Vento di primavera

“Chi non conosce la propria storia è condannato a ripeterla”
di Ilaria Falcone
Esiste qualcosa di più sconvolgente di una Guerra? Sì. Esiste una cosa ancora più catastrofica: annientare i bambini. La mano tanto forte quanto sensibile della regista Rose Bosch, ex giornalista, attraverso “Vento di primavera”, affronta, con una non facile forza morale, la Seconda Guerra Mondiale e l’Olocausto dal punto di vista dei bambini. Sono loro i protagonisti questo film, in uscita per il Giorno della Memoria (27 gennaio 1945 i cancelli di Auschwitz furono abbattuti).
Estate 1942. Parigi. Tra benevolenza e disprezzo, famiglie ebree parigine hanno imparato a vivere in una Parigi occupata, sulla collina di Montmatre, dove hanno trovato rifugio. Almeno così credono, fino alla mattina del 16 luglio 1942, quando la loro fragile ombra di vita vacilla.
Gli ebrei vengono prima costretti a portare la stella gialla, poi vengono allontanati da ogni luogo pubblico, dal loro impiego, dalle scuole. Nel quartiere di Montmartre vivono molte famiglie ebree tra cui quella di Joseph, 10 anni. La situazione peggiora di giorno in giorno e la città si divide: alcuni cercano di proteggere e aiutare i loro vicini semiti, altri li insultano e li deridono.
Nella notte tra il 15 e il 16 Luglio, il destino degli ebrei di Parigi cambia per sempre: in seguito ad un accordo tra Hitler e il generale Pétain, migliaia di ebrei, tra cui anche Joseph e la sua famiglia, vengono condotti al Vélodrome d’Hiver, dove restano per giorni senza acqua, senza servizi igienici e con pochissimo cibo, in condizioni di salute precarie, specie i bambini. Ad aiutarli pochi parigini coraggiosi come l’infermiera Annette Monod e i pompieri che non solo li dissetano con gli idranti, contravvenendo agli ordini, ma accettano di consegnare in segreto messaggi per parenti e amici. Deportati al campo di concentramento Beaune-la-Rolande, ancora in territorio francese, gli ebrei conservano la speranza e soprattutto le famiglie sono ancora insieme. Ma un mattino Joseph e gli altri bambini vengono separati dai genitori.
Joseph, Nono, Simon, Rachel… sono alcuni dei bambini della comunità ebraica di Montmartre. Joseph Weismann è l’unico sopravvissuto. Oggi vive in America. Per una fortuita coincidenza la Bosch è riuscita a rintracciarlo. Il loro incontro è stato prezioso per cercare di colmare, anche se con infinito dolore, i tasselli della guerra inumana che i nazisti e Vichy hanno condotto contro i bambini.
La Rafle (La retata), questo il titolo originale del film, racconta la storia di persone realmente esistite e fatti tragicamente accaduti. Dal Vélodrome d’Hiver, dove vengono ammassati 13.000 arrestati, al campo di Beaune-La-Rolande (un campo di prigionia francese di cui ancora tutt’oggi pochi ne conoscono l’esistenza), da Vichy alla terrazza del Berghof, Vento di primavera segue i destini incrociati di vittime e carnefici. Venticinque persone su 13.000 di quelle rastrellate sono ritornate vive, e nemmeno uno dei 4.051 bambini.
La regista insieme al produttore Ilan Goldman (moglie e marito nella vita) raccontano una storia mai portata sul grande schermo: quella della deportazione di Ebrei francesi (il Vel’ d’Hiv fu la retata più massiccia di tutti tempi.)
Lo stile deciso e il tono documentaristico rendono Vento di primavera accessibile a un vasto pubblico. Con profonda intelligenza nel raccontare quella Insensatezza, partendo dalla dimensione interiore dei protagonisti (la vita privata, il quotidiano), la regista ha realizzato un’opera di forte impatto. Avendo visionato centinaia di ore di materiale video, di trasmissioni radiofoniche e letto svariati di libri e archivi della propaganda, la Bosch ha saputo ispezionare nel dolore, portando a conoscenza quell’infinito dolore. L’inquadratura del dettaglio, il dialogo disarmante, la purezza dello sguardo dei bambini, la gestualità scoperchiano la commozione di chi è in sala, facendo riaffiorare domande, prima fra tutte quella rivolta dall’infermiera Annette a un gendarme che piantona il velodromo: “perchè non vi ribellate?”.
da “nonsolocinema.it”

1942. Estate. Dopo l’invasione da parte delle truppe della Germania hitleriana gli ebrei sono stati prima obbligati a portare la Stella di David sugli indumenti, e poi sono stati progressivamente esautorati dai loro impieghi e impediti ad accedere a scuole e luoghi pubblici. Ma ora Hitler ha deciso di procedere allo sterminio di massa e vuole che il governo collaborazionista insediato a Vichy gli procuri dalla sola Parigi almeno 20.000 dei 25.000 ebrei residenti. I suddetti verranno dapprima condotti in campi di raccolta in territorio francese e poi, una volta ultimati i lavori per i forni crematori nei lager, avviati a morire. Il maresciallo Pétain aderisce senza difficoltà alla richiesta e la notte del 16 luglio (i tedeschi avevano chiesto il 14 dimenticando la festa nazionale) la retata si svolge. Tredicimila uomini, donne e bambini ebrei vengono prelevati dalle loro abitazioni e portati nel Vélodromo d’Hiver, prima tappa del loro calvario.
