E’ STATO IL FIGLIO


Con le fattezze dell’Alfredo Castro di “Tony Manero” (2008), il trasandato e solitario Busu, in attesa del suo turno all’interno di un ufficio postale, introduce la storia della famiglia Ciraulo, composta da sei persone.
E’ attraverso questa sorta di grottesco Forrest Gump che la pellicola di Daniele Ciprì – autore, insieme a Franco Maresco, de “Lo zio di Brooklyn” (1995) e “Il ritorno di Cagliostro” (2003) – ci porta a conoscenza dell’assurdo nucleo comprendente il capofamiglia Nicola, con il volto dell’infallibile Toni Servillo, la moglie Loredana, ovvero la Giselda Volodi di “Sotto il vestito niente -L’ultima sfilata” (2011), i figli Tancredi e Serenella, rispettivamente interpretati da Fabrizio Falco e Alessia Zammitti, e i nonni Fonzio e Rosa, cui concedono anime e corpi Benedetto Raneli e Aurora Quattrocchi.
Assurdo nucleo costretto a vivere in condizioni precarie in uno squallido quartiere della periferia di Palermo, dove, di ritorno da una gita dal mare, la piccola Serenella viene colpita a morte da un proiettile vagante destinato a un regolamento di conti tra bande rivali; spingendo i familiari disperati, su consiglio dell’amico e vicino di casa Gialacone alias Giacomo Civiletti, a chiedere un risarcimento che lo Stato riconosce alle vittime della mafia.
Il tutto, partendo dall’omonimo romanzo di Roberto Alajmo, per concepire circa novanta minuti di visione dall’indefinita ambientazione temporale che, ricordando non poco la vena di surreale neorealismo tipica dei lavori firmati da Sergio Citti, fa dei fatiscenti interni ed esterni l’azzeccato scenario –quasi fantascientifico – in cui immergere un microcosmo atto a sintetizzare l’Italia della crisi, della corsa al lusso, dei debiti e della conseguente caduta nella morsa dell’usura.
L’Italia (o il mondo) in cui la famiglia sembra essersi trasformata nell’inevitabile vittima del capitalismo, in questo caso simboleggiato dalla Mercedes che Nicola acquista come segno di ricchezza, unico status che la gente sembra rispettare.
Nel corso di un vero e proprio gioiellino che, abilmente giostrato tra umorismo e amarezza, Ciprì gestisce con maestria; occupandosi anche della splendida fotografia e sfoggiando un’ispiratissima regia che non manca di conferire un certo lirismo generale all’insieme.
La frase:
“Serenella era tutta la mia vita”.
Di Francesco Lomuscio, da filmup.leonardo.it

Un signore trasandato di nome Busu siede in un ufficio postale e aspetta pazientemente che arrivi il suo turno per avvicinarsi alla cassa e pagare le bollette. Per passare il tempo racconta ai suoi vicini di sedia favole di poco conto. Dalle leggende metropolitane ascoltate fin da bambino, arriva pian piano alla vicenda che conta di più, la storia dei Ciraulo. Nicola il capofamiglia si arrabbatta da sempre rivendendo il ferro vecchio rubato dalle navi in disarmo. Si considera vecchio anche se in realtà non lo è. Ha una moglie, Loredana, e due figli, Tancredi e Serenella, che dipendono da lui in tutto, così come gli anziani genitori Rosa e Fonzio. Quando la bambina viene uccisa per sbaglio durante un regolamento di conti di mafia, la serenità familiare si spezza. E’ l’amico di sempre Giacalone ad offrire ai Ciraulo una via d’uscita. Possono chiedere allo Stato il risarcimento che si deve ai familiari delle vittime di Cosa Nostra. Soldi, tanti soldi, che serviranno forse per cambiare vita. Nulla però va come previsto, perché in preda ad una frenesia mai provata Nicola e gli altri iniziano a spendere prima di intascare la cifra agognata e in poco tempo si coprono di debiti. E quando il conto in banca finalmente si rimpolpa e destinato subito a rimpicciolirsi. Restano solo 80 milioni che Nicola decide di investire comprando una costosissima Mercedes nera. Un inutile sperpero di denaro che lo porterà direttamente alla tomba. 
Il piccolo miracolo riuscito a Daniele Ciprì è quello di far (anche) ridere a partire da un soggetto così corposo e profondamente drammatico. Primo film italiano presentato in concorso alla 69.ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia,E’ stato il figlio è un’opera matura e sorprendente che riesce a descrivere i perversi meccanismi di un microcosmo familiare rovinato dalle fondamenta attraverso una lente deformante che ne amplifica a dismisura gli abominevoli difetti per scrutarli nel profondo con tutto il carico di dolore che portano con sé. Tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Alajmo, quello di Ciprì è un atto d’accusa potente nei confronti della terribile violenza che un certo tipo di pensiero propone; un pensiero che impone la forza dei padri sui figli e che poggia sull’assoluta insensibilità delle madri. Frutto di una società in cui ciò che si possiede conta molto di più della propria vera identità, i personaggi si muovono sul palcoscenico allestito da Ciprì come fossero dei pupi i cui fili sono manovrati dall’alto. Ogni faccia è una maschera distorta, le voci sono sgraziate e gli sguardi strabici. Nella loro fisicità nervosa e nei movimenti a scatti c’è già l’anticipazione di un epilogo che lascia davvero poca speranza. 
Utilizzando un tono che gli è assolutamente congeniale, Ciprì calca troppo la mano nella parte iniziale della pellicola, quando i caratteri risultano eccessivamente forzati e distanti per riuscire a coinvolgere nel profondo. Poi prendono finalmente corpo per diventare i protagonisti di un dramma universale che trova nel toccante ruolo di Buso, l’intenso Alfredo Castro, il cantore più ispirato, una specie di Forrest Gump che intrattiene le persone raccontando le storie disparate e disperate. E’ lui il cuore pulsante del film, colui che tesse la trama del racconto, forte della sua posizione privilegiata. Chiave di volta della trama, l’omicidio di Serenella, spezza in due il racconto diventando l’origine di una catastrofe senza limiti, un’onda gigantesca che sommerge tutti, e che vedrà come ulteriore vittima il giovane e debole Tancredi. Grottesco, teatrale, con continui sguardi in macchina da parte dei protagonisti, che quasi vogliono rompere il diaframma che li separa dagli spettatori, il film di Ciprì offre una ricchissima galleria di uomini e donne mostruosi, intepretati in maniera impeccabile da un gruppo di attori che comprende Toni Servillo, Giselda Volodi e Fabrizio Falco; sotto la superficie ‘pacificante’ della battuta a effetto, si nasconde una tragedia che si offre a diverse chiavi di lettura. Non c’è solo la morte insensata della bambina a scandalizzare e a dover far riflettere, ma anche l’apatia di chi da quell’evento luttuoso tenta di ottenere qualcosa in cambio, cercando di monetizzare il lutto. Sarà una donna, una madre, a chiudere il cerchio del racconto in maniera definitiva, prendendosi la briga di decidere per tutti. E lo spettacolo può continuare.
