DI NUOVO IN GIOCO



Gus Lobel (Clint Eastwood) è un anziano scout di baseball che cerca di mascherare i problemi legati alla sua età. È uno dei migliori nel suo campo e le sue capacità nell’individuare un talento non sono per niente alterate dalla sua vista che cede sempre di più, ma i suoi superiori sono preoccupati per lui ed iniziano a dubitarne. Così, quando Gus deve partire per il Nord Carolina per seguire una giovane promessa, Pete (John Goodman), suo collega ed amico di sempre, chiede alla figlia di Gus, Mickey, di seguirlo e stargli vicino. Mickey lo farà, mettendo a repentaglio la sua brillante carriera di avvocato, ma il rapporto travagliato che ha avuto con il padre fin dall’infanzia riemergerà nella settimana insieme rendendo la convivenza piuttosto impegnativa.
“Di nuovo in gioco” è l’opera prima di Robert Lorenz, ma lo zampino del leggendario Clint Eastwood è lampante. Lorenz è stato il produttore di Eastwood negli ultimi vent’anni, collaborando a tutti i suoi più grandi successi da regista, dunque non c’è da stupirsi se, presa la decisione di passare dietro la macchina da presa, l’influenza del vecchio Clint si sia fatta sentire, mettendo anche in conto la sua presenza sul set in veste di protagonista nel film.
Ne viene fuori una pellicola che racconta una storia avvincente e toccante con dei tempi perfetti ed uno stile pulito. Certo, il cast è stato determinante, ma la sceneggiatura è d’impatto, anche qui in Italia in cui il baseball non ha certo il seguito degli Stati Uniti.
Sull’onda di “Million Dollar Baby” ed “Invictus”, anche “Di nuovo in gioco” sceglie lo sport come sfondo di una vicenda drammatica, di rapporti umani, di amore e di famiglia e, ancora una volta, la metafora sportiva risulta essere una scelta vincente, un linguaggio perfetto per spiegare la vita.
Viene da chiedersi se il film sia una risposta consapevole e diretta a “L’arte di vincere”, candidato al Premio Oscar 2012, che illustrava, ed esaltava, l’introduzione della sabermetrica nella scelta dei giocatori di baseball. “Di nuovo in gioco”, tutto al contrario, vuole dimostrare che i sensi umani e l’esperienza di una vita non potranno mai essere sostituti da una macchina e, c’è da ammetterlo, da questo punto di partenza un po’ romantico e malinconico nasce un film decisamente superiore all’ultimo di Bennet Miller.
Merito è sicuramente il sentimento che, se lì mancava, qui ce n’è a palate. Robert Lorenz racconta una rinascita, un punto in cui ci si ferma a riconsiderare la propria vita e si fa un passo avanti, o forse uno indietro. “Di nuovo in gioco” è un invito a cambiare, ad evolversi, ma, allo stesso tempo, a tenere strette le radici: Gus è un uomo forte, scontroso, testardo, che ha sempre ricacciato i problemi con la scusa del “io non posso cambiare”; Mickey ha preso tanto da suo padre, è una donna che si è sempre tirata su le maniche, non si è mai lasciata spaventare dal lavoro e, ora, a soli trentatre anni, sta per diventare socia dello studio di avvocati in cui lavora, senza un giorno di ferie da sette anni.
Una vera coppia di co-protagonisti, in cui nessuno scavalca od oscura l’altro ed entrambi hanno lo stesso spazio sullo schermo. Il che è tutto dire, dal momento che il film presenta Gus come centro della storia, interpretato da, niente di meno, che un attore con l’intensità recitativa di Clint Eastwood; Amy Adams, però, non si lascia spaventare e, nel ruolo di Mickey, si conferma una delle migliori attrici della sua generazione. Aveva già dato molto in “The Fighter” e qui si replica, grazie alla sua singolare presenza sullo schermo che riesce a racchiudere femminilità e mascolinità insieme. Mickey è infatti una ragazza bellissima e molto sexy, sia nel suo tailleur da avvocato, sia in jeans e camicia a quadri sugli spalti dello stadio; ma è appassionatissima ed esperta dibaseball, di cui conosce la storia e la terminologia più specifica, sa giocare a biliardo, beve il vino dalla bottiglia. Una donna completa, coi fiocchi, di cui lo spettatore si innamora facilmente.
