LA KRYPTONITE NELLA BORSA


Napoli, 1973. Peppino è il più giovane membro della famiglia Sansone. Neanche dieci anni, l’onta di una forte miopia giovanile e un’ammirazione per lo strambo cugino che crede di essere Superman. In seguito alla sua morte, il piccolo Peppino comincia a immaginarne la presenza, e di questo supereroe fantasma dal naso aquilino e dal forte accento napoletano fa il suo unico amico fidato. Quando la madre Rosaria entra in depressione dopo aver scoperto che il marito la tradisce, sarà infatti lui, più che i due zii giovani e incoscienti o i tre piccoli pulcini donati dal padre fedifrago, a insegnargli come trovare il proprio posto nel mondo.
Ancora una famiglia, ancora uno sguardo al passato. Ancora un marito che tradisce e una moglie in depressione. Ancora figli scapestrati dal guardaroba a fiori e un canzoniere d’antan che risuona fra mobili di modernariato. Dentro al film d’esordio di Ivan Cotroneo, sceneggiatore fra i più apprezzati nel panorama cine-televisivo, ci sono molti degli elementi più rappresentativi del cinema italiano contemporaneo. Quel che cambia è il modo di guardare ad essi: un leggero cambio di direzione determinato a ringiovanire lo sguardo e riabilitare la non freschissima materia da trattare.
Dai Cantone, Mine vaganti concepite per il passaggio di Ozpetek alla commedia, ai Sansone dellaKryptonite, Cotroneo si dimostra esperto narratore di ragioni e sentimenti di quella ossessione tutta italiana chiamata famiglia. Con il valore aggiunto, rispetto al film di Ozpetek, di fare della maschera della diversità il polo di astrazione, prima ancora che di attrazione, del suo intreccio.
Da un suo romanzo, l’autore napoletano trae un film alla base semplice e spensierato come in fondo devono essere tutte le storie che narrano una crescita. La kryptonite aggancia una serie di personaggi paralleli che non vagano solo in maniera satellitare e parassitaria come esuberanti macchiette attorno al giovane outsider precoce e al suo supereroe immaginario, ma ne arricchiscono il percorso di vitalità narrativa e vivacità espressiva. Dalla madre depressa di Valeria Golino e i suoi desideri di giovinezza rimasti sull’isola di Procida, ai tradimenti e ai goffi gesti di paternità del padre Luca Zingaretti; dalle avventure hippie dei due fratelli Libero De Rienzo e Cristiana Capotondi alla disperazione da zitella spiantata di Monica Nappo. Grazie a questa serie di caratteri piacevolmente brillanti e complessi, il piccolo romanzo di formazione dalla copertina vintage si arricchisce dei vizi e delle virtù di varie generazioni, rifigurati sotto una veste pop ma non patinata.
L’epoca dell’amore libero e delle esperienze lisergiche rivive così in una Napoli dai colori vividi e accesi, dove gli unici dettagli in bianco e nero sono le immagini delle reclame della tv. Attraverso piccole parentesi da musicarello e un certo numero di elementi scabrosi lavati e ripuliti a secco per l’occasione, l’iniziazione al mondo del piccolo Peppino si compie più agile e svelta. E al ritmo di “These boots are made for walking”, anche il cinema dello stivale dimostra di avere voglia di muoversi a piccoli passi dai suoi cliché.
Di Edoardo Becattini, da mymovies.it

I Sansone sono una famiglia napoletana degli anni ’70 che vive la sua disarmonia interiore nella speranza di poter un giorno (ri)fiorire in un guizzo di genialità (che sono convinti di vedere nel maggiore Federico – che da cinque anni prepara lo stesso esame) destinato a farli uscire da quella vita mediocre. Peppino, il più piccolo di casa Sansone, ha nove anni, una congenita miopia che lo costringe a confinare i suoi occhi belli e curiosi dietro un paio di giganteschi occhiali e una vita turbolenta tutta spesa nel cercare di comprendere gli spaesati personaggi che affollano le sue giornate e gli orbitano attorno, mentre le sue figure di riferimento (ovvero la madre, la madonna e la maestra) sembrano svanire a poco a poco dentro una nube di inadeguatezza che tutto inghiotte. Così lui segue confuso e stupito le circonvoluzioni degli giovani e scatenati zii hippie Titina (Cristiana Capotondi) e Salvatore (Libero de Rienzo), le assenze di un padre fedifrago (Luca Zingaretti) che tenta di rimpiazzare la sua inettitudine paterna con un trio di sventurati pulcini, le speranzose giornate in riva al mare della zitella Assunta in attesa di uomo che la salvi da una cupa solitudine, e infine il dolente silenzio di una madre (Valeria Golino) sempre più ferita dalle delusioni coniugali che vive nel ricordo di un passato arenatosi sull’isola di Procida. E dunque, scombussolato da quel mondo caotico, il piccolo Peppino troverà un amichevole conforto solo nell’immaginaria invincibilità del cugino Gennaro che sogna e crede di essere Superman (con un particolare fiuto nello scovare la Kryptonite nascosta nelle borse).
Lanciatissimo sceneggiatore televisivo (tra gli altri anche Tutti pazzi per amore) e cinematografico (ad esempio Mine Vaganti diOzpetek) il napoletanoIvan Cotroneo debutta alla regia con La Kryptonite nella Borsa, storia leggera e drammatica al contempo di una famiglia napoletana (quella deiSansone) che racchiude molte delle anomalie ascrivibili alle famiglie ‘medie’, soprattutto quelle nate e sviluppatesi all’ombra di un’inferiorità culturale che fatica a liberarsi da sé stessa. Ci vuole dunque un escamotage, qualcosa di straordinario, come il fantasma di quel cugino supereroe che il piccolo Peppino idealizzerà nella sua mente fino ad elevarlo a compagno di riflessioni e guida spirituale, lasciandosi affascinare dai superpoteri che il cugino dal naso aquilino e dalla parlata pittorica sostiene di avere. Sarà paradossalmente questo rapporto, coltivato proprio nella creativa mente di Peppino, a dare un senso alla pittoresca ma misera routine della sua famiglia, costellata di personaggi tanto stravaganti quanto profondamente infelici che giorno dopo giorno sprofondano nella chimera di essere diversi da sé stessi. Le intuizioni narrative di Cotroneo, calate in quella napoletanità sempre viva e guizzante, servono ad anestetizzare il dolore di una società che vive e si nutre di piccoli espedienti, senza mai arrivare ad avere una visione globale di sé stessa. Una società fatta di piccoli personaggi folcloristici confinati nella loro mediocrità, che solo il miope e bistrattato Peppino (preso di mira dai compagni per i suoi ingombranti occhiali) grazie all’amico e cugino Gennaro-Superman riuscirà a vedere nella loro colorata assurdità, apprendendo infine come sia possibile indossare gli stivali da marcia (These Boots Are Made For Walking), e camminare (forse, un giorno) – diritti – per la propria strada.
Ivan Cotroneo, apprezzato e lanciato sceneggiatore napoletano, debutta alla regia con La Kryptonie nella borsa, una commedia che si sviluppa nel dramma di una famiglia napoletana anni ’70 piena di storture e diffuse incongruità. Ma è la felice scelta di guardare quel mondo colorato e allo stesso tempo grigio attraverso le grandi lenti di Peppino (il più piccolo – solo nove anni – del grande ‘clan’ dei Sansone), a conferire al film quel tono scanzonato che riesce a indagare nelle comuni disgrazie con occhi nuovi e originali raccontando il processo evolutivo e formativo di un piccolo Superman che aspira a diventare grande, e che riuscirà a farlo anche e soprattutto grazie alla presenza di quel grande Superman in cui si nasconde il corpo del disadattato ma sensibile cugino.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

