ALBERT NOBBS



Erano più di vent’anni che GLENN CLOSE voleva portare sul grande schermoAlbert Nobbs, il personaggio dell’omonima pièce scritta da Istvan Szabo sulla base di un racconto di George Moore che la sei volte nominata all’Oscar ha più volte interpretato a teatro.
Lei, così androgina da essere riuscita ad incarnare alcune delle donne più cattive della storia del cinema (dalla Alex di “Attrazione Fatale” alla Crudelia Demon de “La carica dei 101” , passando per la Marchesa manipolatrice di “LE RELAZIONI PERICOLOSE”), aveva amato fin da subito la storia di questo cameriere di un hotel nell’Inghilterra del primo novecento che decide di fare credere a tutti di essere un uomo pur di avere una carriera leggermente migliore di quella prospettata alle donne di servizio e guadagnare tanto da aprire successivamente una propria attività. Un “travestito” costretto a una vita che non gli appartiene. Il sogno di potere finalmente vivere come una donna, trovare l’amore e liberarsi di una maschera che, prima di ogni cosa, l’ha portato ad un’esistenza piena di solitudine da cui è sempre più difficile scappare. Non tutto però è perduto…
Attorniata da un grandissimo cast che va da una vecchia sicurezza come Brendan Gleeson a giovani star come MIA WASIKOWSKA e AARON JOHNSON (con un cameo anche di JONATHAN RHYS MEYERS), Glenn Close si fa carico di una pellicola più densa di significati, capace di emozionare tanto con la semplice vicenda privata, quella di una persona a cui, di fatto, il caso ha deciso di negare una vera esistenza, che con la sua contestualizzazione storica, l’amore tra donne, l’imperante sistema maschilista e il sacrificio dell’individuo in nome delle etichette su cui è costruita la società. Non ci sono semplificazioni né ricerca di finali catartici in questa storia raccontata con sensibilità da Rodrigo Garcia. Tutti i personaggi della vicenda hanno una propria tridimensionalità, non si ha mai la percezione che la loro presenza sia semplicemente funzionale al percorso del protagonista, ma se ne sente il continuo vivere anche senza che appaiano in camera, vuoi per un rumore, vuoi per un ombra o una semplice inquadratura che dice tutto in un solo fotogramma.
Garcia imposta il proprio lavoro quindi sul “fuori campo”, sul sapere senza vedere che è in definitiva lo stesso espediente narrativo che tiene in piedi il mascheramento di Albert Nobbs. Una pellicola che scalda i cuori e che HA GIÀ FRUTTATO A GLENN CLOSE L’ENNESIMA NOMINATION ALL’OSCAR e il prestigioso premio alla carriera al Festival di San Sebastian. Per un’attrice come lei, i riconoscimenti, per quanto scontati, continuano ad essere sempre dovuti.
Di Andrea D’Addio, da film.it

Albert Nobbs è un efficiente cameriere alMorrison’s Hotel, nella Dublino dell’Ottocento. Le sue giornate sono fatte di gesti formali e compostezza, clienti ricchi e chiassosi, emozioni trattenute e apparenze. Soprattutto apparenze, visto che in realtà, Albert Nobbs è una donna (Glenn Close). Il suo progetto è mettere da parte abbastanza soldi per avviare un’attività tutta sua, una tabaccheria.
Un giorno, il “signor Nobbs” è costretto a ospitare nella sua stanza il signor Page, decoratore impiegato a ridipingere alcune pareti dell’albergo, che viene a conocenza del suo segreto. I due si avvicinano, fino a scoprire che anche il signor Page, in realtà è una donna. E che è addirittura sposato/a con un’altra donna, quindi è riuscito a superare quella solitudine che attanaglia il protagonista.
Per il signor Nobbs è l’inizio di una nuova speranza, una nuova prospettiva di vita, che si manifesta nel corteggiamento della bella collega Helen, la quale però è già amante dell’aitante Joe, tuttofare dell’albergo.
Tratto dall’omonimo racconto di George Moore e fortemente voluto da Glenn Close (qui anche in veste di produttrice e sceneggiatrice) che già interpretò il personaggio nello spettacolo teatrale che ne è stato tratto nel 1982, Albert Nobbs è un film profondamente commovente realizzato con andamento lento e trattenuto dal regista Rodrigo García, figlio dello scrittore premio Nobel García Marquez.
Il quadro della società irlandese ottocentesca che ne emerge è desolante e inquietante, in grado di schiacciare l’individuo anche nella sua più profonda intimità, ma è di una condizione umana più generale, ovviamente, che ci stanno parlando gli autori: una condizione in cui le persone sono obbligate a nascondere la loro vera natura per poter costruire un’immagine sociale accettabile (in primis le donne, ovviamente, ma tutti i personaggi sono impegnati a costruire un’apparenza “decente”, anche solo nel nascondere le loro relazioni amorose e le loro ambizioni). La protagonista (interpretata, sarà banale dirlo ma è vero, magistralmente da Glenn Close) ne è ovviamente l’esempio più estremo: una donna che in seguito a una terribile violenza subita in giovane età decide di annullare la propria sessualità, e quindi la propria identità, trasformandosi in quello che gli altri si aspettano che sia un buon maggiordomo e raggiungendo un tale livello di solitudine e scollamento con la realtà e con se stessa da non riuscire più a capire la vera natura dei rapporti umani, interpretati in modo che si potrebbe definire meccanicistico.
