dei nomi; venti uomini, che capiamo subito essere altrettanti licenziati. Tra questi lo stesso sindacalista, Michel, che non ha voluto approfittare della situazione e ha voluto rischiare il posto come gli altri compagni. Triste, ma circondato dall’affetto di moglie, figli e nipoti, Michel festeggia con l’amata Claire i trent’anni di matrimonio: e si vede che si amano davvero teneramente, e festeggiano volentieri la loro unione davanti a parenti, amici e colleghi (tra cui i 19 licenziati, ma alcuni conosciuti da Michel a mala pena). Il regalo di figli e amici è una cassetta piena di soldi per un viaggio in Africa (da qui il titolo del film, che riprende il titolo della canzone di Pascal Danel che fa da leitmotiv): soldi che fanno gola a qualcuno, che irrompe a casa loro mentre sono a cena con la sorella di lei e suo marito, amico fraterno di Michel. Picchiati e umiliati, senza i soldi dell’agognato viaggio, Michel e Claire sono abbattuti. Ma il peggio deve ancora venire, quando Michel – militante vecchio stampo, cresciuto nel mito del martire socialista Jean Jaurès – scopre che uno dei due ladri è uno dei licenziati; che oltre tutto è un bravo ragazzo, che tira su i fratelli piccoli abbandonati dai genitori. Ormai la denuncia però è partita. Il senso di colpa inizia a tormentare i due coniugi…
Con Le nevi del Kilimangiaro (incredibilmente piazzato fuori dal concorso principale a Cannes 2011) Robert Guédiguian torna sui luoghi dei suoi film più noti (Marjus e Jeannette, La ville est tranquille, Marie-Jo e i suoi due amori) in cui canta la povera gente di Marsiglia, come un Ken Loach francese e ancora più arrabbiato, per quanto anche lui alterni dramma e commedia con abilità. Dopo alcuni film di diverso taglio (tra cui Le passeggiate al Campo di Marte su François Mitterand), torna appunto ai temi più cari, del lavoro e dell’appartenenza politica spesso tormentata. E stavolta centra il suo capolavoro, con questo film ispirato al poema di Victor Hugo Les pauvres gens; grazie anche ad attori bravissimi, dalla personale “musa” Ariane Ascaride all’ottimo Jean-Pierre Darroussin, a Gérard Meylan già visto altre volte nella sua filmografia; e grazie a un taglio meno schematico e ideologico di altre volte.
Sono tanti i cambi di direzione di un film che sembra partire dal dramma della perdita del lavoro ma poi si orienta sulle perdite di certezze: per Michel e Claire, come per la sorella sotto choc e il cognato arrabbiato, quell’irruzione di due ladruncoli è un bivio, davanti al quale decidere che fare della loro vita. Nutrire sentimenti di vendetta o perdonare? Agitare un paternalismo per un ragazzo che, in prigione, rischia una condanna a 15 anni eppure non solo non si scusa ma provoca e sbraita la sua rabbia verso “compagni” ormai imborghesiti? Vivere nel senso di colpa perché, pur in difficoltà, sono più garantiti di poveri veri, giovani e senza garanzie (“abbiamo combattuto anche per loro e ci odiano perché abbiamo un auto e una casa”)? Ci sono spunti buoni anche per l’attualità, in una crisi che attanaglia l’Europa e l’Occidente da anni e su una sinistra in cerca di soluzioni per contraddizioni sempre più gravi e drammatiche. Ma il cuore del film è nella reazione che scatta di fronte ai due fratellini del ladro, abbandonati da una madre che non vuole essere tale e lasciati soli a se stessi. Quei due bambini sono un pungolo per la coscienza. Impossibile non commuoversi di fronte alle prima timide, poi sempre più certe iniziative di Claire e poi Michel verso di loro; e verso se stessi, come di chi riscopre un cuore che rischiava l’assopimento. 
Il merito di Guédiguian è di evitare retorica e facili scorciatoie: senza voler rovinare la sorpresa di un film che è intessuto di tanti piccoli scarti e colpi di scena, è da sottolineare come il regista francese non rappresenti una realtà edulcorata ma vera, in cui i tentativi anche buoni vengono frustrati, in cui a ogni passo sicuro sembra alternarsi uno più incerto. E il lieto fine che ha infastidito alcuni non è tale. Perché per due amici che capiscono e cambiano sguardo di fronte alla situazione vissuta, ci sono figli che non accettano la generosità imprevedibile e disinteressata di genitori che sembrano alieni. Ma sono tanto più umani di loro. E consapevoli che stare bene nella propria realtà è più vero, e li rende più felici, di una fuga in un viaggio esotico. Soprattutto, il film ci interroga su un fatto tanto evidente quanto misconosciuto: anche dalla crisi può nascere qualcosa di buono, per chi si gioca completamente. Iniziando a scoprire cosa vale davvero, senza temere rivoluzioni nella propria vita.
Di Antonio Autieri, da sentieridelcinema.it

