BELLA ADDORMENTATA


Marco Bellocchio ci porta in trincea all’inizio del 2009, immortalando un paese senza identità. La terra in cui chi sta al governo tende a schivare ogni forma di dialogo con il popolo che serve, rintanandosi al sicuro nei luoghi del potere. Quei giorni di febbraio che sono una pagina di storia italiana: una pagina importante secondo molti, una pagina vergognosa secondo altri, o forse una doppia identità che può estendersi in entrambe le direzioni. Il caso di Eluana Englaro rimane sullo sfondo, così come i commenti senza pudore dei politici e dell’allora leader del governo e le proteste di coloro che si opposero all’eutanasia. 
La macchina da presa vola oltre la dimensione televisiva e mediatica che ci ha bombardato di news, quel che fa invece è amplificare la conoscenza di quei giorni affondando sugli spaccati di protagonisti davanti a un bivio. Personaggi che hanno avuto la loro dose di dolore nella vita e che si interrogano su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. 
Gli occhi di Toni Servillo, spenti dal dolore per gran parte del film, ritrovano la luce nel bellissimo momento del suo monologo. Se l’attore supera se stesso ancora una volta – senza mai strafare – gli altri membri del cast provano a tenergli testa affrontando la “recitazione alla Bellocchio” – fatta di silenzi, sussurri e improvvise accelerazioni di intensità che includono a volte anche la disperazione. Isabelle Huppert cerca di dominare la scena, ma questa volta la corona le viene soffiata dalle ottime prove di Maya Sansa e Alba Rohrwacher.
Eutanasia sì o no? Una domanda riduttiva secondo il maestro Bellocchio, a cui non interessa dare una risposta secca sull’argomento. Quel che invece fa è espandere la logica, ribaltandola più volte seguendo i vari punti di vista di questo dramma corale che cattura il crepuscolo del nostro Paese. La nota di speranza con cui Bellocchio si congeda rende Bella addormentata uno dei suoi film più accessibili.  
Di Pierpaolo Festa, da film.it

Come molti già sanno, il film – presentato alla 69ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – gira intorno alla vicenda di Eluana Englaro (di cui, tra l’altro, il nostro Ceccarini aveva parlato qualche tempo fa). Si tratta infatti di una serie di storie separate tra loro che si svolgono nel febbraio 2009, contemporaneamente agli ultimi giorni di vita di Eluana (che morì il 9 febbraio).
La Englaro è protagonista assente di tutto il film. Non compare mai e non è praticamente mai citata dai personaggi della vicenda, ma resta sullo sfondo a fare da collante a tutti i diversi racconti, come se la sua storia, di dominio pubblico, servisse da termometro di giudizio dei vari drammi personali. Un ruolo chiave, in questo senso, giocano i giornali, sempre molto presenti sulla scena e, significativamente, sempre diversi: in treno la signora legge Repubblica, il signore davanti a Servillo Il Giornale, sul bancone dell’albergo c’è La Stampa, anche Il Giorno inquadrato almeno un paio di volte (del foglio si leggono sempre solo le prime due lettere). Come a voler sottolineare la portata universale del tema e, al contempo, la pluralità delle opinioni in merito e l’infinità di sfumature possibili. La presenza dei telegiornali e le dirette dalle Camere di SkyTG24, invece, servono a scandire il tempo (oltre che testimoniare storicamente le posizioni dei protagonisti politici di quei giorni: Berlusconi, Giorgio Napolitano, Emma Bonino, la sfuriata di Quagliariello).
In rapporto al fatto in sé (il caso Englaro), Bellocchio ci propone quindi due dimensioni di approccio: l’una privata – privatissima nel caso dell’episodio di Servillo – e l’altra pubblica; lo scarto tra le due (che necessariamente finiscono per influenzarsi reciprocamente) è la vita reale, la possibilità di scelta e le ragioni profonde dei diversi aut-aut personali.
È vero che Bellocchio non si schiera in modo deciso e univoco nei confronti del tema (come ci teneva molto a sottolineare la signora seduta dietro di me), ma è ancor più vero che questa scelta non è unaforma di neutralità quanto, piuttosto, la conseguenza di una profonda, chiara e sentita posizione sulla faccenda da parte del regista. La frase con cui leggere tutto il film, in questo senso, credo sia quella di Maria – la figlia ipercattolica di Servillo – quando, verso la fine, afferma che «l’amore fa vedere le cose in modo diverso»; se ripercorriamo a ritroso tutto il film alla luce di questo elemento, troviamo che il regista si schiera dalla parte dell’amore e accetta situazioni apparentemente contraddittorie tra loro alla luce del modo in cui sono prese le decisioni, in base al grado di amore con cui sono compiuti gli atti.
L’amore porta ad uccidere in certe occasioni («aiutami, ti prego, non ce la faccio più», dice la moglie al marito), altre volte a cercare di salvare il salvabile (come nel caso della tossica disperata che il medico cerca di far tornare a vivere), altre volte, ancora, porta vicinissimo a reazioni apparentemente assurde (è il caso della madre di Rosa). Tutte scelte meritevoli di rispetto, di eguale considerazione (Tognazzi ferma il figlio, perché il suo non è un atto d’amore).
Ecco perché Bellocchio, non sbilanciato sull’aspetto strettamente etico-tecnico della questione, sembra invece ammiccare, dal punto di vista politico-legislativo, ad uno Stato che permetta la scelta, che permetta di mettere in pratica questo amore liberamente. Più duro, con la dottrina cattolica, quando questa assume un atteggiamento invasivo nei confronti delle scelte altrui («mia figlia non rispetta la mia libertà di coscienza»), ma estremamente  compassionevole quando si limita ad esprimere positivamente il profondo senso del sentimento puro.
