Un gelido inverno

In un posto sperduto sugli Ozark – aspra catena montuosa degli Stati Uniti centrali che si estende tra l’Arkansas, il Missouri, l’Oklahoma e il Kansas – la diciassettenne Ree si trova in una situazione a dir poco disperata: madre catatonica, due fratelli più piccoli e un padre – trafficante di metamfetamina, droga attorno alla quale gira l’economia neanche tanto sommersa del posto – scomparso dopo essere uscito di prigione su cauzione, pagata ipotecando la casa. Lo sceriffo avverte la ragazza che se se il padre non si presenta al processo, fissato per la settimana successiva, perderanno la loro unica proprietà. Certa che gli sia accaduto qualcosa, Ree si imbarca in un pericoloso viaggio per scoprire la verità e assicurare un futuro a quel che resta della sua famiglia.

C’è un’altra America. Lontana dai centri del potere, dalle luci dei riflettori, dal glamour con cui il cinema racconta le grandi città. Lo sapevamo, come sapevamo che esiste un altro cinema oltre a quello hollywoodiano, ma è bello che un film come Un gelido inverno, tratto dall’omonimo romanzo di Daniel Woodrell (suo anche “Cavalcando col diavolo”, portato al cinema da Ang Lee), sia arrivato a ricordarcelo. Ci sono sacche di povertà e arretratezza, nel cuore dell’impero, che mettono i brividi, capaci di trasformare la vita in un’esistenza senza tetto né legge, di colorare di sfumature horror la vita famigliare e di relazione. Tutto questo è reso alla perfezione da un film che è espressione migliore del cinema indipendente americano, opera seconda di una regista che ama affrontare tematiche crude e impegnate senza distogliere lo sguardo.

Ci sono scene, in questo film, che nel cinema americano mainstream non vedremo mai. Ma non si tratta di compiacimento fine a se stesso per il “brutto sporco e cattivo” o di attrazione perversa per quella parte di sottoproletariato statunitense conosciuta come White Trash, protagonista quest’anno, pur se in modo meno estremo, anche di un altro film candidato all’Oscar, The Fighter. Ogni scena “sgradevole” di Un gelido inferno è infatti presentata in un contesto che la rende autentica e necessaria. La violenza, il maschilismo (modello cui si adeguano anche le donne, in una sorta di perversa emulazione), l’omertà, i codici d’onore distorti, sono espressione di una società che non ha valori di riferimento esterni, e in cui riesce a prevalere solo chi ha la testa più dura.

Ree ha 17 anni, è molto intelligente e volitiva, e in un altro contesto avrebbe sicuramente di fronte molte possibilità. Nel suo ambiente, però, può soltanto usare le proprie qualità per cercare di scalfire il muro di silenzio che la circonda, per sfidare parenti e conoscenti pericolosi con la propria testarda determinazione. E’ una piccola eroina senza macchia e senza paura, costretta a compiti più grandi di lei. Ed è semplicemente straordinaria Jennifer Lawrence alle prese con un ruolo che richiede un controllo del registro delle emozioni, tale da spaventare un’attrice più navigata. Se l’Academy quest’anno ama gli underdog e le ragazze con le palle – come dimostrano gli altri film in competizione e la candidatura di Hailee Steinfeld – è alla Ree di Jennifer Lawrence che va tutta la nostra stima.

Ci sono momenti in cui è facile dimenticarsi che è soltanto una ragazzina: quando insegna ai fratellini a cacciare gli scoiattoli per mangiarli (!), noi che siamo cresciuti coi film di Walt Disney rabbrividiamo, e proviamo simpatia per il piccolo che si rifiuta di ripulirli dalle interiora, costretto a farlo dalla sorella. Ma è evidente che insegnargli questo, e far loro imbracciare il fucile, sono atti d’amore: l’insegnamento più importante che i bambini possono avere da una ragazza costretta a far loro da madre e padre, è l’educazione alla sopravvivenza. Non che Ree manchi di tenerezza verso i fratelli, con i quali è affettuosa e attenta, ma è suo compito forgiarli per le prove che – inevitabilmente, sembra – si troveranno ad affrontare. Ma che Ree sia poco più di una bambina costretta a prove più grandi di lei lo rivela lo splendido, terribile pre-finale, una scena – SPOILER – molto più difficile da guardare di quella in parte analoga di 127 ore.

Vedendo il film, non dubitiamo per un solo istante che questi personaggi siano come sono, non pensiamo mai che si tratti di attori che recitano un ruolo. E anche questo è un tributo alla capacità del cast e della regia. E’ vero che Un gelido inverno – premiato dal Sundance Film Festival 2010, dai BAFTA, dal Torino Film Festival 2010, e dall’Academy con 4 candidature – racconta una realtà sgradevole, non è consolatorio e non fa sconti, ma è un gran bel film, aspro e feroce, che chiede molto allo spettatore ma lo ripaga con gli interessi, senza scadere mai nell’autocompiacimento e nell’esercizio di stile. Non possiamo concludere senza un plauso all’ottima interpretazione del semisconosciuto John Hawkes, alla forza di tutto il cast di contorno e alla bella apparizione di Sheryl Lee, l’indimenticabile Laura Palmer di David Lynch. Forse non è un caso che anche l’opera precedente della Granik e della sua cosceneggiatrice Anne Rosellini avesse la parola “osso” nel titolo originale: sono proprio film come questi, poveri ma belli, a costituire l’ossatura del cinema, e ci offrono l’occasione di rieducare uno sguardo viziato dalle produzioni a grosso budget, ricordandoci che esiste, sempre, un Altro e un Altrove.
Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

