LA CHIAVE DI SARA

Julia è newyorkese ma ha sposato un francese e vive a Parigi da più di 20 anni. Fa la giornalista e si sta occupando di un’inchiesta sui dolorosi fatti del Velodromo D’inverno, il luogo in cui la polizia francese, per ordine dei tedeschi, rinchiuse per giorni e in condizioni disumane, migliaia di ebrei parigini rastrellati fra il 16 ed il 17 luglio 1942, in attesa di reindirizzarli verso i campi di concentramento e sterminio nazisti. Lavorando alla ricostruzione degli avvenimenti per il proprio articolo, la giornalista si imbatte nella storia della piccola Sara, una bambina ebrea di 10 anni che nascose il fratellino Michel nell’armadio quando la polizia fece irruzione in casa Starzynski ed arrestò la sua famiglia.
Nonostante ci siano più di 60 anni a dividere Julia da Sara, l’adesso e l’allora, le storie delle due donne sono in qualche modo collegate. Il fatto che Sara abitasse in quello stesso appartamento che ora Julia sta ristrutturando assieme al marito, trasforma la storia di quella bambina sconosciuta in una questione personale, qualcosa che potrebbe essere legato ad un segreto custodito dalla sua famiglia. A volte una verità che appartiene al passato comporta un prezzo da pagare nel presente…
Con l’avvicinarsi del Giorno della Memoria approda sugli schermi italiani La chiave di Sara, diretto nel 2010 dal francese Gilles Paquet-Brenner e tratto dall’omonimo romanzo diTatiana de Rosnay. Il tema è lo stesso già trattato da Vento di Primavera (La Rafle, letteralmente la retata), uscito alla fine del gennaio dello scorso anno: si parla dei tragici (e poco conosciuti) avvenimenti del luglio 1942, quando la polizia francese rastrellò più di 13mila ebrei. Una vergognosa macchia nel passato recente dei nostri cugini d’oltralpe, filtrata questa volta attraverso gli occhi sgranati ed increduli di una bambina e quelli della donna che, più di mezzo secolo dopo, si scoprirà coinvolta in prima persona nella storia di Sara.
Non è mai compito facile raccontare la Shoah, la disperazione, la follia omicida, l’orrore inimmaginabile dell’Olocausto. Spesso si tenta (consciamente e non) di cancellare dalla memoria quei fatti tanto tragici ed assurdi, si finge che non siano mai accaduti, che non ci riguardino. Per la mia generazione il velo è stato sollevato nel 1993 da Steven Spielberg conSchindler’s List, che ha voluto raccontare per non dimenticare ed è riuscito a riaccendere il dibattito, a puntare i riflettori nell’angolo più buio del 20° secolo e ad aprire la strada a molti scrittori e cineasti.
La chiave di Sara è costruito in bilico su due archi temporali paralleli, che la sceneggiatura riesce ad intersecare egregiamente. Non mostra le atrocità dei campi di sterminio, ma rappresenta ugualmente bene l’orrore di quei giorni, il silenzio dell’indifferenza e l’impossibilità – da parte di chi è sopravvissuto – di dimenticare e di tornare a vivere un’esistenza normale. La storia di Julia (che ha il volto della sempre brava Kristin Scott Thomas) ossessionata dallo scoprire quale sia stata la sorte della piccola Sara ed alle prese con una gravidanza tardiva quanto inaspettata, che mette a rischio un matrimonio già in crisi, ha i colori freddi e cupi di una moderna metropoli in inverno. La storia della bambina (interpretata dalla piccola Mélusine Mayance) ha invece i toni caldi e seppiati delle vecchie fotografie.
Uno dei pregi del film, è quello di affrontare lo spinoso tema dell’Olocausto in modo originale, raccontandone i risvolti psicologici ed umani. Delicato ed intimistico, intenso e toccante, riesce a non scivolare mai nel lacrimevole, nonostante non si astenga dall’assestare al pubblico un paio di poderosi pugni nello stomaco.
Da cineblog.it

Quando la macchina da presa si avventura oltre il filo spinato che delinea i campi di concentramento è facile farsi strada verso il cuore degli spettatori, correndo il grande rischio di scuotere il pubblico un po’ troppo. Inquadrare al centro dell’obiettivo KRISTIN SCOTT THOMAS rende questo viaggio nel dolore meno scontato: d’un tratto ci si ritrova pronti ad accettare qualsiasi colpo emotivo e seguire l’attrice e il suo talento fino alle porte dell’inferno. Un posto in cui “LA CHIAVE DI SARA” ci arriva davvero, spazzando via ogni minima traccia di speranza.
Attraverso una narrazione divisa su due piani temporali, assistiamo all’indagine di una giornalista che vuole far luce sul passato di una famiglia ebraica deportata da Parigi. Una luce che rischierà di oscurare il suo presente. Questa la premessa vincente del dramma tratto dal romanzo di Tatiana De Rosnay (edito da Mondadori), uno dei film francesi di maggior successo dello scorso anno che si muove tra destini incrociati, carico di emozioni. A volte troppo carico (si veda il personaggio interpretato da AIDAN QUINN), eppure totalmente sostenuto dalle espressioni della protagonista, una vera regina cinematografica del dolore. Una che quasi mai si lascia andare a urla o lacrime; quello che fa, invece, (e glielo abbiamo visto fare spesso sul grande schermo) è affrontare le sue paure in maniera diretta, nella speranza di trovare una via di uscita dal suo inferno emotivo.
Destinato a un vasto pubblico, “LA CHIAVE DI SARA” è perfetto per un’audience più giovane. Un film da proiettare nelle scuole per saperne di più sul collaborazionismo francese e sugli eventi dolorosi del Velodromo d’inverno, teatro di tragedia a Parigi: il luogo in cui vennero concentrati migliaia di ebrei prima di essere deportati.
Di Pierpaolo Festa, da film.it