Film ben confezionato anche dal punto di vista tecnico (ma non è una novità, visto il soggetto che ne firma la regia), con buone interpretazioni e alcune scene assolutamente degne di nota, come il monologo in cui Servillo che prova il suo discorso di dimissioni, ma anche il dialogo nel bagno turco. Il figlio di Bellocchio non è nulla di che (ma non mi pare neanche un cane assoluto come ne avevo sentito dire). Maya Sansa è la dea della bellezza.
Di Giancarlo Mazzetti, da potatopiebadbusiness.com

L’aspettavano tutti la proiezione di Bella addormentata di Marco Bellocchio, alla Mostra del cinema di Venezia come alla contemporanea anteprima milanese. Domani anche il pubblico troverà in sala il film sugli ultimi giorni di vita di Eluana Englaro, la ragazza in stato vegetativo da 17 anni morta in una clinica di Udine il 9 febbraio del 2009. La sua vicenda, in realtà, è solo lo spunto da cui prende il via la storia, che vede intrecciarsi le vite dei protagonisti.
TRAMA. Uliano Beffardi (il sempre eccelso Toni Servillo) è un senatore di Forza Italia, vedovo e padre di Maria (Alba Rohrwacher), attivista del Movimento per la vita. I loro rapporti sono freddi da quando la madre di Maria li ha lasciati in seguito a una malattia terribile e il caso di Eluana sembra allontanarli ancora di più. Uliano infatti, non vuole votare il decreto d’emergenza che impedirebbe a Beppino Englaro di staccare le macchine che tengono artificialmente in vita la figlia, in evidente contrasto con il suo partito e con sua figlia. Maria, invece, è a Udine per pregare davanti alla clinica La Quiete dove è appena stata trasferita Eluana per i suoi ultimi giorni di vita. Dall’altra parte della strada, ci sono gli oppositori. I sostenitori dello stato laico e della libertà della persona di mettere fine alla propria esistenza quando questa perde di senso. Tra di loro c’è Roberto (Michele Riondino) che, nonostante le idee diverse, inizia una relazione con Maria. La seconda storia narra di Divina Madre (Isabelle Huppert), attrice di teatro francese che ha abbandonato la sua professione e la sua famiglia per dedicarsi completamente a sua figlia Rosa, bellissima ragazza in stato vegetativo. Gli ultimi due protagonisti sono Rossa (Maya Sansa) e Pallido (Pier Giorgio Bellocchio). Lei è una tossica con manie suicide, lui un medico dal passato oscuro che vuole impedirle a tutti i costi di farla finita.
QUESTA NON E’ VITA. Marco Bellocchio ha dichiarato di aver fatto un film che dà spazio a tutte le posizioni, anche quelle totalmente diverse dalle sue, espresse dal mondo cattolico. La pellicola, però, fa emergere limpidamente il giudizio sulla questione del regista, secondo cui la vita è meravigliosa e deve essere vissuta, ma solo finché c’è la possibilità di farlo “degnamente”. Per il regista, Rossa ha tutte le possibilità per non lasciare che la morte prenda il sopravvento, Rosa ed Eluana no, sono corpi inermi che non hanno più alcun motivo per rimanere al mondo. Divina Madre veglia sulla figlia e si dispera sotto gli sguardi di un figlio e di un marito che da tempo hanno dato addio a quella bellissima ragazza adagiata in un letto con lo sguardo fisso nel vuoto, mentre le cameriere compiono gesti quotidiani privi di qualsiasi speranza. Nessuno sembra comprendere il dolore di una madre che continua, incessantemente, a sognare il risveglio di sua figlia, mentre il resto del mondo le chiede di staccare la spina, per liberarsi dell’”impedimento” e tornare a calcare il palcoscenico. Rossa, invece, ha ancora un corpo e una mente che funzionano, quindi lei ha diritto a un’altra possibilità, a non sprecare una vita che scalcia per essere vissuta. Per Bellocchio le due donne sono agli antipodi, l’una rappresenta la dignità dell’esistenza, l’altra l’accanimento testardo di una madre inconsolabile che, accecata dall’amore, insiste egoisticamente con le cure.
Di Paola D’Antuono, da tempi.it

Altro superbo viaggio sulla perdita di controllo, sulla parola come disperato tentativo di contatto e non un film su Eluana Englaro. Il cinema del regista piacentino inghiotte e trascina via con sé in un flusso ininterrotto di coscienza, con un impeto prima trattenuto e poi esplosivo, con un Paese filmato come se stesse sott’acqua, dentro in un acquario, dove più della voce si sente soltanto un sordo eco. Come un altrosalto nel vuoto 
No, non è un film su Eluana Englaro così come Buongiorno, notte non era un film su Aldo Moro. E’ piuttosto un altro salto nel vuoto, un altro immenso, incontrollabile viaggio nel cinema di Bellocchio sulla perdita di controllo, sul gesto, su più frammenti di follia che prendono forma e che spesso restano chiusi dentro le quattro mura, dove tutto si amplifica, dove ogni voce può alzarsi d’improvviso, restare sussurrata in un corridoio d’ospedale, diventare inquietante ripetizione (“Eluana, svegliati!” oppure “Più forte” grida Isabelle Huppert la sua nervosissima preghiera facendo avanti e indietro) o mettere in moto uno scatto, un impulso di rabbia (il bicchiere in faccia all’autogrill). Dalle sbarre con Ida Dalser sullo sfondo della neve di Vincere alla nebbia iniziale di Bella addormentata, con un impeto prima trattenuto poi esploso, che esce dallo sfondo e che poi buca lo schermo, evidente anche nell’immagine del gruppo di senatori con la luce addosso di un filmato proiettato, forse tra Dillinger di Ferreri e The Aviator di Scorsese, squarcio però poi prepotentemente reimpossessato da uno sguardo oggi unico non solo nel cinema italiano ma internazionale.   
