AMOUR


Georges ed Anne sono due musicisti ottantenni in pensione, che conducono una vita dignitosa in una casa elegante. Ne facciamo la conoscenza al rientro a casa dopo aver assistito al concerto di un ex allievo pianista, ma subito, quella notte stessa ed al mattino seguente, arrivano i primi segnali di qualcosa che non va: Anne si mette a sedere a letto e fissa nel vuoto, mentre durante la colazione ha un momento di blackout, al termine del quale minimizza e ritiene inutile interpellare il loro medico di fiducia. Sono momenti scioccanti nella loro semplicità, primi sintomi di qualcosa di più pericoloso: Anne ha un attacco, che paralizza la parte destra del corpo. Lo veniamo a sapere a cose fatte, vedendola rientrare a casa su una sedia a rotelle dopo le prime cure; un attacco che compromette la sua capacità di suonare, annullando di fatto quello che la definisce come persona. Un intervento non andato a buon fine precipita la situazione verso l’inevitabile, costringendo Georges a doversi occupare di Anne, prima da solo, poi con l’aiuto saltuario di una infermiera, cercando di mantenere la promessa fatta alla moglie di non farla ricoverare e lasciarle vivere gli ultimi scampoli di vita nella sua casa.
E’ in sintesi il plot di base di Amour, l’ultimo lavoro di Michael Haneke, presentato in concorso alla 65ma edizionie del Festival di Cannes. Essenziale sin dal titolo, intimo e sofferto, il film scritto e diretto dal regista austriaco si concentra sui due protagonisti e li mette al centro della narrazione. Le sporadiche figure di contorno, le infermiere, il portiere, la visita dell’ex allievo, sono intrusioni occasionali nella sofferta intimità della coppia. 
Le immagini di Haneke sono potenti e colpiscono nel profondo per la capacità di mettere in scena la sofferenza dei suoi protagonisti: campi fissi che scrutano la coppia, testimoniando impietosamente il degrado della malattia, o una camera che segue il lento vagare di Georges. L’uomo soffre per la moglie che vede sparire lentamente dallo sguardo della donna malata, ma anche per sè stesso, per una situazione che diventa ogni giorno più pesante ed al di sopra delle sue possibilità. 
Una tragedia familiare che tutti i membri del cast sanno dipingere con intensità. E per un film che si regge principalmente sui due protagonisti, non stupisce che le loro interpretazioni risultino di così alto livello:Emmanuelle Riva lavora molto dal punto di vista fisico, per tratteggiare i sintomi sempre più evidenti della malattia, ma è con lo sguardo che comunica la desolazione del suo personaggio al cospetto della perdita di dignità della sua condizione; Jean-Louis Trintignantpuò invece lavorare per sottrazione, per mostrarci quella scintilla che poco per volta sparisce dagli occhi del suo Georges, mentre viene sopraffatto dal dolore e dall’inadeguatezza, dai dubbi e dalla paura, le sensazione che lo portano allo scontro con la figlia Eva, musicista anche lei ed interpretata dall’ugualmente brava Isabelle Huppert.
Si tratta di quei drammi che mettono alla prova le persone ed i rapporti tra loro, quello con la figlia, ma soprattutto l’amore tra i due coniugi, costretto a fronteggiare una fine inevitabile. Infatti non c’è mai speranza in Amour. Haneke ce lo dice fin dall’incipit, un frammento del futuro che attende i protagonisti, che prepara gli spettatori a quanto vedranno, che definisce il tono del film e che, se possibile, si rileverà ancora peggiore di quanto apparisse.
Di Antonio Cuomo, da movieplayer.it

