ALMANYA


Dopo aver lavorato per 45 anni come operaio ospite (“Gastarbeiter”) Hüseyin Yilmaz, annuncia alla sua vasta famiglia di aver deciso di acquistare una casetta da ristrutturare in Turchia. Vuole che tutti partano con lui per aiutarlo a sistemarla. Le reazioni però non sono delle più entusiaste. La nipote Canan poi è incinta, anche se non lo ha ancora detto a nessuno, e ha altri problemi per la testa. Sarà però lei a raccontare al più piccolo della famiglia, Cenk, come il nonno e la nonna si conobbero e poi decisero di emigrare in Germania dall’Anatolia.
Esiste ormai nel cinema contemporaneo dai tempi di East is East un modello di narrazione che potremmo definire “commedia sull’integrazione”. Di solito si tratta di una famiglia di immigrati che risiede all’estero da tempo e che è ormai abbastanza ampia da consentire la compresenza della prima generazione con quella di figli e/o nipoti nati su suolo straniero. Almanya aderisce pienamente al modello senza particolari originalità se non per la caratteristica (determinante) di scegliere come proprio soggetto una famiglia turca. Come è noto la nazione che in Europa ospita il maggior numero di turchi è proprio la Germania. I dati statistici ci dicono che su 82 milioni di abitanti i turchi costituiscono un’entitàdi circa 1.7 milioni di persone legalmente residenti. I problemi legati all’integrazione non sono sicuramente mancati. Di recente però, grazie anche all’opera di Fatih Akin, il cinema tedesco ha prodotto film che costituiscono un ponte fra le due culture.
Mancava però la commedia generazionale che prende le mosse, grazie all’escamotage della narrazione al piccolo di famiglia, da come il nonno fosse giunto come milionesimoeuno emigrante nella Germania del boom economico. Si sviluppa così una sorridente alternanza tra un passato di difficoltà e una progressiva crescita operosa. L’idillio prevale sui contrasti ma l’ironia non manca. Così come viene descritta con una molteplicità di sfaccettature la figura del nonno pronto ad integrarsi al suo arrivo ma ora assolutamente disinteressato ad acquisire la nazionalità tedesca caparbiamente voluta e ottenuta dalla moglie. Soprattutto nella parte finale il film (che invece regge bene il ritorno in Turchia con acute osservazioni sui pregiudizi) non riesce a sfuggire a un po’ di retorica al glucosio che finisce con il nuocergli più che portargli vantaggi.
Questo però non inficia la resa complessiva di un’opera divertente che consente anche ai non esperti di storia e società tedesche di divertirsi e (magari, perché no?) di fare anche produttivi paragoni con situazioni italiche passate e presenti.
Di Giancarlo Zappoli, da mymovies.it

Sono trascorsi 45 anni da quando Hüseyin Yilmaz (Vedat Erincin) è approdato in Germania dalla natia Turchia in cerca di lavoro, in un momento in cui le industrie e l’economia tedesca avevano più bisogno di manodopera. Yilmaz ricorda ancora le difficoltà di coronare il suo sogno d’amore con la moglie Fatma (Lilay Huser) con la quale si sposò contro la volontà della famiglia di lei e con con la quale ebbe tre figli che ben presto dovette lasciare, ancora piccoli, per lavorare da immigrato in un paese straniero. Ad oggi i suoi sacrifici sembrano aver dato buoni frutti perchè ora, quasi mezzo secolo più tardi, Yilmaz è diventato cittadino tedesco a tutti gli effetti e dopo aver acquistato una casa in Germania, ora ne ha comprata un’altra in Turchia dove vorrebbe tornare con la sua famiglia al completo. Così nonostante le resistenze di alcuni dei suoi familiari, in primis la moglie, Yilmaz riuscirà ad intraprendere l’agognato viaggio per la sua terra natale portando con se il suo passato, il suo presente e il futuro rappresenato dal suo nipotino Cenk (Rafael Koussouris), nato in Germania, ma già molto confuso sulle sue origini e sul suo posto nel mondo.
Ritratto di famiglia all’insegna dell’identità culturale per la regista e attrice tedesca di origine turca Yasemin Samdereli, che con il suo Almanya mette in scena una deliziosa commedia dal sapore agrodolce, capace di miscelare sapientemente un umorismo che regala sorrisi mai di grana grossa, inserendo la levità dell’approccio in un contesto più ampio e di spessore, in cui si esplora il periodo del boom dell’immigrazione in Germania e del duro lavoro lontano da casa ed affetti, in cui tra l’altro l’Italia all’epoca fu forza motrice, impossibile guardando il film della Samdereli non ripensare al classico Pane e cioccolatacon Nino Manfredi.
