IL MATRIMONIO CHE VORREI



Prendete l’intensa Meryl Streep e il cowboy texano Tommy Lee Jones e mescolateli con il buffo Steve Carell, aggiungete poi un matrimonio trentennale in crisi e un pizzico di terapia di coppia.
Qualsiasi cosa otterrete seguendo alla lettera questa ricetta, sarà un film completamente diverso da Il matrimonio che vorrei di David Frankel.
In barba a una Hollywood siliconata e gerontofoba, e in linea con le cosiddette dramedy sull’amore a sessant’anni, il regista de Il Diavolo veste Prada evita infatti la facile strada della commedia un po’ pepata o del melodramma lacrimevole, preferendo raccontare una storia di incomunicabilità e di vulnerabilità.
A renderla diversa dalle altre non sono tanto le dinamiche prese in esame, quanto l’uso, ai limiti del miscasting, degli attori che dovranno farla sembrare vicina e universale. Spieghiamo meglio.
Negando a  Steve Carell ogni possibilità di far ridere, chiedendo a Meryl Streep di chiudersi in imbarazzati silenzi e individuando in un Tommy Lee Jones goffo e tirchio il motore della comicità, Frankel prova a spiazzare lo spettatore, allontanandolo da cliché che ha finito per introiettare e invitandolo a stendersi sul divano dello psicanalista per seguire, con curiosità e un pizzico di voyeurismo, il riavvicinamento di due coniugi un tempo innamorati.
Ovviamente, nonostante la bravura dei protagonisti e la misura dei dialoghi, non tutti si lasceranno tentare, a cominciare da chi liquida Freud e soci come ciarlatani. Ma non importa, perché al di là delle varie sedute, ciò che si coglie e che conta nella storia di Kay e Arnold sono timidi lampi di profonda verità, impercettibili sfumature di umanità raccontate sempre con integrità e candore.
E’ un film delicato Il matrimonio che vorrei, un’opera attuale che ribadisce l’importanza dei piccoli gesti come unico possibile antidoto alla mancanza d’attenzione. E poi ci si diverte, molto e inaspettatamente, grazie a una serie di scene che però non vogliamo e non possiamo raccontare.
Di Carola Proto, da comingsoon.it

La coppia scoppia. Anzi, è già scoppiata. Solida, all’apparenza, ma i muri parlano e dopo un po’ pure le figure: Kay (Meryl Streep) non ce la fa più, vuole ritrovare la perduta intimità, perché col marito orso Arnold (Tommy Lee Jones) oramai è la stessa sterile, pragmatica solfa anaffettiva, abulica e anoressica. Si salva solo il desco, ma nemmeno questo è familiare: uova con bacon per lui, e la Domanda, l’unica rimasta: “Ti va bene l’arrosto?”. Tutto il resto è non: sesso non se ne fa più, l’amore è il terzo incomodo, le camere separate, e con vista sempre più scarsa sul sogno matrimoniale che fu. E allora… terapia, da un rinomato guru nel Maine (Steve Carell). Riusciranno a salvare quel che ormai pare insalvabile? Innanzitutto, ci devono andare, e Arnold prende l’aereo in extremis, molto nolente, scettico sulla possibilità di riuscita, sul quid salvifico della terapia. Sul divano si siede dal lato opposto della moglie, in mezzo i silenzi, i non detti e i non agiti di 31 anni di matrimonio vissuti pericolosamente: il pericolo dell’oblio, il pericolo della noia. La cura passa dal letto, con esercizi più o meno sessuali da portarsi in albergo: fellatio, fantasie, pulsioni, nulla vien risparmiato, ma non ci sono occhiolini gettati in platea, ammiccamenti pelosi o quant’altro. 
Dopo Il diavolo veste Prada, il regista David Frankel rispolvera il minimalismo realista e veste la fine (e il nuovo inizio?) di una coppia come tante, sospesa tra un “glorioso” passato da riesumare e le odierne nozze imbiancate – e i sepolcri farisaici non sono peregrini. In delicato equilibrio tra dramma e commedia, la barra è a dritta su questa vita non illustre di un uomo e una donna non illustri: Streep e Lee Jones sono dei mostri di bravura, e il film gli sta addosso per non smarrire la retta via, quella che chiama le cose col loro nome – il sesso e i suoi derivati – e non teme di scendere a patti con la noia del suo oggetto d’indagine. Non si sogna più, non si cerca più la via di fuga (al bando le scappatelle), ma si deve fare esercizio, mettersi a tavolino, pardon, letto, per riattizzare i cocci di un matrimonio andato in frantumi. 
Bergman avrebbe gradito (un filo, non esageriamo), spettatori meno illustri gradiranno come davanti a uno specchio fedele e dolente: Il matrimonio che vorrei è soprattutto il matrimonio che abbiamo, ahinoi. Frankel, pure lui, fa il suo bel esercizio: non di stile, ma di contenuto. Sì, possiamo vivere felici e contenti, ma solo davanti allo schermo.
Di Federico Pontiggia, da cinematografo.it