La casa della morte. La perdita dei propri cari e l’abbandono della voglia di vivere, devastati dal dolore della perdita. Ci sono entrambi nel nuovo film diMichael Haneke, una pellicola che il regista austriaco definisce “semplice”… Semplice come una coltellata al cuore. 
“Amour” parla della fine improvvisa di ogni certezza, con il dramma che inevitabilmente bussa alle nostre porte. Come fare ad accoglierlo? Per una volta lasciando la sala non si esce disturbati da un film di Haneke. Quella che si prova è rassegnazione, ultima soluzione per far fronte al dolore. Poi arriva la commozione. A ventiquattro ore dalla visione sulla Croisette, il film rimane ancora al centro dei pensieri. Non si dimentica e cresce. Abbiamo assistito a quello che è il film più accessibile del regista di “Funny Games”.
Chi avrebbe mai pensato che Haneke si sarebbe messo a discutere dell’amore e chi avrebbe mai pensato che lo avrebbe fatto in questo modo? Definito da molti il film sul sacrificio d’amore estremo, “Amour” sembra quasi un documentario con la macchina da presa statica che si affida totalmente alla performance da applausi a scena aperta di Jean-Louis Trintignant. Nel corso delle due ore di film, l’attore si sottopone a un’overdose di sofferenza, cercando di combatterla, accettandola e forse sconfiggendola.
Il cinema si ferma ancora una volta e riparte con il regista che mette in scena la tragedia ultima con la quale chiunque può identificarsi. Le sue immagini potentissime e i suoi ritmi veritieri non sbagliano un colpo.
Di Pierpaolo Festa, da film.it

Georges e Anne, una coppia sposata, hanno circa ottant’anni. Sono entrambi due raffinati insegnanti di musica in pensione. La loro figlia, anche lei musicista, vive all’estero assieme alla sua famiglia. Un giorno, Anne ha una specie di infarto che la lascia ammutolita e paralizzata, senza che, dopo essersi ripresa, possa ricordarsi di cosa le è accaduto. Il legame d’amore della coppia da questo momento viene messo alla prova, dal momento che Georges decide di prendersi cura personalmente della moglie…
Tra i tanti habituè di questo concorso cannense, uno dei più “forti” è senza dubbio Michael Haneke. Fosse per il palmarès, Haneke potrebbe già prenotare un premio: è la sua sesta partecipazione in concorso, e si è portato a casa un Gran Premio della Giuria (La pianista), il premio per la miglior regia (Niente da nascondere), e la Palma d’Oro (Il nastro bianco). Senza contare i premi minori. Fosse solo per il film in sé, beh… Haneke rischia comunque davvero di vincere la sua seconda Palma d’Oro.
Un gruppo di pompieri irrompe in una casa. C’è un cattivo odore. Una porta è chiusa e bloccata con del nastro adesivo. I pompieri la buttano giù, e dentro trovano il cadavere di una signora anziana sdraiato sul letto, circondato da fiori. Inizia così, Amour, per poi continuare con la storia di Georges e Anne. Una coppia che si ama ancora, dopo tanti anni. Una coppia di cui lui, ancora oggi, dopo essere tornati da un concerto, dice alla moglie che è bellissima.
Un giorno, mentre fanno colazione, Anne si “incanta”, non parla e non si muove più. Quando si riprende, non ricorda nulla. Ostruzione della carotide, dicono i medici. È l’inizio di una lunga e terribile malattia, ma Anne chiede sin da subito a Georges di farle una promessa: non riportarla mai più in ospedale. Detto e fatto, perché il marito decide di stare accanto alla moglie in prima persona. Chi altri potrebbe farlo, visto che la figlia (Isabelle Huppert, terza volta con Haneke), anche lei musicista, ha i suoi “problemi” ed è spesso in tour in giro per l’Europa?
Michael Haneke firma con Amour il suo film più “sentimentale”, curiosamente nello stesso anno di Rust & Bone, l’ultimo “sentimentale” Audiard: nel 2009 erano entrambi in gara per la Palma d’Oro con Il Nastro Bianco e Il Profeta, e quest’anno la storia si ripete. Ma detto questo, Amour non ha nulla di ciò che si potrebbe normalmente definire film sentimentale, anzi. Però, al contrario degli altri suoi film, l’ultimo Haneke dimostra come un regista spesso accusato di assoluta freddezza possa continuare a fare il suo cinema algido e chirurgico pur regalando un’opera a suo modo straziante e toccante.
Non si svende affatto Haneke, infatti, se è la “coerenza” ciò che gli appassionati del regista vogliono che continui ad avere. Però il suo ultimo lavoro è innanzitutto una storia d’amore e devozione, e tocca le corde del cuore, oltre che quelle, al solito, della pancia e soprattutto del cervello. “Ho ancora tante storie da raccontarti”, dice Georges ad Anne durante quella colazione che segnerà di lì a poco l’inizio del calvario: una frase che raccoglie due vite intere e non viene pronunciata narrativamente a caso…
Anne inizia il calvario su una sedia a rotelle, continua con un braccio artrofizzato, poi con metà corpo paralizzato, e via, sempre peggio. Georges le sta sempre accanto, la guarda soffrire, prova sempre a farla stare meglio. Amour ci parla dell’impossibilità di avere il controllo del proprio corpo, e quindi della propria vita, ma soprattutto ci parla di chi questa perdita di controllo la guarda e la vive “in diretta”, giorno dopo giorno. Georges vede deperire Anne ogni attimo che passa sotto i propri occhi, ed è una sensazione che uccide l’anima, torturandola.
Sin da subito, quando Anne riesce ancora a parlare e a dare un senso ai suoi discorsi, si nota che la coppia non vuole parlare con gli estranei della malattia, come se ogni volta che il discorso viene tirato fuori abbia l’effetto di una (doppia) pugnalata al cuore. Si veda la scena in cui parlano con uno dei loro allievi, diventato celebre musicista, che viene a trovarli a casa quando è di passaggio a Parigi. Quando vede le condizioni di Anne, con un filo di imbarazzo l’uomo chiede spiegazioni, ma riceve solo un “cambiamo argomento”.
Anne e Georges sanno entrambi che quella situazione non migliorerà mai, anzi, porta dritto ad una destinazione fin troppo ovvia, e che fa una paura pazzesca: la morte. Ma forse, per Anne, la paura più grande è proprio quella di vivere in uno stato che non le permette di avere padronanza dei suoi mezzi, e che soprattutto non le dà dignità. Georges lo capisce, ma non può fare a meno di lei, ed è disposto a fare di tutto per averla con lui, anche ad autoscludersi dal mondo. Non a caso il film è ambientato tutto in interni, dentro la casa dei protagonisti, e Parigi non si vede mai: solo ogni tanto, di sfuggita, dietro le tende bianche delle finestre…
Interpretato in modo sublime da due attori che si sono formati con la Nouvelle Vague, ovvero Jean-Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva, entrambi da premio, Amour è il film tenero e spietato che in fondo ci aspettavamo da uno come Haneke su un argomento come questo. Non poteva che essere così, senza una sbavatura. Colpisce, commuove, “respinge”, a tratti fa paura (attenzione alla scena notturna e argentiana nei corridoi del palazzo). E, soprattutto, narra una storia che ha per davvero come tema principale quello del suo titolo: l’Amore.
Di Gabriele Capolino, da cineblog.it