La vicenda di Eluana Englaro è lo sfondo. Si sente parlare di lei in continuazione, sui titoli dei giornali, nei notiziari in tv che si trasformano in un’informe e monotona altra voce che però, proprio nella sua insistita ripetitività, diventa ulteriore momento di oppressione. Proprio da qui s’incrociano quattro vicende, parallele nella loro chiusura in un dolore privato e intimo proprio al contrario di quella di Eluana che invece è sulla bocca di tutti. Un senatore (Toni Servillo) non sa se seguire le direttive del suo partito che vuole votare una legge che va contro la sua coscienza mentre la figlia Maria (Alba Rohwacher) va davanti la clinica dove è ricoverata Eluana essendo un’attivista del movimento della vita. Sul fronte laico ci sono invece Roberto (Michele Riondino) con il fratello. Una grande attrice (Isabelle Huppert) ha rinunciato alla sua carriera in attesa del risveglio della figlia, da anni in coma irreversibile. Rossa (Maya Sansa) è invece una tossicodipendente che vuoler morire ma un medico, Pallido (Pier Giorgio Bellocchio) non si muove più  dalla sua stanza per evitare che si suicidi.
Più storie ma anche più flussi di coscienza. Tra la vita e la morte, tutto sotto il segno di una parziale immobilità. Dei personaggi, ma anche stavolta come in Buongiorno, notte un Paese che sembra stare sott’acqua, come in un acquario, come gli ippopotami che si vedono in tv o i senatori nella sauna proprio come gli zombie di un film di Romero. Dove il lavoro incredibilmente potente è proprio quello di filmare tutte le parole che si disperdono ed evaporano nell’aria e invece quelle che cercano di arrivare al cuore di chi si ama, da quelle dell’attrice verso la figlia, da quelle della moglie in coma del senatore che gli chiede “Aiutami!” o dalla ricerca di una certezza dopo uno slancio passionale improvviso da parte della figlia. Bella addormentata è orientato proprio nel continuo e insopprimibile tentativo di rompere continuamente gli argini, di sfondare le mura, che nella propria mente può essere lo stesso sentimento distruttivo del caos come quello generato con il Vittoriano a pezzi in L’ora di religione. Tutto nella disperata ricerca di un contatto, come il figlio dell’attrice che recita davanti a lei il Pianto della Madonna di Jacopone da Todi come urlo della ricerca del suo amore, del senatore che cerca continuamente e inutilmente di telefonare alla figlia, della stessa Huppert che a un certo punto guarda in macchina e sembra chiedere “Aiuto”” proprio fuori del film, cercando di frantumare lo schermo, facendo arrivare addosso tutto l’impeto di un film e di un cinema travolgente, insostenibile, che ti trascina nella sua marea.
Oltre l’esterno, c’è anche la confessione. Privata, inascoltata, davvero luogo segreto, di una complicità unica tra quel personaggio e lo spettatore. Il discorso che si sta preparando il senatore in cui sembra che ogni frase gli faccia proprio fisicamente male nel momento in cui esce dalla sua bocca o i brividi di quel rapporto a due nella stanza d’ospedale tra Rossa e il medico, diventano davvero dei privilegi di un cinema che decide di aprire solo alcune delle sua stanze, di condividerle e poi tenere quelle altre chiuse. Bella addormentata non cerca risposte ma continua a porre altre domande, che si moltiplicano, che entrano nella testa e diventano pensieri circolari che non escono più. E tutti i personaggi (con attori in forma straordinaria, su tutti Isabelle Huppet, Toni Servillo e Maya Sansa assieme alla sorprendente prova di Gianmarco Tognazzi) potrebbero essere quasi i sogni di un personaggio protagonista che non c’è, di un fantasma. Il fascino della notte. Dove dormire e bellezza diventano elementi mai così coincidenti.
Per scaramanzia, non si fanno previsioni e non si nomina. Ma stavolta, come per Buongiorno, notte, quella cosa lì (che non si deve nominare) sarebbe meritatissimo.
Di Simone Emiliani, da sentieriselvaggi.it

Giorni di inizio febbraio 2009. Eluana Englaro, dopo 17 anni trascorsi in coma e con alimentazione artificiale, viene fatta trasportare dal padre in una struttura ospedaliera di Udine in cui operano medici disposti a interrompere il trattamento. L’avvenimento scatena in Italia la reazione di fronti opposti. C’è chi vuole impedire ad ogni costo che ciò avvenga e chi invece ritiene che sia l’attuazione di un diritto civile. Il senatore Uliano Beffardi del Popolo della Libertà viene convocato a Roma per la votazione del decreto d’urgenza in materia voluto dal governo Berlusconi per contrastare la volontà del padre della giovane donna. Se Beffardi sta maturando dei dubbi sul voto (anche in seguito a una vicenda personale), sua figlia Maria è invece determinata nel raggiungere la clinica per manifestare contro l’interruzione del trattamento. Incontrerà Roberto e suo fratello diversamente schierati sul fronte opposto. Intanto il dottor Pallido si trova dinanzi al caso di Rossa, tossicodipendente che cerca la morte, mentre la Divina Madre (un’attrice ritiratasi dalle scene per assistere una figlia in coma profondo) ha cancellato qualsiasi altro interesse dalla propria vita a partire dal marito e dal figlio.
Marco Bellocchio non si è mai ritratto dinanzi alle sfide che una coscienza laica e civile sembrava quasi imporre al suo fare cinema. La maturità di artista e di uomo gli ha imposto, in questa specifica situazione, di non reagire d’impulso a una vicenda come quella del cosiddetto ‘caso Englaro’. Ha così atteso due anni prima di prendere decisamente in considerazione l’ipotesi di realizzare questo film in cui la lettura degli eventi di quel febbraio è filtrata attraverso altre vicende d’invenzione ma in gran parte verosimili.
