L’ARTE DI VINCERE


Chi quello sport lo conosce davvero bene, lo ripete strenuamente da anni. 
Il baseball è davvero lo sport americano per eccellenza, metafora della storia e del carattere del paese, della lotta testarda per la conquista del territorio, della necessità inconscia di crearsi leggende e mitologie, una storia solida e comune. 
Anche per questo tanti sono stati i film a stelle e strisce incentrati su questo gioco. Ma nessuno, prima d’ora, era stato in grado di mostrare con altrettanta efficacia il legame antropologico e culturale, identitario, tra Baseball e America come L’arte di vincere. 
Paradossalmente, ma non tanto, non un film sul baseball, ma un film col baseball. Che il baseball lo esalta travalicandolo, senza mai mostrarlo. Un film che, attraverso una vicenda eminentemente sportiva, seziona con morbida precisione l’etica (protestante) e la politica della società statunitense. 
Grande parte del merito della riuscita dell’operazione va allo sceneggiatore Aaron Sorkin, qui coadiuvato da un altro nome importante della scrittura cinematografica americana come Steven Zaillian. Partendo dal libro firmato dal giornalista Michael Lewis “Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game”, Sorkin ha compiuto sulla storia (vera) del General Manager degli Oakland Athletics la medesima operazione effettuata su quella di Mark Zuckerberg in The Social Network: ha osservato una parabola di vita, l’ha scomposta in dati quintessenziali e l’ha infarcita di uno sguardo ampio e approfondito in grado di dargli significati che travalicano l’esperienza soggettiva di un singolo e la rendono archetipica. 
E, con buona pace dei fan, qui il baseball è fondamentale solo a livello ideologico e metaforico (nonché, ovviamente,  romantico), mentre la pratica sportiva ha in fondo la stessa identica rilevanza che avevano i codici informatici nel film di David Fincher: ovvero nulla.
Ma lì come qui, la scrittura di Sorkin soprende, intriga, arrovella. 
E cattura lo spirito di un protagonista nel profondo, legando lo spettatore a doppio filo alle sue vicende e ai suoi stati d’animo. 
Ecco che allora la storia de L’arte di vincere e di Billy Beane è quella universale e profondamente americana di un riscatto, di un atto di fede cieco e appassionato, di una scommessa esistenziale da vincere moralmente con compostezza attraverso la sofferenza e l’apparente sconfitta, senza che le luci del trionfo arrivino mai ad abbagliare le idee e la determinazione. Beane come l’ultimo degli eroi solitari del West. 
Come Beane e il suo braccio destro Peter Brand hanno rivoluzionato le leggi di uno sport che sembrava immutabile nel suo pensiero dominante con un “semplice” cambio di prospettiva dirigenziale, attraverso un eresia che non stravolgeva davvero le fondamenta di quella che in Bull Durham veniva definita “la Chiesa del baseball”, così Sorkin e Zaillian hanno stravolto quelle del cinema sportivo, rispettandone tutti gli immancabili cliché strutturali ma cambiandoli regolarmente di segno o di tono. Reinventandoli senza negarli. 
Come l’ossessione razionalista per i numeri e le statistiche dei suoi due protagonisti non nega mai l’emotività, il dubbio, il fattore umano, così L’arte di vincere, portato avanti con impeccabile e classica eleganza registica da Bennett Miller, procede testardo non con freddezza ma con una pacata compostezza che solo a tratti si squarcia lasciando trapelare la passione, commovendo e conquistando. 
Brad Pitt e Jonah Hill sono una coppia perfetta di interpreti: ha fatto bene il primo a rimanere testardamente legato al progetto, nonostante abbia attraversato anni di complessa preparazione, ché questo è forse il suo ruolo migliore, redfordiano e senza inutili retoriche.
Di Federico Gironi, da comingsoon.it

Gli Oakland Athletics sono una buona squadra di baseball che però non può competere con i budget stratosferici di squadre come ad esempio i New York Yankees. Quando al termine di una buona stagione il general manager Billy Beane si vede portar via i suoi tre migliori giocatori, la loro sostituzione diventa impossibile, soprattutto con i pochissimi soldi a disposizione. A questo punto però Beane incontra Peter Brand, giovane laureato in economia che gli dimostra come si possa costruire una squadra vincente basandosi sulle statistiche invece che sui nomi altisonanti. Beane abbraccia la filosofia del ragazzo e rifonda la squadra con nomi sconosciuti o apparenti scarti, lasciando basiti tutti i collaboratori degli Oakland Athletics, compreso l’allenatore Art Howe. All’inizio le cose non sembrano funzionare, ma pian piano il “sistema” messo in piedi da Beane Brand comincia a dare frutti insperati… 
L’idea giusta nell’uomo sbagliato. Così potremmo sintetizzare l’idea portante de L’arte di vincere, seconda regia di Bennett Miller presentata al Toronto Film Festival. Questa è la bellezza intrinseca del personaggio principale, Billy Beane, interpretato alla perfezione da Brad Pitt: un uomo che è stato sconfitto come giocatore dal sistema vigente nel mondo del baseball e che da dirigente tenta con ogni mezzo di cambiarlo quando ne vede la reale opportunità. Una figura tutt’altro che eroica quella tratteggiata dalla penna di Steven Zaillian e Aaron Sorkin e per questo molto interessante: Beane è ossessionato dal suo lavoro, anche nel successo continua inconsciamente a sentirsi uno “sconfitto” – non guarda mai le partite allo stadio, sente dentro di sé di non portare fortuna alla squadra – e lo spirito di rivalsa che lo attanaglia non è ben chiaro neppure a lui. La star, colonna portante del film, gli regala carisma e anche una certa dose di ambigua rabbia repressa, che ad esempio viene sfogata dal costante assaggiare ogni cosa che gli capita a tiro. Accanto a Pitt un efficacissimo Jonah Hill, dopo Cyrus nuovamente alle prese con un ruolo soltanto incidentalmente comico. Utilizzato con poca sapienza invece Philip Seymour Hoffman, eccessivamente sacrificato nella parte dell’allenatore Howe.
L’idea di fondo de L’arte di vincere è molto forte, oseremmo dire “politica” nel senso inteso più ampio del termine, così come lo concepisce Aaron Sorkin: un sistema correttamente eseguito e basato sull’interazione di un gruppo di individui può essere più valido del singolo che eccelle. Miller mette in scena questo messaggio e gli uomini che tentano di renderlo verità con ottima professionalità, aiutato dalla fotografia elegante di Wally Pfister. 
L’arte di vincere non deve essere confuso per un semplice film sportivo, quando invece è una storia basata su chi resta nelle retrovie e vede lo sport come comunità, spinta etica, ideale raggiungimento dell’eccellenza. La visione del baseball che il film ci propone è molto interessante, per niente scontata, e dietro di essa ovviamente c’è l’America come ognuno vorrebbe che fosse. Magari anche ferita e rabbiosa, ma sempre disposta a credere nel miglioramento collettivo.
Di Adriano Ercolani, da mymovies.it