Tutte le sue inquiete pulsioni profonde vengono convogliate nel sogno di aprire la sua tabaccheria, vista come occasione, finalmente, di liberazione. Un sogno talmente totalizzante da assorbire, nella sua prefigurazione, tutte le persone che le stanno accanto e non prendere neanche in considerazione l’idea che gli altri possano non volerlo condividere con lei e possano desiderare altro.
Non tutti i personaggi maschili sono negativi, così come non tutti quelli femminile sono positivi, evitando così abilmente una facile rappresentazione dei rapporti di genere e di cadere nello stereotipo. L’origine teatrale traspare, oltre che nella limitatezza delle location, anche in alcuni dialoghi e movimenti degli attori.
Un film di profonda e sottile crudeltà psicologica, sottotono e trattenuto come il personaggio di cui porta il nome.
Di Fulvio Nebbia, da cineblog.it

Sarà pure un pensiero inflazionato o banale, ma certo è che, da che mondo è mondo, essere donna non è mai stato facile. E se non lo è oggi in cui la presunta parità dei sessi dovrebbe garantire lo stesso rispetto e le stesse possibilità solitamente riservate agli uomini, figurarsi nella fosca Irlanda vittoriana in cui a una donna senza soldi o sangue blu non poteva che spettare una vita da sguattera o prostituta. Con queste premesse, quella di Albert Nobbs (donna fintasi uomo per scampare a una sicura ‘brutta’ fine), è una storia bella e cruda, ambientata in un XIX secolo tanto remoto quanto ostile. Scritta dall’autore irlandese George Moore, fu portata a teatro nel 1982 da Glenn Close, che poi ha tentato, nei successivi trent’anni, di portarla senza successo (fino a oggi) anche al cinema. Elegante e impettito nella messa in scena, come si conviene per un film costruito sulla figura di un maggiordomo (vi ricorda niente il titolo Quel che resta del giorno?) irlandese di quel tempo, l’Albert Nobbs firmato da Rodrigo Garcia, è un’opera a suo modo molto toccante sull’identità e sulle forme d’amore che la vita concede per salvarci dalla miseria della solitudine, ed esaltata dalla magistrale interpretazione di una scultorea e quasi irriconoscibileGlenn Close.
Dublino, XIX secolo. Ferita e abbandonata già in giovanissima età, una donna decide di fingersi uomo al fine di poter lavorare come maggiordomo e metter da parte, con le misere paghe della spilorcia proprietaria del Morrison’s Hotel nel quale lavora e le generose mance dei clienti, una somma sufficiente a metter su una propria attività. E così l’identità di Albert Nobbs rimarrà celata per trent’anni dietro a quell’estrema compostezza e indiscutibile affidabilità che faranno di lui il primo maggiordomo. A pochi passi dall’avverarsi del sogno (di una vita) però, l’arrivo dell’imbianchino Hubert metterà a repentaglio il segreto di Nobbs e di conseguenza anche il suo – pianificato e sospirato – futuro. Ma la presenza (poi divenuta amicizia) di Hubert instillerà in Nobbs anche un’altra convinzione, ovvero quella che per coronare del tutto il suo sogno avrebbe bisogno di una persona al suo fianco, una donna che potrebbe aiutarlo a gestire l’attività che lui vagheggia di aprire (una tabaccheria). La scelta della papabile ‘consorte’ ricadrà (frettolosamente) sulla giovane camerieraHelen (una sempre briosa Mia Wasikowska) che, però, sembra avere ben altri ‘grilli’ per la testa.
Avvolto dal freddo sociale a dal nevischio di una Dublino ottocentesca, l’Albert Nobbs di Rodrigo Garcia sembra dividersi tra la compostezza e l’austerità relative al tempo e agli ambienti descritti, e l’assoluta intemperanza delle pulsioni che, più o meno visibili, appartengono comunque agli esseri umani. Dietro la cerea maschera da maggiordomo di Albert Nobbs si nasconde infatti una donna ferita, apparentemente spenta ma che vive in realtà nel desiderio di farsi una vita propria. Albert Nobbs è in fondo summa e incarnazione di un’epoca scandita da una rassegnazione formale nel cui ventre continuano ad agitarsi i sentimenti: l’amore ‘segreto’ di Hubert, la rovinosa passione della giovane Helen, il temperamento indomabile del bel Joe. E in quell’atmosfera di identità negate, tutti, forse perfino la bigotta signora Baker, hanno dovuto in qualche modo rinunciare a loro stessi pur di sopravvivere. E così anche l’amore (pur sempre declinato nelle sue mille sfumature: l’amore che è passione indomita o un docile prendersi cura) sentimento negato (Nobbs) o vissuto nella sua sventura (Helen) muta da mero istinto a lucida pianificazione, sottomessa al sogno di conquistare una vita ordinaria. Più convincente in una prima parte che si fa carico di disegnare meticolosamente le premesse narrative storico-sociali e meno efficace in una seconda dagli snodi narrativi non sempre convincenti, Albert Nobbs vibra di quella compostezza che è sacrificio umano, facendo trapelare (soprattutto grazie alla splendida interpretazione di Glenn Close) tutta l’illusoria speranza di una donna rimasta ingessata in un ruolo che doveva essere di copertura e che si è invece trasformato in una gabbia senza uscite. Paradossalmente, Nobbs sacrifica così il suo io e si consegna infine – con le sue stesse mani – alla miseria da cui, di fatto, pensava di scappare.
