E ORA DOVE ANDIAMO?


In un paese in una zona montuosa del Medioriente la piccolo comunità è divisa tra musulmani e cattolici. Se gli uomini sono spesso pronti alla rissa tra opposte fazioni le donne, tra cui spiccano le figure di Amale, Takla, Yvonne, Afaf e Saydeh sono invece solidali nel cercare di distogliere mariti e figli dal desiderio di trasformare i pregiudizi in violenza. Non tralasciano alcun mezzo in questa loro missione, ivi compreso far piangere sangue a una statua della Madonna o far arrivare in paese delle ballerine da avanspettacolo dell’Europa dell’Est affinché i maschi siano attratti da loro più che dal ricorso alle armi. Si arriva però, nonostante tutto, a un punto di tensione tale in cui ogni tentativo di pacificazione sembra ormai inutile.
Dopo averci deliziato con una beirutiana depilazione al profumo di caramello, Nadine Labaki lascia la città per tornare ad affrontare con stile diverso ma con intatta (se non addirittura maggiore) efficacia il tema che sembra maggiormente starle a cuore: la convivenza tra esseri umani che professano una religiosità diversa. In questo film, che si apre con una coreografia cimiteriale di grande effetto, Labaki svaria dalla commedia al dramma non negandosi neppure sprazzi di musical. Questo però non va a detrimento dell’unitarietà di un film che proprio nel variare dei toni trova la cifra stilistica su cui intessere un elogio alla saggezza delle donne che non le presenta però manicheisticamente come ‘migliori’. Hanno i loro cedimenti, le loro rivalità, le loro invidie ma sanno però, ogni volta, ritrovare quella ragionevolezza che gli uomini sembrano sempre pronti a perdere cedendo a provocazioni spesso infantili. Labaki dirige (e attraversa come interprete di grande impatto) un film che ha la leggerezza che è propria di chi ha scavato nel profondo di un’intolleranza che non è più ‘tollerabile’. Se lo slogan del ’68 “una risata vi seppellirà” ha perso la sua efficacia forse un sorriso può avere ancora la forza di erodere il cancro dell’integralismo.
Di Giancarlo Zappoli, da mymovies.it

Un secondo appassionato film, per un secondo appassionato gruppo di donne. Madri, mogli, sorelle, forti dei legami che vivono sulla propria pelle, anzi più giù, nelle proprie viscere, sempre un po’ oltre l’umana sopportazione. Sono le creature raccontate da Nadine Labaki, che questa volta ci prendono per mano, dolenti e tenaci, e ci portano più in profondità nella loro natura o forse nella natura umana in generale. Le loro “colleghe”, le operose parrucchiere ed estetiste del salone di bellezza di Beirut (nel precedente Caramel), avevano aperto il varco per un mondo delicato e impertinente, accattivante e profumato di speranze e malizia. Loro, le abitanti di un villaggio libanese non meglio specificato, raccolgono quel filo a cui restano appesi, quasi incollati, uomini turbolenti da domare e amare, e ci trascinano in un paese dall’equilibrio tremante, scosso da conflitti costantemente imminenti. Cristiani e musulmani convivono in questa piccola comunità rurale, trincerati dietro il loro Dio, le loro tradizioni e le loro convinzioni. Una parola di troppo e la miccia si accende, senza senso e senza pace.
Amale (interpretata dalla stessa Labaki), Takla, Afaf, Yvonne, vere forze della natura e ognuna con la propria fede religiosa, sono l’unico collante di un microcosmo pieno di fratture, come per altro l’aspetto migliore di E ora dove andiamo?
Perché la Labaki, che ha ben scelto e diretto l’ottimo cast (composto nella sua quasi totalità da esordienti dalla recitazione pronunciata), porta in scena il suo accorato e sincero tributo ad una femminilità da rispettare e onorare universalmente, quella di donne che sopravvivono alla morte di chi amano, giorno dopo giorno.
Tutto quel dolore, passato e presente, e in mezzo loro, “discole” di ogni età, dagli stratagemmi puerili ma efficaci, che conoscono le debolezze di chi invece, da sempre, decide del loro destino. Quegli uomini che si sparano per un Dio diverso, ma che inebetiti dalle biondone russe, e dal troppo cibo, sono capaci di dimenticare tutto.
Figure scanzonate, che ricuciono le situazioni con musica e cibo, come l’ironia che serpeggia per l’intero film ricuce i momenti tragici in quello che sembra l’unico modo per raccontare l’assurdità di realtà come queste. Sicuramente è più facile così, in paesi in cui la censura cambia le sorti di un film e della vita di chi lo ha realizzato; l’umorismo è l’arma con cui si possono affrontare temi caldi con meno rischi, ma da un punto di vista puramente cinematografico il gioco di Nadine Labaki si complica, soprattutto se, tra dramma e commedia, si inseriscono anche parentesi oniriche e surreali da musical sentimentale.
Infatti E ora dove andiamo? soffre di questo, di una mancata unità narrativa e stilistica data dall’ alternanza, forse troppo frettolosa, tra momenti drammatici e comici, che si susseguono senza darsi reciprocamente il tempo di svilupparsi in modo compiuto.
Di Elisa Salvatori, da comingsoon.it