Ad accompagnare il ritrovo di padre e figlia c’è un vivace e piacevole Justin Timberlake nei panni del giovane Johnny Flanagan, lanciatore professionista fallito, alla sua prima esperienza con il lavoro di scout, che, però, sogna la carriera di cronista sportivo.
Ritrovare Clint Eastwood sullo schermo di nuovo in gioco nel ruolo del burbero ed ironico anziano che la sa lunga sarà un piacere per gli occhi e questa pellicola, un mix di sport, dramma, sentimenti e comicità, saprà intrattenere ed appassionare il grande pubblico.
Di Corinna Spirito, da ecodelcinema.com

Ci sono film che non riusciranno mai a fare tre strike e vincere la partita a mani basse.
Non perché il loro lancio sia necessariamente troppo fiacco o senza particolari qualità, ma perché la loro traiettoria è talmente lineare e prevedibile da non sorprendere mai.
È il caso, ad esempio, di Di nuovo in gioco, il cui titolo originale, con involontaria autoironia, è Trouble with the Curve, “il problema con la palla curva”.
Quello che ha diretto, esordiente, il Robert Lorenz che ha fatto da assistente alla regia a Clint Eastwood in più di venti lungometraggi, e che con lui ha spesso lavorato anche in veste di produttore, è uno di quei film dove, dal primo minuto, riesci subito a capire tutto: come andranno le cose, come le vicende raccontate si intrecceranno e dipaneranno, cosa sarà dei singoli personaggi.
Un film improntato ad un classicismo d’altri tempi, nel quale è costante la tensione tra un romanticismo asciutto nei confronti delle persone e dello sport e una tendenza zuccherosa e sdolcinata. Dove Clint Eastwood, che torna a recitare diretto da altri in omaggio all’amico e collaboratore, recita il solito ruolo del Clint ringhiante ma dal cuore d’oro, dove la retorica sportiva legata a quella metafora della storia  della cultura statunitense che è il baseball esplode nelle sue più canoniche e scontate declinazioni.
Sarebbe però troppo facile, e perfino sbagliato, stringere le mani attorno all’impugntura della mazza e colpire il film di Lorenz con energia, respingendolo in un umiliante fuoricampo.
Perché Di nuovo in gioco, nonostante alcuni aspetti decisamente respingenti (dagli incubi del protagonistaEastwood alla storia che vi si nasconde dietro) e altri assai poco riusciti (una superflua storyline romantica che coinvolge Amy Adams e Justin Timberlake) ha dalla sua alcuni elementi che, se non particolarmente interessanti, non si possono comunque definire poco validi.
Per quanto canonici e privi di particolari sorprese, infatti, sia il ritratto del personaggio di Eastwood che quello del rapporto fra il suo personaggio e quello della figlia interpretata da Adams sono tratteggiati con cura, e con un’efficacia capace di toccare corde emotive non superficiali.
E la complessiva onestà schietta, diretta e senza fronzoli della regia e della scrittura, che facilità la buona intesa tra i due attori, rende apprezzabili perfino tante ovvietà.
Che poi questa sorta di versione speculare di Moneyball che è Di nuovo in gioco racconti con credibilità gli eccessi miopi di coloro che, per puro tornaconto personale, decidono di rottamare l’esperienza nel nome di un rinnovamento che non vuol nemmeno sentir parlare di radici, appare perfino politicamente interessante, coi tempi che corrono in tutto il pianeta.
Perché il patrimonio culturale e di competenze di Eastwood, per quanto tarato da una incipiente e metaforica cecità che lo rende quasi inutilizzabile nel presente, è ancora capace di (far) cogliere sfumature che altrimenti sfuggirebbero. E, mediato con le esigenze e le modalità della contemporaneità, può e deve servire da co-fondazione per un rilancio propositivo verso il futuro.