Quando un film italiano accompagna i titoli di coda sul ritmo di una These Boots Are Made for Walkin’ rifatta dai Planet Funk e, poco prima, durante i suoi 98 minuti di pellicola, ha utilizzato pezzi come Lust for Life (cantata da Iggy Pop) e Life on Mars di David Bowie, significa che non è il solito film italiano.
Se è vero che l’utilizzo di alcune canzoni come colonna sonora spesso pesa sul budget di una media produzione italiana come e più del salario di un attore, è indubbio che per La Kryptonite nella borsa si sono volute fare le cose per bene e che la fiducia nel regista e sceneggiatore (nonché autore dell’omonimo libro da cui è tratto il film) Ivan Cotroneo è alta.
Il risultato per fortuna conferma che è stata ben riposta. Certo, non parliamo di un capolavoro né di una commedia capace di entrare nel novero delle migliori dell’ultimo decennio come, ad esempio, si potrebbe dire di Santa Maradona e del primo Notte prima degli esami, ma comunque di un bel prodotto, scritto, interpretato e confezionato con cura per i dettagli e voglia di allontanarsi dai soliti cliché narrativi italiani. Un scena come quella sulle femministe (che da attiviste, una volta spente le luci, si rivelano anche amanti dei rispettivi corpi) o il coinvolgente ballo sulle note di Zorba il greco sono momenti di cinema che poche volte vediamo girati “in italiano”.
Cotroneo si permette anche dei rischiosi inserti onirici, ma lo fa bene, rappresentando i sogni con il tocco lieve di chi fa finta di parlare ai bambini per rivolgersi in realtà ai genitori. Non banalizza nessuna situazione narrativa e dà a ogni personaggio, anche quando apparentemente macchietta (come i due simpatici zii interpretati con brio da Cristiana Capotondi e Libero De Rienzo), la possibilità di definirsi per bene e di dare il proprio apporto alla credibilità non tanto della vicenda, ma dei sentimenti che vi si ritraggono. E se è vero che anche qui, seppur latamente, si parla come al solito di corna “borghesi” (o quasi, di certo non con problemi economici), bisogna comunque dire che il vero protagonista del film però è il piccolo Peppino. Tutto ciò che gli accade intorno fa parte dell’ambiente in cui si deve inquadrare il suo percorso di crescita, da bambino emarginato a ragazzo fiero di sé stesso e delle proprie particolarità (all’inizio è il classico occhialuto preso di mira dai compagni di classe bulletti).
La Napoli del 1973 che fa da sfondo alla storia completa, anche solo con i suoni delle voci o i colori del proprio territorio (sia urbano che costiero) ha la vitalità di un puzzle allegro e ironico che vale la pena godersi al cinema.
Di Andrea D’Addio, da badtaste.it