È come se in Bella addormentata confluissero due delle anime del regista. Da un lato quella del narratore incalzante e lucido dei fatti come ai tempi di Sbatti il mostro in prima pagina e dall’altra quella di un Maestro del cinema in grado di trasfigurare in forma concretamente astratta e simbolica le tensioni di una vicenda. In questa doppia anima stanno la forza e la debolezza del film. La debolezza perché una storia (quella della Divina Madre interpretata da una mimetica Isabelle Huppert) risulta aderire in modo forse troppo marcato a quel teatro a cui fa riferimento. Dall’altra invece troviamo delle pagine di cinema allo stato puro nella scena della sauna o in quella del confronto tra lo psichiatra e il senatore.
Tutto questo calato in una dimensione in cui l’aderenza alle posizioni degli uni e degli altri percepisce e separa, con la precisione di un bisturi, ciò che è umanamente comprensibile da ciò che si nasconde dietro la cieca barriera dell’ideologia. Perché Bellocchio sa come prendere posizione (l’utilizzo di alcune dichiarazioni di politici dell’epoca è lì a dimostrarlo) ma sa anche come guardare più in là cercando anche nelle contraddizioni del sentire (vedi il personaggio di Maria) l’umanità più profonda che sa dire sì alla vita anche partendo da prospettive diverse, conservandosi però il diritto a un’intima ricerca propria di chi va al di là degli slogan. Come il dottor Pallido, un medico capace di vedere nel malato non un caso ma una persona. Nell’anonimato quotidiano di un ospedale come tanti.
Di Giancarlo Zappoli, da mymovies.it

Parla del caso di Eluana Englaro, Bella addormentata? Sì, lo fa indirettamente tenendolo come sfondo costante, raccontato dall’onnipresenza pervasiva dei media. 
Parla dell’eutanasia come questione etica e morale? Sì, lo fa standogli addosso, marcandola stretta, inserendola in tutte le pieghe del racconto. Eppure, se Bella addormentata si limitasse a questo, sarebbe un film troppo banale, seppur registicamente egregio, per uno come Marco Bellocchio. L’impressione, allora, in un film discontinuo come questo, fatto di salite subitanee e inquietanti discese, è che da lì il regista sia partito per parlare di molto altro. 
“In quest’Italia cinica e depressa”, come dice il senatore di Toni Servillo, hanno tutti, senza distinzioni, dato il peggio di sé nei giorni caldi e tesi che hanno preceduto la morte dell’Englaro, e nelle ore successive, ricche di volgarità di fronte alla morte, di meschinità negli egoismi di parte. 
Hanno dato il peggio di sé nel nome di una morale ipocrita e opportunista, che Bellocchio giudica non secondo una logica partigiana né con ignavo cerchiobottismo, ma nel nome di un’esigenza morale ed etica il più possibile oggettiva, che nasce dalla responsabilità e dalla compassione e mai da una sola di esse. 
Bellocchio prova empatia per i suoi personaggi, ma non esita a metterne in luce i limiti, come le difficoltà ad ascoltare la propria coscienza di Servillo, la vanità insita nella martizzazione di sé di Isabelle Huppert, l’ignavia di un Michele Riondino che si nasconde dietro i problemi del fratello per rinunciare alla vita. “Hai paura?”, chiede Alba Rohrwacher a Riondino; lui risponde sdegnato, perché è la paura, dice Bellocchio, il maggiore dei problemi, quello che li blocca e li riduce a una passiva inattività al servizio delle ideologie. 
Un Bellocchio che costruisce l’intreccio della trama attorno a tre corpi femminili, quello della Rohrwacher, quello della Huppert, quello di Maya Sansa. Tre corpi costretti, costantemente, dalla tensione tra la necessità di un risveglio che riscuota e quella di un sonno pacificatore, tre corpi che fanno, tutti, il paio con quello invisibile della Englaro. 
Da qui, da queste tensioni raccontate con una freddezza che lascia uno spazio minimo all’emozione, Bella addormentata si dipana. Forse troppo lungo, di certo imperfetto in alcune scelte narrative e di casting, meno audace e sublimato nelle esplorazioni metafisiche del suo autore di quanto sarebbe stato auspicabile; ma comunque capace di essere sferzante nel suo rigore e di alcune immagini cinematografiche di grande effetto. 
Di Federico Gironi, da comingsoon.it

L’ultimo film di Marco Bellocchio, acclamato a Venezia con ben sedici minuti di applausi, racconta gli ultimi sei travagliati giorni di Eluana Englaro, dallo spostamento a Udine fino al momento della sua morte. Mentre la vicenda stretta resta sullo sfondo, sono le storie di sei personaggi immaginari a intrecciarsi, ciascuno con un’idea diversa sulla questione in oggetto e un proprio sguardo sul significato della vita, della sofferenza e dell’amore.
La prima impressione è quella di un film forte, ma equilibrato: l’autore-Bellocchio lascia spazio al regista-Bellocchio, che non cerca di convincere nessuno, lascia completa libertà a personaggi e spettatori (una delle frasi simbolo sarà: «Tu non puoi imporre agli altri la tua volontà, questa è violenza pura»), semplicemente racconta emozionando. La grande intensità, a cui contribuiscono le ottime prove degli attori – una menzione speciale per Toni Servillo, ormai re della Mostra del Cinema di Venezia, e Gianmarco Tognazzi – si mischia all’angoscia e alladolcezza, dando vita a un film laico sulla tolleranza. 