Il ghetto taciuto è dentro di noi.
“A volte le storie che non riusciamo a raccontare sono proprio le nostre”. Inizia così il racconto di Julia Jarmond (Kristin Scott Thomas), nel suo viaggio dentro una delle pagine meno note della Shoa. Ma forse sarebbe più corretto dire, “le storie che non vogliamo raccontare”. Tra flashback dell’inferno pre-campi di sterminio e intrecci contemporanei con familiari e conoscenti di quelle vittime, il 36enne regista Gilles Paquet-Brenner, ispirandosi al romanzo “Le chiavi di Sara” di Tatiana de Rosnay, punta l’obbiettivo sul rastrellamento ebraico del Vélodrome d’Hiver a Parigi.
È il 16 luglio 1942 e il governo collaborazionista francese dà il via a una serie di arresti di massa di ebrei, ammucchiandoli in modo vergognoso nel velodromo di Parigi e lasciandoli ai limiti della sopravvivenza. Tra di loro c’è la famiglia Starzynski. Mentre moglie e marito verranno deportati, e ivi uccisi nel campo di concentramento di Auschwitz, la piccola Sara (Mélusine Mayance) riesce a scappare trovando rifugio da una coppia di contadini, i coniugi Jules e Geneviève Dufaure (Niels Arestrup e Geneviève Dufaure). A sessant’anni esatti di distanza da quel tragico ma poco conosciuto episodio, la giornalista newyorkese Julia Jarmond sta preparando un servizio sul Velodromo. Ma quando scopre che l’appartamento in cui sta per trasferirsi con il marito e la figlia è lo stesso degli Starzynski, il servizio esce dalle colonne del reportage e diventa una sorta di missione personale, assumendo ancora più significato nel momento che appurerà che il suocero Edouard Tezac (Michel Duchaussoy), all’epoca bambino, si vide bussare alla porta dalla fuggiasca Sara nel tentativo di ritrovare il fratellino che aveva nascosto nell’armadio per non farlo cadere in mano alla Polizia, e ovviamente morto asfissiato. Da allora, di quel fatto non se n’è mai più parlato nella famiglia Tezac. Lo stesso Bertrand (Frédéric Pierrot), marito di Julia, non ne sapeva il niente, e appare molto infastidito da questo segreto fatto emergere dalla moglie. Il suo nonno però ha lasciato una cassetta di sicurezza con documenti precisi di come è proseguita la vita di Sara. Scritti che Edouard non ha mai avuto il coraggio di leggere. Julia col suo permesso, lo farà.
Passato e vita contemporanea si rincorrono. Europa, Stati Uniti e ancora Europa, a Firenze, con l’incontro tra Julia e William (Aidan Quinn), il figlio di Sara (deceduta parecchi anni prima, pare, per un incidente stradale), ignaro di tutto il “passato ebraico” della madre e che si vedrà raccontare questa incredibile storia dall’intraprendente giornalista.
Julia vive una sorta di percorso catartico. La sua volontà di portare a termine un’inaspettata gravidanza, per nulla festeggiata dal marito, diventa metafora stessa di tutte quelle vite falciate brutalmente e senza alcuna pietà dalla mostruosità nazista. Il regista francese risente, per fortuna, della sua giovane età. Dentro il velodromo, è come vedere quello che sta accedendo con le iridi frastornate di Sara. Le gocce di sudore sulla sua fronte mettono in secondo piano il resto della folla urlante. Sono sempre suoi gli occhioni che chiedono un gesto di pietà a una guardia francese del campo, nel tentativo di raccogliere una mela che gli è finita sotto il pesante scarpone. Riuscita a scappare con la complicità dello stesso gendarme, durante la fuga, la sua corsa liberatoria insieme a un’altra ragazzina viene incontro al grano. La telecamera è davanti a loro e raccoglie ogni scampolo di salvezza. Non è la Tarantiniana corsa traumatizzata di Shosanna Dreyfus di “Bastardi senza gloria” (2009). Passo dopo passo affrettato, le due ragazzine paiono spogliarsi di quanto visto accadere. Il successivo e statico galleggiare in un piccolo stagno raccoglie l’eredità di quelle braccia rivolte alla pioggia dell’ingiustamente incarcerato Andy Dufresne (Tim Robbins), nel capolavoro di Frank Darabont, “Le ali della libertà” (1994).
Il 27 gennaio 1945 i cancelli di Auschwitz furono abbattuti. Il 27 gennaio 2012 ancora troppe inferriate e porte blindate d’ingiustizia sono sigillate. Senza che nessuno stia muovendo un dito. Senza che nessuna inchiesta sia stata aperta. Senza che nessuno sia desideroso di mettere in moto la macchina della Giustizia. “La chiave di Sara” non è solo un episodio in mezzo a un oceano di atrocità. È un messaggio al mondo intero: “Tutti uniti dinnanzi alle tragedie del passato. Tutti assassini nell’indifferenza quotidiana di interi popoli lasciati a morire”. Quando inizieremo per esempio a raccontare con il loro vero nome il feroce e dissennato “colonialismo” occidentale nell’Africa e in Sudamerica? Dobbiamo aspettare di venire sconfitti in una guerra mondiale perché emergano tutti quei crimini cui le nazioni europee si guardano bene dal fare chiarezza? Quanto dovremo aspettare perché le Guantanamo di tutto il mondo escano allo scoperto? “La chiave di Sara” lascia un piccolo spazio vuoto nell’io interiore più nascosto di ciascuno di noi. Non basta raccontare una storia perché il mondo possa trovare pace. La maggior parte dicono di voler andare avanti come se nulla fosse successo, ma la Verità, per fortuna, non è solo una prerogativa di certi giornalisti.
Di Luca Ferrari, da bestmovie.it