Non ci sono dubbi sul fatto che Hollywood o il cinema in generale abbiano scoperto la terza età, o meglio quello strano limbo della vita che è il periodo che va dai 60 in poi. In “Hope Springs”, tradotto malamente in italiano “Il matrimonio che vorrei” di David Frankel, al centro della storia c’è la coppia Kay e Arnold sposata da 31 anni. Lei, una straordinaria Meryl Streep una mattina si rende conto che con lui, Tommy Lee Jonescondivide solo la casa.
Decide di iscrivere entrambi, con i suoi risparmi, ad una terapia con un famoso terapeuta esperto dei problemi di coppia. Con mille difficoltà arriveranno nella ridente cittadina di Great Hope Springs nel Connecticut e apriranno un vaso di Pandora, pieno di vecchi rancori ed inadeguatezze. David Frankel aveva già diretto Meryl Streep in “Il diavolo veste Prada”, in una parte molto più grintosa. E lo è anche in questo caso, anche se non palesemente nel personaggio di Key. E’ assolutamente determinata nell’impresa disperata di trovare con il marito l’intimità di un tempo. E lui, Arnord, orfano dei suoi amati programmi televisivi di golf, alla fine darà la sua collaborazione e il suo viso è quanto mai espressivo, al di là delle parole che dice.
Si ride, o meglio si sorride, davanti all’imbarazzo di Tommy Lee Jones, nel parlare della loro vita sessuale, da tempo inesistente. Del resto, non è nuova la teoria che “Gli uomini vengono da Marte, e le donne da Venere”. I primi si rinchiudono nella caverna quando sono in difficoltà, e le seconde parlano senza sosta con chiunque. Con due mostri sacri, come Meryl e Tommy, non c’è dubbio: il risultato è un capolavoro. Tanto più che il terapeuta è Steve Carell, quanto mai misurato e ossessivo nell’aggiustarsi durante le sedute la piega dei pantaloni.
“Hope Spings” non è un solo un film hollywoodiano con due mostri sacri che non sbagliano un colpo. E’ anche una metafora sul tempo che passa inesorabile e la routine di tutti i giorni che rende le persone come automi.
Dei due protagonisti, spicca Tommy Lee Jones, con lo stesso viso stropicciato già visto nella saga di “Men in Black”, probabilmente il personaggio più ricco di sfumature. Per il resto, tutto dalle scenografie alla sceneggiature sono eccellenti e la colonna sonora è perfetta per ricordare che il vero amore non ha età e alla fine vince sempre, per lo meno nei film di Hollywood.
Di Massimiliano Ponzi, da ecodelcinema.com

