A SIMPLE LIFE


Regista molto nota in patria e considerata una delle maggiori esponenti della Hong Kong New Wave, Ann Hui traccia con A simple life la parabola elegiaca della vita semplice. Una semplicità scandita non tanto (e non solo) dalla elementare formalità di certe piccole abitudini ma da una percezione umana profondamente legata alla genuinità di valori come il dovere, il rispetto e la sincerità di un sentimento filiale (o materno) che può consolidarsi tra due esseri che condividono la stessa lealtà emotiva. Vincitrice a Venezia della Coppa Volpi per la Migliore Interpretazione Femminile, la protagonista di A simple life Dean Ip è incarnazione onesta di un’esistenza che brilla di umiltà e di semplicità pur non rinunciando alle sfumature del suo carattere, non abdicando al libero arbitrio di essere umano. Ma il suo cammino di commiato (a differenza di quello della stragrande maggioranza delle persone) non avrà nulla di disperato, nessun grido di dolore o di protesta insorgerà nei confronti di un esistere che, lento, fa il suo corso, e che può acquistare di senso solo nell’idea di una rigorosa accettazione di un compito che è stato svolto, appieno e in maniera esemplare. In A simple life si osserva e si elabora tutta la ‘lentezza’ di una vita che più si approssima alla fine e più si fa gravosa, senza perdere però il contatto con l’importanza di un fare (del) bene, uno spendersi per il prossimo, capace (da solo) di riscattare e alleviare la stessa percezione della fine.
Costretta dalla madre, alla morte del padre adottivo, a lavorare fin da piccola, Ah Tao(Deanie Ip) ha svolto per sessant’anni il suo ruolo di Amah(domestica) in casa della famiglia Lee, della quale ha visto crescere e accudito ben quattro generazioni (la quinta è in arrivo). Da diversi anni, però, l’intera (o quasi) famiglia si è trasferita a San Francisco e così a Tao non è rimasto che occuparsi di Roger(Andy Lau), unico esponente della famiglia rimasto a vivere a Hong Kong, il quale lavora nell’industria cinematografica come produttore. Esperta e pignola badante di casa e cuoca, Taocontinua così a svolgere (più come vocazione che come lavoro) il suo compito di Amah, fin quando un ictus non cambierà bruscamente la sua vita. Debilitata e consapevole di non poter continuare a svolgere il suo lavoro, Tao s’imporrà affinché Roger la trasferisca in una casa di cura, dove proseguire la sua esistenza senza gravare sulle spalle del ‘padrone’. All’interno dell’ospizio, Tao incontrerà altra gente, più o meno sola, più o meno calorosa, che entrerà a far parte di quel suo peregrinare verso la fine. Ma nella solitudine di quell’ultima fase in cui c’è tutto il peso di un camminare verso la perdita d’indipendenza e il doversi per forza fare accudire (nonostante una vita spesa ad accudire gli altri) si cristallizzerà anche l’assoluto sentimento d’amore (puro) che lega Tao a Roger, il quale (a sua volta) sente di dover restituire all’amahl’affetto e la dedizione con cui lei l’ha cresciuto e accudito sin da piccolo.
Il cinema orientale non ha grande spazio nelle nostre sale, ed è un vero peccato (a questo proposito un sincero grazie va alla Tucker Film che negli ultimi anni si è spesa a tal fine distribuendo veri piccoli gioielli come Departures,Poetry o A simple life). Sono i tempi e i modi di un cinema (che poi altro non è che specchio di un profondo modo di esistere e ‘sentire’) che si condensano nell’osservazione di piccole cose e piccoli gesti che restituiscono lo spessore di un vivere lento, che rifiuta la frenesia dell’autocompiacimento per essere invece semplicemente ‘ciò che è’. In A simple life Ann Hui riesce quasi a infondere tutto il peso di una vita intera, scandita dalle compere al mercato, dal rito della cucina, da piccoli e immortali gesti di solidarietà che hanno elevato un’umile ‘serva’ al ruolo di amica e madre. Una regia di silenzi che si riempiono di sguardi e dettagli, un occhio che s’insinua su particolari che di solito vengono sacrificati in nome di gesta eclatanti o momenti chiave. Ecco, non c’è niente di eclatante o catartico in A simple life, solo lo scorrere di una vita che forse ha saputo davvero cogliere l’essenza stessa dello stare al mondo, essendo senza cercare di essere.
Celebre esponente della New Wave di Hong Kong, la regista Ann Hui parte da una storia vera (quella dell’Amah Chung Chun-Tao) per osservare in filigrana l’estrema semplicità di cui è fatta una vita, di cui sono fatti i sentimenti. Nella magnifica interpretazione di Deanie Ip (Ah Tao) spalleggiata dall’oramai celebre Andy Lau (Roger) la regista cinese trova il giusto calore umano per raccontare di un rapporto serva-padrone elevatosi, in virtù di un rispetto estremo, a un affetto di assoluta purezza ed incantevole semplicità. Semplice e puro come la stessa regia della Hui, capace di indugiare sui mille, piccoli dettagli di una vita che diventerà speciale nel suo essere ‘ordinaria’. Un cinema lento, denso e impegnativo ma di una purezza che risarcisce ampiamente della fatica fatta per seguirlo.
Di Elena Pedoto, da everyeye.it