Il punto di vista che il film assume è quello di alcuni bambini che vivono nel quartiere di Montmartre e, in particolare quello del decenne Joseph. Vogliamo concentrarci sull’invito a vedere il film superando l’atteggiamento che è stato purtroppo fatto proprio da alcuni di quelli a cui il produttore Ilan Goldman (forte del successo si La vie en rose) si è rivolto perché partecipassero all’impresa. “È storia antica”, “Non importa a nessuno”. Non è storia antica e la regista Rose Bosch è riuscita nell’intento di farcela percepire come purtroppo attuale. Intendiamoci: tutto è filologicamente coerente con l’epoca con cui si sono svolti i fatti. Fatti che il cinema francese non aveva mai affrontato con tanta precisa e documentata forza se non in un documentario televisivo e che ora riemergono come memoria del passato ma anche come monito sul presente.
La Bosch lavora su una tripartizione narrativa. Da un lato Hitler nel suo buen retiro del Berghof, dall’altro Pétain, Laval e i loro accoliti e, nel mezzo, le famiglie ebraiche colte nella loro quotidianità all’interno della quale sono stati inoculati ad arte (anche grazie al media più diffuso all’epoca, la radio) i germi del più irrazionale ma efficace disprezzo per l’altro. Alimentandolo con la ripetizione delle menzogne in modo da assuefare le menti all’idea della ‘normalità’ dell’emarginazione. Il film non accusa ‘i francesi’ tout court e anzi sottolinea il fatto che se dei 25.000 ebrei 12.000 sono sfuggiti alla retata lo si deve a parigini che li hanno aiutati mettendo a repentaglio la propria esistenza. Ma resta comunque impressa nelle retine la gestione dell’intera operazione da parte di uomini che non indossano le divise delle SS o della Wehrmacht ma quelle delle forze dell’ordine e militari francesi. Allora per quegli sguardi infantili diventa ancor più difficile anche solo tentare di darsi una spiegazione di quanto accade. Così quando si assiste alle scene delle migliaia di esseri umani ammassati con pochissime cure e senz’acqua nel Velodromo non possono non tornare alla mente le immagini dello stadio di Santiago del Cile dopo il colpo di stato di Pinochet.
Ma c’è un momento in cui si percepisce lo iato che si è insediato tra realtà e pregiudizio. Quando il dottor Sheinbaum (interpretato da un Jean Reno in cui solidità fisica e morale formano un tutt’uno) grida dinanzi all’ennesimo sopruso: “Non ne avete il diritto!” è la coscienza civile, è un’umanità vinta ma non piegata, è la Ragione che grida con lui. Ma in quello stesso istante lo spettatore ‘sente’ che si tratta di un appello irricevibile da chi sta dall’altra parte. Una parte per la quale la parola diritto ha perso qualsiasi valore, qualsiasi possibilità di confronto in cui essa torni a individuare un senso che sia davvero comune.
Chiediamoci se questo svuotamento di significati fondamentali non abbia trovato anche nella nostra società contemporanea una sua consistenza. Chiediamocelo riflettendo sulla risposta che ci siamo dati e ringraziando questo film per avere suggerito la domanda.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

Il 27 gennaio, in occasione della Giornata della Memoria, esce in cento copie il film Vento di Primavera (titolo originale La Rafle), un’opera intensa e coraggiosa che narra con grande attenzione al dettaglio storico un’altra lugubre pagina della Storia dell’epurazione razziale ai danni degli ebrei, e che getta un’onta di vergogna anche sulla Francia collaborazionista, rea della deportazione dei suoi stessi cittadini. Nel film (una copodruzione tra Francia, Germania e Ungheria) della francese Rose Bosch viene infatti narrata una vicenda forse poco nota o poco ricordata nei libri di storia: il 16 luglio 1942, per mano del governo collaborazionista di Vichy, 13mila ebrei vennero deportati in un velodromo, dove vennero tenuti segregati in pessime condizioni, in attesa della deportazione nei campi di concentramento. Di questi deportati, tra cui migliaia di donne e bambini, se ne salvarono solo 25…
Francia, estate 1942. Un carosello (un po’ la storia, un po’ la vita) gira tra la musica e i sorrisi spensierati della gente, ma l’ingresso è interdetto agli ebrei. Dopo esser stati costretti a indossare come simbolo della loro ‘diversità’ una casacca con una stella gialla cucita sul petto, la mattina del 16 luglio, 13mila ebrei francesi (alcuni troveranno rifugio nelle case di concittadini solidali), vengono prelevati su ordine del governo di Vichy (a seguito di un accordo tra Hitler e il generale Pétain) dalle loro case sulla collina di Montmartre, e deportati nel Vélodrome d’hiver. Lì, assetati, affamati e in pessime condizioni igieniche, gli ebrei avranno solo il sostegno di un benevolo medico (un inconsuetamente buono Jean Reno) e una pia infermiera (col volto angelico di Melanie Laurent) che si opporrà, rischiando la sua stessa vita, alla folle causa nazista. Ma la sua opposizione sarà vana. Dopo aver separato gli uomini dalle donne e poi le madri dai figli, i gendarmi francesi indirizzeranno tutti i deportati a una meta comune: i campi di concentramento nazisti.
