LA NAVE DOLCE



L’8 agosto 1991 una nave albanese, carica di ventimila persone, giunge nel porto di Bari. La nave si chiama Vlora. A chi la guarda avvicinarsi appare come un formicaio brulicante, un groviglio indistinto di corpi aggrappati gli uni agli altri. Le operazioni di attracco sono difficili, qualcuno si butta in mare per raggiungere la terraferma a nuoto, molti urlano in coro “Italia, Italia” facendo il segno di vittoria con le dita.
La Vlora è un vecchio e malandato mercantile costruito all’inizio degli Anni Sessanta a Genova. Il 7 agosto 1991 la nave, di ritorno da Cuba, arriva al porto di Durazzo. Sono in corso le operazioni di scarico quando una folla enorme di migliaia di persone assale improvvisamente il mercantile, costringendo il capitano Halim Malaqi a fare rotta verso l’Italia. Sono passati ventun’anni da quel giorno. La maggior parte di coloro che salirono sulla nave, carica di zucchero, vennero rispediti in Albania ma gli sbarchi continuarono e qualcuno tentò ancora la traversata. All’epoca sul territorio nazionale erano presenti poco più di 300.000 stranieri. Oggi, in Italia, ne vivono quattro milioni e mezzo.
Il primo a trasformare una nave stracolma di persone nel segno di un passaggio epocale è stato, nel 1994,Gianni Amelio con Lamerica. Quell’immagine prelevata dalla cronaca e trasformata in spazio catalizzatore della vicenda narrata dal film è rimasta negli occhi di chi apprezza il cinema. A distanza di diciotto anni Daniele Vicari ci ripropone le immagini documentarie di quel viaggio della speranza trasformandole in una narrazione condotta da chi su quella nave (‘dolce’ perché con a bordo un carico di zucchero che è servito, come ricorda uno degli interventi, “a tenere viva l’anima”) c’era. Il materiale utilizzato non può essere definito ‘di repertorio’ perché Vicari si è trovato di fronte a centinaia di ore di girato mai utilizzato da parte di televisioni private dell’epoca. Ha potuto così far rivivere ciò che era finito in un archivio grazie alle testimonianze di chi, per le ragioni più diverse, era salito sulla Vlora sperando oltre ogni speranza. Si tratta di un viaggio nel tempo che trasforma la massa apparentemente minacciosa appollaiata ovunque sulla nave (e poi ammassata sul molo e nello stadio di Bari) in uomini, donne, bambini. Ognuno con la propria storia. Tutti ripresi oggi su uno sfondo neutro tale da far risaltare i gesti del presente che richiamano quelli di quei giorni in cui la libertà e il benessere sembravano a portata di mano. 
Su un versante più strettamente nazionale Vicari riesce a far emergere la difficoltà del momento e i problemi nel gestire l’emergenza con poteri dello Stato (Sindaco e Presidente della Repubblica) con visioni divergenti sul piano degli interventi da mettere in atto. Chi vorrà un giorno cercare di comprendere le radici dei flussi migratori verso l’Italia, dopo aver consultato dati e statistiche, non potrà prescindere da questo documentario.
Di Giancarlo Zappoli , mymovies.it

8 agosto 1991: una nave con 20mila persone e 10mila tonnellate di zucchero a bordo attracca nel porto di Bari. Viene dall’Albania, si chiama Vlora. Sono passati 21 anni, la maggior parte di quei “passeggeri” vennero rispediti in Albania, ma gli sbarchi continuarono, e oggi gli stranieri nel bnostro Paese sono 4 milioni e mezzo. E’ dunque un ritorno alle origini il doc di Daniele Vicari La nave dolce, scritto con Benni Atria eAntonella Gaeta, musicato da Teho Teardo, fuori concorso a Venezia 69. Interviste fotografate da Gherardo Gossi  a protagonisti e testimoni sulla Vlora e a terra, tra cui il ballerino Kledi Kadiu, Eva Karafili, Domenico Stea, Robert Budina, e soprattutto materiale d’archivio, perché – dice Vicari – “è la profezia di Zavattini: negli rachivi giacciono immagini impazienti di prendere vita”. 
E vita la prendono, ritrasportandoci tra le urla “Italia, Italia”, le mani alzate in segno di vittoria, i tuffi per raggiungere la banchina: l’inizio di una fine, quella della politica chiamata a presiedere i diritti socio-civili. Da lì in poi, culmine al G8 di Genova, la gestione dell’ordine pubblico salirà in cattedra, schiacciando tutto il resto: La nave dolce approda, dunque, a Diaz, progetto a cui Vicari ha lavorato in parallelo, uscito in sala poco tempo fa dopo il premio del pubblico a Berlino. 