Anne e Georges hanno tanti anni e un pianoforte per accompagnare il loro tempo, speso in letture e concerti. Insegnanti di musica in pensione, conducono una vita serena, interrotta soltanto dalla visita di un vecchio allievo o della figlia Eva, una musicista che vive all’estero con la famiglia. Un ictus improvvisamente colpisce Anne e collassa la loro vita. Paralizzata e umiliata dall’infarto cerebrale, la donna dipende interamente dal marito, che affronta con coraggio la sua disabilità. Assistito tre volte a settimana da un’infermiera, Georges non smette di amare e di lottare, sopportando le conseguenze affettive ed esistenziali della malattia. Malattia che degenera consumando giorno dopo giorno il corpo di Anne e la sua dignità. Spetterà a Georges accompagnarla al loro ‘ultimo concerto’.
“Diventare vecchi è insopportabile e umiliante” scrive Philip Roth in “Everyman”, uno dei suoi romanzi più dolenti e implacabili intorno alla senilità e alla malattia, argomenti temuti e tenuti ai margini del discorso pubblico. Ci voleva un regista rigoroso come Michael Haneke per contemplarli, mettendo in scena una coppia di ottuagenari che guarda in maniera diretta la propria estinzione. E diretto e frontale è pure lo sguardo di Haneke, che ‘infartuando’ la sua protagonista introduce nella sua vita un senso di precarietà e un destino cinico, che non si accontenta di farti invecchiare, soffrire e morire, prima della tua dipartita si porta via i tuoi amici, quelli che amavi, quelli che conoscevi, quelli che frequentavi, costringendoti all’ennesimo funerale.
Una cerimonia funebre quasi sempre artificiosa e balzana come quella che Georges racconta ad Anne, esorcizzando la morte e ingaggiando con l’oblio uno scontro penoso. Nei sogni ad occhi aperti, Anne e Georges vorrebbero ‘vivere’ di nuovo, riavere tutto daccapo, guardando foto in bianco e nero o suonando un pianoforte accordato alla maniera della loro relazione. Ma è un attimo, non si fanno certo illusioni i personaggi interpretati da Jean-Louis Trintignant e Emmanuelle Riva, la cui bellezza il tempo ha oltraggiato. I loro corpi, che hanno condiviso e abitato i ‘colori’ di Kieslowski, si arrendono in Amour a ogni sofferenza e al più irrevocabile declino in un crescendo di convalescenze e (ri)cadute.
Non risparmia niente Haneke allo spettatore, accomodato in sala nell’incipit del film e risvegliato nel progredire dell’affezione dalle “cose ovvie, altrimenti indiscusse”. La vecchiaia è un massacro e la malattia si fa beffa dell’ansia di durare con una precisione assoluta, terrificante, invisibile ma visibile nei suoi effetti. Haneke procede e approfondisce la critica a una struttura sociale ipocrita, che non ha il senso della realtà e del coraggio e persevera nel contemplare la ‘senescenza’ come tempo della pace e stagione dei ricordi sereni. Il male, che nel villaggio dei dannati nella Germania de Il nastro bianco cresceva dentro il corpo della comunità, in Amour consuma adesso il corpo di Anne, ingolfandola fino a ‘spegnerla’. Impietosa e severa, la violenza della malattia è raddoppiata dalla geometrica prigione dei movimenti di macchina e da uno stile di inarrivabile crudeltà. Unica concessione per Haneke è l’amore, l’amore del titolo, consentito insieme alla disperazione, alla rabbia e alla ribellione.
Questa volta non c’è niente da nascondere e l’etica raggelante dell’autore austriaco prevede una via d’uscita dopo aver scavato con le unghie nel dramma sostanziale dell’essere umano, dopo aver centrato la corporeità dell’esperienza della vita. A riempire nell’epilogo il vuoto di Anne e Georges resta soltanto il pieno della Eva di Isabelle Huppert, ultima espressione nel film dell’essere in vita.
Di Marzia Gandolfi, da mymovies.it