Glenn Close, grazie all’amico e regista Rodrigo Garcia, porta finalmente su grande schermo Albert Nobbs (storia che la stessa attrice aveva portato trent’anni or sono a teatro e che da allora aveva sempre desiderato di trasporre anche al cinema). Il risultato, oltre alla interpretazione da Oscar di una Glenn Close che da sola vale il prezzo del biglietto, è un film che presta grande attenzione alla ricostruzione di modi e pensieri dell’epoca, inscrivendo la storia di Nobbs in un contesto assai ostile. Un film che perde di verosimiglianza verso l’epilogo, formale nell’aspetto ma vibrante soprattutto nel veicolare la stasi fisica che si trasforma in stasi emotiva, impedendo infine ad Albert Nobbs di tornare ai tessuti impalpabili e ai colori dei vestiti da donna, così come alle calde tonalità della vita.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

Glenn Close è la protagonista di una delle trasformazioni più sorprendenti della stagione cinematografica: quella in un uomo che nasconde la propria identità femminile per poter lavorare come maggiordomo in un albergo dell’Irlanda di fine Ottocento. E’ la nuova sfida affrontata dall’attrice in Albert Nobbs, il film diretto da Rodrigo García e ispirato al dramma teatrale già portato in scena dalla Close nel lontano 1982: un progetto che l’attrice ha perseguito con grande dedizione, e che dopo quasi tre decenni è finalmente riuscita a far approdare sul grande schermo in una pellicola che lei stessa ha sceneggiato e prodotto, oltre che interpretato.
Albert Nobbs ha riportato Glenn Close al cinema da protagonista dopo un lungo periodo trascorso lavorando in televisione nella serie Damages (che le è valsa un Golden Globe e due Emmy Award). Il film di Rodrigo García, in uscita questo venerdì nelle sale italiane, ha ricevuto in tutto tre nomination all’Oscar: miglior attrice per Glenn Close (la sesta candidatura della sua carriera), miglior attrice supporter per Janet McTeer e miglior trucco. Accanto alla Close e alla McTeer, lodatissime dalla critica per le rispettive interpretazioni, il cast comprende anche i giovani Mia Wasikowska ed Aaron Johnson. Oltre alla nostra recensione in anteprima, di seguito vi proponiamo la sinossi ufficiale, la locandina ed il trailer italiano di Albert Nobbs.
LA TRAMA
La pluripremiata attrice Glenn Close indossa i panni del timido maggiordomo Albert Nobbs. Figlia illegittima di genitori di cui non conosce l’identità, si è travestita da uomo per poter lavorare e sopravvivere nell’Irlanda del XIX secolo. Più di trent’anni dopo si ritroverà coinvolta in un insolito triangolo amoroso e prigioniera della sua stessa finzione.
Di Stefano Lo Verme , da filmedvd.dvd.it

Albert Nobbs è un compassato e timido cameriere che serve con ligio attaccamento alla professione in un albergo di lusso della Dublino del XIX secolo. Albert Nobbs è sempre preciso, pulito, puntuale, cortese, ordinato, ha tutto ciò che un cameriere deve avere per essere apprezzato nel suo mestiere, ma Albert possiede anche un segreto: è una donna.In maniera delicata e discreta veniamo a conoscenza del suo passato: orfana di nobili, cresce con una donna che la lascia a 14 anni e così lei quasi per gioco si traveste da cameriere per lavorare. La messa in scena funziona così bene che la ragazzina la protrae per tutto il resto della sua vita, entrando definitivamente nei panni di Albert Nobbs, ma l’incontro con il Signor Page sconvolge la sua vita e apre ad Albert un mondo di possibilità che lui/lei non aveva mai sognato prima.
Il film che vede alla regia il colombiano Rodrigo Garcìa, si presenta come un affresco garbato ed intelligente della vita in un albergo: cameriere pettegole, amori clandestini, camerieri ubriaconi, e segreti. Il più oscuro di tutti è proprio custodito a Albert che riscuote ammirazione e rispetto nei suoi colleghi e che porta avanti la sua vita come una missione.
La presentazione di tutte le varie parti in gioco è condotta con bravura dal regista che però fatica a far andare avanti la storia nella parte centrale, un po’ impantanata nella stramba situazione sentimentale che si viene a delineare nel film. Nell’ultima parte invece, al posto di far precipitare gli eventi in maniera brusca, il regista mantiene questo tono lento e riflessivo che impreziosisce un finale non sorprendente ma giusto, e come tutta la pellicola, molto delicato.
Ovviamente un tale prodotto è stato reso fattibile dalla presenza nel cast di straordinari attori e Glenn Close, nei panni di Nobbs, detta legge su tutti: senza trucco, senza protesi, senza camuffamenti di sorta, la Close è un perfetto maggiordomo che lascia sfuggire appena un senso di malessere, una velata malinconia che lo pervade. Nel cast insieme a lei ci sono Mia Wasikowska, Brendan Gleeson, Aaron Johnson e soprattutto Janet McTeer che alcuni dicono sorprendentemente brava.
