Tornando a casa per Natale

Un cecchino mira a un bambino nel cielo grigio dell’ex Jugoslavia, il dito è sul grilletto ma un taglio di montaggio netto ci scaraventa a Skogli, in Norvegia. Nelle ore prima di Natale si sfiorano le storie di Jordan, ex campione di calcio e ora barbone, di Paul, ragazzino che mente sulla sua religione per rimanere con la sua compagna di classe musulmana, di un papà che può rivedere i figli solo con la maschera di Babbo Natale e di due coppie: una farà nascere il proprio neonato in un cottage senza acqua grazie a un medico sensibile e un’altra clandestina dove lei soffre perché l’amante non si decide a lasciare la moglie. Ognuno di loro cerca di tornare a casa per Natale.
Il regista norvegese Bent Hamer (Factotum) fa sfiorare sei storie di atmosfera natalizia tratte dalla raccolta “Only Soft Present Under the Tree” del connazionale Levy Henriksen completandole con un prologo-epilogo balcanico di sua invenzione. “A Natale si è più buoni”? Hamer risponde con un “A Natale si è tutti più soli”. Il 25 dicembre è una cassa di risonanza algida, come la neve onnipresente nel film, che amplifica le solitudini e le semplici nostalgie di ognuno dei personaggi. Storie di mancanze, di vinti dalla vita o di semplici malinconici che crescono grazie a un cinema maiuscolo come nell’episodio del babbo che si traveste da Natale e di un’amante ferita nella Messa di mezzanotte.
In soli 85 minuti tutte le vicende si sfiorano con la profondità che meritano e, pur se non evitano qualche momento scontato, vivono di un realismo poetico che il regista è riuscito a creare con buona costanza narrativa e sentimento. Le stelle che spesso fanno capolino in Tornando a casa per Natale rendono il film più che una commedia agrodolce, una commedia “astrodolce”, racconti che possono brillare di cinema proprio pure se oscurati dai cinepanettoni di stagione e dalle leggi di mercato.
Luca Marra, da “mymovies.it”

Il Natale, se non lo si odia, è una cosa seria. In Scandinavia – e in Norvegia, come in questo caso – lo è ancora di più. E quindi era interessante vedere come un regista norvegese come Bent Hamer, autore di film insoliti e caustici come Kitchen Stories o Il mondo di Horten, si sia avvicinato al grande filone del cinema che racconta i sentimenti e lo spirito di questa festività.
Per Hamer, il punto di partenza di Tornando a casa per Natale è stato una raccolta di racconti del connazionale Levi Henricksen, segnalatagli dalla moglie e rielaborata attraverso il suo sguardo indagatore ed obliquo sulla (sur)realtà che è tipico della sua produzione. Storie intrecciate di diversi personaggi nel quadro sfocato della piccola cittadina di provincia di Skogli la notte della Vigilia; storie di solitudini e d’incontri, di gioie e dolori, di speranze e frustrazioni, attraverso le quali Hamer sembra sovvertire i tradizionali toni edulcorati e buonisti del genere in questione, ma senza privarlo della spinta (irrinunciabile?) alla bontà e all’altruismo.
Tornando a casa per Natale è un film dai toni agrodolci, per appoggiarsi ad un aggettivo abusato e dagli incerti contorni, ma lo è secondo la declinazione del termine propria di Hamer, dove non c’è la paura di sporcarsi le mani con i sentimenti più puri e innocenti e allo stesso tempo non si rinuncia quell’acido e cinico realismo che non spinge verso un risultato uniformemente conciliatorio. Ricordando vagamente, in tal senso, quel piccolo gioiellino in stop motion che era The Junky’s Christmas, basato su di un racconto di William S. Burroughs.