Protagonisti e quasi co-autori, tanto grande è l’importanza degli attori nella messa in scena del film, sono Jean-Louis Trintignant (di anni 81) ed Emmanuelle Riva (85), che interpretano la coppia di lunga data costituita da Georges e Anna (il fatto che siano gli stessi nomi dei personaggi principali delle opere dell’autore conferisce all’operazione una sfumatura quasi archetipica).  
Poche parole da spendere sulla trama di Amour, che potrebbe essere definito come il resoconto realistico ed estremamente dettagliato, fino alla crudeltà più glaciale, della progressivo decadimento della salute di Anna e contemporaneamente degli sforzi di Georges, che sceglie di dedicarsi solitariamente alla preziosa cura degli ultimi mesi di vita della moglie.
Il dolore che si prova guardando il film non è solo “normale” empatia verso i personaggi, identificazione con quella che è una situazione cui prima o poi a tutti tocca assistere o partecipare.
Mentre si osserva Georges muoversi lentamente nell’interno alto-borghese di casa sua, infatti, per un istante viene a cadere la divisione tra attore e personaggio: Haneke molto cinicamente ha voluto attribuire la parte a due interpreti in grande forma artistica piuttosto in là con l’età, la cui fisicità ricorda costantemente allo spettatore le conseguenze dell’implacabile lavoro del tempo.
Angoscia, claustrofobia, soffocamento. Sono le sensazioni che derivano dalla rigorosa e calcolata regia di Haneke. Angoli di ripresa strettissimi, montaggio dal ritmo senile, quasi nessuna concessione alle divagazione, in quanto persino i sogni di Geroges sono degli incubi che lo inchiodano alla tragedia che sta vivendo, e un uso della musica puramente diegetica (brani di pianoforte) che costituisce non un sollievo ma quasi una nuova ferita del cuore di Anne, una volta insegnante e concertista.
Lo sguardo della macchina da presa è poi spietato nel mostrare i momenti più mortificanti dell’agonia della malata, nonché priva di misericordia quando inquadra piccoli istanti di brutalità necessaria, arrivando così a delineare un’atmosfera di afflizione e fatalità ineluttabile.
Lo spettatore più attento allora potrebbe chiedersi il perché del titolo, dov’è quell’Amore che campeggia a caratteri cubitali sulla locandina. Si può definire tale il comportamento solerte ma rassegnato del marito? La silenziosa e tenace testimonianza del disfacimento della compagna di sempre?
Una delle costanti del cinema di Haneke è quella del coinvolgimento diretto del pubblico del film, che viene chiamato a riempire buchi narrativi, dubbi morali, interrogazioni ermeneutiche volutamente creati dalla sceneggiatura e della regia. All’austriaco non interessa convincere il suo uditorio di qualcosa, ma preferisce provocare in esso una reazione, qualunque essa sia.
Amour allora non lancia alcun messaggio riguardo a un mistero irrisolvibile quale è quello della natura del sentimento ultimo dell’estensione di sé nell’altro, molto diverso e meno facilmente rappresentabile della passione dei sensi o dell’effervescenza dell’innamorato.
La speranza implicita nel film – e da qui deriva anche la sospensione del giudizio di valore sullo stesso – è che sia l’occhio di chi guarda a riconoscere nei gesti pazienti, nella testardaggine di Georges, negli sguardi riconoscenti di Anna quello che comunemente viene chiamato amore.
Di Alessio Cappuccio, da spettacoli.blogosfere.it

