IL PAESE DELLE SPOSE INFELICI


La parte per il tutto. La sposa per i desideri. Il paese per il film. Si porta il meglio di quel che ha fatto finora Pippo Mezzapesa, giovane regista di storie corte e documentari, poggiate nella sua terra d’origine.
La Puglia, che conosce bene anche Mario Desiati (autore del libro), la periferia tarantina in dettaglio, è il luogo anche di questa vicenda, la prima lunga e di finzione. Un’amicizia semplice tra due ragazzi, Veleno (Nicolas Orzella) e Zazà (Luca Schipani), un campo di calcio che sembra un campo di patate e Annalisa (Aylin Prandi), strana e bellissima creatura scansata da tutti, che si accosta ai protagonisti.
Anni Novanta. Quel che accade è vita e crescita quotidiana di un’età in cui, per dirla alla Veleno, “non ci si capisce nulla”. Scegliendo bene cosa asciugare del romanzo e come approfondire con le immagini quanto tolto, Mezzapesa lavora dando purezza e carattere alla regia e imprevedibilità a situazioni certamente conosciute. Questo essenzialmente attraverso il curioso triangolo tra due adolescenti molto diversi (riflessivo e timido Veleno, bomber spavaldo e indurito Zazà) e una “madonna randagia” (Aylin Prandi) affascinante nel suo mistero e nella sconsolata solitudine di cui si circonda. Dopo averla vista tentare il volo da una chiesa, vestita da sposa, Veleno ne rimane calamitato e la desidera.
Intorno, senza retorica di formazione, o banalizzazione del difficile sud Italia, un gruppo di genuini (volti e non attori) ragazzi di provincia che giocano a calcio, prendono il sole sul cemento, si raccontano aneddoti femminili creando miti e alleggeriscono la tensione del primo sesso davanti a un vhs. L’amicizia sta lì, non gesti eclatanti, non troppe parole, ma la normalità di quei luoghi belli e squallidi, pieni di fumo e ferro, da cui si vorrebbe fuggire. Ma è casa. Della malavita spicciola che fa paura e accresce rabbia da cazzotti in faccia. Asciutto ma non trattenuto, sentimentale e a tratti divertente, Il paese delle spose infelici è un ritratto delicato di quella fase adolescenziale confusa e radicale, in cui si ha voglia di spaccare il mondo da soli, ma si ha bisogno della Cosmica Football Club per sentirsi qualcuno.
La famiglia in questa storia è l’abitudine genuina di un consiglio, il rimprovero di un padre severo, di una madre che capisce e di un fratello del quale non seguire le orme. La donna in questa storia è la sensualità di Aylin Prandi che con bravura dà corpo a un personaggio irraggiungibile e terreno al tempo stesso. Spersa e folle nella sua malinconia, alimenta l’immaginazione sessuale e affettiva di Veleno e Zazà. Tramutando goffi e poco lusinghieri gesti in approcci pacati e intensi.
E’ Annalisa che li disarma con un sorriso e li fa scontrare con il suo modo dolente di stare al mondo. Allora bisogna capire come non lasciare andare quella bella magia iniziale. Spontaneo anche nei passaggi più difficili, realistico ed elegante il film diMezzapesa è da prendere con l’ingenuità di Veleno, la faccia tosta di Zazà e il salto di Annalisa.
Di Giulia Pietrantoni , da comingsoon.it

Martina Franca, il giovane Francesco detto Veleno è un ragazzino di buona famiglia che vive scrutando giorno dopo giorno i ragazzi dei quartieri popolari nei loro allenamenti a pallone e nei giochi all’aperto. Solo quando Zazà, il più grande e carismatico del gruppo, decide di testarne le capacità come portiere, Veleno comincia ad essere accettato e a passare i suoi pomeriggi in compagnia degli altri ragazzi. Durante uno di questi, assiste al salvataggio di una giovane vestita da sposa pronta a saltare dalla cima della chiesa del paese. La visione di quella ragazza bionda dai lineamenti dolci che si getta nel vuoto rimane impressa nei ricordi di Veleno e di Zazà, che da quel giorno tentano di avvicinarsi a lei e di scoprire il segreto della sua infelicità.
Negli ultimi anni la Puglia si è costruita come un luogo dell’immaginario legato ai racconti d’infanzia. Terre bruciate dal sole, dissetate dall’acqua e contaminate dai fumi delle industrie siderurgiche, che in film come Io non ho paura, Il miracolo oMarPiccolo diventano luoghi della memoria, spazi dove la perdita dell’innocenza si lega in maniera indissolubile a panorami litoranei squarciati da fumi rossastri e insalubri.
Nel lungometraggio d’esordio di Pippo Mezzapesa, gli ambienti di Martina Franca e di Massafra diventano un protagonista fondamentale all’interno di un racconto di formazione incentrato su due ragazzi provenienti da famiglie molto diverse. Da un bel romanzo scritto da Mario Desiati, il giovane autore di Pinuccio Loverotrae solo l’anima narrativa e la sensibilità per l’affascino: parola bellissima che in dialetto tarantino indica una maledizione, un incantesimo. Come quello che il personaggio di Annalisa, ninfa bionda votata all’autodissoluzione, è capace di esercitare su Veleno e Zazà; o come quello che i due giovani protagonisti vivono reciprocamente nel cercare, l’uno, di sporcarsi l’anima da bravo ragazzo e, l’altro, di scoprire che c’è per lui un destino diverso da quello del fratello spacciatore. O ancora, quello che riguarda tutte le giovani coscienze della provincia tarantina, su cui cadono i cascami di un pulviscolo impalpabile fatto di degrado urbano, declino culturale e qualunquismo politico.