Buone notizie dal Medio Oriente. Nel Libano eternamente dilaniato tra mille fazioni è nata una regista che maneggia i generi più esplosivi e le trovate meno ortodosse con leggerezza da coreografa e mira da lanciatore di coltelli. Si chiama Nadine Labaki e qualcuno si ricorderà di lei per Caramel, la commedia ambientata in un salone di bellezza che rivelò il suo talento (e la sua grazia, Labaki è anche attrice, qui fa la padrona del bar). Stavolta però la 37enne scoperta a Cannes compone un’irresistibile requisitoria per la pace mescolando gli ingredienti più disparati con sfacciataggine, inventiva, felicità non comuni.
E ora dove andiamo? si apre infatti con una memorabile scena da tragedia greca – un gruppo di donne nerovestite avanza battendosi il petto e quasi danzando in un paesaggio desolato – ma presto si trasforma in qualcosa di completamente diverso. Un’indiavolata commedia rusticana, parlata e qua e là cantata in arabo. Un western mediorientale in cui le donne hanno il ruolo dei buoni e gli uomini quello dei cattivi. Una favola con momenti musical ambientata in un paesino dove cristiani e musulmani convivono in naturale e precaria armonia. Ma solo perché mogli, madri, figlie, amiche, sorelle, si dannano anima e corpo per nascondere o smussare ogni possibile motivo di scontro.
Perché c’è sempre qualcuno, da qualche parte, che attacca una chiesa o una moschea, e il contagio viaggia alla velocità della luce, ovvero della tv, visto che anche lassù è arrivata un’antenna parabolica più ecumenica di campanili e minareti. Il paese infatti è circondato di campi minati, difficoltà e pericoli sono pane quotidiano, l’orrore è sempre in agguato, senza distinzioni di religione. E perché nei maschi non si riaccenda la violenza le donne sono pronte a tutto. A mentire, a truccare la statua della Madonna, a tollerare gli scherzi più scemi e i flipper più gaglioffi, perfino a assoldare compiacenti spogliarelliste russe infiltrandole come agenti segreti nella comunità maschile.
Anche se l’idea più bella (e molto mediorientale) di questa strategia di pace non si può raccontare senza sciupare un film che vive di inventiva, di libertà, di salti di tono. E del piacere contagioso con cui Labaki dirige un cast folto quanto colorito mescolando attori e non (ognuno troverà i suoi beniamini, noi abbiamo un debole per la madre del ragazzo sfortunato e per la coppia formata dal sindaco e da sua moglie, una signora trovata in loco che ha la grinta e il fascino di una regina delle scene). Generosità non significa perfezione, qualcosa magari si poteva limare. Ma tanta energia è una benedizione. Se c’è un film che merita di diventare il simbolo delle primavere arabe (dei loro sogni), è questo.
Di Fabio Ferzetti, da ilmessaggero.it

A causa di un ponte semidistrutto e mai riparato, un piccolo villaggio libanese vive da tempo in isolamento, con soltanto due valorosi ragazzi ed una vecchia motoretta che viaggiano ogni giorno verso la città più vicina a recuperare tutto il necessario per il sostentamento. Essere isolati vuol dire essere lontani non solo dal lusso e dagli agi ma anche dalle notizie provenienti dal mondo, ed è solo per questo motivo che nel villaggio riescono finalmente a convivere pacificamente cristiani ed islamici. Si tratta però di un equilibrio molto sottile e può bastare pochissimo, anche l’arrivo di un semplice televisore a rompere la pace e cambiare per sempre la vita dell’intero villaggio. E ora dove andiamo? (Et maintenant, on va où?), nuovo lavoro della regista di Caramel, Nadine Labaki, tratta un tema assai serio ma lo fa con un’ironia pungente ed una sfrontatezza davvero ammirevole, confezionando così un’opera estrememante godibile nei suo momenti musicali o in alcune trovate particolarmente geniali (che preferiamo non svelare) ma che fa anche riflettere sull’assurdità di un conflitto pronto ad esplodere in qualsiasi momento, per qualsiasi sciocchezza.
E se le motivazioni per cui combattere sono ridicole, perché non possono essere altrettanto anche i rimedi? Questo sembra chiedersi la bella e talentuosa regista (anche interprete) ed è così che lascia le armi e la violenza agli uomini, e fa lavorare d’ingegno le sole donne che le provano proprio tutte (dall’inventarsi di sana pianta un miracolo, all’assoldare un manipolo di spogliarelliste ucraine) pur di distogliere gli uomini dai loro intenti bellicosi. Non sono certo idee brillanti, anche se spassosissime, ma ciò che importa è che le donne sembrano essere tutte concordi (al di là anche delle diverse fedi religiose) nell’interrompere la follia di un conflitto fraticida che ha già fatto troppi morti, mentre gli uomini non sembrano saper guardare oltre i propri pugni, o peggio ancora fucili, ma si ammansiscono soltanto davanti all’alcool, al cibo e alle belle donne.
Un atto di denuncia che, nonostante il tono lieve, si eleva deciso e che riecheggia con forza nel divertente ma amarissimo finale; un finale che, in contrapposizione a quello che di norma richiederrebbe una commedia o un musical, non può essere né lieto né risolutivo, perché in certe situazioni e in certi paesi è davvero difficile mettere la parola fine, semmai si è sempre destinati a ricominciare.
Di Luca Liguori, da movieplayer.it

