CESARE DEVE MORIRE


Ci sono realtà molto differenti che ruotano attorno nella galassia del carcere, gli esempi di situazioni di degrado, violenza e miseria sono facilmente tema per articoli di cronaca, reportage sensazionalistici e diventano spesso tema adatto per una fiction legata all’attualità. Esistono però anche esempi di eccellenza, di progetti che offrono una nuova prospettiva a coloro che hanno sbagliato e ora sono costretti a vivere reclusi nell’espiazione della loro colpa.
L’aspra polemica sul valore redentorio del carcere è un tema su cui non è il caso di addentrarsi in profondità, oltre a richiedere ben altre competenze comporterebbe la disamina di troppe variabili provenienti da discipline come il diritto, la psicologia e la scienza del comportamento che trascendono il compito che si siamo affidati scrivendo queste righe. In estrema ratio, volendo semplificare il ragionamento, la pena non deve essere una semplice punizione, ma anche una forma di rieducazione. Il teatro, in questo caso, può essere uno dei modi in cui il carcerato può provare a scollegare il suo ego e lo può proiettare verso un “altro”, offrendogli una possibilità di redenzione attraverso l’atto (purtroppo effimero) della recitazione. Accade così che all’interno dell’ala di massima sicurezza del carcere romano di Rebibbia i provini per affidare le parti nella produzione del Giulio Cesare di Shakespeare si trasformini in un’appuntamento in cui i detenuti possono dimostrare di avere un fuoco nelle viscere che trasforma in veri attori.
I fratelli Taviani entrano con la cinepresa nel carcere di Rebibbia e “trasformano” i detenuti in soggetti cinematografici con un progetto che rievoca il neorealismo di Pier Paolo Pasolini. Gli attori, tutti con condanne che vanno da 15 anni a fine pena mai, trovano la loro libertà nelle ore dedicate alle prove, per poi scontrarsi con la realtà nel momento in cui il secondino richiude la cella alle loro spalle. “Da quando ho incontrato l’arte, questa cella è diventata una prigione” è la frase emblematica che viene ripetuta da uno dei protagonisti, parole pesantissime dette da chi forse non rivedrà mai la libertà, se non quella del teatro, anche a ben vedere sono parole dal retrogusto retorico che non aggiungono molto a quello che il film racconta in modo implicito.
Il film dei Taviani prende il via a sei mesi dalla rappresentazione del Giulio Cesare. Dal casting, alla selezione di Giulio Cesare, Bruto, Cassio e tutti gli altri figuranti, le prove in cella e quelle, sul palco sono i punti di passaggio attraverso cui lo spettatore cinematografico viene messo a confronto con l’opera di Shakesperare. Non vediamo la rappresentazione sul palco, ma percepiamo l’intera vicenda attraverso la frammentazione delle prove (in un densissimo e significativo bianco e nero) e solo pochissime sequenze sono concesse alla presentazione dei personaggi, quelli veri che ancora vivono a Rebibbia.
Non pochi hanno sollevato perplessità a proposito di questa scelta. Le storie dei detenuti sono volontariamente tenute al di fuori della scena, il teatro è il vero protagonista. Una scelta che può essere interpretata leggendo ciascun personaggio/ruolo in tre livelli. Il primo, paradossalmente quello più nascosto, è il “se stesso reale”. Il secondo è il ruolo per cui è stato scelto prima di salire sul palco mentre il terzo è quello di soggetto cinematografico, ma che a differenza dei primi due non può essere distinto tra realtà e finzione. Cosa viene raccontato dal film dei Taviani al di fuori delle parole di Shakespeare potrebbe essere tanto fiction quanto realtà, anche se questa sembra avere il sopravvento. Forse proprio in questo sottile e impercettibile confine tra reale e immaginato sta la vera forza di un film come Cesare deve morire.
Non si tratta certo della prima esperienza di cinema all’interno del carcere. Tralasciando volutamente la storia del documentario girato nelle case circondariali, il cinema ha visto di recente Tutta colpa di Giuda di Davide Ferrario, giocato sui toni della commedia musicale, mentre i fratelli Taviani virano tutto sulla tragedia, senza dimenticare l’esperienza milanese diBruno Bigoni con il suo Riccardo III.