Si dice che per amore si è pronti a tutto: ad affrontare gli imprevisti, a superare i problemi, ad accettare gli sbagli. Ma quanto si è pronti a stare accanto alla persona amata, quando una malattia pian piano le porta via anima e corpo? Amour, l’ultimo capolavoro di Michael Haneke, vincitore indiscusso della Palma d’oro al Festival di Cannes 2012, mette in mostra cosa veramente vuol dire dare tutto l’affetto al compagno che ci si è scelti.
Georges (Jean-Louis Tritignant) ed Anne (Emmanuelle Riva) sono una coppia di professori in pensione, la cui routine cambia radicalmente nel momento in cui Anne si ammala. La donna non riesce a muovere la parte destra del corpo e, ad operazione fallita, la malattia non può che peggiorare prendendosi man mano anche il cervello. Georges decide di curare la moglie a casa, offrendogli senza esitazione una spalla sulla quale poggiarsi con sicurezza. Nonostante gli ostacoli che il destino gli farà trovare sul cammino che hanno deciso di intraprendere insieme, il loro legame sarà “finché morte non ci separi”.
Haneke dirige un’opera poetica che tratta di un argomento complesso e profondo, ma che solo uno come lui poteva riuscire ad adattare sul grande schermo con tanta dolcezza. La bellezza del film sta nella grandezza del sentimento che provano i due protagonisti ottantenni: l’amore vero, quello puro, quello che non si stanca di averti accanto anche se l’unica parola che riesci a pronunciare è “male!”. Si rimane basiti dalla forza della loro unione, e non si può che comprendere che qualunque tipo di problema può essere affrontato se esiste la volontà e il sentimento.
Non c’è molto di originale nella storia di per sé, proprio perché il protagonista effettivo è l’Amore che vince su tutto. Il sogno di chiunque è trovare quella persona che “nella buona e nella cattiva sorte” ti stia accanto sempre con devozione. Lui però fa di più, sacrifica la propria vita per far star bene e far sentir amata la donna che ha accanto. Non la lascia sola nel momento in cui deve affrontare la morte, perchè è consapevole che deve rinunciarvi per sempre.
Amour è uno di quei film che vuole arrivare dritto nel profondo del cuore dello spettatore, che vuole commuovere, far piangere, far riflettere sulla vita e la morte, sull’eutanasia ma senza mai dare giudizi. È un’opera spiazzante, fatta di sole emozioni.
Di Valeria Vinzani, da filmforlife.org