Sono due film-gemelli, che cercano la verità storica ma senza accanimenti terapeutici: emozione, indignazione, speranze e futuro tradito. La nave che imbarcò la storia: la nostra. Il nostro rifiuto, l’altrui rimpatrio. Rimpianto civile quello di Vicari, e memento politico: il cinema dunque fa il suo, e la politica? Il governo e il presidente della Repubblica Francesco Cossiga allora fecero una magra figura, ovvero impreparata e inumana, con lo stadio Vittoria che si sostituì alla nave come proto-CIE: la Vlora oggi è tornata, la nostra politica non se n’è mai andata. Purtroppo.
Di Federico Pontiggia, da cinematografo.it

L’8 agosto 1991 una nave albanese, carica di ventimila persone, giunge nel porto di Bari. Si chiamava Vlora.
Daniele Vicari affronta nel suo documentario “La Nave Dolce” l’avventura di quella nave, raccogliendo le testimonianze di chi era sopra, di giornalisti e anche di chi aveva partecipato alla macchina organizzativa (riprendendoli in piedi su sfondo bianco) e mischiandole a immagini di repertorio. 
Gli anni passati permettono al regista di guardare a quei fatti con un certo distacco, e se da un lato risultano ancora evidenti le gravi mancanze dello Stato centrale – che ebbe l’idea di trasferire dal molo di Bari allo stadio decine di migliaia di persone creando un vulcano sociale che alla fine è esploso -, dall’altro mette in risalto come l’arrivo di 20.000 disperati che da 24 ore non mangiavano né bevevano (e per di più sotto un sole cocente) non fosse semplice da risolvere.
Una vicenda che parla da sola, che non va dimenticata e anzi va approfondita e insegnata. Molte cose sono cambiate da allora ma non per questo, anzi, l’argomento non va affrontato. “La Nave Dolce” è il compendio perfetto all’ormai storico “Lamerica” di Gianni Amelio, che tratta lo stesso tema in forma di fiction.
Di Carlo Griseri, da cinemaitaliano.info

Nel 1989 il crollo del Muro di Berlino diede il ‘La’ ad una reazione a catena dagli esiti solo in parte imprevidibili. Due anni più tardi si sarebbe sciolta l’Unione Sovietica e sulla spinta delle elezioni democratiche in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria e Bulgaria, anche in Albania iniziarono a diffondersi i primi fermenti anti-comunisti. Fu un movimento che tuttavia non si concretizzò in una reale metamorfosi politica, ma spronò la popolazione a ricercare altrove libertà e benessere socio-economico. Uno scenario, questo, che pose le basi per l’arrivo in Italia della Vlora. Era l’agosto del 1991 quando, durante le normali operazioni di scarico a Durazzo, il vecchio mercantile adibito al trasporto dello zucchero fu preso d’assalto da una moltitudine che costrinse il capitano Halim Milaqi a fare rotta verso la Puglia. Dopo essere stata respinta al porto di Brindisi, la nave sbarcò a Bari con a bordo 20.000 albanesi in fuga da Tirana. Un numero impressionante di persone disidratate e a digiuno, stipate negli angusti spazi dell’imbarcazione oltretutto in avaria, la cui odissea continuò anche a terra, prima con il raduno nello stadio della Vittoria, poi con il rimpatrio forzato. Il primo respingimento di massa della nostra nazione. Completamente impreparate a gestire l’emergenza le autorità locali, molte delle quali in ferie, non seppero curarsi della marea di individui che furono accolti tra lo stupore generale dalla popolazione locale, il più delle volte pronta ad atti di generosità nei confronti di quegli stranieri, con qualche sporadico caso di delazione. C’erano donne e bambini, studenti disillusi da anni di regime, uomini che avevano perso il posto di lavoro. Tutti accomunati dalla speranza di imprimere una svolta, una cambio di direzione, ad una vita che non aveva più molto da offrire.
La nave dolce, nuovo lavoro di Daniele Vicari, presentato Fuori Concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nell’ambito delle proiezioni speciali, nasce con il desiderio di raccontare la grande rivoluzione culturale innescata da quello sbarco; un evento spartiacque che rappresentò l’inizio di un profondo cambiamento nel nostro tessuto sociale, con l’arrivo di un numero sempre più crescente di cittadini stranieri. Dai 300.000 del 1991 ai quattro milioni e mezzo dei nostri giorni. Per narrare questa trasformazione, l’autore reatino ha raccolto video nascosti negli archivi delle televisioni locali e nazionali, mescolandoli con i documenti prelevati dall’Archivio di Stato albanese, un materiale preziosissimo, quest’ultimo, per descrivere una società fondata sul consenso assoluto e sulla paura, dominata dal padre-padrone Enver Hoxha. Grazie al paziente lavoro di accumulazione di video, risalenti agli anni ’60-’70 e poi via via sempre più moderni, il documetario di Daniele Vicari acquista proprio la qualità che lo fa apprezzare, una fusione coerente tra le immagini di repertorio e le dichiarazioni dei protagonisti che crea un legame molto saldo, soprattutto dal punto di vista emotivo, tra la vecchia storia di un intero Paese svilito da anni di dittatura comunista e quella dei singoli individui che sono riusciti a ricostruire la propria vita lontano dalla madre patria. 