Tra l’anziana amah (domestica) Ah Tao e il suo padrone, l’attore cinematografico Roger, si instaura un rapporto che assomiglia a quello tra una madre e il proprio figlio, destinato a intensificarsi durante la degenza in ospedale di Ah Tao.
Una lunga carriera come quella di Ann Hui, dedita sin dagli inizi alla denuncia di storture della società e alla raffigurazione di spaccati di quotidianità raramente visti su grande schermo, non poteva che trovare coronamento in un film come A Simple Life, che già nel titolo pare assurgere a summa della poetica della regista. La storia di Ah Tao è quella esemplare della vita di una persona semplice, una donna costretta dagli eventi a trascorrere sin dall’infanzia una vita al servizio degli altri, ma che a questa condizione ha saputo infondere dignità e passione; una donna, a prescindere dallo status, speciale e unica, proprio come il fiocco di neve del vetusto stereotipo.
Riecheggia qualcosa di Ozu nella dinamica servo-famiglia, ma la cifra stilistica è inconfondibilmente quella di Ann Hui, che accarezza con la macchina da presa i corpi dei suoi personaggi, ma soprattutto le espressioni, anche le meno percettibili, carpendo sguardi e ammiccamenti furtivi tra due personaggi che spesso non necessitano di parole per comunicare il reciproco affetto. Quello che arriva al pubblico in una sorta di empatia che supera lo schermo e cresce man mano che Roger e Ah Tao capiscono di rappresentare la famiglia nella sua totalità l’uno per l’altro.
Proprio quell’Andy Lau che la Hui lanciò nel lontano 1982 di Boat People torna, ormai superstar, nei panni del protagonista di A Simple Life, privandosi di ogni glamour e dimostrando per la prima volta di accettare la sua mezza età e l’inesorabile verdetto del tempo che passa.
A fianco di Lau, diversi i cameo di celebrità del cinema di Hong Kong, tra cui un sorprendente Tsui Hark, che – con Andy Lau e Sammo Hung – riforma, in una breve parentesi di cinema nel cinema, la trimurti a cui dobbiamo Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma. Una lezione di compostezza e raffinata gestione dei sentimenti da un’instancabile osservatrice della vita umana.
Di Emanuele Sacchi, da mymovies.it

Ci sono delle volte in cui arrivo a casa dopo aver visto un film e ho immediatamente voglia di parlare delle immagini che sono sfilate sullo schermo cinematografico, non importa se la mia sarà un’opinione entusiasta, polemica, ironica o meditativa. In questi casi lo spunto dato dalla pellicola visionata dona quella spinta, quella fiammella generatrice di un pensiero.
Altre volte, invece, il film è così importante, così imponente, così straziante che l’unico rimedio alla violenza subita non è che il silenzio, perché ogni parola vergata, ogni tasto digitato sulla tastiera, non sarebbe altro che un rievocare quelle emozioni laceranti.
È questo il caso di A Simple Life, ultima opera della regista di Hong Kong Ann Hui, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno e premiato con la Coppa Volpi per la magistrale interpretazione della protagonista Deanie Yip.
Il sottoscritto a Venezia ha visto questo film due volte e ha trascinato tutti i suoi conoscenti a vederlo il giorno successivo. Non sono riuscito a dire di no neanche alla terza visione, quella d’anteprima per la stampa, tanto forte era il mio desiderio di ripercorrere la storia di Ah Tao.
L’ormai anziana donna, amah (ovvero serva, domestica, nutrice) sin da piccola ha prestato servizio presso la famiglia Leung. Amata da tutti i componenti del nucleo, ha visto un po’ alla volta svuotarsi la casa di cui si è sempre presa cura, fino a quando non è rimasto con sé che il suo prediletto Roger, oggi quarantenne produttore cinematografico sempre in giro per il mondo.
In seguito a un ictus la donna non è più in grado di compiere il proprio lavoro e, non volendo essere un peso per la famiglia, decide di trascorrere gli ultimi anni di vita in un ospizio. Roger (un Andy Lau, star del cinema di Hong Kong, che finalmente interpreta un personaggio poco fascinoso, “normale”) però non desidera lasciarla da sola e, per quanto gli è possibile, si occupa delle sue necessità, rinsaldando un legame affettivo, più forte di quello materno perché non direttamente generato dal sangue, che li aveva sempre uniti.
Un parallelismo un po’ fuori luogo, ma spero serva per far comprendere la natura di quest’opera e l’intento dietro le scelte artistiche di Ann Hui: André Bazin, grande teorico del cinema, sosteneva che i registi si possono dividere in coloro che credono nell’immagine e in coloro che credono nella realtà.
Ebbene, A Simple Life è un film che tenta in tutti i modi di catturare la realtà nello splendore accecante delle sue innumerevoli sfumature: non si tratta solo dell’approccio documentaristico, della macchina da presa che, sempre pudica e rispettosa, si sofferma sui volti segnati dal tempo degli attori (molti dei quali non professionisti e davvero occupanti la casa per anziani del film), di una sceneggiatura che evita astrazioni, prediche, discorsi moraleggianti e privilegia invece la concretezza della situazioni, allineando sconforto, attimi di comicità, tristezza, malinconia, gioia, amore senza soluzione di continuità…e in effetti, mi sono perso in tutto ciò che il film è ma non solo.
Perché A Simple Life è uno di quei rari manufatti artistici in grado di restituire l’esperienza di una vita intera condensata nel breve arco temporale di un paio d’ore. L’intelligenza e la sensibilità di Ann Hui ci mostrano (e mai dimostrano) che il tessuto dei legami che intrecciamo ogni giorno non è costituito da grandi gesti, roboanti parole ma da piccoli enormi dettagli che, in un singolo, preciso, istante numinoso svelano il fondo della realtà.
Allora che la vita di Ah Tao si sia risolta tutta tra le quattro mura di un appartamento, che sia stata dedicata agli altri e non alla sua felicità (concetto ignobile, tipicamente occidentale, che prevede la realizzazione solo a partire da se stessi), che sia stata soggetta a rinunce e a sofferenze silenziose non importa: perché quello che esiste tra lei e Roger, che non è nominabile se non per vaghe e imprecise allusioni, va ben al di là della semplice riconoscenza.
E la vecchiaia, tema dominante del film affrontato senza facili fughe fantastiche consolatorie ma con sguardo allo stesso tempo duro e sereno, assume la forma di una culla, in cui addormentarsi infine al ritmo lento di dolci dondolii.
Di Alessio Cappuccio, da spettacoli.blogosfere.it