È quest’ultimo particolare tipo di “affascino” ad essere impiegato da Mezzapesa in funzione degli altri due, attraverso un lavoro sull’immagine che privilegia gli effetti mnemonici e sinestesici. La storia dell’innocente triangolo fra Veleno, Zazà e Annalisa si costruisce infatti per piccoli sguardi, brevi squarci di esistenza legati dal filo rosso dei sentimenti e dei ricordi d’infanzia (soprattutto per chi è stato adolescente negli anni Novanta): la sensazione bruciante di un ginocchio sbucciato, l’odore di un campo appena arato, le luci e i suoni di un giro sul tagadà, l’eterno fascino di una Madonna laica dallo sguardo infelice. Momenti che segnano il primo passaggio all’età adulta e che affascinano e ammaliano il pubblico meno per le sfumature psicologiche che evocative, più per la loro forza “affascinatoria” che per un’eventuale compiutezza narrativa.
Di Edoardo Becattini , da mymovies.it

Nel cuore della Puglia il piccolo Francesco è un ragazzino diverso dagli altri amici che frequenta perché viene da una famiglia agiata. I compagni cresciuti nei quartieri popolari lo guardano quasi fosse un marziano. Grazie all’amicizia con Zazà, il più carismatico del gruppo, Francesco lentamente riesce a conquistare la fiducia degli altri ragazzi, ottiene il soprannome di Veleno, un posto nella squadra di calcio della Cosmica e l’amicizia di tanti coetanei.
La vita degli altri ragazzi non è agiata, in famiglia c’è chi si deve arrangiare e chi convive con spacciatori e delinquenti, ma le loro giornate sono fatte di partite a pallone e di avventure dentro e fuori dal paese. Durante una delle loro scorribande, Francesco e Zazà sono testimoni di un tentativo di suicidio di una ragazza, vestita da sposa, buttatasi dal tetto della chiesa. L’immagine di quella scena resta impressa nell’immaginazione dei due ragazzi, che iniziano a cercare di capire il segreto che la rende infelice.
La Puglia è diventata la terra dei desideri del cinema italiano. I paradossi di una regione estremamente ricca di umanità, di luoghi meravigliosi ma povera come una landa desertica, martoriata da industri sterminate con ciminiere perennemente fumanti, creano la materia per raccontare storie di miseria e nobiltà come nessun altro luogo in Italia.
Ma la regione del tacco dello stivale è anche un piccolo paradiso per chi produce cinema, grazie all’impegno profuso da una Film Commission che dovrebbe essere presa come esempio in tutte le altre regioni, ma che per ora resta una mosca bianca nel panorama nazionale (ma questo è un discorso che esula dal film che stiamo analizzando).
La storia di un’amicizia adolescenziale complicata da una forte differenza di estrazione sociale, che si consuma su un territorio che ha le caratteristiche del deserto e della luna, con le ciminiere della Ilva di Taranto che soffiano continuamente il loro fumo minaccioso. C’è un piccolo filone che racconta questo piccolo mondo così lontano e così vicino. Io non ho paura,Il miracolo, MarPiccolo sono i fratelli più grandi dell’esordio per Mimmo Mezzapesa, che dimostra di aver assimilato molto della lezione siciliana di Emanuele Crialese nel suo Respiro.
Pippo Mezzapesa sceglie di ambientare la sua storia tra Martina Franca e Massafra, trasformando il terriotorio da mero sfondo dove agiscono i suoi attori nel vero protagonista della storia. Un luogo della memoria dove anche le spose vivono infelici, da cui si sogna di partire ma che sembra impossibile da lasciare. Ispirato al romanzo di Mario Desiati, il film gioca sulla curiosità acerba dei due protagonisti nei confronti della mancata sposa Annalisa che, perduto il futuro marito in vista dell’altare, ha scelto un percorso di lento autodistruzione, perdendo la luce che brillava nei suoi occhi.
Non c’è malizia nelle pulsioni di Veleno e Zazà nelle loro attenzioni per Annalisa, un rapporto fatto di sguardi fugaci e di spacconate per mettersi in mostra nei confronti del gruppo. Attraverso gli occhi dei giovani protagonisti si ritorna alla mente ai ricordi di quei momenti che hanno segnato la crescita di ciascuno: la scoperta dei sentimenti, le pulsioni sessuali, l’ineffabilità della morte e l’incredulità di fronte a reazioni di cui non si comprende le motivazioni profonde.
Di Carlo Prevosti, da cineblog.it

Anni ’90, in un imprecisato paesino della provincia pugliese. Veleno ha 15 anni e una storia familiare diversa dai suoi amici: lui è figlio di un avvocato, ha una bella casa e i suoi genitori vivono una vita borghese, mentre Zazà, Cimasa, Capodiferro e Natuccio sono figli della strada, il cui asfalto mordono con i loro motorini, hanno famiglie di origini umili e a volte cattive frequentazioni. Come Zazà, il cui fratello è un piccolo spacciatore che a volte usa il fratello minore come corriere. L’amicizia tra i cinque, comunque, è forte e salda, cementata dalla comune militanza nella squadra di calcio locale, la Cosmica: ma Zazà, unico vero talento del gruppo, sogna che prima o poi un grande club si accorga di lui e lo porti via dallo squallore del paese. Un paese ferito dai rifiuti in strada, dall’inquinamento portato dalla fabbrica locale e dalla piccola criminalità, oltre che dalle invettive populiste di Vito Cicerone, politico locale in ascesa e candidato a sindaco. La vita dei cinque amici, comunque, subisce una scossa quando vedono Annalisa, una bellissima ragazza più grande di loro, tentare il suicidio gettandosi dalla cima della chiesa. Annalisa si salva da quel volo in abito da sposa, ma i cinque ragazzi iniziano a fantasticare su di lei. Chi è, da dove viene, e perché voleva farla finita? Maldestramente, Veleno e Zazà riescono ad avvicinarla, ma il contatto con lei non farà che aumentare gli enigmi su questa strana madonna che gioca con la morte…
Tratto da un romanzo di Mario Desiati, Il paese delle spose infelici ha il pregio di rappresentare realisticamente, con uno stile scarno ma elegante, la vita di una piccola provincia del sud. L’esordientePippo Mezzapesa, già premiato autore di cortometraggi e documentari, offre una rappresentazione asciutta, poco incline all’elegia, dell’adolescenza di cinque ragazzi cresciuti in un contesto urbano caratterizzato da squallore: l’amicizia che si instaura malgrado la differenza di condizione sociale, le corse dell’ingenuo Veleno in bicicletta, sempre col fiato corto per stare dietro ai ciclomotori dei suoi amici, cresciuti più in fretta di lui. E poi il calcio, gli allenamenti e le strigliate dell’allenatore Cenzoum, il sogno di Zazà di scappare via, di andare a Torino a giocare con la Juventus, nonostante il freddo del nord, perché, per usare le parole del ragazzino, “basta un cappotto”. Un sogno che potrebbe iniziare a concretizzarsi, grazie a un provino offerto all’allenatore, se quella strada che ha già fatto sua la vita del fratello di Zazà non richiamasse con forza anche il ragazzino, con un vigore che è proprio solo dei legami di sangue: quasi una maledizione che preclude ogni via di fuga. Solo Annalisa sembra in grado di offrire una possibilità altra, il brivido della scoperta del sesso insieme all’eccitante enigmaticità della ragazza: ma dietro a quest’ultima, e dietro al suo fare nichilista, c’è forse un dolore ancora peggiore di quello di Zazà.