Non si tratta di un elemento di poco conto in un lavoro che pur nella sua precisione non si mostra mai asettico. Gli avvenimenti del passato vengono raccontati attraverso una cronaca dettagliatissima, un resoconto coinvolgente perché (naturalmente) sono gli stessi testimoni ad elencarli con grande lucidità e puntiglio, come se non fossero trascorsi 20 anni da quei fatti. Varrebbe la pena elencarli tutti i nomi degli intervistati, diciassette in totale, dal celebre ballerino televisivo Kledi Kadiu, all’epoca non ancora maggiorenne ad Agron Sula, rimpatriato più volte e attualmente apprezzato pizzaiolo di Bari Vecchia, senza dimenticare Luca Turi il fotoreporter che immortalò lo sbarco della Vlora nel porto di Bari, uno scatto che fece il giro del mondo e Vito Leccese, il giovane assessore alla Sanità del Comune di Bari che affiancò il sindaco Enrico Dalfino nella coordinazione degli aiuti, ottenendo gli ingenerosi rimproveri del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga a causa dell’atteggiamento critico della Giunta Comunale del capoluogo pugliese nei confronti delle decisioni prese dal Governo. Con un meccanismo virtuoso, attraverso quelle parole, le immagini assumono un nuovo valore; qualcosa che oltrepassa la semplice certificazione degli eventi e delinea aspetti toccanti della vita di chi era lì. 
In La nave dolce, sorta di negativo di Diaz, dove il crudo realismo della messa in scena ben si sposava con l’insensata violenza di quanto narrato, è la morbidezza dello sguardo a prevalere, a smussare ogni angolo di una dolorosa e amara ricostruzione. Vicari dà voce a chi ha sofferto in prima persona il dramma del rimpatrio forzato, i giorni di stenti e paura vissuti a bordo del Vlora, l’angoscia per il salto nell’ignoto, diverso dal classico viaggio della speranza, non tralascia le confessioni di chi ammette di aver finto di stare male per avere qualche aiuto in più dai soccorritori. E’ la grande forza di questo lavoro pulito ed estremamente diretto, che forse pecca solo nella eccessiva monotonia della struttura; se da un lato, infatti, le interviste condotte su un set bianco, accompagnate dalle ipnotiche musiche di Teho Teardo, danno continuità al racconto, ponendo tutti gli ‘attori’ su uno stesso piano, dall’altro rischiano di non valorizzare l’unicità di ogni singolo protagonista, facendo scemare la tensione. Un difetto che tuttavia non intacca una pellicola il cui pregio, la profonda e vera umanità delle testimonianze rese, resta sempre in primo piano. Come gli occhi di chi in quei giorni ha visto cose difficili da dimenticare.
Di Francesca Fiorentino, da movieplayer.it

Provare a leggere e poi raccontare la storia recente è un’operazione difficilissima che presta il fianco a moltissimi vizi del documentarismo e della parzialità politica.
Invece con La nave dolce e prima ancora con Diaz, Daniele Vicari prova a parlare del quasi presente con la chiave di lettura della guerra interna, ovvero studiando e raccontando quegli eventi che hanno visto una frattura tra cittadini e governo, alla luce di un’idea di stato controllore. Dunque raccontare partendo da una tesi, ma dichiarandola come una visione più generale dell’andamento di un paese.
L’incredibile storia della nave Vlora che partì da Durazzo per arrivare a Bari nel 1991, piena come non mai, dalla poppa alla prua fino alla cima dei pennoni, e del più grande respingimento di massa della storia del nostro paese, è ricostruita da albanesi che ora vivono in Italia, alcuni a seguito di quell’ondata, altri respinti e poi rientrati. L’immagine che ne esce è prima quella, incredibile, dell’Albania dell’epoca, mostrata in immagini di repertorio che per bianco e nero, tecnologia e riprese la fanno sembrare la Russia degli anni ’20, e poi quella della più impreparata e impossibile delle accoglienze a metà tra morbidezza dei locali e durezza del governo.
Vicari racconta cronologicamente il viaggio e poi la permanenza nello stadio, con la partecipazione ruffiana del caso ma anche con una ricerca sul sonoro che fa il paio con quella di Diaz. Oltre alle immagini di repertorio, le interviste ai protagonisti sono spesso accompagnate da vaghi rumori di ciò che raccontano. Lo sciabordio delle acque come i rumori dei tumulti. Tutto artificio, tutta finzione che contamina il racconto reale e contribuisce a creare una “messa in scena” che si allontana dal documentario per dargli una prospettiva narrativa da film. Il massimo del reale (cioè i ricordi) raccontato come fosse il massimo del finzionale.