I primi cinque minuti de “LA KRYPTONITE NELLA BORSA” gridano “IL FAVOLOSO MONDO DI AMELIE” da ogni fotogramma. L’impressione iniziale è che, sì, la prosa di IVAN COTRONEO sia divertente e piacevole, ma poco originale. Rimaniamo aggrappati al “divertente e piacevole” e proseguiamo nella visione, sicuri che “l’originale” arriverà. E arriva.
Lo sceneggiatore di “MINE VAGANTI” e “IO SONO L’AMORE” esordisce alla regia con una storia estremamente personale, tratta da un suo stesso romanzo e ambientata nella Napoli degli anni Settanta, fra pantaloni a zampa, francobolli acidi, crisi matrimoniali e nuovi amori. Il tutto visto dagli occhi innocenti diPeppino (Luigi Catani), un ragazzino di neanche dieci anni che vive in una famiglia disfunzionale. I suoi genitori Antonio (LUCA ZINGARETTI) e Rosaria(VALERIA GOLINO) sembrano una normalissima e felice coppia, ma in realtà lui tradisce lei. Rosaria cade in un esaurimento nervoso, e Peppino finisce nella sfera di influenza dei giovani zii hippie (CRISTIANA CAPOTONDI e LIBERO DE RIENZO). Non bastasse, c’è di mezzo pure un amico immaginario: è Gennaro(Vincenzo Nemolato), il cugino di Peppino che si credeva Superman, ma è morto sotto un autobus.
Cotroneo mette in scena una realtà coloratissima, anche grazie alla variopinta fotografia di Luca Bigazzi. Napoli diventa di per se stessa un trip allucinogeno e un luogo surreale dove si aggirano figure caricaturali e storie più terra terra. Una distinzione netta tra l’universo visto dagli occhi del bambino, e quindi fantasioso e puro, e quello degli adulti, in particolare Antonio e Rosaria, invischiati in una trama di tradimenti e depressione che nella maggior parte dei casi rimane estranea al bambino. Peppino usa l’amico immaginario/cugino/supereroe per sfuggire, da una parte, proprio alle crisi familiari. Ma infine tocca a Gennaro farsi portavoce della morale del film: diversoè bello, e la normalità è un concetto sopravvalutato. La pellicola diverte e fa pensare, intrattiene con garbo e funziona molto anche a livello visivo, laddove falliscono molti prodotti nostrani, sepolti dalla loro piattezza espressiva. “La kryptonite nella borsa” è invece ricco di invenzioni, e grazie ad esse si fa anche perdonare per alcuni strati di “ciccia” che avrebbero dovuto essere tagliati per rendere il tutto più fluido e meno “ameliano” (ad esempio la storia d’amore di un’amica della madre che non aggiunge nulla al film). Come opera prima, comunque, è di tutto rispetto, e ora attendiamo con ansia la prossima prova registica di Cotroneo.
Di Marco Triolo, da film.it

Il debutto da regista di Ivan Cotroneo è di quelli che, sulla base di un ottima fattura e di un cordone di sostegno che va dalla fotografia di Luca Bigazzi a un cast estremamente accurato, ha i numeri per portare pubblico al cinema. Cotroneo usa la chiave della commedia per interpretare il mondo con una storia adulta vista ad altezza di bambino. Protagonista è Sansone Peppino da Napoli, colto da questa storia sulla soglia dei 9 anni nel 1973. Intorno a Peppino una famiglia multicolore (è il caso di dirlo: le ricercate mostruosità cromatiche della mostruosa moda di quelle stagioni sono parte importante del film) dove papà Luca Zingaretti tradisce impunemente mamma Valeria Golino che cade in uno stato di muto sgomento dal quale la risolleva il più che sollecito psichiatra Fabrizio Gifuni; mentre i due zii Cristiana Capotondi e Libero De Rienzo spupazzano il nipotino. Insomma un gran casino, simpatico e vitale. Che sa distillare, nella forma più accattivante ma non superficiale, una classica lezione di vita: sii sempre te stesso e segui la tua strada.
Di Paolo D’Agostini – Testata: la Repubblica

Direttamente dal Festival di Roma alle sale: La kriptonite nella borsa sarà nei cinema italiani da stasera 4 novembre. Dopo aver convinto pubblico e critica alla kermesse capitolina, ecco anche la nostra personale recensione in anteprima.
La kryptonite nella borsa parte da un ottimo cast: Valeria Golino e Luca Zingaretti, in primis. Poi c’è lui, il piccolo Luigi Catani, nei panni dello strampalato e disorientato Peppino, ovvero il personaggio chiave del racconto, contornato dalla strana e colorata parentela.
Il film di Cotroneo- che è in corsa al Festival di Roma- ha due meriti principali: tenta la chiave ‘fantastica’ sullo stile di Amelie, e allo stesso tempo inserisce la famiglia protagonista e le altre figure di contorno in un contesto ben preciso, la Napoli degli anni ‘70. Bene quindi le musiche, i costumi, i dialoghi e la fotografia, coloratissima, di Luca Bigazzi.
E’ quindi una commedia delicata, agrodolce, che tenta una strada un po’ più originale rispetto alle altre pellicole brillanti che da un anno a questa parte stanno conquistando le vette ai botteghini. In parte Cotroneo ci riesce, anche se forse ci avrebbe guadagnato nel delineare meglio la psicologia di alcune figure. I due giovani zii hippies per esempio (interpretati da Libero De Rienzo e Cristiana Capotondi).
Il più riuscito è Peppino, il piccolo protagonista: occhiali dalla montatura spessa, che nascondono due grandi occhi verdi, e in testa una cascata di capelli riccioli. Il regista, Ivan Cotroneo, ha raccontato che il piccolo attore, Luigi Catani, 11 anni, prima di questo film non aveva avuto altre esperienze di set, ma canta da anni nel coro del San Carlo a Napoli. Aveva nei nostri incontri quel suo modo speciale di mettersi serio serio in un angolo quando entrava in una stanza, ha detto il regista- Continuavo a conoscere altri possibili Peppino ma poi nella mia testa rimaneva solo lui.
La storia, in sintesi, ruota intorno al ragazzino e alla sua famiglia scombinata nella Napoli del 1973. Ma allora che c’entra la kriptonite nella borsa? E’ dovuta allo strambo cugino di Peppino, Gennaro, che si crede Superman. Il ’supereroe’ in salsa napoletana sarà molto importante nelle vicissitudini vissute dal piccolo Peppino…
Ivan Cotroneo, lo ricordiamo, è alla sua prima prova da regista. E’ stato sceneggiatore di diversi film tra cui Mine Vaganti e Io sono l’amore. E, cosa che non sorprende affatto perché le somiglianze sono lampanti, autore anche della fortunata serie tv Tutti pazzi per amore.
Di Valentina Gerig, da cinema.tuttogratis.it