Di Francesca Fiorentino, da movieplayer.it

La commedia all’italiana è morta a metà degli anni 70, ferita da Brutti, sporchi e cattivi di Scola e sepolta da Il borghese piccolo piccolo di Mario Monicelli. I “mostri” dello schermo erano diventati troppo mostri nella realtà per essere raccontati. O almeno per garantire una minima identificazione da parte degli spettatori. Il lavoro di Daniele Ciprì comincia dov’è finita la lezione dei maestri Risi e Monicelli, la riprende con la necessaria dote di necrofilia e la conduce alle conseguenze estreme. La famiglia Ciraulo di E’ stato il figlio non è grazie al cielo «la famiglia che tutti potremmo essere », come sostiene l’autore, ma è di sicuro la famiglia che l’Italia di questi anni ha cercato di farci diventare. Un gruppo di “mostri” dominato dalla miseria, rischiarato da un unico e misterioso dono, la bellezza della piccola Serenella, che si perde quasi subito. La bimba viene uccisa da una pallottola vagante durante un regolamento di conti nella periferia di Palermo. Nel buio della disperazione, un vicino di casa fa balenare la scintilla avida di un risarcimento da parte dello Stato per le vittime di mafia. La sola promessa del danaro sconvolge la vita dei Ciraulo, li porta a indebitarsi prima coi commercianti e poi con gli strozzini, in attesa che si compia l’estenuante iter burocratico. Alla fine, quando i soldi arrivano davvero, sono diventati pochi per alimentare il sogno di miracolo economico. Bastano appena per coronarne una parvenza consumistica, l’acquisto di una fiammante Mercedes. L’auto di lusso restituisce a Nicola, che la tratta meglio della povera figlia, una paradossale fierezza paterna. Ma sarà la prevedibile fonte della definitiva tragedia. E’ stato il figlio segna il ritorno di un talento prezioso, Daniele Ciprì. Oltre alla conferma, semmai ve ne fosse bisogno, della grandezza di Toni Servillo, un Nicola indimenticabile fin dalla prima camminata. A parte questo, pensando alle doti profetiche dell’autore, fa paura. Al principio degli anni ‘90 la “Cinico Tv” di Ciprì e Maresco pareva una galleria di mostri esasperati e si è rivelata invece l’annuncio della classe dirigente che avremmo trovato di lì a poco in Parlamento. Speriamo soltanto, per il bene della nazione, che stavolta Ciprì abbia esagerato con i suoi cieli plumbei sulle nostre disgrazie.
Di Curzio Maltese, da La Repubblica

Ambientato nella periferia di Palermo (ma girato a Brindisi), il bel film in concorso a Venezia racconta la storia della follia di una famiglia che insegue il sogno di una improvvisa ricchezza iberamente tratto dal romanzo di Roberto Alajmo, E’ stato il figlio è l’esordio alla regia da “solista” del siciliano Daniele Ciprì, dopo la collaborazione ventennale con il conterraneo Franco Maresco.
Regista, sceneggiatore, direttore della fotografia e montatore, Ciprì sbarca al Lido con un lavoro dallo stile riconoscibilissimo, che restituisce l’immagine di un Paese profondamente intriso di un folclore (in Italia sinonimo di politica, cultura e vita sociale) prepotente al punto da divenire grottesco, macchiettistico, surreale.
“Il cinema è immagine” – sostiene con risolutezza il regista (autore, tra l’altro, della fotografia de La bella addormentata, il film di Bellocchio in concorso a Venezia) – “Ha ragione Garrone: l’Italia è diventata un immenso tubo catodico. Affluiscono immagini su immagini. Manipolabili, convertibili, rintracciabili da chiunque. All’apice del suo dominio tecnico l’immagine perde definizione e vive in balia dei capricci degli utenti”.
Proprio dal valore dell’immagine riparte Ciprì, che sullo sfondo di un “mare di rottami” racchiuso nel profilo tondo di un tubo in un cantiere, staglia i profili trasandati del vecchio nonno Fonzio (Benedetto Raneli) e del ventenne Tancredi (Fabrizio Falco). Il nonno racconta allo “strano nipote” la leggenda di Colapesce, il ragazzo che sacrificò se stesso per tenere a galla l’isola siciliana.
L’intero film si costruisce sulle maglie del racconto che, tuttavia, da storia leggendaria di puro e semplice folclore, si trasforma in un illusorio mito di successo economico fatto di simboli, promulgato dalla società contemporanea, che precipiterà in un grottesco dramma del sacrificio.
La stora è raccontata attraverso flashback da Busu (Alfredo Castro), un uomo che in cambio di pochi spiccioli fa la coda in un ufficio postale per pagare le bollette altrui.
La famiglia Ciraulo abita nella periferia di Palermo. Nicola (Toni Servillo), il padre, si arrabatta per mantenere tutti rivendendo il ferro delle navi in disarmo. La loro vita anche in questa realtà molto dura, è serena. Un giorno un proiettile vagante, destinato a un regolamento di conti, colpisce a morte la figlia più piccola. La disperazione è incommensurabile, ma si apre uno spiraglio di speranza per un cambiamento economico quando Giacalone, il vicino di casa, suggerisce a Nicola di chiedere un risarcimento per le vittime di mafia allo Stato.
Dopo varie peripezie viene concordata la somma e sperando di ottenere a breve il denaro, la famiglia comincia a spendere prima di incassare, indebitandosi con tutti. Nicola cade nelle mani di un usuraio, amico di Giacalone. Quando finalmente i soldi arrivano, una volta pagati i debiti, l’importo iniziale si è ridotto e tutta la famiglia deve decidere come investire la somma rimasta.
Ogni proposta viene puntualmente smontata da Nicola che solo alla fine palesa la sua idea: comperare una Mercedes, una macchina simbolo di ricchezza, unico vero riscatto dalla miseria agli occhi della gente. 
Tale status symbol diventerà per i Ciraulo il “simbolo della Miseria della Ricchezza”, strumento di sconfitta e di rovina.
Primi piani drammaticamente espressivi, maschere tragiche, simmetrie che non alludono alla razionalità perchè deturpate da elementi ricercatamente appartenenti alle sfere del brutto e del disarmonico concorrono, con le ottime interpretazioni dei protagonisti, alla piena riuscita del film.