Presentato al Festival di Cannes (nella sezione «Un Certain Regard») e applauditissimo al Festival di Toronto, il nuovo film della regista e attrice Nadine Labaki è ambientato in un villaggio libanese di oggi, dove gli uomini delle due comunità religiose, quella cristiana e quella musulmana, sono sempre sull’orlo di un conflitto. Si guardano con sospetto, spesso si insultano e cercano di venire a contatto tra loro il meno possibile. Saranno però la saggezza, l’intraprendenza, la fantasia e la solidarietà delle donne a preservare il più possibile la pace all’interno della comunità, impedendo a mariti e figli di spargere altro sangue.
L’idea di partenza del film non è certo originale, appare anzi come l’ennesima variazione su un tema (il pacifismo femminile contro la bellicosità maschile) già ampiamento messo in scena e che affonda le sue radici nel teatro greco classico (la «Lisistrata» di Aristofane), ma la scelta della regista di modellare il film seguendo diversi generi permette a «E ora dove andiamo?» di trasformarsi in una favola allegorica capace di far ridere e riflettere con la medesima intensità. Parrebbe strano, ma l’estremo realismo (degli ambienti, dei volti, delle scenografie, dei costumi) di cui è pervaso il film, non viene mai meno, e non solo nelle scene più drammatiche, come quella – dal forte impatto visivo – che apre il film (un corteo funebre “tutto al femminile”), ma anche in tutte le altre, quando cioè l’asse narrativo subisce delle brusche sterzate verso la commedia, il melodramma e il musical.
Labaki “prende il meglio” da questi diversi generi: dalla commedia le situazioni più esilaranti e grottesche (la visione collettiva dell’unica televisione del villaggio, l’arrivo di un gruppo di belle ragazze dell’Est Europa, il “miracolo” della madonna), dal melodramma la storia d’amore tra la bella vedova Amale (interpretata dalla stessa Labaki) e l’affascinante muratore musulmano Rahid, dal musical i dialoghi cantati, che rompono la verosimiglianza della narrazione, ma permettono al film di non scadere in un moralistico e pedante deja vù. E’ proprio grazie a queste precise – e talvolta rischiose – scelte stilistiche che «E ora dove andiamo?» può permettersi di rappresentare una parabola forte e credibile nel messaggio che vuole lanciare contro ogni tipo di integralismo e a favore di una convinvenza pacifica tra culture e religioni diverse. Il finale del film, che richiama lo spettatore a una forte assunzione di responsabilità, è la chiosa perfetta per un percorso del genere: invece di trasformare i pregiudizi in violenza, impariamo a farli diventare occasioni di dialogo. E staremo meglio tutti.
Di Marco Luceri, da corrierefiorentino.corriere.it