Isabelle Huppert in una scena del film
I temi in gioco, tutti delicatissimi, sono così tanti che è difficile coglierli tutti, se non nel loro insieme: il filo conduttore è rappresentato dal dubbio – non risolto dal regista – sul limite, a cui ciascuno di noi è in grado di spingersi per aiutare l’amato/a che soffre. A fare da corollario, un senso di pericolo per gli effetti dell’estremismo religioso e dell’isteria di massa, la pochezza della classe politica italiana, il sensazionalismo della stampa, il ruolo del dolore e della sofferenza nella vita di ciascun uomo, credente e non (Toni Servillo dirà: «Io non credo nella teologia della sofferenza. Il dolore umilia l’uomo, non lo nobilita»).
Eros e Thanatos. Alla morte si affianca il sentimento d’amore che, a differenza di quello che comunemente si crede, «non acceca, ma apre gli occhi e permette di vedere più chiaramente». Uno degli amori che sboccia è quello fra Roberto (Michele Riondino) e Maria (Alba Rohrwacher), posizionati agli estremi delle due barricate: lui in difesa del diritto di Eluana di morire, lei – “la suora”, come la chiama il fratello di Roberto – che piantona l’ingresso dell’ospedale pregando per tutta la notte.
Maya Sansa in una scena del film
E quello che molti critici hanno lodato come il punto di forza del film, ossia la capacità di stare nella terra di mezzo tra due mondi opposti e inconciliabili, è invece secondo me il più grande difetto – seppure perdonabile – della pellicola: la storia d’amore, grazie a cui Maria si riconcilierà con il padre, è resa credibile dai due attori, ma lo sarebbe stata molto meno nella vita reale ed è qui che il tentativo di equilibrismo (precario) compiuto da Bellocchio perde consistenza. Sinceramente avrei preferito un po’ più di coraggio, una presa di posizione più netta da parte del regista/autore, anziché una pellicola che tentasse democristianamente di accontentare tutti.
C’è da sottolineare, però, che per il resto il film conferma in pieno le aspettative della vigilia e che la vicenda di Eluana è più che altro lo spunto per una riflessione più ampia. In questo senso l’opera di Bellocchio si configura come un film documento/monumento sulla realtà italiana: notevoli sono i riferimenti all’attualità, moltissimi gli spezzoni di telegiornali fatti ascoltare allo spettatore, in modo da tenerlo sempre attaccato alla contingenza di quella che è stata una vicenda reale (e contemporanea). E la Bella Addormentata non è solo Eluana, ma anche la suffragetta Maria, la tossica Rossa, la Divina Madre (Isabelle Huppert) e, in ultima analisi, l’Italia stessa.
Di Igor Riccelli, da cinemio.it

Sullo sfondo del caso di Eluana Englaro del 2009 e del tema dell’accanimento terapeutico – che nel film sfocia in quello affettivo ed esistenziale – si svolgono gli intrecci del film di Marco Bellocchio in questi giorni in Concorso alla 69esima edizione del Festival del Cinema di Venezia.
E questi sono i protagonisti della vicenda: il Senatore Beffardi (Toni Servillo) che deve scegliere cosa votare in Parlamento riguardo il futuro della giovane Englaro e del suo difficile rapporto – dovuto a un passato che torna a vivere – con la figlia Maria (Alba Rohrwacher). C’è Rossa (Maya Sansa), una bella ragazza tossica che più volte tenta di togliersi la vita ma a salvarla dai suoi dolori c’è il medico Pallido (Pier Giorgio Bellocchio). Infine, c’è la storia di (Isabelle Huppert) una famosa attrice che ha deciso di ritirarsi dalle scene e, in qualche modo, anche dal palcoscenico della vita per vivere “dietro le quinte”, ovvero al capezzale della figlia ormai in coma vegetativo da tempo. A nulla serviranno i tentativi – anche disperati – del figlio (Brenno Placido) di riconquistare quell’affetto materno che per lui sembra non esistere più.
Toni Servillo in una scena del film
Tutto questo Bellocchio lo racconta nei centodieci minuti del suo film. Ogni storia raccontata fa capo a quella di Eluana Englaro che ci viene fatta rivivere anche attraverso clip tratte dai telegiornali di quei giorni.
E per quanto possa sembrare un paradosso il film di Bellocchio è un puro inno alla vita poiché è un film che – pur non prendendo alcuna posizione (né ideologica né politica riguardo il caso Englaro) – incoraggia, che spinge, che ci fa capire l’importanza del libero arbitrio e ancor di più del rischio, nel bene e nel male, di prendere delle decisioni e di portarle avanti con convinzione e decisione. Non importa quali possano essere le conseguenze purché ciò che si è scelto di fare o pensare sia fatto con criterio, responsabilità e onestà verso se stessi e il prossimo.
È un film che crede profondamente nella speranza. La “Bella addormentata” potrebbe benissimo farci pensare all’Italia come la stiamo vedendo oggi..bella ma addormentata, appunto, da questa profonda crisi che viviamo e che la sta caratterizzando se non , in un certo senso, facendo spegnere gli occhi del mondo e di noi cittadini.
 E il tributo che ha reso il pubblico di Venezia a questo film con i suoi sedici minuti di applausi è assolutamente giusto e doveroso. Il cast, a partire da Bellocchio in qualità di sceneggiatore, autore e regista, non si è risparmiato in nulla. Perfetta è la resa psicologica dei personaggi i quali, seppur impegnati ognuno nella propria storia, sono tutti eccezionalmente collegati e armoniosamente orchestrati. In ognuno di essi c’è il medesimo comune multiplo: la volontà di poter e voler vivere, di poter scegliere cosa fare e poi..farlo al meglio delle proprie possibilità.
Un’ attenzione speciale e particolare la meritano Toni Servillo e RobertoHerlitzka che nei rispettivi ruoli del Senatore e del politico-psicoanalista sono memorabili, con quei loro dialoghi costruiti così perfettamente e così attentamente studiati da sembrare naturali e minuziosamente precisi.