Di Carlo Prevosti, da cineblog.it

Le ultime battute del Giulio Cesare di Shakespeare, rivisitato dai detenuti di Rebibbia con l’aiuto di Fabio Cavalli, attore e autore teatrale, direttore artistico del Centro Studi Enrico Maria Salerno, aprono la prima sequenza di Cesare deve morire, ultimo lavoro dei fratelli Paolo Taviani e Vittorio Taviani, presentato in concorso al 62esimo Festival di Berlino, cinque anni dopo la loro ultima partecipazione alla kermesse tedesca con La masseria delle allodole. Dopo l’applauso convinto e commosso del pubblico, i riflettori tornano a riaccendersi sui protagonisti della rappresentazione, facendo un passo indietro, e seguendo il loro progetto dagli inizi, a cominciare dal casting, per poi proseguire con le prove e i confronti tra attori e regista. Se l’ultimo lavoro dei Taviani aveva lasciato l’amaro in bocca, soprattutto per la sua impostazione fortemente televisiva, con Cesare deve morire il duo di autori toscani tenta, in maniera convincente, la strada delladocu-fiction, per raccontare la genesi di un progetto interessante come quello di dare la possibilità ai detenuti di avvicinarsi all’arte tramite il teatro, e al tempo stesso dare spazio anche alla personalità e al vissuto di ognuno di loro, in un sovrapporsi continuo di prosa ed esperienze di vita reale.
Per il loro precedente lavoro i Taviani avevano puntato sul naturalismo del colore per raccontare una vicenda storica, questa volta fanno ricorso al bianco e nero (tranne per le due sequenze che riguardano la rappresentazione vera e propria) che contribuisce a rendere più intense le performance dei detenuti chiamati ad interpretare la tragedia di Shakespeare. Se le brevi interpretazioni offerte durante il casting fanno sorridere e al contempo suscitano tenerezza, con gli attori invitati a presentarsi e comunicare i propri dati personali “interpretandoli” come se stessero vivendo due situazioni differenti – man mano che le prove proseguono ci si rende conto, con stupore, che l’inesperienza lascia spazio ad un’espressività più efficace, grazie anche al confronto tra i dodici interpreti e il loro insegnante, ma soprattutto grazie al confronto (non sempre facile) tra i detenuti stessi. L’opera di Shakespeare viene quindi plasmata e riadattata sulle personalità di chi la rievocherà sul palcoscenico di Rebibbia: i dialetti italiani si allacciano con garbo alle parole del Bardo per permettere agli attori di raccontarsi tramite l’espressione artistica, anche se per qualcuno questo significherà prendere coscienza della propria prigionia, come si vedrà alla fine.
Una scelta non casuale, quella di rappresentare Giulio Cesare, che vede quelli che fuori dalle mura del carcere erano stati “uomini d’onore”, confrontarsi con una storia capace di “liberare” il loro passato, almeno dal punto di vista emotivo. Durante le quattro faticose settimane di riprese, lo sguardo dei Taviani si sofferma sulle vicende dei detenuti – tra i quali spicca il bravo e carismaticoSalvatore Striano, che interpreta Bruto – e sugli ambienti in cui si svolgono le prove, dai corridoi al cortile del carcere, fino alle celle anguste dalle quali alcuni di loro probabilmente non usciranno mai. Oltre a Striano, che oggi ha scontato il suo debito con la giustizia ed è un attore a tutti gli effetti, l’opera dei Taviani (e quella di Shakespeare) offre spazio anche alla personalità e alla fisicità “regale” di Giovanni Arcuri, che interpreta Cesare così come quella di Francesco Carusone, che invece presta la sua gestualità buffa e tipicamente partenopea all’indovino che mette in guardia il condottiero dai nefasti eventi ai quali andrà incontro. 
Non mancano le sequenze suggestive, a questo ultimo lavoro dei registi de La notte di San Lorenzo, tra cui quella delle prove della “congiura”, che si svolgono in cortile, con gli altri detenuti di Rebibbia radunati alle finestre sovrastanti: le loro grida e i loro volti, fotografati in bianco e nero, rimandano quasi al cinema classico italiano, pur restando in un contesto più attuale come quello della docu-fiction.
Di Fabio Fusco, da movieplayer.it

Si trattava dell’Orestea di Eschilo (già tradotta da Pier Paolo Pasolini per Vittorio Gassman – XVI ciclo delle Rappresentazioni Classiche, 1960) e Antonio Capuano usava il testo classico per raccontare la tragedia, ascesa e soprattutto caduta, della famiglia dei Cammarano in epoca contemporanea. Un film dove Oreste parlava napoletano, Clitemnestra aveva il volto di Licia Maglietta, Agamennone quello di Toni Servillo ed Egisto quello di un immenso Antonino Iurio.
Riuscito o meno che fosse, il film era potente, duro come quasi tutto il cinema di Antonio Capuano. E Luna Rossa non faceva eccezione: deflagrava e turbava.
Questo Shakespeare dei fratelli Taviani ha la stessa forza deflagrante, al di là qualche limite, primo fra tutti quello di far rimpiangere la “cattiveria” di Capuano.