Tra realtà e rappresentazione
Da sempre si discute sul fatto che non tutto sia rappresentabile a mezzo cinema. Orrori indescrivibili come l’Olocausto, ad esempio, pongono numerosi questioni di etica della rappresentabilità. A questo limite, però, si affianca una necessità. Che è quella di ricordare, per lasciare nel grande libro della Memoria le testimonianze di orrori pregressi che possano scongiurare, almeno questa è la speranza, il loro ripetersi. Vento di primavera ha il chiaro intento di mostrare e ricordare come la follia nazista abbia contaminato e fatto suoi complici tutti, nessuno escluso, portando al paradosso di francesi che deportano altri francesi, restando impassibili di fronte alla loro fame, al loro dolore, allo strazio indicibile di veder strappare un figlio dalle braccia della propria madre. Per descrivere quest’abominio umano, la Bosch sceglie il punto di vista di Joseph, testimone inerme e coraggioso superstite di quella retata (la Rafle del titolo originale) che lo privò di genitori e sorelle. Tramite i giovani occhi di Joseph, all’epoca dei fatti decenne sveglio (“non è dei morti che devi preoccuparti, ma dei vivi”) e sensibile, tutto assume una pregnanza diversa perché è la sua storia personale a fondersi alla Storia generale, la sua ingenua innocenza a confrontarsi con la cosciente reità degli adulti. Costretto a indossare la stella gialla a sei punte, trascinato via di casa con la sua famiglia, segregato nel velodromo e infine strappato alle braccia della madre, quella di Joseph è la storia unica ma rappresentativa di quella vicenda storica, lo stralcio privato di una più assoluta follia. Ed è con occhio attento e circostanziato alla fedeltà storica (tutti i fatti riportati nel film sono realmente accaduti, e il velodromo è stato fedelmente ricostruito a Budapest), che la regista traccia questa linea della memoria, inserendo nel suo album personale le scene struggenti delle vittime (Joseph che tenta di sbaragliare il nemico con un pugno di biglie o il piccolo Nono che corre incontro al carro della morte) a confronto con le scene della placida indifferenza e incoerenza dei carnefici (Hitler sulla terrazza del Berghof che gioca premuroso con i ‘suoi’ bambini mentre ordina di sterminarne a migliaia).
L’universalità dell’orrore
Nel descrivere orrori e dolori francesi (che in questa vicenda sono a un tempo vittime e carnefici) i luoghi delle vicende perdono molti dei loro connotati distintivi (perfino la Tour Eiffel appare in una confusa e fugace immagine), esaltati solo nel bianco e nero di repertorio iniziale, sulla voce di Edith Piaf. Nel resto del film, Parigi e la Francia intera perdono la loro tipica allure romantica (“sono i mediterranei – italiani e spagnoli – quelli troppo romantici; è per questo che li dominiamo”) per incarnare invece il volto universale dell’orrore (fotografia cupa e musica incisiva), immense e desolate lande cinte da boschi salvifici di una natura quasi informe, punteggiata solo di carri armati e gendarmi in divisa. La lente d’ingrandimento è come sempre posta sulle atrocità, coloro che le hanno commesse, coloro che le hanno subite e coloro che si sono opposti (è il caso di Joseph, ma anche quello del medico e dell’infermiera o dei pompieri che hanno dissetato e recapitato i messaggi dei prigionieri).
Jean Reno, accantonati per un attimo i suoi ruoli da eminente cattivo, si cala nei panni del medico ispirato con ardore e carisma, ma è troppo breve il suo tempo sulla scena perché il suo personaggio lasci il segno. Molto più avvolgente invece l’ex-vendicativa dei bastardi tarantiniani Melanie Laurent, che incarna alla perfezione (sia fisicamente sia a livello interpretativo) la disperazione umana di chi si rende realmente conto (e non vuole credere) delle aberrazioni umane di cui è, suo malgrado, testimone. La tensione drammatica creata dal film non è che una pallida rievocazione della tensione drammatica che può aver segnato momenti solcati da un’umanità tanto lucida eppure tanto irrazionale, sformata dall’onta del genocidio. Eppure, dovere del cinema è, sempre e comunque, accendere la luce di proscenio su quei momenti, per dare a tutti noi la possibilità di una doverosa presa di coscienza. Anche se il carosello della vita torna a girare, ma la musica non è più la stessa…
Lo sforzo produttivo congiunto (20 milioni di euro) di Francia, Germania e Ungheria, e la regia sensibile ma incisiva di Rose Bosch, danno vita a Vento di primavera, film sulla (poco nota) deportazione di 13mila ebrei francesi il 16 luglio 1942. Scegliendo il punto di vista del bambino Joseph, uno dei pochi superstiti di quella retata, la Bosch elude le questioni legate alla rappresentabilità dell’Olocausto, narrando le immagini di una storia privata che s’inserisce nella più ampia cornice della Storia mondiale. La presenza (necessaria) di frangenti estremamente struggenti non inficia la sobrietà del resoconto storico, che nel confronto tra vittime e carnefici, e sullo sfondo di una tetra epoca di ostracismo umano, risulta un giusto e doveroso omaggio reso alla Memoria.