La 64/a edizione del Festival di Cannes è stata particolarmente prolifica e tra i film notevoli che sono stati presentati Le Nevi del Kilimangiaro è sicuramente un gioiellino. Michel (Jean-Pierre Darroussin) ha appena perso il lavoro per un atto da lui considerato di equità sociale e vive felicemente insieme alla moglie Marie-Claire (Ariane Ascaride), circondato dall’affetto dei figli e degli amici più cari. Dopo anni di lavoro e di impegno politico come sindacalista, Michel può godersi il meritato riposo. L’armonia si spezza quando una sera, due uomini incappucciati, irrompono durante una partita di carte a casa di Michel e Marie-Claire, terrorizzando i loro ospiti Raoul (Gérard Meylan) e Denise (Maryline Canto), e rubando tutti i soldi che trovano in casa. Allo shock della rapina, si aggiunge la scoperta del fatto che il rapinatore è un ex collega di Michel. Ispirato alla poesia Les paure gens di Victor Hugo, questo ultimo film di Guédiguian riesce ad equilibrare in modo perfetto la parte poetica e cinematografica con l’argomentazione politica che affronta. Il regista marsigliese è tornato nel suo quartiere d’origine, l’Estaque, per fare il punto della situazione sociale, mettendo in scena il contrasto fra la generazione di Michel e quella successiva, in un periodo in cui esperti politici e sindacali hanno rilevato che siamo di fronte ad un arretramento, poiché è la prima volta nella storia che i figli rischiano di vivere peggio dei propri genitori. Il confronto generazionale si estende anche ad un’altra categoria di figli, quelli legittimi di Michel e Marie-Claire, che al contrario del giovane ex collega del padre, hanno perso la capacità di indignarsi e in un periodo di difficoltà preferiscono stare al caldo, per non perdere quel poco che hanno raggiunto. I veri figli non saranno in grado di comprendere la scelta che faranno i loro genitori, a metà strada tra il concetto di coraggio che Jean Jaurès esprime nel discorso ai giovani di Albi e la poesia di Victor Hugo, il cui finale è reso in maniera meravigliosa dalla macchina da presa. Una fotografia calda e serena, incorniciata dal mare e dal sole marsigliese, e un’interpretazione favolosa dei due protagonisti Ascaride e Darroussin, fanno di questo film un quadro imperdibile e attualissimo della nostra società.
Di Francesca Tiberi, da cinema4stelle.it

Pur avendo perso il lavoro, Michel vive felicemente con Marie Claire, la moglie e compagna di gioie, dolori e lotte politiche da 30 anni. Ci sono anche i figli con loro, e i nipoti, e gli amici: una grande famiglia con cui godersi un pizzico di tranquillità dopo una vita di sacrifici. E la coscienza pulita. L’irruzione di due rapinatori armati e mascherati frantuma armonia e sicurezza. Malmenati, legati e derubati, il disagio della coppia aumenta quando scopre per una fatalità che uno dei due rapinatori è il giovane Cristophe, ex collega di Michel, licenziato insieme con lui.
La classe operaia non esiste più. Se n’è accorto anche il cinema di Robert Guédiguian, talentuoso cineasta francese che ha sempre tenuto alto il vessillo del pugno levato al cielo. La società è cambiata e la sua mutazione ha spazzato via i serpentoni di colletti blu in uscita dalle maestose cancellate aziendali. E, insieme con loro, la coscienza di classe, la consapevolezza del ‘partito operaio’ di essere un’entità forte e capace di tener testa, lottando strenuamente, all’ingordigia del sistema capitalista. E allora, come racconta lo stesso Guédiguian, gli capita di rileggere il poema diVictor Hugo “Les pauvres gens” e di esser rapito dalla voglia di portarlo al cinema. Il componimento racconta di un pescatore bretone vissuto nell’Ottocento, ovviamente il soggetto e la sceneggiatura si adeguano ai tempi e insieme con Jean-Louis Milesi, che ha steso lo script con il regista, Guédiguian partorisce Michel e Marie Claire, l’ultimo avamposto di una coscienza operaia consapevole del valore e del significato della propria appartenenza, ma coinvolta/travolta dai venti del cambiamento. 
Le gru, i portuali di Marsiglia e il quartiere d’origine del regista, L’Estaque, diventano location ideale per sciorinare una novella affascinante che mette alla prova la coerenza di una coppia affiatata sia nell’amore che nella lotta sindacale, lato sensu. Michel e Marie Claire subiscono la violenza della rapina che brucia ancor di più quando scoprono che è ‘uno di loro’ ad aver commesso il fatto. Dopo un istintivo moto di rivalsa che passa dalla denuncia di Cristophe alle forze dell’ordine, però, la questione muove paradossalmente altre corde. Eh sì, perché si scopre che il giovanotto ha due fratellini più piccoli a cui badare e che col bottino di quella rapina ha pagato il loro sostentamento. All’orizzonte fa capolino madame coerenza, insieme con fratello perdono e sorella solidarietà. I protagonisti, che scoprono di aver abbandonato sogni, utopie e ideali ‘battaglieri’ per accomodarsi sulla poltrona di un’esistenza tranquilla, sapranno essere coerenti con 30 anni di idee gridate e manifestate a tutto cuore? La risposta verrebbe tacciata come spoiler e non la sveliamo, ma il segreto della bontà e della riuscita di questa pellicola francese sta proprio nel quadro che riesce a tratteggiare la risposta di Michel e Marie Claire: coinvolgente, toccante, fortemente realistico e profondamente ingenuo.
Di Maria Pia De Rango, da film-review.it