La regia di Mezzapesa si caratterizza per il suo crudo realismo, aiutato dalla recitazione dei ragazzi protagonisti, ma anche per alcune finezze piazzate nei punti giusti, a sottolineare i terminali estremi intorno ai quali il racconto si snoda: da una parte Zazà con la sua classe calcistica, spesso sottolineata con ralenty mirati, dall’altra Annalisa e la sua presunta voglia di morte, forse più una volontà di annullamento di sé. La tragedia sembra inevitabile per entrambi, ma forse proprio l’ingenuo Veleno potrebbe offrir loro una possibilità: non senza aver prima attraversato, a suo modo, quel processo di crescita che già è stato imposto ai suoi amici dalle circostanze. Col suo passo, e con altri esiti: la sequenza finale, così come l’intenso sguardo del protagonista Nicolas Orzella, sono in questo senso espliciti. Una conclusione che chiude il cerchio e che contribuisce a rendere Il paese delle spose infelici una pellicola interessante e problematica, un affresco umano a volte narrativamente disunito, poco compatto ed episodico come il vagare per le strade del paese dei suoi protagonisti; ma dalla forza espressiva e dalla lucidità di intenti innegabili
Di Marco Minniti, da movieplayer.it

Tratto dall’omonimo romanzo di Mario Desiati Il paese delle spose infelici è una storia di amicizia sincera che si consuma in una periferia del sud piena di degrado e abbandono.
Veleno, ragazzino di buona famiglia con una bella casa e un padre avvocato, incontra e si scontra con una realtà completamente diversa dalla sua, ma da cui ne è inevitabilmente attratto. Inizia così una profonda storia di amicizia tra due ragazzi: Zazà, figlio della strada, che cerca di sfuggire a un futuro segnato dalla criminalità e sogna di poter diventare un calciatore professionista, e Veleno, che – timido e goffo sulla sella della sua bicicletta – tenta stare al passo dei ciclomotori dei suoi nuovi amici cresciuti troppo in fretta. L’amicizia si consolida sul campo da calcio e negli spogliatoi della Cosmica Football Club, dove non esistono differenze sociali, ci si spoglia da abiti ordinari e si indossa tutti la stessa divisa, e a fine partita tutti avranno le stesse ferite.
A sconvolgere le giornate dei due ragazzini sarà Annalisa, una ragazza letteralmente cascata dal cielo. Una Madonna tragica e sensuale che tenta il suicidio dalla cima di una chiesa vestita in abito da sposa e che, salvatasi da quel volo, diventerà presto il chiodo fisso dei due adolescenti. Zazà e Veleno riescono goffamente ad avvicinarla e tra loro si instaurerà un forte ed insolito legame fatto di giochi, silenzi e sentimenti molto simili all’amore, ma che in realtà tale non è. La serenità ha, però, i giorni contati e dovrà essere Veleno, questa volta, a prendere una decisione e a dover diventare uomo prima del tempo per tentare di rimettere le cose al proprio posto.
Il Paese delle spose infelici, oltre a Veleno, Zazà e Annalisa ha anche un altro grande protagonista: il paesaggio di una periferia del sud degradata e violentata dall’industrializzazione, ciminiere fumanti e ferrose che incombono, occupano gli spazi e la vita di chi li abiti. Distese di grano, acque cristalline vengono offese, aggredite da nastri trasportatori e nubi color ruggine che alterano il colore del cielo. E’ una periferia ferita dalla criminalità e dalla propaganda politica del sindaco in ascesa (Vito Cicerone). C’è chi da questa periferia vuole scappare (Zazà) per trovare la fortuna al nord, dove si accontenterà di un cappotto per riparasi dal freddo e di sognare un futuro migliore, e chi, invece, in questo posto è costretto a rimanere (Annalisa), perché non saprebbe dove andare.
In concorso al Festival Internazionale del film di Roma e dal 11 novembre nelle sale, Il paese delle spose infelici è unfilm vero, elegante e semplice. Il regista Pippo Mezzapese, già premiato autore di cortometraggi e documentari, riesce a raccontare, con intensi primi piani, senza orpelli o virtuosismi stilistici, la vita reale di due ragazzini di una periferia del sud che imparano a diventare uomini grazie anche alla conoscenza dell’enigmatica Annalisa, e riesce, con la giusta sensibilità, a raccontare un’età della vita (quella adolescenziale) difficile, fatta di prime esperienze e tumulti emozionali. La pellicola, un efficace ritratto della realtà, accentuato soprattutto dalla bravura, la spontaneità e la naturalezza degliattori, é un vero e proprio affresco della nostra società, narrato con lucidità ed una grande forza espressiva.