Tratto da un romanzo di Ivan Cotroneo, artista noto per le sue collaborazioni con Ferzan Ozpetek, qui alla prima prova dietro alla macchina da presa, arriva alFestival di Roma “La Kryptonite nella borsa“. Un cast importante, fra cui spiccano Valeria Golino, Luca Zingaretti e Libero De Rienzo, ed un storia particolare, sono i punti saldi di questa colorata e divertente commedia.
Napoli, anni ’70. Il giovane Peppino, figlio di una famiglia allargata e particolarmente variegata, vive in prima persona le gioie, i turbamenti e i problemi della crescita e dello scontro generazionale. Tra genitori in crisi, nonni “vecchia scuola”, zii hippy e un cugino molto particolare, Peppino dovrà superare tutte le insidie che incontrerà sul suo cammino.
Comicità semplice e a tratti gustosa, in questa commedia che, nonostante punti su stereotipi partenopei un po’ stantii, e su personaggi abbastanza scontati, riesce a fotografare, con lo sguardo disincantato di un bambino, un particolare momento della storia italiana e il passaggio dall’asolescenza all’età adulta. Mogli tradite, anziani granitici e inquadrati, giovani un po’ incapaci e un po’ fannulloni non sono certo una novità, ma la semplicità e la leggerezza, con cui solo un giovane può affrontare la vita, rendono il tutto più gradevole e leggero. L’immaginazione del piccolo Peppino sembra essere, inoltre , l’unico rifugio dai problemi che investono la famiglia del protagonista.
Un buon cast, in parte e indubbiamente ben diretto, genera personaggi veri, debitori certamente dell’universo personale dell’autore, cui è facile affezionarsi, e, almeno in parte, riconoscersi. I registri comici e drammatici del plot, però, non si mescolano sempre in sinergia con gli eventi narrati, soprattutto negli episodi secondari. La pellicola, infine, ha l’indubbio merito di abbracciare un vasto pubblico di spettatori, senza scadere nella comicitàcaciarona della commedia commerciale. E anche se la pellicola conserva un moralismo di fondo, un po’ fastidioso, la Kryptonite nella borsa è un’opera sugli italiani, coi loro vizi e le loro virtù, che ha l’onestà di non volere provocare forzatamente le emozioni degli spettatori.
Un film leggero e divertente che cerca di portare sullo schermo una storia diversa (con qualche ammiccamento a “Il favoloso mondo di Amelie”): il sogno e l’immaginazione come fuga dal mondo, riflessi negli spessi occhiali con cui Peppino guarda al suo futuro, sono una ventata di aria fresca nel panorama odierno della commedia italiana.
Da cinemaerrante.it

Napoli 1973. La famiglia Sansone è affollata e un po’scombinata. Peppino, nove anni, è un bambino su cui pesa l’onta della miopia e la sua nascita da subito è un evento sconvolgente. Sin dall’inizio il giovane personaggio nutre una profonda ammirazione per Gennaro, un cugino che si crede Superman. In seguito alla sua improvvisa morte e alla fulminante depressione della madre, Peppino si alternerà tra il mondo folle e colorato degli zii Titina e Salvatore e i maldestri tentativi di Antonio, un padre assente che comincerà a occuparsi di lui. Il tutto è corroborato dalla sua fervida immaginazione, che riscrive la storia e riporta in vita il cugino Gennaro, rendendolo il supereroe che ha sempre sognato di essere.
Debutto alla regia per Ivan Cotroneo con La kryptonite nella borsa, tratto dal suo romanzo omonimo, una “commedia di formazione” in cui si nota e si ammira un ottimo lavoro di caratterizzazione dei personaggi. Lo sguardo di Cotroneo si sofferma in modo equilibrato su ogni aspetto, rivelando ogni piccola ambizione e ogni piccolo segreto e racconta un percorso di crescita autentico, nel quale prende forma un mondo anni settanta cangiante condito da amore libero e avventure lisergiche che rendono tutto molto verosimile.
Peppino è un ragazzino che si differenzia dalla massa, un bambino speciale preso di mira dai suoi compagni di classe, costretto a fare il palo della porta durante la ricreazione perché scartato per la partita a calcio, e che, a causa dei problemi in famiglia, si avvicina inconsapevolmente al mondo adulto e immediatamente ne nota le stridenti contraddizioni. Peppino è anche dotato di un’innocente immaginazione: fa rivivere il cugino (il superman napoletano dotato di superpoteri traballanti), donandogli quella mistica aura di paladino mascherato e protettore personale. Sarà proprio lui, seduto sul tetto della caserma militare, la morale alla pellicola, dando a Peppino consigli riguardo alla sua vita dall’alto di una Napoli notturna da cartolina.
Cotroneo si allontana a piccoli passi dai cliché familiari, abbracciando, nella sua pellicola d’insieme, personaggi pervasi da un’importante vivacità narrativa ed espressiva. Inoltre grande merito va al cast che impersona alla perfezione ogni piccola determinante sfaccettatura. Gli attori si fanno ammirare e applaudire, portando alla luce un caleidoscopio vario di personaggi particolari, e permettono al fruitore di osservare divertito Zingaretti e i suoi pulcini (simboli imperfetti di una vita che va avanti), una Valeria Golino depressa (pressata da una macchina da presa che ne accentua la drammaticità), gli zii Capotondi e De Rienzo, ballerini perfettamente inseriti in un universo caratterizzato da feste negli scantinati e collettivi femministi, e la disperata zitella Monica Nappo. La cinepresa del regista salta da un personaggio all’altro e ne ostenta le particolarità e lo stesso fa con Peppino, abbassandosi alla sua altezza, raccontandolo, scrutandolo e indugiando sui capelli arruffati, sugli occhiali rotti e aggiustati con lo scotch e sul suo sguardo, che si illumina di autentica gioia nello scoprire cose nuove.
La kryptonite nella borsa recupera, senza nostalgica rievocazione, un universo pervaso dalla rivoluzione sessuale e dal boom economico, facendo emergere un’Italia che viveva la possibilità del cambiamento e in cui palpitava il contrasto tra le nuove idee di libertà e la presenza condizionante della famiglia. La macchina da presa di Cotroneo si muove in modo fluido tra queste due realtà, contraddistinte da una sapiente alternanza tra interni ed esterni. Difatti la pellicola si fa notare per una fotografia di Bigazzi compiuta e luminosa che fa brillare Napoli di luce propria, e una colonna sonora coinvolgente e significativa che arricchisce le sequenze, fa ballare (Lust for Life di Iggy Pop e These boots are made for walkin’) e commuovere.
La kryptonite nella borsa fa ridere grazie alla sua carica ironica, non scade mai nella volgarità gratuita, permette allo spettatore di immergersi nello “ stivale ” anni settanta in modo completo e di poter osservare la famiglia italiana in modo differente, grazie allo sguardo intimista e personale con cui la analizza dal suo obiettivo Ivan Cotroneo.
Peppino alla fine della pellicola chiude gli occhi, si aggrappa alle spalle del cugino Gennaro e vola verso casa; vivrà la sua vita, magnifica o banalmente comune questo non si saprà mai. Possiamo solo immaginare.
Di Andrea Ussia, da persinsala.it