Lo sport come metafora. Ancora una volta. Lo sport più americano che c’è, il baseball, e la voglia di vincere. Sul campo e nella vita, ma in modo diverso.
Il baseball, ovvero il simbolo di un paese, della sua storia, del suo carattere. 
L’anima del popolo statunitense si rispecchia in pieno nel suo sport nazionale: stessa attitudine alla lotta per la conquista di qualcosa, stessa propensione alla creazione di miti.
Grandi film americani hanno finora raccontato la storia di campioni del baseball e non è un caso. Da Bull Durham con un Kevin Costner nei panni di un campione sul viale del tramonto che divide il campo (e una donna) con l’astro nascente Tim Robbins, a Il migliore con un Robert Redford d’annata. Ora il testimone passa a Brad Pitt chiamato non per il ruolo di qualche campione acclamato dalle folle di stadi in delirio ma a vestire i panni di un General Manager “sui generis”.
Questa volta, dicevamo, si racconta una storia diversa: per toni, atmosfere, messaggi.
L’arte di vincere è basato sulla storia vera di Billy Beane (Brad Pitt). Ex giocatore di baseball con tante delusioni e fallimenti alle spalle, Billy si dedica ora al management. Durante la stagione 2002, deve fronteggiare la difficile situazione della sua squadra, la Oakland A’s, che ha perso i suoi giocatori migliori passati ad altri club dietro l’offerta di guadagni stellari. Costretto a rifondare la squadra con un budget molto più basso dei diretti avversari, Billy cerca di cambiare il sistema con nuove idee prese al di fuori del mondo del baseball. Colpito dalle singolari teorie del giovane economista fresco di laurea Peter Brand (Jonah Hill), lo assume come suo consigliere personale. I due inaugurano un nuovo sistema che mette insieme l’esame di ogni dettaglio nella scelta dei giocatori grazie ad analisi statistiche computerizzate mai utilizzate nel baseball. Sulla base di innovative teorie, ricercano giocatori ormai dimenticati per diverse ragioni: perché troppo strani, perché ritenuti troppo vecchi, reduci da infortuni o difficili da gestire. Secondo le convinzioni di Peter, questi giocatori possiedono ancora potenzialità sottovalutate. I nuovi metodi di Billy e Peter irritano il vecchio team di consiglieri della squadra, i media, i tifosi, ma soprattutto l’allenatore Art Howe (Philip Seymour Hoffman) che continua a seguire le sue idee e si rifiuta di collaborare. Sulle prime fallimentare, l’esperimento porterà a un risultato che darà a Billy una nuova consapevolezza del suo potenziale, non solo come manager sportivo ma anche come uomo.    
“Una classica storia di perdenti” così Brad Pitt ha sintetizzato l’anima del film, la storia di uomini che vanno contro qualcosa di grande, un sistema imprigionato da dure regole di mercato. Rivalutare ciò che è sottovalutato, giocatori, strategie, tattiche, attraverso l’uso di analisi statistiche (un’idea che, per la cronaca, risale allo storico esperto di baseball Bill James che ha coniato il termine di “Sabermetrica”). Una storia di nuove visioni, del proprio lavoro, ma anche della propria vita.
Basandosi sul libro di Michael Lewis del 2003 sceneggiato da Steven Zaillian (Oscar per la sceneggiatura di Schindler’s List) e Aaron Sorkin (statuetta per la sceneggiatura di The Social Network), il regista Bennett Miller (già candidato all’Oscar per la regia di Capote) realizza un film che ha il pregio di suonare una musica nuova, ridefinendo l’immagine del successo. Gran parte del merito va dato al protagonista, un Brad Pitt (qui anche produttore) dal volto nuovo che, con coraggio e talento, indossa i panni di un “perdente”, un uomo che sfida un sistema e che arriva a cambiare le regole del gioco ma soprattutto desideroso di dare un vero significato a quello che sta facendo. La sua è una vittoria silenziosa e personale. Una visione del baseball “romantica” (“Come si fa a non essere romantici col baseball?” ripete più volte Billy inebriato dal suo vittorioso “nuovo corso”), crepuscolare, quasi intima e profondamente sofferta: non si urla, non si portano eroi in trionfo, non si stappano bottiglie ma, cosa ben più importante, si prende coscienza dei propri mezzi e delle proprie potenzialità. 
“Voglio che valga qualcosa” dice Billy Beane dopo aver ottenuto un record di vittorie di fila. Già, “deve” valere qualcosa in fondo. Altrimenti che partita è la vita che viviamo?
Di Elena Bartoni , voto10.it