Di Annapaola Ruffo, da persinsala.it

Da ormai troppi anni il cinema italiano versa in stato comatoso, ed il successo di registi come Sorrentino e Garrone serve appena a mascherarne le reali difficoltà. Ormai da tempo siamo ai margini della cinematografia europea, scavalcati non solo da Gran Bretagna, Francia e Germania ma anche dallanew wave spagnola e dal suo (spesso ottimo) cinema di genere, ed i nostri tentativi di produrre cinema di qualità, quando non sono affidati alle iniziative dei singoli (di nuovo, si vedano le eccellenti carriere di Sorrentino e Garrone, ma anche di Crialese) o al mestiere di registi di lunga esperienza (come Bellocchio o Moretti), si traducono in prodotti goffi e pretenziosi, dalle sconcertanti quanto vacue pretese autoriali. In questi termini, l’edizione 2011 del Festival Internazionale del Film di Roma è stato un’amara cartina di tornasole: accoglienze tiepide per quasi tutti i film italiani in concorso, ed in particolar modo per “La kryptonite nella borsa” di Cotroneo ed “Il mio domani” di Marina Spada, e non sono state risparmiate critiche aspre anche ad esperti cineasti come Montaldo ed Avati, in concorso con “L’industriale” ed “Il cuore grande delle ragazze”.
In un tale contesto ha però fatto capolino un prodotto della Fandango di Procacci (guardacaso mentore dei succitati Sorrentino, Garrone e Crialese), senza clamori, senza squilli di tromba, senza effetti speciali sul red carpet: “Il paese delle spose infelici”, esordio cinematografico nella fiction per il giovane regista pugliese Pippo Mezzapesa.
Il film, tratto dall’omonimo romanzo di Mario Desiati, narra le vicende di un gruppo di ragazzini di un paesino pugliese nei primi anni ’90, quando in televisione imperversavano le adolescenti di “Non è la Rai” e la vita sapeva essere dura con chi non ne accettava le regole. Due di loro, la testa calda Zazà ed il figlio di buona famiglia Veleno, rimangono stregati dalla conoscenza di Annalisa, una ragazza più grande che aveva tentato il suicidio gettandosi da una chiesa a seguito della morte del suo fidanzato a pochi giorni dalle nozze.
“Il paese delle spose infelici” segue evidentemente le direttrici classiche del film di formazione, spostando l’attenzione soprattutto verso il rapporto tra Zazà e Veleno, con gli allenamenti e le partite di calcio come elemento catalizzatore delle loro emozioni e della loro formazione, unica via di fuga dal grigiore e dalle brutture della quotidianità. I due amici hanno estrazioni sociali diverse ma sono accomunati dall’orgoglio e dalla passione per il calcio, oltre che da un malcelato desiderio di evadere da una realtà che sembra non lasciar loro scampo, dominata com’è dagli invadenti fumi dell’Italsider di Taranto, che avvelenano l’aria e le coscienze.
La figura di Annalisa subentra come elemento di disturbo nel gruppo di amici, che immediatamente ne rimangono rapiti: lo fa però non tanto (o meglio, non solo) come ragazza in carne ed ossa, quanto piuttosto come elemento sacro degno di venerazione. Sin dalla sua prima apparizione, infatti, Annalisa viene assimilata dallo sguardo dei ragazzi alla Madonna: la sua presenza eretta in cima alla chiesa prima di lasciarsi cadere nel vuoto ha una fortissima componente evocativa, tanto da spingere i ragazzi a ritagliare una foto che ritraeva il volto di Annalisa in quegli istanti ed incollarla sopra all’immagine della Madonna presente negli spogliatoi. Un nuovo idolo da sostituire al precedente, cui rivolgere forse preghiere più sentite.
L’identificazione con la Madonna è quindi suggerita continuamente da una sceneggiatura e da una regia tese a presentare Annalisa come un elemento avulso dal circostante, etereo, quasi sovrannaturale. Particolarmente significativo, in tal senso, un lungo piano sequenza che vede Annalisa seduta in trono su una sedia a sdraio mentre si asciuga lo smalto, con Zazà e Veleno seduti per terra ai suoi lati che ne contemplano estasiati la figura, come fossero angeli in una Maestà trecentesca.
Nel concentrarsi principalmente sullo sviluppo dei ragazzi che sulla figura di Annalisa e sul suo percorso autodistruttivo, il film si discosta sensibilmente dal romanzo di Desiati. Il conseguente, complesso lavoro di stesura e adattamento evidenzia però qualche zoppicamento soprattutto nella parte centrale, in cui la pellicola sembra allontanarsi dal sentiero principale per seguire sottotrame poco sviluppate e tutto sommato poco funzionali. E’ questo soprattutto il caso della vicenda di Natuccio e del suo padre malato, poco coesa rispetto al resto della narrazione. Si tratta comunque di momenti di appannamento che non intaccano la complessiva buona riuscita dell’opera, né la sua carica emotiva.
A prescindere però dagli elementi contenutistici del film, “Il paese delle spose infelici” si segnala per l’eccellente regia, l’ottima fotografia ed il gran lavoro degli attori, quasi tutti non professionisti.