“Farò di tutto, se è necessario pure calarmi le braghe, perchè lo vedano in sala. E’ venuto proprio bene” – ha dichiarato Ciprì, con ragione.
Di Caterina Martucci, da spettacoli.blogosfere.it

Inventore, con Franco Maresco, di Cinico Tv, nonché uno dei migliori direttori della fotografia in Italia,Daniele Ciprì esordisce dietro la macchina da presa “in solitaria” con un film che tradisce in maniera evidente il suo curriculum: ma, invece di essere una tara come spesso avviene, questo è un dato nettamente positivo. 
Perché, adattando il romanzo di Roberto Alajmo, firma un film formalmente ricercato e riuscito senza essere lezioso e formalista, e che fa del grottesco e del cinismo delle lenti sensibili ma mai deformanti, in grado di trasmettere un’umanissima empatia per i protagonisti e le traversie che devono affrontare. 
È stato il figlio è molte cose, spesso diverse tra loro. È una tragica saga familiare, è un film sull’ombra ansiogena e sanguinosa della mafia, è un film sull’Italia di allora, gli anni Settanta, ma ancor di più di oggi. È un film sullo storytelling, costruito com’è a scatole cinesi, con un narratore (che si è andati a pescare in Cile, è l’Alfredo Castro dei film di Pablo Larrain) che racconta storie che diventano la storia del film, e di cui lui diventerà protagonista. Con l’andamento del sogno, o dell’incubo, a seconda dei casi e dei momenti, è stato il figlio mette alla berlina le miserie materiali ed esistenziali dei suoi personaggi e degli italiani, declinando con forme moderne e goticamente esasperate la lezione della miglior commedia all’italiana, che criticava senza falsi moralismi né strizzate d’occhio, ma era in grado di amare profondamente l’umanità che raccontava. 
Mettendo in scena una spirale impazzita di violenze e desideri, di megalomanie e di egoismi, Ciprì racconta – non senza errori e qualche scivolone ma con implacabile chiarezza – il dramma di una generazione che si ripete nella sua incertezza, nella sua immobilità, nell’oppressione e nell’impossibilità di evitare che la colpa dei padri (e delle madri, e delle nonne, e dei cugini) si riversi tragicamente su di lei. 
E la chiusura di desolante metafisicità e di inquietante realtà è, al tempo stesso, raggelante e bellissima.
Di Federico Gironi, da comingsoon.it

In un ufficio postale di Palermo uno strano personaggio, Busu, raccoglie ricevute lasciategli da gente che entra ed esce con una freddezza disarmante. A Busu piace raccontare storie, tra cui c’è quella che interessa a noi. La storia della famiglia Ciraulo. Siamo negli anni ‘60 e Nicola Ciraulo, da buon padre di famiglia, si guadagna da vivere saccheggiando relitti a pochi metri dalla banchina del porto.
Già questo dovrebbe farci comprendere il tono che Daniele Ciprì, qui al suo primo film da regista senza Maresco, intende conferire aE’ stato il figlio. Per forza di cose meno stravagante rispetto ai suoi precedenti lavori, ma non per questo povero di situazioni surreali ed individui assurdi. Una Siciliapompata, perché sempre in bilico tra realtà e leggenda. Questi sono i temi cari al palermitano che siede in cabina di regia.
Eppure a quest’ultimo bisogna necessariamente riconoscere un certo estro. Le sue sono narrazioni al limite, condotte con uno stile tutto sommato originale e sopra le righe. Così come lo sono certi pagliacci che scaraventa in scena con non poca violenza. Volutamente “ripugnanti”, inadatti ad un contesto del genere. La loro presenza è un pugno nell’occhio. Siamo ben lontani dai livelli diTotò che visse due volte, senza strafare. Ma oltre a non essere un male, la scelta di non strafare si rivela azzeccata.
Ciprì ha sempre dimostrato di avere in qualche modo a cuore contesti in preda a un degrado prossimo alla putrefazione. I suoi lavori quasi celebrano la sporcizia di una collettività, quella siciliana, portatrice di (tanti) vizi e (poche) virtù – limitatamente a come la dipingono i suoi film, s’intende. Ed in tal senso anche E’ stato il figlio si adegua a un registro già conosciuto, ampiamente rodato. Vicende come quella della famiglia Ciraulo sono da sempre state circoscritte ad ambienti dove regnano miseria e povertà. In Letteratura, per esempio, ce ne parlano autori inglesi come Charles Dickens. Ma in realtà le citazioni potrebbero andare moltiplicarsi.
Residenti in un’isolata periferia di Palermo, la vacuità dei protagonisti e della loro dimensione traspare non tanto dalla totale mancanza di sfarzo, assente in maniera oltremodo netta. Perché il problema di questa parte di mondo è essenzialmente culturale.
Ad un certo punto la famiglia Ciraulo, a seguito di una truce disgrazia, si ritrova tra le mani circa 300 milioni di lire. Al che la domanda: che farne di tutti questi soldi? E come accade con l’astemio al quale gliene viene versato uno di troppo, parte l’ubriacatura molesta. Tutti i membri della famiglia in questione si lasciano trascinare dentro a una spirale di miseria dai risvolti ridicoli, eppure tremendamente reali.
Li vediamo lì a scervellarsi su come adoperare tale cifra, in attesa che chi di dovere gliela rimborsi. A questo punto tutto cambia. Davanti a una somma così ingente non si riesce a gestire la pressione, e si cede. Si cede alla tentazione di dimenticarsi da dove si viene a chi si appartiene. Regole e catalogazioni stupide, certo, ma l’appartenenza territoriale è un altro leitmotiv di primo piano.
E’ stato il figlio, però, lo dicevamo, si apre al mondo molto di più rispetto alle creazioni passate di Ciprì. Sapevamo già che fosse il film “meno italiano” tra quelli in Concorso a Venezia quest’anno, ma a dire il vero non ci aspettavamo che questo regista riuscisse a consegnarci un’opera che rompe le barriere territoriali, al tempo stesso esaltandole.
Episodi che alcuni potrebbero avvertire estranei, frutto di chissà quale congettura artistica. Ma non è così, perché quanto di buono e quanto di cattivo ci viene implicitamente riportato sulla Sicilia, viene tutt’al più da un vissuto esasperato. Preso di peso da una situazione che, magari non in toto, ma in parte rimanda ad un periodo di questa Terra non ancora del tutto trascorso.