Le solitudini e le nostalgie che appaiono pervasive e trasversali, nel film di Hamer, sono rotte solo da alcuni dei personaggi che ne animano le vicende, solo alcuni dei microcosmi descritti riescono a trovare un equilibrio interno. E laddove vi è successo, non manca mai comunque qualche elemento perturbante, così come anche nelle linee narrative dagli esiti più tragici non mancano piccoli spunti di speranza. Contrasti vitali, più che la volontà di tenere i piedi in due scarpe. Perché se la tradizione vuole che “a Natale son tutti più buoni”, questo può valere anche per Bent Hamer. Anche se abbiamo amato di più i suoi titoli precedenti, nei quali la personalità del regista emergeva più pura, secca e spiazzante.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Il film in questione rappresenta una raccolta di alcuni brevi racconti di Levi Henriksen. In realtà, come ci dice lo stesso regista, quella di ambientare il film alla Vigilia di Natale è stata la scelta di un secondo momento, nonostante si fosse maturato che il tutto potesse funzionare esattamente allo stesso modo entro i confini di qualunque altra collocazione temporale. Tuttavia non ci sembra così “accessorio” che si sia optato per questo periodo nello specifico, e per motivi che noi abbiamo colto durante la visione del film.
Questa pellicola, dall’andamento tutt’altro che esasperato, e che definiremmo “agrodolce”, porta in scena le vicende di più persone. Tra queste compaiono un padre che non riesce più a vedere i propri figli poiché cacciato fuori di casa dalla moglie, un ragazzino protestante innamorato perso di una sua coetanea mussulmana, un medico troppo preso dal proprio lavoro per dedicarsi come si deve a sua moglie, un ex-calciatore ridotto all’accattonaggio, un uomo anziano ed una donna che soffre di un amore non corrisposto.
Come vedete, trattasi di situazioni piuttosto eterogenee, accomunate sostanzialmente dal luogo in cui si svolgono gli eventi, ossia una piccola cittadina norvegese. In un susseguirsi di eventi tristi, comici o grotteschi, ogni personaggio risponde a proprio modo. Non sappiamo nulla del loro passato, il che ci induce a viaggiare per supposizioni. Eppure ci viene dato modo cogliere cosa li turba, da quali pensieri sono attanagliati.
E’ questo che ci permette di dare un senso ad uno sguardo fugace, una parola detta oppure non detta. E anche qualora fossimo fuori strada, la storia fa in tempo a correggerci, dandoci una dimensione più veritiera – nonché più tenera, se vogliamo – circa le condizioni dei protagonisti. Come il padre fallito, che si sfoga col medico di fiducia manifestandogli la propria rabbia circa l’impossibilità di capire cosa sia andato storto con la moglie. In un primo momento sembra che la precipua intenzione sia quella di risanare il rapporto, ma… sbagliato! Era un abbraccio, un semplice ma caloroso abbraccio quello che il nostro “fallito” cercava.
O la donna focosa e prosperosa, sulle prime femme fatale, una “cacciatrice di uomini” come direbbero i più attenti all’etichetta. Salvo poi scoprire, con non poca sorpresa, che è un sentimento apparentemente genuino quello che la spinge a concedersi con così tanta animosità. Un puzzle che prende forma una sequenza dopo l’altra, e che acquista coerenza solo nel momento in cui possiamo disporre dei necessari tasselli.
Abbiamo accennato alla relativa marginalità del ricorso al Natale. Beh, se così non fosse potremmo osare rilevare come si sia caduti in uno di quei luoghi comuni tanto cari ai benpensanti, secondo cui “a Natale si è tutti più buoni!“. Perché aspettare il Natale per aprire gli occhi, cambiare vita, o, in poche parole, riconciliarsi con sé stessi e con gli altri? Eppure i nostri personaggi sono praticamente in balia degli eventi, sui quali dimostrano di non avere potere alcuno. E’ allora il Natale, Lui e Lui soltanto, a “volerci tutti più buoni”?
Non sapremmo dire, onestamente. Fatto sta che, tra qualche sporadica risata e un po’ di triste amarezza, il percorso che ognuno dei protagonisti – a prescindere dalle rispettive condizioni – si trova a percorrere, conduce alla stessa meta. Quella che solo l’Amore, quello vero, sincero e disinteressato sa mostrare. E non è difficile scorgere in ognuno dei singoli episodi, così lontani e così vicini al tempo stesso, un po’ di noi, della nostra vita e delle nostre esistenze. Per poi ricordarci, come gli ultimi istanti del film intendono evidenziare, che abitiamo tutti sotto il medesimo, unico cielo.