Di Gabriele Niola, da badtaste.it

Il 7 agosto del 1991, un  mercantile di ritorno da Cuba lasciò il porto di Durazzo e partì alla volta dell’Italia. A guidarlo, un comandante con un cacciavite puntato alla gamba; ad occuparlo, nelle cabine, sul ponte e perfino in cima all’albero maestro, una folla di albanesi accomunati dalla povertà, ma anche dal sogno di una vita nuova in un posto migliore. 
Questa storia – la storia della nave Vlora che trasportava solo zucchero e niente acqua – torna a imporsi alla nostra attenzione grazie a Daniele Vicari, regista del rigore, dell’urgenza di raccontare e dell’esigenza di tradurre in immagini la vita più che la  verità. 
Il suo La nave dolce, che sceglie la forma del documentario, è stato pensato, scritto e realizzato contemporaneamente a Diaz, film di finzione a cui è uguale e contrario. 
In comune c’è la moltiplicazione dei punti di vista e la denuncia del collasso dei principi di democrazia, quasi esistesse un fil rouge fra le ingiustizie di Genova e l’indifferenza delle istituzioni del tempo.  Di diverso, invece, c’è il respiro della narrazione e l’atteggiamento verso la realtà mostrata. 
Si coglie della tenerezza ne La nave dolce: nelle parole degli albanesi intervistati, per esempio, e in quei loro occhi che brillano di eccitazione e stupore mentre si succedono i primi ricordi. Poi il racconto va avanti e, mano a mano che il mercantile si spinge in mare aperto, perde di intimità e si fa epico, rendendo il viaggio diKledi Kadiu e degli altri passeggeri periglioso come il ritorno di Ulisse. 
Purtroppo, come per Ulisse, la disillusione comincia quando si tocca terra: quando i sogni dei migranti si infrangono sulla banchina infuocata del porto di Bari. E allora il film diventa ancora qualcos’altro: un horror in cui l’uomo, rinchiuso in un luogo angusto insieme ai suoi simili, diventa homini lupus. 
E’ questa trasformazione che Vicari cerca di filmare, divenendo testimone della perdita del bene più prezioso di ogni essere vivente cosciente di sé, e cioè la dignità. Senza dignità si è come bestie, e nello stadio delle vittorie di Bari, quelle persone, innaffiate con gli idranti e denutrite, sembrano tori impazziti infilzati da toreri. 
Sono passati 21 anni da quel giorno, e 18 da Lamerica di Gianni Amelio, che descriveva proprio l’Albania del ‘91 e la sua fascinazione per l’Italia. Sicuramente  all’epoca quell’amore ci inorgogliva, mentre adesso, forse, siamo noi che vorremmo andarcene. Ma se un Eldorado ci fosse davvero, saremmo disposti a partire, come i ventimila, con il solo bagaglio della speranza? Perché la speranza è importante e La nave dolce vuole ricordarcelo.
Di Carola Proto, da comingsoon.it

L’8 agosto del 1991 Bari si è trovata a dover fare i conti con una visita decisamente inaspettata. Quel giorno una nave stracolma di gente è giunta nel porto della città. Persone ammassate ovunque, in qualsiasi punto offrisse uno spazio più o meno comodo. Quella nave era la Vlora, un vecchio e malandato mercantile di ritorno da Cuba. I suoi occupanti erano profughi albanesi, che avevano approfittato di una sosta fatta dalla nave a Durazzo per “chiedere un passaggio” e fuggire da un paese che ormai gli andava stretto. Una fuga verso la terra del sogno, conosciuta con il nome di Italia.
Il documentario diretto da Daniele Vicari, presentato alla 69° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, parla di questo, di uno dei più grandi sbarchi di immigrati clandestini che la nostra storia ricordi. Nel farlo si affida alle voci di chi quella vicenda l’ha vissuta in prima persona (come il ballerino Kledi Kadiu), perché era presente su quella nave o perché ha dovuto affrontare (e in qualche modo arginare) un’emergenza che, da un momento all’altro, era piombata sul nostro territori. Queste voci sono alternate ad una serie di immagini di repertorio, frutto di una lunga selezione, che riescono ad offrirci la cronaca degli eventi immergendola in una sorta di limbo senza tempo. La Nave Dolce (questo perché la Vlora trasportava un carico di zucchero) è infatti un film che non si limita solo alla semplice narrazione degli eventi, ma la usa per riflettere su una situazione ancora presente nel nostro paese.
A questo regista va sicuramente il merito di aver saputo spiegare uno spaccato di storia senza cadere nella verbosità o nella semplice e fredda cronaca. La cosa che stupisce di questa pellicola, infatti, è che presenta al suo interno una dinamicità unica. Tramite l’accostamento di filmati dell’epoca e semplici interviste, fatte sullo sfondo di una parete bianca (spesso accompagnate da suoni di sottofondo che cercano di accompagnare le parole), Daniele Vicari è riuscito a creare delle vere e proprie immagini in movimento, che si palesano concretamente nella testa dello spettatore, creando una sorta di film nel film.