In mezzo c’è l’avidità, l’idiozia di gente descritta come vittima e carnefice al tempo stesso. Influenzati da un ambiente che contribuiscono a loro volta a formare, questi individui si muovono sempre ai margini della civiltà, guardandosi bene dal farne parte. Scene mostruose, ma non in ogni caso “scomposte”.
Ecco allora che non si può fare a meno di sorridere assistendo alla giornata di mare di una famiglia tipo di quel tempo – anche se succede ancora, e non solo in Sicilia. Nonni e bambini stipati in auto piccine e mal funzionanti, dagli interni ancora più stretti per via della mole di pietanze infilate a forza in ogni spazio vuoto. Pasta al forno, cotolette, panini, anguria e chi più ne ha più ne metta. Mentre certe inquadrature si soffermano su “personaggi” improponibili, strappandoci qualche risata. Così avviene nella parte in cui, all’interno della stessa cornice, appaiono, uno accanto all’altro, padre, madre e figlio, fatti con lo stampino.
Eventi surreali abbiamo detto, come quelli che coinvolgono lo strozzino al quale Nicola deve rivolgersi per far fronte ai debiti. Quasi recluso in un quartiere vuoto e desolato, immaginate una persona anziana dal look trasandato, che ascolta musica classica.
Eppure mai ci abbandona l’idea che Ciprì stia parlando di qualcosa che lo riguarda direttamente o quasi. Realtà con cui ha avuto modo di confrontarsi, e che mette alla prova forzandone i ricordi.
Ma uno degli aspetti a nostro parere più riusciti, risiede nel fornici fino all’ultimo una direzione inequivocabile. In E’ stato il figlio Ciprì alterna dramma e commedia, passando per qualche timidissimo omaggio al noir. Componente che c’interessa, visto che in questo il film riesce laddove tanti altri si perdono. Riesce perché non limita il proprio discorso al solito finto interesse di certi drammoni standard o commedie totalmente prive di mordente. Ahinoi in parte slegandosi da una filmografia, la nostra, decisamente meno ispirata della sua personale.
Una storia che tiene col fiato sospeso, specie nelle ultime battute, oltre ad alcune uscite abbastanza notevoli. Un film particolare, impregnato di sarcasmo e cinico fino al midollo. Emblema di questa stoltezza potrebbe benissimo essere Nicola, qui esasperato all’inverosimile da un Toni Servillo come sempre in forma, seppur con qualche riserva. Il suo accento è fuori posto, salvo rari casi, mentre la sua è una caricatura dai tratti a nostro avviso anche sin troppo marcati.
Triste, per certi aspetti addirittura sconcertante. Ciprì fa un passo in avanti e dimostra di saperci fare anche quando si tratta di un progetto dallo spiccato vigore narrativo. Supera la prova degli scettici perché prende le distanze da certo cinema nostrano, ponendosi come ottima alternativa a tutti quei film che vengono dall’estero. Gran parte di questi buoni, ma comunque spinti da un’industria che al cinema ci crede e che quindi porta in sala le persone, anche i meno avvezzi a certi luoghi.
Esce quindi a testa alta E’ stato il figlio, a dispetto di una vigilia che non voleva Daniele quale nostro cavallo di battaglia. Quando, invece, dalle nostre parti continuiamo a riporre in questa pellicola parecchie speranze, se non altro a livello d’immagine. A chi dispera, sappia dunque che l’alternativa c’è. Basta dargli una chance. Assicuriamo amare risate e pure qualche piccolo colpo di scena.
Di Antonio Maria Abate, da cineblog.it

E’ stato il figlio parla di come una fortuna inaspettata, figlia di una tragedia, rovini una famiglia che vuole usarla per arrivare all’agognato benessere materiale. Storiaccia di periferia e mafia, di velleità e consumismo che si alimenta prima e termina poi nel sangue, una dramma nerissimo raccontato con un senso del grottesco degno della miglior commedia spensierata, una versione acquietata dell’umorismo esagerato, teatrale e a tratti surreale che Daniele Ciprì ha affinato negli anni di collaborazione conMaresco. Si potrebbe quasi dire che il primo film da regista di Ciprì è una versione for the massesdelle più audaci opere precedenti. Non per questo però è meno efficace.
Nella periferia degradata di Palermo E’ stato il figlio ci arriva prima con le immagini e poi con la storia. La racconta con i frontali dei palazzi verso i quali si avviano i protagonisti, con dettagli dei cortili, delle finestre a cui si affacciano le signore e con l’umido dei corpi sempre sudati. Sono luoghi terribili guardati però con un amore infinito, in cui personaggi adorabili compiono scelte agghiaccianti.
Con meno grandiosità che in passato ma con una precisione e inventiva che non hanno niente da invidiare a quanto già visto Daniele Ciprì fotografa da solo il suo primo film da regista, componendo le inquadrature come scatti di gruppo e di continuo badando al modo in cui i personaggi abitano i luoghi in cui sono inseriti.
Da questo, e da un montaggio al suo servizio, viene buona parte della grandezza del suo umorismo, dagli uffici grandi abitati da figure potenti incarnate da nani con voce stridula, dai carrelli ad allontanarsi da finestre che danno sulla ferrovia e da incredibili strettoie senza luce in cui ci si incontra come in un western.
E mentre Servillo servilleggia a briglia sciolta (una volta tanto non per eccesso di esuberanza ma in armonia con tutto un cast caricaturale in cui ha il compito di fare, magnificamente, la lepre), lentamente si fanno strada i caratteri secondari, personaggi più semplici e meno complessi del padre di famiglia (piccolissimo borghese, attaccato ai beni materiali e iracondo), ma decisivi per un finale in cui non c’è niente da ridere, che svela il villain sia della storia che, per estensione, di un tutto il sistema che domina il paesaggio raccontato.
E’ stato il figlio parla di come una fortuna inaspettata, figlia di una tragedia, rovini una famiglia che vuole usarla per arrivare all’agognato benessere materiale. Storiaccia di periferia e mafia, di velleità e consumismo che si alimenta prima e termina poi nel sangue, una dramma nerissimo raccontato con un senso del grottesco degno della miglior commedia spensierata, una versione acquietata dell’umorismo esagerato, teatrale e a tratti surreale che Daniele Ciprì ha affinato negli anni di collaborazione conMaresco. Si potrebbe quasi dire che il primo film da regista di Ciprì è una versione for the massesdelle più audaci opere precedenti. Non per questo però è meno efficace.
Nella periferia degradata di Palermo E’ stato il figlio ci arriva prima con le immagini e poi con la storia. La racconta con i frontali dei palazzi verso i quali si avviano i protagonisti, con dettagli dei cortili, delle finestre a cui si affacciano le signore e con l’umido dei corpi sempre sudati. Sono luoghi terribili guardati però con un amore infinito, in cui personaggi adorabili compiono scelte agghiaccianti.