Di Pietro Ferraro, da ilcinemaniaco.com

Yasemin Samdereli è alle prese con il suo primo lungometraggio, eppure guardando Almanya – La mia famiglia va in Germania, non si direbbe affatto. C’è qualcosa che colpisce fin da subito, e va oltre i soliti artifici registici del caso; è l’estrema semplicità e purezza con cui viene raccontata questa storia fatta di ricordi e speranze. Protagonista del film è la famiglia Yilmaz, emigrata in Germania dalla Turchia negli anni ’60. Nel secondo dopoguerra, le aziende della Repubblica Federale Tedesca necessitavano di manodopera. La guerra stroncò le vite di molti uomini chiamati al fronte, provocando il dimezzamento della popolazione maschile. Per sopperire a tale richiesta, vennero stipulati dei patti con diversi Stati, tra cui anche la Turchia. Ed è proprio così che inizia la vicenda di Huseyin (Vedat Erincin), patriarca della famiglia Yilmaz, arrivata ormai alla terza generazione. Dopo anni di sacrifici e di lavoro, decide di comprarsi una vecchia casa nel villaggio in cui è nato, in Turchia. Convince faticosamente moglie, figli e nipoti ad accompagnarlo per sistemarla e rimetterla a nuovo. Inizia il loro viaggio, e come in tutti i film “on the road” che si rispettino, inizia anche il nostro. Il film è strutturo in due parti: il viaggio in Turchia, e l’appassionante racconto di Canan (Aylin Tezel), la nipote di Huseyin, che narra a Cenk, il più piccolo della famiglia, il modo bizzarro in cui il nonno e la nonna si sono messi insieme, e il loro successivo trasferimento in Almanya (Germania in turco). Il ritmo narrativo è scandito da un montaggio alternato che passa in maniera molto fluida da una parte all’altra della storia, dal passato al presente e dal presenta al passato, come se nulla fosse. La storia del giovane Huseyin che incontra Fatma (Lilay Huser) viene raccontata dalla regista Samdereli con delle trovate stilistiche uniche, che conferiscono al film grande dinamicità ed ironia. La sequenza delle rocambolesche situazioni in cui vengono a trovarsi inizialmente i due giovani appena emigrati dall’Anatolia, fanno ridere ma celano al loro interno una riflessione profonda: le grandi difficoltà che ogni emigrato deve affrontare per riuscire ad integrarsi. È facile dare la colpa agli emigrati per tutti i disagi legati al proprio Stato di appartenenza; invece di puntare continuamente il dito su di loro, dovremo “stendere” la mano e facilitargli questo “passaggio”. L’integrazione è un processo che va necessariamente controllato e seguito dallo Stato, affinché la gente possa sentirsi sicura e protetta, e affinché tra il popolo e il “diverso”, proveniente da altri paesi, si instauri un rapporto di fiducia. “Chiedevamo dei lavoratori e sono arrivate delle persone.” (Max Frisch), è la frase che esemplifica il film. Il secondo tema affrontato dalla pellicola è quello della famiglia. Attualmente i valori cardine di una società stanno venendo meno con una facilità e una velocità che colpiscono. La famiglia, è uno di questi. Ci sentiamo sempre meno spesso appartenenti a qualcosa (le nostre origini) o a qualcuno (i nostri familiari). Il viaggio che i personaggi affrontano nel film fa prendere loro coscienza sull’importanza dell’affetto familiare, della comprensione, e dell’unione che non dovrebbero mai mancare. La famiglia è un gruppo eterogeneo che al suo interno raccoglie persone con caratteri differenti e di età differente. Pretendere un rapporto perfetto fra tutti i componenti è alquanto ridicolo; a fare la differenza è il continuo dialogo, che porta al confronto. Quello di Almanya – La mia famiglia va in Germania, è un viaggio che quando giunge al termine, lascia il segno: non si è mai più gli stessi uscendo da una sala cinematografica e questo perché il cinema ci cambia, senza saperlo.
Di Federica Rinaldi, da cinema4stelle.it

Fare un film, soprattutto il primo film, pensato, scritto e cambiato per poi essere presentato al mondo. Un po’ come l’atteso momento di riempire un’ideale “pagina bianca”, con la propria determinante e personalissima storia, o conoscenza, o immaginazione che sia. Ciò che la dovrebbe rendere diversa dalle altre, comunque importante quanto le altre, e farla rimanere bene a galla, nel tempo. Sfida difficile, tentata da molti, vinta da pochi.
La regista Yasemin Samdereli che dieci anni fa, insieme alla sorella Nesrin, ha iniziato a scrivere sulla sua “pagina bianca”, conclude il suo percorso di iniziazione al cinema, lasciandoci davanti agli occhi, un album di famiglia dai colori caldi e vividi, su cui restano impressi ricordi e racconti pieni di indiscutibile valenza emotiva.
Non era un gioco facile il suo, soprattutto in patria. Partendo dal proprio vissuto di giovane di origine turca – ormai naturalizzata tedesca da due generazioni – la regista ha voluto, e cercato di raccontare (di nuovo e a suo modo) il senso profondo dell’essere immigrati, la realtà che meglio conosceva, e che aveva urgenza di venire alla luce. Aggiungendo così, un altro piccolo tassello, stavolta lieve e colorito, che si inserisce nella storia di una cinematografia che, da anni, affronta il tema dell’integrazione, in un’ottica conflittuale e drammatica.
Scongiurato il rischio di essere condannato per faciloneria, e respinto come superficiale voce fuori dal coro di serietà e impegno (il film infatti è stato accolto positivamente dalla critica, e da un clamoroso successo di pubblico, in Germania), restava un altro, e forse più ingrato, compito. Quello di emergere tra le numerose pellicole internazionali che, da oltre un decennio, “festeggiano” il melting pot multi-etnico, raccontandone, attraverso i toni della commedia, anche i non trascurabili fallimenti e complessità. Tutt’intorno il paese, nuovo e freddino, che storcendo il naso li accoglie, in mezzo loro: pakistani, indiani o turchi che ballano, mangiano, ridono e piangono. Come in molti film, anche in questo. La trappola della memoria nostalgica e della cronaca dolce amara di lontananza e storia familiare, può infatti tradire anche la sceneggiatura più fresca.