In una zona montuosa del Missouri, fra le più sinistre profondità situate nel cuore degli Stati Uniti d’America, l’adolescente Ree tiene sulle proprie spalle l’intera gestione della famiglia. Da quando la madre si è ammalata e il padre è stato arrestato per produzione e spaccio di metanfetamine, Ree è l’unica che possa occuparsi dei due fratelli più piccoli, accudendoli e, letteralmente, procacciandogli il cibo. Un giorno, lo sceriffo della zona bussa alla porta per annunciarle che il padre è uscito di prigione garantendo la loro proprietà come cauzione e che se non risponderà al mandato di comparizione, la casa verrà confiscata dalla polizia. Ree si mette così sulle tracce del padre all’interno di un universo di reietti, di disperazione e di loschi trafficanti che cercano di non far emergere la verità.
Gli allori del Sundance prediligono le storie ai margini e cingono solitamente la testa del film più programmaticamente lontano da quell’America radical-chic dipinta dal circuito mainstream. Winter’s Bone è un perfetto emblema del “Sundance Style”: oltre a condividere con gli ultimi vincitori Frozen River e Precious alcuni elementi chiave (rispettivamente, una forte tematizzazione della stagione invernale e un’adolescenza coraggiosa), racconta un contesto miserabile e infausto utilizzando un linguaggio livido e cupo. Tuttavia, tutto il fascino che questa opera è capace di esercitare non fa leva su una storia improntata al forte realismo o su di un’indagine sui ceti più indigenti della provincia montuosa. Al contrario, è nella fosca atmosfera di un vero e proprio thriller che Winter’s Bone trova il suo stato ideale. Il film si presenta come un’esplorazione fra le nebbie e la desolazione delle zone montuose del Missouri, ma, di porta in porta, di volto in volto e di minaccia in minaccia, la ricerca del padre da parte della giovane Ree diviene un incubo denso di misteri, di spettri e di risvolti inquietanti.
La giovane Jennifer Lawrence affronta con maturità il ruolo di un’adolescente cresciuta troppo presto per sottostare agli schemi del romanzo di formazione. Da sola, con l’ausilio di qualche ottimo quanto spietato comprimario, affronta la discesa inquietante dentro una fiaba dark che scava a fondo fino a mostrare l’osso della cultura popolare americana. Perché l’elemento di maggior pregio dell’opera di Debra Granik è quello di mostrare una possibile realtà dolorosa e drammatica lavorando intelligentemente su un certo immaginario della provincia americana. Un immaginario in cui confluiscono tanto zotici drogati e pericolosi quanto struggenti ballate di musica country, tanto gli oscuri fondali delle zone paludose quanto la crudele ironia di un sacchetto di plastica contenente resti umani che recita “Have a nice day!”.
Edoardo Becattini, da “mymovies.it”

Gran Premio della Giuria come miglior film e premio per la migliore sceneggiatura al Sundance, vincitore del Festival di Torino, sette candidature agli Indipendent Spirit Awards e ben quattro candidature all’Oscar nelle categorie più importanti: miglior film, attrice protagonista, attore non protagonista e sceneggiatura non originale. Stiamo parlando di Winter’s Bone (in italiano trasformato in Un gelido inverno), affascinante noir dai risvolti drammatici ambientato nel cuore dell’America rurale, diretto da Debra Granik e ispirato al romanzo omonimo (edito in Italia da Fanucci) di Daniel Woodrell.
La diciassettenne Ree Dolly (Jennifer Lawrence) si avventura nella pericolosa ricerca di un padre spacciatore misteriosamente scomparso nel nulla dopo aver impegnato la casa di famiglia per pagarsi la cauzione ed uscire di prigione. È una corsa contro il tempo, perché se l’uomo non si presenterà al più presto in tribunale la casa verrà confiscata e metterà in mezzo a una strada lei i suoi fratellini e la madre gravemente malata. Ree, posta di fronte a tale rischio, sfida l’omertà della gente e mette a repentaglio la propria vita per salvare la famiglia, cercando una dolorosa verità da tutti occultata attraverso bugie, sotterfugi e minacce, fino a scoprire il tragico accaduto. Un’opera tesa e vibrante, nonostante le venature intimiste che connotano una vicenda dura e agghiacciante, collocata in un’America marginale che sopravvive a sé stessa.
Un film sorprendente, per struttura e forma narrativa, ottimamente sceneggiato dalla stessa Granik in coppia con Anne Rosellini, ben diretto e ancor meglio recitato, nel quale brilla la stella della giovanissima Jennifer Lawrence (The Burning Plain), meritatamente candidata all’Oscar per la sua notevole interpretazione. Proprio nella prova della Lawrence è possibile individuare il plusvalore di una pellicola la quale, nonostante privilegi i dialoghi all’azione, riesce a mantenere costante la tensione facendo montare l’inquietudine sequenza dopo sequenza. Un film in puro stile Sundance, sia per ambientazione che per taglio, forse ancor più rigoroso e meno manierato di altre pellicole uscite vincitrici dalla nota rassegna di cinema indipendente perché accuratamente centrato sulla scrittura e sull’efficacia delle prove attoriali. Non solo la Lawrence, in effetti, nobilita un cast sicuramente poco conosciuto dal vasto pubblico, ma tutti sono credibili e ben calati nei personaggi, a partire da John Hawkes, anch’egli candidato all’Oscar, (American Gangster), nei panni di Teardrop, per finire con la rediviva “lynchiana” Sheryl Lee (la Laura Palmer di Twin Peaks e Fuoco cammina con me).
Ad accrescere il fascino inquieto e sinistro della pellicola contribuisce decisamente l’ambientazione, i boschi invernali del Missouri, che riprende quella originariamente descritta nel libro: “Non abbiamo mai abbandonato il sogno di girare in questi luoghi – afferma la regista. La storia era talmente radicata nel Missouri che cercare di simulare o ricrearla altrove avrebbe solo diminuito la nostra carica di energia. Per l’autore Daniel Woodrell, la regione rappresenta una musa, quindi dovevamo rimanere fedeli al libro”. Per dare il via all’ambizioso progetto, la Granik e la Rosellini hanno incontrato Woodrell nella sua casa a sud del Missouri, per poi fare i sopralluoghi con lui. Sono state visionate cantine e case di tutti i tipi, fotografano cortili, dimore e boschi. Questo sforzo d’adesione al testo e di realismo è ben restituito dalla pellicola, anche grazie alla splendida fotografia di McDonough, all’attenzione quasi maniacale ai dettagli e all’uso delle camere RED, che hanno conferito un’alta risoluzione alle immagini. Suggestivo e mai monocorde l’uso delle musiche create da Dickon Hinchliffe.
Dopo Down to the Bone, premiato al Sundance nel 2004 per la migliore regia, Debra Granik si conferma regista e sceneggiatrice di qualità sfornando una pellicola indie che non solo non sfigura tra i dieci candidati all’Oscar come miglior film, ma che è soprattutto una ventata di nuovo cinema solido, asciutto e fuori dai circuiti mainstream. Che possa vincere la statuetta più importante è fuori questione, come logico, vista la spietata (e più influente tra i giurati) concorrenza hollywoodiana, ma saremmo veramente lieti se la Lawrence e l’adattamento avessero qualche possibilità di vittoria. Ad ogni buon conto, restando nell’attesa dei più prestigiosi e oramai imminenti riconoscimenti per il cinema dell’anno appena trascorso, ci limitiamo a segnalarvi con tutta l’attenzione del caso questa coinvolgente pellicola. Assolutamente da non perdere.
da “lankelot.eu”

Di gran lunga il film più importante e appassionante tra quelli che, quest’anno, concorrevano all’Oscar, “Un gelido inverno” ci regala uno dei ritratti femminili più intensi del nuovo decennio. La giovane Ree (una struggente Jennifer Lawrence), con il suo volto luminoso e fragile, lo sguardo fiero, di adolescente cresciuta troppo in fretta, precocemente segnata dalle prove della vita, è un personaggio destinato a restare a lungo nella memoria dello spettatore.