Quattro anni fa il successo inaspettato, con lo splendido Caramel, ed ora l’incredibile conferma. Perché il Libano ci ha ufficialmente regalato una talentuosa regista, Nadine Labaki. Se il debutto poteva sembrare un’irripetibile sorpresa, il secondo film da regista della Labaki ne ha invece confermato le innegabili qualità. Presentato lo scorso maggio sulla Croisette nella sezione Un Certain Regard, e vincitore al Festival di Toronto del premio del pubblico, Et maintenant, on va où?sbarca ora nei cinema italiani dopo aver raccolto applausi in giro per il mondo. Meritatamente. Perché E ora dove Andiamo?, questo il titolo italiano, è probabilmente la prima ‘gemma’ cinematografica di questo 2012.
Scandalosamente snobbato ai Golden Globes come Miglior Film Straniero, ma candidato ufficiale del Libano ai prossimi Premi Oscar, il titolo della Labaki riesce con maestria a trattare un tema aihnoi attuale come quello dell’integralismo religioso, facendolo con delicatezza, humor e quel tatto straordinariamente femminile che ormai contraddistingue il suo cinema. Spaziando dal musical al drama, e senza mai dimenticare temi da comedy, Et maintenant, on va où?abbandona la Beirut di Caramel per fermarsi comunque in quel Libano bombardato da divisioni umane, sociali e religiose, con musulmani e cattolici perennemente sul piede di guerra.
Rimasta in patria, e ancora una volta legata all’amata lingua araba, Nadine Labaki non solo dirige ma interpreta, ancora una volta, la protagonista principale di questa autentica favola moderna, tanto surreale quanto sublime, capace di emozionare, commuovere e far ridere, come da tempo non si vedeva al cinema, grazie ad uno script che è un concentrato di trovate, legate tra di loro da un’unica ferrea volontà. Ovvero smascherare l’odio, che sia religioso, di razza, sessuale o anche solo generazionale, attraverso la fraternità e l’uguaglianza.
C’era una volta, in uno sperduto paesino roccioso e polveroso di Beirut, una comunità apparentemente felice, unita, anche se visibilmente povera e fuori dal mondo. Nel Libano diviso dalla religione, in questo angolo di Universo dimenticato da Dio, musulmani e cristiani convivono l’uno al fianco dell’altro, fino a quando l’eco tecnologico di un televisore mai visto prima annuncia lo scoppio di una nuova ‘guerra’ di religione. Terrorizzate dall’idea di dover tornare a seppellire i propri cari, le donne della comunità fanno di tutto per mettere a freno l’ardore dei mariti, cercando di distrarli in qualsiasi modo possibile ed immaginabile dalla terribile minaccia. Perché la tensione interreligiosa si fa sempre più forte e preoccupante, tanto da far dissotterrare quelle armi da tempo silenziose…
Un film corale, quasi totalmente interpretato da attori non professionisti, una storia d’amore impossibile, un quasi musical a momenti esilarante ed in altri casi estremamente commovente, una pellicola dalla regia elegante ed avvolgente, coraggiosa e frizzante, polverosa e luccicante, ed una sceneggiatura che è uno straordinario esempio di come si possano trattare temi delicati con leggerezza e serietà, sobrietà e saggezza. Quattro anni dopo averci portato per mano nel colorato salone di bellezza di Caramel, Nadine Labaki ci catapulta nelle lande sanguinose, soleggiate e combattute di E Ora Dove Andiamo?, facendo nuovamente centro.
Mantenendo il proprio sguardo sul proprio mondo, sul mondo femminile, fatto di donne coraggiose, di madri, nonne, mogli e sorelle, la Labaki pennella i tratti di una società ormai arrivata ad un passo dall’implosione. Non un film sulla guerra bensì un film su come evitare che scoppino le guerre, grazie a figure femminili come Amale, Takla, Yvonne, Afaf e Saydeh, costrette a fermare l’odio e l’intolleranza dei propri mariti, figli, padri e zii, accecati dall’integralismo religioso che da anni incendia il Medio Oriente.
Spaziando con straordinaria maestria tra più generi, Nadine Labaki realizza un film incredibilmente maturo, fatto di lacrime e risate, di uomini e donne innegabilmente imperfetti, e ad un passo da quel baratro che si chiama guerra. Per scongiurare l’ennesimo bagno di sangue, i protagonisti della pellicola dovranno iniziare a guardare in faccia la realtà, il vicino, l’amico di sempre, andando oltre veli, croci, tappetini, imam e parroci, in modo da carpire l’essenza stessa della religione, fatta di uguaglianza e fratellanza, di pace ed amore, qui magnificamente rappresentati da un film che è un concentrato di sorprese, un’esplosione di emozioni, meritevoli di attenzione e soprattutto considerazione. Perché è davvero raro vedere in sala film come E Ora Dove Andiamo?, riuscito nell’impresa di farci trovare una risposta a quella stessa domanda che chiude la pellicola: a consigliarne immediatamente la visione ad un amico.
Da cineblog.it