Sembra il solito film molto american-dream sulla squadra sportiva sfigata che poi si riscatta e vince. Gli ultimi saranno i primi. Potete tutti farcela se volete. Ma il film cambia sotto i nostri occhi e si fa via via più sottile, diventa l’elogio del pensiero differente, del guardare al mondo secondo nuovi paradigmi. Un film di muscoli e sudore che è in realtà un film di idee. Bella e mai piaciona interpretazione di Brad Pitt (anche produttore), giustamente nominato all’Oscar.
Sei nomination all’Oscar, comprese quelle di prima fascia per Brad Pitt miglior protagonista, per il miglior film e la migliore sceneggiatura non originale. Incassi in patria non stratosferici, ma parecchio buoni per un film di medio budget senza l’appeal degli effetti digitali, un’ottantina di milioni di dollari destinati a salire un po’ per l’effetto Oscar. Brad Pitt, anche produttore, ha visto giusto, anche se non è il caso di strillare al capolavoro, cosa che questo Moneyball non è. Però un degnissimo prodotto sì, in grado di dire e di darci qualcosa di non così banale. Eppure, la storia sembra già vista mille volte nel cinema born in Usa, quella di uno sfigato team sportivo – in questo caso una squadra di baseball – che dagli inferi sale inaspettatamente ai vertici grazie a un quid (dedizione, genialità, impegno disumano, altro) che fa da propellente e detonatore al miracolo. Gli ultimi saranno i primi, letteralmente. Il sogno americano spiegato alle masse, anche del resto del mondo, attraverso una esemplare parabola sportiva. Tutti potete farcela, basta che lo vogliate. Sì, sembra tutto déjà-vu e anche fintissimo, invece è successo tutto davvero, e L’arte di vincere ne è il resoconto abbastanza fedele. Dunque, Billy Bean (Pitt) è il manager di una squadra di baseball californiana, gli Oakland A’s (sta per Athletics), che – siamo nell’anno 2002 – giace al fondo della classifica del campionato nazionale. Non ci sono soldi, presidente e manager sono costretti a vendere i migliori e comprarsi gli scarti rimasti sul mercato. Un infernale circolo vizioso che li sprofonda sempre più giù. Pare non ci sia speranza, che non si possa fare altro che rassegnarsi a guardare gli altri dal di sotto in su. Ma Billy Bean è uno che qualche conto aperto con l’ha vita ce l’ha, e non ci sta a darsi per sconfitto. Già ha fallito come giocatore – era una promessa, tutti lo davano come futuro campione e invece tonfo – ora, benchè a capo di una squadra sfigata, vuole il riscatto. Un giorno per caso incontra un ragazzotto obeso con l’aria ultranerd benché incravattato e incamiciato (Jonah Hill, anche lui in nomination Oscar come best supporting actor) che, laureato a Yale in economia, ha messo a punto un sistema di calcolo per valutare le prestazioni dei vari giocatori e un modello per il loro utilizzo ottimale. Tabelle, percentuali, dati incrociati, statistiche sui colpi messi a segno e la velocità. Il baseball radiografato e ridotto a modello matematico di rarefatta, intangibile, disincarnata bellezza e perfezione. Non ci crede nessuno alla sua efficacia, però Billy sì, ci crede, e decide di ingaggiare quel geniaccio e di portarselo a Oakland. Applicare il Moneyball, così si chiama la nuova dottrina digitale, non sarà facile, perché vuol dire sovvertire gli schemi mentali e tecnici consolidati, distruggere la convenzione, andare contro tutti, contro il team di consulenti e soprattutto contro l’allenatore (un panciuto e al solito bravissimo Philip Seymour Hoffman, che ha accettato questo ruolo collaterale probabilmente per amicizia nei confronti di Bennett Miller, il regista che l’aveva diretto in Capote portandolo all’Oscar). Agire secondo la logica di Moneyball vuol dire rifare tutto, andarsi a comprare con i pochi soldi che ci sono i giocatori che nessuno vuole più, quelli che si sono rotti e mai più riaggiustati bene, quelli sul viale del tramonto e anche oltre, quelli che bevono e vanno troppo a donne. Però il ragazzo venuto da Yale li ha tutti analizzati e ha trovato in loro una qualità speciale che gli altri non hanno notato o hanno sottovalutato. Allora, li si compra a niente, li si utilizza solo per quello che sannno fare molto bene e non per quello che non sanno fare, e il dream team può prendere vita. Mica facile però passare dal modello digitale alla pratica, e alla vita. Billy deve ricorrere a ogni mezzo per farla trangugiare all’allenatore, il quale si ostina a mettere in campo chi vuole lui. Infine la nuova squadra è varata, e potete immaginare come va, giusto? Gli inizi sono disastrosi, ma poi c’è il decollo, e gli Oakland A’s azzeccanno una striscia di vittorie che li porta nella storia. Noi intanto, che di baseball capiamo niente e non sappiamo a cosa servano le basi e cosa siano gli innings e quelle palle che vanno in tribuna cosa mai saranno?, noi insomma fatichiamo un attimo a capire l’entusiasmo del popolo americano, soprattutto dei blue collars, per questo sport così inafferrabile, ma tant’è. Apprendiamo però di striscio parecchie cose su quel business, ad esempio che un giocatore mediamente pagato guadagna 8 milioni di dollari l’anno, molto, molto di più di celebrati campioni del nostro campionato di calcio, e noi che ci lamentiamo e scandalizziamo, cosa mai devono dire là? Che i giocatori possono essere venduti e spediti in un’altra squadra dal mattino alla sera, senza che sia necessario il loro consenso, cosa che qui con i nostri calciatori e il vigilante sindacato dei calciatori sarebbe impensabile (e la scena di Billy Beane che tratta al telefono con venditori e acquirenti di assi e scarti del baseball è una delle più belle del film, con tempi perfetti, frutto di un gran lavoro di dialogo e sceneggiatura in cui si sente forte e netta la mano del grande Aaron Sorkin). Ma a tirare fuori il film dalle secche del già visto e dal genere codificato del perdente-che-vince è il personaggio di Billy Beane, complesso anzichè no, stratificato, non così simpatico, corroso dal senso di sconfitta e invasato dell’ansia di riscatto, cui Brad Pitt aderisce completamente, e lo fa senza cadere, lui, la star di tutte le star, nel minimo piacionismo. Il Billy di Brad è brusco, ombroso, nervoso, convenzionale solo nelle scene con la figlia che ci potevano anche essere risparmiate. Gran bella interpretazione, nomination meritata (però c’è anche l’amico George Clooney in corsa, mannaggia), in un anno in cui Pitt è stato formidabile anche come padre autoritario nel capolavoro The Tree of Life by Terrence Malick. Onore a Brad, che non segue l’onda e sceglie film e parti mica facili, e ci mette sempre la faccia e anche i soldi. Ma l’uomo vincente di questo L’arte di vincere credo sia Aaron Sorkin, che co-firma lo script insieme a Steven Zaillian, Sorkin che  l’anno scorso vinse l’Oscar per la strepitosa sceneggiatura di The Social Network e anche stavlta è nominato per questo Moneyball, e capace di mettere a punto dialoghi scintillanti senza rinunciare alla profondità e all’intelligenza. È lui, immagino, a far virare il film dal genere perdente-che-vince verso qualcos’altro, verso il film di idee, tessendo senza quasi che ce ne accorgiamo un sottile ma robusto elogio del pensiero differente, laterale, degli uomini che hanno il coraggio di una visione altra e diversa. Per questo L’arte di vincere sembra un film sullo sport, ma non lo è.
Da luigilocatelli.wordpress.com