Di Federico Gironi, da comingsoon.it

Il nuovo film con Clint Eastwood non è un film di Clint Eastwood, nonostante la cartellonistica e la pubblicità cerchino di andare a parare da quelle parti. Si tratta di un film di resistenza, cinema sportivo in cui i veri valori si contrappongono in maniera stanca ma strenua alle insidie della modernità (che tutto corrompe) e ridanno salute e felicità anche a chi li aveva abbandonati. Un padre vecchio scout di baseball e una figlia moderna avvocatessa, tutta carriera e vegetarianesimo (che l’essere vegetariani sia trattato come una degenerazione moderna del vivere frenetico ha del geniale), sono costretti a stare insieme per alcuni giorni dal peggiorare della vista di lui proprio quando c’è un talento importante da visionare. La figlia raggiunge il padre in missione per evitare che faccia disastri e perda il lavoro.
Benchè Clint faccia il Clint della situazione, il regista Robert Lorenz non ci pensa nemmeno e Di nuovo in gioco non vuole avere niente del cinema eastwoodiano: nè l’austera serietà, nè il rigore minimalista, nè il rifiuto dei ruoli canonici. Qui anzi tutto è canonico, la storia è una parabola di riconquista della “vecchia scuola”, e allora perchè non deve esserlo anche il modo in cui il film è girato?
Se si volesse trovare un’opposizione logica perfetta a questo film sarebbe L’arte di vincere che, (sempre usando il baseball come pretesto narrativo) racconta una vicenda diametralmente opposta, in cui il nuovo fatica ad affermarsi, bloccato dalla melma del vecchio dimostrando che non per forza ciò che è noto è migliore. Ma qui non siamo dalle parti di Sorkin, qui i vegetariani si convertono agli hot dog dopo due belle partite di baseball regionali e una di biliardo in un locale malfamato.
La pecca più grande del film è infatti la maniera spiccia e diretta con la quale parla solo al proprio uditorio senza curarsi di organizzare un racconto sottile che possa portare nelle sue corde anche il pubblico distante da quella visione di mondo.
La rude sbrigatività di Clint Eastwood ti convincerebbe di qualsiasi cosa ma Di nuovo in gioco sembra utilizzarla nella maniera più bidimensionale possibile (là dove una dimensione è la ruvidità e l’altra è la dolcezza che questa nasconde), una parete su cui far rimbalzare sia Amy Adams che Justin Timberlake fino a che i rimbalzi non li facciano incontrare.
Vi devo davvero dire se poi alla fine l’arrogante rookie che pare a tutti imbattibile tranne che al vecchio Clint (che non vedendo più lo capisce dal rumore della mazza sulla palla) sia davvero un campione o si riveli un bidone? Lo dice anche il titolo originale…
Di Gabriele Niola , da badtaste.it

Clint Eastwood torna sul grande schermo, non come regista, ma nelle vesti dell’attore, del burbero talent scout di giocatori di baseball in un’ America cinica ed estremamente tecnologica, un’America che si affida ad un pc e non all’istinto di una persona. 
Robert Lorenz, grande collaboratore e vecchia conoscenza di Clint, lo ha convinto a prendere parte alla messa in scena di una commedia dai toni romantici, con lo sfondo sportivo del baseball. Toccando dei temi cari al regista di grandi successi, come anche il recente J.Edgar, si affrontano l’invecchiamento, il rapporto padre figlia, un nuovo amore, la carriera e il passaggio di testimone dal vecchio al giovane. A traghettare il tutto ci pensa il personaggio di Eastwood, un uomo ormai anziano con i relativi problemi dell’età, burbero e brontolone dal cuore tenero, e nessuno ci riesce come lui, che si vede proiettato verso l’ultima sfida lavorativa. Mandato in avanscoperta per selezionare un giovane talento del baseball sul campo, si fronteggerà con un collega (Justin Timberlake), giovane e spigliato, e l’arrivo della figlia avvocatessa con la quale non ha un grande rapporto, a fare da angelo custode alla salute del padre. Gli attori sono tutti in parte, Amy Adams sempre più proiettata verso l’olimpo delle star, John Goodman bravissimo e funzionale al suo personaggio, che nel film è un vecchio amico e collaboratore di Clint, e Eastwood che è sempre Eastwood, con flashback presi direttamente da vecchie pellicole anni’70 e un sigaro in bocca a dipingere scene di amarcord cinefilo che ti strappano il cuore. La pellicola non sarà memorabile, non una di quelle che si ricordano riguardanti il mondo del baseball, basti pensare al recente successo di Moneyball, ma ha dalla sua un grande cast di attori, una sottile linea romantica, seppur scontata, e la smaniosa voglia del pubblico di rivedere uno dei colossi americani di nuovo davanti la macchina da presa, felici di poter dire che in qualsiasi veste è difficile che Clint Eastwood deluda. 