La Bella addormentata è un film che merita assolutamente di esser visto ecapito.. e quando si uscirà dalla sala – anche se con un po’ di amaro in bocca – si sarà di certo più speranzosi e fiduciosi nell’arrivo di un “principe azzurro” che con un bacio riporti alla vita le coscienze, il coraggio, l’umanità e la volontà di rischiare a vivere.
Di Chiara Ricci, da cinemio.it

Chiacchierato e discusso ancor prima di mettere piede nelle sale, Bella Addormentatadi Marco Bellocchio sbarca al Lido. Era sul regista piacentino, senza false ipocrisie, che cadevano le speranze di molti riguardo all’Italia presente alla Mostra di quest’anno. In attesa di Un giorno speciale della Comencini ed avendo già visto E’ stato il figlio di Ciprì.
Un film, quello di Bellocchio, chiamato doppiamente a rappresentare il nostro Paese. Sia a livello cinematografico che sul fronte politico, aspetto che a quanto pare ad alcuni sta maggiormente a cuore rispetto a qualsivoglia istanza artistica. Ma dato lo scottante tema, eludere l’attualità appare pressoché impossibile, né tantomeno ci pare che l’argomento venga in qualche modo dribblato. Anzi, Bellocchio non si preoccupa di nascondere più di tanto il proprio giudizio, qui filtrato in maniera un po’ più discreta ma comunque ben presente.
Il resto, come lo stesso autore evidenzia, è frutto della scelta di non porsi limiti immaginativi, potendo quindi contare su più possibilità. Il ritratto non cerca compromessi e attacca su più fronti: Chiesa, Politica, ideologia. Ce n’è per tutti, anche se qua e là viene sparso il seme del dubbio. Bellocchio cerca di guardare alle ragioni di ognuno dei suoi personaggi, nel tentativo di agevolare quell’empatia che ci consenta quanto meno di comprenderne le ragioni.
Nel Febbraio del 2009 a tenere banco nei media nostrani è il tremendo dibattito sull’eutanasia, per via del caso inerente ad Eluana Englaro. Uno di quegli argomenti tabù, scabrosi all’inverosimile per quanto dividono letteralmente a metà il Paese. E come sempre accade quando una questione diviene di dominio pubblico e a carattere nazionale, certa Politica se ne appropria, scegliendo di volta in volta una delle due parti (perché sono sempre due, mai di più) e scontrandosi furiosamente con la parte avversa. Ma nel caso dell’eutanasia entrano in gioco anche altre dinamiche. La Chiesa, per esempio, si pone come primo e forse unico baluardo a difesa dei no a oltranza. Ma non si pensi che la questione si riduca ad un mero scontro ideologico.
Pensiamo alla figura del senatore Beffardi (Toni Servillo), schierato col Polo della Libertà e quindi contrario all’eutanasia per esigenze di partito. La sua non è una scelta, anzi. In piena facoltà, la sua coscienza lo spinge ad essere del tutto favorevole. Questo essenzialmente perché lui per primo si è trovato coinvolto in una situazione analoga, episodio che per forza di cose l’ha segnato a vita. Ecco perché certe logiche di partito, certe uscite dei suoi colleghi, lo infastidiscono, lo esasperano fino al tedio. La sua presa di posizione è dovuta ad altro rispetto alla Politica o anche solo all’ideologia. Uliano Beffardi, come tutti i protagonisti del film, soffre. Ed è tale sofferenza a pesare in maniera determinante.
Accade la stessa cosa con Divina (Isabelle Huppert). Ex-attrice, si è rintanata in una Fede vissuta in maniera distorta. E lo dice, allorquando ammette che il suo unico interesse è che la sua stupenda figlia si risvegli dal coma vegetativo in cui si trova. Sia chiaro, nessun giudizio, ma nell’episodio che coinvolge la Huppert vediamo due figure contrapposte: quella dell’attrice francese e quella di suo figlio (Brenno Placido). Entrambi, di opinione nettamente divergenti, sono mossi da tutto fuorché apparentemente dall’amore per la figlia/sorella. Entrambi in qualche modo egoisti perché anziché ragionare in funzione al bene della ragazza, in realtà si trovano vittime di sé stessi. Divina non riesce a staccarsi dalla figlia, travolta da un amore che è quasi possesso, poiché più attento ai propri di bisogni anziché a quelli della persona amata. Peggio ancora, il figlio è del tutto abbacinato dalla cieca ambizione che lo rode. Per lui la presenza della sorella è un ostacolo affinché la madre possa tornare ad esercitare la professione e quindi occuparsi della preparazione del figlio. Non desidera la morte della sorella: a lui andrebbe bene pure che si risvegliasse. Ciò che oramai non sopporta più, in poche parole, è l’attesa.
E qui emerge una chiave di lettura su cui poco spesso ci si sofferma con la giusta attenzione. Ciò che in ultima analisi divide è proprio il grado di sopportazione. Potrà sembrare banale, ma non è affatto così. Perché sostanzialmente il tutto si riduce, per così dire, nel contrasto tra chi intende aspettare e chi invece ritiene l’attesa inutile se non addirittura mostruosa. Per ognuno disposto a dirsi cauto, sostenendo di non essere autorizzato a disporre della propria e altrui vita (nel senso di toglierla), ce n’è almeno un altro che sostiene la medesima cosa, ma che proprio per questo ritiene sia giusto che ognuno scelga da sé. Un paradosso apparentemente inconciliabile, anche perché qui non si discute in merito a un aumento o a uno sgravio fiscale per qualche categoria. Qui è in gioco la vita di ciascuno di noi, non meramente di uno specifico ma altrettanto anonimo gruppo.