Qual’è il tuo vero valore? L’arte di vincere è la vera storia di una squadra di baseball data per spacciata ma, soprattutto, una magnifica metafora sulla vita di chi da sempre è considerato perdente… e, invece, non lo è!
Dopo aver giocato per molti anni tra le fila degli Oakland Athletics, Billy Beane (Brad Pitt) diviene il general manager della squadra di baseball che al momento langue economicamente. Intenzionato al raggiungere il miglior risultato con la minor spesa possibile, l’uomo elabora un rivoluzionario metodo per scegliere i giocatori da acquistare e inserire nella rosa da schierare in campo. Attraverso il ricorso a modelli matematici e statistici e l’aiuto di Peter Brand (Jonah Hill), Billy in poco tempo rivoluzionerà il modo del baseball, nonostante la diffidenza di chi lo ha preceduto e il timore di chi lo circonda.
Tratto dal romanzo Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game diMichael Lewis, L’arte di vincere è basato sulla storia vera di Billy Beane. Diretto da Bennett Miller con sceneggiatura di Steven Zaillian (Millennium – Uomini che odiano le donne) e Aaron Sorkin (The Social Network), interpretato e prodotto da Brad Pitt, L’arte di vincere è molto di più di una storia sul baseball, si tratta di un classico della cinematografia sportiva, una ‘underdog story’, come si usa dire a Hollywood: la storia di un perdente che con un’idea fuori dal comune e lavorando sodo ottiene comunque il successo. Brad Pitt che non ama particolarmente il baseball è rimasto affascinato dal libro – che girava da parecchio tempo sulle scrivanie di alcuni produttori hollywoodiani – e ha deciso di dare vita a questo progetto. “Non ci capisco nulla di baseball – ha affermato la star – sono un grande sportivo ma preferisco altre discipline ma l’importante è che questo è il racconto di come in un momento di difficoltà si sia costretti a reinventare se stessi e di come la gente valuti il successo e il fallimento. Questa è anche la garanzia che chi, come me, non sa nulla di baseball troverà estremamente interessante Moneyball”. “Amo questo film – ha continuato Pitt – perché è una storia vera, quella di un giocatore e della sua squadra che devono fare i conti con i budget miliardari di altri team. E questo è il punto della vicenda: quando ti rendi conto di non giocare una partita alla pari, così inizi a sfruttare le risorse che hai per stare al passo con gli altri. Questa è una magnifica metafora della vita, succede sempre, tutti i giorni. Quello che noi consideriamo inutile o poco importante può diventare indispensabile per altri che non hanno niente. Con il lavoro che faccio ho incontrato moltissimi giovani di talento che non hanno avuto la loro opportunità perché non avevano le conoscenze giuste. Oggi però sono più ottimista, come avviene nel film, dove grazie al personaggio interpretato da Jonah Hill, il mio Billy riesce a trovare una soluzione… Attualmente attraverso le nuove tecnologie molti artisti riescono a farsi conoscere ugualmente, l’industria è diventata più globale e permette l’emergere di nuove persone”. Moneyball che è stato presentato al Festival di Toronto, lo scorso settembre, ha ottenuto un’ottima accoglienza sia da parte della critica americana che dal pubblico. “Ne sono veramente orgoglioso – conclude Pitt – è un film al quale tengo moltissimo e che mi auguro possa far capire che il valore di ognuno di noi non ha nulla che vedere con il denaro”.
Da primissima.it

«È incredibile quante cose non conosci del gioco che hai giocato tutta la vita». Perché il silenzio di uno stadio vuoto parla di tutto tranne che di palline in volo. Le squadre vincenti, gli hot dog, i giocatori scartati per un preconcetto, i tifosi che contestano-amano-soffrono, il valore di una scelta e l’ingiustizia del gioco; son tutte cose che vengono dopo. Prima c’è solo Brad Pitt, seduto sugli spalti nel silenzio del diamante, mentre offre la migliore interpretazione della carriera al ruolo di Billy Beane, General Manager degli Oakland Athletics che ha cambiato la faccia del baseball rivoluzionando le regole degli ingaggi con l’aiuto dei calcoli di un neolaureato. In testa ha una sconfitta, in bocca una frase: «È un gioco ingiusto, siamo donatori di organi per i ricchi, è dura da mandare giù. Fai un lavoro al meglio, scopri i giocatori, li fai giocare bene, poi arrivano gli altri che te li portano via e vincono il campionato. Chi non vorrebbe uno sport in cui non ci sono più i potenti e tutti possono giocarsela per vincere?».
Con le sue sei nomination – film, sceneggiatura, attore protagonista e non protagonista, montaggio e montaggio sonoro – L’arte di vincere (Moneyball in originale, come nel libro di Michael Lewis) si propone come l’outsider della corsa all’Oscar dietro ai favoriti The Artist, Hugo Cabret e Paradiso amaro. Alla sua seconda regia dopo Capote, Bennett Miller incappa in un storia vera e in un’ancora più incredibile sceneggiatura a firma di Aaron Sorkin (Oscar per The Social Network) e Steven Zaillian (Oscar per Shindler’s List), entrambi già in Golden Globe per questo script. L’idea è quella di non fare il classico film sportivo con tanto di crescendo e trionfo finale, ma usare la disciplina popolare come metafora di purezza e sporcizia del sogno americano. Non un racconto sul baseball, quindi, ma direttamente sulla società, la crisi economica, la fermezza morale, il rispetto dell’ideale, la ferocia crudele dell’ambizione, la capacità di giudizio sulle persone e in ultima istanza il sogno, senza passaggi astratti o freddamente simbolici.
Brad Pitt regge con notevoli cambi di tono le sequenze rese incalzanti dal montaggio e dalla cadenza dei dialoghi in pure stile Sorkin; sembra di tornare alle battute dell’incipit di The Social Network. Anche L’arte di vincere si riempie, infatti, di discussioni (le riunioni in cui si decidono acquisti e cessioni dei giocatori), litigi (un clamoroso ingresso di Pitt nello spogliatoio dopo una sconfitta), momenti di fiducia e altri di di tradimento. La sceneggiatura è molto precisa, quasi tecnica, nell’approfondimento dei dettagli, ma allo stesso tempo non allenta la presa sullo spettatore, coinvolgendo allo stesso modo l’appassionato e il profano del baseball. Con l’aggiunta del particolare poetico speso sempre al momento giusto: il dettaglio di una pallina in mano, i silenzi di Brad, un nome messo controvoglia sulla lavagna o una foto tenuta dentro la cornice per troppo tempo.
Diventa difficile anche scendere nell’analisi di una singola sequenza perché Bennett Miller tiene un livello sempre molto alto. Specie nella prima ora, quando L’arte di vincere colloca una storia dietro ad ogni nome e incastra una scena dopo l’altra con sorprendente ritmica di sorprese e emozioni. Poi inizia il campionato e la linea della commedia incontra la minaccia dell’insuccesso, con compromessi e amarezze commoventi. Fino all’uso pulsante del volume nella partita conclusiva, che fare dire al telecronista: «Come si può spiegare tutto questo?!». Un cuore che batte, Billy. Un cuore che batte.
Di Michele Zanlari, da parmaoggi.it