Quello che però rappresenta il film è anche e forse soprattutto una questione di identità, di ricerca di un futuro migliore, di lotta per la sopravvivenza e al giorno d’oggi, dove travestimento transgender viene visto come una scelta libera anche se spesso ancora criticata, diventa qui una sofferta scelta per la sopravvivenza in una società difficile, quasi impossibile da affrontare, per una donna sola. Albert, di cui non sapremo mai il nome vero da donna, ha un sogno che lo/la aiuta ad andare avanti, ma un sogno per il domani può ripagare una vita di menzogna e solitudine? Albert lo scoprirà a sue spese.
Il film è candidato a tre premi Oscar, tra cui miglior attrice protagonista Glenn Close e miglior attrice non protagonista Janet McTeer. In genere l’Academy premia i camuffamenti e chissà che questa volta la bravissima Close riesca a spuntarla contro l’attrice di ferro!
Di Chiara Guida, da cinefilos.it

E’ un’emozionante e travolgente dramma giocato sui sentimenti, che oscilla fra normalità e desolazione, dominato da un forte senso di abbandono e di perdita di se stessi che porta all’annichilimento, speranza e disperazione, sogno e realtà si mescolano e alternano, dando vita all’opera incompiuta: Albert Nobbs.
Candidato a tre premi Oscar, tra cui spicca quello di Glenn Close come “Migliore Attrice Protagonista”, è ispirato all’omonima piéce teatrale di Istvan Szabo tratta dal racconto breve dell’irlandese George Moore. Dopo averlo interpretato a teatro nel 1982 l’attrice protagonista Glenn Close ha lottato strenuamente per trasformarlo in un film, per dar voce a questa figura drammatica e controversa, per raccontare la vicenda umana di questa donna costretta a fingersi uomo per poter sopravvivere. Accanto alla Close un gruppo di attori eccellenti da Janet McTerr a Brenda Gleeon, cui si aggiunge la giovane Mia Wasikowska e infine Aaron Johnson.
Diretta dal colombiano Rodrigo Garcia, figlio dello scrittore Gabriel García Márquez, e sceneggiata dalla stessa Close insieme a John Banville, è un’opera decisamente originale che deve la sua potenza e forza al talento della Close, che dà il meglio di sé attraverso la mimica facciale, una voce contraffatta e uno sguardo che diventa lo specchio dell’anima di questa donna/uomo, un’espressività che potrebbe essere paragonata alla capacità emotiva ed espressiva di Anthony Hopkins in “Quel che resta del giorno” (1993), regia di James Ivory. Al di là di alcune parti forse troppo forzate, al di là di personaggi a volte troppo caricaturali, la verosimiglianza della messa in scena è evidente, c’è comunque una ricercatezza e accuratezza nella realizzazione dei vari personaggi che fanno da sfondo. La pellicola è divisa in due parti, nella prima il regista presenta questo personaggio e il suo mondo, nella seconda invece presenta i suoi sogni e la sua lotta per realizzarli…
E’ l’Irlanda del diciottesimo secolo, in un albergo di Dublino lavora la protagonista travestita da maggiordomo, Albert Nobbs, che, penny dopo penny, cerca di mettere da parte un piccolo tesoro per poter aprire una sua tabaccheria. L’arrivo però di due persone sconvolgeranno la sua esistenza, troverà un’affinità con il primo che le permetterà di sperare e sognare, mentre il secondo sarà un nemico, una minaccia. Grazie all’amicizia, Nobbs imparerà a dare ascolto ai propri sogni, quello di avere un’attività propria e di potersi sposare con la giovane e sconsiderata cameriera Helen Dawes, che sfortunatamente sembra essere completamente persa per un poco di buono. Albert Nobbs si ritrova quindi in una sorta di triangolo amoroso, ma nonostante tutto non demorde. L’ostinazione di Nobbs di sposare la giovane e sfortunata cameriera appare all’inizio senza alcuna motivazione logica, ma, mano a mano che la storia si dipana, si scopre la verità che ha spinto questa donna ad assumere l’identità di Albert per trenta lunghi anni. E’ il desiderio di salvare un’innocente e ingenua ragazza, di darle la vita che lei non ha potuto vivere a spingerlo a mettersi in gioco, proiettando su Helen se stessa e la propria condizione.
In questa accurata messa in scena emerge il dramma psicologico di una persona ferita e umiliata, dal cuore buono e puro, che nasconde un terribile segreto. Il tema dell’angoscia, della frustrazione e della paura, ma soprattutto del dolore e della solitudine sono il fulcro centrale dell’opera, cui si aggiunge il tema dell’identità e del desiderio di ricerca di un futuro migliore, che è insito in ognuno.
“Albert Nobbs” è una pellicola raffinata, dalla costruzione classica, ma con temi decisamente moderni, che osserva e sonda l’animo umano in tutte le sue sfumature.
La frase:
“Siamo in realtà entrambi travestiti da ciò che in realtà siamo. Una bella maschera”.