Con meno grandiosità che in passato ma con una precisione e inventiva che non hanno niente da invidiare a quanto già visto Daniele Ciprì fotografa da solo il suo primo film da regista, componendo le inquadrature come scatti di gruppo e di continuo badando al modo in cui i personaggi abitano i luoghi in cui sono inseriti.
Da questo, e da un montaggio al suo servizio, viene buona parte della grandezza del suo umorismo, dagli uffici grandi abitati da figure potenti incarnate da nani con voce stridula, dai carrelli ad allontanarsi da finestre che danno sulla ferrovia e da incredibili strettoie senza luce in cui ci si incontra come in un western.
E mentre Servillo servilleggia a briglia sciolta (una volta tanto non per eccesso di esuberanza ma in armonia con tutto un cast caricaturale in cui ha il compito di fare, magnificamente, la lepre), lentamente si fanno strada i caratteri secondari, personaggi più semplici e meno complessi del padre di famiglia (piccolissimo borghese, attaccato ai beni materiali e iracondo), ma decisivi per un finale in cui non c’è niente da ridere, che svela il villain sia della storia che, per estensione, di un tutto il sistema che domina il paesaggio raccontato.
Di Gabriele Niola, da badtaste.it

Ciprì ci sa fare. Giunto alla prima opera senza Marescoe prontamente invitato in concorso a Venezia 69, conE’ stato il figlio l’autore palermitano tiene alta una volta tanto la bandiera italiana nella sezione competitiva del festival, spesso a rischio di ululati in sala negli ultimi anni. Tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Alajmo, interpretato da un bel cast, con al centro Toni Servillo ma anche ben valorizzato nella coralità d’impianto (Giselda Volodi, Aurora Quattrocchi,Fabrizio Falco e il cileno Alfredo Castro giunto direttamente dai film di Pablo Larraìn), Ciprì si riaffida al suo spiccato gusto per il grottesco per un racconto divertente e crudele, autoironico ma anche capace di farsi prendere sul serio, specie nel suo progressivo, tragico crescendo. Una vicenda esemplare e classica, quasi un apologo intorno al mito arcaico del denaro, fonte di una possibile redenzione ma piovuto in mano a un capofamiglia troppo stupido. E, si scoprirà in seguito, ben affiancato anche da altri meno sospettabili componenti del nucleo.
Ciprì compie scelte non scontate, a partire dalla sua consueta contaminazione estetica: pagine dimusical, spunti da melodramma operistico non solo nell’utilizzo della musica, ma anche nella composizione di vere coreografie registiche, come nella bella sequenza delle comari che si chiamano e si affacciano tra le finestre e le spiraliche scale del condominio. Colpisce soprattutto la sua capacità, rara nella produzione italiana attuale di maggiore richiamo, di “vedere” in termini di cinema. Ciprì vede e mostra agli spettatori, compiendo precise scelte estetiche, sapientemente consapevoli della combinazione tra immagine e suono. Il gusto per l’inquadratura espressiva, sopra ogni cosa. Basti pensare, nella sequenza in spiaggia, al sagace taglio di un quadro: sulla sinistra, gigantesco e fuori fuoco, il tavolo con le padelle del cibo consumato. Al centro, la mamma consiglia di non fare il bagno a sua figlia. Chi fa ridere utilizzando gli strumenti minimi e più essenziali del cinema, dispone di vero talento narrativo per immagini.
Certo, il sopra-le-righe è costante, ma è scelto quasi come “categoria morale” a prescindere, come terreno di ricerca espressiva. E che sfocia, oltretutto, in un finale emotivamente ambiguo. Di nuovo assistiamo alla dilatazione in mostruoso di un’(in)sospettabile nonna, ma a fianco del grottesco urlante scorre parallela una vena puramente tragica, nel pianto silenzioso di Giselda Volodi, così come nella terribile colluttazione tra Servillo e il figlio. In tutto questo, forse è proprio Toni Servillo a steccare qua e là: si apprezza molto il tentativo di affidargli un ruolo inedito, lontano dalle freddezze psicotiche dei personaggi che l’hanno reso molto apprezzato al cinema. Tuttavia, qui ogni tanto resta un po’ vittima del sopra-le-righe, come costretto in vesti a lui poco familiari. A tratti fin troppo aderente al personaggio, altrove “esterno” al suo Nicola Ciraulo, come se lo osservasse da fuori, ridendone (un po’ troppo) insieme a noi. In ogni caso, ben vengano E’ stato il figlio e Daniele Ciprì, che ha il coraggio di osare e di sfidare la propria creatività. Merce rara in casa nostra.
Di Massimiliano Schiavoni, da radiocinema.it

Daniele Ciprì riadatta per il grande schermo il romanzo di Roberto Alajmo, scrive la sceneggiatura assieme a Massimo Gaudioso e si prende tutte le licenze poetiche necessarie per mantener intatto il suo stile, cosa rara di questi tempi, soprattutto in Italia. E’ anche direttore della fotografia (come pure in “Bella addormentata” di Bellocchio, in concorso al festival) che – salvo le scene “seppia” – ricorda molto il lavoro compiuto per “La pecora nera” di Ascanio Celestini.
Busu (Alfredo Castro) è seduto in un ufficio postale, dove paga bollette altrui in cambio di un compenso. E’ lui il narratore, la versione cipriana di Forrest Gump, che in attesa del suo turno racconta storie a metà tra la cronaca e la fantasia, senza curarsi della gente che si ferma, lo ascolta e se ne va. Nessuna piuma gli si posa sulle ginocchia. Piuttosto un incidente mortale, oltre la vetrata alle sue spalle. Imperturbabile come in “Post Mortem” di Pablo Larrain(in concorso due anni fa a Venezia) Castro/Busu si rivolge alla sala: “Conoscevo un tale, che per un graffio alla macchina uccise suo padre”…
La storia è ambientata negli anni Settanta, in un quartiere popolare di Palermo. Una terribile tragedia si abbatte sulla famiglia Ciraulo, la piccola Serenella (Alessia Zammitti) muore colpita per errore in un regolamento di conti mafioso. Lo sgomento però è ben presto rimpiazzato dall’euforia per i duecento milioni che lo Stato ha stabilito come risarcimento ai familiari della vittima. Ad avere la meglio sull’impiego dei soldi è il padre, Nicola Ciraulo (Toni Servillo), che non solo realizzerà il suo sogno ma convincerà anche gli altri della sua sensatezza. L’epilogo è un susseguirsi di colpi di scena, in un ribaltamento che coinvolge tutti i personaggi e la “struttura” stessa della famiglia. Ad avere la peggio stavolta, è proprio Nicola.