Molti lo scambieranno solamente per un film “sportivo”, una pellicola sul baseball che arriva dagli Usa, di fatto irricevibile da qualsiasi altro pubblico al di fuori della patria. Non è così. A provarlo basterebbe la sequenza della partita decisiva, che qui è spezzata in un anti climax, fugace apparizione di ombre, osservata da un costernato Brad Pitt all’interno degli spogliatoi. “Moneyball” è un’opera speculare e gemella al “The Social Network” di Fincher, non solo perché firmata da uno degli sceneggiatori (Aaron Sorkin) di quel film, ma poiché ne prosegue la disamina, complessa e pessimista, sulle tante sfaccettature del Sogno americano, sul progresso e l’avanzare del capitalismo. “Come si fa a non essere romantici con il baseball?” si chiede uno dei protagonisti del film. Eppure la pellicola di Bennet Miller (regista dell’ottimo “Truman Capote – A Sangue Freddo”) pare interrogarsi su un presente in cui il romanticismo e i sentimenti hanno abbandonato lo sport così come ogni altro ambito dell’agire umano. 
“L’arte di vincere” dice il titolo italiano, ma forse sarebbe più corretto “La scienza di vincere”, perché è proprio così che il general manager Billy Beane-Brad Pitt (ottimo), aiutato dallo scaltro analista Peter Brand-Jonah Hill (sorprendente in un ruolo sommesso e impacciato) cerca di mettere in piedi la sua squadra “perfetta”. Con l’ausilio di un software per computer che calcola la percentuale di basi raggiunte da tutti i giocatori della Major League, Beane riesce a massimizzare le ristrettezze del budget della propria squadra, scandalosamente inferiore a quello di altri team, utilizzando giocatori aprioristicamente scartati e sottovalutati da altri per deficit fisici o comportamentali. E questo nonostante opposizioni e sberleffi di colleghi e amici. “Dobbiamo comprare vittorie, non giocatori” gli consiglia il giovane statista, e difatti Beane ha l’intuizione giusta, comprende che il gioco può essere frutto di un calcolo, di una previsione matematica. Nell’agire del GM degli Oakland’s Athletics si nascondono i germi di un nuovo modo di intendere lo sport e il futuro, così come in quello di Zuckerberg e i suoi amici nerd, forse inavvertitamente e involontariamente, si profilava una nuova concezione del capitalismo globale. “Adattarsi o morire”, come sentenzia Beane ad un certo punto. E le altre squadre hanno seguito il suo esempio a ruota.
Il film di Miller sfugge al contempo ai classici meccanismi del biopic, concentrandosi pochissimo sul lato umano e “privato” dei suoi protagonisti. Beane come il suo aiutante Brand sembrano vivere solo per il loro lavoro, costantemente impegnati sul campo da gioco o in angusti uffici trattando la compravendita di nuovi giocatori con altre squadre. Non ci è dato sapere molto sulla loro vita o il loro passato. Beane ha un divorzio alle spalle e una figlia che vede qualche volta, ma il suo volto rassegnato e i suoi occhi esplicano più di tante immagini. “Moneyball” è un racconto di formazione adulto e privo di sensazionalismi, in cui si impara a convivere con sé stessi e con il fallimento. Il fallimento nei propri affetti, nella propria carriera da battitore, il fallimento nel vedere la propria squadra perdere poco dopo aver assaporato il gusto della vittoria. “Sei un perdente papà” canta la figlia a Billy nel finale. Ma noi, come il protagonista, siamo consapevoli che la Storia e il presente, si sono formati anche grazie alle intuizioni di “perdenti” come Beane o nerd antipatici come Zuckerberg.
Proprio perché esigente e anti spettacolare “L’arte di vincere” potrebbe non incontrare né i favori del pubblico né quelli dell’Academy (è candidato a sei Oscar importanti), ma è una pellicola di rigore classico (bellissima anche la fotografia di Wally Pfister e le musiche intimiste di Mychael Danna, su cui svetta il brano “The Mighty Rio Grande” della band post rock This Will Destroy You) che cresce sottopelle e resta.
Di  Alex Poltronieri , da ondacinema.it

L’arte di Vincere – Moneyball racconta di un sogno, di una scommessa fatta contro un sistema solido e chiuso, di un uomo coraggioso che voleva più della vittoria, voleva stravolgere il suo mondo, quello del baseball. Moneyball è la storia di Billy Beane che nella stagione del 2002 è stato general manager degli Oakland Athletic’s e si è trovato a dover rifondare la squadra senza soldi e con tre dei giocatori migliori ceduti a società più importanti. Contro tutto e tutti Billy si affida a Peter Brand, giovanotto goffo di movimenti ma agilissimo di mente, laureato in economia a Yale, e con lui costruisce una squadra servendosi di un metodo numerico, basato sulle percentuali di successo e le caratteristiche singole del giocatore, contro la grande tradizione del baseball, raccogliendo mezzi giocatori, alcuni troppo vecchi, altri troppo giovani e irrequieti, altri ancora infortunati, e formando una squadra che riuscirà a sfondare il muro delle 19 vittorie consecutive, arrivando a 20.
Il film, diretto da Bennett Miller, ci trasporta nel mondo del baseball scandagliandolo con attenzione, dilungandosi nei dettagli squisitamente tecnici, una vera gioia per gli appassionati. Non c’è da stupirsi quindi se il film ha ricevuto diverse candidature ai prossimi Oscar in un Paese in cui il baseball è un rito sociale piuttosto che uno sport. A gareggiare per la statuetta non è solo il film stesso, ma i suoi protagonisti.
Prima di tutto Brad Pitt, nei panni di Billy, è disgustosamente convincente mentre sgranocchia, divora, mangia e ingurgita tutto quello che si trova a tiro sputacchiando qua e la tabacco masticato a dovere. La sua interpretazione riesce a mostrare con grande sobrietà e funzionalità le sfaccettature di un personaggio che oscilla tra l’euforia e l’ottimismo fino a cadere nei più bui antri dello scoramento. Accanto a lui c’è il giovane Jonah Hill, candidato come migliore non protagonista, molto conosciuto in America per un certo genere di commedia demenziale, e qui invece nei panni goffi, divertenti ma a suo modo carismatici dell’esperto di economia che riesce, insieme a Billy, a cambiare il volto del baseball. E chissà che questa bella coppia non possa riservarci sorprese agli Oscar, visto che Miller ha già portato fortuna al ritrovato Philip Seymour Hoffman qui nei panni dell’allenatore Art Howe.
Il film si fregia anche di un’ottima partitura musicale di Mychael Danna, già autore della colonna sonora di Little Miss Sunshine. Quello che però rende davvero prezioso questo film è la fotografia del premio Oscar Wally Pfister, che disegna l’inquietudine dei personaggi sui loro volti attraverso ombre sapientemente distribuite. Bennett Miller ci mette il resto, riservandoci una regia sobria e davvero brillante in alcune scelte di inquadratura.
L’arte di Vincere lascia la sensazione di un grande trionfo, di quelli silenziosi e duraturi, è la storia di un ‘magnifico perdente’ che con il suo sogno ha cambiato per sempre le regole.
Gli appassionati di baseball lo adoreranno, gli appassionati di cinema pure.
Di Chiara Guida, da cinefilos.it