L’eroina della pellicola reca in sé – nella caparbia risolutezza con cui persegue la ricerca del padre scomparso – la volontà di disegnare il senso del proprio destino (e di quello della propria famiglia), senza nulla concedere alla disperazione. La sua quest (per la ragazza si tratta di difendere con le unghie e con i denti quel che resta del proprio nido domestico) assume assai presto le cadenze di una favola malata. Si riconosceranno allora figure, eventi, funzioni tipici del racconto iniziatico: l’aiutante salvifico (uno zio dapprima apertamente ostile, ma che assumerà in seguito il ruolo di padre sostitutivo); una serie di antagonisti minacciosi e terrifici; l’attraversamento di luoghi ferali; il confronto con l’insidia, il tradimento, la violenza…

Nel film di Debra Granik (una cineasta che si segnala qui come un’autrice con una sua cifra espressiva forte) sono avvertibili gli indici stilistici del moderno, dove la materialità – del paesaggio, dei corpi, dei volti, dei gesti – conserva una sorda e caparbia evidenza che poco o nulla intende concedere alle più banali esigenze di costruzione narrativa.

Costruzione narrativa che, assunto come punto di partenza il romanzo di Daniel Woodrell, esibisce ad ogni buon conto una sua meticolosa e lucida tensione drammaturgica, dando corpo a una ricerca espressiva di ambiente. Immergendo la vicenda in un paesaggio rurale livido e barbarico, un universo ghiacciato che si nega a ogni tentativo di fuga (la possibilità di arruolarsi nell’esercito si rivela, per Ree, illusoria), un mondo chiuso in se stesso, vissuto come condanna, dove imperano la miseria, la desolazione, la violenza, la Granik ci offre un affresco allucinato e febbrile dell’America profonda, a metà strada tra Boorman (Un tranquillo week end di paura) e Rob Zombie (La casa del diavolo).
Nicola Rossello, da “bitculturali.it”

Provincia del Missouri. La diciassettenne Ree, costretta a crescere da sola i fratellini piccoli, deve occuparsi della madre malata, ma soprattutto ritrovare il padre scomparso che ha ipotecato la loro casa e i terreni circostanti per pagarsi la cauzione e uscire dal carcere. Riuscire a seguire le tracce del genitore sarà veramente difficile, vista l’ostilità dei vicini e l’inesistenza delle istituzioni.
Un film che ha sorpreso molto a giudicare dai numerosi premi che si è portato a casa. Ha vinto il premio della critica al Sundance Film Festival del 2010, ha vinto quattro premi al Torino Film Festival del 2010, ha ricevuto 7 nomination agli Independent Spirit Awards del 2011 e, soprattutto, si è portato a casa quattro candidature agli Oscar 2011. Insomma, questo “Winter’s bone”, da noi tradotto in “Un gelido inverno”, sembra aver convinto proprio tutti.
A conti fatti non riesce difficile capire per quale motivo ha colpito così tanto la critica e non solo, visto che questo piccolo film indipendente, girato con un budget lontano dalle megaproduzioni hollywoodiane, riesce a coinvolgere emotivamente e, soprattutto, visivamente, tenendo desta l’attenzione dello spettatore sin dalle prime sequenze, fino ad arrivare ad un finale liberatorio e quasi necessario.
Perché riuscire a sopportare tutta la desolazione, il gelo e l’inaridimento dei rapporti interpersonali che si respirano all’interno di questa pellicola, sarà davvero difficile e farà nascere nello spettatore il bisogno di uno spiraglio di ottimismo, di speranza. Puntualmente questo arriverà non prima di aver mostrato tutto lo squallore di questa provincia americana dimenticata da tutti, all’interno della quale a regnare è l’omertà, la violenza, l’indifferenza e la sofferenza.
Il tutto è perfettamente raccontato, più che da ogni parola o azione dei protagonisti, dalla splendida ambientazione che, incentrata sui deprimenti boschi del Missouri, diventa elemento fondamentale e indispensabile della narrazione, riuscendo a comunicare tutta la tristezza e la disperazione dei personaggi che si muovono in essi. Fotografato splendidamente, il film trova i suoi punti di forza nelle atmosfere grigie, cupe e uggiose e nell’ottima interpretazione della giovane Jennifer Lawrence, nei panni di Ree, ragazzina cresciuta troppo in fretta, costretta a scontrarsi con la miseria del paesaggio circostante e con le incurie di chi dovrebbe occuparsi di determinate questioni, in primis gli adulti e le istituzioni.
Attraversando i boschi di cui sopra, e incappando in numerosi pericoli, rischiando la propria vita e la possibilità di continuare a tenere unita la sua famiglia, la ragazza si lancerà alla ricerca di un uomo di cui nessuno ha sentito o vuol sentire parlare. Un padre scomparso che mette la protagonista nelle condizioni di scontrarsi con vari personaggi, tutti dimostranti lo squallore e l’immoralità di un’umanità relegata ai margini.
Raccontato con ritmo lento e intenso, questo viaggio nei meandri della provincia isolata e abbandonata a sé stessa, mostrerà anche l’altro lato della medaglia, quello rappresentato proprio da Ree, costretta a sopportare numerose ferite fisiche e psicologiche e capace di mandare avanti una famiglia con grande abnegazione e sacrificio. Sono molte al riguardo le sequenze che tengono incollati gli occhi allo schermo, come quella in cui la ragazza insegna ai fratellini alcuni trucchi per la sopravvivenza (tra i quali l’utilizzo del fucile e lo scuoiamento degli scoiattoli) e quella, molto dura e impressionante, in cui viene punita per le sue indagini che mettono in pericolo la sicurezza di troppe persone implicate, direttamente o meno, nella scomparsa del padre.
Senza eccedere nei toni e nello stile, non scadendo mai né nella retorica, né ne patetismo, né nella spettacolarizzazione del dolore e del mistero, trattandosi di un thriller drammatico dalle tinte fosche, “Un gelido inverno” si fa apprezzare per il suo rigore e la sua asciuttezza, riuscendo comunque ad emozionare e a trasmettere una grande tensione e un forte senso di sfiducia nel genere umano, salvo poi farci ricredere non solo nel finale, solo apparentemente consolatorio, ma anche nell’evoluzione, non scontatamente e assolutamente positiva, di alcuni personaggi di contorno che, pur nella loro ambiguità, dimostrano uno sprazzo di umanità.
Alessandra Cavisi, da “livecity.it”