Ann Hui è una dei maggiori cineasti orientali ed è oltretutto fra le più acclamate della new wave cinematografica di Hong Kong, ha al suo attivo diversi documentari di cui uno intitolato “Gei Diy Chung Fung” che nel 1997 è stato presentato al Festival di Venezia, inoltre vanta più di una ventina di lungometraggio tra cui “Summer Snow” (1995), vincitore dell’Orso d’Argento a Berlino. L’aver iniziato come regista di documentari ha sviluppato in lei un forte interesse per l’indagine e l’osservazione della vita e della gente comune, tanto da diventare un vero e proprio tratto distintivo della sua filmografia, dedicata a raccontare spaccati di vita quotidiana, soprattutto dei più sfortunati. Il suo stile è lineare, delicato e realistico, ma al tempo stesso toccante ed edificante, un aspetto che emerge preponderante anche nel suo ultimo lavoro, presentato nella sezione ufficiale alla 68° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica: “Tao Jie” (“A Simple Life”). Ispirato a fatti e persone reali, ossia alla vita del produttore Roger Lee e al suo rapporto con la governante, narra la storia di Chung Chun-Tao, detta Ah Tao, nata a Taishan in Cina, che a causa della morte del padre adottivo durante l’occupazione giapponese viene mandata dalla madre a lavorare come “amah”, ossia serva, presso la famiglia Leung. Il destino di Chung Chun-Tao si lega indissolubilmente con quello dei membri della famiglia, alcuni muoiono, altri emigrano e così si ritrova a lavorare al servizio di Roger, l’unico della famiglia rimasto ad Hong Kong.
Sono passati ormai sessant’anni e Ah Tao si è fatta ormai vecchia, un giorno viene ritrovata da Roger svenuta per terra a causa di un ictus. Una volta fuori pericolo Ah Tao, non volendo essere un peso per Roger e sentendosi debole e inutile, decide di andare in pensione e vivere in un ospizio. Qui entra a far parte di una numerosa quanto variegata famiglia composta prima di tutto dalla premurosa, quanto energica direttrice Ms Choi e poi dai diversi ospiti del centro per anziani. Roger dal canto suo si rende conto di essere molto legato ad Ah Tao che lo ha cresciuto e si prodiga per il suo bene cercando di andarla a trovare. Perfino la madre di Roger torna dalla California per andare a trovare Ah Tao, ma ben presto le condizioni della donna si aggravano.
E’ una storia semplice, trattata in maniera lineare e con occhio attento ai dettagli, che rende questa pellicola un po’ neo-realista, regalandole una liricità che non scade mai nel dramma. Non vi è alcuna forma di nichilismo o annientamento, c’è solo dignità e bontà, attesa e accettazione dell’inevitabile, senza angoscia anche se tutto è velato di una profonda tristezza. E’ un gioco di sguardi, di silenzi e di parole che mostrano il profondo affetto che lega fra loro Roger ed Ah Tao, il loro è un rapporto fra madre e figlio.
Bravissimi gli interpreti Deanie Ip e Andy Lau che duettano fra loro imprimendo ai personaggi una carica emotiva sorprendente e straordinaria, che colpisce lo spettatore, coinvolgendolo in questo dialogo silenzioso tra anime che hanno vissuto diversi anni insieme.
“Tao Jie” (A simple life) conferma ancora una volta la finezza espressiva di Ann Hui, la capacità di catturare l’emozione dello spettatore attraverso spaccati di vita quotidiana di gente comune meno fortunata, spingendolo a vivere il loro dramma e di conseguenza a riflettere sulla realtà che lo circonda, in questo caso quella dell’abbandono degli anziani negli ospizi e nelle case di cura.
La frase:
“Il film è come un bambino devi badarci continuamente”.
Di Federica Di Bartolo, da filmup.leonardo.it

Chiedi alla polvere, in questo caso verrebbe in prestito per comprendere appieno qual è il senso di un film sul tempo che passa e ‘impolvera’ le cose e le persone, che prima erano sempre ‘pulite’, trasparenti. Anche nei sentimenti.
Straordinaria storia, ispirata a fatti e persone reali, quella di Chung Chun-Tao, detta Ah Tao, nata a Taishan, in Cina, protagonista del film. Quando suo padre adottivo muore, durante l’occupazione giapponese, la madre la manda a lavorare. Adolescente, Chung Chun-Tao diventa una serva, a servizio della famiglia Leung, fino a quando, dopo tanto tempo, alcuni membri della famiglia emigrano. Trascorsi sessant’anni, Ah Tao svolge sempre lo stesso mestiere, ma a servizio di Roger, l’unico della famiglia rimasto a Hong Kong, dove lavora nell’industria cinematografica. Un giorno, tornando a casa, Roger trova la donna in preda a un ictus e l’accompagna in ospedale. Una volta fuori pericolo, Ah Tao gli comunica di volersi ritirare in una casa per anziani, dove conoscerà una varietà di anziani ospiti. Tuttavia, Roger non le si allontanerà, cercando di essere molto legato alla vecchia governante. La madre, in visita dalla California, gli suggerisce di regalare ad Ah Tao uno degli appartamenti di famiglia, perché possa finalmente avere una casa tutta sua per la vecchiaia. Ma le condizioni di salute della donna si aggravano repentinamente.
Una fra le più importanti cineaste cinesi, acclamata anche da quelli che il cinema lo fanno ad Hong Kong, con al suo attivo tanti documentari e lungometraggi, tra cui Summer Snow(vincitore dell’Orso d’Argento a Berlino 1995), torna ad indagare la vita della gente comune, tratto distintivo della sua filmografia, dedicata a raccontare spaccati di vita quotidiana, soprattutto degli ultimi. Con uno stile fortemente lirico, ma realistico, tant’è che quest’ultimo film è ispirato alla vita del produttore Roger Lee e al suo rapporto con la governante, la regista ci regala una storia semplice, come sottolinea il bellissimo titolo. La dignità di chi è buono e l’umiltà di chi si abbandona alle cure altrui sono le vere protagoniste di questo film, tutto giocato sugli sguardi, tanti silenzi e le poche parole, sempre essenziali. Con uno sguardo quasi bambino, Ann Hui attraversa le cose, fino a far pronunciare dal suo produttore: “Il film è come un bambino devi badarci continuamente”. E’ evidente che questa è la sua idea di cinema. Con attori non professionisti, accanto a due splendidi attori, Andy Lau e Deanie Ip, la spontaneità dell’attrice le ha fatto meritare la Coppa Volpi a Venezia (dove il film ha ricevuto anche il Premio La Navicella), la regista cinese ci fa addentrare nella vita delle persone che, almeno una volta nella propria vita, ognuno ha il piacere di incontrare, e se fortunati, anche la possibilità di curare o farsi curare. Perché la malattia diventa occasione di approccio all’altro al modo di chi non dismette i propri sentimenti, anche nel caso in cui l’altro rischia di diventare un peso, o una croce da portare. E’ un film che, al modo de “La cura” di Franco Battiato, sintetizza il valore della vita e della morte. Ma soprattutto l’alto valore del dono, attraverso la cura. Perciò si soffre, ci si abbandona ai sentimenti che spesso son nascosti per la paura di dover fare i conti con verità che prima o poi salgono a galla e depositano strascichi di tristezza, malinconia e angoscia. Si tratta di fare i conti con stipiti che si aprono, ceste di antichi ricordi che si scoprono, della quiete dopo la tempesta, con ancora fra le mani umide, il tanfo delle migliori cose che passano.
Di Giancarlo Visitilli, da cinerepublic.film.tv.it