VOTOGLOBALE8
Elena Pedoto, da “everyeye.it”

La luce della memoria
articolo a cura di Marco Minniti, da “movieplayer.it”
Lontana da qualsiasi tentazione ricattatoria e da approcci gratuitamente enfatici al tema, la regista Roselyne Bosch costruisce un’opera vibrante, coinvolgente, a tratti emotivamente difficile da sostenere, su un episodio della Seconda Guerra Mondiale che richiama più che mai la necessità della memoria.
La luce della memoria
Parigi, 1942. La Francia è occupata dai nazisti, e il regime collaborazionista di Vichy ha avviato una politica di dura persecuzione degli ebrei. Prima l’obbligo di portare la stella gialla, poi la graduale emarginazione dai luoghi pubblici, infine l’estromissione dagli uffici statali: le famiglie ebraiche, tra cui quella di Schmuel Weismann, insegnante, di sua moglie Surah e dei loro tre bambini, provano ad adattarsi alle dure limitazioni che il governo ha imposto loro. Ma nessuno è realmente preparato a ciò che sta per accadere: insieme agli occupanti tedeschi, il governo di Pétain pianifica e mette in atto una massiccia opera di deportazione. Nella notte tra il 15 e il 16 luglio, 13.000 ebrei parigini vengono prelevati dalle loro case e rinchiusi nel Velodrome d’Hiv, dove vengono ammassati in condizioni igieniche e sanitarie precarie. Ma è una destinazione provvisoria, che vedrà le famiglie condotte prima nel campo di concentramento francese di Drancy, nella periferia della capitale, e infine ad Auschwitz, da cui la maggior parte di loro non farà mai ritorno.
Raphaëlle Agogué in una scena del film Vento di primaveraNon è agevole approcciare criticamente un film come questo, data innanzitutto l’importanza del tema trattato, ma anche e soprattutto l’indubbia sincerità di intenti che emerge dalle sue immagini. Lontana da qualsiasi tentazione ricattatoria e da approcci gratuitamente enfatici al tema, la regista Roselyne Bosch costruisce un’opera vibrante, coinvolgente, a tratti emotivamente difficile da sostenere: piuttosto che asciugare la materia e raccontare gli eventi in modo distaccato, la regista sceglie di portarci direttamente dentro la vicenda, farcela vivere come se ne fossimo i protagonisti, farci sentire sulla pelle la mostruosità di azioni coscientemente eseguite contro esseri umani innocenti. Il film non arretra di fronte alle grida, alle lacrime, agli insulti dei soldati e alla perversione dell’innocenza dei bambini: è proprio il loro punto di vista a prevalere su tutti gli altri, gli anticorpi all’orrore certo più sviluppati di quelli dei loro genitori, ma ancora tragicamente insufficienti di fronte a un male insensato e allo stesso tempo banale. Quello che vediamo non è solo il freddo calcolo criminale di politici che burocraticamente pianificavano la cancellazione di una parte della loro popolazione, non è solo il meschino riemergere dei sentimenti antisemiti di governanti (e cittadini) che non aspettavano che l’occasione giusta per mostrare il loro dormiente lato discriminatorio. Oltre a questo, c’è il volto del male mostrato frontalmente e senza mediazioni sullo schermo, c’è un Adolf Hitler (interpretato dall’attore Udo Schenk) rappresentato in momenti di vita familiare, sulla sua terrazza, mentre discute e gioca con i bambini. Una figura media e insignificante, un male dal volto terribilmente banale, ordinario, che diventa persino caricaturale quando si trasforma nel leader che conosciamo, quello che ha trascinato il mondo sull’orlo del baratro.