Fabio Cavalli, nobile regista teatrale che opera nelle carceri con uno spirito necessariamente missionario, allestisce un nuovo corso di teatro che deve portare all’allestimento del Giulio Cesare, opera shakespeariana datata 1599. Vediamo un folto gruppo di detenuti che più o meno timidamente partecipa alla presentazione dell’evento. Già lì, tutti ammassati che ascoltano Cavalli raccontare un’idea, fanno uno strano effetto, corpi sgraziati, segnati, duri, cupi, guardinghi, tutti attenti e quasi intimiditi. Si ha da subito l’impressione di guardare un’umanità altra, lontana.
Fanno seguito dei provini per la scelta degli interpreti principali: sequenza di volti che vuole essere – ed inizialmente ci riesce – forte come uno schiaffo che non ti aspetti, ma che per eccesso di lunghezza scivola un po’ nella noia. Il bianco e nero sgrana i volti segnati come carte geografiche di territori sconosciuti, le voci tuonano echeggiando nelle stanze di cemento.
 Subito dopo il gruppo è scelto, gli attori principali selezionati: Cesare, Bruto e Cassio sorridono timidi in camera, con la vergogna di un entusiasmo che faticano a mostrare.
Quasi come un monito ad affezionarsi ma non troppo, didascalie veloci ci raccontano, senza violarne troppo il privato, perché questi uomini sono lì e per quanto ancora dovranno starci. Cassio è un “fine pena mai”, per omicidio, evidentemente plurimo o con aggravanti. Informazione che si fatica a mettere da parte per tutto il film e che traspare con l’evidenza della colpa sul suo volto dolente, triste eppure intenso e brillante, di un’intelligenza talmente pura che in ogni singolo momento in cui calca la scena si soffre di una partecipazione e di un conflitto emotivo che, già di per sé, fanno di questo film un’esperienza interattiva rara.
Cassio, alias Cosimo Rega, e Bruto, alias Sasà Striano, sono l’anima e il corpo di questo film.
I fratelli Taviani non hanno dovuto fare molto, il più l’hanno fatto avendo l’idea. Il resto è un meccanismo innescato che ha dalla sua una potenza senza cedimenti: il braccio di Alta Sicurezza di Rebibbia, Shakespeare e i carcerati, i colpevoli, gli assassini, i traditori, gli uomini reietti e rifiutati che nessuno vuole vedere, che nessuno vuole amare o tantomeno capire. Una miscela fatale che può mettere alla prova qualsiasi resistenza, un incontro perfetto perché il Giulio Cesare è più di altre l’opera dell’amicizia tradita, del potere, della libertà, dei rapporti umani spezzati. Chi meglio di un uomo che si porta sulle spalle il tradimento, la vita interrotta, la libertà perduta, che ha nel proprio passato vissuto un potere che lo ha traviato e destinato a rendersi colpevole, può incontrare nella congiura delle idi di marzo il proprio testo d’elezione?
 I Taviani mettono in scena una catarsi e lo fanno nel modo cinematograficamente più classico: apertura e chiusura sulla stessa scena, uso didascalico ma funzionale del colore e di un bellissimo bianco e nero, che ci salva dal rischio neorealista televisivo delle riprese in interno carcerario, e ambientazione dell’opera nei luoghi del carcere. Non c’è confine né soluzione di continuità tra l’opera e la vita: si fondono, sono la stessa cosa e l’opera prende vita nei corridoi, nel cortile durante l’ora d’aria, nella cella mentre si guarda il soffitto, nella biblioteca del carcere o mentre si lava un pavimento.I carcerati parlano Shakespeare e Shakespeare parla per loro, tant’è che si sceglie di lasciarlo declamare nel dialetto di origine, in modo che ognuno possa farlo proprio e non sentirlo distante.
E qui s’insinua il vero limite del film, che pecca di retorica in due scelte stonate. La prima è quella di inserire il privato degli attori carcerati, scelta che allontana, distrae e non è necessaria: l’opera parla per loro molto più di quanto loro stessi riescano a fare. La seconda è quella di mettere in bocca a Cassio una frase dalla retorica a dir poco disturbante: “da quando ho conosciuto l’arte questa cella è diventata una prigione”. Eccesso di enfasi inutile per un film che nei suoi essenziali 76 minuti il concetto l’aveva espresso molto bene e in termini già ridondanti. La sottolineatura per lo spettatore che non se la merita davvero stona e infastidisce.
Un po’ di ruvidezza e di coraggiosa sgradevolezza sarebbe stata più apprezzata.
 Resta la potenza delle immagini, delle parole, dei volti e dei corpi. Resta la forza di un’idea nobile e non priva di coraggio. Resta un gran bel film, meritevole e nobile, ma certamente non il capolavoro strombazzato da una stampa faziosa con l’unico scopo di glorificare un intero cinema nazionale.