La speranza di chi è partito lasciandosi tutto alle spalle, la paura di chi ha dovuto scontrarsi con l’imprevisto, la delusione e la rabbia di chi si è trovato di fronte ad una realtà ben diversa da quella che aveva immaginato e le contraddizioni di uno stato che non è riuscito a capire che le prese di posizione in alcuni casi sono inevitabili e necessarie (come quella di Enrico Dalfino, allora sindaco di Bari). Tutto all’interno di quest’opera viene trattato con un rispetto tale che è impossibile rimanere indifferenti.
Di Filippo Magnifico, da blog.screenweek.it

Ventuno anni fa, l’8 agosto del 1991, la Vlora, un vecchio mercantile costruito a Genova ad inizio anni ’60, dopo essere stato respinto dalle autorità portuali di Brindisi, ottiene il permesso per attraccare a Bari. Sulla nave circa ventimila albanesi che a Durazzo hanno preso d’assalto la nave di ritorno da Cuba, dove aveva fatto un carico di zucchero, obbligando il comandante a ripartire immediatamente.
Gli albanesi erano stretti nella morsa di un regime autoritario che aveva congelato socialmente il Paese: per un italiano che si fosse recato il Albania in quegli anni sarebbe stato come fare un tuffo nell’Italia degli anni cinquanta.
Ciò che gli albanesi sapevano del nostro paese era frutto dell’italica televisione, così per tanti lo ‘stivale’ era una sorta di Eden in cui desideravano recarsi, un vero e proprio ‘sogno italiano’, che per i ventimila della Vlora si è tristemente infranto all’interno dello stadio di Bari.
Lo stadio, ristrutturato a dovere, che aveva ospitato solamente un anno prima le partite dei mondiali di calcio, viene ritenuto dai vertici dello Stato l’ideale luogo di raccolta in cui condurre questa gente.
A poco servì lo sgomento di una parte della popolazione disposta da subito all’accoglienza, e la presa di posizione dell’amministrazione locale, pronta ad attivare immediatamente una tendopoli, con presidio medico-sanitario, per una più umana ricezione di queste persone.
Vicari realizza un film che lascia il segno dove, tramite immagini d’epoca e interviste ai protagonisti della vicenda, mostra gli accadimenti di quei giorni, in modo asciutto, senza mediazioni.
“La nave dolce”, presentato al 69° Festival di Venezia, conferma il grande talento del regista nel raccontare la nostra storia recente: la pellicola scorre veloce, con una leggerezza che difficilmente si accompagna ad un documentario. Il racconto è talmente inaudito che irrazionalmente si spera in un lieto fine.
L’amarezza che si prova nel vedere le immagini si unisce a quella dovuta alla consapevolezza che la nostra storia recente dimostri come siamo un paese che nulla ha imparato dai propri errori.
Di Maria Grazia Bosu, da ecodelcinema.com

Già regista di “Diaz“, Daniele Vicari ci propone in questo periodo il suo ultimo progetto, “La nave dolce“. Realizzato in parte prima ed in parte dopo il succitato “Diaz“, che contribuì a denunciare uno degli avvenimenti più bui della nostra storia recente (la mattanza degli studenti della scuola Diaz da parte delle forze di polizia), “La nave dolce” ci riporta indietro all’epoca di quello che è ricordato come il primo sbarco di massa di clandestini, ma che in realtà è il primo grande respingimento di massa, l’8 Agosto 1991.
E’ su questo punto che ruota infatti la parte più importante del docu-film, che grazie all’intervento di testimoni presenti all’epoca degli avvenimenti, di filmati dell’epoca e di un montaggio molto incalzante, ci racconta i fatti di quello che fu un caso senza precedenti. Insieme ai racconti di chi su quella nave ha compiuto quel viaggio, quasi in preda ad un istinto naturale migratorio per sfuggire alla fame, all’oppressione ed alla mancanza di libertà, Daniele Vicari ci porta in un contesto particolare dove, come appare chiaro fin da subito, la storia reale fu molto diversa da come il senso comune l’ha lungamente riportata.
Il lavoro di Vicari non accusa alcun momento di stanca, neanche quando (con grande merito) sottolinea anche i retroscena politici ed organizzativi, che mostrarono non solo l’Italia completamente impreparata ad un evento del genere, ma anche la totale mancanza di capacità di operare da parte dello Stato, che in compenso giudicò intollerabile la mancanza di obbedienza del potere locale, che invece si era mosso per consentire alle decine di migliaia di persone sbarcate un trattamento umano e dignitoso. La cura nella scelta del materiale d’archivio ed un montaggio che in alcuni punti è degno di un film d’azione ed in altri di un delicato racconto, è un’altra grande vittoria, sia stilistica che funzionale, che merita particolare attenzione. Almeno quanto le testimonianze, a tratti emozionanti, dei testimoni che parlano direttamente al pubblico con la semplicità disarmante di chi non racconta una storia, ma la propria storia.