Questo Vento di primavera ha dunque un valore pedagocico, aumentato dalle minuziose ricerche svolte dalla regista e dalla generale, scarsa conoscenza storica dell’episodio che narra, che si aggiunge all’onestà e alla genuina voglia di raccontare, a quella carica etica che da sempre vede il cinema come strumento di documentazione e monito civile. Tuttavia, bisogna rilevare che la difficile strada scelta dalla Bosch, quella di non arretrare di fronte all’aspetto emotivo, di impregnare totalmente la materia filmica dell’orrore degli eventi storici narrati, non sempre conferisce al film il giusto equilibrio: se la prima parte è narrativamente e registicamente impeccabile, con la perfetta descrizione delle ricadute della politica antisemita sulla precaria quotidianità dei protagonisti, non altrettanto si può dire del segmento successivo, che segue la deportazione nel velodromo. Il precipitare degli eventi e le sue tragiche conseguenze sugli affetti dei protagonisti provocano a volte la perdita del senso della misura nella narrazione, mentre il personaggio dell’infermiera Annette (interpretato da Mélanie Laurent) appare un po’ monodimensionale, eccessivamente caricato di una vocazione cristologica al martirio che le sottrae credibilità. Lo stesso rapporto con un comunque ottimo ed espressivo Jean Reno (nel ruolo del medico del velodromo) è messo da parte per la scelta di delineare un carattere dalle tinte quasi messianiche, di cui vengono inevitabilmente sacrificate le sfaccettature. Sono comunque difetti su cui si può sorvolare, se si considera una regia che mantiene il più delle volte una lucidità notevole, riuscendo a mescolare più che bene coinvolgimento emotivo e aderenza ai fatti: un’aderenza voluta e ricercata, scelta programmaticamente perché su eventi come questo la luce resti accesa. Dire che ce n’è bisogno, oggi più che mai, è superfluo.

I bambini con la stella

Nella notte tra il 15 e il 16 Luglio 1942, oltre 13.000 ebrei vengono arrestati a Parigi. Tutte le famiglie con figli vengono radunate al Velodrome d’Hiver in attesa di essere deportate. Ma un mattino i bambini si ritrovano da soli, separati dai genitori. [sinossi]

Premessa assolutamente doverosa, prima di addentrarsi in qualsivoglia analisi critica di un’opera come Vento di primavera: i film narrativamente incentrati sull’Olocausto sono più necessari ogni giorno che passa e che ci allontana temporalmente da quel terribile periodo storico. Perché c’è sempre il rischio che la memoria si affievolisca, assieme alla inevitabile scomparsa – per motivi di età – di coloro che sono sopravvissuti ad una tragedia alla quale, ancora oggi, si stenta a dare contorni ben definiti, forse per timore di guardare dritto negli occhi il male assoluto di cui è stato capace l’essere umano.
Detto ciò bisogna anche sottolineare come il film diretto da Rose Bosch si muova su un terreno doppiamente scivoloso, ovvero quello di raccontare cinematograficamente un episodio mai portato sul grande schermo (la retata ebraica nel cuore di Parigi compiuta dal governo collaborazionista nel 1942) della Shoah, cercando di dire qualcosa di nuovo nell’ambito di quello che è possibile definire un vero e proprio “sottogenere” codificato della settima arte, perdipiù ponendo dei bambini al centro narrativo della tragica vicenda. La trappola, in tutta evidenza, era quindi quella di precipitare a corpo morto nella retorica vagamente ricattatoria del senso di colpa, strumentalizzando la funzione empatica del bambino allo scopo di stimolare una “facile” commozione nello sguardo del pubblico. Un rischio sì evitato in buona parte parte ma ad un prezzo che finisce per incidere in modo abbastanza sensibile sulla riuscita dell’opera.
La Bosch infatti, consapevole delle numerose trappole insite nella realizzazione, sceglie paradossalmente un immobilismo stilistico che spessoVento_di_primavera_testo sfocia nel didascalismo ad oltranza tipico del prodotto televisivo, quando per televisivo s’intende non un modo di girare – nel film del resto abbondano i dolly ed in genere le riprese ad ampio respiro – ma proprio quel modus operandi intrinsecamente orientato a rendere chiaro ogni aspetto della vicenda narrata a quanta più gente possibile. Il problema di Vento di primavera – che può essere grande o piccolo a seconda dell’angolazione da cui si osserva – è quello dell’assoluta mancanza di chiaroscuri, di quelle zone d’ombra capaci di seminare nel singolo spettatore se non un dubbio perlomeno una scintilla in grado di accendere una riflessione. Dimentichiamoci subito i perfetti meccanismi spettacolari di uno Schindler’ List di spielbeghiana memoria capace di portare Hollywood ad Auschwitz attraverso uno spostamento di cristallina sincerità; oppure l’excursus autoriale nella materia – peraltro da lui stesso drammaticamente vissuta… – di un autore del calibro di Roman Polanski, il quale ne Il pianista era riuscito a coniugare in modo pressoché magistrale l’iperrealismo dell’orrore alla trascendenza puramente cinematografica di un invincibile istinto di sopravvivenza. Nel caso di Vento di primavera, come da iconografia tradizionale, i nazisti sono nazisti, quindi tutti spietati e amorali; le apparizioni di Hitler, per far risaltare l’estrema decadenza morale dell’ambiente di pertinenza, paiono brandelli di satira nemmeno troppo riuscita; ed infine gli ebrei di Francia tratteggiati da subito come vittime designate della Storia, anche a causa di un discutibile meccanismo narrativo che se da un lato dimostra con buona efficacia la cecità della cosiddetta burocrazia (alle scene di vita ordinarie si alternano le riunioni dei potenti di turno, impegnati a decidere le sorti dei personaggi che gli spettatori stanno imparando a conoscere…), dall’altro azzera pressoché sistematicamente ogni possibilità di coinvolgimento emotivo a livello primario in chi guarda.