Affronta ancora una volta il difficile rapporto tra diverse religioni il nuovo film di Nadine Labaki, già regista dell’apprezzato “Caramel”. La pellicola è ambientata in un luogo dilaniato dalla guerra in Medioriente, dove vive una piccola comunità di cristiani e musulmani in costante lotta tra loro e unita solo dai luoghi di ritrovo e dall’unico televisore del villaggio.
La regista e attrice libanese (che del film è anche tra le protagoniste), torna a trattare un tema che le è particolarmente caro, quello delle tensioni interreligiose, visto da un occhio tutto al femminile. Mescolando (anche se in maniera non troppo amalgamata) i toni della commedia e del dramma con una spruzzata di musical (splendida la scena del corteo funebre delle donne che diventa un balletto coreografato), Nadine Labaki narra la storia di un gruppo di donne cristiane e musulmane che si inventa di tutto pur di evitare un vero e proprio scontro tra gli uomini del posto: dalle finte lacrime di una Madonna di gesso, alla negazione della morte di un giovane ragazzo che la madre piangerà in silenzio pur di non innescare la lotta, fino all’arruolamento di un gruppo di spogliarelliste che distraggano i maschi dai loro belligeranti intenti.
Ma se le donne con la loro saggezza e spirito di sacrificio sono le eroine di questa favola, tutte persino le spogliarelliste, ad uscirne malissimo sono gli uomini che con ottusità e il loro lato infantile, pronti a scatenare la guerra in nome di Dio o Allah, danno solo sfogo ad una cieca aggressività. Una violenza irrazionale da cui, anche quando sembra raggiunta una soluzione, non pare esserci via d’uscita e che lascia irrisolta la domanda (retorica) del titolo.
Un film contro l’odio senza facili moralismi, che affronta con fantasia, leggerezza ma anche serietà un tema importante, delicato e purtroppo perennemente attuale.
Presentato all’ultimo Festival di Cannes e vincitore al Festival di Toronto del premio del pubblico, “E ora dove andiamo?” è nelle sale dal 20 gennaio distribuito da Eagle Pictures.
Di Marilena Vinci, da rbcasting.com

A 5 anni di distanza dal successo di Caramel, la regista e attrice libanese Nadine Labaki torna con E ora dove andiamo?, che arriva nei cinema italianidopo aver vinto nel 2011 il premio come miglior film al Toronto Film Festival.
Ancora una volta si tratta di una storia al femminile: protagonista è infatti un gruppo di donne che vive in un piccolo villaggio, rimasto praticamente isolato dopo gli scontri tra cristiani e musulmani, che hanno portato alla morte di padri, mariti e figli. Tra le due congregazioni sembra essere tornata la pace, ma gli equilibri rimangono deboli e basterebbe veramente poco per farli crollare.
E sono proprio le donne, unite non solo da una causa comune ma anche da un forte affetto, a fare di tutto pur di salvare i loro uomini da una guerra cieca e stupida.
“Alla base del film vi è un’esperienza personale” – racconta Nadine – “Ho scoperto di aspettare un bambino il 7 maggio 2008. Quel giorno, a Beirut si passò nuovamente in uno stato di guerra e quindi blocchi stradali, aeroporto chiuso, combattimenti armati ecc. La violenza si era scatenata intorno a noi. La gente che aveva vissuto per anni nello stesso edificio, che era cresciuta insieme, magari anche frequentando le stesse scuole, improvvisamente stavacombattendo contro altra gente, soltanto perchè non appartenevano alla stessa comunità religiosa. A quel punto mi sono chiesta: se io avessi un figlio, cosa farei per distrarlo dal fatto di prendere in mano un’arma e riversarsi sulle strade? Cosa sarei disposta a fare per fermare il mio bambino che esce di casa pensando di dover difendere il suo edificio, la sua famiglia e il suo credo? E’ così che è nata l’idea del film”.
Un film che noi vi consigliamo di non perdere!
Da alfemminile.com

Un gruppo di donne vestite di nero procede a passo cadenzato, come un vero battaglione armato di rosari, foto dei cari morti in guerra e uno sguardo deciso, da battaglia. A passo di danza, quasi a improvvisare un balletto, si dirige spedito verso il suo campo di battaglia, la trincea in cui sono seppelliti i sogni, verso il cimitero. Così comincia il bel film della libanese Nadine Labaki, al secondo lungometraggio dopo il successo di Caramel nel 2006 (presentato a Cannes sempre nella sezione Un Certain Regard). È però un cimitero particolare: c’è soltanto una stradina polverosa che divide da una parte i loculi cristiani e dall’altra i defunti mussulmani. In quel villaggio sperduto nelle montagne, dove i morti superano gli abitanti, si cerca quotidianamente di difendere la convivenza tra due religioni, minacciata di continuo dagli uomini che non hanno accantonato del tutto rancori e sentimenti violenti. Solo le donne sono coese e determinate a lottare per la pace e cercano con ogni espediente di riuscirvi, anche quando si rasenta il grottesco e il blasfemo. Divertente e drammatico, come il balletto della prima sequenza, il film si muove con disinvoltura sui due binari. In mezzo scorre il musical (segno distintivo della regista), come terra di mezzo, un’isola felice in cui tutti indistintamente potrebbero entrarvi. Ci sono vari momenti di comicità riuscita, grazie anche all’uso creativo del simbolismo, del montaggio associativo e della metafora. Almeno due trovate vanno menzionate: le donne che inscenano un miracolo, con la Vergine Maria che lacrima sangue dagli occhi perché in collera con il villaggio e l’Imam che si presenta al confessionale del “collega” cattolico in cerca di qualche risposta e di una soluzione per una situazione divenuta insostenibile. Insostenibile, dopo che un ragazzo della parte cattolica resta ucciso durante una battaglia, a pochi chilometri da casa, tra guerriglieri nemici. È proprio l’alternarsi di dramma e commedia a convincere, fino al memorabile finale. Gli stessi momenti tragici della storia reggono da tutti i punti di vista: recitativi, visivi, narrativi. Insomma, Nadine Labaki (che è sempre anche tra le protagoniste dei suoi film), si conferma cineasta molto interessante, pronta magari a pretendere un cartellone più ambizioso. Cinema che si muove su un confine che non esiste, anche nervosamente con la macchina a mano, che imprigiona il caos espressivo del suo mondo, lasciando che l’immaginario sia libero tra farsa e tragedia, evitando ogni forma costruita di sublimazione. La tratta sembra trovare nuove destinazioni: se il passato non esiste, il presente è traballante, per fortuna il futuro chiede: “E adesso dove si va?”.
Di Leonardo Lardieri, da sentieriselvaggi.it