Le sorelle Samdereli amano i classici della commedia, e la loro narrazione rimane quasi sempre brillante e cristallina, e i momenti di retorica sentimentalista si fanno dimenticare, in un lavoro di scrittura dall’ottima tenuta che, come racconta la regista, può ringraziare sinceramente riferimenti come Ernst Lubitsch e Woody Allen.
La storia del patriarca Hussein Yilmaz, (che per un soffio non fu il milionesimo e acclamato Gastarbeit della Germania del 64), pronto, dopo quaranta anni a portare tutta la famiglia, in Anatolia, dove segretamente ha acquistato una piccola casa, è cadenzata dai flash back che la giovane nipote crea, raccontandola al piccolo cuginetto Cenk, in piena crisi di identità culturale.
La famiglia Yilmaz infatti è tedesca a tutti gli effetti, sottoscrivendo anni prima un patto infernale che li obbligava a mangiare maiale tutti i giorni, vedere l’Ispettore Rex una volta a settimana, e andare ogni due anni in vacanza a Palma di Maiorca.
E’ forse il fatto che sia spesso il punto di vista dei bambini, a coincidere con il racconto dei fatti, che rende più tangibile lo stupore davanti allo sconosciuto e diverso, l’assurdità dei pregiudizi (quasi inevitabili) e l’aspetto anche grottesco di certe paure; è infatti questa flagranza, il punto di forza del film. Insieme ad essa, la performance globalmente riuscita, di un cast “multiculti”, in Italia poco conosciuto, ma meritevole di grande attenzione.
Così il terrore per il crocifisso, truculenta figura che perseguita Muhamed, il secondo figlio di Hussein, o lo spettro paradossale del cannibalismo, nato dall’idea del sacramento della comunione, aggiungono garbatamente una prospettiva in più, quella sulla diffidenza turca nei confronti del paese ospitante, come ulteriore modo per guardare ai propri limiti, dalla parte opposta della “barricata”.
Cavalcando il surreale, con regia e fotografia che ricordano (non poco) il Jean-Pierre Jeunet di Delicatessen e de Il favoloso mondo di Amélie, nella ricerca dell’effetto un po’ si eccede; ma sono comunque di più i momenti preziosi in cui, sorridendo e ridendo, nitidamente si guarda a ciò che significa essere perennemente stranieri, andata e ritorno, attratti e respinti dai due poli, tra cui sono divise intere generazioni.
Di Elisa Salvadori , da comingsoon.it

Delizioso racconto ‘on the road’ che ha per protagonista una famiglia di origine turca, trasferitasi in Germania negli anni sessanta per cogliere quelle opportunità lavorative che latitavano in patria, che compie un viaggio in Turchia per accontentare il capofamiglia Hüseyin, che vuole risistemare col loro aiuto una casa che ha appena acquistato.
La famiglia Yilmaz, pur perfettamente integrata nella nuova patria, doveHüseyin e sua moglie ottengono persino cittadinanza e passaporto, non vuole perdere il contatto con le proprie origini.
Così il viaggio materiale che le tre generazioni della famiglia compiono gomito a gomito verso la terra d’origine, trova piena corrispondenza nel viaggio interiore compiuto dai singoli, reso con brio sullo schermo grazie ad una struttura narrativa che intreccia presente, passato e a tratti immagini oniriche.
I racconti fatti al più piccolo dei componenti dalla giovane zia, per sanare la sua grande curiosità, e una certa confusione sul suo essere tedesco ma anche turco, portano sullo schermo immagini che attraverso il personale vissuto della famiglia Yilmaz, sono lo spaccato di un’epoca. La loro storia rispecchia quella di tanti immigrati che partono per cercare fortuna all’estero, fortuna che per Hüseyin consisteva in un lavoro stabile col quale mantenere i suoi cari.
Come spesso succedeva, prima partiva il marito e solo in seguito veniva raggiunto dalla famiglia; in questo Hüseyin non fa eccezione. Veramente divertente la perplessità di moglie e figli all’arrivo in Germania, in turco Almanya, come titola il film: i luoghi, ma soprattutto le abitudini, sono completamente differenti dalle loro, tanto da farli sentire, non tanto dei pesci fuor d’acqua, quanto delle vittime costrette dal destino a vivere in un posto per loro incivile. Singolare lo stupore familiare nel vedere il bagno con il water, il cui utilizzo viene considerato contrario alle basilari norme di igiene. Per non parlare del problema linguistico.
Com’è naturale la famiglia pian piano si adegua e si allarga, un figlio della coppia nasce in Germania per cui è tedesco a tutti gli effetti, ed i fratellini maggiori non hanno proprio memoria dell’Anatolia dalla quale provengono. Rimane però in tutti gli appartenenti alla famiglia la coscienza che seppur tedeschi, sono partiti da lontano, e quel posto d’origine fa comunque parte di loro.