Il filone statunitense dei film che trattano storie d’amore e di crisi matrimoniali tra sessantenni è ufficiosamente nato nel 2003 con Tutto può succedere. D’altronde se nel cinema, come nel teatro, l’immedesimazione e la conseguente catarsi è parte fondamentale del rapporto tra il pubblico e lo spettacolo, perché continuare a incentrare le commedie romantiche solo su giovani amanti e non ampliare il genere cercando di parlare di cosa accade alle coppie che attraversano l’età adulta?
“Siamo due persone che condividono un appartamento” è questa la frase da leggere come incipit  della vicenda narrata in Il matrimonio che vorrei: Key (Meryl Streep) e Arnold (Tommy Lee Jones)sono una coppia devastata dalla serenità priva di passione del loro rapporto in cui, dopo 31 anni di matrimonio, non vi sono litigi, non c’è tradimento e non c’è neanche un filo di stanca sopportazione. Per risolvere la noia di una relazione stabile ma priva di entusiasmi Key organizza, nonostante lo scetticismo del marito, un viaggio di una settimana nel Maine per seguire la terapia di un esperto sessuologo (Steve Carrell).
L’ottima sceneggiatura firmata da Vanessa Taylor (Tell me you love me) gestisce perfettamente il racconto calibrando ironia, drammaticità e riflessione senza mai soffermarsi su facili scene madri ma portando lentamente i protagonisti verso una soluzione alla quale arrivano tramite una crescita graduale e per questo veritiera. Il finale scontato (come nella migliore tradizione della commedia romantica) per ciò non risulta del tutto banale.
Per quanto leggero il film vanta ottimi attori e la regia David Frankel (che già diresse Maryl Streep in Il diavolo veste Prada) il quale con la macchina da presa e la sua minuziosa attenzione ai dettagli (indimenticabile l’inquadratura sull’attrice che chiude il film che ebbe Anne Hathaway come protagonista dando in un solo istante una svolta sia alla pellicola che al personaggio di Miranda Priestly) riesce a descrivere, anche solo attraverso le immagini, il pensiero che gli attori devono palesare: i primi piani sul volto della Maryl Streep e l’inquadratura a figura intera su Tommy Lee Jones che si sistema incessantemente la riga dei pantaloni raccontano il diverso approccio dei protagonisti alla terapia ancor prima delle loro reazioni.
Il matrimonio che vorrei è la dimostrazione che una storia semplice, già sentita e più volte narrata può essere ancora piacevole e rinnovata dalla grandezza dei suoi interpreti e da una buona regia, esattamente come l’amore che racconta.
Di Sandra Martone, da filmforlife.org

Cosa succede dopo che finisce la rom-com? Dopo che la storia d’amore ha fatto il suo corso, le romanticherie sono state messe in naftalina con gli abiti del matrimonio, i figli sono cresciuti? Ce lo racconta David Frankel, che dopo Io & Marley alza l’età dei suoi protagonisti per esplorare un matrimonio che si sta spegnendo. In Il matrimonio che vorrei, Meryl Streep e Tommy Lee Jones interpretano Kay e Arnold, una coppia che ha alle spalle trent’anni di felice matrimonio, figli, prosperità. Tutto questo ormai si è incancrenito in una routine quotidiana di rituali sempre identici, dove lo spazio per comunicare è sempre più esile. In più, ormai da anni Kay e Arnold dormono in stanze separate, senza un motivo particolare ma senza la voglia di tornare a condividere il letto, in tutti i sensi. Come salvare il rapporto? I due si rivolgono a un terapista di coppia (Steve Carell) per riaccendere la passione perduta.
Frankel dirige con mestiere una storia delicata che fa anche spesso ridere e sorridere, senza eccedere troppo nella melassa – il riavvicinamento tra i due protagonisti non è immediato né scontato – e gestendo perfettamente anche scene che in altri contesti potrebbero risultare di cattivo gusto, soprattutto quelle in cui la Streep e Jones tentano di recuperare il contatto intimo. Solo verso il finale i nodi vengono al pettine come nella tradizione della commedia americana, che non può permettersi di lasciare le cose in sospeso, ma d’altra parte il lieto fino è scontato: ciò che conta è il viaggio, e in questo caso il viaggio procede liscio. Perfetti gli interpreti, specialmente Jones, che sempre più conta sulla sua immagine da burbero abbinata a tempi comici innati. All’insegna della commedia,Frankel tocca corde anche profonde e ci lascia con un messaggio importante: nella vita non bisogna mai dare per scontato l’amore di chi ci sta vicino, ma bisogna lottare per meritarselo costantemente.
Di  Marco Triolo , da film.it