Costruire una squadra da titolo con quattro soldi. Questo è l’obiettivo del general manager degli Oakland Athletics, Billy Beane (Brad Pitt), ma la situazione si rivela più complicata del previsto.
Durante un viaggio a Cleveland, Beane incontra Peter Brand (Jonah Hill), un giovane laureato in economia a Yale con idee quanto meno stravaganti sulla scelta e valutazione dei giocatori, applicando la scienza e la statistica allo sport. Facendo convivere quindi due mondi apparentemente diversissimi e inconciliabili tra loro.
Diretto da Bennet Miller e scritto da Aaron Sorkin eSteven Zaillian, “L’arte di vincere”, malgrado le apparenze, non è un film sul baseball (anzi le scene sportive sono praticamente assenti per quasi due ore), ma un film in cui lo sport americano per eccellenza si fa metafora e strumento per raccontare una storia profondamente a tinte a stelle e strisce. Si parla, infatti, della necessità di cogliere le seconde opportunità che la vita talvolta può concedere.
La seconda occasione è uno dei miti fondanti dell’american dream e una seconda occasione è quella che cerca in tutti i modi Billy Beane, ex promessa del baseball catapultata nella Major League, la cui carriera da professionista non ha rispettato le altissime aspettative. Una volta ritiratosi dall’attività agonistica, Beane prova a reinventarsi general manager e cerca di cogliere quell’opportunità di essere un vincente che gli è sfuggita in precedenza.
La necessità e il desiderio di rimettersi in gioco, la volontà di non arrendersi di fronte alle difficoltà muovono il personaggio interpretato da Brad Pitt: un personaggio profondamente americano in quanto animato dalla convinzione che la perseveranza, il coraggio, la determinazione e il talento siano destinati prima o poi ad essere riconosciuti e ripagati.
La storia de “L’arte di vincere” è quella di un riscatto voluto, inseguito con disperata forza e con la consapevolezza di mettere in discussione prima di tutto sé stessi. Ed ecco allora che il baseball diventa perfetta metafora della sfida che Billy decide di affrontare: così come i suoi giocatori sul campo, il general manager lotta per ottenere una vittoria personale, ripensando ai propri errori, tornando sui propri passi e modificando le sue prospettive di azione.
Determinante in questo senso è l’incontro con Peter Brand, giovane nerd alla prima esperienza lavorativa che reinventa il modo classico di costruzione di una squadra, sostenendo quanto sia necessario acquistare vittorie (determinate dai freddi numeri e dalle statistiche) piuttosto che acquistare giocatori. Anche questo personaggio (interpretato magnificamente da Jonah Hill) diventa incarnazione metaforica di una certa società statunitense, vale a dire l’America figlia del marketing e che attraverso i numeri, la scienza e il rigore economico riesce a regolamentare anche il talento e la creatività, cogliendo il meglio da ogni situazione e riuscendo a valorizzarlo.
Tutto ciò trova il suo corrispettivo filmico grazie all’abile e sapiente scrittura di un Aaron Sorkin che costruisce un impianto narrativo per molti versi simile a quello di “The Social Network”, anche nella scelta di mettere in secondo piano quello che è il tema principale apparente (lì la nascita di Facebook, qui il baseball) per parlare di tutt’altro.
Grazie all’apporto di Zaillian e a una messa in scena classica e professionale di Miller refrattaria ad ogni formalismo estemporaneo, Sorkin trasforma l’esperienza individuale di Billy Beane in una storia in cui è universalmente possibile riconoscersi, scandagliando l’animo umano e riuscendo ad emozionare per come viene messa in luce la complessità sentimentale di Billy, antieroe romantico con cui è impossibile non entrare in empatia.
Nonostante il suo impegno, Billy non vede ripagati i propri sforzi, o quanto meno non in maniera diretta: con le sue idee e la sua caparbietà guida un cambiamento di cui non potrà cogliere i frutti, il che fa di lui un vincitore sofferente e perdente secondo i canoni tradizionali. Un loser apparente, destinato ad essere canzonato in un mondo che ha avversione verso qualsiasi tipo di sconfitta.
E a sorprendere in positivo è un Brad Pitt capace di trasmettere tutta l’umanità dolente di Billy Bane, uomo segnato dalla vita ma non per questo disposto ad arrendersi, deciso a esternare il meno possibile la propria emotività ma incapace di frenarsi a comando poiché umano.
Indimenticabili sono i duetti tra Pitt e Hill, così come i confronti tra Billy e sua figlia, un rapporto tracciato in modo essenziale ma diretto ed efficace che regala alcuni dei momenti più alti di un film tanto ricco e affascinante che conquista e scalda il cuore.
Da cinezapping.com

La storia – Billy Beane è il general manager degli Oakland’s Athletics, squadra di baseball che dispone di un budget piuttosto basso. Peter Brand è un giovane laureato in economia che illustra a Beane un nuovo sistema d’analisi statistica che consente alla squadra di ottimizzare i punteggi con il minimo sforzo economico per acquistare giocatori.
«Come si fa a non essere romantici con il baseball?», si chiede l’ex giocatore Billy Beane, ora general manager di una squadra minore. Davanti a una domanda tanto retorica sembrerebbe già di vederlo, questo Moneyball: tutto epica sportiva, brocchi che sanno fare squadra alla sporca ultima dozzina e momenti di gloria in ralenti. Invece no. L’arte di vincere, questo il titolo italiano, è 5% di baseball giocato e 95% di baseball parlato. Principalmente si parla appunto di numeri, di soldi e stipendi, di valori e percentuali di rendimento dei giocatori, secondo il rivoluzionario modello matematico messo a punto da Michael Lewis, sorta di beautiful mind delle statistiche sportive e autore del libro su cui si basa la sceneggiatura. È meglio fare un esempio: c’è una scena in cui Brad Pitt e Jonah Hill (prima d’ora specializzato nel ruolo dell’adolescente arrapato in alcune celebri commedie teen) gestiscono una sorta di contrattazione triangolare, una compravendita di giocatori con alcuni manager di altre squadre, il tutto al telefono. Detto così, può sembrare un passaggio altamente anticinematografico, e invece è una delle scene più godibili del film (in sala ridevamo in molti). A scoprire le carte, ovviamente, si trovano alla sceneggiatura due fuoriclasse come Steven Zaillian (Schindler’s List e Gangs of New York, per dire) e Aaron Sorkin (The Social Network, ultimamente). Per parte sua il regista (qui all’opera seconda dopo Truman Capote – A sangue freddo) adotta un punto di vista coraggioso e sta nel backstage, tra uffici e spogliatoi, dove le partite si vedono in tv e si analizzano su un monitor.
La scelta di campo è tanto decisa che non abbiamo nemmeno modo di vedere in azione l’allenatore, anche se è Philip Seymour Hoffman. Proprio alla fine, però, e proprio come il suo protagonista, Bennett Miller perde un po’ di determinazione e cede, mettendo fuori il naso sul diamante e rischiando di portare sfortuna alla pellicola, come Beane alla squadra. A parte questa debolezza, comunque, non essere romantici con il baseball paga.
…in un tweet: film sul baseball parlato senza momenti di gloria. Una storia vera per chi di baseball non capisce assolutamente nulla.
Di Elena Gipponi, da duellanti.com