Una vita può essere semplice, anzi semplicissima, e custodire in sé un amore estremamente complicato. Oppure no. Negli anni i sentimenti possono vincolarsi ad un minimo necessario di umanità, che vuol dire anche rispetto, o essere intessuti da fili impenetrabili che legano pian piano e spesso invisibilmente individui diversi, accomunandone destini. Accade a Roger, che di questi fili non se ne cura inizialmente, e a Ah Tao che, invece, ne ricama tutta la sua esistenza. Lui fa il produttore cinematografico, bravo e onesto, lei la domestica di casa sua, da sessant’anni, di generazione in generazione, con fedeltà e premura. Un piccolo infarto nuoce irrevocabilmente alla sua materna efficienza e per questo decide di ritirarsi in una casa di risposo cittadina – siamo ad Hong Kong oggi – dove trova una nuova famiglia, vecchietti più o meno abbandonati e autosufficienti destinatari delle sue attenzioni e del suo sorriso. Roger non l’abbandona, però, e mentre passa il tempo e insieme cresce il debito di riconoscenza e diminuisce la salute dell’anziana donna, proprio questa assenza sempre più ampia crea nel bel giovane un vuoto insostituibile, mentre prende coscienza di quanto abbia significato e significhi per lui, ben al di là dei manicaretti succulenti con i quali l’ha viziato. E’ l’assenza di una persona che marchia il cuore e la memoria e che la morte poi amplifica. Ann Hui, la regista simbolo della new wave hongkonghese e vincitrice dell’Orso d’argento a Berlino nel 1995 con Summer Snow, deve aver colto queste suggestioni nel corso dei colloqui con il suo vero produttore, Roger Lee, il quale man mano gli raccontava la storia della sua vera “Amah”, ossia la sua domestica, che si era occupata di lui come un figlio. “Questa storia – confessa la regista cinese – ha subito toccato una corda dentro di me, perché ognuno di noi ha una persona come Tao nella sua vita”. C’e da sperarlo.
Ispirato, dunque, a questo racconto minimo – e forse anche comune – è nato un film assolutamente non comune nella sua estetica essenziale, nell’approccio realistico, nel racconto poetico, con attori non professionisti che attorniano le splendide recitazioni di Andy Lau e diDeanie Ip, veramente da anni come madre e figlio. La spontaneità dell’attrice le ha fatto meritare la Coppa Volpi a Venezia (dove il film ha ricevuto anche il Premio La Navicella), preclaro esempio di recitazione controllatissima e spogliata di qualsiasi cenno che non sia la verità del vivere e della vecchiaia. Quando apre la cesta degli antichi ricordi, con la metodica cura di conservazione delle “buone cose” simile a quella che Gozzano sa descrivere attraverso l’amica di nonna Speranza – anche se son ben altre latitudini e secoli -, mentre porge a Roger scampoli di semplice saggezza, Deanie Ip fa vibrare il cuore, desiderare che qualcuno ci guardi così, ci parli così. Non è un sentimentalismo d’accatto, una finzione di cinema che tenta di ghermire le nostre corde più esposte, aggirando tabù tradizionali nella cultura occidentale come sono la vecchiaia e la morte. Non che la Cina sia esente dall’averne rimosso la presenza nello scorrere del tempo e dell’umanità, ma questo piccolo gioiello trasmette vibrazioni che qualsiasi altro magniloquente affresco non saprebbe minimamente innescare e mantenere.
Di Luca Pellegrini, da cinematografo.it

“A Simple Life”, una vita semplice quella narrata dalla regista Ann Hui, uno tra i nomi più noti della cinematografia di Hong Kong che sbarca nei cinema italiani dopo la presentazione all’ultimoFestival del Cinema di Venezia dello scorso settembre. Una narrazione delicata e genuina, scandita dalla quotidianità fatta di abitudini, valori e piccole attenzioni tra due figure così vicine, vera esperienza vissuta dal produttore della pellicola Roger Lee.
A incarnare la figura della dolce e attenta cameriera Ah Tao c’è Deanie Ip, attrice e cantante cinese che per la sua toccante interpretazione si è aggiudicata la Coppa Volpi per la Migliore Interpretazione Femminile a Venezia, una governante devota al bambino della famiglia a cui ha dedicato la propria vita e ormai diventato uomo interpretato da Andy Lau, noto al pubblico in particolare per la performance nella pellicola di Zhang Yimou “La Foresta dei Pugnali Volanti”.
Costretta a lavorare fin da bambina come cameriera, Ah Tao (Ip) diventa pian piano una vera e proprio colonna portante della famiglia Lee che segue per ben quattro generazioni. Da quando però i membri si sono pian piano trasferiti a San Francisco, l’unico rimasto a cui badare affettuosamente è Roger (Lau), un produttore cinematografico cresciuto dalla stessa donna. Quando però viene colpita da un ictus, l’esistenza della domestica subisce un brusco cambiamento: costretta ad abbandonare i suoi compiti, si trasferisce in una casa di cura sempre sotto lo sguardo attento e amorevole di Roger; sarà grazie alla sua natura dolce e comprensiva che riuscirà, in maniera ogni volta differente, a prendersi cura anche degli altri pazienti ricevendo dal suo pupillo e da chi le sta vicino tutto l’amore di una vita.
Non c’è nulla di eclatante, rumoroso o sconvolgente nella pellicola di Ann Hui: “A Simple Life” è una vera e propria storia fatta di piccoli tasselli che, una volta riordinati, riescono a dare forma a un’esistenza tranquilla, moderata, che nella sua semplicità merita un posto di rilievo per ciò che riesce a mettere davanti all’obiettivo della telecamera: un amore dolce e incondizionato, come quello di una madre – non sulla carta ma nell’animo – per un figlio. Un amore che cresce durante un’intera vita, tanto da trasformare una cameriera di umili origini in una pietra miliare di un’intera famiglia, lontano dai pregiudizi e dalle classi sociali.
Affondando le radici in quella che è una storia vera, di vita vissuta, Ann Hui descrive con occhio attento e giusto i sentimenti di una donna, interpretata magistralmente da una bravissima Deanie Ip, che guidata dal calore umano che emana dal profondo del cuore riesce a regalare a chiunque abbia incontrato sulla sua strada un po’ di felicità, di gioia, anche nelle condizioni più difficili; come nella casa di cura, luogo grigio in cui sono ricoverate persone che dalla vita vogliono, o vorrebbero, ancora molto proprio come lei, che s’illumina alla sua presenza così nella vita con quella famiglia che l’ha adottata, ricambiando tutto l’amore purissimo che lei stessa ha offerto con la dedizione di un’intera esistenza.
Di Chiara Console, da diredonna.it