La regia di Mezzapesa (già pluripremiato autore di cortometraggi e del documentario “Pinuccio Lovero – Sogno di una morte di mezza estate”) si caratterizza per la mano ferma ed il fortissimo senso dell’inquadratura, sempre funzionale al racconto e mai troppo invadente, pur abbandonandosi spesso a virtuosismi stilistici (in questo senso, la già citata scena di Annalisa “in trono” sulla sdraio brilla per sintesi di tecnica ed efficacia). Si potrebbe forse rimproverare al regista un eccessivo utilizzo del ralenti, ma anche in questo caso non si intravede alcun autocompiacimento, solo un’attenzione al mezzo migliore per veicolare le sensazioni e le emozioni dei protagonisti. Un esempio piuttosto chiaro in tal senso è rappresentato da una delle scene cardine della pellicola, quella della partita di calcetto, quasi interamente girata al ralenti: i dribbling di Zazà sotto lo sguardo teso dell’allenatore e di Veleno hanno bisogno del ralentiper emergere con compiutezza, non ne sono succubi.
La fotografia di Michele D’Attanasio, con i suoi toni opachi ma vivi, contribuisce in modo decisivo alla riuscita della pellicola. Ed è un sollievo vedere un film italiano che non sia fotografato come l’ultima delle fiction di Rai Uno.
Ottima poi la colonna sonora che accompagna le immagini, che alterna vibranti melodie d’archi a pezzi rock come “9 a.m.” dei Girls in Hawaii.
Infine, meritano un cenno i due giovani protagonisti, Nicolas Orzella e Luca Schipani, bravissimi a dar vita ai personaggi di Veleno e Zazà nonostante siano alla prima esperienza sullo schermo. Brava anche Aylin Prandi nel rendere lo spaesamento e la rassegnazione autolesionista di Annalisa.
“Il paese delle spose infelici” è quindi un film riuscito, con cui Procacci dimostra per l’ennesima volta come si possa fare del buon cinema anche senza un grande dispiego di mezzi e, soprattutto, senza un product placement invadente e fuori luogo: è sufficiente avere la voglia di raccontare una storia, e sapere come farlo.
Da filmscoop.it

Presentato in concorso alla 6ª edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, arriva nelle sale in 30 copie “Il paese delle spose infelici”, primo lungometraggio del regista pugliesePippo Mezzapesa prodotto dalla Fandangodi Domenico Procacci. Tratto dal romanzo di Mario Desiati, il film è stato scritto a sei mani da Mezzapesa, la sceneggiatrice e collaboratrice di lunga data Antonella Gaeta e Antonio Leotti.
Nel cast, quasi completamente formato da volti nuovi scoperti dallo stesso regista durante i casting svolti proprio nella terra in cui è ambientata la pellicola, spiccano i giovanissimi protagonisti Nicolas Orzella e Luca Schipani; rispettivamente nei panni degli amici Veleno e Zazà, i due affrontano per la prima volta la telecamera insieme a Aylin Prandi, già vista in alcune pellicole tra cui “No Problem” del 2008, scritta e diretta da Vincenzo Salemme.
Sullo sfondo di un piccolo paese pugliese Veleno (Orzella) e Zazà (Schipani), due adolescenti diversi ma uniti da un fortissimo legame d’amicizia e dalla passione del calcio vissuta nella squadra di calcio lole insieme ad altri coetanei, scoprono l’amore per una strana ragazza:Annalisa (Prandi). L’incontro con la giovane, provata da un dolorosissimo passato e da un presente infelice e fin troppo chiacchierato nel micromondo paesano, che i due avevano visto tentare il volo dal tetto della chiesa con indosso il vestito da sposa sarà per tutti un occasione per assaggiare il sapore della vita, contro tutto e tutti.
Torna di nuovo la Puglia sul grande schermo, protagonista insieme agli attori in carne e ossa dell’opera prima di Pippo Mezzapesa, fortemente legato agli scenari simbolo della sua terra natia. Una terra ricca di umanità e simbolicità ma costretta a vivere tra i gas venefici della grandissima fabbrica che s’erge imponente all’orizzonte – l’Ilva di Taranto – e le vocazioni al male di chi spaccia per pochi soldi, come il fratello di Zazà che cerca di fare suo con le unghie e con i denti un futuro migliore, magari in quella Torino tanto amata in cui gioca la sua Juventus, entrambi simboli indiscussi del benessere degli anni novanta.
A parte gli scorci in cui la mano del regista si fa più pesante, mostrando un volto fin troppo povero di una terra diventata ormai la nuova frontiera del cinema italiano, Mezzapesa lascia scorrere con maestria le immagini di questa gioventù che si mostra a viso scoperto, senza maschere, così come la terra brulla e incontaminata della campagna pugliese. È feroce ma allo stesso tempo delicato il ritratto di questi ragazzi, ancora adolescenti ma costretti ad abbandonare la spensieratezza della loro età per diventare adulti, con tutti gli oneri del caso; un’immagine che difficilmente non farà affiorare scenari di pasoliniana memoria, pregni di quel retrogusto amaro di un neorealismo dei giorni nostri.
Di certo un ottimo esordio nel cinema per il regista di “Pinuccio Lovero – Sogno di una morte di mezza estate”, documentario borderline tra realtà e finzione che ha riscosso il parere positivo di pubblico e critica al Festival del Cinema di Venezia 2007, il quale affida la chiusura della pellicola alla madonna laica interpretata dalla Prandi e alla sua frase appena sussurrata in cui chiede a Veleno di “farsi morbido” ora che è diventato un vero uomo.
Di Chiara Console, da diredonna.it

La tv trasmette ancora Non è la rai e Ok, il prezzo è il giusto!, un imprenditore si candida prepotentemente come nuovo sindaco (qui è Vito Cicerone, ma l’aggancio è con Giancarlo Cito di Antenna Taranto 6…), i fumi e il cemento dell’Italsider corrompono l’armonia circostante: Il paese delle spose infelicidi Mario Desiati (ed. Mondadori) – romanzo di formazione ambientato a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 – si fa immagine grazie a Pippo Mezzapesa, regista pugliese (di Bitonto) finalmente all’esordio in un lungometraggio di finzione dopo molti cortometraggi premiati e la docufiction Pinuccio Lovero – Sogno di una morte di mezza estate.