Il tema dell’immigrazione, dell’integrazione, della fusione delle culture diverse, è stato già portato sul grande schermo, sia seguendo il registro drammatico, che quello più ironico, come “East is East”, o addirittura tramite la commedia sentimentale, come ne “Il mio grosso grasso matrimonio greco”, ma la pellicola di Samdereli è qualcosa di diverso da tutto questo, tocca corde più profonde, parlando soprattutto di identità, di chi siamo veramente.
Il regista racconta la realtà mischiando ironia e dramma con grande veridicità, giungendo alla conclusione che ciò che siamo è la sintesi di tanti contributi: ciò da cui siamo partiti, le nostre origini, tutte le esperienze che abbiamo fatto nel corso della nostra vita, ciò che è stato nel mondo grazie alla nostra presenza, e ciò che sarà grazie ai nostri eredi, coi quali affondiamo le radici nel futuro.
Uno dei punti forti del film è il non aver proposto una caricatura del ‘turco’ tipo, bensì un’immagine concreta di una famiglia dei nostri tempi, proiettata nel futuro ma con un forte legame, soprattutto culturale, col proprio passato. Ogni attore è perfettamente in parte, consentendo di proporre al pubblico un racconto decisamente armonico, un po’ agrodolce, ma con momenti molto divertenti.
Di Maria Grazia Bosu, da ecodelcinema.com

Applauditissimo alla Berlinale e forte dello straordinario risultato ottenuto in patria (oltre 11 milioni di euro al box office), Almanya – La mia famiglia va in Germania sbarcherà domani sugli schermi cinematografici italiani, cercando di sfruttare al massimo le potenzialità del lungo ponte dell’Immacolata. L’opera prima di Yasemin Samdereli, sceneggiata dalla stessa regista insieme alla sorella Nesrin, è una commedia gradevolissima che diverte con grande ironia e commuove senza essere stucchevole.
Prendendo spunto da ricordi d’infanzia ed esperienze personali, le sorelle Samdereli portano nelle sale una pellicola brillante e corale con una tematica di fondo serissima e più che mai attuale: l’immigrazione, l’accettazione di chi – per cultura, religione o tradizioni – è diverso da noi, il multiculturalismo. Il tono, però, è quello colorato, spesso scanzonato e (apparentemente) leggero di alcuni film di Fatih Akin o del “nostro” Ferzan Ozpetek. Nessun vittimismo, nessuno scenario da cronaca nera; ma un armonico e travolgente racconto agrodolce e poetico, condito con un pizzico di comicità.
Protagonista del film è la famiglia Yilmaz, emigrata in Germania dalla Turchia negli anni ’60 e giunta ormai alla terza generazione. Dopo una vita di sacrifici, il patriarca Hüseyin ha finalmente realizzato il sogno di comprare una casa in Turchia e ora chiede a figli e nipoti di trascorrere con lui le vacanze estive risistemandola. Malgrado lo scetticismo iniziale, la famiglia al completo si mette in viaggio e alle nuove avventure nella terra d’origine si intrecciano i ricordi tragicomici dei primi anni in Germania (Almanya, in turco), quando la nuova patria sembrava un posto assurdo in cui vivere…
Il piccolo Cenk ha qualche difficoltà a comprendere come si possa essere tedeschi ma anche turchi allo stesso tempo. Così, la cugina ventenne comincia a raccontargli le origini della loro famiglia, cominciando con il primo incontro dei loro nonni in Anatolia. Le sorelle Samdereli, già co-autrici della serie televisiva Turkish for Beginners (conosciuta in Italia con il titolo Kebab for Breakfast) giocano con il fluido intersecarsi di due piani temporali differenti, aprendo di volta in volta divertenti quanto bizzarri quadretti familiari; e strizzando spesso l’occhio allo spettatore. La solida sceneggiatura prende vita sullo schermo grazie ad una regia sempre attenta ai particolari ma mai troppo rigida o formale.
Ottimo il casting. Tutti gli interpreti sono azzeccatissimi per i propri ruoli e tutti sono perfettamente calati nella propria parte. Bravissimi soprattutto i bambini, con un plauso particolare per il piccolo quattrocchi amante della Coca Cola.
Da cineblog.it

Applauditissimo al festival di Berlino, Almanya – la mia famiglia va in Germania è una commedia on the road dal tono scanzonato e accattivante, condita da innumerevoli spunti per riflessioni, senza risultare tuttavia pesante o pretenziosa.
E’ la storia della famiglia Yilmaz, di origine turca, in pianta stabile in Germania dagli anni ’60. Hüseyin (Vedat Erincin), il “pater familias”, parte alla volta della Repubblica Federale Tedesca, rispondendo all’appello dell’occidente, carente di operai. Quell’Occidente della coca-cola e del Natale con i regali sotto l’albero, della tecnologia e del benessere che finirà per conquistare i suoi figli, di fatto più tedeschi che turchi. Ma fino a che punto ci si può allontanare dalla propria terra? Fino a che punto ci si può dimenticare chi si è realmente? Hüseyin non lo dimentica, compra una casa in Turchia e trascina la sua famiglia in patria con il pretesto di ristrutturarla e la speranza di far ritrovare a figli e nipoti la loro vera identità, per troppo tempo ignorata.