Gilles Paquet-Brenner, regista del film “La chiave di Sara” (titolo originale: “Elle s’appelait Sarah”), legge il libro di Tatiana de Rosnay “La chiave di Sarah” e viene letteralmente posseduto dall’intreccio avvincente dell’opera e dallo sguardo con cui la de Rosnay sa scrutare i fatti storici della shoah francese del 1942 in un parallelismo assai convincente con la nostra contemporaneità. Gilles Paquet-Brenner decide, quindi, di portare sul grande schermo tutto ciò che è successo nel rastrellamento di 13.000 ebrei al Velodromo d’inverno a Parigi, e con l’eccidio dei campi di concentramento del Loiret. Il film si snoda su due storie di vita parallele, in cui le vicissitudini di Julia (Kristin Scott-Thomas) e della sua famiglia e la storia della vita di Sara (Mélusine Mayance) pare non siano proprio indipendenti, ma legate da qualcosa accaduto in quel passato del 1942. In una Parigi di oggi, Julia Jarmond, giornalista americana che vive in Francia da vent’anni, sta facendo un’inchiesta sui fatti luttuosi del Vélodrome d’Hiver, luogo dove vennero deportati migliaia di ebrei francesi, arrestati dalle stesse forze dell’ordine francesi, prima di essere spediti verso i campi di concentramento. Julia, lavorando alla ricostruzione dei fatti storici, scopre l’esistenza di Sara, che nel luglio 1942 aveva solo dieci anni. La storia, man mano che l’inchiesta si sviluppa, assume sempre più una valenza personale per Julia, fino a incidere sulla propria vita affettiva, alla fine facendo emergere circostanze equivoche in cui si trova coinvolta la stessa famiglia del marito della giornalista americana. “La chiave di Sara” ripercorre la tremenda colpa delle forze dell’ordine francesi, che nel luglio del 1942 mandarono al macello migliaia di ebrei francesi, colpa per la quale il presidente francese Jacques Chirac nel 1995, in occasione della commemorazione del Vélodrome d’Hiver, chiese pubblicamente scusa per il ruolo di collaborazionismo con i nazisti delle allora forze dell’ordine francesi. L’argomento di questo tremendo misfatto compiuto dagli stessi francesi verso i propri connazionali era stato già affrontato dalla regista Roselyne Bosch, nel film “Vento di primavera”. Gilles Paquet-Brenner sullo stesso fatto storico offre diversi spunti di riflessioni che si alternano tra il carattere storico della vicenda, la brutalità e l’animalità della natura umana che trova purtroppo sfogo in una dimensione sociale che in certi momenti della storia dell’uomo legittima atrocità perpetrate da comportamenti vigliacchi. Ben diretto, il film “La chiave di Sara” poggia su una struttura narrativa solida e ben articolata che racconta l’Olocausto con una certa singolarità ed originalità. La fotografia di Pascal Ridao coglie momenti di umanità vera, come nella scena che ritrae Sara e l’amichetta che si bagnano nelle acque di un fiumiciattolo, estasiate, quasi in trance. L’interpretazione di Kristin Scott-Thomas nella parte di Julia è perfetta. Non ha avuto torto il regista del film a volerle assegnare a tutti i costi la parte di Julia perché sicuro che la Scott-Thomas l’avrebbe calzata a pennello, come d’altronde ha fatto, senza mai smentirsi con cadute di tono.
Di Rosalinda Gaudiano, da cineam4stelle.it

La Chiave di Sara, il nuovo film di Gilles Paquet-Brenner, trascinerà gli spettatori nel dramma degli avvenimenti del luglio del 1942 al Velodromo d’Inverno a Parigi, dove migliaia di ebrei furono radunati prima di essere deportati nei campi di concentramento.
La storia viene raccontata attraverso gli occhi di Julia Jarmond (Kristin Scott Thomas) una giornalista newyorkese, che ha sposato un francese e vive a Parigi da più di 20 anni. Occupandosi dei dolorosi fatti del 1942, la giornalista si imbatte nella storia della piccola Sara, una bambina ebrea che aveva dieci anni ai tempi del rastrellamento, che nasconde delle notizie che sconvolgeranno per sempre la vita di Julia e della sua famiglia.
Sono passati più di 60 anni da quel tragico giorno, ma il fatto di andare ad abitare nella stessa casa abitata al tempo dalla piccola Sara, costituisce una sorta di legame invisibile, che trasforma la storia della bambina in una questione personale per Julia.
Non c’è speranza per lo spettatore, l’orrore di quei giorni ci aspetta alla fine del viaggio di Julia, l’attrice ed il suo talento ci accompagneranno direttamente fino alle porte dell’inferno, quell’inferno già trattato da Vento di Primavera.
La pellicola, tratta dal best seller di Tatiana de Rosnay, si muove su due binari temporali paralleli ottimamente differenziati da una fotografia quasi fredda per descrivere il presente, e dai colori ‘seppiati’, con una visione più intimistica per raccontare i momenti del passato.
Julia nel corso della sua inchiesta non troverà solamente una risposta alle sue domande e sul ruolo svolto dalla sua famiglia, ma riuscirà a trovare la forza per vivere la sua vita, facendosi carico delle sue scelte ed affrontandone le conseguenze.
Il film è consigliabile a tutti, perfetto per far conoscere le tristi vicende del passato collaborazionista francese, ma nonostante a tratti possa sembrare ripetersi, lo fa con una prospettiva nuova e mai banale. In chiusura una nota di merito per la giovane Melusine Mayance che con la sua interpretazione ci fa rivivere la vita della piccola Sara, riuscendo a non sfigurare assolutamente nel confronto con la Scott Thomas, ancora una volta bravissima.
Da voto10.it