Di Sonia Serafini, da voto10.it

baseball è un oggetto misterioso per la maggior parte degli italiani. A meno che non si sia nativi di Nettuno, Parma e un altro paio di ridenti cittadine, difficile che qualcuno sappia cosa vuol dire rubare una base, o conosca la differenza tra ball e strike.
Sarà per questo che i film sullo sport del diamante non hanno mai avuto fortuna nelle nostre sale, ma chissà che l’imprimatur di Clint Eastwood non riesca per una volta a invertire questa tendenza.
Di nuovo in gioco è una classica commedia familiare che racconta dell’ultimo viaggio di un leggendario talent scout, accompagnato dalla figlia, avvocato di successo, che è in questo caso i suoi occhi e la sua croce.
Operetta convenzionale, in cui il baseball è tessuto connettivo e metafora della vita, il film passerebbe quasi inosservato se non fosse per il carisma dell’ottantaduenne Eastwood, tornato davanti la macchina da presa per fare una cortesia a Robert Lorenz, suo assistente da anni qui all’esordio. 
Al fianco del vecchio Clint se la cavano bene Amy Adams e Justin Timberlake, protagonisti della deriva romantica, mentre John Goodman ci regala un altro ruolo di spalla da incorniciare. Niente di eccezionale, un prodotto americano molto classico a cui manca una buona mano per renderlo migliore, ma comunque un gradevole intrattenimento. E non è poco.
Di Alessandro De Simone, da Cinematografo

Per il Clint Eastwood attore “Gran Torino” sarebbe stato un glorioso canto del cigno perché Walt Kowalski era il compendio artistico di un uomo che da più di mezzo secolo non smette mai di infiammarci. Dopo tutto, però, l’icona statunitense ha “solo” ottantadue anni e di sottrarsi dall’inquadratura della camera da presa non ne ha ancora voglia. Anzi, forse sta riflettendo sulla malinconica eventualità e lo fa direttamente all’interno della pellicola, che comincia soffermandosi sul suo protagonista: un anziano rugoso e rattrappito di nome Gus Lobel, talent scout di baseball con un’età scomoda per osservare i dettagli tecnici delle giovani promesse ed elaborarne a computer un profilo statistico.
La direzione degli Atlanta Braves vorrebbe pensionarlo dopo l’ultimo Draft MLB in North Carolina: l’unica persona che può aiutarlo è sua figlia Mickey (Amy Adams), brillante avvocatessa in carriera – cresciuta a pane e inning – con la quale Gus ha un rapporto tormentato. Da una parte un padre burbero e orgoglioso, dall’altra una figlia algida e infallibile; tra loro il baseball e un altro “scout” di nome Johnny Flanagan (Justin Timberlake).
Se non si capisce dove va a parare in queste poche righe, è garantito che un quarto d’ora di visione potrà fugare i possibili dubbi: “Di nuovo in gioco” (“Trouble with the Curve”, il più efficace titolo originale) è prevedibile, ricco di cliché, didascalico nel suo svolgimento. Il pilastro emotivo, cioè la relazione padre-figlia che impone a entrambi di riconsiderare le proprie priorità, offre interessanti spunti di riflessione ma è troppo convenzionale perché garantisca un vero coinvolgimento. All’interno della narrazione si inseriscono, sulla stessa scia del déjà-vu, l’onnipresente metafora del sogno americano e una superflua storia sentimentale. Più intrigante ma rimasto in superficie, il fenomeno culturale dei giovani che “rottamano” i vecchi e della digitalizzazione delle professioni; Gus svolge il suo lavoro all’antica e respinge qualsivoglia aiuto tecnologico, su cui invece impostano l’attività le nuove generazioni costruendo un vantaggio competitivo difficilmente colmabile.