La kryptonite nella borse è un film delizioso.
Potrei anche smettere qui, perché parlare di certe cose – anche analizzandole, anche sottolineandole nei più sottili passaggi, anche cogliendone le più giuste e profonde sfumature -, alle volte, fa correre il rischio di banalizzarle.
Perché le “cose” carine, lievi e dolci sono tali perché sono tali; sono tali in quanto semplici.
E da semplici andrebbero prese, senza tanta liturgia.
Ma non resisto, ovviamente. Perché sono io, intanto.
Ma anche perché questo film voglio celebrarlo, perché celebra quello che ho di più caro al mondo: Napoli e l’idea migliore della napoletanietà.
Voglio celebrarlo, anche e soprattutto, per fare un piccolo ma sentitissimo omaggio a quello che, a mio parere, è un genio misconosciuto alle masse (non all’intellighenzia, fortunatamente): Ivan Cotroneo.
Ivan Cotroneo è il regista, lo sceneggiatore del film.
Cotroneo è il sorriso, la fragilità, la forza, che si nasconde dietro ogni protagonista, ma è anche l’autore del libro da cui è stato tratto questo piccolo, delicato, romanticissimo film, che, come programaticamente si afferma, è una storia d’amore.
Bisogna però intendersi su cosa s’intenda per amore.
Cotroneo, e tutti i folli savi, lo intende bacchicamente, come sentimento onnicomprensivo, come moto dell’animo costante, come occhio sempre aperto che sottolinea e gode della bellezza, ovunque la incontri, in una persona, in un luogo, in un oggetto, in una situazione.
E così, quello che questo piccolo prezioso film resistituisce allo spettatore è sì, la storia di un piccolo ed imberbe Ulysses perso nella napoletanità dei primi anni settanta; sono sì le sue romantiche peregrinazioni ai bordi del collasso del suo mondo (la crisi del rapporto dei suoi genitori, la depressione della madre, la perdita dell’amato cugino che crede di essere Superman, l’incapacità di affrontare quelli più cattivi, o semplicemente più stupidi, di lui).
Ma, anche e soprattutto, La kryptonite nella borsa regala un amore pindarico ed onnicomprensivo per Napoli, città emblematica di tanto, come sempre.
Napoli è, per Ivan Cotroneo che ci è nato sul finire degli anni sessanta, madre – una sorta di quarta madre -, ispirazione, donna da corteggiare (meravigliosa dopo una pletora di piccoli deliziosi dettagli la transvolata notturna sulle suggestive note di Life on Mars, immarcescibile canzone del Duca Bianco, indubbia dichiarazione d’amore alla città che pure ha abbondonato in gioventù), consolazione, monito e perfino estrema censura.
La povertà cui sa costringere alcuni dei suoi figli, infatti, è punizione e compatimento, sembra dirci Cotroneo.
E così, potrei dire del cast particolarissimo che va da una perfetta Golino, malinconica e dolente, ad un’ineffabile Anita Caprioli, nel ruolo di una napoletanissima Madre celeste, rassegnata alle esosità di noi altri umani, alla sempre brava De Cicco (attrice, anch’essa non valorizzata come dovrebbe, pur vantando partecipazioni in film autoriali di alto livello), al misurato e affascinante Gifuni, al dolce “bastardo incosciente” Zingaretti, che fa della propria inadeugatezza riscatto, dopo l’uccisione di tre pulcini e grazie ad un’insalata.
E ancora potrei ricordare “i ragazzi del mistero” Capotondi e De Rienzo bellissimi, divertentissimi, ma l’uno per l’altra, come ogni fratello dovrebbe essere.
E soprattutto sottolineare la bravura del giovanissimo Nemolato, SuperMan per amore,
Cotroneo per vocazione (un po’ come accade nei film di Allen in cui la parte idealmente sua è interpretata da altri attori, Nemolato finisce perfino per somigliare fisicamente ad Ivan Cotroneo).
Efficacissimo nelle sue apparizioni, incredibile nell’imperdibile monologo finale.
Oppure potrei sottolineare quella che forse, inaspettatamente, è stata la scena migliore: un uomo, Massimiliano Gallo, che in ppp strettissimo, parla sulle scale di un palazzo popolare alle soglie di quello che se non stesse, per l’appunto su delle scale, sarebbe decisamente un vascio, o meglio ancora la perfetta resa visiva della casa paterna di Filomena Marturano.
Due stanze (i nostri appartamenti) in cui abitano padri, figli, madri, fratelli in generazioni trasversali, di letti sempre disfatti, in quanto unici mobili.
L’emblema di una napoletanità povera che non è mai povera napoletanità.
O forse che non lo era.
Un uomo che dall’alto di un’evidente differente situazione socio-culturale-censuale, in quel “vascio” ci entra per prendere e portare via la donna della vita, quella che cercava l’uomo ricco, ma che, alla fine, arrossisce e gode solo del suo ricco amore.
E perché, come direbbe, Rosaria, intrappolata più che nel tradimento patito, nella propria differente sensibilità, non possiamo essere tutti felici così?
Io sono un’enfatica, lo so, credo nelle cose che amo, pure questo è vero.
Eppure vi prego, e lo faccio con tutto il cuore, di vedere La kryptonite nella borsa, di leggerlo perfino.
Di conoscere, amare, diffondere, l’esitenza di Ivan Cotroneo, regista, scrittore, traduttore di Kureishi e Cunnigham, autore televisivo di Serena Dandini e Corrado Guzzanti, autore di testi teatrali.
Di amare e far amare Ivan Cotroneo, napoletano.
Di Fabrizio Reale, da cinemarecensionilab.blogspot.com