Bellocchio non lesina tra l’altro di citare la Bibbia per portare acqua al proprio mulino, come quando mette in bocca al figlio di Divina la parabola dei talenti per giustificare il rimprovero di lui nei confronti della madre, annullatasi per prendersi cura della figlia. Al tempo stesso, però, è attraverso il personaggio di Tognazzi che il regista si mostra più equilibrato, facendogli dire risolutamente che anche le opinioni (?) contrarie alle nostre posizioni vanno rispettate. Mossa astuta, questa, ma che si pone comunque su un livello differente rispetto a chi, tra la schiera dei favorevoli, non accetta in alcun modo che qualcun’altro ponga limiti di principio – come nel caso della Chiesa.
Ma la stoccata senza dubbio più violenta, Bellocchio la sferra ai danni della classe politica, tutta. In uno dei passaggi cinematograficamente più alti di Bella Addormentata, il senatore Beffardi ed uno psichiatra (il fenomenale Roberto Herlitzka) si confrontano all’interno di una sauna-bagno turco. Il lapidario discorso approntato dal dottore è oltremodo sarcastico, quasi irrispettoso (e non che ci dispiaccia, s’intende) nei riguardi del sistema politico e dei politici nello specifico. Gente frustrata, vittime anche’essi dello star-system come fossero vecchi divi di Hollywood. Stanchi, spenti, nevrotici e sì… alcuni pure ladri. Fino a quell’eccezionale epilogo, quando non ci resta che ridere amaramente dopo l’ennesima prescrizione di un farmaco calmante.
E di momenti carichi di una certa intensità non ne mancano. D’altronde Bellocchio ci sa fare, e questo non lo scopriamo mica noi. Le note meno positive emergono in relazione a certe interpretazioni, forzate, tacciabili di una teatralità a dire il vero fuori luogo. E’ questo il caso di Maya Sansa, che nel film interpreta una tossicodipendente. O Brenno Placido, a cui manca la spontaneità giusta per rendere la propria interpretazione indiscutibilmente credibile.
L’ultimo lavoro di Bellocchio, però, non risparmia nemmeno i media. Quei media a cui si deve un contributo determinante ai fini della frenesia di quei concitati giorni, settimane, mesi. Parecchie e disseminate per tutto il film i filmati di repertorio, tra interviste, sedute al Parlamento e TG. Una critica che pone anche televisione e giornali, su tutti, allo stesso livello di Chiesa e Politica in termini di responsabilità. Tutti mossi nella maggior parte dei casi da interessi che nulla hanno a che vedere con la Morale o con l’Etica. Un triste scenario, che la dice ancora una volta lunga su quanto dinanzi a sfide come queste si sia un po’ tutti impreparati.
Si parla tanto, e lo abbiamo fatto noi stessi poco sopra, di dibattito. Ma in realtà il problema è proprio un altro: dibattito non c’è stato. E se c’è stato nessuno se n’è accorto, visto che dal dialogo dovrebbe sempre venir fuori qualcosa. Certi maliziosi giochi semantici, frutto della tendenza ad un marcio legalismo che non tiene conto di niente e di nessuno. Da un lato si parla di “alleviare l’agonia”, dall’altro di “assassinio”. In entrambi i casi, anche se in maniera diversa, trattasi per lo più di un gioco. Uno in cui ciascuna della parti si deve produrre nella difesa migliore. Ma anche in questo caso, non siamo in tribunale. Perché quale che sia la propria posizione, è innegabile che in gioco non ci sia qualche anno di galera, ma lirrimediabile annientamento della persona colta da infermità. Annullamento per alcuni preferibile al dolore, alla sofferenza, per altri via sbrigativa per togliersi il problema.
Ed è anche scrivendo questa recensione che ci siamo resi conto di quanto possa essere difficile e provante portare a termine un progetto come Bella Addormenta. Ecco perché quest’ultima fatica di Marco Bellocchio non la si può liquidare così impunemente. Cercando di arginare la non taciuta parzialità, il regista tratteggia uno scenario efficace, perché al peggio solleva questioni importanti, al cui confronto siamo tutti chiamati. Non come cittadini, credenti, affiliati et similia. Come persone. Persone che debbono necessariamente appropriarsi della propria capacità di giudizio. Se non del tutto esente da condizionamenti esterni, almeno autonoma. Il che non vuol dire affatto che ogni posizione sia giusta in quanto tale; tutto il contrario. Ma se è Giustizia quella che si cerca, nell’accezione nobile del termine, il primo passo da cui partire è l’approfondimento. Non sarà certo l’indifferenza a risvegliare chi dorme.
Di Antonio Maria Abate, da cineblog.it

Bella Addormentata’ di Marco Bellocchio sta facendo discutere. Il film, in concorso al Festival di Venezia 2012, presenta una trama giocata su più livelli e cerca di nascondere inutilmente quello che il regista pensa seriamente su un argomento davvero spinoso: l’eutanasia.
Marco Bellocchio ha scelto un cast stellare per mettere in scena un dramma corale con, sullo sfondo, lontana ma incredibilmente vicina grazie all continue riprese televisive, la vicenda di Eluana Englaro. Il suo ricordo si avverte in ogni fotogramma, in ogni singola sequenza.
Fortemente colpito dal dramma di Eluana, il regista ha scelto di lavorare sul progetto del film ben due anni dopo la morte della povera ragazza, proprio per avere il tempo di ‘raffreddare’ la propria posizione. Sicuramente l’intento era quello giusto: in ‘Bella Addormentata’ ogni ideologia è rappresentata al meglio e non si può dire che Bellocchio non abbia cercato di dare voce a qualunque opinione. Ma se si scende a un livello più profondo, più emotivo, fatto di pure sensazioni, si ha la netta percezione che il regista sia favorevole all’eutanasia.