Gli Oakland Athletics sono una buona squadra di baseball che non può contare su importanti budget come quello a disposizione dei New York Yenkees. Al termine di una stagione sopra le aspettative il loro general manager Billy Beane (B. Pitt) viene addirittura costretto dalla società a cedere tre giocatori importanti e l’esigenza di rimpiazzarli è limitata dal bassissimo tesoretto a sua disposizione. È a questo punto che un incontro, quello con il neolaureato Peter Brand (J. Hill), lo mette in condizione di poter sovvertire questa problematica situazione. Brand, infatti, è un profondo conoscitore delle teorie di Bill James, secondo le quali non servono i soldi per vincere ma bastano solo i giusti giocatori con le giuste medie (di battuta, di ricezione, ecc.) nei giusti ruoli. Gli Oakland Athletics costruiti in base a calcoli economici e matematici riusciranno nell’impresa di vincere il loro girone e magari l’intero campionato? 
Contrariamente a quello che ci si potrebbe aspettare Moneyball (questo il titolo originale) è un film che parla di baseball inquadrando il diamante di gioco il meno possibile. La narrazione si concentra sui “dietro le quinte” dell’ambiente, focalizzando l’attenzione sulla metafora sportiva che scandisce la vita del protagonista. Beane, interpretato da un ottimo Pitt, è un perdente che insegue un’utopia. La sua “asticella”, come lui la definisce, è la vittoria del campionato e ogni mezzo è lecito per superarla: dove non arrivano i soldi e la bravura dei giocatori può arrivare il calcolo (in questo caso matematico), la fantasia e la dedizione. L’insoddisfazione e la scaramanzia sono le sue compagne di vita (le motivazioni che ne stanno alla base sono descritte magistralmente), gli attacchi d’ira la sua valvola di sfogo, le limitate risorse il suo pungolo. Il più vincente dei perdenti ci aiuta, finalmente senza retorica, a ragionare non solo sul mondo dello sport (dove quasi sempre vince il più ricco) ma anche sull’esigenza di fare, prima o poi, i conti con se stessi. 
Da immagineallospecchio.blogspot.it

L’arte di vincere è un film scritto da due mostri (uno normale e uno sacro) e diretto da un onesto mestierante. Questo basta a far capire il tono generale della pellicola. Quello che non traspare però è quanto questo film lavori insistentemente sull’adattamento di una storia vera alle esigenze di un racconto (cioè far emergere diversi livelli di lettura, disegnare una parabola che abbia un senso, avere snodi drammatici e un inizio e una fine d’effetto).
La trama è quella classica di un uomo che la vita ha già sconfitto, il quale si gioca tutto per la sua seconda occasione. Solo che questa storia di sport non è di quelle in cui i limiti del corpo sono travalicati da un’indomabile volontà ben motivata, ma di quelle in cui il trionfo sportivo corrisponde a un trionfo personale e intellettuale. Billy Beane sta fuori dal campo ma la volontà con cui insegue la vittoria sono degne del miglior sforzo atletico.
E proprio sul tema della vittoria, della seconda occasione e di cosa significhi essere un perdente, cheSorkin e Zaillian impiegano i loro accenni migliori e le loro sfumature più sofisticate. L’arte di vincere è tutto giocato negli anfratti in cui la trama non raggiunge i personaggi, quando questi si prendono una pausa dal racconto degli eventi (la realtà) e macinano un po’ nelle scene di transizione (molto probabilmente romanzate, più facilmente inventate di sana pianta).
Per questo dire che L’arte di vincere sia un film sul baseball è più sbagliato che mai, anche a livello superficiale. Il baseball si vede molto poco e non c’è nessuna attenzione al gesto, al movimento e ai suoi rituali. Ogni qualvolta è inquadrato un momento puramente sportivo si ha la sensazione che il film non veda l’ora di sbrigare quest’incombenza per tornare a far dialogare il protagonista con la figlia. Cosa che accade due o tre volte in tutta la storia ma che ogni volta, senza ritegno, segna un punto. L’arte di vincere è un film sulla mentalità sportiva applicata ad altri ambiti, se proprio bisogna dare un’etichetta.
Ma se così fosse sarebbe solo un film un po’ lento. In realtà la sensazione di liberatoria ariosità che si prova nel vedere affermata una verità da sempre negata dalla buona morale vigente, ovvero che l’uso di numeri, statistiche e “calcoli” non è in antitesi con l’uso dell’intuito e delle doti umane, è solo parte del più grande senso di liberazione che si prova in questa metodica e sentimentale distruzione del mito del vincente. Il baseball è l’essenza dell’America tradizionale e dei suoi valori, una delle sue più grandi metafore.
L’arte di vincere va a toccare senza fretta le corde più personalmente intellettuali di ognuno, sorprende e spiazza chi non conosce la storia del baseball (cioè tutti in questo paese) senza fare baccano. Per questo è già un instant classic.
Ribaltando il concetto di vittoria Sorkin e Zaillian regalano un personaggio straordinario e una morale (si si! Proprio “morale”) tutta contenuta nelle parole di una canzone cantata da un personaggio (ovviamente la figlia, l’avevo detto che fa un uso senza ritegno di questa figura) in uno degli anti-climax finali più toccanti della carriera (non ricca in questo senso) di Brad Pitt. Che a questo film ci aveva creduto e sembra davvero cosciente a pieno del lavoro fatto in fase di scrittura.
Di Gabriele Niola, da badtaste.it