Riportiamo alcuni stralci della conferenza stampa del 30 Ottobre alla quale sono intervenuti diversi collaboratori e lo stesso Daniele Vicari che ha esternato le sue impressioni:
Ricordo vividamente l’emozione di visionare il materiale d’archivio. Gli operatori delle televisioni notai, col passare dei giorni dell’emergenza stringevano sempre di più le inquadrature, avvicinandosi sempre di più, come a restituire umanità a quell’evento tramite visi, mani e sguardi, che solo pochi giorni prima erano ripresi in lontananza, persi nel mare brulicante di migliaia di corpi. Quell’evento rappresenta la “perdita dell’innocenza di un popolo” che ha conosciuto la fine del sogno sbirciato dagli apparecchi televisivi, dai quali l’Italia sembrava ai loro occhi un paradiso. Ma è un concetto che vale anche per chi l’ha vissuto dall’altra parte, dando inizio, se vogliamo, a quella che è l’Italia contemporanea.
Fra i testimoni che hanno collaborato al film è intervenuto anche il celebre Kledi Kadiu, che su quella nave era presente, che ha rafforzato quanto espresso nel film, parlando di quell’esperienza:
Non è stato premeditato. Attratti da quanto visto in tv e stritolati da quanto vivevamo, era arrivato il momento di partire e complice l’incoscienza, partimmo. Sono contento (fra virgolette) di aver fatto parte di quello che è senza dubbio un evento storico.
Ed il regista ha poi avuto modo di aggiungere:
Ritengo che il cinema documentaristico italiano abbia le carte in regola per arrivare dove il cinema di finzione spesso di questi tempi non è in grado di fare.
Assolutamente d’accordo con il regista, vista la qualità del lavoro, ricordiamo che la pellicola è in uscita nelle sale l’8 Novembre. “La nave dolce“, ultimo film di Daniele Vicari è un’opera interessantissima e delicata, che trova nella sua capacità di riportare dei fatti avvenuti venti anni fa, la sua forza maggiore. Specie mostrando la radice di quello che sarà l’Italia nel ventennio successivo. Da vedere assolutamente.
Di Andrea Lupia, da cinezapping.com

Dopo Diaz, Daniele Vicari torna con il suo cinema verità, ma questa volta per parlarci di immigrazione.
8 agosto 1991. In un caldo e afoso pomeriggio estivo, la Vlora, un’enorme nave mercantile vecchia e arrugginita, si stagliava all’orizzonte del porto di Bari. A bordo della nave quasi ventimila profughi albanesi stipati e ammassati all’inverosimile fissavano con occhi sgranati e pieni di speranza le coste italiane, la terra promessa.
Anche per La nave dolce Daniele Vicari opta per la via documentaristica come strumento per raccontare e raccontarci le drammatiche vicende che, vent’anni fa, ebbero come disperati protagonisti venti mila immigrati albanesi giunti sulle coste pugliesi a bordo di un fatiscente mercantile “occupato” al porto di Durazzo.
Come per il tanto discusso Diaz il regista laziale anche in questo film lascia che siano le immagini d’archivio, le immagini reali, a mostrare senza bisogno di troppi orpelli e contorni vari, la drammaticità di un fenomeno con cui l’Italia ha imparato a convivere in quest’ ultima porzione della sua storia recente.
Immagini forti, crude e dirette che raccontano di uomini e donne, giovani e meno giovani, giunti sul porto di Bari sfiniti e assetati, molti completamente privi di forze. Nei loro occhi e nei loro sguardi allucinati la disperata speranza di essere al sicuro e ormai lontani dalla miseria senza soluzione del loro paese, un’Albania appena uscita dalla lunga oppressione sovietica.
Al racconto visivo delle immagini Vicari accompagna musiche coinvolgenti e soprattutto testimonianze postume di chi oggi nel nostro paese si è creato una vita e addirittura una popolarità, ma che al tempo delle vicende narrate era là in mezzo a tanti compatrioti disperati. E’ il caso del ballerino Kledi Kadiu che per abbeverarsi arrivò a bere l’acqua del mare, come il regista Robert Budina che per sfuggire alle guardie si finse moribondo o come Eva Karafili oggi neolaureata in economia. Ma interessante è ascoltare anche le testimonianze di coloro che, da parte italiana, hanno dovuto affrontare nella totale emergenza e impreparazione una situazione assolutamente inedita per il nostro paese. Poliziotti, volontari della Protezione Civile e politici del tempo che raccontano attraverso le loro parole e i loro ricordi, quello che videro e vissero in una delle settimane peggiori e più imbarazzanti della nostra storia recente.