La mia opinione è quella di una comune spettatrice e proprio per questo sono convinta che ogni persona che avrà l’occasione di vedere questo film, avvertirà questa sensazione. I personaggi più forti, più carismatici del film, quelli che aspetti di vedere mentre scorrono sullo schermo le vicende degli altri comprimari, sono quelli che portano avanti la convinzione che l’eutanasia sia una cosa giusta.
Lascio da parte la mia opinione su questa tematica davvero controversa, perchè in fondo non è l’essere d’accordo o meno con Bellocchio che ti fa apprezzare o detestare questo ‘Bella Addormentata’.
La vera bellezza del soggetto sta nei suoi personaggi e nella capacità di attori straordinari di calarsi perfettamente nel ruolo assegnato.
Toni Servillo è di una bravura disarmante: il suo sguardo, i suoi occhi, riescono a comunicare tutte le emozioni di un padre incompreso da una figlia (Alba Rohrwacher) che non accetta la fine ‘dignitosa’ della madre malata.
I contrasti interiori di Servillo sono quelli che scandiscono il film e la crescita del suo personaggio è il motivo per cui questa sceneggiatura merita senz’altro un riconoscimento importante. Per non parlare della performance magistrale di Roberto Herlitzka, il senatore-psichiatra: le sue frasi lapidarie, ci offrono una descrizione crudele e disarmante dei politici dei nostri giorni, che si ammalano di depressione quando la tv (‘la cura-tampone‘) si dimentica di loro.
Ma c’è un altro personaggio che ci insegna qualcosa: è Isabelle Huppert che, con la sua ostinazione fanatica, non riesce a lasciare andare una figlia che ormai non c’è più e ignora un figlio che invece sta impazzendo a causa della sua indifferenza. Tanti sguardi dolorosi in questo soggetto, che portano alla conclusione che a volte il dolore, il lutto, è inevitabile.
Il finale è struggente, bellissimo e rivela le vere temetiche di tutto il film: la rinucia, il valore della vita e il perdono.
Di Valeria Re, da vivacinema.it

Il 9 febbraio del 2009 Eluana Englaro muore nella clinica La Quiete di Udine dopo 17 anni di coma vegetativo e su richiesta dei genitori di sospendere l’alimentazione forzata. Partendo dal fatto di cronacaMarco Bellocchio incastra quattro storie ad esso collegate e con Bella Addormentata, presentato in concorso alla 69.ma Mostra d’Arte Internazionale Cinematografica di Venezia, si conferma come uno dei più grandi cineasti italiani. Un senatore deve decidere se votare secondo la propria coscienza laica la legge sull’alimentazione assistita o se assecondare la volontà della maggioranza e della figlia Maria (Alba Rohrwacher), attivista del movimento per la vita. Proprio durante una delle manifestazioni, la ragazza incontra e si innamora di Roberto (Michele Riondino), il cui fratello, un giovane affetto da disturbi mentali, è invece schierato con il fronte laico. In un’altra città, una notissima attrice segue il caso di Eluana partendo dalla propria esperienza di madre di una ragazza in coma vegetativo. La donna, che ha rinunciato alla sua carriera, vive in modo ossessivamente religioso la situazione, aspirando ad una santità che la distanzia dal figlio (Brenno Placido). Rossa, infine, è una tossicodipendente ricoverata in ospedale dopo aver tentato il suicidio. A prendersi cura di lei c’è Pallido, il medico che la salva dalla morte. 
Quello di Bella Addormentata è un Bellocchio diverso che sembra cercare immagini nuove per poter rappresentare in maniera originale la realtà di questo Paese, una ricerca la sua che in taluni momenti del film non sembra tradursi nel risultato sperato, ma che riesce comunque ad accompagnare delle riflessioni assolutamente necessarie in un’Italia ‘cinica e depressa’, come detto dal personaggio dello psichiatra interpretato da Roberto Herlitzka in uno strepitoso dialogo con il senatore in crisi interpretato da Toni Servillo. L’Italia è un paese cinico e depresso se un ragazzo non riesce a vivere una storia d’amore inaspettata, se un figlio per attirare l’attenzione della madre tenta di somigliarle in tutto e per tutto, finendo per essere violento come lei, donna che odia le lacrime e sogna di essere Lady Macbeth, se la classe politica che ci rappresenta è probabilmente la peggiore degli ultimi anni, se la coscienza di un uomo viene considerata una malattia da curare con un ansiolitico, se un medico scommette in corsia sulla morte di una paziente. 
Bellocchio esamina questi temi con la consueta maestria registica, un gusto sublime nella costruzione delle inquadrature, supportato dal grande lavoro di Daniele Ciprì alla direzione della fotografia, nell’uso contrappuntistico della colonna sonora. Ma il merito più grande del film è quello di aver concentrato il nucleo emozionale del racconto in un finale commovente come pochi, un epilogo che dà senso all’intera storia, la libera dalla ‘logicità’ del fatto, dalla fredda successione temporale. E’ un’opera fortemente politica, Bella Addormentata, e non solo per l’ironica e feroce accusa all’intera classe dirigente, ma soprattutto per il modo di Bellocchio di parlare di etica e libertà di scelta. La bella addormentata del titolo non è certamente Eluana, morta davvero il giorno dell’incidente; né può essere Rosa la giovane figlia di Isabelle Huppert condannata dalla madre a vivere, ma è il personaggio di Rossa, la struggente Maya Sansa, l’unica in grado di poter essere davvero risvegliata dal medico che le impedisce di togliersi la vita, di esercitare cioè una libertà che da persona malata sente di avere, ma che in realtà è un gesto violento, bloccato in un rapporto di cura. La differenza tra dormire e morire quindi non è più così ovvia; il coma vegetativo è uno stato patologico irreversibile e non un sonno incantato da cui potersi risvegliare. Anche con il bacio del più bello dei principi.
Di Francesca Fiorentino, da movieplayer.it

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