Se non generasse quella sorta di retrogusto che sa di “già visto”, il nostro parere sarebbe stato senz’altro ancora più benevolo nei riguardi di questa pellicola. A parte questo, se è vero – come dicono – che tutte le storie meritano di essere raccontate ed ascoltate, quella che vuole narrarci Tornando a casa per Natale non fa certamente eccezione, anzi!
da “cineblog.it”

Si sa che il Natale, amato o odiato che sia, possiede un potere catartico in grado di acuire le emozioni, portare ogni individuo a scrutare tra le pieghe, spesso piaghe, del proprio cuore. A sondare questi recessi emotivi, ci pensa quest’anno Bent Hamer (conosciuto e apprezzato regista norvegese di Kitchen Stories, Factotum e Il mondo di Horten) con un film che coniuga l’assenzio natalizio alle fredde location della Norvegia, e che intreccia storie (tratte dal libro di racconti Only soft presents under the tree di Levi Henriksen) di dilemmi esistenziali alla voglia tipicamente umana di ritrovare la propria strada, e ritrovarsi, magari immersi nella magia cromatica di un albero addobbato a festa.
Un posto chiamato casa
Siamo nella fredda quanto ideale cittadina nordica di Skogli, alla vigilia di Natale. Un uomo decide di travestirsi da Babbo Natale per poter riabbracciare i propri figli, un medico troppo preso dal suo lavoro non sa più cosa voglia dire amare, un ex campione di calcio ridottosi a barbone (re)incontra un vecchio amore, un ragazzino innamorato di una compagna musulmana fa finta di non festeggiare il Natale per trascorrere la vigilia con lei, una donna si dà con tutta l’anima a un uomo, convinta che questi lascerà la moglie, infine una coppia di rifugiati sta per avere il primo figlio (in una baita sperduta). Storie di speranze perse o ritrovate, di sogni e illusioni, di nascita e morte, inserite nella cornice natalizia più per motivi di raccordi temporali che per una reale necessità narrativa, visto che (come ha precisato anche lo stesso regista) si tratta di vicende che potrebbero esistere benissimo in qualsiasi altro contesto, perchè non sono altro che cartoline di variegate esistenze umane, tutte ugualmente afflitte dai propri drammi privati, per le quali il Natale rappresenta il ‘topos’, ovvero un luogo familiare (come la casa) in cui (re)incontrare finalmente sé stessi o scampoli di quel sentimento chiamato amore, qui declinato in mille trame diverse.
Vgando nell’indistinta terra degli affetti
Ben Hamer punta su una regia fatta d’inquadrature fisse (immagini cristallizzate in momenti topici) e una narrazione che procede per sospensione (del giudizio), e che contrappone allo sguardo, talvolta grottesco e surreale (come l’alterazione della scena della Natività), il gioco concreto dei sentimenti, agro-dolci come l’incedere stesso della vita, conferendo a ognuna delle storie un valore esistenziale più vasto: la privazione straziante degli affetti o della propria terra, la perdita d’identità e/o di dignità, la ricerca dell’amore o di sue appendici. Sfumature emozionali che contribuiscono a colorire questo eterogeneo affresco natalizio, fatto delle luci calde degli alberi illuminati e del freddo (a volte) raggelante della vita. Un’amarezza di fondo, che è anche lentezza filmica ed esistenziale, che è spesso una cifra caratteristica delle produzioni nordiche, terre in cui la poca luce e il tanto freddo cristallizzano i sentimenti in maniera molto più sensibile. Come accadeva ne Il mondo di Horten, anche qui l’atmosfera è rarefatta e ovattata, e anche la dimensione politica della guerra in Kosovo, che fa da spunto per la cornice narrativa del film, non è che il pretesto per narrare la dinamica tutta umana di un amore fortemente proibito eppure magicamente realizzato. Personaggi invariabilmente immersi nel nevischio invernale, che si ritagliano una loro parte in questa ‘fiaba’ reale e moderna, accomunati solo dalla solitudine che permea tutto il film ma che poi, in alcuni casi, muterà in gioia di vivere. Un’estasi emotiva riassunta nell’epilogo tramite la contemplazione rivelatrice di una magnifica aurora boreale, cui fa da contrappunto il bellissimo pezzo (parte di una suggestiva colonna sonora) Home for Christmas, realizzato appositamente per il film dalla cantante norvegese Maria Mena.