Questa storia parla dell’Italia, di Palermo come di ogni altra città italiana. Parla di miseria, dell’apparire come riscatto e fonte di rispetto sociale, dell’illusione del benessere per tutti con cui il consumismo ha travolto le culture del nostro paese. “La miseria della ricchezza” l’ha definita Ciprì, quella meschinità umana senz’epoca né patria. 
Anziché realistico, o addirittura verista, Ciprì sceglie un registro favolistico, asseconda la sua visione, il disegno di una realtà immaginata, sulla base sì del suo ricordo di Palermo (la città dov’è nato), ma soprattutto del suo sentire. 
Ecco perché il film è girato interamente in Puglia e il quartiere popolare dove abitano i Ciraulo è a Brindisi e non a Palermo. Ecco perché il dialetto è siciliano ma il suo principale interprete (Toni Servillo) è napoletano. Non è importante che il luogo corrisponda alla realtà, ma che la evochi.  La verità è ciò che le immagini, o in un romanzo le parole, evocano. Non è importante, se queste corrispondano alla realtà dei fatti. 
Lo stesso vale per la pronuncia di Servillo, che contribuisce a creare un’atmosfera forse non attendibile su un piano storiografico, ma assolutamente credibile. In fondo il caos ha un ordine preciso: se tutto è fuori posto, allora è tutto a posto.
Questa è la logica di un film che segue sì una trama ben definita – con tanto di inizio, centro, e fine – ma che si sbizzarrisce in una a serie di situazioni – pur con la sensazione che Ciprì si sia limitato, nelle digressioni – e personaggi, ognuno portatore di almeno un tratto caricaturale. Una carrellata che rimanda a certe mimiche di Franco e Ciccio e alla “Cinico Tv” di Ciprì e Maresco dei primi anni novanta: da Busu, ispirato al ciclista Tirone, alla sfilata di obesi in riva al mare, all’avvocato strabico e “forforeggiante”, l’usuraio ridanciano, la nonna che d’improvviso diviene strega. Notevole prova di Giselda Volodi, la signora Loredana Crisaulo, soprattutto nel finale, lo strazio che esprime nell’assecondare la decisione della madre Rosa (Aurora Quattrocchi). In attesa di “Bella addormentata” di Bellocchio, che lo vedrà ancora protagonista, Toni Servillo si candida decisamente alla Coppa Volpi,  dimostrando per l’ennesima volta tutte le sue capacità trasformiste (la camminata, da sola, vale una coppa a parte) e un’estrema facilità di essere il personaggio.  
In questo bailamme (dis)umano, trascurati e calpestati, più volte fino alla fine, i bambini chiedono parola. Ma nessuno è disposto ad ascoltarli. Tutto ha un prezzo e niente vale più del benessere della famiglia.
“E’ stato il figlio” è la battuta che non sentiamo pronunciare, ma che ci rimane impressa dentro: un’accusa all’innocenza, alla sua ostinata incapacità di reagire a un mondo che fa di tutto per insegnarle anzitempo il significato della morte.
Di Lorenzo Taddei, da ondacinema.it

Di solito, per i film italiani, il giudizio della stampa nostrana è sempre un po’ filtrato o dalla diffidenza di un cinema che non è all’altezza delle sue stagioni gloriose o dallo sciovinismo aziendalista di chi li fa o li pubblicizza. Per E’ stato il figlio, esordio in solitaria per Daniele Ciprì dopo anni di collaborazione conFranco Maresco, invece la reazione è stata calorosa, compatta e sincera: perché questa storia grottesca e sopra le righe ha saputo conquistare il pubblico.
Il film racconta della famiglia Ciraulo che riesce a tramutare la disperazione per la morte accidentale della figlioletta in gioia per il lauto rimborso concesso (impunemente) alle vittime della mafia. Ma le trafile burocratiche e la sete di denaro getteranno Nicola e i suoi cari nel caos. Scritto da Ciprì con Massimo Gaudioso e Miriam Rizzo dal romanzo omonimo di Roberto Alajmo, E’ stato il figlio è una storia fosca e violenta declinata dal regista in toni e colori che portano a una sorta di mix tra le atmosfere desolate di Cinico Tv e il cinema di Roberta Torre (per cui Ciprì più volte ha curato la fotografia).
Costruito sul concetto arcaico di racconto, caro alla cultura siciliana, il film racconta l’arrivo nell’Italia degli anni ’70 del consumismo, il sopraggiungere della follia dei sogni e bisogni imposti in un mondo che – con la Sicilia come cristallizzazione dell’intero paese – era ancori fuori dalla modernità, dalla civiltà contemporanea: Ciprì mette in scena, come suo stile impone, un’umanità sporca seppure non becera, sporca negli abiti e nei colori, ma anche nei rapporti con gli altri, dominata dal denaro seppure di soldi non si parla mai (ogni volta che si tocca l’argomento la macchina da presa si allontana, i rumori coprono il parlato).
Il gusto dei corpi e dei volti caratteristici sul filo del disfacimento si accompagna a una trasfigurazione stilistica che va dall’ironia grottesca all’onirico passando sempre per un senso della tragedia acuto e in fondo inquietante: Ciprì conferma anche da solo una mano e un polso non facili da eguagliare in Italia, nell’uso delle digressioni e variazioni, degli eccessi e dei comparti tecnici, degli attori che eccedono in modo anche un po’ macchiettistico – come Toni Servillo – o invece implodono dando il senso della tragedia, come il cilenoAlfredo Castro, nel ruolo chiave e più desolato del film. E gli applausi non si sono fatti attendere.
Da blog.screenweek.it

Busu è un personaggio strano e passa le sue giornate in posta a raccontare storie davvero particolari. Una di queste parla della famiglia Ciraulo che vive poveramente in un quartiere popolare di Palermo. Di ritorno da una gita al mare con parenti e amici, purtroppo, la figlia più piccola, Serenella, capita per caso in mezzo a una sparatoria e muore. Il dolore è grande ma i Ciraulo, vittime della mafia, hanno diritto a un risarcimento dallo Stato. Purtroppo o per fortuna?