La completezza del filone narrativo ci porta alla conoscenza di aspetti e problematiche che permettono di farsi una ragione alquanto esaustiva del fenomeno “Vlora”. Le incomprensioni tra governo e amministrazione cittadina sulla gestione dell’emergenza, gli inevitabili attriti di carattere politico nonché pratico, la fermezza di Roma che si scontrava con l’istinto solidaristico di coloro che avevano davanti agli occhi quell’esercito di sporchi e affamati uomini in cerca di aiuto.
Ma la preziosa testimonianza di chi era in mezzo a quella folla agognante dignità e una vita migliore, ci porta alla conoscenza di deprecabili e ignobili atti di violenza e prevaricazione che le frange più agitate e poco raccomandabili esercitavano ai danni dei loro compatrioti più deboli.
Un film, quello di Vicari, che riporta d’attualità una vicenda di cronaca quasi dimenticata o che forse abbiamo volutamente rimosso dalla nostra memoria. Uno dei primi episodi della lunga e controversa epopea dell’immigrazione con cui ancora oggi il nostro paese deve fare i conti. Di quei venti mila più di diciottomila furono rimpatriati, chi con l’inganno e chi volontariamente, ma per loro, così come per molti altri che arriveranno poi , l’Italia era e rimarrà la terra promessa.
Di Gianluca Chianello, da cinefilos.it

È l’8 di agosto del 1991: la nave Vlora, proveniente da Durazzo e stipata di cittadini albanesi, attracca nel porto di Bari.
Oggi, a 21 anni di distanza, Daniele Vicari decide di girare un documentario per raccontare, per colpire, e, soprattutto, per non dimenticare. Vicari racconta l’accaduto attraverso le voci di coloro che fecero quel viaggio – ammassati sulla nave, arrivarono a Bari, furono portati allo stadio delle Vittorie e, infine, furono rispediti in Albania.
Un tema molto controverso quello delle migrazioni, sul quale è obbligo riflettere: motivo per il quale si deve ringraziare l’autore per il lavoro svolto.
Ma al di là dell’argomento trattato, il documentario è girato bene, scorre fluido e senza momenti morti, tra interessanti testimonianze di cittadini albanesi e immagini di repertorio: agghiaccianti, crude, senza pietà.
Il regista dà voce agli italiani, agli immigrati, e (attraverso interviste di repertorio) all’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. L’opera di Vicari, dunque, vanta un’importanza sociale e storica, ci invita a considerare la questione sotto diversi punti di vista, puntando il dito contro la maniera disumana con la quale gli albanesi erano nutriti e trattati nello stadio di Bari, ma altresì la violenza – dell’esasperazione e della disperazione – esercitata dagli stessi contro i poliziotti.
Senza dubbio quanto successo quell’8 agosto è una questione che, nel tempo, si è preferito dimenticare: non si legge né si leggerà sui libri di storia. Questa semplice considerazione eleva La nave dolce a strumento d’informazione per chi non era ancora nato, e a promemoria per coloro che quelle situazioni potrebbero viverle. Dopotutto è storia d’Italia, che dobbiamo sempre tenere presente quando parliamo di argomenti come l’immigrazione e l’accoglienza, sui quali si possono avere opinioni discordanti, ma quanto Vicari chiede è, almeno, di rifletterci sopra.
Di Lorenzo Bianchi, da persinsala.it

Sentiamo la parola documentario e, nell’ordine, visualizziamo un comodo divano, la copertina preferita, magari un caminetto e concentrandoci possiamo sentire pure l’abbraccio di Morfeo. Ci dicono viaggio della speranza e possiamo scegliere tra migliaia di immagini di clandestini in arrivo sulle coste sicule o pugliesi, ammassati su barche che non comprendiamo come riescano ad infrangere ogni legge fisica pur di rimanere a galla. Lo sbarco dei 20.000 a coloro nati dopo il 1980 non dirà molto, anzi nulla, a meno che (forse) non siano cresciuti a Bari (al massimo Brindisi).
E’ un pezzo della nostra storia, un accadimento unico e speriamo irripetibile, io lo ricordo, o meglio, l’immagine di quella nave è difficile da dimenticare. A prima vista, attraverso il piccolo schermo della televisione ancora col tubo catodico, pareva il modellino di un peschereccio ricoperto da formiche. Invece no, quella era una vera imbarcazione con migliaia di persone come noi a bordo (quasi ventimila, una città!) dopo che una mattina qualunque si era presentata la più inaspettata delle opportunità. Così assiepati ovunque, silenti, aggrappati ad una speranza, confidando in una vita migliore, senza regime, senza paura, potendo scegliere e sorridere una marea di albanesi si sono diretti verso le nostre coste.