Due anni dopo la palma d’oro per Il nastro bianco, Michael Haneketorna in concorso al Festival di Cannes con una storia d’amore.Amour, per l’appunto, racconta il legame tra Georges (Jean-Louis Trintignant) e Anne (Emmanuelle Riva), coppia di ottantenni della borghesia francese, messa alla prova dall’ictus che colpisce lei. Severo, asciutto e soffocante come solo un film di Haneke sa essere, Amour riesce a descrivere all’interno e attraverso le forme a cui l’autore ci ha abituato, l’unione profonda dei due, e il dramma di una vecchiaia che inesorabilmente ti sottrae ogni cosa. Hanekenon si allontana mai dai suoi personaggi, ma non invade neanche il loro campo.
Costantemente presenti e soli, incastrati in un appartamento da cui noi non usciamo mai, percorrono gli ultimi passi assieme con trattenuto dolore, e spietata consapevolezza. Le uniche fughe dalle mura sono, come spesso accade inHaneke, nella mente, nel ricordo,e nel sogno. Unica presenza a entrare nella loro dimensione, a metterli in contatto con l’esterno, è la figlia ( Isabelle Huppert). Non una sbavatura, non un incertezza. Si viene lentamente assorbiti dalla quotidianità dei personaggi fino alla fine. Inesorabile come la decadenza fisica e mentale che sono costretti a vivere i protagonisti. Due interpretazioni quelle di Trintignant, (di cui si sentiva la mancanza), e della Riva che, forse anche per estrema immedesimazione, lasciano senza parole.
Di Andrea Pirrello, da newscinema.it

Esiste l’amore passionale e romantico, oggetto privilegiato di rappresentazione nella letteratura, nel teatro e nel cinema. Ma accanto a questo, c’è anche – e soprattutto – un’altra forma di amore: quel sentimento che cresce e si solidifica con il trascorrere del tempo, trasformando il trasporto della giovinezza in un legame profondissimo, quasi osmotico, fatto di confortevoli abitudini, di impercettibili tenerezze e della coscienza di avere sempre una rassicurante presenza al proprio fianco. È il tipo di amore, così quotidiano e tuttavia assoluto, che unisce Georges e Anne, i protagonisti di “Amour”, struggente opera d’arte del maestro Michael Haneke. Tre anni dopo il successo de “Il nastro bianco”, il regista e sceneggiatore austriaco ha riportato un ennesimo trionfo al Festival di Cannes, aggiudicandosi nuovamente la Palma d’Oro per il miglior film grazie a una pellicola in cui l’amore, appunto, viene messo di fronte alla prova più difficile.
Ad esclusione di una breve sequenza in una sala da concerto, lo spazio filmico di “Amour” rimane limitato ai confini dell’appartamento parigino di Georges e Anne, ex-insegnanti di pianoforte che hanno vissuto un’intera esistenza l’uno accanto all’altra. Ad interpretare con straordinario mimetismo questa anziana coppia sono due autentiche leggende del cinema francese, Jean-Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva, due attori che hanno contribuito a scrivere la storia del cinema fin dai tempi della Nouvelle Vague. Li ritroviamo, ormai ultra-ottantenni e con il volto attraversato da meravigliose rughe, nei ruoli di questi affettuosi coniugi impegnati a fronteggiare il male che ha colpito Anne: un male devastante, sebbene previsto dal naturale corso delle sorti umane, che giorno dopo giorno si accanisce sulla donna, sottraendole prima l’uso del proprio corpo, poi quello della parola ed infine quello della mente, mentre suo marito non può far altro che stare a guardare, offrendo all’amata e fragile Anne tutta la dedizione e la premura di un compagno fedele nel bene e nel male, fino all’ultimo istante.
E proprio la semplicità, se non addirittura la banalità, del rapporto fra Georges e Anne, nel momento del loro calvario, è ciò che più commuove nel film di Haneke. Un calvario appena mitigato dalle saltuarie visite di Alexandre (Alexandre Tharaud), un ex-allievo di Anne diventato un celebre pianista, e di Eva (Isabelle Huppert), la figlia della coppia, scioccata dal degenerare delle condizioni di sua madre. Questo confronto con la sofferenza è messo in scena da Haneke con empatia, ma al contempo con un rigoroso naturalismo: la predilezione per le inquadrature fisse, la musica intradiegetica (Bach, Beethoven, Schubert) e l’attenzione ai dettagli più minimali e realistici per sottolineare ulteriormente le pene della vecchiaia che avanza, di un corpo che smette di rispondere ai comandi e di una mente destinata a svanire. Un naturalismo interrotto solo in rarissime occasioni (l’incubo di Georges, le pitture ad olio), e in grado di sposarsi con un sorprendente simbolismo nelle scene in cui un piccione entra nella casa di Georges e Anne. Fino ad arrivare, nel finale, a quel supremo atto d’amore, terribile ed umanissimo: la decisione di rispettare la dignità di una persona, anche a costo del più doloroso dei sacrifici.
Di Stefano Lo Verme, da filmedvd.dvd.it