Dispiace quindi considerare Vento di primavera alla stregua di una pellicola sin troppo “classica” per essere considerata a pieno titolo riuscita; nonostante la bella interpretazione di una sempre più convinta e convincente Mélanie Laurent – già ampiamente fattasi notare in Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino e ne Il concerto di Radu Mihaileanu – ed in generale di un cast under quattordici diretto con apprezzabile attenzione tesa a far risaltare la loro spontaneità, per trovare validi motivi per recarsi in sala è necessario risalire al cappello introduttivo dell’articolo: tenere ben presente la Storia, senza mai dimenticarla.
Daniele De Angelis, da “cineclandestino.it”

La storia – Durante l’occupazione tedesca della Francia, nella notte tra il 15 e il 16 luglio 1942, oltre 13.000 ebrei vengono rastrellati e rinchiusi nel Velodromo d’Inverno di Parigi. Dopo due giorni vengono smistati nel campo di Beaune-La-Rolande, in attesa di essere deportati ad Auschwitz. Tra loro ci sono centinaia di bambini, presto separati dai genitori.
Sebbene per l’ennesima volta il titolo sia stato stravolto – dall’originale La rafle, “la retata”, a quel Vento di primavera con cui il secondo lungometraggio della regista francese Rose Bosch è stato distribuito da noi – si può forse azzardare che la traduzione in questo caso evochi meglio dell’originale il “clima” del film. Certo, la retata è il cuore delle storie che vi si intrecciano. Ma l’aria di primavera è quella che emana dalle strade del quartiere di Montmartre, all’epoca abitato per la maggior parte da famiglie di ebrei e qui ricostruito con una tale minuziosità di dettagli da rendere tangibile il brulichio della quotidianità dei civili in tempo di persecuzioni razziali, il cui tragico turbamento è quindi ancor più straziante.
La messinscena di questo episodio “minore” rifugge perciò l’asciuttezza (la ricostruzione del Velodromo d’Inverno è da kolossal) e, facendo leva sull’assoluta verità dei fatti e dei personaggi, ricordata dalla didascalia d’apertura, testimonia con trasporto un episodio storico che sui libri, rileva la regista, occupa solo una riga.
…in un tweet: Vento di primavera è una ricostruzione accurata che riporta in vita un episodio tragico della nostra memoria. Tanto doveroso quanto didascalico.
Elena Gipponi, da “duellanti.com”

Con “Vento di primavera”, la regista francese Rosa Bosch ci offre una sceneggiatura drammatica di grande interesse, in cui si intrecciano impegno, sensibilità e riflessione. Seguire il film sulla ‘retata del Vélodromo d’Hiver”, così chiamata perché fu proprio in quella struttura che 14.000 degli ebrei morti nell’Olocausto vennero radunati prima della deportazione, delizia i sensi grazie ad una musica e una fotografia notevoli, ma punge come filo spinato la coscienza, al punto da stentare a credere che a volte la vita possa essere stata considerata di così poco valore. Generato da una volontà dell’autrice di raccontare, prima della scomparsa di uno dei testimoni, la realtà del collaborazionismo francese e di un episodio inspiegabilmente taciuto da libri e giornali, il film soddisfa in effetti anche una finalità referenziale che altri film appartenenti allo stesso filone non perseguono. E’ così che scopriamo che a gestire campi di concentramento (ben duecento, dislocati in tutta la Francia) e a deportare gli ebrei insieme alle divise tedesche, fu anche la polizia di una delle potenze europee considerate ‘vincitrici’. Tale scoperta viene condivisa dallo spettatore con i due personaggi principali, l’infermiera Annette Monod e il dottore ebreo David Sheinbaum, entrambi realmente esistiti e interpretati sul grande schermo da una intensa Mèlanie Laurent e un inedito Jean Reno, le cui presenze fanno benedire l’operato della Bosch. Certo il film, che deve competere con classici come quello di “Schlindler’s List” o di “Moloch”, non brilla per originalità e si fa in più punti lacrimevole, ma tali debolezze non impediscono a chi vi assiste di seguire con grande emozione lo svolgersi degli eventi. Spezzano infatti letteralmente il fiato sia la sequenza in cui uno dei bimbi termina la sua corsa di libertà davanti alle due enormi camionette che lo porteranno a morire, sia quella in cui un altro disperde una manciata di biglie dalla cima di una scala facendo scivolare i suoi aguzzini come in un film comico. Ci si alza dalla poltrona con un inevitabile dubbio sul perché, il giorno dell’assalto antisemita, non una manciata, ma una enorme pioggia di quelle biglie non abbia fermato quell’inquietante avanzata e non ci abbia liberati di uno dei capitoli più bui della nostra storia. Ve ne consigliamo pertanto la visione, perché no, magari proprio il 27 gennaio, affinché questo divenga giorno dedicato alla storia, oltre che alla memoria.