Il matrimonio che vorrei, il cui titolo originale è “Hope Springs” è un film sulla “ricostruzione” di un matrimonio. Ricostruzione perché, tende a ricostruire tutto quello che , nel caso dei due protagonisti: Kay (Meryl Streep) e Arnold (Tommy Lee Jones), si è perso in più di 30 anni.
Anche qui come nel film Elles (un film attualmente in programmazione della registaMałgorzata Szumowska, interpretato magistralmente da Juliette Binoche: Anne) ci troviamo di fronte ad una coppia che apparentemente conduce una normale vita borghese con figli  ed un agiato stato sociale ma che ha perso tutto quello che concerne la sfera attrattiva dell’eros di coppia.
In Elles però, i risvolti e la presa di coscienza, non è di coppia ma riguarda solo la protagonista, Anne, e nello svilupparsi della storia e nel finale non ha nulla a che vedere con Il Matrimonio che vorrei.
Ho ritenuto citarlo per via di una ricerca tematica simile, seppur diversa nell’analisi e nella storia del film e soprattutto nel finale, anche se sono senza alcun dubbio diversi.
Il matrimonio che vorrei, Recensione:
Il matrimonio che vorrei invece  propone un “lavoro” ma sarebbe meglio chiamarlo cammino di autocoscienza di coppia, una specie di ricerca guidata, mediante la quale si cerca di riportare alla luce i desideri assopiti dalla routine.
Davvero ottima, come sempre del resto, l’interpretazione di Meryl Streep che interpreta Kay la moglie che guida il marito, Arnold interpretato magistralmente da Tommy Lee Jones, certamente più assopito e più preoccupato del “cammino di coppia” guidato che dovrà intraprendere per ritrovare l’attrazione di coppia di quando aveva 22 anni.
Meryl Streep, nel, Il matrimonio che vorrei,  nonostante la sua matura età stupisce ancora per la capacità di riscoprirsi in ruoli sempre diversi ed attuali ma soprattutto in perfetta linea con la sue età, risultando sempre intrigante e coinvolgente nella sua interpretazione.
Tommy Lee Jones nel, Il matrimonio che vorrei, è perfetto per il ruolo che interpreta, decisamente più insicuro nel suo ruolo e meno fiducioso della moglie, nella sua brillante interpretazione, non ci fa anche mancare momenti di “sana” e simpatica insicurezza.
Ma non dobbiamo dimenticare anche l’interpretazione di Steve Carell nel ruolo del consulente matrimoniale. Carell come sempre fornisce un’interpretazione direi spumeggiante, a tratti, cosa particolare dei suoi ruoli, con una vena di celata ma onnipresente, comicità. Un mix di simpatia in un personaggio che a volte pare essere davvero imprevedibile.
Si insicurezza, forse è proprio questo il mix vincente del film il non essere scontato il successo, il non essere il tutto già pianificato, ma la “sana” possibilità che il fattore emotivo possa giocare e stimolare i risultati.
Di Silvio Arancio, da mondoinformazione.com

Kay (Meryl Streep) e Arnold (Tommy Lee Jones) sono una coppia solida, ma decine d’anni di matrimonio hanno lasciato in Kay il desiderio di ravvivare un po’ le cose e di ritrovare intimità con il marito. Quando viene a sapere dell’esistenza di un rinomato terapauta di coppia (Steve Carell) nella cittadina di Great Hope Springs, Kay cerca di persuadere il suo scettico marito, un uomo schivo e abitudinario, a salire su un aereo per andare a trascorrere una settimana intensiva di terapia di coppia. Già solo convincere il testardo Arnold a sperimentare questo singolare “ritiro”è un’impresa, ma la vera sfida per entrambi arriverà quando cercheranno di liberarsi delle loro inibizioni a letto e di riaccendere la scintilla che li aveva fatti innamorare al loro primo incontro.
Parafrasando un altro celebre film, siamo agli antipodi di Camera con vista, in una storia ‘vista-camera’ dove due attempati coniugi si raccontano, con sincerità e onestà, i problemi di un rapporto, sicuramente ottimale,  che sotto il peso del tempo non riesce più a rinnovarsi. Un film tutto giocato sui due protagonisti, la grandissima Meryl Streep ed un altrettanto grande Tommy Lee Jones, che non hanno paura dell’età nemmeno davanti alla macchina da presa
Da primissima.it