Di Margherita Chiti , da doppiozero.com

Un film nato da una folgorazione che trasforma due celebri fratelli cineasti ottuagenari, famosi e celebrati ma non certo innovativi stilisticamente, in due coraggiosi “giovani” sperimentatori di una fiction cinematografica che si fa contaminare pregevolmente dallo stile documentaristico, dalla rappresentazione teatrale, da un neorealismo d’altri tempi, reso sublime da un bianco e nero che esalta il grigiore delle mura disadorne del carcere di Rebibbia.
Pare infatti che i due cineasti, in seguito alla visione di una rappresentazione de La Tempesta di Shakespeare messa in scena da una compagnia di carcerati della nota prigione, abbiano avuto la felice intuizione da cui e’ nato questo notevole piccolo film, premiato a sorpresa e con unanime soddisfazione all’ultimo Festival di Berlino.
Spesso sono le folgorazioni che fanno cavalcare la via dell’ispirazione, e qui i Taviani hanno lavorato di fino su una sceneggiatura che alterna con la massima naturalezza la rappresentazione della tragedia del grande drammaturgo sulle trame che hanno portato all’uccisione di Giulio Cesare, a flash che mostrano piu’ che altro stati d’animo e sentimenti dei singoli carcerati scelti per interpretare l’opera. Bellissima e quasi geniale la scelta di presentarci i singoli protagonisti attraverso il provino con cui il regista della rappresentazione procede nella scelta del cast: ogni detenuto deve comunicare i propri dati anagrafici secondo due stati d’animo, uno nostalgico, proprio di una situazione di addio o di abbandono, l’altro in una situazione concitata e di rabbia. Ne esce uno dei momenti piu’ emozionati e intensi in cui molti dei candidati attori ci sorprendono per intensita’ espressiva e profondita’ dei loro volti, scavati e scolpiti dalle intense turbolenze che hanno caratterizzato le loro singole e spesso drammatiche esistenze. Uomini che non si celano davanti ad un comodo anonimato, ma si aprono al pubblico con un orgoglio e una tenacia che lasciano sorpresi e commossi al contempo.
La loro recitazione e’ eccezionale e tutt’altro che improvvisata o lasciata al caso, accompagnata da una bella ed efficace musica di sottofondo che rende magica anche l’atmosfera lugubre di quattro mura spoglie di duro cemento.
Di Alan Smithee, da cinerepublic.film.tv.it

Certo, abituati ai cattivi provini che si svolgono ovunque, per il piccolo e il grande schermo, trovarsi dinanzi a quelli di detenuti che, senza mai alzare lo sguardo in camera, si raccontano e vomitano tutta la loro interiorità e rabbia, destabilizza e fa star male, da subito, qualunque spettatore. Poi, ci si ricorda che dall’altra parte della macchina da presa ci sono due grandissimi uomini, eccellenti cineasti, Paolo e Vittorio Taviani, vincitori dell’Orso d’oro all’ultimo Festival di Berlino. 
 Il tutto si svolge nel teatro del carcere di Rebibbia. Ci si appresta alla rappresentazione del Giulio Cesare di Shakespeare, di cui vediamo subito l’esito con gli attori sul palco, commossi e felici, fra gli applausi del pubblico in sala. Tutto dura poco, perché le luci si abbassano sugli attori e questi tornano ad essere gli uomini di ogni giorno, scortati e rinchiusi, carcerati.
 Sei mesi prima il direttore del carcere e un regista teatrale illustrano ai detenuti il progetto del Giulio Cesare. E’ allora che cominciano i provini, poi l’incontro con il testo che, nonostante sia di un bel po’ di secoli prima, impressiona, perché il linguaggio di Shakespeare é universale, aiuta gli attori e gli spettatori ad immedesimarsi nei personaggi dell’opera: sembra di toccarli, incontrarli, comunicare con loro, fino ad inquietarsi finanche con gli stessi. Facile fare paragoni, abbastanza scontati. E la preparazione dello spettacolo si carica di speranze, ansie, incubi: chi è Giovanni che interpreta Cesare? Chi è Salvatore/Bruto? Perché sono stati condannati? E’ in essere che si crea, quindi, una sorta di verità/finzione, sogno/realtà, fra quello che appare, si vede e quello che ognuno degli attori, in realtà, vive, anche nella solitudine di due metri per due.
 Nel film anche l’elemento linguistico è fondamentale, si tratta di un crogiolo di dialetti, quelli del Nord, insieme a quelli del Sud, scanditi in un luogo-non luogo, in cui anche il colore quasi sbiadisce, vi é solo un iniziale accenno nel film, in realtà, tutto il racconto, poi, in flashback è in bianco e nero.