Un piccolo villaggio nella zona montuosa del Medioriente, una comunità divisa tra musulmani e cattolici. Gli uomini sono spesso pronti a menar le mani per i più futili motivi; ci sono però, ovviamente anche le donne tra le quali emergono le figure di Amale, Takla, Yvonne, Afaf e Saydeh tra di loro assai comprensive e solidali nel cercare di distogliere mariti e figli dal desiderio di trasformare i pregiudizi e l’intolleranza religiosa in violenza.
Non lesinano alcun tipo di mezzo per cercare di portare a compimento la loro missione, al punto che arrivano a far piangere sangue ad una statua della Madonna o far arrivare nel paese delle ballerine dell’Europa Orientale affinchè gli uomini pensino di più a loro che al ricorso alla violenza ed alle armi. Tutto questo pare davvero non bastare e in un crescendo di tensione si arriva al momento in cui ogni tentativi di pacificazione pare diventare inutile.
Questa la trama di E ora dove andiamo?, nuovo film di Nadine Labaki con nel cast la stessa regista, Claude Msawbaa, Layla Hakim, Yvonne Maalouf e Antoinette Noufaily.
Ritorno sui grandi schermi quindi per la regista ed attrice che decide di riportare la vicenda narrata ad un ambiente rurale, per affrontare con uno stile personalissimo e decisamente efficace il tema che gli sta maggiormente a cuore, vale a dire la possibilità di convivenza del tutto pacifica tra esseri umani che professano una religione differente. Il film si apre con una bellissima coreografia cimiteriale, che colpisce il pubblico e che fa anche comprendere il tono quasi da “musical” di questa vicenda.
Un elemento che non lede in alcun modo l’uniterietà della vicenda e che trova nelle protagoniste femminili e nella loro bravura recitativa l’elemento fondante, rifiutando al contempo una contrapposizione senza sfumature tra uomini e donne (o tra cattivi e buoni/e). Anche loro hanno le loro piccolezze, le loro rivalità ed i loro momenti di cedimento ma si dimostrano di volta in volta capaci di risollevarsi, senza cadere facilmente nelle provocazioni.
Da cinema10.it