Qualcuno intravedrà nel materiale proposto da Hamer un sunto di situazioni già viste e già esplorate molte altre volte sul grande schermo. Critica altrettanto, e più, valida per i nostrani cinepanettoni, che di contro non hanno né la leggerezza stilistica né la profondità esistenziale di questo Tornando a casa per Natale, che si rivela un’ottima alternativa stagionale di matrice natalizia.
Già apprezzato regista di Kitchen Sories Factotum e Il mondo di Horten Bent Hamer confeziona con poesia e grazia narrativa un film in cui il Natale diviene elemento catartico per le vite dei protagonisti, tutte esistenze più o meno turbate. Intrecciando queste storie all’acuita suggestione natalizia del ritrovare la propria ‘casa’, qui intesa nella sua accezione più universale, Hamer realizza un film piacevole e, nonostante i lenti tempi filmici, piuttosto affascinante, in cui vanno in scena le diatribe emozionali di individui che rispecchiano i sogni e le paure di tutti noi.
VOTOGLOBALE7
Elena Pedoto, da “everyeye.it”

War is never over

Nella notte di Natale alcune storie si sfiorano, con cautela, in punta di piedi: basterebbe un contatto appena più deciso per creare una frattura nel continuum spazio-temporale, perché le sette storie del film di Hamer sono in realtà la stessa storia, colta in sette differenti momenti di una possibile evoluzione. Si parte dal primo incontro (i ragazzini sul tetto), si prosegue con il matrimonio (il medico), la nascita di un figlio (la coppia serbo-albanese), il tradimento (la vendetta dell’amante delusa), la separazione (il finto Babbo Natale), il declino, a malapena rischiarato da un tenue ritorno di fiamma (il clochard e la signora degli alberi), l’impossibile attesa e l’attesa dell’impossibile (l’anziana coppia). Frammenti di vita amorosa scorrono sui binari dello stereotipo “di stagione” [matrice comune: l’attesa di una (ri)nascita e lo scambio di doni] come il trenino che appare di sfuggita nel corso dell’opera e troneggia al termine dei titoli di coda. L’intero film si riflette nel (=è il) giocattolo esposto in vetrina: innocente, ma non innocuo, dai colori vivaci ma colmo di zone d’ombra, al tempo stesso rassicurante e sconsolato nella sua levigata confezione regalo. E quando sembra che lo spirito del Natale abbia la meglio sull’adorabile pessimismo del regista, il flashback che illumina retrospettivamente il prologo rivela una volta di più la bizzarra e crudele dinamica delle umane vicende. Compiere o non compiere un gesto è determinante per stabilire se sarà la pace o la disperazione a prevalere. Non premere un grilletto, non colpire la palla al momento giusto, indossare o meno un capo di abbigliamento, o semplicemente osservare il mondo (il proprio o quello altrui) da un nuovo punto di vista: basta niente per cambiare, o lasciare immutata, l’esistenza. E mentre le stelle della terra si spengono, quelle del cielo lanciano bagliori inquietanti e sublimi. Buon Natale, signor Hamer.
Stefano Selleri
Voto: 7
da “spietati.it”

Bent Hamer è un regista norvegese, sceneggiatore, nonché produttore anche di cortometraggi e documentari. Il suo primo film “Uova” è stato presentato al Festival di Cannes nel 1995.
Sono poi seguiti nel 2003 “Kitchen Stories” (candidato all’Oscar come Miglior film straniero) “Factotum” nel 2004 (basato sul romanzo omonimo del poeta e scrittore Charles Bukowski) e “Il mondo di Horten” nel 2008.
“Tornando a casa per Natale”, Premio della giuria come migliore sceneggiatura al Festival di San Sebastian e tratto da una selezione di racconti brevi del norvegese Levi Henriksen, narra la storia di un gruppo di persone di una piccola cittadina, i cui eventi si mescolano sapientemente, regalandoci differenti modi di vivere la magica notte di Natale.