e nevi del Kilimangiaro,  la crisi ridefinisce l’assetto sociale – Michel (Jean-Pierre Daroussin) è un rappresentante sindacale di lunga data nel cantiere navale in cui lavora da una vita: non accettando favoritismi, finisce nella lista da cui tirare a sorte gli operai da mandare in cassa integrazione. 
Tra i nomi estratti c’è anche il suo, addio lavoro. Michel può comunque godersi una casa e una bella famiglia, con due figli e tre nipotini. E può anche festeggiare trent’anni di amore con la moglie Marie-Claire (Ariane Ascaride), compagna di tante battaglie politiche: per l’occasione, i figli e gli amici fanno alla coppia un regalo di gruppo, un viaggio in Tanzania, “sotto le nevi del Kilimangiaro”. La vita di Michel e Marie-Claire, tuttavia, sarà sconvolta quando vengono aggrediti nella propria casa da brutali malviventi. Michel vuole giustizia, ma scopre che uno dei rapinatori è un giovane operaio, suo ex collega, rimasto senza lavoro: con i soldi della rapina ha pagato l’affitto dell’appartamento, dove vive prendendosi cura di due fratellini…
Le nevi del Kilimangiaro è diretto da Robert Guédiguian: la trama è ispirata alla poesia Les pauvres gens di Victor Hugo e dalla canzone diPascal Danel che dà il titolo alla pellicola, “un titolo che suggerisce il vasto mondo, mentre in realtà ci troviamo a l’Estaque” spiega il regista. Un bel film che riesce a parlare della crisi e della disoccupazione toccando le corde giuste, con rara grazia e senza mai scivolare nell’artifizio. Guèdiguian analizza il tessuto sociale contemporaneo, in cui una massa inconsapevole di nuovi poveri ha rimpiazzato la classe operaia. Lo stesso regista sottolinea, parlando dello shock subito dai suoi protagonisti durante la rapina in casa: “Vengono presi letteralmente a botte, ma ricevono anche una botta morale. Quello che gli capita in quel momento è per loro assolutamente impensabile. Vengono aggrediti da uno di loro, e questo li distrugge intellettualmente rispetto a ciò per cui hanno sempre lottato. È una cosa insopportabile per loro che sono riusciti a conquistare quel poco che si riesce, o meglio si riusciva, a conquistare alla fine di una vita di lavoro. Tutti gli esperti politici e sindacali hanno rilevato questo fatto: siamo di fronte a un arretramento. È la prima volta nella storia che siamo confrontati a una generazione che rischia di vivere peggio dei propri genitori”.
Di Carla Paulazzo , da mauxa.com

Robert Guédiguian dirige un film con una fortissima impronta di impegno politico prendendo spunto da Hugo e regalandoci una storia vera e commovente. Riportando in auge il più classico gusto europeo per l’intellettualismo politico e il cinema didascalico, il regista racconta con ritmo puntuale e con genuino ‘realismo’, la vicenda di una coppia che ha radicato la propria vita sui principi della lotta operaia e della ricerca della giustizia sociale, ma che affronta un evento che mette in crisi questi ideali. Ricercando alle radici di queste scelte il principio che le muove, riescono a prendere la scelta più coraggiosa che li pone in contrasto con tutto ciò che li circonda: l’affetto dei figli, la compagnia degli amici, e l’imborghesimento’ che li ha pian piano conquistati nel corso degli anni. 
Il regista sceglie di non puntare al virtuosismo e al manierismo autoriale oltreoceano e preferisce lasciar parlare la storia piuttosto che interferire e rischiare che la verità immacolata della trama venga macchiata da qualsivoglia forma di espressionismo. 
Da vedere assolutamente. 
Di Matteo Brufatto, da recensioni.35mm.it

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