 Il film dei fratelli Taviani è bello, densissimo di emozioni. E’ un film in cui più che la ricerca della storia, vi è la descrizione di come può nascere ed essere messa in scena una storia. Il livello interpretativo dei diversi detenuti è altissimo, fatto di mimiche e sguardi, che neanche nei migliori studi o accademie è possibile imparare: son cose che o possiedi e vivi, altrimenti risultano pura finzione (come in molto cinema, italiano soprattutto).
 Paolo e Vittorio Taviani sono l’eredità di quel che resta di un cinema antico ma anche nuovo, in cui il sociale fa coppia con la poesia, il teatro, il dramma e il documentario si fondono. La gioia dell’arte si fa dolore, come afferma Cassio/Cosimo Rega: “Da quando ho conosciuto l’arte ‘sta cella è diventata una prigione”. Questa volta con lo sguardo in camera. E non c’è nulla che trattenga l’emozione.
Di giancarlo visitilli, da cinerepublic.film.tv.it

“Da quando ho conosciuto l’arte questa cella è diventata una prigione”, dice molto eloquentemente il capocomico Cosimo Rega dopo un’applaudita rappresentazione del “Giulio Cesare” di Shakespeare alla fine del nuovo film di Paolo e Vittorio Taviani, che racconta la genesi di questo spettacolo, messo in scena dai detenuti della sezione alta sicurezza del carcere romano di Rebibbia, sapientemente diretti da Fabio Cavalli.
Chi ha avuto la possibilità (e la fortuna) di partecipare o assistere ad uno spettacolo teatrale in carcere sa che si tratta di un’esperienza speciale, che sarebbe ingeneroso liquidare sbrigativamente inserendola nell’ambito della filodrammatica. In Italia da anni è presente una forte tradizione in tal senso, della quale fanno parte anche realtà eccellenti come la “Compagnia della Fortezza” fondata da Armando Punzo nel carcere di Volterra che con spettacoli come il memorabile “Marat/Sade” e il più recente “Hamlice” è arrivata pure a vincere il premio Ubu, massimo riconoscimento teatrale italiano.
Molti documentari e qualche film (si pensi al riuscito “Tutta colpa di Giuda” di Davide Ferrario) hanno raccontato questa realtà e a loro adesso va a fare compagnia il fortunato ritorno al cinema dei Taviani, uscito nelle sale (distribuisce la Sacher di Nanni Moretti) dopo essere tornato da Berlino nientemeno che con un Orso d’Oro, il primo attribuito ad un film italiano da vent’anni (l’ultimo trionfatore nostrano era stato il sempre troppo dimenticato Marco Ferreri con “La casa del sorriso”).
I fratelli sanminiatesi (classe 1929 Paolo e classe 1931 Vittorio) hanno conosciuto da spettatori il lavoro di Cavalli con gli attori detenuti e, accantonate le trasposizioni letterarie che avevano caratterizzato la loro produzione cinematografica o televisiva degli ultimi anni (e che in genere non vengono annoverate fra le loro opere migliori), si sono cimentati in questo ibrido fra documentario e fiction, che qualcuno ha accostato a “Padre Padrone”, il film col quale vincendo Cannes nel 1977 ottennero una meritata notorietà internazionale (vittorie nei grandi festival a parte, i due film in effetti sono abbastanza diversi).
In verità molti dei 76 minuti del film (decisamente più breve della media) più che raccontare il lavoro di una compagnia di teatro all’interno di un carcere nei sei mesi di prove per lo spettacolo, ci mostrano i passaggi più importanti del loro “Giulio Cesare”. In attesa che il palco sia pronto, gli interpreti provano nel cortile della mezzora d’aria, in biblioteca, nei corridoi. Gli altri detenuti, ma anche le guardie carcerarie, osservano, partecipando, con entusiasmo o distacco, alla tragedia che a poco a poco prende forma. Gli attori probabilmente non reggono il confronto coi componenti della Royal Shakespeare Company ma sono dotati di una certa efficacia, soprattutto perché Cavalli li guida con intelligenza, scegliendo di farli recitare nel loro dialetto, in modo che “Cesare non deve morire” diventi anche un notevole mosaico di suoni. Le scene delle prove, girate in bianco e nero, sono più interessanti di quelle a colori dello spettacolo finito, concentrate all’inizio e alla fine.
I detenuti nel lavorare al testo vengono anche incoraggiati a trovare dei punti di contatto con la tragedia da mettere in scena e, data l’universalità dei testi shakespeariani, non è una cosa troppo difficile. In fin dei conti il “Giulio Cesare” tratta di omicidio, tradimento, ambizione, vendetta, lealtà…tematiche che parlano ai carcerati come a qualunque altra persona. E infatti i risultati si vedono: il già citato Rega è un Cassio di tutto rispetto, Giovanni Arcuri (che ha anche raccontato la sua esperienza dietro le sbarre in un libro) un convincente Cesare e l’attore di “Gomorra” Salvatore Striano (attore-detenuto che ha continuato a recitare anche dopo avere finito di scontare la sua pena nel 2006, a ribadire che questo genere di esperienze possono effettivamente contribuire al recupero delle persone) rende bene i turbamenti di Bruto. Molto efficace è anche il Marcantonio di Antonio Frasca che fa della sua scena madre, l’orazione funebre a Cesare, uno dei momenti chiave del film con la reiterazione della battuta “e Bruto è un uomo d’onore”, che in questo contesto assume un significato particolare.