Come canne al vento, le donne, se ne stanno, ondeggianti nel deserto dei morti cristiani e mussulmani. All’inizio si ha l’impressione di rivedere alcune immagini del recente film di Wenders su Pina Bausch. Invece, si tratta della seconda opera della bellissima e bravissima regista libanese, Nadine Labaki (Caramel, 2007).
Dal centro estetico di Beirut, Nadine, questa volta, ci trasporta fra le montagne mediorientali, dove vive una piccola comunità di uomini e di donne, divisa tra mussulmani e cattolici, pacifiste e pronti alla rissa. Infatti, fra le prime spiccano le figure di Amale, Takla, Yvonne, Afaf e Saydeh, che mettono a disposizione, soprattutto degli uomini, il loro animo femminile, sempre alla ricerca della pacifica convivenza: se le inventano di tutte, fino a far piangere sangue alla statua della Madonna o far arrivare in paese ballerine dall’Europa dell’Est e distogliere i loro mariti e figli maschi dalle risse e dalle armi. Ma tutto ciò non basterà per fermare quello che, da anni, e per davvero, avviene quotidianamente nel Medioriente, oggi.
Se in Caramel la ceretta al profumo di caramello ci aveva inebriato del suo profumo, di ben altri ‘sapori’, questa volta, lascia sballare (“Con un pizzico di hashish stramazzi un cammello”) i suoi spettatori e attori Nadine Labaki, che mostra sullo sfondo e in campo lunghissimo la città, per tornare a raccontare la convivenza, ai margini e sul bordo di strade dissestate, tra gli uomini credenti in divinità diverse. Lo fa con il suo interessante stile, capace di passare dalla commedia al dramma, passando anche attraverso la leggerezza del musical. Memorabili le sequenze dell’arrivo della tv nel villaggio isolato, con le news sugli scontri tra cristiani e musulmani a Beirut; la donna che “vede e parla con la Madonna”, ammiccante a Totò che visse due volte di Ciprì&Maresco oppure la preparazione dei dolci all’hashish.
Labaki dirige ed interpreta con la leggerezza delle parole e il macigno del loro significato. Infatti, è un film dai forti contrasti, capace di raccontare il dramma dell’intolleranza religiosa e le sue conseguenze, non discordando con il sorriso di chi non perde la speranza ed ha una profonda fede nelle capacità dell’arte e quindi anche del cinema di farsi portento di pace. E ora dove andiamo?é un monito al mondo Occidentale, rispetto a quell’altro; ai credenti cristiani, come a quelli mussulmani, ecc. E’ un noi che ci contiene tutti, a prescindere dalla fede.
La bellezza della gente di fronte alla meraviglia delle immagini, a cinema o sul piccolo schermo, ricordano tanto cinema italiano di Desichiana memoria, al modo della moschea invasa dalle bestie, che ricorda i tanti tentativi di scoperchiare, scardinare, aprire e abbattere i cancelli e i muri che dividono (come non pensare all’ultimo Olmi?).
Intensa e tuttavia molto essenziale la colonna sonora (Khaled Mouzannar), che insieme alla bella fotografia (Christophe Offenstein) rendono il film un’opera di notevole attenzione. Peccano soltanto la compiacenza della bellissima attrice/regista, che si pone eccessivamente troppo in prima posa e l’eccessiva lunghezza del film.
Pur tuttavia, la Labaki è capace di riportare tutti dalla parte di chi, mettendosi in discussione, si chiede chi siamo noi per pronunciare “perdona loro perché non sanno quel che fanno”, prima di chiederci quel che combiniamo. Tutto questo, per mezzo del Cinema. Mica poco!
Di giancarlo visitilli, da cinerepublic.film.tv.it

Senza il Cinefilante non avrei mai saputo dell’esistenza di questo film.Tant’è che mi ci ha portato lei insieme ad altri amici in comune. Del resto come poter conoscere questo film della regista libaneseNadine Labaki , interpretato da Nadine Labaki, i costumi realizzati da Caroline Labaki (la sorella). Per quanto premiato dalla giuria di Cannes almeno al grande pubblico (almeno per ora) rimane un pò sconosciuto. L’impianto scenico e registico ricorda molto Pranzo di Ferragosto, dove si intravede l’assenza delle grandi Produzioni e si apprezza il casereccio entusiasmo di quelle minori.
In un villaggio sperduto tra le montagne libanesi, convivono due comunità: quella islamica e quella cristiana. Le donne musulmane e quelle cristiane vanno d’amore e d’accordo, conciliando fede con amicizia e solidarietà. Gli uomini invece sono sempre in “tregua armata”, pronti a bisticciare o accopparsi al minimo soffio di vento dove si possa tirare in causa la religione. Le donne fanno di tutto per tenere fuori dalla loro città-villaggio la feroce e cieca violenza che quotidianamente si consuma tra cristiani e musulmani nel resto della nazione. Nel tentativo determinato e in un certo senso disperato di tenere lontani gli echi delle guerriglie, degli assalti e delle violenze, le donne si inventano di tutto: da false visioni della madonna ad improbabili castighi maomettiani, dall’ingaggiare un gruppuscolo di spogliarelliste russe di quart’ordine a organizzare una festa a base di danze del ventre e dolci impastati a base di marijuana ed hashish. Fino a quando a rimetterci le penne, oltre ai precedenti abitanti dello sparuto e improvvisato cimitero, è un ragazzino figlio di una donna cattolica. Sarà l’inizio di un epilogo tragico o un riscatto imprevisto? Non c’è che andare a vederlo.
Sarò onesto: il film parte lentamente. I primi venti minuti si perdono in una silenziosa descrizione del luogo affidata interamente alle musiche e alla fotografia. Superati i primi venti minuti il film riesce a rendersi gradevole, fino al punto di apprezzare il giusto dosaggio tra dramma e commedia che percorre il ritmo del film, riuscendo a trattare e mostrare temi seri come il fondamentalismo religioso, la cieca obbedienza o la sconsolata disillusione verso una divinità che non ha voluto o saputo proteggere la vita che gli veniva affidata. Si riesce a sorridere e a ridere spesso, si riesce a sdrammatizzare molto i toni senza che il messaggio e i contenuti ne risentano in degrado o in leggerezza. Sicuramente consigliato. Sbrigatevi però. Senza dubbio è un film di nicchia, per cui non credo rimarrà per molto tempo nelle sale.
Da ballestrero.blogspot.com