Approderà nelle nostre sale il 13 gennaio, La chiave di Sara (Elle s’appelait Sarah), film diretto da Gilles Paquet-Brenner ed interpretato da Kristin Scott Thomas. La pellicola ripercorre la storia di Julia Jarmond, giornalista americana che vive in Francia da 20 anni e sta facendo un’inchiesta sui dolorosi fatti del Velodromo D’inverno, il luogo in cui vennero concentrati migliaia di ebrei parigini prima di essere deportati nei campi di concentramento. Lavorando alla ricostruzione degli avvenimenti Sara si imbatte in una donna che aveva 10 anni nel luglio del 1942, e ciò che per Julia era solo materiale per un articolo, diventa una questione personale, qualcosa che potrebbe essere legato ad un mistero della sua famiglia. A 60 anni di distanza è possibile che due destini si incrocino portando alla luce un segreto che sconvolgerà per sempre la vita di Julia e dei suoi cari?
A volte una verità che appartiene al passato comporta un prezzo da pagare nel presente… è una delle frasi che recita nel film il personaggio interpretato con grande bravura ed eleganza da Kristin Scott Thomas, che con una performance attoriale perfetta conduce per mano lo spettatore nelle ombre di uno dei momenti più oscuri della storia contemporanea francese. Il pregio più grande di questa pellicola è forse la capacità di guardarsi indietro senza remore, in maniera lucida e schietta, con l’intento di riscrivere la storia così com’è avvenuta, senza la presunzione di giudicare ma con il semplice obiettivo di raccontare la verità, violenta e tragica che sia. Ne viene fuori un sorprendete ritratto di una Francia in mano ai tedeschi e in completa devozione a Hitler, mentre tutto il resto della popolazione semplicemente cerca di sopravvivere, molto spesso chiudendo un occhio e forse due.
Dietro c’è una regia che racconta attraverso un continuo alternarsi tra flashback e flashforward le vicende delle due protagoniste in maniera quasi sempre efficace. Forse la seconda parte del film viene eccessivamente oberata da una carica emotiva che in qualche modo condiziona la lucidità del racconto ma è altrettanto vero che è quasi inevitabile dover fare i conti con un presente che non è altro che il prodotto del nostro passato. Quindi si può perdonare una seconda parte un po’ scontata e non altrettanto sorprendete come la prima.
Tutto sommato però questo non limita la pellicola che riesce nell’intento di raccontare una storia ancora oggi avvolta in un velo di assordante silenzio. Guardarsi indietro con coraggio è sinonimo di crescita e maturità che la cinematografia francese sembra possedere, come quella americana, al contrario della nostra che è ben lungi dall’essere lucida, schietta e matura.
Di Francesco Madeo, da cinefilos.it

Si comincia la mattina del 16 Luglio 1942, quando la polizia francese fa irruzione in casa Starzynski con l’obiettivo di condurre l’intera famiglia all’interno del Velodromo d’Inverno, dove tredicimila ebrei francesi vennero ammassati in condizioni disumane, prima di essere mandati nei campi di concentramento nazisti.
In realtà, però, tratto dall’omonimo romanzo di Tatiana De Rosnay, il lungometraggio diretto da Gilles Paquet-Brenner non si svolge del tutto in quell’epoca, ma la alterna in continuazione con la Parigi del 2009; dove la Kristin Scott Thomas de “L’amante inglese” (2009) concede anima e corpo a Julia Jarmond, giornalista americana trasferitasi da lungo tempo in Francia che, impegnata proprio in un’inchiesta riguardante i dolorosi fatti del 1942, s’imbatte nella figura di Sarah Starzynski, la quale allora aveva soltanto dieci anni, trasformando le indagini sull’esistenza della piccola in una questione personale che potrebbe essere legata a un mistero della sua famiglia.
Quindi, forte di un cast diretto a dovere comprendente anche la Mélusine Mayance vista in “Ricky – Una storia d’amore e libertà” (2009) e l’Aidan Quinn di “Unknown – Senza identità” (2011), Paquet-Brenner struttura i circa 106 minuti di visione facendogli sfiorare i connotati del giallo, senza dimenticare piccoli momenti di tensione e permettendo a rivelazioni e segreti di emergere man mano che il racconto procede.
Del resto, il suo curriculum dietro la macchina da presa non manca di titoli rientranti nel genere (citiamo solo “UV – Seduzione fatale”, del 2007, e l’horror thriller “Walled in”, di due anni dopo), qui affrontato privilegiando i bei dialoghi forniti dalla sceneggiatura – concepita insieme a Serge Joncour – e con l’occhio principalmente rivolto, comunque, a una pagina di storia dell’Olocausto curiosamente poco tenuta in considerazione, soprattutto dalla Settima arte.
Ed è proprio quest’ultimo il motivo principale per spingere alla visione del film, storia di destini incrociati narrata senza concentrarsi banalmente su quelli che furono gli orrori della Seconda Guerra Mondiale, ma insistendo, casomai, sull’importanza della memoria, del ricordo.
La frase:
“Era la persona più triste che io avessi mai conosciuto”.
Di Francesco Lomuscio, da filmup.leonardo.it

La notte buia dell’Umanità. Quando si rivedono, anche se quelle finte di un film, le scene delle deportazioni e delle sofferenze inferte dai nazifascisti alle popolazioni ebree, la reazione è sempre la stessa: disgusto e incomprensione della cattiveria umana arrivata a tale punto. Questo film parla proprio di ciò che avvenne in Francia durante la seconda guerra mondiale, a Parigi ad opera della polizia nazionale che collaborava con i tedeschi. L’episodio iniziale della retata degli ebrei e il conseguente raduno nel velodromo di Parigi era stato già oggetto del film “Vento di primavera” ma qui la ferocia nazista viene mostrata forse più crudamente. La protagonista rivive, percorrendo la storia tramite le sue ricerche per ragioni giornalistiche, le tragiche vicende di una bimba, vivace perspicace sveglia, di nome Sarah appartenente ovviamente ad un nucleo familiare “juif”. Il lavoro del regista Gilles Paquet-Brenner non dà un risultato straordinario, ma il film è discreto e l’apporto di Kristin Scott Thomas è come al solito decisivo. L’attrice inglese, ormai adottata dai francesi (la chiamano Scottomà), è all’altezza come sempre; la drammaticità del suo volto dà una impronta alla storia, come è stato per “Ti amerò per sempre” o “L’amante inglese”. La sua duttilità la porta a dialogare fluentemente l’inglese e il francese ed è sempre misurata nelle scene drammatiche. Si rivede dopo tanto tempo Aidan Quinn, ormai uomo maturo e bravo, ma poco sugli schermi italiani. Comunque la storia è bella e commovente e il film si lascia vedere. Bravissima la piccola Mélusine Mayance: è già un’attrice. E stavolta Niels Arestrup non fa il cattivo, strano.
Da cinerepublic.film.tv.it