Trattandosi di un cast al maschile (come d’altronde erano quelli con cui aveva a che fare il Bardo) mancano i personaggi di Calpurnia e Portia, ma del resto quello che vediamo nel film è giusto un assaggio del “Giulio Cesare”, come lo era il “Riccardo III” nel “Looking for Richard” di e con Al Pacino. 
I Taviani oltre che riprendere i provini, le prove e lo spettacolo, cercano di raccontarci anche le lunghe ore affrontate dai detenuti in cella, tra sconforto, nostalgia dei familiari e litigi coi compagni. A volte questi passaggi sanno di artefatto (vizio che ha un po’ sempre accompagnato il cinema dei due registi) ma non compromettono più di tanto il risultato del film, capace di raccontare un aspetto della vita in carcere che ancora troppi non conoscono. 
Di Mirko Salvini , da ondacinema.it

L’ambiente carcerario è asfissiante, non c’è spazio per i sentimenti; solo la vendetta può vincere sul più sofferente. Cesare, Cassio, Bruto, Marc’Antonio, Decio, Casca, Metello, Lucio, Trebonio, Cinna, Indovino, Stratone, Ottavio; sono tutti lì, pronti a rivivere le loro tragedie, espresse con grande carattere nell’arte suprema del teatro, e sublimate in quella potente del cinema. I fratelli Paolo e Vittorio Taviani, con grande coraggio, mettono in scena il dramma di William Shakespeare, il film di una messa in scena che è sia meta-teatrale che meta-cinematografica, e lo spettacolo nello spettacolo, a significare che solo attraverso l’arte si può arrivare alla salvezza come scappatoia dal dolore. Tratto da una storia vera, “Cesare deve morire” è cinema puro dentro i meccanismi claustrofobici del carcere e del teatro stesso, quel teatro in scatola di ascendenza grotowskiana.
L’abbacinante e satura fotografia in bianco e nero di Simone Zampagni, uno dei punti di forza del film, riporta alla mente il film di Wim Wenders “Lo stato delle cose”. Mentre in Wenders si annunciava una sorta di morte del cinema, nel nuovo film dei Taviani, premiato al Festival di Berlino 2012 con l’Orso d’Oro, al teatro così come al cinema stesso viene dato nuovo vigore, per un saldo messaggio di salvezza. La grande forza espressiva è indulgente nei riguardi delle gesta raccolte attorno al teatro dei diseredati. Coloro che niente possiedono ma che tutto hanno da dare, col corpo, col cuore e con l’animo: “Da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è diventata una prigione”, recita in particolare Cassio in scena, una volta tornato nella sua, di prigione. La scoperta della bellezza, semplicemente celata fra le pagine di un testo scritto e nella possibilità di espressione attraverso la palpitazione della recitazione, appare come unica soluzione ai conflitti interiori ed interni al luogo di reclusione. Si percepisce una tensione che sibila come un tornado nell’aria, nel corso delle prove. Lo spettacolo viene acclamato dal pubblico: applaudono tutti, e tutti si alzano in piedi. Accade quasi lo stesso nella sala cinematografica. A tratti si ha quasi l’impressione di trovarsi in un carcere piuttosto che nella sala di un cinema. Un cortile, dei cunicoli, il corridoio della paura.
Come dimenticare però, nella crescita degli affetti passeggeri e interni allo spettacolo, il dramma delle famiglie che per colpa di questi detenuti hanno perso i loro cari? Allora il film dei Taviani tocca corde e vette più alte di quel che istantaneamente dia ad immaginare, ponendosi dal punto di vista di chi soffre perché ancora in vita si trova ad espiare delle colpe maturate in conseguenza a decisioni istintive e barbare, che il più delle volte pregiudicano una vita intera in poco più di una frazione di secondo. Forse siamo in presenza di una nuova forma di cinema o più semplicemente di una nuova frontiera persino per il teatro, attraverso l’uso leggero ed economico del digitale, usato per la prima volta dai registi toscani, classe 1929 (Vittorio) e 1931 (Paolo). “Cesare deve morire” ha pietà delle prime vittime nonché carnefici della società, dimostrando una volta di più che il cinema, così come le loro vecchie favole (vedi “La notte di San Lorenzo”, 1982) debbano solo incantare per poter suggellare definitivamente il segno della verità dentro l’artificio.