Attraverso i clienti abituali del bar di un villaggio sui monti del Medio Oriente abitato da gente povera, abbiamo modo di familiarizzare con una comunità dalla cultura conservatrice e patriarcale, dove la convivenza pacifica tra diverse etnie religiose cristiane e musulmane è quotidianamente sperimentata senza troppe difficoltà grazie soprattutto all’opera delle donne, tra cui anche la protagonista della pellicola, la bella barista Amale.
Questo clima pacifico costituisce un’eccezione rispetto a quanto accade invece nel resto del Paese, dove il conflitto religioso si acuisce sempre più e aizza continuamente la popolazione alla guerra civile. Finché, quando la tensione diventa esasperata nei villaggi confinanti, ne viene contagiato anche il tran tran quieto del piccolo paesino. Gli uomini sono già pronti a imbracciare le armi ma le donne, vere protagoniste della pellicola, al di là dei loro stessi limiti di mentalità e cultura, si appelleranno alla proprie doti creative e affettive per salvaguardare l’armonia di quella piccola isola più o meno felice. Il tutto, condito di musica e canzoni, cui viene dato molto spazio, tanto che a tratti pare perfino di guardare un musical. Di sicuro questa scelta è utile per accentuare il tono di leggerezza nella narrazione caro alla regista libanese, che si affida al musicista Khaled Mouzanar, nella vita privata suo marito.
Nadine Labaki ritorna con la sua opera seconda, che fa seguito all’inatteso successo di Caramel(2007). La trentasettenne regista libanese (qui anche interprete, sceneggiatrice e produttrice) dirige un film corale, con attori per lo più non professionisti, attraverso una formula narrativa che un po’ è commedia e un po’ è dramma. Il suo è un lungometraggio che vuole riflettere sui contrasti religiosi e su come un credo monoteistico, per quanto professi la pace, se male interpretato è potenzialmente foriero di violenza, in quanto si propone come unica verità da imporre a tutti. Il film è ambientato in Libano e riflette la condizione drammatica in cui versa il Paese. Anche se per tutta la durata della pellicola non c’è mai un riferimento geografico specifico, a voler significare che i contrasti interreligiosi sono un tema complesso che attraversa tutto il nostro pianeta.
Di Barbara Pianca , da film-review.it

Dopo la commedia al sapor di caramello (Caramel) la regista libanese Nadine Labaki torna a parlare di intolleranza religiosa e disperati tentativi di conciliazione questa volta ambientando il suo film non in un istituto di bellezza ma in un piccolo borgo montano dove la locale comunità vive separata tra cristiani e musulmani. Ancora una volta, la fertile regista libanese, ci racconta una storia di difficoltà di vivere e pesanti lacerazioni sociali ricorrendo alle virtuose arti della commedia e svariando però in una molteplicità di generi fino ad abbracciare anche il varietà ed il musical.
La storia non può non essere ancora una volta che al femminile (e meno male). Sono le donne del paese a cercare di conciliare le due comunità divise ricorrendo ad artifici di ogni genere. Ma nonostante gli sforzi profusi, l’intolleranza e l’integralismo sembra avere purtroppo la meglio sugli appassionati sforzi che le donne mettono in campo per cercare di avere una vita tollerabile e degna di essere vissuta.
Film equilibrato e nello stesso tempo caratterizzato da forti contrasti – scene drammatiche che si alternano a sequenze quasi da burlesque – “E Ora dove andiamo?”, è un esempio di come il cinema possa contemporaneamente fare pensare e intrattenere senza per questo perderci in credibilità e validità artistica. Nadine Labaki – anche intensissima interprete – ci racconta i drammi della sua terra con il sorriso di chi non perde la speranza ed ha una profonda fede nelle capacità taumaturgiche dell’arte – e quindi del suo lavoro – di potere un giorno portare la pace e la serenità in quel luogo del mondo da troppo tempo lacerato da conflitti e tensioni. Lo fa, come detto, con una profonda sensibilità artistica ed un tocco di visionarietà che permette allo spettatore di elevarsi dal dato quotidiano e cronachistico per spiccare un piacevole volo, valga per tutte le sequenze iniziali con la danza delle donne.
La frase:
“Con un pizzico di hashish stramazzi un cammello”.
Di Daniele Sesti,da filmup.leonardo.it

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