Il film, co-prodotto da RaiCinema e distribuito da Fandango poggia su un miraggio. Quello di ricevere una somma di denaro per risolvere tutti i problemi. Questa sottile speranza induce la famiglia a spendere più delle proprie possibilità fino a cadere nelle mani degli usurai. Il tanto agognato arrivo dei “soldi di Serenella” (citazione amara dal romanzo di Roberto Alajmo da cui è tratta la sceneggiatura) è il passaggio più crudele dell’opera e finisce per unire di nuovo la famiglia che si siede intorno al tavolo del soggiorno per decidere come spendere. Terribile. Ognuno ha i propri sogni, ma Nicola (Toni Servillo, protagonista nell’ultima Mostra di Venezia anche con Bella addormentata, di Marco Bellocchio) stronca ogni richiesta per imporre la propria idea: comprare una Mercedes.
Degrado, sottocultura, carenza di valori e anche un po’ di mafia sullo sfondo. Diciamo di poco fuori campo. La storia è incredibile ma verosimile. La famiglia Ceraulo è alle prese con una tragedia doppia: da un lato la morte di Serenella dall’altro il debito. In mezzo quello che Veblen avrebbe chiamato il consumo vistoso. Ovvero: all’origine di ogni forma di proprietà c’è il desiderio di emulare la ricchezza altrui. Di conseguenza cosa fa una famiglia allargata padre-madre-figlio-nonno-nonna che a stento arriva a fine mese? Compra una Mercedes, nel romanzo era una inquietante Volvo nera. Il regista Daniele Ciprì sceglie di “rendere” questo paradosso con le stesse scelte estetiche di molte opere realizzate in coppia con Franco Maresco (questa volta non ri rinnova il celebre sodalizio artistico tra i due). Ventri gonfi, capelli tinti, brutti palazzoni fuori, appartamenti di cattivo gusto dentro, rottami, vestiti sporchi. Ok, ci fermiamo qui.
Di Sandro Patè, da film-review.it

Nella carriera di un artista capita prima o poi il momento del dubbio. E’ l’ora in cui l’artefice mette in discussione la propria opera chiedendosi per chi è stata concepita e a cosa serva (sempre che l’arte debba servire a qualcosa). Il più delle volte accade quando all’opera di cui sopra incomincia a stare stretta la bella teca verniciata a nero dove è stata conservata, incontaminata e però inaccessibile al pubblico. Come una musica bellissima che suona muta. Non sappiamo se un simile dilemma abbia attraversato anche Ciprì e Maresco, splendido sodalizio tutto palermitano che ha dato vita negli anni ’90 a esperienze della visione uniche e mai sdoganate (Lo zio di Brooklyn, Totò che visse due volte). Sappiamo però che Maresco ha divorziato da Ciprì accusando quest’ultimo di essersi piegato a compromessi commerciali. Il risultato è che il sodalizio oggi non esiste più, Maresco ha scelto di cimentarsi esclusivamente con documentari a scarsa diffusione mentre Ciprì ha proseguito – prima come direttore della fotografia e ora come regista – sulla strada del cinema di finzione ritrovandosi in Concorso a Venezia con una (falsa) opera prima: E’ stato il figlio.
I compromessi aiutano, verrebbe da dire. Ma solo se alla parola non si attribuisce alcuna valenza negativa. Si dimentica che il compromesso può essere un’arte, quando si rivela capacità di mediazione, “l’arte di tagliare una torta – diceva Levinson – in modo tale che ciascuno creda di avere avuto la fetta più grossa”. Definizione che si confà perfettamente al lavoro di Ciprì. Tratto dal romanzo di Roberto Alajmo, E’ stato il figlio, prima ancora che bello, è un film giusto. Giusto per come riesce a traghettare il suo autore verso una fase nuova senza che questo significhi fuga in avanti e oblio del tempo che fu. Giusto per come sa mediare tra l’eredità di un’esperienza ventennale, quella con Maresco, e l’esigenza di guardare avanti, guardare soprattutto al pubblico. Orfano di Maresco il cinema di Ciprì si riscopre popolare ma non si è perciò snaturato o involgarito. Popolare è semmai l’innesto di Eduardo e Totò nella terra sulfurea e disabitata diCinico TV. E il romanzo, seppur ampiamente trascritto e traviato, ha fornito la colonna vertebrale alla massa molliccia e bubbonica di una prassi che ha vissuto fin qui di fulminanti invenzioni e ultracorpi umani, troppo umani.
Gli eredi dello Zio e di Totò sono attori professionisti (Servillo, Castro) e non. Comunque impagabili. Sanno parlare e hanno lasciato le galline in pace. Ma la loro esistenza non è meno degradante, la loro parola altrettanto priva di senso. Siamo sempre a Palermo anche se è stata ricostruita in Puglia. Una città invisibile, tutta macerie e nuvole, dalle fondamenta che sprofondano nel fango e le colonne che non sanno salire al cielo. Una città senza orizzonte, ostruita dai palazzi, misteriosamente appiattita pure quando guarda al mare. La città della noia, abbrustolita e irrimediabilmente malsana. Ciprì coopta teatro (Scaldati) e pittura (barocca), facce del retromondo e miserie del nostro.
Apprendiamo la storia dei Ciraulo, famiglia che si arrabatta come può vendendo ferri vecchi. Poi il colpo di fortuna: una tragedia. La pallottola vagante di un regolamento di conti tra mafiosi uccide per sbaglio la più piccola del clan, Serenella. Disperazione totale. E speranza. Sì, perché lo Stato deve risarcire. Lo Stato deve pagare le vittime della mafia: denaro sonante. La prospettiva di una vita da signori li spinge a spendere e a spandere, in attesa che i soldi arrivino. Ma questi tardano e i debiti salgono e l’usura s’impenna. Quando finalmente Babbo Natale bussa alla porta, il bel gruzzolo si è assottigliato. E con quello che ne rimane comprano un Mercedes, “simbolo della miseria della ricchezza”, dice Ciprì. Segno soprattutto di un’irredimibile, apocalittica, volgarità. L’apocalisse, lo stato della bestia abbandonata dalla consolazione di Dio, un brutto giorno si è abbattuta sulla città-mondo di Palermo e il suo rettilario umano. E’ lì. I suoi effetti sotto gli occhi di tutti. Non lontana da noi. Si vive di soldi prestati (o sporchi) e navi arrugginite, saccheggiate, coricate su un fianco, incapaci tanto di rialzarsi quanto di affondare. Altre immagini eidetiche: un televisore eternamente acceso e sempre guasto, che non trasmette nulla. Una sala cinematografica trasformata in bordello: nella cabina del proiezionista dove il piccolo Salvatore diNuovo Cinema Paradiso scopriva la magia delle immagini ora si pratica la prostituzione. E poi: per i delitti dei molti hanno pagato in pochi, quelli sbagliati. Sicilia, Italia. Alla disperazione non c’è rimedio, ma solo racconto. Un eterno riavvolgimento del nastro, ritorno continuo e ineluttabile al cuore della tragedia. Di nuovo (per Ciprì regista e direttore della fotografia) c’è questa verniciatura seppia su un mondo che sotto-sotto resta bianco e nero: un modo per ricordarci che una volta eravamo vivi. L’inferno dopotutto è questo stato di eterna sospensione. E’ rivivere, daccapo, il già vissuto. Un destino al quale Ciprì stesso però sembra non volere sottostare. Il suo film lascia che il passato lo accompagni pur camminando verso il presente. E aspetta di schiantarsi nel mummificato pianeta del cinema italiano come un asteroide. Sarebbe un armageddon felice e insperato. In bocca al lupo.