Crudo e originale, ambientato in uno Stato, il Missouri, che scopriamo remoto e spietato, Winter’s bone è un ritratto efficace e toccante di un’adolescente atipica e dell’ambiente in cui vive. Tratto dal romanzo di Daniel Woodrell, vincitore del Gran Premio della Giuria al Sundance 2010, del Festival di Torino e candidato a 4 premi Oscar
winter’s boneRee Dolly ha diciassette anni, un padre spacciatore, una madre catatonica e due fratelli più piccoli di cui si occupa. Il papà in attesa di processo sparisce. La polizia lo cerca e avverte Ree che la casa in cui vive con la famiglia è stata ipotecata. Se Jessup Dolly non riapparirà sarà considerato latitante e la casa verrà confiscata.
Tra i monti e i boschi del Missouri dove vive, Ree comincia a cercarlo disperatamente. Si scontra con una comunità malavitosa tribale e spietata, che ha regole arcaiche e rigide gerarchie. Nessuno vuole aiutarla, viene cacciata e picchiata ferocemente dalle donne di un altro clan più potente. Lei però non si arrende e con il coraggio dell’adolescenza continua a cercare.
Troverà una verità terribile quanto prevedibile, unica possibilità di sopravvivere per lei e per i suoi fratellini.
Debra Granik dirige in modo magistrale questo melodramma impietoso e inquietante come i boschi e le case di legno dirupate tra cui è ambientato. Storia di formazione priva di fronzoli auto compiaciuti tanto in voga nel cinema indie degli ultimi anni, Winter’s bone è un piccolo capolavoro di crudezza, una gemma grezza di straordinaria efficacia. Adolescente atipica, estremamente più matura dei coetanei tanto da apparire più vecchia della sua età, Ree per crescere, sembra dire la Granik, ha bisogno di ritrovare una parte di sé che è stata rinnegata, buttata in un lago come quel cadavere che incombe sulla sua storia. La ricerca della verità non è il percorso da “giovane donna guerriera” che vince la battaglia contro il mondo come apparentemente potrebbe sembrare. La ricomposizione della famiglia, il riavvicinamento allo zio Teardrop ( “ Mi hai sempre fatto molta paura” “E’ perché sei intelligente”), la scoperta di un lato affettivo e quasi sentimentale dell’uomo, segnano una riconciliazione con la figura maschile, di riflesso anche con quella paterna, che è l’unico modo per diventare una donna. Debra Granik conosce bene gli schemi e lo stile del western, che fa rivivere in modo nuovo e straordinariamente potente. John Hawkes è straordinario e Jennifer Lawrence è una rivelazione.
Valentina Gentile, da “sentieriselvaggi.it”

Dopo essersi aggiudicato il riconoscimento come miglior film all’ultimo Sundance, Un gelido inverno (Winter’s Bone) ha convinto anche la giuria del 28° Torino Film Festival che lo ha laureato migliore pellicola del concorso. Al suo secondo lungometraggio, la regista e sceneggiatrice Debra Granik firma con mano esperta un film effettivamente molto intenso sulla lotta condotta da una ragazza per salvare la propria famiglia.
Tratto dal romanzo omonimo di Daniel Woodrell (tradotto in italiano e pubblicato nel 2007 da Fanucci con il titolo Un gelido inverno), Winter’s Bone è una narrazione di stampo epico ambientata in una comunità che si regge sul trattamento e lo smercio di droga. Attraverso una storia di oggi, il film racconta il persistere negli Stati Uniti di luoghi e situazioni che ricordano il vecchio West, dove vige la legge del più forte e non si vive senza un fucile pronto a sparare da dietro la porta di casa. È l’America profonda e patriottica della musica country e del metal pesante, dei motociclisti ubriaconi e tagliagole, delle gran bandiere a stelle e strisce stese ovunque. È l’America guerriera del conflitto perpetuo, dei reclutatori dell’esercito nelle scuole superiori e dei corsi di addestramento militare allestiti nelle high schools (al Festival si è vista la stessa cosa nella scuola texana raccontata in Inside America di Barbara Eder).
La vicenda si svolge durante una rigida stagione invernale tra le montagne del Missouri, in una cittadina rurale principalmente abitata da rudi allevatori di bestiame, ma a congelare il sangue nelle vene sono più le situazioni in cui si trova la protagonista che non il clima. Ree, interpretata dalla bravissima Jennifer Lawrence – già notevole in The burning plain (2008) e anch’essa premiata a Torino come Miglior Attrice –, è una tipa tosta che affronta le difficoltà con il coraggio e la caparbietà di chi sin da bambino ha capito che la vita è spietata e bisogna attrezzarsi ad ogni costo per affrontarla. È lei stessa che inizia i suoi fratellini a questa durezza insegnando loro a usare le armi, a uccidere e a sventrare gli scoiattoli da mangiare per la cena.
Ree subisce a denti stretti e a testa alta la violenza di volta in volta crescente di una comunità che vive secondo le leggi efferate del narcotraffico. Pronta a tutto pur di salvare la propria famiglia e di assicurarne la sopravvivenza dignitosa, il suo personaggio ricorda per certi versi quello interpretato da Charlize Theron nel terribile North Country (2005), dove una donna era costretta dalla disperazione a lavorare in una miniera di ferro subendo ogni genere di abuso da parte di un ambiente di uomini spietati.
Un gelido inverno ha il pregio di risultare più sfumato nella rappresentazione della violenza, sempre lasciata fuori campo, mai filmata direttamente. Il film colpisce per come anche i più orrendi criminali non operino mai né con godimento né con lo scopo di umiliare o violare. Si tratta inoltre di una storia in cui conta molto la solidarietà perché oltre all’appoggio di un’amica, Ree riesce ad ottenere anche la protezione di uno zio con cui sembra riuscire a costruire l’unico legame famigliare a cui potersi appoggiare.
Infine, sebbene non si possa parlare esattamente di solidarietà femminile, è però tramite la mediazione di alcune donne che la ragazza giunge infine a un risultato. Un ritratto interessante di una femminilità apparentemente succube e piegata alla legge maschile del più forte ma in realtà coraggiosamente capace di esserne l’unica alternativa concreta.
Silvia Nogara, da “cultframe.com”

Scordatevi l’America glamour della Fifth Avenue o quella esclusiva dei grattacieli di lusso dell’Upper East Side, scordatevi di Beverly Hills e di Santa Monica, di Hollywood e della sua elegante Sunset Boulevard, scordatevi l’America dell’agiatezza e dei paesaggi da cartoline, qui siamo tra le sperdute lande del Missouri, nel crudo, desolato, freddo paesaggio delle montagne Ozarks, un luogo tetro, arcigno e inospitale. Sono i luoghi dell’America rurale, cattiva, spietata.
Ozarks, appunto, quasi montagne anche se è solo un altipiano, tra gli Appalachi a destra e le Montagne Rocciose a sinistra.
E questi nel Missouri sono i luoghi più remoti della provincia americana, da affrontare con coraggio e a muso duro, dove la vita e difficile e l’America edulcorata dei manifesti è solo un miraggio. Ed è qui, nel cuore di questo freddo altipiano, che è ambientato il film di Debra Granik, “Un gelido inverno”, aderente trasposizione cinematografica del romanzo omonimo di Daniel Woodrell, autore che nutre le sue opere della stessa atmosfera che avvolge i luoghi che ama e che conosce molto bene.