Di Federica Di Bartolo, da filmup.leonardo.it

Sopravvivere nell’Irlanda del diciannovesimo secolo senza lavoro era praticamente impossibile, e la paura di rimanere per strada senza un soldo spingeva molte donne ad abbandonare le proprie identità per assumerne di nuove, tentando la fortuna come uomini. La società non vedeva di buon occhio infatti donne che svolgessero mansioni tipicamente maschili quali l’imbianchino o il cameriere.
Maschilismo e bigottismo a parte la riflessione sull’impossibilità lavorativa è un tema caro anche ai giorni nostri.
In un clima mesto e di duro lavoro Albert Nobbs mette da parte i guadagni per realizzare il suo sogno: poter aprire una tabaccheria e gestirla insieme ad una giovane ragazza che possa servire i clienti al bancone. Aiutata anche da un’altra donna che nasconde la sua identità (Janet McTeer) la scelta ricade sulla giovane cameriera (Mia Wasikowska), che però intrattiene una relazione sentimentale con un giovane squattrinato e senza prospettiva (Aaron Johnson).
Una Glenn Close da Oscar (nonostante in lizza ci sia anche la “Lady di Ferro” Maryl Streep), coadiuvata da un cast di spessore, mette in risalto le difficoltà della vita di Albert, dell’intrattenere relazioni di qualunque tipo se non formali, e della sua voglia di una vita semplice, quasi banale.
La volontà di rimanere donna, la necessità di essere un uomo e la crisi d’identità che ne sussegue pervade l’animo di Albert in ogni sua azione, in un film che coinvolge emotivamente lo spettatore lasciandolo con un pizzico di amaro in bocca, portandolo a riflettere anche al di fuori della sala cinematografica.
Di Eva Carducci, da ecodelcinema.com

Quello di Rodrigo Garcìa è un nome che non dice forse molto al pubblico cinematografico, ma è una garanzia per gran parte di quello seriale. Tra le sue regie televisive ci sono titoli americani di culto come I soprano, Six feet under, Carnivàle e In treatment, ovvero le migliori produzioni HBO degli ultimi anni. Anche le sue prove per il grande schermo, sempre molto personali, hanno dimostrato il valore di questo regista e sceneggiatore, in particolare la sua opera prima Le cose che so di lei e il suo penultimo lavoro Mother and child.
Per il suo nuovo film, Garcìa ha deciso di trasporre un racconto dello scrittore irlandese George Moore (The Singular Life of Albert Nobbs, del 1927) cimentandosi così in un drammone storico ambientato nell’Irlanda del XIX secolo: una origine letteraria che deve rientrare indirettamente nelle corde del cineasta colombiano, notoriamente figlio del premio nobel Gabriel García Márquez.
La storia è quella di un compito maggiordomo – l’Albert Nobbs del titolo – il quale nasconde, dietro la sua immagine pacata e vagamente snob, un segreto inimmaginabile: egli è in realtà una donna che ha deciso di vivere come un uomo. Nessuno dei suoi colleghi sospetta nulla e il buon “Albert” continua la sua recita umana, sognando di poter un domani aprire una tabaccheria e assumere al bancone una graziosa signorina come aiutante. Sarà l’incontro fortuito con una persona che condivide la sua stessa sorte a portare il finto uomo ad una riflessione profonda sui propri desideri e progetti di vita, in una spirale ossessiva che ne turberà l’equilibrio in maniera irreversibile.
A dare corpo e volta a questo ambiguo e complesso protagonista è una splendida ed irriconoscibile Glenn Close, che gioca in sottrazione, in perfetta sintonia – del resto – con il profilo del suo personaggio. Nel cast (molto ben assortito) ritroviamo la giovane Mia Wasikowska, la quale aveva già lavorato con Garcìanella prima stagione di In treatment e si era anche messa di recente alla prova con il film in costume nella nuova versione di Jane Eyre appena vista in sala.
Il risultato finale è una pellicola raffinata, dal sapore classico ma nel contempo estremamente moderna, che presenta la scelta della diversità come unica via di realizzazione personale ed economica in una società fortemente rigida.
Di Gianluca Grisolia, da doppioschermo.it

I passi compiuti dalle donne per raggiungere la parità o quanto meno il rispetto e la dignità del proprio ruolo non sembrano mai essere abbastanza. Specie quando ci viene ricordato, in questo caso ci pensa il film Albert Nobbs, quante ingiustizie abbiano dovuto subire nei secoli per raggiungere uno status vagamente paragonabile a quello maschile.
Albert – a dispetto del nome – è una donna che , a causa di alcune feroci umiliazioni subite da giovanissima, ha deciso di nascondere il proprio sesso, anche per non soccombere a un destino da cameriera o prostituta. Figlia illegittima, cresciuta da una donna pagata per nasconderle le sue origini, sta mascherando da ormai trent’anni la sua appartenenza al genere femminile e lavora come apprezzato maggiordomo presso il Morrison’s Hotel di Dublino.
Glenn Close da molto tempo cercava di portare sullo schermo questa storia bella ma amara che già aveva recitato nel 1982 in teatro. Vi è riuscita solo dopo trent’anni, grazie all’aiuto dell’amico registaRodrigo Garcìa, che qui dà vita a una messa in scena elegante e composta come si addice al ritratto di un maggiordomo (andate a ripassarvi Quel che resta del giorno di James Ivory).