Primo lungometraggio per il cinema di Yasemin Samdereli, che riesce a destreggiarsi con grande disinvoltura tra diverse tecniche narrative: da frammenti di documentario al flashback, senza mai perdere di vista la narrazione del presente. Sorretto da una sceneggiatura che sembra sempre ammiccare al pubblico, scritta a quattro mani dalle sorelle Samdereli, il film riesce a trattare con leggerezza, senza rinunciare all’incisività, il tema sempre attuale dello “straniero in terra straniera”.
Non si può far a meno di pensare che il film sia in una qualche misura autobiografico: le sorelle Samdereli raccontano storie di persone con le quali sono cresciute, inserendo episodi della loro infanzia da musulmane in terra cattolica, senza cadere nel facile clichè del diverso, vittima di una cultura fondamentalmente razzista. Anzi, con grande intelligenza riescono a trattare la materia che hanno con una comicità fresca e pulita, che sfrutta gli stereotipi attraverso gli occhi ingenui di chi vede il mondo per la prima volta.
Non c’è dramma, il multiculturalismo non è solo la pagina nera dei giornali … c’è dell’altro, ed è bene raccontarlo con un sottofondo travolgente e immagini ravvivate da colori accesi e da una forte positività insita in ogni sequenza: neanche la morte, in questo elegante film, riesce a svuotare di significato la vita, a guastare la serenità e l’equilibrio interiore … e dove può accadere, se non in oriente?
Di Dalia Orefice, da cinefilos.it

Come loro, anche i protagonisti sono turchi e sono stati portati dal destino in terra tedesca.
La storia si sviluppa attorno alle vicende di Hüseyin, anziano e carismatico capostipite degli Yilmaz, un clan di figli e nipoti dagli anni ’60 in Germania. L’acquisto di un rudere da risistemare in quella che, dopo decenni, Hüseyin continua a chiamare “patria” e la partenza di tutta la famiglia alla volta della Turchia, diventano il pretesto per un flashback a ritroso nella storia degli Yilmaz.
Voce narrante della storia è la giovane Canan (Aylin Tezel), che racconta al cuginetto Cenk, il bellissimo Rafael Koussouris confuso sulle sue origini – “ma allora siamo turchi o tedeschi?? – l’incontro dei nonni, in Anatolia, e il loro arrivo in Germania, “terra fredda e di sole patate”, in cerca di lavoro e soldi.
La storia si dispiega rimbalzando di generazione in generazione tra i due paesi e le due culture, mostrando – in un crescendo di ironia e tenerezza – pregiudizi e credenze che spesso accompagnano chi emigra in terra straniera: così il cagnolino al guinzaglio appare alla famiglia appena arrivata dalla Turchia come un ratto inspiegabilmente legato, mentre si teme che i tedeschi siano tutti cannibali, “perché venerano un uomo in croce”.
Tra risate e lacrime di commozione il film giunge alla riflessione finale, quella sulla condizione di chi si trova costretto a emigrare, ancora oggi attuale e tutt’altro che risolta: “Chiedevamo dei lavoratori, sono arrivate delle persone”, il monito di Max Frisch accompagna i titoli di coda e induce a pensare al destino di chi lascia la propria terra e si trova a doversi integrare in una nuova cultura.
Impresa riuscita di due giovanissime sorelle alla prima impresa cinematografica, Almanya – applauditissima al Festival di Berlino– si pone a metà via tra commedia e romanzo di integrazione, unendo note di calore e dettagli fotografici di alto livello a una regia intelligente e delicata.
Di Marzia Nicolini, da persinsala.it

Presentato al 61esimo Festival di Berlino, campione di incassi in Germania con 11 milioni di euro al botteghino, “Almanya” di Yasemin Samdereli (rassegniamoci al sottotitolo italiano perpetrato dai soliti “specialisti” di casa nostra: “La mia famiglia va in Germania”, come se si trattasse di una commedia del tipo “Il mio grosso grasso matrimonio greco”) è un racconto discreto e poetico di emigrazione, radici e memoria. Una commedia dal retrogusto malinconico, questa scritta da due donne tedesche di origine turca (la stessa regista insieme alla sorella Nesrin Samdereli), che per genere non si discosta molto da altri titoli incentrati sul tema dell’integrazione, come “East is East”, “Sognando Beckham” o il più recente “Soul Kitchen”.
A dire il vero, il primo di questi titoli “parenti” riusciva a tratteggiare con onestà qualche risvolto drammatico delle difficoltà di integrazione tra tradizioni islamiche e società occidentale, mentre “Almanya” preferisce scorrere confortevolmente in una narrazione “apologetica” dell’emigrazione turca in Germania. Forse perché buona parte del racconto assume i contorni della fiaba, dal momento che esso viene “visto” attraverso gli occhi di Cenk (Rafael Koussouris) un bambino tedesco di origini truche. E forse perché l’islam turco non è rigido come quello pakistano. É comunque lui, il piccolo Cenk, ad ascoltare le vicende della numerosa famiglia cui appartiene, dalla voce della cugina Canan (Aylin Tezel): di come cioè il nonno Hüseyn (Vedat Eriincin da anziano,Fahri Yardim da giovane) conquistò l’amore della nonna Fatma (Lilay Huser da anziana, Demet Gül da giovane) e, sull’onda del boom economico europeo negli anni ’60, decise di ascoltare il richiamo lavorativo della Germania. Dapprima da solo, poi con tutta la sua famiglia Hüseyn si integra in terra tedesca, continuando però a sentirsi profondamente turco.