Di Gianluca Arnone, da cinematografo.it

Ci sono andato con parecchi pregiudizi. Mai stato un entusiasta di Cinico tv e relativo duo registico Ciprì-Maresco, magari un estimatore sì, però la passione mai. Lo spettacolo del turpe, anche se messo in scena con rigore e alto senso dello stile e della forma, mi ha sempre suscitato un qualche rigetto, che volete farci. Però. Però questo È stato il figlio m’è parso una gran riuscita, un film importante soprattutto nel non ben messo panorama del cinema italiano. Storia siciliana, di sicilianitudine assoluta per visceralità, cupi estremismi, umori, amori e disamori. Fors’anche una rischiosa galleria di cliché sulla Sicilia e sul suo degrado fisico, ambientale, morale, che se non l’avesse messa in piedi un palermitano le anime belle del politicamente correttissimo si sarebbero già scatenate. Una Sicilia torva, naturalmente criminogena, postaccio brutto, sporco e cattivo (l’allusione al film di Scola non è per niente casuale, avendo parecchi punti di contatto con questo, a partire dal familismo più darwinianamente amorale) dove ogni pietà è morta, la sporcizia si accumula ovunque, i picciotti più o meno immafiositi imperversano, la burocrazia è sadica, e dove conta solo la pura, animale possibilità di sopravvivere in un universo di sberluccicanti consumi. Nicola Ciraulo, palermitano di un qualche zen periferico (però occhio alle location, il film è stato girato quasi tutto in Puglia onde fruire delle agevolazioni della Apulia Film Commission), mantiene con il suo lavoro di rottamatore di carrette del mare arrugginite la famigli composta da moglie, figlio ventenne e figlia adolescente, più genitori anziani. Lui, che è un Toni Servillo camuffato anche troppo da siculo più vero del vero, si sbatte, ma non ce la fa a garantire una vita decente. Finché un giorno in uno scontro malavitoso ci rimane secca per sbaglio, per pallottola vagante, la figlia Serenella. Le lacrime leniscono il dolore, il denaro anche meglio: un conoscente che ha uso di mondo avverte Nicola che c’è un fondo statale per le vittime di mafia. Facendo debita domanda, la famiglia potrebbe incassare dalle cosiddette istituzioni dei bei soldi come risarcimento. Si mette in moto la macchina burocratica, ma le palanche promesse (230 milioni, siamo in era pre-euro) non arrivano mai. Solo che Nicola e famiglia, troppo prematuramente sicuri del gruzzolo, si son già allargati nelle spese e si ritrovano indebitati finendo nelle mani di uno strozzino. Ma un giorno arriva la tanto attesa telefonata dalla prefettura: i soldi ci sono, anche se meno del previsto. Che farne? Il capofamiglia si impone di autorità e finalmente realizza il sogno di una vita: una Mercedes (o un Mercedes, fate voi), da esibire a vicini e parenti come simbolo dello status raggiunto. La faranno anche benedire, la macchinona lucente e nera, ma non basterà a tenere Nicola e i suoi lontani dai guai. Finirà male, malissimo, con il tribnale di famiglia che farà pagare un innocente. Ora, questa storiaccia al limite del subumano Daniele Ciprì la fa propria, buttandoci dentro acribia, rabbia, addensandola di umori e malumori nerissimi. Ne esce una galleria di mostri repellenti, un personalissimo, celiniano, maledettissimo viaggio al fondo della notte sicula e anche italiana, disperato e disperante. Lo sguardo di Ciprì è implacabile, ogni riscatto è negato. Davanti a noi scorrono corpi e volti deformi (quelle pance esposte al sole, i nei, i bitorzoli, i peli), il sozzo e il laido dominano. Questo film non contempla la bellezza, ma solo il suo opposto, la bruttezza al massimo dell’orrore possibile. Mica c’è da scandalizzarsi. Siamo pur sempre in Sicilia e il barocco, il gusto, anzi il disgusto dell’eccesso e della mostrificazione grottesca sono cose di casa e di tradizione. Inutile chiederci se noi italiani siamo davvero così, se i siciliani, i palermitani sono così, se davvero esistano e siano mai esistite sacche di questa sottoumanità. Questo film è una visione, un incubo, una ballatona grottesca, se volete un delirio. Del resto, di famiglie così animali ne abbiamo viste altre recentemente al cinema, e non erano italiane. Parlo del tremendo clan dell’australiano Animal Kingdom e di quello altrettano ferino dell’americano The Fighter. Semmai il limite di questo film, figurativamente formidabile e con un’impronta autoriale potente e inconfondibile (il segno di Ciprì è in ogni inquadratura, in ogni dettaglio), sta nell’essere, in fondo, ancora e sempre Cinico Tv, nel non riuscire a oltrepassare quell’ormai lontano modello. Daniele Ciprì costruisce mirabilmente – come allora con Maresco – tableaux vivants di barocca sfrenatezza e maestria, porta l’estetica del turpe a livelli paradossalemnte sublimi, ma non riesce sempre, quei tableaux vivants, a connetterli e congiungerli in una narrazione fluida. Stavolta, più che nei precedenti film firmati Ciprì e Maresco, c’è una storia ben strutturata (merito anche di Roberto Alajmo, autore del romanzo da cui il film è derivato). Il racconto c’è, i personaggi pure, ma Ciprì è troppo affascinato dai suoi lugubri mostri per muoverli e animarli lungo un tragitto narativo, preferisce imprigionarli, bloccarli in scene a se stanti e incomunicanti come macchine celibi, in quadri fissi, onde sorvegliarli, scrutarli, osservarli, tenerli avvinti. Ne deriva un film immobile, figurativamente straordinario, di sordida bellezza, ma come museificato, come chiuso in una teca. (Occhio al narratore-cantastorie: è Alfredo Castro, attore feticcio del cileno Pablo Larrain, visto in Tony Manero, Post Mortem e più recentemente in No)
Da luigilocatelli.wordpress.com

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