“A simple life” è un film basato sulla reale storia dell’amah (domestica) Ah Tao e dell’ultimo membro della famiglia Lee rimasto a Hong Kong, Roger. Dopo il primo piccolo infarto che l’ha colpita, l’anziana donna decide di licenziarsi e di trasferirsi in una casa di riposo, dove vivono bizzarri ma tenerissimi nonnini come lei. Sarà il giovane Roger, di professione produttore cinematografico, a prendersi cura della vecchia signora: l’avvicinarsi della morte porterà a rafforzare il legame tra i due, creando un vincolo simile a quello che s’instaura tra genitori e figli.
Ad occuparsi della regia di questo piccolo capolavoro asiatico è la cinese Ann Hui, classe 1947 e già conosciuta e apprezzata dal mondo occidentale con “Summer snow”: proprio durante le riprese di quest’ultimo film, in cui Roger lavorava come produttore associato, la regista venne a conoscenza della storia di Tao. “Roger sentì il bisogno di raccontare questa storia vera, non solo a me ma a tutti. Ha subito toccato una corda dentro di me, perché ognuno di noi ha una persona come Tao nella sua vita”, dice Ann.
Raccontato sotto forma di flashback dal protagonista, “A simple life” può vantare numerosi punti di forza: a cominciare dalla splendida interpretazione di Deanie Ip, premiata per la miglior interpretazione femminile alla 68° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia; oppure la pregiata colonna sonora di Wing-fai Law, che ricorda quella del compositore giapponese Joe Hisaishi. “A simple life” è una pellicola che è anche un inno alla vecchiaia, dedicata a chi sa apprezzare il mondo orientale: per vivere una storia sull’amore filiale, sull’amicizia ma soprattutto sulla gratitudine.
Di Giulia Crucitti, da filmedvd.dvd.it

Ann Hui è una “teorica” del cinema cinese e sa proporre un’idea di arte cinematografica capace di riflettere in modo originale sul mezzo cinematografico, sui suoi limiti, le sue trasformazioni e la sua etica. “A simple life” ne è una conferma. Una storia vera, quella dell’amah (domestica) Tao (Deanie Ip), che è stata a servizio per sessant’anni presso la famiglia Lee, ed ora si prende cura di Roger Lee (Andy Lau), che di mestiere fa il produttore cinematografico, unico della famiglia rimasto a vivere ad Hong Kong. Ma la realtà della quotidianità e il suo dirompente fatalismo sconvolge le esistenze, come quella di Tao che si ammala gravemente e decide di andare in pensione. Ed è da questo cambiamento drammatico della vita di Tao che si snoda il racconto del film. “A simple life” è costruito su codici espressivi e comunicativi che prediligono l’immagine, lo spazio, lo sguardo, il dialogo, in una forma narrativa semplice ma sorprendentemente efficace puntando in modo assoluto sulla soggettività della cinepresa, coinvolta nelle situazioni di vita umana, mostrando la realtà nella sua essenza più naturale e disinvolta. Ed è così che Ann Hui racconta la malattia di Tao, il suo soggiorno nella modestissima casa di riposo, la cura e la perseveranza che Roger rivolge all’anziana governante, la vita comunitaria della casa di riposo, spazio d’attesa triste nella sua dimensione ultima della vita stessa. Eppure, inquadrando i grattacieli del distretto di Sham Shui Po, uno dei più vecchi di Hong Kong, luogo della casa di riposo di Tao, un bagno di realtà conquista lo spettatore. Lo spazio architettonico di questa fredda e statica zona residenziale, avvolta nei colori grigi di altissimi e popolatissimi palazzi sovrastati da un cielo plumbeo, regala un senso d’umanità condivisa. Quell’umanità che Ann Hui riesce a rendere in modo avvincente dal rapporto tra Tao ed il suo Roger, una condivisione misurata ed attenta di quei sentimenti di reciprocità, di gratitudine e benevolenza che strutturano un rapporto vero e sincero, rispettoso, nel tempo, in maniera composta. La cinepresa si sofferma sul volto di Tao, carico di forza emotiva, di sofferenza dignitosa, di rassegnazione serena, di gioia per l’inaspettata attenzione e cura del suo amato Roger. Ed è proprio dallo snodarsi pacato e lucido di un racconto che fa di un rapporto costruito su sentimenti profondi, che si materializza la certezza che l’umana condivisione della vita può esistere al di sopra di ogni differenziazione di classe e di ceto sociale. “A simple Life” adotta questo registro di regime narrativo e si afferma come poesia pura, un capolavoro cinematografico potente ed espressivo nella sua purezza di forma semplice e stile realista. Deanie Ip ha ottenuto alla 68a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, la Coppa Volpi per la Miglior Interpretazione Femminile ed il Premio Pari Opportunità conferito dal Ministero delle Pari Opportunità. Oltre a questi due importanti premi, il film ne ha conquistati anche altri di altrettanto alto riconoscimento e pregio quale esso realmente rappresenta nel ventaglio delle opere neorealiste cinematografiche contemporanee.
Di Rosalinda Gaudiano, da cinema4stelle.it