Di Federico Mattioni, da filmedvd.dvd.it

Qualche anno fa ci aveva pensato Al Pacino a esplorare il teatro elisabettiano e i suoi risvolti contemporanei in “RICCARDO III”, uno dei film più interessanti ispirati agli scritti del Bardo. Adesso i FRATELLI TAVIANI alzano la posta in gioco e ci buttano dentro anche temi sociali ed “evasioni artistiche”. Assistere alla celebrazione dell’immenso potere di Shakespeare vale sempre una standing ovation. Considerato che qui a trattare il bardo ci sono un gruppo di detenuti di Rebibbia pronti a vivere ed evadere con il cuore dalle loro celle e affidarsi all’arte, allora parliamo di applausi a scena aperta. 
I registi filmano le persone e i luoghi veri, filtrando il tutto attraverso un bianco e nero introspettivo e realizzando l’incontro perfetto tra teatro shakespeariano e cinema sociale. Bastano una manciata di scene per immergere lo spettatore nell’atmosfera, facendogli dimenticare l’impronta docu-fiction del progetto. L’inizio è ipnotico: i detenuti alle prese con i provini per ottenere i ruoli nell’adattamento. D’un tratto le mura delle celle, i lunghi corridoi e le zone d’aria del carcere diventano un tutt’uno con le sale del potere dell’Antica Roma. La forza visiva trasuda dallo schermo per settantasei minuti di grande cinema.
I veri colpi di genio di “CESARE DEVE MORIRE” sono rappresentati dalle sequenze in cui i detenuti si lasciano prendere dai pentametri giambici per scatenarli improvvisamente in forti emozioni fuori dal dramma. Momenti in cui la transizione da recitazione a realismo viene eseguita con la massima naturalezza. Il testo shakespeariano prende vita anche lontano dai riflettori e, a quel punto, le emozioni vengono duplicate. Non manca comunque qualche scivolata: si poteva forse tagliare il finale ridondante e la battuta “da quanto conosco l’arte, questa cella è diventata una prigione”, pronunciata da uno dei protagonisti. 
Eppure il bardo arriva più in forma che mai a riprendersi il primato nell’era in cui stanche parodie delle sue storie vengono messe in scena in chiave emo. Il suo linguaggio torna a dominare e primeggiare e il merito è tanto dei Taviani quanto del regista Fabio Cavalli che dirige i detenuti in scena davanti alla macchina da presa dei fratelli campioni a Berlino con l’Orso d’Oro.
Di  Pierpaolo Festa , da film.it/film

Il cinema anti-convenzionale – Ci vogliono due Maestri per decostruire un Maestro. Paolo e Vittorio Taviani lo sono,William Shakespeare anche. E se il trait d’union tra loro è il coraggio, il risultato deve essere per forza fulminante. Non fa certo eccezione questo intenso Cesare deve morire, film che ha dato all’Italia l’Orso d’Oro della Berlinale dopo ben 21 anni di vuoto, e che ha dato al Belpaese, soprattutto, un forte segnale: il buon cinema può essere anti-convenzionale, impegnato, controcorrente. Curioso ma significativo che una lezione del genere venga da due veterani del nostro cinema, e non da uno dei molti giovani talentuosi a cui ci si affida per la rinascita della settima arte nostrana.
Apologia dell’arte – Dopo La masseria delle allodole, i fratelli Taviani adottano la forma della docu-fiction per raccontare l’allestimento del Giulio Cesare di Shakespeare nel carcere di Rebibbia. Grandi protagonisti della messinscena (e, quindi, del film) sono i carcerati, attori non professionisti ma uomini con un passato e una storia da raccontare. I registi ci rendono spettatori privilegiati, cui viene concesso il privilegio di vedere in fieri come le dinamiche esistenziali dell’opera del Bardo si riverberino anche nella dura vita di Rebibbia. Quasi come in un gioco decadente dove “la vita imita l’arte”, ogni carcerato riflette con il proprio dialetto (e il proprio vissuto personale) le parole del capolavoro teatrale, conferendo al nudo testo una carica emotiva profonda. Catapultandoci in un mondo in cui la realtà è in bianco e nero e la finzione a colori, i fratelli Taviani creano un’apologia dell’arte come catarsi degli uomini – gli uomini tutti, dal primo degli innocenti all’ultimo degli ergastolani. Un senso tutt’altro che buonista o retorico, racchiuso dalla frase che uno dei protagonisti del film pronuncia a viso aperto davanti la telecamera: “Da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è diventata una prigione”.