In questa terra ai margini degli Stati Uniti, in una vecchia baracca di legno, vive Ree, una fanciulla diciassettenne oppressa dalla miseria e divenuta adulta troppo in fretta.
Ree culla un sogno di fuga, che non si realizzerà mai: arruolarsi nell’esercito degli Stati Uniti. Nel frattempo è costretta a prendersi cura dei suoi due fratellini, facendo le veci della madre, caduta in depressione per le malefatte del marito.
Ree ha passato la sua giovane esistenza dedicata alla sua famiglia, curando i fratellini più piccoli, procurando loro il cibo, preoccupandosi che vadano a scuola, facendo dal vero i lavori che le altre ragazzine della sua età riproducono, per gioco, con le bambole. La ragazza inoltre è in un mare di guai non per colpa sua: suo padre, infatti, piccolo produttore di anfetamine (come la maggioranza degli altri uomini della comunità) è finito in carcere per spaccio di droga. Ora è uscito di prigione e prima di sparire nel nulla, ha ipotecato la casa dove vive la sua famiglia e il bosco che la circonda, per pagarsi la cauzione e godersi una parentesi di libertà, prima della sicura condanna.
Non si dovesse presentare presto all’udienza, la baracca e il bosco verrebbero confiscati e Ree e la sua famiglia messi in mezzo alla strada.
Per scongiurare il pericolo Ree si mette in viaggio sulle tracce del padre, per costringerlo a presentarsi in tribunale. Viaggio, però, forse è una parola troppo grossa perché il viaggio è un’aspirazione, una necessità; è il luogo dell’anima dove nascono i grandi sogni e la mente corre veloce, dove il tempo è poesia e un passo non è mai uguale a quello che l’ha preceduto, né a quello che lo seguirà.
Qui non è così, perché il viaggio di Ree, nasce dal bisogno; bisogno di scoprire che fine ha fatto suo padre, per non perdere tutto ciò che le rimane e poter continuare a lottare per la sopravvivenza della sua famiglia.

Questo però va contro le leggi omertose che regolano la comunità e che ora proteggono il mistero della scomparsa del padre, Ree si ritroverà ad affrontare le paure, l’ostilità, i silenzi della gente e la brutale criminalità di uomini e donne – anche del suo stesso clan familiare – i quali dopo aver passato una vita a distillare whisky di frodo adesso fanno lo stesso con la cocaina.
In questo universo di regole arcaiche, di immoralità e di squallore, in cui tutti, più o meno, sono complici e nemici del padre – compreso lo zio Teardrop, inquieto tossicomane( con cui comunque alla fine riuscirà a costruire un rapporto familiare e costruttivo, che le permetterà di risolvere il mistero della scomparsa di suo padre) Ree, mettendo a repentaglio la sua stessa vita, si troverà costretta a fronteggiare l’ostilità e i silenzi della gente, che non vuole si scoprano i propri segreti e si minacci un equilibrio fondato sull’’illegalità, per scoprire la verità sulla latitanza e sul destino di suo padre.

Questo è “Un gelido inverno”, un film di stampo epico, che colpisce come una frustata e ti entra dentro per rimanerci a lungo.
A tratti fa pensare al recente “Frozen River,” per quella forte tematizzazione invernale e il contesto ambientale squallido e opprimente della provincia della profonda America, in cui la componente femminile gioca un ruolo cruciale e si carica sulle spalle un pesante fardello di responsabilità per la palese insufficienza degli uomini.
Per altri versi, invece, ricorda “Un tranquillo week-end di paura”, per quell’analogia con un mondo primitivo e selvaggio in un luogo senza regole e senza legge, dove si agitano fantasmi non pacificati e si rifiuta qualunque idea di civilizzazione .

Attraverso una storia di oggi, il film mostra, senza neanche troppo cinismo, il volto di un’America che non ci si aspetta e che ricorda il vecchio west, dove vige(va) la legge del più forte e non si vive(va) senza un fucile pronto a sparare.
È l’America lontana dalla modernità e dalla cultura del presente, dove il tempo sembra essersi fermato e non offre vie di fuga. È l’America guerrafondaia e militaresca, dove i reclutatori dell’esercito fanno proseliti tra i ragazzi delle hight school per mandarli a morire in posti lontani. È l’America del fallimento del “new deal” e dell’ “american dream”, dove si vive in situazioni difficili, al limite dell’indigenza, in un ambiente inospitale, deprimente e mortificato: catapecchie come case, carcasse di auto e pneumatici abbandonati, una natura selvaggia e arida dove anche le erbacce fanno fatica a crescere, dove domina soltanto la violenza e gli spari dei bracconieri si confondono con le guerre tra i vicini.
E poi la gente, sospettosa, diffidente, sovrappeso, i lineamenti appuntiti segnati dalla fatica e dalle privazioni, bruciati dal freddo e invecchiati precocemente.
“Un gelido inverno” ci mostra spietatamente i volti di quegli uomini e di quelle donne, volti non imbellettati che mostrano più di quanto non dicono tutte le sconfitte della vita.

Debra Granik, con realismo crudo ed essenziale, dirige un film venato di orrore – anche se non ci sono immagini orrorifiche e le scene di violenza non sono particolarmente cruente- che fluttua tra il thriller e il dramma e dà tangibilità al gelido inverno del Missouri.
Un freddo che arriva fin dentro l’anima e congela i sensi, ma che non riesce a scalfire l’indomita determinazione di una ragazzina nel suo viaggio verso l’inferno del padre e verso le sue sordide amicizie. Un viaggio circondato dagli ostili silenzi di un universo umano, senza cultura, che vive in balia degli istinti primordiali, ai margini della civiltà e fiera di essere tale. Un piccolo microcosmo che fatica a vivere e si nutre di vendette e di sangue, al confine di un’America dalla coscienza malata e dalle opportunità disattese, lontana da quella grandezza che tanto cinema ci ha fatto conoscere e mitizzare. Un viaggio tra i perdenti che la porterà fin sulle sponde di un oscuro e torbido acquitrino, custode del segreto della fine di un padre disperato e assente, incapace di essere tale e rivestire il suo ruolo all’interno della sua famiglia.