Il film è diretto da Ivan Cotroneo, apprezzato sceneggiatore per il cinema con “Mine Vaganti” e per la tv con “Tutti pazzi per amore”.
Adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo del 2007 scritto dallo stesso Cotroneo, il film arriverà nelle sale il 4 novembre.
Napoli, 1973. Peppino Sansone è un bambino di 9 anni che cerca di sopravvivere ad una stravagante e complessa realtà famigliare. Sua madre, a causa dei continui tradimenti del padre, si è chiusa in un lungo silenzio; il padre cerca di conquistare il suo affetto regalandogli pulcini; gli giovani zii Titina e Salvatore sono due inguaribili hippyes, mentre Gennaro, il cugino più grande, si crede Superman. Quando però Gennaro muore, Peppino lo riporta in vita nelle sue fantasie sotto forma di super eroe. Grazie all’aiuto del suo amico immaginario – super eroe dai poteri traballanti, Peppino riuscirà a comprendere e ad avvicinarsi al mondo degli adulti.
Il regista Cotroneo sceglie così di raccontare una storia dai colori e dai toni vintage, con sullo sfondo una coloratissima e vivace Napoli degli anni ’70. Tutto il calore, la fantasia, la passione e l’invettiva napoletana servono come alter ego della storia di Sansone, un bambino che gli adulti non comprendono, semplicemente perchè è un bambino.
Ad una solida sceneggiatura, il regista alterna momenti onirici di elevata qualità, gag originali e divertenti, e soprattutto scelte musicali, altamente apprezzabili, come la colonna sonora diDavid Bowie.
Il film vanta anche un cast che si è dimostrato all’altezza: un promettente e giovanissimo Luigi Catani nel ruolo di Peppino, i sempre bravi Luca Zingaretti, l’amato “Commissario Montalbano”, Libero De Rienzo e Fabrizio Gifuni. Le stesse Valeria Golino e Cristiana Capotondi riescono inaspettatamente ad offrire una buona performance.
L’unica pecca che la pellicola presenta è un ritmo troppo altalenante e l’impressione che il regista preferisca non sbilanciarsi su nessuna tematica, accennando a diversi spunti riflessivi senza approfondirne alcuno.
Dato lo scarno panorama cinematografico italiano attuale, “La kryptonite nella borsa” rappresenta sicuramente un buon prodotto cinematografico, superiore a molti altri in circolazione.
Da cinema.postificio.com

Acclamatissimo al Festival Internazionale del Film di Roma, La Kryptonite nella borsa, esordio dietro la macchina da presa di Ivan Cotroneo, arriva al cinema forte del successo festivaliero e della buona accoglienza della critica.
Tutte le famiglie hanno dei segreti, alcuni fanno più ridere di altri, con questo sottotitolo si presenta questo film, colorato affresco di una Napoli degli anni ’70in cui una donna scopre un tradimento e cade in unaprofonda depressione, un marito cerca di insegnare al figlio il senso della vita continuando ad uccidere pulcini involontariamente, e lo stesso bambino trova rifugio nella compagnia di un amica immaginario, un Superman napoletano, che gli insegnerà il valore di essere sempre fedeli a se stessi.
Cotroneo parte dal suo omonimo libro e racconta con grande leggerezza e spiccata vena comica una storia che poteva anche essere drammatica ma che, grazie anche ad un ottimo cast, ci accompagna con ironia e qualche volta grasse risate ad un epilogo poetico. Fulcro della storia è Peppino, interpretato dall’esordiente Luigi Catani, un bambino molto dolce e sensibile travolto dagli eventi e dai compagni bulli, che però non rinuncia al suo essere diverso dagli altri, aiutato anche da una famiglia stramba in cui la madre (Valeria Golino), scoperti i tradimenti del marito (Luca Zingaretti), si rifugia in un silenzio assurdo e inspiegabile, e lo stesso padre cerca di sostenere il figlio dopo la scomparsa del cugino, Gennaro (Vincenzo Nemolato), personaggi strambo che andava in giro travestito da super eroe. Gennaro però riappare a Peppino ogni volta che c’è qualcosa che non va aiutandolo a sopravvivere in un mondo che non capisce molto bene.
La grandissima abilità di Cotroneo, e solo un regista napoletano poteva riuscirci, è quella di dare a Napoli un aspetto di sicurezza e di romantica familiarità immersa com’è nei colori sgargianti degli abiti anni ’70, tutti troppo colorati, troppo corti e troppo stretti, ma estremamente originali e diversi gli uni dagli altri. E forse è proprio questo il messaggio che il film vuole dare, e cioè la ricchezza nella diversità e nella possibilità di essere indipendente da quello che gli altri pensano e dicono.
Controneo conduce i suoi attori in maniera classica, con qualche guizzo di regia che impreziosisce il film. Una pellicola che si lascia guardare con piacere e che sicuramente sarà apprezzata da molti.
Di Chiara Guida., da cinefilos.it