Tutto nella vita di Albert scorre secondo un rituale focalizzato verso un unico obiettivo: il raggiungimento di una somma tale da permettergli l’emancipazione attraverso l’acquisto di una piccola tabaccheria. A tal fine, oltre allo stipendio, Nobbs risparmia le laute mance che riceve, nascondendole in un luogo segreto. Ma il suo modus vivendi comincerà a mostrare delle crepe il giorno in cui il piacente Signor Hubert, residente occasionale dell’hotel nelle vesti di imbianchino, ne scoprirà il segreto, senza però denunciarlo. Grazie a questa improvvisa e inattesa amicizia, Albert si confronta d’improvviso con un mondo che gli è assolutamente ignoto e si risveglia dal suo torpore emotivo, desiderando improvvisamente anch’egli una vita famigliare al fianco della capricciosa cameriera Helen (la sempre briosa Mia Wasikowska), persa dietro a una giovane fiamma (Aaron Johnson).
Il regista coglie nel segno nel tratteggiare una società ostile e difficile, dalla gerarchia sociale inflessibile, in cui anche i rapporti più passionali e sinceri sono subordinati alle necessità economiche. Sottolineando, però, come tutti i personaggi covino passioni ed emozioni non governabili con il semplice autocontrollo, tanto che le varie situazioni precarie e non chiarite sembrano sempre sul punto di esplodere. Giungendo, infine, a costruire una riflessione triste e profonda sull’identità negata e sulle relazioni come fuga alla solitudine.
Nella seconda parte il film, però, non riesce a tenere altrettanto vivo l’interesse perdendo di vista alcuni passaggi narrativi e non motivando a sufficienza i comportamenti dei personaggi, come l’intestardimento di Nobbs per una ragazzina che lo rifiuta, a meno di non sostenerlo con un supposto masochismo di base non ben esplicitato.
La Close, mai così in stato di grazia, mette in luce tutta la sua vis attoriale diventando in effetti un uomo, ruvido ed essenziale, e al contempo il fantasma di una donna, che persino nell’unico attimo in cui può concedersi di indossare un abito femminile rimane incastrato nella gabbia che si è costruito intorno. Una gabbia da cui solo la fantasia sembra permettergli di evadere. Peccato si tratti solo di illusione.
Di Marita Toniolo, da bestmovie.it

Sul finire dell’Ottocento, all’interno di un lussuoso albergo irlandese, si dipana un insolito triangolo amoroso tra il maggiordomo di mezza età Albert Nobbs (Close), la giovane cameriera Helen (Wasikowska) e il neoassunto Joe (Johnson), ragazzo tuttofare dallo sguardo tenebroso. Ispirato dal comportamento di un famoso pittore parigino, ospite dell’hotel per un paio di giorni, Nobbs vorrebbe finalmente crearsi una famiglia e vivere una vita normale, senza rivelare la sua vera identità: nonostante tutti lo credano un uomo rispettabile ed impeccabile, Albert è in realtà una donna che per sfuggire alla miseria e trovare un lavoro si è inventata una nuova identità maschile, il cui peso con il passare degli anni è diventato sempre più insopportabile. E della quale, ora è, assolutamente prigioniera.
Albert Nobbs è ispirato dall’omonima piéce teatrale, portata in scena durante i primi anni Ottanta proprio dall’attrice Glenn Close. Un personaggio che la nota trasformista ha impersonato talmente bene che le ha fatto guadagnare anche una Nomination per i prossimi Oscar, nella categoria Migliore Attrice, oltre aJanet McTeer che nel film è Hubert Page, come Migliore Attrice Non Protagonista e Miglior Make Up. Rodrigo Garcìa ha diretto il film basato su un racconto dell’autore irlandese George Moore, adattato da Glenn Closeinsieme a John Banville, vincitore del Premio Man Booker, e a Gabriella Prekop. Come si evince il legame di Glenn Close con il personaggio di Albert Nobbs risale a quasi 30anni fa, ai tempi in cui lo interpretò – nel 1982 – nella rappresentazione di Simone Benmussa. Un personaggio incredibile che oltre ad essere una donna che si deve fingere uomo è pure un irreprensibile maggiordomo di fine ‘800. “Credo che questa storia – ha affermato Gleen Close– sia emozionalmente potentissima. Quando il pubblico incontra la protagonista questa si è calata nei panni di un cameriere uomo che lavora presso il lussuoso Morrison’s Hotel e, da talmente tanto tempo, che oramai ha perso la propria identità. Figlia illegittima e abbandonata per Albert l’esistenza che vive è la normalità. Ma quando incontra Helen e Joe che sono giovani, innamorati, e che la coinvolgono nel loro rapporto la sua femminilità esplode. A questo punto Albert vuole realizzare alcuni suoi scopi, soddisfare le sue necessità, nonostante non possieda gli strumenti per farlo. Per questo la vicenda racconta un’esperienza di vita universale, nella quale chiunque di noi, sotto diversi aspetti, si potrà ritrovare”. Rodrigo Garcìa che è il figlio dello scrittore Gabriel García Márquez era, inizialmente intimorito dal progetto, proprio per la passione che ha spinto la Close nel volerlo realizzare. “Poi appena letta la sceneggiatura – ha detto il regista – non ho avuto dubbi, il film era da fare. I temi sono molto attuali, nonostante si parli del secolo scorso, perché i problemi dell’identità, della vita interiore, dell’annullamento di sé stessi e di una doppia esistenza sono senza tempo. Inoltre la storia ruota intorno a molti altri personaggi, altrettanto importanti, e questo la rende intensa e drammatica. Qualità rare di questi tempi”.