Il cinema di Debra Granik si caratterizza per la cura dell’essenziale e per lo splendore delle inquadrature, che incorniciano il paesaggio spoglio e quasi lugubre dei boschi senza vita del Missouri, le colline spoglie, le case come catapecchie, panni stesi come bandiere e bandiere stars and strips esposte ovunque, ma anche nelle atmosfere plumbee e nebbiose, gravide di ombre e di misteri. Tutto è come morto, congelato, abbandonato perfino dai fantasmi, come se un’inquietudine profonda pervada uomini e cose e li estranei dal mondo civile.

Nel cinema della Granek, la componente femminile gioca un ruolo privilegiato e molto importate e spesso si sostituisce agli uomini nell’esercizio della prevaricazione, di cui quella società è pervasa: siano esse le donne che custodiscono la vita, siano esse le donne- braccio armato della violenza maschile.
Donne che cucinano, rigovernano, fanno bambini e li accudiscono insieme agli animali; che picchiano, tagliano la legna, prendono decisioni e difendono i loro uomini. Quegli uomini marginali, che sembrano esprimere tutto il peggio del genere umano, uomini che spadroneggiano e uccidono, che si drogano e si ubriacano,che spacciano droga e taglieggiano.

Saranno loro, le donne, a diventare le peggiori nemiche di Ree e ad ostacolare la sua ricerca della verità.
A fare da contraltare a questo universo neo-femminista, apparentemente succube e piegato alla volontà maschile e alla legge del più forte, ma in realtà dedita a ripetere gli stessi rituali di violenza dei loro compagni, c’è Ree, una ragazza che non accetta compromessi – “bread’n butter”, come lei ama spesso ripetere – disperata ma più forte di chiunque cerchi di sbarrarle la strada, dotata di quel coraggio che nasconde la paura ed esprime la forza d’animo femminile.

C’è poi il clan, la tribù, in cui gli estranei non sono accettati. Si vive di sangue e di vendette, di debiti e di compromessi, di ingiusta violenza, mentre scorre un fiume invisibile di droga e la musica country e l’unico momento socializzante.
In questo universo si cresce in fretta e si diventa adulti prima del tempo, i bambini imparano presto a sparare per vincere la paura, e a scuoiare gli scoiattoli per vincere la fame.

Debra Granik dirige un film memorabile, poetico e disperato, gelido come l’inverno del titolo, una favola nera colma di pathos e di tensione, che coinvolge lo spettatore e lo rende partecipe del doloroso coraggio di Ree e del suo viaggio compiuto per amore.
Un film indipendente, tipico del Sundance Festival di Robert Redford, dove ha conquistato il Gran Premio della Giuria e il Riconoscimento come miglior sceneggiatura non originale.

Un piccolo film che è anche un affresco sociale, curato nei minimi dettagli, dai dialoghi scarni ed essenziali e da una colonna sonora ridotta ai minimi termini, con un titolo italiano che addolcisce quello originale: Winter’s Bone, “Ossa d’inverno”. Le fragili ossa spezzate dal gelo d’inverno, prima che qualcuno te li spezzi davvero. Un film lento ma magistralmente diretto e sceneggiato, e ancora più magistralmente interpretato da una splendida e giovanissima Jennifer Lawrence, che si addossa tutta la forza di una pellicola, con una recitazione convincente ed intensa, tale da portarla ad essere candidata all’Oscar come miglior attrice protagonista.
Le fa da spalla il bravissimo John Hawkes, anche lui candidato agli Oscar come migliore attore non protagonista e ben calato nei panni di Teardrop, lo zio tossicomane di Ree, con l’animo colmo di straordinaria umanità e capace di un suo personale rinnovamento nella visione etica del mondo.
Un momento alto di cinema in cui si riflette, come in uno specchio, il dramma della desolazione di un mondo senza futuro, descritto senza enfasi e senza finzioni, e con un realismo che scava a fondo nella cultura popolare americana, creduta ormai perduta per sempre.
da “filmscoop.it”

Fin dai tempi di John Ford (il disperato grido degli oppressi di “Furore”), accanto ai titoli che celebrano in pompa magna il sogno americano, con il consueto corredo di famigliole felici, automobili rombanti e miliardari burberi, vi è un altro filone altrettanto prolifico e a sua volta connesso ad un immaginario ben codificato: il lato oscuro del nuovo mondo è una terra desolata, fredda e inospitale percorsa da individui smunti, divorati dalla fame e dalla miseria. A questo universo parallelo, e perduto in una dimensione rurale che pare aliena da ogni possibile evoluzione, fa riferimento Winter’s Bone, il film di Debra Granik (tratto da un romanzo di Daniel Woodrell) che, dopo aver trionfato al Festival del Cinema di Torino, sfida i grandi nomi del cinema hollywoodiano mainstream nella corsa agli Oscar. Siamo in una delle lande più gelide d’America (come si intuisce dal titolo italiano, che riduce di molto la brutalità dell’originale), quel Missouri dove la diciassettenne Ree Dolly (la candidata all’Oscar Jennifer Lawrence) è costretta a farsi carico dei fratellini e di una madre sprofondata nella depressione, mentre il padre, sul quale pende una condanna per produzione e spaccio di metanfetamine, è misteriosamente scomparso nel nulla. Quando Ree si rende conto che solo ritrovando l’uomo, che deve presentarsi di lì a qualche giorno alla polizia locale, potrà salvare la loro casa dalla confisca, darà inizio ad una dolorosa caccia all’uomo che la porterà a scontrarsi con le regole ataviche di una comunità dispersa, ma rigidamente gerarchica. Nella galleria di losche e disincantate figure, alla cui porta Ree dovrà bussare, spicca l’animalesco zio Teardrop, che ha il volto dell’ottimo John Hawkes, l’unico che, malgrado le apparenze da villain, sembra disposto ad aiutare la nipote. Il film dell’indipendente Debra Granik (già autrice di “Down to the Bone”), che sfodera un po’ troppo abilmente gli ingredienti del cinema rurale contemporaneo (quasi nulla in comune con le atmosfere malinconiche di Robert Benton o Terrence Malick), dai colori lividi ai paesaggi scabri, sembra prestarsi essenzialmente a due chiavi di lettura. Da un lato, attraverso la rappresentazione di un’irredimibile povertà e di un’ignoranza senza tempo (eccezion fatta per qualche automobile, i personaggi, pur calati in un contesto crudamente realistico, sembrano al di là di ogni possibile collocazione), si colora dei toni del dramma sociale (si pensi anche alla subdola proposta vicina, che si offre di “adottare” uno dei fratelli di Ree), mostrando il volto amaro di un grande paese in cui, per alcuni, la sopravvivenza è ancora un lusso. D’altro canto, se squallore e sporcizia avvolgono e isolano i vari personaggi, sarebbe comunque improprio paragonarli a degli sradicati o a degli outsider: al contrario quasi tutti si muovono all’interno di un assetto tribale che vanta regole non scritte, ma perfettamente codificate, di un sistema che si regge sui legami di sangue e sul rispetto per strutture di potere arcaiche. Come intuisce Teardrop, che cerca in ogni modo di mettere in guardia l’ostinata Ree, chi rompe l’equilibrio e si ostina nella ricerca di una verità sepolta dal gelo, dovrà subire l’attacco frontale di un insieme di forze che non ammettono repliche. Ogni tentativo di fuga dai meccanismi del clan sembra destinato a concludersi con la morte o a fallire, mentre l’universo stesso si riduce alle Ozark Mountains, il recinto entro cui è circoscritta la ricerca di Ree e da cui pare impossibile svincolarsi (la giovane, che per un attimo pensa di arruolarsi nell’esercito americano, è costretta dalle circostanze e da un’insopprimibile esigenza interiore a fare marcia indietro). Progressivamente il film si trasforma quindi in una, forse più interessante, riflessione sulla giustizia e sul bisogno di verità (al di là del pretesto di ordine pratico che spinge Ree a mettersi sulle tracce del padre), tanto che la critica americana, dopo l’ottima accoglienza del film al Sundance (Gran Premio della Giuria e premio alla miglior Sceneggiatura), non ha esitato a paragonare Ree ad una novella Antigone che sfida la tirannia dell’autorità per seguire la legge del cuore ed offrire una quantomeno simbolica sepoltura al padre (erano i fratelli nella tragedia sofoclea) che, con il suo stesso comportamento, si è posto al di fuori della comunità. La tensione drammatica che innerva il film si scioglie in un prefinale dai risvolti dark (e, per chi nutrisse ancora dei dubbi sul significato del titolo originale, tutto risulterà improvvisamente chiaro), in cui i fantasmi peggiori si materializzeranno, per poi lasciare, almeno per una stagione, il cielo più libero.
Sofia Bonicalzi, da “indie-eye.it”