La Kryptonite nella borsa ci proietta nel 1973, a Napoli, e ci fa fare la conoscenza con la famiglia Sansone attraverso gli occhi, anzi i quattrocchi, di Peppino, un ragazzino un po’ sfigato che a 9 anni vive ciò che gli capita senza saper bene cosa fare e come reagire.
Ed essendo ancora un bambino, il suo universo è la scuola e soprattutto la famiglia, con i nonni conservatori, la mamma e il papà indaffarati, gli zii hippie o bamboccioni, e soprattutto il cugino Gennaro, un tipo sopra le righe che si crede Superman.
Non sempre ciò che succede è bello, ma i colori e le musiche sgargianti degli anni ’70 e la leggerezza dell’accento napoletano, ci restituiscono un quadro piacevole, dove è difficile distinguere l’immaginazione dalla realtà, e che proprio per questo si presenta come una commedia ben riuscita. Gli avvenimenti si succedono incalzanti (e per ciò non ve li raccontiamo), ognuno si fa gli affari propri, senza cattiveria o cinismo, e tutti vengono cambiati dalla vita.
Come quasi sempre nei film dedicati alla Famiglia, lo sguardo principale di La Kryptonite nella borsa è femminile: c’è la nonna che è l’unica a capire tutto anche se non capisce i figli, c’è la madre che si chiude a riccio nei suoi ricordi di Procida, c’è la giovane zia che insegue la libertà hippie, c’è la collega della madre che, spiantata e povera, insegue l’idea del principe azzurro.
Ivan Cotroneo, già sceneggiatore cinematografico e televisivo, è al suo esordio come regista, e si dimostra capace e sapiente: La Kryptonite nella borsa è un film vitale e spensierato, dai numerosi movimenti circolari, che in parte mi ha ricordato I Buchi Neri di Pappi Corsicato, se non altro per la sua leggerezza, la centralità delle visioni dei protagonisti e la tematica cripto-gaya.Gli inizi degli anni 70 sono rappresentati nella loro purezza, così come sono nell’immaginario, anche grazie alla scenografia e ai bellissimi costumi vintage.
Gli attori sono bravi, assai credibili, e completamente immersi nella parte. Toccante è l’interpretazione della madre da parte di Valeria Golino, e sorprendente è vedere Luca Zingaretti così lontano dai limoni di Camilleri. Presentato al Festival di Roma, La Kryptonite nella borsa è stato giustamente tra i più applauditi e ricercati dalla critica e dal pubblico. Dice esplicitamente che vuole raccontare una storia d’amore e non una storia per ragazzi, ma si tratta di una figura retorica, perché tutto fa pensare a un romanzo di formazione, solo che Peppino finisce con il ribellarsi alla menzogna del Padre non solo in forza di ciò che gli capita intorno, ma soprattutto per una presa di coscienza interna che prende la forma di un uomo in calzamaglia. Che sia un segno?
Di Teseo Parolini, da dazebaonews.it

Le atmosfere anni ‘70 sono ormai ricorrenti nel nostro cinema, dalle frequenti ricostruzioni di Pupi Avati al recente Bar Sport ispirato al libro “bibbia” di quel decennio firmato Stefano Benni. Il palato da cineamatore si crede ormai abituato a quelle dolci madelaine visive e non più sensibile. E invece davanti a La kryptonite nella borsa (dal 4 novembre al cinema) con felice stupore ho gustato ancora con sapore pieno – anzi più vivo del solito – il piacere di ricordi non troppo lontani, dei colletti di camicia di larghezza imbarazzante, dei maglioncini aderenti tripudio di righe, diagonali e colori, delle carte da parati, delle felpe strette strette con la zip, delle stanghette degli occhiali dalla montatura spessa aggiustate con un po’ di scotch. Ho riassaporato la modestia fiduciosa di quegli anni, presentata con realismo sobrio, senza nostalgia e senza rimpianti, da un Ivan Cotroneo al suo debutto alla regia: bella sorpresa delFestival del Film di Roma.
Il traduttore di Michael Cunningham, nonché sceneggiatore e scrittore, è passato dietro alla macchina da presa quasi per caso, quando i produttori Nicola Giuliano e Francesca Cima hanno scelto di trasporre cinematograficamente il suo stesso romanzo. Dalle riunioni su come portare il libro sullo schermo, è nata l’ipotesi che La kryptonite nella borsa fosse in tutto figlio di Cotroneo, che ne è scrittore, sceneggiatore, regista.
Con un tocco originale, pur senza osare troppo (che per un debuttante può essere un merito), il cineasta partenopeo ci porta nella sua Napoli, anno 1973, in una famiglia sgangherata fonte di dosato ed efficace umorismo. Ogni personaggio, anche chi ha meno minuti di scena, è tracciato con le giuste pennellate, in un puntuale equilibrio tra comicità e tragica umanità. Troviamo mamma Rosaria, una Valeria Golino misurata e capace di essere brillante: “Titì, famme capì, questo percorso individuale quant’è diverso dal percorso di una zoccola?”. C’è suo marito Antonio (Luca Zingaretti), padre e marito tanto affettuoso e infantile quanto distratto ed egoista. C’è soprattutto Peppino, il bravissimo e adorabile Luigi Catani, che nel suo casco nero di riccioli e nei suoi occhietti vivi ma filtrati da un vistoso paio di occhiali tutto vede nella sua famiglia, con candore di bimbo, e tutto assorbe.
E poi ci sono i due zii sciroccati di Peppino, Titina (Cristiana Capotondi) e Salvatore (Libero De Rienzo), tutti presi dalla loro volontà di rivoluzione sociale, tra party a base di lsd e alcol, incontri femminili alla ricerca della libertà sessuale e della disinibizione, feste negli scantinati… E ci sono pure Primo, Secondo e Terzo, i tre pulcini che Antonio regala a Peppino per insegnargli che la vita procede nonostante tutto, anche se la vita deve scontrarsi con le sbadataggini di Antonio stesso, poveri animali: il pezzo forte, garanzia di risate!
E non si può trascurare Gennaro (Vincenzo Nemolato), il cugino un po’ strano di Peppino, quello che si crede il Superman di Napoli e se ne va in giro in calzamaglia blu e mantello rosso scolorito. È lui, in un certo senso, che aiuta Peppino a superare le bizze e le incostanze degli adulti e ad avvicinarsi al loro mondo. È lui a insegnargli che “a stare un po’ da solo, a essere un po’ particolare, non c’è niente di male”.
Con un esordio registico convincente, lo scrittore Cotroneo, come ha già fatto il fumettista Gipi conL’ultimo terrestre, ci insegna che sguardi diversi, magari mutuati da altre arti, per il nostro cinema sono un toccasana.
Di simona.santoni, da blog.panorama.it