La crisi di coppia in terza età è il tema al centro de “Il matrimonio che vorrei”, una commedia dolcissima diretta da David Franke, regista del famoso “Il diavolo veste Prada”.
Kate e Arnold si amano ancora. Ma se lo sono dimenticato. O meglio si sono dimenticati come dimostrarlo. Trenta anni di matrimonio, due figli, il lavoro… la monotonia diventa una gabbia e la coppia scoppia. Per cercare di recuperare il rapporto giunto ai minimi termini, Kate decide di affidarsi a un consulente matrimoniale. Le prove a cui saranno sottoposti i due saranno… “durissime”.
Dopo “Iron Lady”, Meryl Streep torna al cinema con un personaggio che se vogliamo ne è l’antitesi. Una donna insicura e all’antica, che malgrado tutto ama disperatamente e fortemente il marito che non la degna nemmeno più di uno sguardo. Una interpretazione affatto facile o scontata, sostenuta da una sceneggiatura molto matura a opera di Vanessa Taylor, autrice di “Alias” e produttrice della serie televisiva “Il trono di spade”. La Streep giganteggia tra i titani Steve Carell (lo psicoterapeuta) e Tommy Lee Jones (il marito scettico). E il film è tutto su loro tre, letteralmente. In pratica Franke filma una godibile e romanticissima prova d’attore. Si pecca quindi nella mancanza di un giuoco narrativo vero e proprio, lo spettacolo si lascia vedere. La crisi di coppia in terza età, un tema quasi mai trattato sul grande schermo che senza protagonisti di rilievo non avrebbe attirato nessuno. Così invece il film si fa godibile e si sorride parlando di cose altrimenti impensabili: come le fellazio, in un cinema, a sessant’anni suonati.
La frase:
“…Vorrei che tornassimo a essere una coppia…”.
Di Diego Altobelli, da filmup.leonardo.it

La coppia scoppia. Anzi, è già scoppiata. Solida, all’apparenza, ma i muri parlano e dopo un po’ pure le figure: Kay (Meryl Streep) non ce la fa più, vuole ritrovare la perduta intimità, perché col marito orso Arnold (Tommy Lee Jones) oramai è la stessa sterile, pragmatica solfa anaffettiva, abulica e anoressica. Si salva solo il desco, ma nemmeno questo è familiare: uova con bacon per lui, e la Domanda, l’unica rimasta: “Ti va bene l’arrosto?”. Tutto il resto è non: sesso non se ne fa più, l’amore è il terzo incomodo, le camere separate, e con vista sempre più scarsa sul sogno matrimoniale che fu. E allora… terapia, da un rinomato guru nel Maine (Steve Carell). Riusciranno a salvare quel che ormai pare insalvabile? Innanzitutto, ci devono andare, e Arnold prende l’aereo in extremis, molto nolente, scettico sulla possibilità di riuscita, sul quid salvifico della terapia. Sul divano si siede dal lato opposto della moglie, in mezzo i silenzi, i non detti e i non agiti di 31 anni di matrimonio vissuti pericolosamente: il pericolo dell’oblio, il pericolo della noia. La cura passa dal letto, con esercizi più o meno sessuali da portarsi in albergo: fellatio, fantasie, pulsioni, nulla vien risparmiato, ma non ci sono occhiolini gettati in platea, ammiccamenti pelosi o quant’altro. 
Dopo Il diavolo veste Prada, il regista David Frankel rispolvera il minimalismo realista e veste la fine (e il nuovo inizio?) di una coppia come tante, sospesa tra un “glorioso” passato da riesumare e le odierne nozze imbiancate – e i sepolcri farisaici non sono peregrini. In delicato equilibrio tra dramma e commedia, la barra è a dritta su questa vita non illustre di un uomo e una donna non illustri: Streep e Lee Jones sono dei mostri di bravura, e il film gli sta addosso per non smarrire la retta via, quella che chiama le cose col loro nome – il sesso e i suoi derivati – e non teme di scendere a patti con la noia del suo oggetto d’indagine. Non si sogna più, non si cerca più la via di fuga (al bando le scappatelle), ma si deve fare esercizio, mettersi a tavolino, pardon, letto, per riattizzare i cocci di un matrimonio andato in frantumi. 
Bergman avrebbe gradito (un filo, non esageriamo), spettatori meno illustri gradiranno come davanti a uno specchio fedele e dolente: Il matrimonio che vorrei è soprattutto il matrimonio che abbiamo, ahinoi. Frankel, pure lui, fa il suo bel esercizio: non di stile, ma di contenuto. Sì, possiamo vivere felici e contenti, ma solo davanti allo schermo.
Di Federico Pontiggia, da cinema.libero.it