Il 16 Luglio 1942 circa tredicimila ebrei francesi furono prelevati dalle loro case dalla polizia militare del loro stesso paese: furono condotti al velodromo di Parigi, dove rimasero confinati per giorni, senza cibo e in condizioni igieniche raccapriccianti. Dopodichè furono deportati in massa nei campi di concentramento, prima a Drancy e poi in Germania. Durante il tragitto, una bambina di nome Sarah riesce a fuggire, ed intraprende un viaggio per tornare a Parigi, per ritrovare il fratello più piccolo scampato al rastrellamento. Ai giorni nostri, la giornalista americanaJulia vive nella capitale francese assieme al marito e alla figlia adolescente: la scoperta di un segreto di famiglia la mette sulle tracce di Sarah. Julia non vuole solo raccontarne la storia, ma riscattarla e ridarle dignità. Ma il passato che cerca di ricostruire segnerà inevitabilmente il suo futuro…
Anche quest’anno ha il suo film sull’olocausto. Ne abbiamo visti molti, per quanto pregevoli (e in qualche caso veri capolavori) al punto che il tema, per quanto serio e importante, comincia ad essere un po’ scontato.
La chiave di Sarah però forse aggiunge qualcosa, ci offre un racconto diverso. In primo luogo a partire dall’episodio in sé, la vicenda del velodromo d’inverno, sconosciuta ai più: un episodio vero, doloroso ma soprattutto vergognoso nella storia della Francia e dell’Europa intera. Ciò che viene mostrata è la complicità culturale dei popoli con il nazismo: molti francesi, invece di solidarizzare con gli ebrei, li insultano e prendono le parti dei tedeschi che voglio sterminarli.Tuttavia il cuore pulsante del film non risiede nè nella storia appassionante e commovente che mette in scena la drammatica opposizione tra l’innocenza di una bambina e il male assoluto dell’uomo, né semplicemente nella velata denuncia storico politica ad un’Europa che oggi condanna il nazismo e mentre ieri lo appoggiava. Tutto questo è molto bello e valido, ma l’abbiamo già sentito.
La chiave di Sarah è importante soprattutto perché costruisce un discorso su memoria e responsabilità. Il passato di Brenner, non è una fotografia sbiadita da conservare in un archivio, una lezione da imparare a scuola, ma ha effetti sul presente. Le scene della seconda guerra mondiale si alternano continuamente alle vicende a noi contemporanee: si crea così un legame tra ciò che è stato e ciò che è, che va ad influenzare quello che sarà. Un film da vedere (e un libro da leggere) per sperimentare un modo diverso di rapportarci con la storia: non più ricordo, ma presenza attuale, non solo ammonimento ma motivazione dell’agire. Perché l’orrore non si ripeta mai più.
Di LUCIA PUGLIESE, da dissonanzegiornale.it

Che il Nazismo sia stato una delle più grandi bestialità di tutta la nostra storia, dovrebbe essere cosa ormai appurata. Intorno al tema si sono sviluppate intere bibliografie, enormi filmografie, è stato istituito un giorno dedicato alla memoria delle sue vittime che, oltre ad ebrei, furono anche omosessuali, zingari e molti altri “diversi”. Eppure, per quanto tutto possa essere stato già detto, bisogna che il ricordo si rinnovi continuamente.
La Chiave di Sara è l’ennesimo film sulle conseguenze della follia umana ed è giusto che sia stato realizzato, tanto più che parla di un fatto che forse ai più di noi è sconosciuto. Un fatto che non da la colpa di tutto soltanto ai tedeschi invasori ma anche a chi li ha accolti diventandone complice. Il film è un bel film, girato in maniera sobriamente drammatica, con ottimi attori, ma come spesso capita, con racconti del genere, la realizzazione conta meno della storia.
Il personaggio interpretato dalla bravissima Kristin Scott-Thomas trasporta la Storia da un piano universale ad un piano personale per poi farla ritornare la Storia di tutti. Nella ricerca di una ragazzina scomparsa chissà in quale campo di concentramento (sarà sopravvissuta?) ritrova la dignità che dovrebbe essere di ogni donna. Dignità che, in circostanze molto meno drammatiche, è stata portata via anche a lei. Dignità che non riesce a ritrovare chi, forse anche involontariamente, aveva negato quello che stava accadendo: anche chi chiude gli occhi è colpevole.
In tempi come i nostri dove tocca vedere nei telegiornali, manifestazioni dove c’è gente che ancora si riunisce salutando “romanamente” e che inneggia a personaggi perlomeno ambigui, ben vengano film come questo perché sono proprio queste storie che ci fanno capire quanto coloro che ancora oggi negano i campi di sterminio o che negano che i capi di stato alleati di quella Germania non erano a conoscenza di quello che accadeva, siano essi stessi colpevoli. Quasi settant’anni fa non sono morti milioni di ebrei, zingari, omosessuali, diversi. Quasi settant’anni fa sono morte milioni di persone e dovrebbe essere un nostro dovere ricordarle per far sì che la dignità, la nostra, non sia soltanto un baluardo da sventolare sotto qualche brutta bandiera.
Di Renato Massaccesi, da filmfilm.it