Di Roberto Del Bove, da newnotizie.it

Epilogo della battaglia di Filippi: Bruto, sconfitto da Ottaviano, implora i suoi generali di porre fine alla sua vita. Buio. Subito dopo si accendono le luci e ci accorgiamo di assistere a uno spettacolo teatrale nel carcere di Rebibbia.
In questo documentario i fratelli Taviani portano le macchine da presa all’interno del più famoso istituto correttivo romano, e registra la realtà del teatro in carcere. Anche se la struttura di pena è sempre presente nello sfondo, il rapporto fra arte e cattività è accennato sempre e soltanto come sottinteso, sono davvero rari i momenti in cui si crea un corto circuito autentico tra le due realtà.
Curiosamente, questi sono anche i momenti meno convincenti della pellicola. Per fortuna sono istanti davvero sporadici che scompaiono di fronte a un prodotto solido, dalla fotografia tagliente e da una regia straordinariamente asciutta. Il bianco e nero è funzionale a questo distacco che impedisce scadimenti nel patetismo e nel compiacimento. Il punto più importante è la determinazione in cui i vari attori portano avanti il proprio progetto teatrale dimenticando tutto il resto, anche le piccole ripicche personali e a volte persino le alte mura che incombono costantemente nel loro panorama visivo.
Quello che è certo è che ci troviamo di fronte ad attori che sono impegnati in progetti di teatro in carcere da diversi anni: la loro tecnica è evidentemente solida, al punto che spesso sono più naturali durante le prove e leggermente più artificiali quando interpretano se stessi davanti alla macchina da presa.
Il film è stato presentato in concorso al 62 Festival di Berlino nel 2012 ed è stato accolto molto favorevolmente dalla stampa. Di certo il messaggio di libertà del Giulio Cesare di Shakespeare qui acquista una valenza molto particolare all’interno di una struttura correttiva e di volta in volta si può notare la stratificazione di vari livelli di significato: libertà individuale, collettiva e, data l’omogeneità anagrafica dei detenuti, di un’intera generazione
La frase:
“Invece di fare il carcere seriamente, questo si è messo a fare lo scemo”.
Di Mauro Corso, da filmup.leonardo.it

Cesare deve morire è il nuovo film diretto dai fratelli Taviani, Paolo e Vittorio, tanto menzionato su tutti i media grazie al meritato Orso d’Oro ricevuto alla 62° Berlinale: tra sguardi e grida, i detenuti del carcere di Rebibbia reinterpretano il Giulio Cesare di William Shakespare, ripercorrendone le scene tra le mura del carcere, luogo-non luogo senza tempo; ogni attore scandisce sensorialmente la pellicola con fervore e asciutta interpretazione dialettale, così come l’uso del colore è solo un iniziale accenno: in realtà, ciò che ha diritto a narrare questa vicenda è un bianco e nero che prevale su tutta la narrazione in flashback.
Il fascino di questo film è non avere pretese nei confronti del pubblico, per vivere e sussistere della densità dei propri attori, delle battute, delle mura del carcere, dei silenzi; ciò che trascina lo spettatore sin dai primi minuti di proiezione non è la ricerca di una storia o la voglia di conoscere cosa ci sia dietro ai personaggi, la bramosia del ficcanasare nella vita altrui.
Bello e consistente, Cesare deve morire è la storia della messinscena -ma soprattutto è la preparazione alla messinscena- di un gruppo di attori detenuti in un carcere, che provano in giro per i vari bracci del penitenziario perché il nuovo teatro non è ancora pronto; l’elemento connotativo della pellicola è senza dubbio l’alto livello interpretativo dei diversi detenuti, che dimostrano le rispettive doti recitative fin dai provini all’inizio del film. Non una sbavatura, non un solo gesto o sguardo fuori luogo.
Per lo spettatore che intende andare al cinema e godere appieno di questo titolo, l’idea di poter assistere a qualcosa di valoroso, antico ma anche nuovo, in cui cinema sociale, teatro e docu-dramma si fondono assieme, è di certo un ottimo punto di partenza per poter apprezzare appieno questo in cui l’arte dell’attore soffre delle sbarre del carcere proprio dal momento in cui conosce la recitazione.
Note di produzione: Nei mesi precedenti alla realizzazione della pellicola, Paolo e Vittorio Taviani hanno raccontato di essersi recati spesso al carcere di Rebibbia e, in una delle occasioni, di aver trovato in una cella 6-7 detenuti intenti a studiare la sceneggiatura del film consegnata agli attori scritturati, al fine di tradurne le diverse parti nei vari dialetti di origine dei detenuti. La scena influenzò il duo di registi a tal punto da decidere di mantenere le modifiche apportate dai detenuti, visto che la deformazione dialettale non immiresiva il tono alto delle tragedie, anzi regalava loro una verità nuova.
Di Felice Catozzi, da ilcinemaniaco.com

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