Per riaccendere la passione all’interno della coppia, la cinquantenne Kay (Meryl Streep) convince suo marito Arnold (Tommy Lee Jones) a rivolgersi ad un famoso esperto di relazioni sentimentali e sessuologo, il dottor Fields (Steve Carell). I due coniugi decidono così di passare una settimana di terapia matrimoniale nella cittadina di Great Hope Springs, dove il dottor Fields vive ed esercita. Si accorgeranno presto che riportare il sentimento nella coppia e confrontarsi con i metodi singolari dello specialista sarà tutt’altro che semplice.
Trama esile e timidi tentativi poco più che commerciali per una commedia di poche pretese, ma se tra gli interpreti c’è la donna dei record – 17 nomination agli Oscar e 3 vinti, 26 nomination ai Golden Globe e 8 vinti – non può essere un fallimento. È andata così con Julie & Julia, È complicato, sino al musical Mamma mia!, la lista è lunga e arriva a Il matrimonio che vorrei, ultimo film del regista de Il diavolo veste Prada, David Frankel. Per la seconda volta insieme sul set, dopo che il regista aveva diretto l’attrice nei panni della cattivissima Miranda Priestley, alter ego di Anna Wintour.
Dopo È complicato, Maryl Streep è ancora protagonista di una commedia sull’amore nella terza età. Tra noia, routine e familiarità, la storia del film di Frankel racconta il tentativo ultimo di una coppia di riaccendere la passione. Come capitava nella vecchia Hollywood con certi grandi interpreti come Cary Grant, Walter Mattau o Katherine Hepburn, ci sono commedie che si basano unicamente sul talento dei propri attori. Frankel lo sa e compensa l’esile trama con un eccezionale trio comico composto dalla Streep, Tommy Lee Jones e Steve Carell, quest’ultimo irrinunciabile certezza della commedia americana dopo i successi di Una settimana da dio, 40 anni vergine e Notte folle a Manhattan. E se su quest’ultimo non vi erano dubbi in merito alla capacità di regalare interpretazioni esilaranti, lascia sempre sbalorditi vedere la protagonista de La mia Africa e La casa degli spiriti passare agilmente dal ruolo della feroce Miranda a quello della bonaria Kay, pimpante signora di mezza età. Due conferme a cui si aggiunge l’imperdibile interpretazione di Tommy Lee Jones, uno dei volti più cattivi di Hollywood, qui nei panni dell’ingessato marito Arnold, un volto perennemente interrogativo e un aplomb molto british. Una commedia basata sull’eccesso, tradizionale per equilibrio e ritmo, che costruisce il suo successo su dialoghi e situazioni paradossali di un cast in pieno stato di grazia.
Di  Aurora Tamigio, da silenzio-in-sala.com