Il film La chiave di Sara, del regista francese Gilles Paquet Brenner tratto dal romanzo omonimo di Tatiana de Rosnay, si occupa di uno dei fatti più tragici avvenuto durante l’occupazione nazista in Francia. Nel luglio del 1942, su ordine dei nazisti, tredicimila ebrei, furono arrestati e poi ammassati dalla polizia francese nel Vélodrome d’Hiver di Parigi dove, in condizioni igienico sanitarie disastrose senza né acqua né cibo trascorsero diversi giorni, prima di essere deportati nei campi di concentramento nei quali persero quasi tutti la vita. La vicenda, sulla quale manca una documentazione storica precisa, è rimasta a lungo sotto silenzio e solo per merito del Presidente Mitterand è stata riportata alla luce.
Julia Jarmond, mirabilmente interpretata da Kristin Scott Thomas, giornalista americana, che da venti anni vive e lavora in Francia dove ha sposato un architetto francese, si assume l’incarico di scrivere un pezzo sui fatti del 16 luglio 1942.
Quello che sembrava un lavoro come altri, scuoterà invece le fondamenta della sua esistenza costringendola a ripensare ai valori e alle priorità della sua vita. Attraverso le ricerche fatte, la donna scoprirà che l’appartamento in cui sta per trasferirsi, di proprietà della zia del marito, era proprio in quel periodo occupato da una famiglia ebrea: nel tentativo di rintracciarla, e di ricostruire lo svolgersi degli eventi in quei difficili momenti, Julia si imbatterà nella storia di Sara. Una bambina di dieci anni che prima di essere catturata insieme ai genitori per essere trasportata al Vélodrome d’Hiver, aveva nascosto il fratellino all’interno di un armadio, pensando in questo modo di evitargli la brutalità della prigionia.
La piccola Sara, nel frattempo, trasferita in un campo di smistamento, riuscirà a scappare per tentare di salvare il fratello, e a riconquistare la libertà evitando la deportazione. Sara, ottimamente interpretata dalla giovanissima Mélusine Mayance, è una bambina forte, determinata, che non si lascia sconfiggere dall’apparente impossibilità della sua impresa. Attraverso i suoi occhi vediamo gli orrori della guerra, la bassezza della gente (così come anche la generosità di pochi), la difficoltà che Sara troverà nel ricostruirsi un’esistenza ormai minata dalla perdita degli affetti più cari (chi resta in fondo si domanda sempre perché certe scelte siano ricadute su altri invece che su di lui).
La pellicola si muove su due binari tematici e temporali paralleli ben integrati dalla sceneggiatura ma anche opportunamente differenziati a livello di fotografia: asciutta quasi fredda quella che descrive gli avvenimenti contemporanei e più intimistica quella utilizzata per raccontare la vita di Sara.
Fare film che parlino della Shoah non è facile trattandosi di una tragedia così traumatica e indicibile da renderla di fatto irrappresentabile. Il rischio è quello di ridurne la trama a una semplice funzione narrativa, preoccupandosi di comunicare, piuttosto che capire, quanto sia realmente accaduto. Eppure il cinema si è misurato infinite volte con questo soggetto storico: ne è un esempio fondamentale “Schindler’s List” del 1993 diretto da Steven Spielberg, o “La vita è bella” del 1997 diretto da Roberto Benigni o “Train de vie — Un treno per vivere” del 1998 diretto da Radu Mihăileanu, dove è stato utilizzato l’approccio favolistico o “Il pianista” del 2002 diretto da R. Polanski dove il regista racconta la storia vera di un ebreo che riesce a sopravvivere all’olocausto evitando di essere internato in un campo di concentramento, o “Il falsario — Operazione Bernhard” diretto da Stefan Ruzowitzky, rilettura di una storia realmente avvenuta, e infine dal 2007 i film tratti da romanzi “The Reader” diretto Stepehen Daldry, “Il bambino con il pigiama a righe” del 2008 diretto da Mark Herman.
Allora, come dice Fabio Ferzetti, nel Messaggero “Non è vero che non si può mettere in scena la Shoah in forma romanzesca senza oltraggiare il dolore e la memoria di milioni di vittime e dei loro cari. Non è vero — o forse non è più vero, perché il tempo passa e le cose cambiano — che il cinema può accostarsi all’irrappresentabile solo in forma indiretta. Il problema vero è scegliere un punto di vista preciso e mettere in scena il cammino, l’angoscia, la distanza percorsa da chi si affaccia su questo abisso. Come fa appunto, con gusto e misura rari, La chiave di Sara, il bel film di Gilles Paquet Brenner.”
Di Tania Maffei, da magtrailer.it