Ecco perché, da anziano, Hüseyn prende la decisione di riportare tutta la famiglia in Turchia, nel paese di origine, per sistemare una casa di vacanza che, dice, ha appena acquistato. Una sorpresa, questa, che sconvolge i piani di tutti i famigliari, a cominciare dalla vecchia moglie Fatma, felice per aver appena ottenuto la cittadinanza tedesca dopo decenni di attesa burocratica. Il film scorre dunque su due binari: nel presente il viaggio della famiglia verso il paese delle radici, nelpassato il viaggio dei primi membri di quella stessa famiglia verso la terra promessa tedesca, la Almanya (Germania, in in lingua turca) del titolo. Come accade in tutti gli “on the road”cinematografici il viaggio geografico — quello verso la Turchia — si fa specchio del viaggio interiore: lungo l’asse che conduce in Asia minore, verranno a galla parecchi segreti famigliari, e i protagonisti ripenseranno la propria collocazione nel presente.
Nella più ampia cornice del dibattito sull’integrazione, la storia sembra suggerire la versione migliore del tema: e cioè il mantenimento delle proprie radici nel rispetto assoluto della regole della società in cui si approda. Tutt’altra cosa dal multiculturalismo, che vorrebbe creare mini-mondi ermeticamente chiusi in sé stessi, nell’unico spazio geografico che li permetterebbe, cioè l’Occidente democratico. Di struggente bellezza la frase dello scrittore Max Frisch, a commento finale della storia: “Chiedevamo dei lavoratori e sono arrivate delle persone”.
Di Ferruccio Gattuso, da cinema.yahoo.com

“Almanya – La mia famiglia va in Germania”, film diretto dalla giovane regista tedesca Yasemin Samdereli scritto a quattro mani con la sorella Nesrin, giunge oggi nelle sale cinematografiche italiane dopo la presentazione fuori concorso dello scorso febbraio al 61° Festival del Cinema di Berlino. Accolta con favore dalla critica e dal pubblico tedesca, la pellicola affronta con garbo e allegria il tema dell’emigrazione turca in Germania nella seconda metà del ’900, giocando in maniera divertente tra passato e presente. Il cast, tutto rigorosamente di origine turca, gioca perfettamente con le situazioni messe a punto dal duo femminile alla sceneggiatura che, senza farne troppo mistero, hanno rielaborato e raccontato sotto forma di commedia i ricordi dell’infanzia vissuta a Dortmund in una tranquilla e aperta famiglia turca. Un esordio cinematografico, quello di “Almanya”, lontano dai cliché di altri precedenti lavori sul tema, incentrati su storie drammatiche e decisamente al limite.
Dopo essersi fatto sfuggire per un soffio la possibilità di essere il milionesimo gastarbeiter, il giovane Hüseyin Yilmaz è diventato uno dei tanti lavoratori turchi stabilitisi definitivamente in Germania insieme a sua moglie Fatma e ai suoi tre figli. Gli anni passano e la famiglia si allarga, il quartogenito viene alla luce proprio in terra tedesca, e giorno dopo giorno tutti gli Yilmaz scivolano nel duro processo d’integrazione. Giunti ormai alla vecchiaia, Fatma spinge il marito a richiedere la cittadinanza tedesca; è proprio allora che Hüseyin ha l’illuminazione: comprare casa in Turchia, nel paese della sua giovinezza, dove trascorrere gli ultimi anni della sua vita e, per farlo, raccoglie intorno a sé tutta l’ormai grande famiglia fatta di figli, generi, nuore e nipoti. Inizia così il lungo e difficile viaggio verso la terra natia, fatto di vecchi ricordi, nostalgiche memorie e nuove sorprese.
Raccoglie l’eredità di altri interessanti precedenti “Almanya – La mia famiglia va in Germania”, pellicole che in toni più o meno leggeri hanno raccontato il tema del melting pot etnico-culturale; non c’è ombra di facileretorica in questa opera prima per il cinema delle sorelle Samdereli né tantomeno una facile ricerca di lacrime o sentimenti bassi: la vera forza è nell’approccio, semplice ma efficace, giocato sui toni della memoria visti con gli occhi di un bambino, scevro dunque dei pregiudizi e delle complicazioni tipiche dell’età adulta.
L’intreccio tra presente e passato raccontato al piccolo di casa, Cenk, nipote di Hüseyin e figlio del mix multiculturale che non riesce a decidere quale debba essere la sua vera identità, è un divertente gioco di flashback tra realtà e fantasia, raccontati in maniera semplice e romantica dalla cugina più grande che, con coraggio, raccoglie l’arduo compito di spiegare a un ragazzino confuso l’incontro tra le due culture. È così che pian piano si sfogliano le pagine dell’album dei ricordi degli Yilmaz, descrivendo con un pizzico d’ironia il significato dell’essere straniero.