“Questa è una storia che parla di un supereroe, di una famiglia e di un bambino con gli occhiali, ma non è una storia sull’infanzia. E’ una storia sull’amore”, ci dice una voce over all’inizio del film. L’amore che, nonostante tutto, regna nella scombinata famiglia di Peppino Sansone (Luigi Catani), un bambino di nove anni, riccioli neri e grandi occhiali attorno al quale gravita un universo di storie e personaggi strambi ma che ti conquistano subito.
C’è la mamma Rosaria (Valeria Golino) che si è chiusa in un mutismo incomprensibile perché il marito Antonio (Luca Zingaretti), un padre tanto affettuoso quanto infantile, la tradisce usando come alcova la loro fiat 500. E poi ci sono i zii a cui Peppino verrà affidato per “svagarsi”, Titina (Cristiana Capotondi) e Salvatore (Libero De Rienzo), i fricchettoni della famiglia che sognano un biglietto di sola andata per Londra; c’è lo zio super-intelligente (Gennaro Cuomo) che da cinque anni studia lo stesso libro (“E’ il primo esame e ci tengo a fare bella figura”, spiega al nipote); e poi c’è lo psicanalista Matarrese (Fabrizio Gifuni) che farà perdere la testa a mamma Rosaria; Assunta (Monica Nappo), l’amica bruttina della madre che costringe Peppino a stare ore sugli scogli di Mergellina anche quando piove, per trovarsi un uomo ricco da sposare, ma soprattutto c’è Gennaro (Vincenzo Nemolato), il cugino di Peppino che si crede Superman e si aggira per il quartiere con tanto di mantellina rosa a cercare la mortale kryptonite verde. Quando però Gennaro muore, la realtà di Peppino subisce una svolta inaspettata e nella fantasia del bambino, il cugino torna in vita con le sembianze del supereroe che diceva di essere, un “supereroe napoletano” coi poteri un po’ traballanti ma che aiuterà il bambino ad affrontare le vicissitudini della sua famiglia e ad accostarsi al mondo degli adulti.
In una Napoli anni ’70, fra minigonne, pantaloni a zampa di elefante, francobolli acidi, collettivi femminili e festini a base di droghe e alcol, prende vita questa favola tenera e surreale che segna il debutto dietro la macchina da presa di Ivan Cotroneo, scrittore affermato e già autore di grandi successi cinematografici e televisivi, come Mine Vaganti e Tutti pazzi per amore (la cui terza serie andrà in onda da stasera su rai uno). Opera colorata, originale, ben fatta tecnicamente con alcune scelte registiche e trovate visive parecchio interessanti come la classifica delle “tre madri” che fa Peppino, La Kryptonite nella borsa è una storia di crescita e formazione. Un percorso che non tocca solo al piccolo Peppino ma a tutti i protagonisti del film, e che passa anche per eventi tragici come morte e depressione, trattati però con leggerezza e senza mai perdere il gusto della risata.
La fotografia dal sapore vintage di Luca Bigazzi esalta l’esilarante atmosfera dei seventies resa sullo schermo in maniera rigorosa e accurata anche grazie alla scenografia, ai costumi colorati e psichedelici e alla colonna sonora, che accanto alle musiche originali composte e orchestrate da Pasquale Catalano, contiene noti pezzi di repertorio da Lust for life di Iggy Pop, a Nun è peccato di Peppino Di Capri eQuand’ero piccola di Mina, Life on Mars di David Bowie, fino al tema portante These boots are made for walking, nella doppia versione italianizzata di Dalida, e in quella più moderna che accompagna i titoli di coda riarrangiata dai Planet Funk. A completare questo convincente esordio c’è un cast straordinario: Valeria Golino, Cristiana Capotondi, Luca Zingaretti, Libero De Rienzo, Lucia Ragni, Sergio Solli. Intorno a questo gruppo di attori bravissimi e di esperienza, due giovani esordienti: il piccolo Luigi Catani alias Peppino, e Vincenzo Nemolato, il cugino Gennaro che si crede Superman. Ed è proprio all’improbabile supereroe che Ivan Cotroneo affida la morale del film: sii sempre te stesso e non vergognarti di essere un ‘esemplare unico’. Un elogio alla accettazione della propria diversità che sulle prime lascia interdetto il bambino, ma che un giorno da grande, gli tornerà utile per trovare la sua felicità.
Da moviebreak.blogspot.com

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