Chung Chun-tao (detta Tao) è un amah (collaboratrice domestica) al servizio della famiglia Lee da quattro generazioni. Roger, produttore cinematografico, è il suo padrone e lei se ne prende cura come se fosse un figlio. Un giorno Tao ha un malore e decide di lasciare il lavoro e di trovare rifugio in una casa di cura per vivere in disparte gli ultimi mesi della sua vita. Dedicando più tempo ai bisogni di Tao, Roger si accorge di quanto in realtà sia stata importante e presente durante la sua esistenza.
Ispirato alla storia vera del produttore Lee e della sua donna di servizio, A Simple Life colpisce dal punto di vista emotivo, senza esagerare in iperboli stilistiche. La regia di Ann Hui, una delle massime esponenti della New Wave hongkonghese, rimane fedele al titolo della pellicola. Semplice, mai sopra le righe e intento a raccontare una storia, che empaticamente si avvicina allo spettatore; il movimento di macchina fluido ma mai frenetico della Hui restituisce su pellicola uno spaccato autentico della vita familiare orientale. Incantevole è l’interpretazione di Deanie Ip – Coppa Volpi all’ultimo Festival di Venezia – che riesce ad entrare nella parte senza sbavature, concentrandosi su una sottrazione del gesto che rappresenta al meglio una solitudine e una miseria umana, che esponenzialmente si fa sempre meno evidente. Difatti la distanza servo-padrone iniziale si assottiglia e si instaura un rapporto che si fa sempre più intimo, familiare; una relazione madre-figlio potente e verosimile. Caratterizzando dal punto di vista introspettivo i protagonisti della vicenda, Ann Hui gestisce al meglio la figura dell’amah e apre la pellicola mostrando i suoi compiti all’interno della casa. Colf e baby-sitter, la collaboratrice domestica viene assunta da ragazzina e rimane all’interno della famiglia, cucinando e pulendo fino all’ultimo giorno della sua vita. Ed è proprio così che viene presentata Tao nei primi quindici minuti della pellicola; una presentazione priva di inutili orpelli e composta di immagini evocative e funzionali.
Sono due le principali ambientazioni che contraddistinguono A Simple Life : il focolare domestico e la casa di cura. In quest’ultima entrano in gioco altri personaggi – la signora Choi, lo Zio Kin, la Zia Kam, l’erudito Headmaster e la giovane paziente in dialisi Mui Gu, tutti compiutamente caratterizzati – , che arricchiscono la vita di Tao e s’inseriscono nei momenti di residenza, nei quali la vecchia colf aspetta trepidante, ma con composta serietà, il “ padroncino ” Roger. Ann Hui gestisce, in modo perfetto, i sentimenti affettivi che mano a mano si fanno raffinati e palesi, riuscendo a infondere alla sua pellicola un velato umorismo e piccoli gesti di complicità, ricordi indelebili e legami indissolubili. Il tutto viene sublimato dalle parole e da una serie di sequenze che indugiano sui volti dei due protagonisti, che si fanno sempre più gonfi di solitudine e malinconia. Due vite private di una fondamentale, e sempre, presente fetta di cuore.
A Simple Life è una lezione di stile e di compostezza; un’ode a una figura che sempre di più sta scomparendo dal panorama hongkonghiano. Un elogio di sobrietà e semplicità, una pellicola su una fine che si avvicina e che dimostra quanto una persona può lasciare una traccia nell’esistenza di tutti, dedicando la sua vita al sacrificio, alla riservatezza e alla gentilezza. Ann Hui costruisce un semplice percorso di riconoscenza, che non sfocia in stucchevoli patetismi e che evita facili drammi. Una vicenda che colpisce il cuore, lascia un groppo in gola e fa spellare le mani.
Di Andrea Ussia, da persinsala.it

Non è così frequente trovare film che siano fortemente radicati nel luogo di ambientazione e al contempo sappiano parlare di tematiche universali. L’opera di Ann Hui, veterana della Nuovelle vague di Hong Kong, formatasi in Inghilterra e come assistente di King Hu, giunta ora all’opera numero ventisette, è profondamente asiatica per alcuni aspetti: ad esempio ha per protagonista una amah, sorta di badante per famiglie che si inserisce nel contesto famigliare appena adolescente e accudisce genitori, figli e nipoti per decenni, diventando una quasi-parente dei padroni di casa. Un ruolo svolto in maniera così totalizzante solo a quelle latitudini. Difficile, dunque, per molti spettatori occidentali cogliere la profondità del sentimento, accostabile a quello di una madre e un figlio, che lega i due protagonisti, interpretati da due attori che si sono trovati spesso insieme, in ruoli analoghi: la star internazionale Andy Lau, già visto più volte anche sui nostri schermi, e la meno nota Deannie Yip, meritatamente premiata con la Coppa Volpi per la sua intensa performance.
Sarà forse per questo che il circuito distributivo italiano, già particolarmente avaro nel presentare il film in pochissime copie, gli ha appioppato pure una locandina agghiacciante in cui lo investe dell’eredità di “Departures” e”Poetry”, un film giapponese e uno coreano. Della serie: basta che abbiano gli occhi a mandorla e sono connazionali, voi poi non potete certo capirli, godetene soltanto il fascino esotico.
Ed è un peccato, non solo perché “A Simple Life” sa parlare di sentimenti riscontrabili in ogni luogo, ma anche perché immortala trasformazioni sociali che investono qualsiasi società economicamente avanzata. Spazio all’immigrazione a basso costo, arrivano filippini e tailandesi che fanno i domestici in modo più “classico”, come lo conosciamo noi. Il mestiere di amahva scomparendo. E Tao, la nostra protagonista, personifica un mondo in via d’estinzione, invecchia come aumenta l’età media della popolazione del suo paese, si ammala come la gente di Hong Kong è ammalata di solitudine e vede disgregarsi un’istituzione-chiave come la famiglia, atomizzata per effetto di un lavoro che lascia pochissimo tempo alle relazioni affettive e sparpagliata dalle emigrazioni in giro per il mondo.
Quando, in seguito a un infarto, Tao decide di andare in pensione e ritirarsi in uno degli istituti di ricovero per anziani che proliferano con il suddetto invecchiamento demografico, l’unico che le sta a fianco è il padroncino/figlioccio Roger, produttore cinematografico realmente esistente, alla cui storia il film si ispira. La regia sporca, macchina a mano dell’autrice cattura splendidamente l’impatto di Tao con la casa di riposo. L’anziana donna è completamente spaesata, gli altri degenti sembrano i matti incontrati da Johnny Barrett ne “Il corridoio della paura”. Se col tempo la nostra eroina si accorge di aver trovato una nuova famiglia, Ann Hui è tuttavia attenta a isolare soprattutto i momenti di incontro tra Tao e Roger, lasciando volutamente poco spazio ai personaggi di contorno, con la parziale eccezione di Zio Kin, uomo contraddittorio che scialacqua con le donne il denaro preso a prestito. L’autrice però non lo giudica mai, al contrario ne sottolinea il carattere solare e i piccoli grandi gesti di umanità di cui è capace.
La descrizione della vita nella clinica, tra visite, ricorrenze e quotidianità, coincide con un cedimento nella tenuta drammatica del film, anche se i volti sofferenti degli anziani che contrappuntano i festeggiamenti del capodanno restituiscono attimi di rara autenticità. Ma la regista ha in serbo il colpo di coda di un commovente finale ammirevole per asciuttezza antiretorica, malgrado la conclusione del film sia quella più scontata, visto il constante peggioramento delle condizioni della protagonista (non si compiono invece, fortunatamente, le sottotrame più facili e prevedibili). E’ proprio questa sobria linearità che non cede mai alla spettacolarizzazione del dolore, alla nostalgia e al sentimentalismo il vero, prezioso punto di forza della pellicola.
Di Claudio Zito, da ondacinema.it

La storia, vera, del legame tra il produttore Roger Lee e Ah Tao, la donna di servizio che lo ha allevato sin da bambino. Un rapporto di amore profondo, fatto di riconoscenza, affetto, abitudine, dipendenza, che va aldilà di qualsiasi vincolo di sangue, di ogni desiderio o egoismo. Cinema che si muove piano, per non disturbare la sensibilità e i pensieri dei volti che sfiora. Ann Hui, la grande Signora della new wave di Hong Kong, fa propri i ricordi intimi e privati di un altro, per dar vita a una personalissima elegia sul tempo che passa, la vecchiaia, la malattia, il distacco, la nostalgia, l’affetto e la riconoscenza. Cinema di pancia e di cuore, e perciò inevitabilmente fisico, terribilmente concreto, nonostante la levità del suo stile trasparente. Davvero A Simple Life è una storia che arriva all’anima solo girando intorno ai corpi, i segni visibili, a fior di pelle, del vissuto. Ann Hui segue le trasformazioni, i passaggi di tempo: arti in disfacimento progressivo, cuori colpiti da infarto, volti stanchi ed emaciati, ‘pallidi’, rottami costretti su una sedia a rotelle o in un letto d’ospedale. Eppure, quelli che incrociano il suo sguardo sono tutti corpi vivi, animati dalla profondità dei legami e dei sentimenti, che rimangono e si accrescono, a dispetto del venir meno delle forze. L’energia vitale è un continuo prodursi e disperdersi. O forse, più esattamente, un fluire senza perdite, una trasmissione (di emozioni, di ricordi, di insegnamenti) dall’uno all’altro, tra gli spazi dell’amore. Ann Hui accarezza i corpi. Quelli dei due protagonisti. Un Andy Lau davvero gigantesco nel suo rimpicciolirsi e sottrarsi, nel dar vita all’ultima trasformazione del suo corpo mutante, capace di parlare e produrre senso sempre, attraverso un abito, un movimento, un taglio di capelli. E Deanie Yip, grande star che, dopo dieci di assenza dal grande schermo, decide di scommettere su un personaggio di quindici anni più anziano, e di accettare lo spettro della caduta. Un’interpretazione mozzafiato, tutta giocata proprio sul contrasto esterno/interno, vecchiaia/giovinezza. Ma anche gli altri corpi: quelli degli anziani della casa di riposo, veri vecchi da ospizio che si mescolano alle glorie del cinema che fu. E Ann Hui li accarezza tutti. basta un’inquadratura, un indugio, un silenzio per far intuire tutte le possibilità e i segreti di un vissuto. Quello della giovane caposala che passa il capodanno al lavoro e non risponde alle domande sulla sua famiglia, quello della donna costretta a stare in casa di cura per affrontare la dialisi. O quello del vecchio dongiovanni che esorcizza la fine, elemosinando 300 dollari per pagarsi un’ora d’amore. A Simple Lifeè un viaggio attraverso il viale del tramonto, al cui termine si intravede il segreto della permanenzche attraversa la memoria, tra Vivere di Kurosawa, Lola di Brillante Mendoza, La casa del sorriso di Ferreri. Ma è anche un ritratto del cinema hongkonghese, che viene raccontato con sguardo affettuoso e complice. Come fosse un’altra famiglia, calda, rassicurante e accogliente, al pari di quella vera, istituzionale. Una famiglia in cui ritroviamo Tsui Hark e Sammo Hung, disposti a metterci la faccia e a spendere la propria immagine pubblica. E Anthony Wong, come sempre incontenibile anche quando appare e scompare in un batter d’occhio. Ed è proprio il duo Wong e Lau a regalarci uno dei momenti più belli del film. quello in cui Wong, nei panni del proprietario della casa di riposo, chiede al produttore di recitare in un action movie. E Roger gli risponde: “sei troppo vecchio per un action”. Wong è troppo vecchio per un action? Allora si può ancora giocare con i propri personaggi, sull’età che avanza, sulla parabola discendente. Le vere star invecchiano, ma senza prendersi troppo sul serio, si passano la palla. Ed è Ann Hui a dettare i ritmi di questo gioco, con quel suo modo di essere leggera, di muoversi con ironia e tenerezza anche nei territori del dolore e la morte. Come in quei fantastici momenti di intimità e complicità tra Roger e Ah Tao: le passeggiate, i pranzi al ristorante. Entra ed esce, tra il reale e la finzione, ma sempre per raccontarci la vita. La sua e la nostra paura d’invecchiare. Ma anche la dignità di chi sa che non tutto, forse nulla è perduto.
Di Aldo Spiniello, da sentieriselvaggi.it