La nuova amicizia tra Veleno e Zazà (Nicholas Orzella e Luca Schipani, per la prima volta sullo schermo), quindicenni di diversissima estrazione, sarà messa alla prova, se non rafforzata, dopo la visione, l’incontro, la nascita di un ulteriore rapporto: quello con Annalisa (l’italo-franco-argentina Aylin Prandi), “madonna randagia dal fitto mistero” che segnerà senza rimedio il faticoso incedere di un’età “che è passaggio”. Transizione che per Mezzapesa diventa fulcro di un racconto dai molteplici sfondi – la criminalità giovanile, l’assenza di punti di riferimento, la politica-spettacolo, la speranza di un futuro migliore affidata al talento calcistico di Zazà – asciugato profondamente rispetto al libro di Desiati, sospeso in un periodo storico suggerito prima che “mostrato”, alimentato dall’energia quasi incontrollabile dei tanti – oltre ai due protagonisti – ragazzini che popolano quasi ogni inquadratura, ogni respiro: Il paese delle spose infelici – in Concorso al festival capitolino, poi in sala dall’11 novembre con Fandango, che l’ha prodotto in collaborazione con l’Apulia Film Commission – è la storia di Veleno e Zazà, di un’amicizia forse impossibile, di un luogo riscaldato dal sole ma congelato dall’assenza di prospettive, di un sogno irraggiungibile (Annalisa), di una fuga possibile. La nostra storia?
Di Valerio Sammarco, da il cinematografo.it

Presentato in concorso alla sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, Il Paese delle Spose Infelici è il primo lungometraggio del regista pugliese Pippo Mezzapesa. Dai toni in parte caldi in parte grigi della fotografia, dovuti alla dualità delle ambientazioni, tra la Puglia più selvaggia ed incontaminata e di contro, quella delle fabbriche nella provincia di Taranto, il film è il risultato di un lungo lavoro nell’ambito cinematografico da parte del regista che, passando attraverso una lunga produzione di cortometraggi (da Lido Azzurro del 2001 fino a l’Altra Metà del 2009) e di documentari (tra cui Pinuccio Lovero – Sogno di unamorte di mezza estate, vincitore alla Settimana della Critica di Venezia nel 2008) è approdato al cinema con il suo primo lavoro.
La storia, ha tre protagonisti o meglio, quattro. Da sfondo ai fatti narrati c’è una Puglia che tende ad imporsi come quarto attore, osservando ed interagendo con paesaggi fortemente simbolici e funzionali alle svolgimento della storia. Veleno eZazà, gli altri due protagonisti, sono due adolescenti, due vite agli esatti antipodi che per una sorta di casualità vengono ad incontrarsi legandosi in una chimica naturale. Veleno, figlio di borghesi, vuole imparare a vivere come i suoi coetanei, vuole “sporcarsi di vita” come giustamente preciserà il regista in conferenza stampa e quale migliore spunto di osservazione se non Zazà? Capo indiscusso di Cimasa, Capodiferro e Natuccio, autentico talento del calcio, insegue il suo futuro, lontano dalla criminalità del fratello, spacciatore da quattro soldi, tentando di appropriarsi di un futuro diverso da quello verso cui, per vocazione familiare sembrerebbe destinato. Veleno e Zazà diventano presto amici e la loro diversità non li allontanerà, al contrario, tenderà a completarli. Nella loro vita entra a un terzo protagonista indiscusso del film, Annalisa, una giovane donna che straziata dalla morte del futuro marito, vive solo in una casa semi abbandonata e selvaggia ai margini del paese. L’incontro non è di certo fortuito visto che i ragazzi assistono attoniti all’ennesimo tentativo di suicidio di lei, ma questo permetterà loro di rimanere affascinati da questa figura e tra i tre ne scaturirà un particolarissimo rapporto, altalenante tra gelosie, tradimenti ed angosce.
Ruota attorno a questo il film, Veleno, Zazà, Annalisa come tutti i ragazzi descritti sono protagonisti indiscussi di questa realtà ricreata nei primi anni ’90, come ci suggeriscono le immagini dei programmi televisivi dell’epoca che accompagnano le famiglie di periferia, questi ragazzi sono degli eroi in miniatura intenti in una battaglia all’ultimo colpo per il proprio futuro. Costantemente messi alla prova dalla vita, si ritrovano in situazioni che li obbligano a diventare ben presto uomini piuttosto che adolescenti, tentando di salvaguardare almeno quel minimo di giovinezza come ultimo rifugio dagli oneri dell’essere adulti. La città segue quest’evoluzione, questi intrecci di esistenze, rappresentata come una provincia del sud deturpata dalla cieca industrializzazione è attrice anch’essa, abbandonata a se stessa, tra angoli di territorio incontaminato e ciminiere ribollenti. Un luogo di contrasto in cui si svolgono i contrasti dei protagonisti.
Primo approccio registico ad un lungometraggio quindi veramente ben riuscito per Pippo Mezzapesa che ha sperimentato molto, andando a pescare spesso però tra quei paesaggi neorealistici alla Pasolini, presenti in tutto il film. In attesa di vedere come verrà considerato dalla Giuria del Festival di Roma, vi possiamo dire che è un film che non lascia insoddisfatti e che rende un preciso spaccato dell’Italia periferica degli anni ’90. Prodotto dal solito Domenico Procacci tanto affezionato a questo tipo di cinema indipendente, speriamo ottenga una degna distribuzione nei cinema italiani.