Cecilia Sabelli, da “ecodelcinema.com”

A ormai settanta anni dal suo apice, una tragedia dalle dimensioni disumane quale è stato l’Olocausto, in grado di accomunare ognuno di noi sotto uno sterminato velo di commozione, si può immaginare sia stata scissa, studiata, analizzata e mostrata in ogni singolo avvenimento. Ogni istantanea fotografata, ogni storia portata sullo schermo, ogni testimonianza divenuta fonte di ispirazione per scrittori e sceneggiatori.
Rose Bosch con Vento di Primavera offre un contributo necessario, una spinta agile e decisa per compiere quel balzo che ci condurrà verso il limite oltre il quale tale affermazione diventerà assoluta. Il respiro del suo lavoro è ampio quanto la ricerca che l’ha condotta alla stesura della sceneggiatura; una documentazione durata tre anni, nei quali l’autrice ha fatto un salto nel buio della storia francese, nei meandri del Collaborazionismo più vile e ripugnante operato dal governo di Vichy all’epoca dell’occupazione nazista. Il vuoto da colmare era però ingombrante, una ferita dolorosa nella storia del paese: la retata di Montmartre e la deportazione del Vélodromo d’Hiver (velodromo d’inverno).
Il 16 luglio 1942 migliaia di ebrei vennero strappati dalle loro abitazioni e condotti al Vél d’Hiv, in attesa della deportazione nei campi di sterminio – tra di loro vi erano migliaia di bambini. Quello che avvenne nel ghetto di Roma il 16 ottobre 1943, a Parigi si consumò, con uguale drammaticità, con più di un anno d’anticipo. Simili strazi, analoghe angosce alle quali la storia ha riservato differenti trattamenti: se non mancano, infatti, fotografie e filmati che documentano la “presa di Roma” (L’oro di Roma di Carlo Lizzani su tutti), lo stesso non si può dire di ciò che avvenne nella capitale francese, di cui – fino a Vento di primavera – unica testimonianza visiva erano delle fotografie dei pullman utilizzati per le deportazioni. L’intento di Rose Bosch è innanzitutto documentaristico quindi, stringendo a sé, con una morsa irresistibile, le parole di Primo Levi che aprono Se questo è un uomo: “Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore, stando in casa andando per via, coricandovi alzandovi; ripetetele ai vostri figli”. Il desiderio che la distanza storica impedisca all’ombra nefasta che quel giorno calò sul cielo francese di eclissarsi e la dedizione inappuntabile con la quale tale desiderio è stato perseguito da chi ha realizzato il film, sono le sue qualità più appariscenti.
La pellicola si muove su tre binari paralleli: la storia struggente della famiglia Weismann e di tutto il loro vicinato, con le loro sofferenze attutite solo parzialmente dal coraggio della popolazione parigina che aiutò migliaia di persone a nascondersi (su 25.000 ebrei residenti a Parigi arrivarono al Vel d’Hiv in 13.000); la colpevole superficialità con la quale Vichy e il suo governo – in particolare nella persona del Maresciallo Pétain – lasciarono avvenire la deportazione; ed infine la macabra quotidianità del Führer, la cui presenza serve – secondo la regista – a sottrarre alla Francia il ruolo di istigatrice diretta degli eventi narrati – e nell’ambito di una ricostruzione fedele dei fatti realmente avvenuti sono risultate fondamentali la testimonianza e l’apporto di Joseph Weismann, uno dei pochissimi superstiti ancora in vita.
Rose Bosch realizza un film da vedere, che riesce, in maniera efficace e convincente, a canalizzare un dolore collettivo entro storie individuali: l’amore della famiglia Weismann su tutte, ma anche l’ostinazione del dottor Sheinbaum (Jean Reno) e la tenacia dell’infermiera Annette Monod (Mélanie Laurent). Capace di catturare l’attenzione e l’approvazione dei francesi (3 milioni di ingressi), il secondo lavoro della regista (dopo Animal del 2006), cosa ancor più significativa, aggiunge un tassello sostanziale per la creazione di una memoria collettiva, che ci permetta di conoscere la nostra storia, onde evitare di ripeterla.
Marco Giacinti, da “pointblank.it”

Il piccolo polacco
della Stube tre
ha otto anni
E’ della sua età
saltare a piedi uniti
i morti della notte
ben allineati
fra due blocchi…
(Michel Jacques – Dachau)

I bambini, chiusi nel campo di concentramento di Beaune-La-Rolande insieme con le loro famiglie, giocano.
Giocano a “La retata”.
Il massimo della discussione è su chi dovrebbe interpretare l’ebreo.
In genere lo fa il bambino più piccolo, con qualche scorbuticheria. Preferirebbe, infatti, fare il gendarme francese che non è lì per salvare i bambini dalla deportazione, ma per assicurarsi che ogni giocatore ebreo sia assicurato al campo. Così i più piccoli cercano di spiegarsi il mondo, incomprensibile, che li circonda. Trasformando l’orrore della reclusione in una nuova versione del nascondino, riconsegnando ai ruoli una loro funzione ludica. Ogni maschera al suo posto e nel mezzo la corsa che possa essere liberatoria e il nascondersi che non dia l’angoscia.