Nata a Taishan, in Cina, Chung Chun-tao vive ad Hong Kong dall’età di tredici anni, da quando la madre adottiva, dopo la morte del marito, decise di mandarla a lavorare come domestica per la famiglia Leung, alle cui dipendenze è poi rimasta per quattro generazioni ed oltre sessant’anni, al termine dei quali da accudire gli resta solo il quarantenne Roger, l’unico a non essersi stabilito negli Stati Uniti in quanto impiegato nella ricca industria cinematografica locale come produttore. Ma quando viene colpita da un ictus che la rende invalida, Chun-tao si vede costretta a lasciare casa Leung per andarsene in pensione e ricoverarsi in una casa di riposo. Accettata di buon grado l’improcrastinabile decisione, Roger sceglie però di non abbandonare la donna che lo ha cresciuto sin da piccolo come una madre, non facendole mancare le proprie visite, offrendosi in aiuto per ogni evenienza, e divenendo per lei (che al mondo non ha nessun altro) una presenza costante ed affidabile.
Tao Jie, titolo originale del film, altro non è se non il nome proprio della protagonista unito all’appellativo di sorella maggiore in una formula (alterata in “Ah Tao” nelle traduzioni occidentali) che ormai la identifica per tutti, un’espressione vezzeggiativa guadagnata sul campo dopo una vita intera passata ad adoperarsi per una famiglia che ha imparato ad amarla al punto di considerarla una parente acquisita; “una vita semplice”, recita invece quello scelto per il mercato internazionale, proponendo una forzatura evidente ma in grado di fotografare alla perfezione tanto la serenità e l’umiltà con cui la donna affronta il prepotente incalzare del proprio naturale ed inevitabile declino fisico, quanto la spontaneità e la dedizione con cui il figlioccio si mette a sua disposizione, quanto — altresì — la delicatezza di tocco con cui la regista Ann Hui approccia alla loro storia: la storia vera del produttore Roger Lee e del suo rapporto tenero e speciale con la governante che si occupò di lui sin da quando era in fasce, crescendolo, contribuendo alla sua educazione e soccorrendolo nel momento del bisogno, dallo stesso Roger Lee scritta a quattro mani con la sceneggiatrice Susan Chan.
Ann Hui, anziana gloria del cinema asiatico, anche lei nata in Cina e trapiantata ad Hong Kong come la protagonista, si mette al completo servizio della narrazione, proponendo uno stile invisibile asciutto e scevro da forzature di alcun tipo, soffermandosi sulla quotidianità di una serva che sin da piccola ha rinunciato ad una dimensione privata propria per incorporare quella del padrone, e sul rispetto e la riconoscenza a lei riservati da chi da lei ha ricevuto nel tempo solo affetto cure e totale abnegazione.
Tao Jie (A Simple Life) è un racconto stracolmo di sentimenti puri, capace di emozionare attraverso la semplicità di gesti disinteressati, che senza scivolare in compiacimenti o ricatti mette a nudo i cuori dei suoi personaggi, non solo dei due principali ma anche di tutto il microcosmo che circonda Tao dal momento dell’ingresso nell’ospizio, creando un nugolo di caratteri credibili ed in grado ciascuno di ritagliarsi il proprio dignitoso spazio: dalla dolce e gioviale capo infermiera che passa il capodanno al lavoro ed ammutolisce davanti ad una domanda personale lasciando intuire un abisso di inquieta solitudine, all’anziano puttaniere — squattrinato ma ancora arzillo — che esorcizza la paura della morte ballando e mendicando i soldi necessari a pagarsi un’ora in calda compagnia, dalla vecchina ormai demente che chiede costantemente di esser riportata a casa, a quella abbandonata lì negli anni ’90 e che da allora non riceve parenti, fino alla giovane donna che approfitta del centro per risparmiare sulle spese per la dialisi ricevendo a sua volta le visite della propria madre.
Toccante, poetico e solcato da una robusta vena di delicata ironia, Tao Jie (A Simple Life) vede una sfilata di grandi nomi del cinema hongkonghese in ruoli minori od anche semplici cameo (da Anthony Wong a Chapman To, da Sammo Hung a Tsui Hark), e si avvale per quelli portanti di una coppia di attori affiatata oltre che di prim’ordine, laddove al fianco della star Andy Lau, che recita egregiamente per sottrazione, c’è proprio la sua reale madrina, una Deannie Yip tornata sulle scene (ed accanto a lui sullo schermo) dopo oltre dieci anni e subito premiata a Venezia 2011 con la Coppa Volpi per un’interpretazione di stordente intensità.
Da cinerepublic.film.tv.it

A simple life (Tao Jie), della regista cinese di Honk Kong Ann Hui, è stato presentato in concorso alFestival di Venezia 2011. Premiato con la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile, il film arriva nelle sale italiane il giorno della Festa della donna, e la coincidenza non potrebbe essere più azzeccata. Tratto da una storia vera, il film racconta gli ultimi anni di vita di Chung Chun-tao, detta Ah Tao, che fin da giovane è la donna di casa della ricca famiglia Leung. La sua vita è stata completamente dedicata al servizio e, soprattutto, all’educazione ed alla crescita del giovane Roger. Dopo un ictus, l’anziana si ritirerà in un ospizio, e sarà proprio Roger ad accudirla amorevolmente negli ultimi giorni della sua vita.
Intenso e commovente, A simple life è un film garbato, dai toni tenui, quasi sbiaditi, come le vecchie foto che la protagonista sfoglia con nostalgia. Un film sull’amor filiale e sull’onore, con risvolti particolarmente interessanti. La disparità di classe, i problemi del quotidiano, il confronto generazionale sono temi che emergono delicatamente dalla vicenda personale dell’anziana donna. Una figura, quella della governante, che ha il sapore della memoria storica di una generazione, e la forza di un mondo che sembra ormai estinto.
Ah Tao (magistralmente interpretata da Deanie Ip) è una donna forte ma, soprattutto “candida”, fatta di quella semplicità che sembra ormai scomparsa, inghiottita dalla moderna società. In questo scenario l’anziana governante è il simbolo vivente di un onore e di una compostezza ormai perdute. E mentre i suoi coetanei, che affollano l’ospizio, sembrano aver abbandonato ogni inibizione, Ah Tao rimane fedele ai suoi principi, fino alla fine.
Particolarmente coinvolgente, la regia indugia insistentemente sul volto segnato della protagonista, sui suoi sguardi lontani e sulla sua esile figura. A fare da contrappeso, il giovane Roger, attore di successo, simbolo del passaggio alla modernità, al nuovo mondo, così distante e così diverso dalle vecchie fotografie sbiadite dei due protagonisti. Un intenso Andy Lau (La foresta dei pugnali volanti) da corpo ad un giovane di buon cuore, infinitamente grato all’anziana governante che lo ha cresciuto ed amato come un figlio, particolarmente convincente.
Dotato di una straordinaria sobrietà, misurato nelle emozioni, intenso e molto sentito, A simple life, dopo aver conquistato pubblico e critica al festival veneziano, promette di replicarne il successo con l’uscita cinematografica.
Da cinemaerrante.it

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