Divertenti e piacevoli sono anche i momenti espressamente comici dei figli di Hüseyin: c’è il terrore di Muhamed, il secondogenito, per il crocifisso, figura religiosa atipica per dei piccoli musulmani che vedono il simbolo come una figura sanguinolenta e macabra o l’amore spassionato per la Coca Cola di Veli, figlio maggiore, che vede nella bibita il simbolo di assoluto benessere tanto da promettere poco prima della partenza a un suo caro amico di portargliene in dono una volta tornato in patria, per non parlare del Natale, rincorso a tutti i costi dai fratellini, e i tentativi della madre che, con tutto il cuore, cerca di accontentare i figli a tutti i costi con risultati piuttosto miseri; sono solo alcuni dei piccoli dettagli che illustrano, in maniera spesso fin troppo surreale, le differenze tra le due culture, attraverso la divertentediffidenza dei pargoli Yilmaz.
Di Chiara Console, da diredonna.it

Estensione familiare di Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano (il bel film di François Dupeyron dal bel testo di Eric Emmanuel Schmitt) Almanya dimostra l’inesauribile ricchezza della “commedia nuova” basata sulle infinite situazioni drammaturgiche create dal meticciato metropolitano e in questo caso, più limitatamente, dai contraccolpi della migrazione nei rapporti familiari tra generazioni. La lista dei film riusciti in questo campo è infinita ma forse la vera novità sta nella generazione di autori “oriundi”che, già ampiamente presenti nel panorama letterario ora si affacciano pieni di energie, humour e qualche giustificata rivendicazione a descrivere la propria realtà bifronte, figli dell’integrazione ma nipoti di culture diverse e finalmente, dopo le prudenze mimetiche dei parenti immigrati di prima generazione, rivendicate come ricchezza. Se monsieur Ibrahim era il risultato sensibile e attento di una civiltà della tolleranza (straordinario valore occidentale che comunque comporta una qualche sfumatura di superiorità), e Abdellatif Kechiche col seducente Couscous aveva regalato l’illusione di un talento sincretico, questo sincretismo diventa ancora più significativo nella cordialità di un prodotto mediano, Alemanya appunto il cui sottotitolo Wilkommen in Deutschland molto dice dell’atteggiamento dei suoi autori, meglio autrici, le sorelle trentenni Samdereli: Nesrin, cosceneggiatrice e Yasemin, regista, nate a Dortmund e, quest’ultima, allieva della scuola di cinema di Monaco.
Il benvenuto in Germania è quello che riceve il patriarca della famiglia, l’armeno Huseyin Yilmaz quando giunge il 10 settembre 1964, milionesimo straniero all’ufficio immigrati e, cedendo il posto per cortesia, si trova milionesimo +1 e quindi ri-precipitato nell’anonimato più oscuro. Proprio la sua storia oscura viene raccontata ad un nipote bambino, umiliato a scuola dal rifiuto dei compagni turchi ad immetterlo nella propria squadretta (non è più turco, essendo i suoi genitori ormai di nazionalità tedesca) e dalla parallela ripulsa dei tedeschi (che tedesco è uno che si chiama Cenk Canan e la cui famiglia proviene da un paese che non sta nemmeno nella carta d’Europa?). I quarantacinque anni della storia del patriarca, dei suoi figli e dei suoi nipoti, si snodano con grazia attraverso il racconto, fatto di armoniosi flashback, di una nipote che collega i fili dei racconti familiari, vissuti à rebours: dall’emozione per l’ottenimento del passaporto tedesco alla infanzia armena, all’innamoramento, all’immigrazione lacerante che prima priva per lungo tempo i figli del proprio padre e poi, quando questi verrà a riprenderseli, degli amici e delle abitudini acquisite. E poi le emozioni della madre, prima chiusa nel guscio domestico e poi sempre più integrata; a sorpresa, dopo quasi mezzo secolo la decisione autoritaria del ritorno in Armenia.
Ma il vecchio è saggio e sa che la vita dei suoi è in Germania: il viaggio sarà semplicemente l’occasione per conoscere la propria storia e le proprie radici. Anche il destino è saggio e concluderà con un colpo di genio la vita dell’uomo, proprio la da dove era partito, là, dove un figlio resterà per ricostruire la casa che si era rivelata un rudere. Toccherà al nipote, al ritorno “in patria“ pronunciare dinanzi alla cancelliera tedesca che aveva invitato il nonno con altri immigrati di lungo corso ad un ricevimento d’onore, pronunciare le parole testamentarie del nonno “Sono felice”. Finalmente fiero il nipotino porterà a scuola una carta d’Europa che comprenda la sua Armenia e, non più “né turco né tedesco”, potrà forse un giorno sentirsi turco tedesco.
Di Sara Mamone, da drammaturgia.it

Se il nostro è un paese di emigranti, ci sono nel mondo le nostre controparti, quei paesi che dell’immigrazione si sono avvalsi come forza lavoro. Uno di questi è la Germania, che nel dopoguerra ha chiesto ed accolto mano d’opera da vari paesi, soprattutto dalla Turchia.
E’ questa la storia che racconta Almanya, concenteandosi sul milionesimo-e-uno immigrato turco, sul suo arrivo, la sua nuova vita in Germania e quella contemporanea della sua famiglia, ormai giunta alla terza generazione su territorio tedesco. Si tratta di una storia narrataci dalla voce fuori campo di una delle nipoti di Hüseyin Yilmaz, Canan, alternata ad un racconto nel racconto dei primi anni tedeschi che la stessa ragazza fa a beneficio del piccolo Cenk, il più giovane dei nipoti dell’uomo, primo di una nuova generazione ormai completamente integrata nella cultura tedesca.