Ree Dolly ha diciassette anni, è cresciuta troppo in fretta ed è alla disperata ricerca di suo padre, Jessup, che ha ipotecato la casa per pagarsi la cauzione ed uscire di prigione. Ree accudisce i due fratellini e la madre malata: se suo padre non si presenta in tribunale resterà, oltre che senza soldi, senza casa. Dal romanzo “Un gelido inverno” di Daniel Woodrell un commovente e poetico racconto di tenacia e determinazione con una straordinaria Jennifer Lawrence.
Monti Ozark, Missouri, profonda America del Mid-West, povertà e un padre che entra ed esce dalla galera. Malgrado il suo aspetto esile e delicato, sulle spalle di Ree grava il peso di essere l’unica persona “adulta” e responsabile nella sua famiglia e l’assoluta necessità di ritrovare suo padre, per non perdere la casa ed evitare l’adozione dei fratellini che accudisce come una madre amorevole.
Ree inizia a cercare il padre all’interno di una comunità che, protetta dai boschi e dalle montagne, è quasi interamente coinvolta nella produzione di cocaina. Per salvare casa e famiglia affronta violenza e omertà, mostrando la propria determinazione e una incrollabile forza di volontà.
La regista Debra Granik, qui al suo secondo lungometraggio e coautrice della sceneggiatura con Anne Rosellini, ha detto di aver letto tutto d’un fiato il romanzo Un gelido inverno di Daniel Woodrell (in Italia pubblicato da Fanucci Editore) da cui è tratto il film: “Volevo assolutamente sapere come sarebbe sopravvissuta Ree e, come in una fiaba d’altri tempi, facevo il tifo per questo personaggio che sapevo di non poter aiutare”.
Ree è davvero un’eroina d’altri tempi, che difende con coraggio da leonessa quello che è suo. Ma è anche una adolescente smarrita di fronte all’odio e alle scelte sbagliate degli adulti: la sua unica via di salvezza è essere differente.
Come ogni eroe, Ree deve combattere una battaglia epica contro tutti, risvegliando nello spettatore commozione e partecipazione. La giovane interprete Jennifer Lawrence – nel suo passato The Burning Plain di Guillermo Arriaga e il Premio Marcello Mastroianni come migliore attrice emergente a Venezia nel 2008 – mostra la propria bravura nel trasformarsi in una implacabile cercatrice di verità nascoste nella comunità in cui vive, con un crescendo di tensione narrativa che culmina nel durissimo confronto con la morte, prima di cedere il passo alla commozione della scena finale: uno sguardo su un futuro non certo promettente, ma almeno da vivere con i fratelli.
Ambientato e girato interamente nella vera proprietà di una famiglia del Missouri, usando abiti usati – scambiati dalla costumista con indumenti nuovi – per vestire gli attori, Winter’s Bone esplora, attraverso la storia di Ree, la vita dell’America rurale, fatta spesso di isolamento e solitudine, e ha meritatamente vinto il Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival 2010.
Una storia di sopravvivenza all’abbandono e alla disperazione, un racconto – anche – di solidarietà femminile che non cede mai al sentimentalismo, ma regala forti e intense emozioni.
Ada Guglielmino, da “nonsolocinema.com”