Di Aureliano Verità, da newscinema.it

In concorso al Festival del Film di Roma 2011, “Il paese delle spose infelici” è tratto dall’omonimo libro scritto da Mario Desiati ed è il primo lungometraggio di Pippo Mezzapesa. Al centro della storia ci sono Zazà (Luca Schipani) e Veleno (Nicolas Orzella) due ragazzi che giocano nella squadra di calcio del proprio paese e diventano presto molto amici, nonostante l’enorme divario sociale: Zazà vive nei bassifondi, Veleno è un figlio di papà. A loro si aggiungono altri pittoreschi amici quali Cimasa (Cosimo Villani), Capodiferro (Vincenzo Leggieri), Natuccio (Gennaro Albano). Le loro giornate trascorse al mare o a giocare a pallone vengono un giorno sconvolte dal gesto estremo di un ‘angelo’, la bellissima Annalisa (Aylin Prandi) che, vestita dasposa, tenta il suicidio gettandosi dal tetto di una chiesa. Si salva. Ma il suo fascino stravolgerà le giovani vite di Zazà e Veleno.
Il film è ambientato in un piccolo paese nel tarantino devastato da dirupi, ciminiere, criminalità, corruzione. Non è certo un gran bel posto in cui crescere e il pericolo di essere corrotti è proprio dietro l’angolo. Zazà vuole inseguire un futuro migliore, lontano dal fratello spacciatore, e la sua via di fuga è rappresentata dal calcio, in cui è un vero talento. Purtroppo l’istinto lo farà sbagliare, anche se forse non è tutto perduto. Veleno, al contrario, sembra essere attratto da quel mondo che non gli appartiene, fatto di violenza ed esistenza ai limiti. Finirà per rimanere solo, anche se con una forza e una consapevolezza del tutto nuove che lo aiuteranno a crescere.
Il giovane cast de “Il paese delle spose infelici” è rappresentato da attori alla loro prima esperienza cinematografica. E’ sorprendente notare di quanti bravi talenti disponiamo.
Di Domenica Quartuccio, da ecodelcinema.com

Il paese delle spose infelici, secondo film italiano in concorso al Festival Internazionale del Film di Roma, ci mostra come un soggetto che sta forse diventanto un archetipo del cinema nostrano, ovvero l’età dell’adolescenza e le difficoltà della crescita in un ambiente rurale del Sud profondo, possa essere trattato con competenza e personalità.
Il contrasto, come può comprendere chi ha seguito ilFestival, è con Il mio domani di Marina Spada, che si rifaceva massicciamente alle opere di Antonioni senza però inserirvi la linfa vitale necessaria a costruire un organismo ben sviluppato quale è un’opera cinematografica.
Il film di Pippo Mezzapesa, regista con una certa esperienza alle spalle (ha partecipato anche al Nocicortinfestival di cui vi avevamo parlato questa estate) ma al suo debutto per quanto riguarda il lungometraggio di finzione, ha ricordato in più punti Io non ho paura di Gabriele Salvatorese Ruggine di Gaglianone, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, grazie alla delicatezza e alla sensibilità con cui tratta il tema della gioventù
Certo, qualche piccola imperfezione in fase di sceneggiatura rende la parte centrale della pellicola un po’ farraginosa, ma nel complesso si può dire che la riduzione cinematografica del romanzo omonimo è ben riuscita: non si sottovaluti infatti la difficoltà di rendere naturali i dialoghi e la recitazione di attori bambini, ovviamente non professionisti (prova ne è stata la timidezza estrema dei due protagonisti in sede di conferenza stampa, durante la quale non sono riusciti a spiccicare parola).
In questo senso il regista ha fatto un grande lavoro, così come è stata eccellente la gestione della sezione tecnica, con riprese che, per quanto forse pecchino a volte di leziosità e di eccessivo sfoggio di perizia, fanno piacevolmente sentire la presenza della macchina da presa quale mezzo per entrare all’interno della vicenda raccontata. Si aggiunge al bilancio positivo l’ottima fotografia, che sottolinea una natura partecipe ma al contempo scabra e rigogliosa, e le musiche che, molto intelligentemente, passano dai successi di Non è la rai fino ad arrivare agli archi di Balanescu.
La storia dell’amicizia tra Zaza e Veleno si divide tra il campo da calcio – portato sullo schermo con una sensibilità simile a quella con la quale Pasolini guardava ai suoi ragazzi di vita – e la silente rivalità nel rapporto con la sposa infelice del titolo. Il film infatti racconta di quell’età in cui iniziano a decidersi i destini dei ragazzi protagonisti: tema centrale è la scelta della strada da intraprendere nela propria vita, nonché la difficoltà di diventare uomini in un mondo in cui gli adulti non sono degni di fiducia, per di più amorfo e pericoloso come quello degli anni 90.
Un sorprendente esordio di un regista di cui attendiamo con interesse la prossima opera, magari con un soggetto originale che ne riveli tutte le potenzialità inespresse.
Di Alessio Cappuccio, da spettacoli.blogosfere.it
Quello di Pippo Mezzapesa è un nome che circola ormai da molti anni nei Festival di cortometraggi di tutta Italia, dove ha inanellato un’invidiabile serie di premi e importanti attestati di stima (dal David di Donatello per il miglior cortometraggio nel 2004, ad un paio di menzioni speciali ai Nastri d’Argento, nel 2006 e nel 2009). Finalmente è riuscito a realizzare il suo primo lungometraggio, “Il paese delle spose infelici”, tratto dall’omonimo libro di Mario Desiati, dove si ritrovano in parte alcuni elementi già visti nei suoi precedenti lavori, in particolare nel bellissimo “Come a Cassano” (andatevelo a cercare su Youtube, è un gioiello): la sua Puglia, ovviamente, ma anche il campo da calcio, gli spogliatoi, i ragazzi di strada, le loro vite.Veleno e Zazà sono due ragazzi completamente diversi: uno benestante, un po’ timido ed introverso, l’altro di origini modeste ma sicuro di sé, un talento del pallone senza una vera famiglia (vive con un fratello scapestrato), che riversa nella vita, nel pallone e negli amici tutto ciò che non ha mai avuto. Il campo da calcio è la loro palestra di vita: sbucciarsi il ginocchio è una sorta di rito di iniziazione alla vita, alla strada, dove il fango del campo sporca di realtà e allo stesso tempo è un solido collante di giovani amicizie. In un paese dove non succede mai niente, fa notizia il tentato suicidio della bella Annalisa, caduta in un limbo di tristezza dopo la morte del suo promesso sposo. I due ragazzi sono infatuati dalla sua bellezza e trovano il coraggio di avvicinarla: comincia un legame particolare, leggero, un triangolo dove ci si prende cura l’uno dell’altro (per un attimo fa pensare a “Jules e Jim”), e dove il sole della Puglia diventa gentile, caldo testimone di una vera amicizia.