E’ una storia raccontata con garbo ed ironia dal registaYasemin Samdereli e la sorella sceneggiatrice Nesrin Samdereli, spostandosi tra passato e presente, alternando e, a tratti, sovrapponendo i livelli della narrazione, sfruttando le differenze linguistiche, ed una versione marcata e fittizia del tedesco, per aggiungere ulteriore spessore e sfumature. Una complessità strutturale che non sembra rappresentare una difficoltà per il regista, che mantiene ben saldo sui binari la forma del film, sapendo mantenere un tono leggero e dimostrando una grande capacità di ironizzare su tic ed idiosincrasie di entrambi i popoli, l’ospitante e l’ospitato, costruendo un interessante e divertente quadro della famiglia e del periodo storico che mette in scena.
Il racconto è ricco di momenti tratti direttamente dalla vita dei Samdereli, che li usano per analizzare il fenomeno dell’immigrazione che li ha visti protagonisti in prima persona, ribadendo i motivi del perchè i Turchi sono in Germania, sottolineando gli sforzi fatti per integrarsi e riflettendo su come sia giusto portarla avanti.
Con ritmo vivace, dialoghi spigliati ed intelligenti, efficaci prove d’attori e buon gusto visivo, Almanya scorre via con sicurezza e sorprendente profondità, rappresentando una nota piacevole nel cartellone di Berlino 2011, dove è stato presentato fuori concorso nella sezioneCompetition. Più di una sequenza meriterebbe la menzione (basti pensare tra le tante al sogno riguardante la consegna dei passaporti tedeschi ai coniugi Yilmaz, o la convocazione da parte della Germania dei lavoratori di tutto il mondo), ma quello che ci piace sottolineare, tralasciando la singola scena ben costruita o la trovata ad effetto, è la compattezza di un’opera che sa cosa vuole comunicare e come farlo nella sua interezza, tra sorrisi più meno marcati, momenti onirici e la giusta dose di emozione e malinconia.
Di Antonio Cuomo, da movieplayer.it

Era ormai da diverso tempo che sui nostri schermi non si avvistava una commedia sull’immigrazione così colorata e spassosa. Se infatti è vero che l’integrazione è un tema che più frequentemente viene affrontato in chiave drammatica, esiste d’altro canto una significativa tradizione filmica (la cui pellicola-manifesto può essere considerataEast Is East) che utilizza l’ironia per mettere in luce l’incontro-scontro tra tradizioni ed etnie diverse. Almanya – La mia famiglia va in Germania fa parte di questa categoria.
Nel film l’attrito culturale che scatena una valanga di risate è quello tra turchi e tedeschi. Come ci racconta la pellicola, 50 anni fa laGermania si accordò con la Turchia per “importare” manodopera per ricostruire il Paese dopo la Seconda guerra mondiale. Dal 1961 al 1973 approdarono in Germania più di due milioni di immigrati turchi: avrebbero dovuto fare dei turni di un paio d’anni e poi tornare a casa ma molti, alla fine, rimasero, furono raggiunti dalle famiglie d’origine oppure ne costruirono di nuove. Col risultato che oggi, in Germania, vivono 1 milione e 650 mila turchi.
Alternando passato e presente, intersecando le scene della famiglia turca Yilmaz negli anni ’60 e nei nostri giorni, ma anche la loro vita inGermania e l’avventuroso “pellegrinaggio on the road” verso la vecchia casa in Anatolia, il film costruisce un rocambolesco viaggio di tre generazioni tra affetto verso la nuova patria e nostalgia verso quella vecchia. Ma soprattutto, il film fotografa le idiosincrasie sia del popolo che accoglie, tra bisogno e diffidenza, sia del popolo che arriva e che deve adattarsi tra emancipazione e tradizione.
Campione d’incassi in patria con oltre 15 milioni di incasso, esportato un po’ in tutto il mondo dalla Finlandia a Singapore, Almanya – La mia famiglia va in Germania è un film genuino che si nutre dei ricordi veri delle due sorelle turco-tedesche Yesemin e Nesrin Samdereli, ossia la regista e la sceneggiatrice, una coppia artistica che la stampa tedesca ha già paragonato ai fratelli Coen. Il merito assoluto del film è infatti una certa autoironia di sapore ebraico che riesce a non vittimizzare né demonizzare l’immigrato.
Si ride, molto. Indimenticabili alcune scene, dallo sguardo basito dei bambini turchi quando per la prima volta incrociano un uomo tedesco che “si diverte” a portare a passeggio un topo (alias un cane bassotto) alle loro perplessità su quella strana sedia bianca che dovrebbe “accogliere” i loro bisogni fisiologici. O ancora, la magia di quel camion che mangiava i rifiuti e che, puntualissimo, appariva ogni mattina.
Certo gli stereotipi ci sono. Anzi, come già accadeva in Giù al Nord e Benvenuti al Sud, gli stereotipi sono lo scheletro del film; l’importante è riuscire a non rimanerne vittime ma lasciarsi sorprendere. Perché come spiega semplicemente la didascalia con cui si apre il film: «chiedevamo dei lavoratori, sono arrivate delle persone».
Di Valentina Torlaschi, da bestmovie.it

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