«Non vado in pezzi se mi lasci sola due minuti» 
Georges e Anne sono una coppia di anziani musicisti che trascorre le giornate fra concerti e routine. Un giorno però la vita di Anne cambia, colta da un malore le viene diagnosticato un male incurabile, la fine è vicina, ma dopo l’esperienza dell’ospedale esprime il desiderio di non tornarci mai più. Sarà il marito, solo, giorno dopo giorno, a curarla e aiutarla, in una prova d’amore continua ed estenuante.
Quando vecchiaia e malattia si scontrano 
Tenero e drammaticamente vero, Amour , il nuovo film di Michael Haneke, già Palma d’Oro a Cannes, incorpora l’essenza dell’amore, mostrandolo nella sua accezione comunemente sorvolata e mai trattata, specialmente in ambito cinematografico: la dedizione.
Il regista crea un perfetto ritratto della vecchiaia, con la quale la malattia viene inevitabilmente fusa in un equilibrio scevro da ogni ovvietà o buonismo.
La descrizione della quotidianità di questa anziana coppia di innamorati, ancora uniti e leali l’uno con l’altro, trasforma il film in un vero romanzo per immagini, dove anche il più piccolo dettaglio assume importanza fondamentale e una propria dignità scenica.
La telecamera è una spia che ruba scene di quotidianità drammatica e straziante, pur nella sua immancabile infinita dolcezza, un sentimento mai palesato ma dimostrato con gesti e azioni di una recitazione fisica e misurata. Jean-Louis Tritignant ed Emmanuelle Riva, rispettivamente nei panni di Georges e Anne, si confermano ancora una volta come due degli attori più grandi dell’intero panorama europeo. 
La partecipazione di Isabelle Huppert nel ruolo della figlia Eva, lontana per lavoro e non per volontà, è simbolo di una contemporaneità che non riesce più a integrare malattia, anzianità e morte nel tessuto sociale. Ogni volta che i due genitori sono in esterni o con personaggi più giovani si avverte lo scollamento di due mondi che si escludono a vicenda: quello della coppia resta sempre in netta antitesi rispetto a quello esterno. Anche l’unica forma di vita (un uccello) che puntualmente cerca di entrare nella casa, viene scacciata.
La prigionia della malattia si ripercuote su tutto il film, il parallelo è fra Anne, costretta nel suo corpo malato, e la vita della coppia, che si rinchiude nella propria casa, seguita da una telecamera che registra ogni attimo dei loro ultimi giorni insieme. L’effetto è quello di un film dalla teatralità obbligata, lo spazio è uno, e le ambientazioni si riducono in interni senza possibilità di uscita.
La dignità della vita diventa punto focale per un film che non può essere etichettato come “pro eutanasia”, poiché sarebbe troppo riduttivo e discriminante. La storia viene raccontata con sincerità, e presenta una realtà ben più cupa: «L’immaginazione e la realtà hanno poche cose in comune».
L’eutanasia non è mai nominata, e il gesto di Georges diventa l’atto disperato di un uomo distrutto che riconosce nello sguardo della moglie un grido d’aiuto cui non riesce e non può più rispondere. La presentazione finale (o iniziale) del corpo rievoca un rispetto profondo per un amore che valica limiti temporali e fisici.
Di Virginia Lore, da spaziofilm.it