Nella sua opera prima Mezzapesa mette pienamente in mostra le potenzialità del suo talento, un regista capace di raccontare la Puglia (ma è una storia che si potrebbe svolgere ovunque) e la vita quotidiana di un gruppo di ragazzi come riescono in pochi. Ed in questo paese di spose infelici, ci lasciamo facilmente trascinare dalla curiosità del giovane Veleno nella scoperta di questo gruppo di nuovi amici, guidati dal talento calcistico di Zazà: e come nell’infanzia di tutti noi, le giornate scorrono tra partite di calcio, mare, e un po’ di noia, in quegli anni 90 di transizione, quando la mancanza di Internet e cellulari veniva compensata da rapporti veri, sguardi negli occhi, incontri reali. Annalisa, che “sembra una Madonna”, sarà la chiave per scavare nuove emozioni nella loro quotidianità. Ironico, fresco, vero: Mezzapesa si propone come sorpresa del Festival e soprattutto come talento emergente del cinema italiano. Ne avevamo decisamente bisogno e, statene certi, ne sentiremo parlare parecchio.
Di Alessio Trerotoli, da livecity.it

E’ proprio un bell’esordio nel lungometraggio quello dell’ennesimo pugliese alla riscossa Pippo Mezzapesa. C’è un’ intrigante atmosfera dolceamara in tutto il film, il senso di contrapposizione tra vita e morte, il vento che accarezza il grano e subito dietro ciminiere fumanti, gasdotti venefici… La malinconia quasi tragicamente ineluttabile del contesto socio-ambientale in cui si muove la vicenda tenta, aggressiva, di scalfire i vitalissimi protagonisti, per niente rassegnati o passivi, il cui impulso a sopravviverle è così forte da arrivare quasi a trascenderla. E’ un film molto spirituale, angelico. La stessa Annalisa entra in scena volando (“Il cielo sopra Bitonto”, si potrebbe dire…) e angeli sono Veleno E Zazà che la recuperano dal suo torpore e la restituiscono alla vita sino a quel momento rimasta in sospensione. Il piccolo calcio di provincia col quale Mezzapesa si era già brillantemente cimentato, fangoso e frizzante, spiritoso e tragico, gioco e missione di speranza insieme, è il viatico per rinunciare a tante parole, in un film molto poco dialogato dove a parlare (e con quanta intensità!) sono i gesti, gli sguardi, i volti di questi ragazzini sorprendentemente bravi, evidentemente a loro agio col regista, abile a sua volta a non cadere nei tranelli in cui cadono spesso i cineasti che ricorrono malamente ad attori in erba non professionisti col pretesto di dare “credibilità” alla storia. Un’affascinante Aylina Prandi (che dimostra nel film la metà degli anni che porta) guida per mano Nicolas Orzella e Luca Schipani nella classica triangolazione amorosa, qui però condita di sapori tutti particolari, interpretando un personaggio davvero speciale (“Madonna randagia” è l’epiteto più gettonato per descriverla) aggiudicandosi l’ultima, poeticissima battuta della pellicola: “Fatti morbido, Vele’!”. Alcune scene sono di cinema autoriale di grandissimo livello: la scena del Tagadà, ad esempio, al centro un’imperturbabile Annalisa impegnata in un sofferto autocontrollo, sfidando il mondo che le gira intorno vorticoso. O la carinissima scena del sole preso sulla sdraio, lei ad occhi chiusi e gli occhi di loro due solo per lei. Se una delle pochissime copie con cui Fandango lo distribuisce passa dalle vostre parti, non perdetelo.
Da cinerepublic.film.tv.it

ROMA – Il paese delle spose infelici, tratto dal romanzo di Mario Desiati, segna l’esordio del regista Pippo Mezzapesa. L’argomento non è nuovissimo: una Puglia dolorosa, sfortunata e priva di valori autentici, sta alla base del racconto, Mezzapesa si distingue per elegante scorrevolezza.
Il film narra di Veleno, ragazzino appeso a un ulivo a testa in giù perché rifiuta d’esser chiamato “trimone”, resiste e alla fine viene accettato nel gruppetto di Zazà, giovane promessa della squadra di calcio locale, in attesa di un provino con un osservatore della Juventus, con un fratello borderline, che gli regala coltelli e compra droga. A tenere insieme i due ragazzi è l’amore, dapprima senza rispetto, poi delicato e sincero, verso Annalisa, sposa infelice che ha tentato il suicidio, buttandosi in volo dalla chiesa del paese, dopo aver perso l’uomo che amava.
Bravi gli attori protagonisti, di una bellezza che cattura pur non essendo canonica, l’interprete di Annalisa, l’attrice Aylin Prandi. Ambientato in un paesino anonimo del Sud degli anni 80’, il realismo narrativo di Mezzapesa va oltre i luoghi descritti, indaga nella sofferenza sociale, attraverso le scoperte di un’età nella quale la condivisione delle esperienze brancola tra stupore e paura.
Buona accoglienza al film da parte della stampa specializzata.
Di Bruna Alasia, da dazebaonews.it

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