Il senso più dolente di Vento di primavera è nelle piccole scene, nei dettagli minuti, in momenti apparentemente banali che danno la dimensione di un mondo impazzito. E al suo centro c’è il gioco.
Si apre vicino ad una giostra il film. Lì vicino c’è il piccolo Jo che guarda i cavallucci correre in tondo e i soldati, anche nazisti, che ci giocano come bambini. Lui, piccolo ebreo, non potrebbe neanche stare lì. La stella di David, gialla sul suo vestitino da scuola, è un biglietto per non giocare. Un soldato, che riprende tutto con una piccola macchina da presa, lo sorprende e ne ha soggezione. La macchina cinema tocca la Shoah nella sua dimensione più piccola e vulnerabile e se ne ritrae con sgomento. Le lenti si sono sporcate dell’incertezza di un bambino cui è negata la giostra che, invece, è piena, per paradosso, dei soldati e delle loro fidanzate per un giorno. La regista ha messo in immagine, qui, il suo pudore. Inseguirà per tutto il film questi bambini che correranno cercando di giocare all’olocausto per capirlo. Né lei, né loro ci riusciranno per davvero.
Più avanti i piccoli impersoneranno l’ebreo per raccogliere monete ad un bistrot. Nono, il più piccolo dei protagonisti del racconto, recita una poesia, davanti a nazisti che amoreggiano e si svagano. Farà quello che si aspettano da lui, dal piccolo ebreo che dice una filastrocca per pezzentare una monetina. E la scena finisce con un’acchiaparella di adulti che rincorrono bambini per punirli.
Il desiderio di capire…
La retata è cominciata e la mamma di Jo cerca di depistare i gendarmi francesi dicendo che il marito è morto per un embolo. Stanno partendo senza di lui, ma il piccolo non sa cosa sia un embolo e chiedendolo tradisce il padre, fa scoprire che è ancora vivo.
La fine dell’estate è anche la fine della sua innocenza. E di quella di bambini più piccoli di lui avviati ai forni. La prima delle tre estati raccontate in questo film. La seconda è quella dei politici francesi che contrattano sui tempi e modi della deportazione degli ebrei francesi. La terza è quella di Hitler a Borghof che fa festicciole e gioca coi bambini dei suoi collaboratori. La prima estate è il “campo”, la terza il “controcampo”, mentre la seconda è lo “sfondo”, l’atto d’accusa alla connivenza francese alla Shoah.
Rose Bosch le racconta tutte e tre e per ciascuna ha un punto di vista nuovo. Il primo è quello della storia mai raccontata al cinema dei bambini di Beaune-La-Rolande (ma ce n’erano anche a Pithiviers ed in altri campi) e delle loro famiglie. Il secondo è quello di un Hitler ordinario e per questo doppiamente mostruoso. Il terzo è della Francia. Della Francia che fece tanto per aiutare e per salvare con atti d’eroismo individuale come quello dei pompieri che diedero acqua ai detenuti o di tanti anonimi e senza volto che aiutarono a scappare e a nascondersi. Della Francia delle croci rossine che si presero cura dei bambini sino alla fine non sapendo che il loro destino si chiamava Auschwitz. Ma anche della Francia che stilò le liste. Della polizia che arrestò. Del governo che collaborò.
Questa triplice partizione del materiale avvera un piccolo miracolo. In genere i film della Shoah, specialmente quelli americani, si limitano a dare il senso della portata della tragedia tramortendo lo spettatore in un senso di ineluttabilità che lo chiude in una passività dolorosa. Il pubblico guarda e ammutolisce, disfatto dall’orrore. Qui, invece, complice anche lo sguardo caldo dell’infermiera Annette Monod (Melanie Laurent, sublime), lo spettatore vede il film e sente crescere dentro di sé lo sdegno. E lo sdegno è il seme del cambiamento. Ti lascia con la responsabilità che qualcosa puoi fare perché ciò che è stato non si ripeta.
Rose Bosch costruisce un film lucidamente rabbioso. Imperfetto quanto si vuole, ma vero, che nasce da dentro e non cade nella trappola del melodramma fine a se stesso neanche nella scena in cui i genitori vengono separati dai bambini costretti a star da soli fino all’arrivo del treno successivo. Per giorni e giorni.
Si avvale di un cast sorprendente, con un Jean Reno calibratissimo e un Gad Elmaleh a suo agio (Rapahelle Agoguè, la mamma di Jo, perde nel doppiaggio tre quarti del suo valore). Ma soprattutto ha bambini perfetti con il piccolo Hugo Leverdez che ti si scolpisce nel cuore.
Ed è a lui che la regista concede l’ultima inquadratura. Tornato a quella giostra che gli era stata negata all’inizio, fissa i cavalli che gli sono negati adesso dal troppo dolore. Quegli occhi sono ancora sul gioco, ma si fissano nei nostri, ammonendoci di lontano.
Dissolvenza su nero.
Alessandro Izzi, da “close-up.it”

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