Da primissima.it

Albert Nobbs (Glenn Close) è un cameriere del Morrison’s Hotel, gestito dalla duchessa Baker (Pauline Collins). Nobbs è un cameriere impeccabile, solerte e sempre pronto ad esaudire ogni richiesta degli ospiti. Dietro la facciata del servizio impeccabile, il cameriere nasconde un’ esistenza difficile e un’altra identità, infattiAlbert è in realtà una donna, che, dopo una terribile violenza, ha deciso di vestire i panni dell’uomo per trovare lavoro nella Dublino del XIX secolo. Albert non sa molto della sua infanzia, non conosce neppure il suo vero nome, l’unica cosa che gli rimane è una foto della madre, che non ha mai conosciuto. Durante gli anni di duro lavoro, Albert, fra stipendio e mance, riesce a risparmiare ben seicento sterline, con le quali sogna di comprare un negozio di tabacchi. L’incontro con l’ambiguo pittoreHubert Page (Janet McTeer) sconvolge l’umile cameriere, che inizia a pensare di prendere moglie, dirigendo le sue attenzioni su una cameriera del Morrison’s, Helen(Mia Wasikowska). La ragazza però, già innamorata del giovane Joe Machins(Aaron Johnson), un giovane violento e irresponsabile, non apprezza e non capisce la corte di un uomo timido e che non la bacia mai. Sarà l’epilogo della sua vicenda sentimentale, nella quale Albert mostrerà tutta la sua nobiltà d’animo, a farla ricredere, ma ormai sarà troppo tardi.
Questo film nasce a seguito di una lunga gestazione, durata ben trent’anni, durante i quali Glenn Close, che interpretò a teatro il ruolo di Albert Nobbs per la prima volta nel 1982, continuava a pensare come realizzare un film su questa storia. LaClose, legatissima a questo ruolo particolare e molto complesso dal punto di vista interpretativo, non solo è la protagonista del film, ma ne ha scritto la sceneggiatura, ha chiesto a Rodrigo Garcia di dirigerlo e lo produce anche. L’impianto narrativo della sceneggiatura si ispira al racconto breve di George Moore, autore irlandese del XIX secolo, intitolato Albert Nobbsappunto, con qualche aggiunta rispetto al rapporto fra Helen e Joe, che nell’opera teatrale è solo accennato. L’interpretazione della Close, che le è valsa la nomination come miglior attrice protagonista ai prossimi Academy Awards, è davvero straordinaria: l’attrice è riuscita ad interpretare con grande soavità e dignità un dramma terribile, che attraversa la perdita dell’identità e il cambiamento della stessa. Un po’ debole l’interpretazione della Wasikowska e quasi inesistente il ruolo di Jonathan Rhys-Meyers, che interpreta un dissoluto visconte Yarrell, ospite dell’hotel. La scenografia, curata nel dettaglio, ha una gran parte in questo film da non perdere, non solo per l’interpretazione di Glenn Close, ma anche per quella di Janet McTeer (nomination come miglior attrice non protagonista) e per il trucco particolare (nomination per il miglior make-up).
Di Francesca Tiberi, da newscinema.it

Nella poverissima Irlanda del XIX secolo una donna si finge uomo per 30 anni pur di mantenere il suo lavoro da cameriere in un albergo di Dublino. E’ quello che accade in Albert Nobbs, film ben diretto dal colombiano Rodrigo Garcia (figlio di un “certo” Gabriel Garcia Marquez) e magistralmente interpretato da una straordinaria Glenn Close, più che mai in corsa, grazie a questo ruolo, per la statuetta come miglior attrice protagonista agli Oscar 2012. Ecco la nostrarecensione del film.
Accennavamo, dunque, alla difficile vita nell’Irlanda di fine Ottocento: mettetevi nei panni di una ragazzina quattordicenne dai natali poco chiari, costretta a convivere suo malgrado con un ambiente sozzo e promiscuo. La sua sorte è segnata: sguattera o prostituta. Ma la nostra protagonista si ribella al triste destino che l’attende, rinascendo nelle vesti di una figura maschile: diventa così il signor Albert Nobbs, timido e compitissimo cameriere del Morrison’s Hotel.
La vita da ‘travestito’ di Albert Nobbs scorre lenta e monotona per 30 lunghi anni, ma lei non ha intenzione di morire cameriera… oops cameriere: grazie al magro stipendio della spilorcissima proprietaria dell’albergo e alle ben più generose mance dei clienti, ha quasi messo da parte un tesoretto con cui coronare il suo più grande sogno, aprire una tabaccheria. Manca però un tassello: una… moglie (si, avete letto bene: moglie) con cui condividere la sua nuova vita. E tra le sue colleghe del Morrison’s forse c’è la ragazza che fa per lui/lei…
Questa la sinossi di Albert Nobbs, il film di Rodrigo Garcia (Le cose che so di lei, Mother and child) che, quatto quatto, ci ha preso un bel gusto a collezionare candidature per i premi delle più prestigiose rassegne cinematografiche mondiali: prima tre nomination ai Golden Globe, poi un paio agli Screen Actors Guild Awards ed infine, recentissime, le tre nomination agli Oscar 2012.