Chissà se il sogno di quella popolazione assiepata sulla Vlora si è davvero realizzato. Daniele Vicari ci racconta la storia e lo fa con un documentario particolare, montato e reso intrigante come fosse un film. Ed in effetti dura quanto un lungometraggio, lo percepiamo come tale, anche se il regista non trascura i fatti e rimane coerente sino alla chiusura. Ci mostra interviste non solo a persone che su quella nave sono salite per poi combattere per la sopravvivenza in un nostro stadio, ma sentiamo pure le esperienze di coloro che si trovarono quella mattina del mese di agosto a dover fronteggiare una situazione irreale: una città, che parlava una lingua straniera, nel proprio porto! opo “Diaz”, l’autore cambia registro e riesce comunque ad incuriosirci, intrattenerci ed emozionarci. Ci offre un documento, dedicato ad un evento che stava scivolando nell’oblio, con classe: nulla è urlato, non c’è voglia di sensazionalismo (solo interviste alternate ad immagini dell’epoca), nessuno strazio attraverso fotogrammi che ci impediranno di digerire nelle ore a seguire e scordatevi la caccia alle streghe. A parlare sono gli eloquenti sguardi, i sospiri e le voci dei veri protagonisti, basta un fotogramma, l’immagine di un poliziotto palesemente impotente o quella di un sorridente ragazzo malnutrito che si tuffa in porto per sfuggire al solleone, per farci sentire un po’ di quel caldo, della sete, la fame ma soprattutto per avvertire la speranza di persone che, pur di lasciarsi alle spalle l’angosciante realtà di casa, hanno sfidato gli Dei.
Rinfreschiamo gli eventi, scopriamo alcuni aneddoti, scuotiamo la testa, umanamente siamo toccati, non proviamo senso di colpa né pietà: nessuno vuole togliere la dignità o puntare il dito verso alcuni e questo è sicuramente l’elemento vincente di un filmato che è riuscito a rendere avventuroso, avvincente e disarmante un pezzo della recente storia. Daniele Vicari è sicuro di sé e unico nel suo genere. Se dopo avermi infastidita con “Diaz” è riuscito a farmi capitolare con “La nave dolce”, allora questo documentario merita la promozione a pieni voti!
Da masedomani.com

Il titolo è un pregevole inganno, come quello di una madre col proprio bambino per fargli ingoiare la medicina cattiva. Perchè, effettivamente, Daniele Vicari ancora una volta ci propone un’altra pillola amara della storia contemporanea del nostro Paese. Dopo”Diaz-Don’t Clean Up This Blood” (2012), il regista di Collegiove (Rieti) affronta una delle pagine che ha cambiato il nostro Paese: il problema dell’immigrazione. Vicari propone un efficace montaggio tra le straordinarie riprese dell’evento mai mostrate dalle reti italiane, mescolandole alle testimonianze di chi visse sulla propria pelle quei drammatici giorni.
Il risultato è un documentario che nulla ha di meno del dramma “di finzione” del G8 di Genova. Il regista riesce così a condensare con un’analisi dettagliata e lucida i momenti di gioia, smarrimento e perdita di quei 20.000. Viene tracciato anche un accurato rapporto sulle difficoltà degli interventi da parte della comunità di Bari e del Governo, non risparmiando nulla (incomprensioni e dure parole tra il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga e il Sindaco Enrico Dalfino), ma senza calcare in facili ideologismi o momenti eccessivamente patetici. Vicari lascia che siano le parole degli intervistati (tra cui figura anche il famoso ballerino Kledi Kadiu, allora sedicenne) e i loro gesti, accentuati da uno sfondo neutro, a farla da padrona.
Le musiche di Teho Teardo ben si adeguano all’altalena di sentimenti che la pellicola propone, mettendo ancora più in risalto la drammaticità della narrazione e la crudezza degli eventi. Forse è proprio questo l’unico difetto dell’opera: il sonoro rischia di sminuire quel carico di realtà che Vicari cerca, favorendo piuttosto la finzione cinematografica. Lo si può constatare, più che nella colonna sonora, nel sound aggiunto alle testimonianze dei diretti interessati. Che cos’è allora La Nave Dolce? Un racconto di cronaca, una denuncia dal sottotesto politico? Anche. Ma soprattutto è Storia; la nostra, la loro. In breve… Vicari propone un documentario efficace e lucido su una “nave dolce” che trasportò zucchero e un popolo pieno d’illusioni. Il montaggio efficace delle testimonianze e del repertorio televisivo non utilizzato conquistano lo spettatore fino all’ultima immagine, dalla più indimenticabile di chi, preso dalla gioia, si buttò nelle acque del porto di bari al grido di “Italia! Italia!”. Lodevoli le riprese di repertorio, altrettanto l’abilità di riordinare le testimonianze di ciò che accadde. L’accusa per un eccessivo zelo di finzione cinematografica nella narrazione passa in secondo piano. Inutili altre parole: fortemente consigliata la visione.
Di Alberto Longo, da storiadeifilm.it

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