Prima o poi la Palmarès di Cannes 2012 doveva arrivare in sala ed è tempo di affrontare un argomento a cui nessuno può sfuggire. Partiamo da quell’inossidabile di Trintignant che ad 81 anni è stato fondamentale per il raggiungimento del premio più ambito, grazie ad un’interpretazione non semplice, dati i suoi dolorosi trascorsi, e soprattutto perché sta vivendo in prima persona quel delicato periodo della vita che è la vecchiaia, fulcro della nostra pellicola dolce e amara.
Perché “Amour” è una storia d’amore sull’amore, sul rispetto, sulla dignità umana e sul sacrificio in nome di un amore, appunto, durato una vita. È un inno all’uomo, all’umanità ed alla sua fragilità. Nasciamo indifesi e dipendenti e talvolta il nostro viaggio si chiude proprio come era iniziato. E’ una semplice fotografia della vita, della vecchiaia e delle difficoltà che essa talvolta ci riserva. E’ la storia di una coppia, George e Anne, che può essere quella con cui condividiamo il pianerottolo e di come i principi ed un affetto incondizionato possano darci forza e coraggio che non avevamo idea di possedere per sopportare la tragedia.
“Amour” è un film semplice, breve, intenso e disarmante. In poche inquadrature è subito chiaro che seguiremo un’agiata coppia che vive in un meraviglioso appartamento borghese. Non hanno problemi, condividono le passioni e sono autonomi sino al giorno in cui, in un attimo, tutto cambia. Che sia sfortuna, statistiche sfavorevoli o un fisico oramai esausto, le motivazioni possono essere molteplici, ma il risultato non cambia: non si può più tornare indietro e il nostro forte, dignitoso, imperturbabile George non si perderà mai d’animo grazie ad un’innata delicatezza (molto rara), serbando uno sguardo protettivo sino all’ultimo per la sua compagna di vita.
Il film di Haneke non ci strappa alcuna lacrima, non ci lascia un retrogusto amaro, non ci fa addormentare angosciati, sicuramente però ci disarma per la sua trasparenza e per il coraggio di aver proposto a due attori di condividere la propria vita col pubblico, portandola alle estreme conseguenze e mostrando cosa probabilmente accada tutti i giorni nel silenzioso riserbo di molte mura domestiche. E quei due meravigliosi attori, da soli, in poco più di una stanza, mai sciatti, senza mai uno sguardo spento o indeciso, molto fieri e sicuri, agili e molto lucidi, ci regalano una grande prova di recitazione.
La narrazione è tranquilla, mai noiosa, ci prende per mano e ci conduce all’interno di ogni stanza per mostrarci cosa succeda quando in vecchiaia la malattia entra dall’uscio per non andarsene più. Il peso sulle spalle di chi deve accudire e di chi è costretto in un letto sempre più dipendente. L’incapacità, di chi dentro quelle mura non vive, di vedere anche per pochi minuti la difficoltà, soprattutto il non voler accettare la sofferenza altrui perché diverrebbe un po’ anche la propria. Quella sofferenza che diventa protagonista di un finale coraggioso in molti sensi e che mostra come tutto possa diventare normale.
Voto: 8. “Amour” è grande cinema, la prova dei suoi protagonisti spero diventi un esempio di cosa significhi recitare. Palmares inevitabile.
Da masedomani.com

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One comment to AMOUR

  • Christian Sabbatini  says:

    “L’amore” del film è messo alla prova da ciò che di più temibile può minacciarlo, ovvero la sofferenza, che si fa presente in tutta l’assurdità e la tragicità di un declino-destino inarrestabile. E’ scioccante l’abisso dell’ impotenza che si sperimenta, in una capitolazione crescente di fronte a ciò che non può essere sanato- redento. Proprio l’amore si oppone a questo trionfo del male, nella forma di tutti i gesti, le cure, e ancor più gli sguardi, che sembrano capaci non solo di tener testa ma addirittura di ergersi al di sopra del male, di sconfiggerlo. Questo proprio in virtù dell’amore stesso e della sua capacità di farsi carico-prossimo delle sofferenze dell’altra/o che ci stanno di fronte nella loro drammatica ineludibilità. L’amore concepito solo così sarebbe però idealistico e non terrebbe conto dell’altra faccia della medaglia, il limite umano di quest’ amore che nel film esplode in tutta la sua carica di rimozione, violenza, isolamento, e incomunicabilità. L’amore è minato alla radice, messo alla prova, assediato per tutta la durata del film, e infine espugnato e sconfitto. Non può che emergere questo dato dalla visione, a meno che non si consideri la destinazione drammatica dei protagonisti come uno scivolare inevitabile verso la fine; fine aggravata e appesantita da una spirale tragica di rimozione della sofferenza e conseguente chiusura a coloro che si offrono come prossimi per farsi carico.

    Christian Sabbatini

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