Nonostante tali premesse, al film diretto da Robert Lorenz (noto produttore, assistente alla regia ne “I ponti di Madison County”) e sostenuto dal physique du rôle di Eastwood, non si può volere male. È un lavoro onesto, senza fronzoli, garbato nel raccontare una storia universale densa di calore; dove anche se sai cosa sta per succedere, lo aspetti con la curiosità di un bambino, riuscendo a tifare per il lieto fine perché è l’unica soluzione consentita.
Clint/Gus – il cui piglio ironico e scorza da vecchio guerriero trovano un punto di contatto con la vivacità del precedente Kowalski – è naturalmente la stella indiscussa: diverte, commuove, ringhia se serve. Quando ci sono in giro campioni puri come lui, anche se nell’autunno della vita, il freddo progresso può attendere: “no trouble”, siamo ancora in buone mani.
La frase:
“Non ho bisogno del tuo aiuto”.
D Nicola Di Francesco , da filmup.leonardo.it

Baseball e Atlanta Braves. Il mondo di Gus Lobel è stato sempre sotto il segno del diamante. A scrutare battitori e lanciatori. A scovare talenti, con occhi attenti, acuti, svegli. Quegli stessi occhi che adesso hanno deciso di tirargli un brutto scherzo: abbandonarlo. Dura da accettare per il talent scout più in gamba che gli States abbiano mai conosciuto. Una manna, per tutti gli agguerriti concorrenti, giovani rampanti con portatile e generatore automatico di statistiche in spalla. Pronti a scalzarlo. L’angelo del burbero Gus, però, è dietro l’angolo: sua figlia, Mickey. Non hanno mai avuto un gran rapporto, i due. Ma c’è una missione fondamentale da svolgere in Nord Carolina: scoprire se un giovanotto abbia le carte in regola per sfondare nel baseball. Papà, per quanto riluttante all’idea, ha bisogno della figliola…
Robert Lorenz si mette dietro alla macchina da presa. E il cavaliere pallido è pronto a tornare. Sì, a 82 anni suonati, Clint Eastwood decide di calcare ancora una volta il set, accompagnando l’uomo che gli è stato affianco dal 1994 come produttore. Di nuovo in gioco è una storia commovente che funziona bene perché sia Eastwood sia Amy Adams (Mickey) sono perfettamente in sintonia nella parte del padre e della figlia che si amano disperatamente, ma non hanno idea di come riuscire a dimostrarlo. È una pellicola sui rapporti. Usa la metafora del baseball e si dipana attraverso il carattere burbero e grintoso del protagonista che proprio non ne vuol sapere di piegarsi all’invecchiamento e mettere da parte il talento innato nel fiutare grandi campioni. Il problema principale è la mancanza assoluta di suspense. Certo, non nel senso del vediamo adesso cosa tira fuori dal cilindro il mago, quanto piuttosto nella manifesta prevedibilità di ogni singolo atto del lungometraggio.
I personaggi sono stereotipati, dal manager rampante e ipertecnologico ché per scoprire i talenti basta inserire nel software le informazioni giuste, al caro amico onnipresente nei momenti importanti, di quelli che bussano alla porta, trovano tutto per aria ma hanno lì la formula giusta per rimetterti in sesto l’esistenza, problemi passati, presenti e futuri. Poi, c’è spazio anche per il cinismo, l’eterna gratitudine e l’immarcescibile storia d’amore. Tra i protagonisti, oltre all’indiscutibileClint e alla simpatica e brava Amy Adams, in campo il belloccio Justin Timberlake e John Goodman, uno che sul diamante celluloideo ce lo ricordiamo per il detonante The Babe: La leggenda. Il primo è il gancio ideale per inserire la nota romantica e flirtare con Mickey. Il secondo ha faccione e rassicurante figura del fraterno amico salvifico di cui sopra. Non è un cattivo film, Di nuovo in gioco, ma sceglie strade comode, anche quando cerca la profondità della storia.
Di MARIA PIA DE RANGO, da film-review.it

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