Se Schindler’s List ha, a suo tempo, sollevato il velo sulla spinosa questione della necessità di rappresentare l’irrappresentabile, ovvero la Shoah (rappresentata a oggi in maniera puramente ‘testimoniale’ solo dal ‘silente’ e inquietante documentario di Claude Lanzmann), è pur vero che il film di Spielberg ha aperto il varco a un cinema che si muove lungo il sentiero (necessario) delricordare per non dimenticare, sdoganando altresì il tabù sulla possibilità di riportare alla memoria terribili pagine di storia attraverso racconti di finzione. Solo un anno fa, in occasione del 27 gennaio (Giorno della Memoria della Shoah) usciva Vento di Primavera, una coproduzione tra Francia, Germania e Ungheria, anch’essa incentrata sul tragico – e non troppo noto – evento che nel lontano luglio del 1942 vide 13mila ebrei francesi finire ammassati – in inumane condizioni e per mano della stessa polizia francese – in un velodromo, prima di essere reindirizzati nei campi di concentramento nazisti. Ma ad accomunare Vento di Primavera e La chiave di Sara non è solo la tragica vicenda attorno alla quale ruotano entrambi i film, ma anche il penetrante occhio ad altezza bambino attraverso il quale lo spettatore viene a conoscenza dei fatti (alcuni e molto semplificati, è il caso di dirlo). E se nel film di Rose Bosch gli orrori prendevano forma tramite l’occhio di Joseph, soli dieci anni e già testimone di orrori indicibili, in La chiave di Sara(trasposizione cinematografica dell’omonimo best seller di Tatiana de Rosnay) sono gli occhi della piccola Sara (anche lei poco più che bambina) a tradurre l’orrore in percezione, a trasformare una pagina di storia nera in un percorso di ricordo necessario e dunque parzialmente educativo.
Quando la mattina del 16 luglio la polizia francese irrompe in casaStarzynski con l’obiettivo di tradurre l’intera famiglia (ebrea) nel Velodromo d’Inverno, la piccola Sara chiude il fratello più piccolo nell’armadio nella speranza di salvarlo da quello che lei avverte come un imminente e catastrofico pericolo, custodendo da quel momento la chiave del mobile come fosse la sua stessa vita. Sara, suo padre e sua madre verranno poi deportati al velodromo, e successivamente separati e smistati nei campi (insieme a tante altre famiglie tutte accomunate da un lugubre destino). Ma Sara, mobilitata dal proposito di tornare a salvare il fratellino, riuscirà a fuggire assieme a un’amica, trovando sostengo e ospitalità in casa dei coniugi Dufaure (il capofamiglia è interpretato da un ruvido e tenero Niels Arestrup), che le daranno una nuova identità e una nuova vita.
Anni dopo, nella Parigi dei giorni nostri, la giornalista americana Julia Jarmond (Kristin Scott Thomas), che vive con marito e figlia nella capitale francese, viene incaricata di redigere un pezzo proprio sui terribili fatti del Velodromo d’Inverno. Ma quando la sua vita privata andrà inaspettatamente ad incrociare la storia di Sara, scatterà in Julia la necessità di ritrovare le fila di una verità necessaria a comprendere il turbamento di un presente incerto, inesorabilmente gravato dagli orrori del passato.
Il regista francese Gilles Paquet-Brenner(Payoff) riapre il Vaso di Pandora della Shoah, prendendo a prestito gli occhi di una bambina (adulta) e quelli di una donna (matura) per narrare la disperazione: di vedersi strappare dalla propria casa, di vedere la propria famiglia disintegrarsi sotto al giogo della follia umana, di continuare a vivere nell’incapacità di cancellare immagini che hanno, nel tempo, cristallizzato l’immortalità dell’orrore. Attraverso l’alternanza di passato e presente, vecchi orrori che si trascinano nelle moderne sofferenze, Brenner realizza un film sospeso tra due epoche, tra la disperazione materiale e reale generata dalla follia nazista e la disperazione di un’epoca più serena contaminata nondimeno da un profondo malessere. Tra i primi piani degli occhi traumatizzati della piccola Sara e la disperazione fredda con cui Juliaaffronterà il cammino verso la scoperta di una verità insostenibile c’è uno spesso fil rouge che corre lungo il senso di sopravvivenza: quella – materiale – di Sara, tragicamente e personalmente coinvolta in una durissima lotta per la vita, e quella di Julia, legata sempre più a doppio filo alla necessità di sapere e avvicinare una verità che sarà poi decisiva per fare le proprie scelte nel presente.
Un film dalle tematiche spinose ma dall’approccio sobrio, giocato non sulla disperazione ma sulla presa di coscienza, e sostenuto dalle valide interpretazioni della piccola Mélusine Mayance (genuina) e di Kristin Scott Thomas (viscerale nel suo essere compassata). Sicuramente più fluido nella parte storica, La chiave di Sara rappresenta – nonostante alcune scelte narrative non troppo solide – un onesto esempio di ‘tentata rappresentazione in virtù della memoria’, che si va per forza di cose a scontrare – nel suo tentare una narrazione fruibile a più livelli – con il discorso sull’irrappresentabilità della Shoah, ma che rimane funzionale nella misura in cui la storia privata si erge a protagonista, lasciando che ancora una volta un cappottino rosso spicchi tra il grigio della perdizione umana e il nero della morte.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