La prima è per Glenn Close, che con questo ruolo (tra l’altro già interpretato in teatro nel 1982) ha forse toccato il vertice assoluto della sua già inimitabile carriera. Glenn è infatti riuscita a portare magnificamente sullo schermo il ritratto di un personaggio molto complesso, che rinuncia ad essere se stesso ed è costretto a nascondersi per tutta la vita e a compiacere agli altri pur di sopravvivere (un contesto quanto mai attuale, tra l’altro).
Magnifico il trucco – che ha meritato la seconda nomination agli Academy Awards – ed ancor più incisiva la mimica facciale e il timbro vocale (uno spettacolo ascoltarla in lingua originale) che l’attrice riesce a donare al suo Albert Nobbs. Insomma, si è capito che per la prossima Notte delle Stelle tifiamo apertamente per lei!
La terza candidatura agli Oscar 2012, nella categoria Miglior attrice non protagonista, il film Albert Nobbs l’ha conquistata grazie alla 51enne inglese Janet McTeer, che interpreta l’ambiguo ma onesto imbianchino Hubert Page. Pur non essendo una carneade in senso assoluto (già in nomination agli Oscar per ‘In cerca d’amore’ nel 2000), ha rappresentato comunque una piacevole sorpresa per la sua recitazione di altissima profondità.
Mr. Page ha percorso lo stesso identico percorso di Albert Nobbs e sarà lei ad aprirle la mente sulla possibilità di poter formare una famiglia, nonostante tutto.
Questi i due pezzi forti, fortissimi, del cast di Albert Nobbs. Cadremmo però in torto se non citassimo anche l’eterea Mia Wasikowska, l’Alice di Tim Burton, qui nel ruolo di un’insipida cameriera dalle idee non molto chiare. Con lei Aaron Johnson (Nowhere Boy, Kick-Ass) nei panni del gaglioffo Joe Mackins, che scalderà gli animi del pubblico femminile per le frequenti scene a torso nudo, Brendan Gleeson, Pauline Collins, Brenda Fricker, Bronagh Gallagher, Antonia Campbell Hughes e Maria Doyle Kennedy. Nel film appare anche il bello e maledetto Jonathan Rhys-Meyers, in una particina secondaria di un giovane ricco dedito all’alcol e agli stravizi, assolutamente su misura per lui.
Albert Nobbs è atteso nelle sale dal prossimo 10 febbraio. Credeteci, vale il prezzo del biglietto.
Di Rob Rensenbrink, da vivacinema.it

Fresco di ben tre nomination all’Oscar, tra le quali quella per la Miglior attrice protagonista a Glenn Close, arriva nelle sale italiane Albert Nobbs, quinto lungometraggio del regista Rodrigo Garcia. Basato su un racconto dell’autore irlandese George Moore, la pellicola racconta la storia del timido maggiordomo Albert Noobs. Figlia illegittima di genitori di cui non conosce l’identità, si traveste da uomo per poter lavorare e sopravvivere nell’Irlanda del XIX secolo. Più di trent’anni dopo si ritroverà coinvolta in un insolito triangolo amoroso e prigioniera della sua stessa finzione. Fin dalle prime battute Albert Nobbs si dimostra essere un’opera interessante, incuriosendo soprattutto per il suo strambo protagonista, magistralmente interpretato da Glene Close che, con il suo enorme talento e la sua incalcolabile esperienza, riesce a conferire credibilità ed autorevolezza alla sua interpretazione. La Close è anche brava a mantenere un certo sobrio equilibrio nella sua performance che gli permette di non sopraffare il racconto mantenendolo costantemente centrale. Al suo straordinario talento fa eco anche il restante cast di attori di primissimo piano, fra tutti la giovane Mia Wasikowska, il veterano Breendan Gleeson e la bravissima Janet McTeer che duetta a più riprese con la Close, riuscendo ad eguagliarne la bravura. Oltre al cast la pellicola è mirabile anche per un’efficace messa in scena che aiuta la storia a suscitare fascino e suggestione, talvolta riuscendo anche a sopperire ad alcuni momenti un po’ sottotono. Infatti, nonostante un buon inizio e una delicata ultima parte, nella parte centrale la narrazione pecca un po’ di ritmo, rischiando più volte di arenarsi definitivamente. Scotto da pagare questo, per l’eccessiva durate della storia che senz’altro avrebbe giovato di una maggiore capacità di sintesi da parte del regista che, al contrario, si dimostra abile nel giostrare momenti ironici e momenti tragici. Il risultato è un divertente, delicato e malinconico affresco di una Dublino del XIX secolo, alle prese con le difficili condizioni economico-sociali in cui riversa. Un paese che costringe gli uomini a dover rinnegare se stessi per riuscire a sopravvivere e dove nonostante tutto il sogno di un domani migliore rimane l’ultimo baluardo di speranza per poter sopravvivere ancora un giorno.
Di Serena Guidoni, da voto10.it

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