Un uomo separato che si traveste da babbo natale per portare i doni ai suoi figli, un barbone – ex gloria del pallone – che decide di tornare al suo paese natio, una donna che confida nella separazione dell’amante dalla propria moglie, un ragazzino che trascorre la notte di Natale a scrutare le stelle del cielo in compagnia dell’amica di scuola musulmana, un marito serbo con la moglie albanese che partorisce in una desolata baita sperduta, un altro bambino (scena di apertura e di chiusura della pellicola) che rischia la vita sotto la minaccia del grilletto di un cecchino.
Vari personaggi e storie, dunque, attraverso cui viene raccontato il Natale. Vicende non strettamente legate a questa festività ma che sarebbero potute accadere in qualunque periodo e che invece succedono in una data ben precisa: momento particolare della vita, pieno di aspettative e desideri, di quei sogni e di quelle speranze talvolta (purtroppo) lontane dagli affetti tanto desiderati in una notte magica come quella di fine anno.
Storia lontana dai consueti schemi preconfezionati e dalle ordinarie pellicole in salsa italiana da post digestione natalizia, “Tornando a casa per Natale” ha il merito di regalarci le emozioni suscitate dalla solitudine di questi personaggi e dalle loro piccole storie, attraverso le quali, diventa possibile scoprire quel qualcosa di più grande che il regista mescola con abilità e tatto, infondendo passione e riscaldandoci di quell’entusiasmo spesso assopito per l’attesa di qualcosa di più materiale.
Montaggio dal ritmo alquanto lento e scandito dalle classiche inquadrature costanti con rari movimenti di camera, tutte le vicende sono volte a sottolineare quel “ritorno a casa”, laddove l’abitazione assurge ad un significato più alto: quello dello spazio vuoto di una esistenza che non è stata, luogo smarrito nel silenzio di chi ha smesso di ascoltare i propri desideri, ma dove è ancora possibile trovare un rifugio.
Storie di solitudini, di speranza e di perdono. Vicende intrise di profonda umanità, che ci salutano, nelle ultime inquadrature, immortalando il bel momento dei giochi di luce di un’aurora boreale che sembra voler augurare l’inizio di una nuova giornata, di una nuova vita o di una nuova esistenza. Come quella di un modesto dottore di paese che, svolgendo la propria professione, riscopre il vero senso della vita.
Piergiorgio Ravasio, da “cinemalia.it”

La sera di Natale si sfiorano storie diverse: un ex campione di calcio ridotto a barbone, un uomo che non può portare i regali ai figli, un bambino che vuole stare accanto alla ragazzina mussulmana di cui è segretamente innamorato, un medico che scopre il senso della solidarietà…
«Ci sono notti che possono cambiare il destino», questo si legge alla fine del trailer di Tornando a casa per Natale. Ed è a dimostrare questo che mira questo bel film, storia di Natale, di amicizia, di solidarietà umana, in un paese senza nome della Norvegia che potrebbe essere anche quello in cui ognuno di noi vive.
Tratto da un libro di racconti di Levi Henriksen dal titolo Only soft presents under the tree, il film si sviluppa attraverso storie parallele legate insieme da un unico filo conduttore: qualcosa che può accadere la notte di Natale. Le storie, legate tra loro da una sceneggiatura e da un montaggio volutamente frammentari, mescolano realismo, favola e buoni sentimenti senza mai diventare stucchevoli, cosa che sarebbe stata facile per raccontare una storia di questo genere.
Hamer, come sempre nei suoi film (tra cui Kitchen Stories, Factotum e Il mondo di Horten) non si fa mai prendere la mano dal racconto, mantenendolo sempre in termini di narrazione pacata e lasciando solo agli eventi il compito di dimostrare che la vita di tutti i giorni può, attraverso il catalizzatore di una notte magica, assurgere a dignità di miracolo. Tra tutti i racconti, forse il più fantastico appare quella del medico che aiuta, ben oltre il proprio dovere, una coppia di profughi apparentemente sospetta. Tenera, invece, quella del campione di calcio ridotto a barbone e sfamato da un’improvvisata piccola cena di Natale. E su tutto, mai evidenziata e sempre impalpabile, la magia dell’uomo che tende la mano a un suo simile, fosse pure solo nella notte di Natale.
Il film è è stato presentato in concorso al Festival di Toronto ed ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura a quello di San Sebastian.
Raffaello De Masi, da “cinefile.biz”

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