Giulia, giornalista americana che vive in Francia da 20 anni, sta facendo un’inchiesta sui dolorosi fatti del Vélodrome d’Hiver, dove vennero rastrellati migliaia di ebrei parigini prima della deportazione. Durante le ricerche si imbatte in Sara, una donna che aveva 10 anni nel luglio del 1942, che riporterà alla luce ricordi ormai dimenticati, ma che le sconvolgeranno la vita.
LA ZONA GRIGIA
“Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.” Inf. XXVI (vv.118-120)
Quello che rende La chiave di Sara, del regista francese Gilles Paquet-Brenner, un film importante è senza alcun dubbio l’ interpretazione di Kirstin Scott Thomas e di Melusine Meyanceper per i rispettivi ruoli della giornalista Julia Jarmond e di Sara.La diegesi si articola su due momenti differenti: al giorno d’oggi e nel 1942; il regista rende sottile lo scarto temporale anche grazie ad un sapiente montaggio alternato che, come unasinusoide termica, sposta il nostro logos da un’ epoca ad un’altra, con il risultato di tenere sempre alta la suspense e trasmettere una sensazione di tristezza durante tutto il film. Viene illuminata, con occhio onesto e senza mezzi termini, quella che viene definita “la zona grigia”, cioè l’insieme delle persone, che più o meno intensamente e coscientemente, appoggiarono l’Olocausto e sulle quali grava il peso e la responsabilità delle azioni commesse e dei silenzi consapevoli. Per esempio quello della polizia francese che, assecondando la follia del Fuhrer, sequestra circa 13.000 ebrei, per lo più donne e bambini, nel Velodromo d’Inverno, primo campo di smistamento nella lunga odissea che condurrà i prigionieri verso i lager di Auschwitz, Treblinka, Mauthausen. Ancora una volta ricompare “la banalità del male” e la capacità umana di compiere atrocità se sotto il patrocinio di un autorità superiore, con la conseguente “pseudo-deresponsabilizzazione” dell’individuo. Quello che il regista non vuole proporre in questo film è un nuovo Oskar Schindler, infatti non c’è un diretto richiamo al film di Spielberg con il qualePaquet-Brenner non si vuole confrontare. Pur restando lontano dai grandicolossal-holocaust, La chiave di Sara resta un film riuscitissimo nel quale certo ha aggiunto valore il romanzo di Tatiana De Rosnay, che viene seguito scrupolosamente facendo innamorare del film persino la scrittrice del libro. Se il montaggio ci contrappone il presente e il passato è evidente come quest’ ultimo influenzi inevitabilmente ciò che siamo nel tempo presente. La memoria è infatti rielaborata in modo diverso dalle due protagoniste, mentre Sara non riesce a testimoniare nulla del suo passato rimuovendolo completamente, la giornalista Julia fa riaffiorare una storia interessante, ma troppo velocemente dimenticata.
La Storia (come ricorda a Julia il rabbino del Memoriale che cerca di far riaffiorare, dalle tristi statistiche, dei volti e delle storie umane) tende a cambiare non solo la realtà presente, ma anche la vita interiore delle persone; e un fatto così atroce come la Shoah stravolge la vita di una giornalista quando cerca di entrare in profondità e di far emergere i “Sommersi e i Salvati”. Il peso indelebile della memoria marchia così sia Sara, che nel 1955 commette suicidio, sia Julia che, nel nuovo millennio decide di onorare la memoria di Sara chiamando con quel nome sua figlia. Anche qui dall’ orrore ancora una volta nasce la speranza nelle nuove generazioni con la piccola Sara, come Martina ne L’uomo che verrà.
Degna di lode è l’iniziativa della Lucky Red che ha deciso di organizzare un cineforum per le scuole con la distribuzione di un piccolo dossier sul film con qualche linea d’analisi; peccato che queste iniziative vengano prese solo in occasione di film sull’ Olocausto e non più spesso, per educare le nuove generazioni ad una coscienza critica dell’immagine e della sua potenza cognitiva. In un paese dove la maggioranza delle persone è analfabeta-visuale appare così convincente l’analisi che fa Roy Menarini sull’ attuale minoranza del cinema italiano rispetto a quello francese.
Il periodo più buio della nostra storia è stato offuscato in passato in gran parte dall’ ignoranza della gente e dalla sua ricettività verso la propaganda di Stato, un compito del cinema quindi è quello di dimostrarsi strumento capace di far pensare quello che non si pensa ancora. E’ sintomatico che un tema così già ampiamente narrato lasci ancora spazio a nuove storie e a nuovi dettagli importanti.
Le sequenze del film sono separate da continui flashback e flashforward, nella prima parte le inquadrature sono più strette sui personaggi mentre verso il finale le panoramiche sulle città di New York e Firenze sanciscono l’abbandono di un passato lontano, ma tristemente vicino. Ottima la ricostruzione del Vélodrome D’Hiver, che fu distrutto molto tempo fa e sapientemente evocato dal regista attraverso le soggettive di Sara. Ricordo che il Memoriale della Shoah, che appare in una scena, non era mai stato ripreso prima in un film di finzione. Le musiche contrappongono suoni lenti attuali a musiche e canti popolari yiddish per le parti girate nel campo di concentramento.
Film che merita veramente un enorme riconoscimento artistico, storico e sociale con un’immagine di repertorio che rievoca le scuse solenni del presidente Chirac: “Quelle ore buie macchieranno per sempre la nostra storia e sono un insulto al passato e alle nostre tradizioni[…]La Francia patria dell’ Illuminismo e dei diritti umani, terra di accoglienza e di asilo ha compiuto quel giorno l’irreparabile. Mancando alla sua parola ha consegnato i suoi protetti ai loro carnefici”.
Di Alessio Colangelo, da storiadeifilm.it

Il francese Gilles Paquet-Brenner ha deciso di debuttare nel mondo cinematografico adattando per il grande schermo (insieme al collega Serge Joncour) la storia difficile e complicata de La chiave di Sara, omonimo romanzo di Tatiana de Rosnay.
Julia Jarmond è una giornalista americana che vive e lavora a Parigi da oltre venti anni e che viene incaricata di scrivere un articolo sui fatti del 16 luglio 1942, giorno in cui i poliziotti francesi catturarono gli ebrei presenti nel loro territorio e li rinchiusero nel Vèlodrome d’Hiver (in condizioni igieniche e sanitarie disumane) prima di trasferirli nei campi di lavoro. Mano a mano che le sue ricerche proseguono, Julia scopre che la casa in cui sta vivendo insieme al marito, era occupata da una famiglia ebrea che venne scoperta dai nazisti. Quando i poliziotti irruppero nell’abitazione, la piccola Sara rinchiuse il fratellino nell’armadio a muro dell’appartamento, sperando di salvargli la vita. La giornalista diventa talmente ossessionata dalla storia della bambina che capisce di essere personalmente legata alla piccola Sara.
La pellicola prevede due protagoniste, due storie e due destini diversi. La vita di Julia è contraddistinta da una fotografia fredda, distante, quasi estranea, specchio della società in cui vive. La disavventura della povera Sara, invece, è raccontata attraverso una colorazione seppiata, intima e accogliente. Appare subito evidente, dunque, che lo sguardo dello spettatore viene filtrato dagli occhi stupiti, impauriti e sconcertati della bambina, incapace di dare una spiegazione alla violenza, alla brutalità e all’ingiustizia del mondo che la circonda.
Melusine Mayance è bravissima nell’interpretare il ruolo di una bambina piccola e indifesa, che diviene improvvisamente forte, determinata e coraggiosa per salvare la vita di suo fratello. La chiave di Sara, dunque, è una pellicola drammatica molto toccante: senza scadere nel lacrimevole, racconta un brutto capitolo della nostra storia che, troppo spesso, si cerca di dimenticare. (Martina Calcabrini)
Di Martina Calcabrini, da bizzarrocinema.it

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