Kay (Meryl Streep), dopo 31 anni di matrimonio con Arnold (Tommy Lee Jones), decide di dare una scossa alla loro vita coniugale e per cercare di riaccendere l’antica scintilla si rivolgerà al rinomato Dottor Feld (Steve Carell), per immergersi in una settimana intensiva di terapia di coppia.
La particolarità di una pellicola come Il matrimonio che vorrei (in originale Hope Springs), è la capacità di presentarsi come un genere ormai noto per le case di produzione Hollywoodiane, dove vengono toccati temi particolarmente importanti per un target adulto over ’60, senza tuttavia perdersi nei cliché da commedia romantica.
Il merito potrebbe derivare da una coppia cinematografica composta da Meryl Streep e Tommy Lee Jones, che dona tutto il suo splendore attraverso le piccole imperfezioni, nei toni e negli sguardi di ogni singola scena (se siete abituati ad un Jones burbero, la Streep docile ed insicura vi conquisterà).
D’altra parte è proprio il connubio creato dalla regia di David Frankel (molto attento ai dettagli, al gioco di inquadrature e alla composizione narrativa lineare, realistica) e dalla sceneggiatura di Vanessa Taylor, a determinare il successo di una pellicola che vive di battute brillanti e situazioni comiche, per nulla sopra le righe.
Le uniche pecche possono derivare da uno Steve Carell sacrificato ad un ruolo piuttosto meccanico e funzionale, e ad una Elisabeth Shue che appare sotto forma di cammeo abbastanza inutile e fine a sé stesso.
Tuttavia con “Il matrimonio che vorrei” giochiamo con i protagonisti, seguiamo entrambi attraverso questo lungo processo e sorprendentemente ci ritroviamo a ridere, a commuoverci e a chiederci “abbiamo veramente fatto tutto quello che potevamo fare?”, accompagnando emotivamente i vari processi dell’arco narrativo e uscendo soddisfatti dal viaggio appena compiuto.
Di Alessia Grasso , da 40secondi.com

Nel caso vi capitasse di cercare di “leggere”un film dalla locandina o dal cast sicuramente restereste spiazzati da “Il Matrimonio che vorrei”. Infatti, se pensiamo al burbero “Man in Black” Tommy Lee Jones, la scoppiettante Meryl Streep e il divertentissimo Steve Carrel insieme in una pellicola, non possiamo che pensare ad una commedia brillante che si basa sulla forte personalità e caratterizzazione del cast. Niente di più sbagliato, “Il Matrimonio che vorrei” è una gradevolissima commedia sentimentale con uno Steve Carrel in versione (quasi) inedita nei panni seri del professionale terapeuta di coppia che ha l’arduo compito di far ritrovare la scintilla al trentennale matrimonio tra Kay (Meryl Streep) e Arnold (Tommy Lee Jones). Niente scene strappa-risate, niente situazioni paradossali e pochissima azione per quest’opera di David Frankel, troviamo infatti battute veramente intelligenti e situazioni verosimili che portano sì risate, ma anche riflessioni molto profonde. Il cast è superbo: Streep e Jones rendono veri all’estremo i loro personaggi a tal punto che sembrano davvero essergli cuciti addosso, Steve Carrel si trova a suo agio in un ruolo non propriamente suo e soprattutto che diventerà piano piano il cardine della storia. “Il Matrimonio che vorrei” è la dimostrazione che, se sceneggiata e diretta a dovere, una commedia può essere divertente e riflessiva allo stesso tempo senza discorsi troppo retorici o scene d’azione che “forzano” la risata. Il ritmo infatti è lento ma non ci si annoia, i dialoghi sono ben orchestrati e “veri” non scadendo però mai nel retorico, la storia davvero interessante e soprattutto “cruda”, spiazzando lo spettatore nel momento in cui si è convinti del felice andamento del film… insomma, non un capolavoro, ma un piccolo gioiello. “Il Matrimonio che vorrei” si piazza di diritto tra le migliori commedie degli ultimi anni, con un grandissimo cast, una storia che affascina e un finale che lascia il sorriso ma-se volete godervelo davvero-guardatevi i titoli di coda.
Di Federico Reforgiato, da cinema4stelle.it

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