Brad Pitt presta il volto ad uno dei più bei ruoli della sua maturazione, in un film inusualmente sportivo che racconta la reale parabola di successo e sconfitte di una squadra di baseball
(Moneyball) Regia: Bennett Miller – Cast: Brad Pitt, Jonah Hill,Robin Wright, Philip Seymour Hoffman, Chris Pratt, Kathryn Morris, Stephen Bishop, Ari Zagaris, Sergio Garcia, Olivia Dudley, Erich Hover – Genere: Drammatico, 126 minuti – Produzione: USA 2011 – Distribuzione: Warner Bros – Data di uscita: 27 gennaio 2012.
Billy Beane è il general manager degli Oakland Athletics, un team di baseball che non riesce ad emergere e ai quali brucia ancora una logora sconfitta con i New York Yankees. Beane decide di rivoluzionare la squadra e dare un assetto nuovo, per farlo s’inventa una politica molto impopolare, ovvero vendere i pezzi da 90 e puntare tutto su un giovane talento, Peter Brand il quale, non è una stella del baseball ma, bensì, un ragazzo laureato a Yale che ha messo a punto un sistema informatico infallibile per scovare i giocatori migliori. Il sistema di Brand si basa sulle schedature dei giocatori, in base al rendimento e alle percentuali che indicano il numero di volte in cui è stata raggiunta una base senza aiuto di penalità. Nessuno, fra dirigenza e allenatore, sembra credere in questa folle impresa, rendere uno sport come il baseball uno schema meccanico, e in realtà neanche Beane ci confida molto, ma sa che può contare sulla forza della squadra. L’inizio è duro, ma le vittorie e i traguardi non si fanno aspettare a lungo, talmente tanto che quando il general manager viene messo di fronte ad una decisione importante, opta per quella meno scontata, perché, come dice lui: “non si può non essere romantici quando si parla di baseball”.
“L’arte di vincere” è tratto dall’opera di Michael Lewis, e narra la vera storia degli Oakland Athletics e del loro manager Billy Beane, ci si sbaglia se si crede che questa pellicola possa correre il rischio di essere considerato l’ennesimo film sportivo. Questa pellicola, diretta da Bennett Miller, rappresenta attraverso il gioco del baseball, alcune dinamiche della società americana, amplificando e puntando l’attenzione su quei conflitti che risultano essere più insidiosi.
Brad Pitt, incantevole personificatore di Billy Beane, rappresenta tutte le caratteristiche dell’antieroe americano, lui è l’opposto del sogno americano, mangiatore compulsivo, insicuro, e poco consapevole del suo talento, oscilla continuamente fra i successi e le sconfitte, in un limbo di incertezza, ma è anche un uomo che tiene il punto sui suoi ideali, che conserva quella sana follia che gli fa puntare tutto su un’idea perdente sin dall’inizio, vincendo.
Ad affiancarlo c’è il complicato rapporto con la figlia adolescente, e i meravigliosi dialoghi con Brand, ovvero Jonah Hill, i due sono i nervi e la spina dorsale del film, mentre sicuramente meritava più spazio il coach Rowe, interpretato da Philip Seymour Hoffman(reduce dal successo di “Le idi di marzo”).
Quello che Miller ha sapientemente rappresentato, è il non cadere in facili sentimentalismi quando si tratta un argomento come quello sportivo, dove ci hanno abituato alla classica morale finale, con il buono che prevarica sul cattivo, la lacrima facile, e l’insegnamento portato a casa. Il regista opta per una compostezza inusuale, un’asciutta rappresentazione, dove la tensione c’è ma non esplode, dove la sceneggiatura firmata da Aaron Sorkin e Steven Zaillian, decide di puntare sui dialoghi pungenti fra i protagonisti, pause lunghissime, musiche importanti e splendidi piani sequenza. Un uomo solo Beane, di una solitudine palpabile, solo nella sua follia di credere in qualcosa d’irrealizzabile, ma proprio per questo ancor più speciale.
Di Sonia Serafini, da ecodelcinema.com

È più importante vincere su un campo da gioco o nellavita privata? E una sconfitta sulla terra rossa del “diamante” brucia più di una nell’intimo panorama degli affetti? La storia del cinema sportivo (e, nello specifico, del cinema sul baseball, sport che in America è parte integrante dell’identità nazionale alla stessa stregua dell’aquila calva e della statua della libertà) è piena di film che hanno cercato di collocarsi in quella magica intersezione tra sport e vita, agonismo e sentimenti che indubbiamente rappresenta una delle più belle e toccanti metafore della nostra esistenza.
Tra i pochissimi che ci sono riusciti, L’uomo dei sogni di Phil Alden Robinson e For love of the game di Sam Raimi hanno sempre rappresentato per me un binomio perfetto, binomio che ora può diventare una trilogia grazie aMoneyball – L’arte di vincere, film di Bennett Miller(regista del pluripremiato biopic Truman Capote – A sangue freddo) ingiustamente snobbato agli ultimi Oscarin un gesto che ne sancisce definitivamente lo status di poetico e ispirato inno ai perdenti.
Il film ricostruisce l’irripetibile stagione 2001 degli Oakland Athletics dal punto di vista del loro general manager, il malinconico sognatore Billy Beane. Ex promessa del baseball professionistico, Beane è passato da giovane di belle speranze scovato dai talent scout dei Mets e propagandato come un vero asso del diamante salvo poi sgonfiarsi e fare flop prima di aver dimostrato il suo valore, a general manager intrallazzone della squadra di Oakland, una delle meno facoltose della major league.
Frustrato e demoralizzato dopo una stagione andata male – situazione aggravata per giunta dalla partenza dei suoi tre giocatori più promettenti, prontamente rilevati da team più blasonati – Beane troverà nuova linfa e nuove sfide grazie all’incontro con Peter Brand (Jonah Hill), giovane economista fresco di laurea a Stanford che gli schiuderà i misteri della sabermetrica, semisconosciuta metodologia di analisi del baseball elaborata negli anni ’70 da un anonimo impiegato americano e interamente focalizzata sull’osservazione delle statistiche di arrivo in base dei giocatori a scapito di ogni altra valutazione tecnico-umana.
Moneyball  ha tantissimi pregi e quasi nessun difetto. A ben guardare, l’unico che mi viene in mente è una scena finale (che ovviamente non svelerò) un po’ anticlimatica. Per il resto, la sceneggiatura di Aaron Sorkine Steven Zaillian vola con stile e leggerezza sul filo del paradosso in un continuo equilibrismo semantico e simbolico che è la vera forza del film. Non solo la coppia Pitt-Hill rappresenta un armonico ossimoro sul piano estetico e umano: affascinante, tormentato e ambizioso il primo; acuto, paffutello e tenace l’altro; sono perfetti per incarnare rispettivamente il Don Chisciotte e il Sancho Panza di questa battaglia contro i mulini a vento del baseball multimilionario, tutto giocato su nomi altisonanti e stipendi a otto cifre.
Altro paradosso è il modo in cui i due riescono a vestire contemporaneamente i panni di romantici underdoge alfieri del freddo calcolo matematico (la sabermetrica altro non è che questo), cinici analisti e coraggiosisognatori lungo tutto il corso di una pellicola che alterna astutamente e magicamente sentimenti ed emozioni di segno differente e che aderisce in modo plastico alla fiera liturgia americana del “cadere e rialzarsi, cadere di nuovo e rialzarsi ancora, senza mai mollare”. Altro splendido paradosso è infine quello di un film sulbaseball (ma anche e soprattutto sulla vita) che si disinteressa volutamente del campo da gioco  – tranne quando ne accarezza l’ampiezza e il colpo d’occhio con splendidi campi lunghi soffusi di lirismo e nostalgia, supportati dall’eccellente fotografia di Wally Pfister, “quello del Cavaliere Oscuro e del prossimo The Dark Knight Rises” – per inseguire Beane/Pitt nel suo girovagare pensieroso-scaramantico tra spogliatoi, corridoi e uffici e nel suo dividersi tra le ambizioni sportive e l’affetto per la figlia Casey.
Ne esce il ritratto di uno splendido perdente – non solo il Beane manager sportivo ma anche il Pitt attore che domenica scorsa al Kodak Theatre si è visto scippare un Oscar che meritava pienamente dal pretenzioso damerino Jean Dujardin – e una convincente epopea di periferia che riesce ad andare ben oltre il campo ristretto dell’aneddotica da Bar Sport per far risuonare corde emotive comuni a tutti noi. Questa, badate bene, non è l’arte di vincere: questa è l’arte di vivere.
Da splitscreenblog.com

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