La provincia americana sembra essere ferma a cento anni fa o forse più. Gli alberi indossano radici secolari, il grigio cielo è immobile, nell’insidioso terreno scorrono i passi di una umanità che muta i corpi, ma la cui primordiale violenza è ben costipata nell’animo di chi vede ma non sa parlare. La diciassettenne Ree Dolly è arrabbiata e combatte, ma il suo percorso è sviluppato come un sussurro soffocato.
La scomparsa del padre segue le fattezze scheletriche che l’uomo aveva già assunto da anni a questa parte: in carcere, aveva lasciato la ragazza con una madre catatonica e due fratellini da accudire, da crescere. L’irruzione di un uomo che non c’è più, e che forse non c’è mai stato, scuote la coscienza di Ree, che matura attraverso un episodio che nasce e vive nel passato. Ciò che accade nel film è la conseguenza dei fantasmi che agitano le acque di un lago dimenticato da Dio e dagli uomini.
La determinazione della protagonista è anche un atto di dignità nei confronti di un ambiente dove il maschilismo schiaccia il ruolo della donna, anche se la ragazza non combatte in nome di un ideale ma semplicemente per la sopravvivenza. Dice chiaramente che ha bisogno del peso dei fratelli sulle spalle. Solo in questo modo la giovinezza può crescere: la solidarietà familiare getta cosi’ i propri semi per far rinascere una intera cittadina periferica. Una idea che forse resta utopica, ma che getta un ponte tra la assopita frattura tra i grandi centri statunitensi e i luoghi meno popolati del territorio americano. In questo, modo, comunque, non devono per forza essere intaccate le tradizioni di un popolo, ma il suono del banjo che si ode dovrebbe produrre note di speranza e tenacia piuttosto che echi da un regno oscuro. E, grazie alla sua determinazione, la giovane Ree rende questa possibilità verosimile.
Tratto dall’omonimo, evocativo romanzo (2007) di David Woodrell, ambientato in una zona montuosa del Missouri, l’altopiano d’Ozark (dove tra l’altro lo scrittore vive insieme alla moglie), “Winter’s Bone” (“Errore invernale” o “Il denaro dell’inverno” ) è stato girato sui luoghi naturali, con camere digitali Red, che riescono ad ottenere al contempo antispettacolarità e una adesione che obbedisce al richiesto distacco della materia. In un territorio ostile e poco invitante, ruvido e urticante, la regista Debra Granik, al suo secondo lungometraggio, non addolcisce mai la pillola, nemmeno quando si apre alla speranza: se il percorso di Ree arriva ad un capolinea che dovrà essere innanzitutto un punto di partenza, per sé, per il fratello, per la sorella, la pentola nella quale ribollono le ossa e la verità, continuerà la propria evaporazione, gettando fumo negli occhi alla comunità silenziosa e repressa, quindi spietata.
Da applausi l’interpretazione della giovane Jennifer Lawrence, che dona al suo personaggio, innocente e determinata anima costretta a crescere prima del dovuto, una intensità difficile da dimenticare.
Diego Capuano, da “ondacinema.it”

Un gelido inverno, film trionfatore a Torino (TTF), meraviglia per equilibrio e intensità, riesce a veicolare emozioni con i pochi strumenti di una regia che sceglie una vena stilistica versata al naturalismo, alla semplicità. L’impianto scenico non mira a scandalizzare, a colpire lo spettatore, ma lo avvolge completamente in un’esperienza emotiva completa. Il percorso per giungere a ciò consta di piani paralleli fatti di un’ottima sceneggiatura, una fotografia e performance attoriali di altissimo livello.
Nel complesso la regia di Debra Granik riesce assolutamente superba. Un gelido inverno trae la sua inspirazione dall’omonimo romanzo di Daniel Woodrell, ed è proprio grazie ad una stretta collaborazione con l’autore che la Granik giunge ad un risultato stilistico e immaginifico così accurato, soprattutto nella resa di questa terra che attraverso il filtro cinematografico si svela terra di nessuno, America invisibile lontana dai grattaceli, ma anche dalle bucoliche montagne ricche di baite e camini che ardono legna ordinatamente posta sul retro; qui lo scenario è un Missouri sconosciuto, quello dei boschi di Orzack, un Midwest crudo e gelido, una terra di confine non tanto geograficamente, ma nel senso più profondamente lato.
Il resto lo fa la meravigliosa prova della protagonista Jennifer Lawrence che interpreta la diciassettenne Ree Dolly, attorno a cui ruota poi tutta la pellicola. La giovane attrice si misura con un ruolo non facile, riuscendo a rendere con maestria ogni sfumatura di questo complesso personaggio. Ree, infatti, rischia di essere una maschera già vista ma qui è una figura originale, fiera e amorevole, orgogliosa e accondiscendente. La giovane Dolly ci conduce per un’America quasi sconosciuta, comunità nascoste e dure in cui il codice d’onore che vige è l’omertà. Famiglie unite nel silenzio di alte montagne che celano segreti e fatti di sangue, sconfinati scorci di verde misti a rottami, una fotografia poetica e tragica disegnano Un gelido inverno attorno a Ree che dosa la sua disperazione senza renderla elemento scontato del film.
Un percorso che non si può definire di crescita, in questo senso, forse, in Ree non avviene formazione, lei parte già matura e consapevole, ma percorre una via di liberazione che giunge ad un happy and in tono con l’intera storia. Si resta affascinati e sconvolti dal microcosmo che la Granik riesce a rendere in quest’opera così completa e misurata. Una piccola produzione questa, che già premiatissima, dal Sundance a Berlino passando per Torino, approda agli Oscar con quattro candidature di livello, tra le quali quella a Miglior attrice protagonista, confermando lo splendido e originale ritratto che la regia di Debra Granik ha saputo rendere nel raccontare la storia di Ree Dolly.
Francesco Anzelmo, da “fuorilemura.com”

Supportato dai premi racimolati un po’ ovunque (Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival, miglior film e migliore attrice protagonista al Torino Film Festival) e con il dolce fardello di quattro candidature agli Oscar, arriva sul grande schermo Un gelido inverno (Winter’s bone), secondo lungometraggio della regista statunitense Debra Granik. È doveroso iniziare levandosi il cappello davanti alla strepitosa protagonista, Jennifer Lawrence, poco più che ventenne, in grado di caricarsi sulle spalle l’intero film, in un ruolo duro ed estremamente complesso. Se statuetta sarà, arriverà con pieno merito.
La vicenda, tratta dall’omonimo libro di Daniel Woodrell, è di quelle che solleticano il palato degli aficionados del cinema americano lontano dal mainstream: terre inospitali, solitudine, volti duri segnati dalla sofferenza, occhi velati dall’angoscia, vite difficili. Ree (Jennifer Lawrence) vive in una casupola tra i magnifici ma altrettanto selvaggi boschi di Ozark, nel Missouri. A soli diciassette anni deve badare alla madre malata e a un fratello e una sorella ancora molto piccoli, senza l’aiuto del padre, ricercato per spaccio e scomparso dopo aver impegnato la casa di famiglia per poter pagare la cauzione. Davanti al concreto rischio di trovarsi senza un tetto con tre persone da sfamare, Ree decide di valicare la cortina di omertà che circonda la latitanza del padre. L’asprezza della terra si riflette nell’animo delle persone, chi ti tende una mano è solo perché imbraccia un fucile: l’intera contea, coinvolta in attività illegali, la emargina cercando di scalfirne la dura corteccia da quercia secolare nascosta dietro la glaciale determinazione dei suoi occhi azzurri. L’istinto di protezione, più forte delle minacce e della violenza fisica, la porteranno a squarciare il velo di menzogne che cela la verità, aggiungendo al pathos generato dalla vita “estrema” di Ree l’emotività di un thriller.
I dialoghi, asciutti e immediati, combaciano perfettamente con l’atmosfera cupa e l’ambientazione desolata e desolante, gravida di ombre e di mistero. Tra gli ottimi comprimari della Lawrence, da citare assolutamente John Hawkes, abilissimo nel fare di Teardrop, lo zio tossicomane di Ree, un personaggio da western di altri tempi.
Marco D’Amato, da “silenzio-in-sala.com”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog