This must be the place

«Home, is where I want to be, but I guess I’m already there, I come home, she lifted up her wings, I guess that this must be the place». Era il 1983 quando i Talking Heads pubblicarono questa canzone, con un giovanissimo Paolo Sorrentino intento ad ascoltare e riascoltare fino alla nausea la voce di David Byrne. Sono passati quasi trent’anni e da quella canzone Sorrentino ha tratto il titolo del suo primo film americano (coinvolgendo lo stesso Byrne per comporre la colonna sonora), un progetto ambizioso dove lo stile del regista de “Le conseguenze dell’amore” e “Il Divo” si completa con la eccezionale interpretazione di uno Sean Penn inedito, a tratti fanciullesco nonostante il look eccentrico.
Cheyenne è una rockstar che ha ormai abbandonato le scene da molti anni, in seguito ad un episodio scioccante che gli ha cambiato la vita. La sua vita a Dublino è talmente vuota da portarlo a confondere la noia con la depressione: la sua unica compagnia è rappresentata da una moglie solare e spiritosa e da una giovane fan che lo ama come un fratello. Cheyenne è costretto a tornare a New York dopo oltre trent’anni a causa della morte di suo padre, con il quale ha sempre avuto un rapporto complicato. Leggendo i suoi diari e le sue memorie il cantante scopre che il padre ha dedicato la sua vita a cercare un ex-nazista nascosto negli Stati Uniti, suo aguzzino nei campi di concentramento. Cheyenne, senza alcun talento investigativo, comincia un viaggio on the road verso il sud degli Stati Uniti, alla ricerca di un uomo che molto probabilmente è già morto di vecchiaia.
Una rockstar cinquantenne, truccata come Robert Smith dei Cure, che si trascina annoiata in un presente senza emozioni: il suo ritorno negli Stati Uniti rappresenta l’occasione di affrontare i fantasmi del passato per ridare senso e fiducia al futuro. Innocente come un bambino, flemmatico come un vecchio pensionato: Cheyenne è un personaggio indimenticabile, che vive all’interno di questo contrasto tirandone fuori ironia e disperazione. Sorrentino lo segue per le lande statunitensi senza perderlo di vista un momento, tra autogrill, autostrade e motel, scoprendo un’America già vista ma al tempo stesso nuova. «Feet on the ground, head in the sky, it’s okay, I know nothing’s wrong, nothing», cantavano i Talking Heads, e Cheyenne sembra quasi fargli eco: «La vita è piena di cose belle», basta convincersene.
Di Alessio Trerotoli, da livecity.it

Tra i film più attesi della rassegna francese di quest’anno, This Must Be the Place ricopriva un ruolo non da poco. Prima esperienza all’estero per il nostro regista napoletano, che con questa sua ultima fatica ha coronato più di un sogno: lavorare con un star indiscussa e girare un film negli States. D’altra parte, a quale regista non piacerebbe?
This Must Be the Place è fortemente ancorato alla figura di Cheyenne, un ex-rockstar che, giunto ai suoi cinquant’anni, sperimenta un lungo periodo di “depressione” – non clinicamente intesa magari, ma qualcosa che certamente le si avvicina parecchio. Informato della morte di suo padre, il nostro protagonista parte da Dublino alla volta di New York. Lì scoprirà in quale modo il defunto genitore ha trascorso i propri ultimi trent’anni della sua vita.
Cheyenne è un personaggio che definire particolare sarebbe un eufemismo. Ancorato ad un passato che lui stesso intende rifiutare, ne è vittima nell’accezione più ampia del termine. Così si spiega il suo atteggiamento vagamente infantile: non gli interessano le basilari convenzioni sociali, si veste e si trucca come un sedicenne in rotta col mondo e sembra stazionare in una condizione di profondo smarrimento.
Difatti Cheyenne è davvero smarrito. Non perché, come sarebbe lecito ipotizzare, non riesca a farsi una ragione per non essere più sulla cresta dell’onda. Quella di abbandonare la musica è stata una sua decisione. Le sue tremende incertezze hanno radici decisamente più profonde. Lo vediamo camminare per le vie di Dublino trascinandosi sempre un trolley tra le mani: smarrito, affaticato, con uno sguardo totalmente perso nel vuoto.
Ma non pensate che questo personaggio rappresenti il classico prototipo della rockstar finita nel dimenticatoio. Tanto per cominciare perché Cheyenne gode ancora di una certa notorietà, nonostante abbia smesso da anni. In secondo luogo perché la sua non può affatto considerarsi una perdizione. La fase che sta attraversando è dovuta ad uno stato confusionale che lo ha praticamente condotto ad una sorta di regressione. Lo notiamo nelle sue uscite strampalate, nel suo incedere lento, nel suo tono di voce mesto, praticamente dimesso.
La notizia della morte del padre arriva come un fulmine a ciel sereno. Sono trent’anni che i due non si parlano e, come sostiene il personaggio di Sean Penn, pare che si sia trattato di una scelta reciproca. Quello che lo colpisce maggiormente, però, è la notizia dell’ossessione nutrita dal padre negli ultimi tre decenni. Ebreo sopravvissuto ad Auschwitz, ha speso tutte le proprie energie alla ricerca di un nazista. Il punto è che, ammesso che fosse ancora vivo, ora avrebbe novant’anni.
Quasi trascinato dagli eventi, quindi, Cheyenne s’imbarca in questa assurda ricerca, senza alcuna certezza – neanche in relazione alle proprie intenzioni. Partendo dalla Grande Mela, quindi, diventa protagonista di un viaggio on the road che gli cambierà letteralmente la vita. Non ci vorrà tanto per capire che la persona di cui è realmente in cerca è stesso, non di un tedesco di cui non si sa più assolutamente nulla.
Un percorso di cui però si riescono appena ad intravedere gli snodi fondamentali a livello introspettivo. Ci rendiamo conto che qualcosa stia avvenendo, ma la “lotta” di Cheyenne è preminentemente interiore, e nell’accezione più ampia del termine. All’esterno rimane il disadattato che abbiamo imparato a conoscere sin dalle prime battute, il che contribuisce a renderlo ancora più “vero”. Un simile cambiamento non è pensabile se non nell’arco di un tempo piuttosto prolungato, o comunque attraverso svariate tappe che l’ottimo Sorrentino non intende saggiamente bruciare.
E’ apprezzabile che il vuoto dell’ex-stella rock non venga totalmente riempito nell’arco di due ore. Ed in questo, impossibile negarlo, Sean Penn ha un merito incredibile. Monumentale la sua interpretazione, che ha ancora una volta evidenziato, qualora ce ne fosse bisogno, quanto Penn sia a buon diritto da annoverare fra i migliori al mondo nella sua categoria. Il personaggio di Cheyenne regge da solo l’intero film, e l’impressione è che un risultato così meravigliosamente riuscito sia frutto di una simbiosi d’intenti, tra Sorrentino e Penn, davvero encomiabile.
Tuttavia, il fascino di This Must Be the Place non si “limita” al ruolo del suo attore di punta. L’ambientazione dona alla pellicola quel tono, se vogliamo, poetico, raccontando il processo attraverso cui il suo protagonista matura quella consapevolezza tale da sbloccarlo. E questo, nonostante la precisa scelta del regista di focalizzarsi maggiormente sugli interni – quasi una sua ossessione, come dichiarerà in conferenza stampa.
Altrettanto efficace, in tal senso, anche la metafora del trolley. Sì perché Cheyenne, oltre che di trucco, smalto, vestiti alternativi ed una stramba capigliatura, viene anche munito di una valigia su ruote che si trascina praticamente per tutto il film. Solo alla fine riesce finalmente a separarsene, quasi a voler indicare che di quella zavorra non ne ha più bisogno. Anzi, proprio liberandosene riesce a tornare in superficie.
Insomma, stiamo parlando di un film che poggia sull’eccezionale operato di due figure. Da un lato, la sublime delicatezza, innocenza e ingenuità di uno Sean Penn fenomenale, coadiuvato comunque da prove altrettanto meritevoli come quelle di Judd Hirsh e Frances McDormand. Dall’altro, un Sorrentino altrettanto superbo, la cui maggiore maturità spicca a più livelli. Ad una cifra stilistica davvero notevole (con i suoi classici movimenti di camera, sempre coinvolgenti), corrisponde un miglioramento riscontrabile ancora meglio a livello narrativo. Certo, si tratta anche della prima volta che condivide la sceneggiatura con un altra persona, ma la sua resta una conferma senza riserva. C’è di più. This Must Be the Place è la sua consacrazione!
Un film toccante, intelligente e fuori dagli schemi. Non tutti riescono a strapparti qualche lacrima, sia che si tratti di una risata, sia che ci si lasci coinvolgere emotivamente un po’ più del previsto. Bravo Paolo!
da “cineblog.it”

Cheyenne non è una rock star dark ritiratasi da vent’anni dalle scene. È un folletto, un alieno (soprattutto a sé stesso), una figura eterea e fragile che viaggia a frequenze e ritmi del tutto differenti dal mondo che lo circonda e che attraversa. Che attraversa alla ricerca del nazista odiato dal padre, ebreo finito in un campo di concentramento, e – come in ogni storia on the road che si rispetti – di qualcosa di più ampio e profondo di quello.
Uno dei grandi fascini di This Must Be the Place risiede proprio nell’aver vinto una delle sue scommesse più difficili, quella di raccontare con equilibrio ed efficacia un personaggio a rischio come quello interpretato da un bravo Sean Penn.
Perché il suo essere così estraneo ed estraniato rispetto ad ogni contesto rispecchia motivazioni iconografiche e narrative, rende le cose intriganti, è metafora chiarissima della fragilità di certi sentimenti e certi modi di essere (nel mondo) che (nel mondo di oggi) ci appaiono bizzarri e folkloristici cimeli del passato, coccolati ancora solo da nuove generazioni di outsider.
Nega di essere alla ricerca di sé stesso, Cheyenne, e probabilmente ha ragione a farlo. Perché lui, Peter Pan burtoniano prigioniero volontario di un’infanzia che non ha mai abbandonato, non si cerca.
Ma trovando l’uomo le cui tracce ha seguito attraverso gli Stati Uniti (un uomo con cui, in maniera del tutto non casuale, condivide un cognome fasullo), ritroverà un padre che aveva abbandonato, il coraggio di uscire dai tunnel in cui si era chiuso da ragazzino. Accendendo una sigaretta, di indulgere nell’unico vizio che non l’aveva mai attratto, perché “i bambini non sono attratti dal fumo”: e quindi di diventare grande. Fino ad una trasformazione finale che – per chi scrive, e proprio in virtù di quanto detto finora – ha il retrogusto amaro di una normalizzazione non necessaria.
Scrive per la prima volta assieme a un altro sceneggiatore, Paolo Sorrentino, e si sente. In This Must Be the Place c’è uno sguardo più speranzoso e conciliato rispetto alla sua precedente filmografia, i toni caustici sono ammorbiditi, l’amarezza presente ma prontamente addolcita. Rimagono invariate, invece, le cifre stilistiche – visive, fotografiche, musicali e sonore – che fanno del napoletano uno dei migliori esponenti del cinema di casa nostra e non solo.
E This Must Be the Place rimane un film ricco di momenti alti, capace di colpire emotivamente: anche e forse soprattutto nei momenti in cui la levità elfica del suo protagonista si trasforma in contenuta ma disperata rabbia. Come quando Cheyenne urla il suo dolore in faccia ad un basito David Byrne.
Ma è anche un film con alcune ombre, pur sottili: ombre di una (in)completezza evanescente, impalpabile e programmat(ic)a, di un scrupolosità quasi ossessiva.
“It’s not true, but it’s kind of you to say it”, ripete spesso Cheyenne nel film. In qualche modo, obliquamente e con parafrasi, lo si potrebbe dire anche a Paolo Sorrentino.
Di Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Cheyenne è stato una rockstar nel passato. All’età di 50 anni si veste e si trucca come quando saliva sul palcoscenico e vive agiatamente, grazie alle royalties, con la moglie Jane a Dublino. La morte del padre, con il quale non aveva più alcun rapporto, lo spinge a tornare a New York. Scopre così che l’uomo aveva un’ossessione: vendicarsi per un’umiliazione subita in campo di concentramento. Cheyenne decide di proseguire la ricerca dal punto in cui il genitore è stato costretto ad abbandonarla e inizia un viaggio attraverso gli Stati Uniti.
“And you’re standing here beside me/I love the passing of time/Never for money/Always for love /Cover up and say goodnight . . . say goodnight/Home – is where I want to be/But I guess I’m already there/I come home – she lifted up her wings/Guess that this must be the place”.
(“E tu sei qui vicino a me/Amo lo scorrere del tempo/Mai per denaro/ Sempre per amore/Copriti ed augura la buonanotte/ Casa- è dove voglio essere/Ma mi sa che ci sono già/ Vengo a casa-lei ha sollevato le ali/Sento che questo dovrebbe essere il posto”.)
Il testo della canzone dei Talking Heads che dà il titolo al film e riveste un ruolo in una delle scene più importanti e intense rappresenta una sorta di sintesi di questa opera in cui Sorrentino torna al lucido intimismo degli esordi sotteso costantemente da una ricerca che si fa percorso di vita. Cheyenne, rocker ormai in disarmo ma che un tempo fu celebre e di quella celebrità gode ancora i frutti economici, è un uomo che quotidianamente si trasforma in maschera. Quasi avesse bisogno di aggrapparsi a quel passato di gloria che ora non rinnega ma rifugge. Accanto a lui da 35 anni una donna solida che sa come essere sorridente argine alla sua pacata depressione. Al suo fianco un costante peso. Che sia il carrello della spesa o il trolley da viaggio (di cui sentirà magnificare l’innovatività creativa) Cheyenne si trascina dietro un bagaglio di situazioni irrisolte. Prima fra tutte la dinamica dei rapporti con la figura paterna. È un Edward Manidiforbice dei nostri giorni Cheyenne/John Smith. Un essere umano che il padre ha creato e, al contempo, limitato trasmettendogli inconsciamente un’ossessione che il figlio scoprirà solo dopo la sua morte. Il castello in cui Edward/Cheyenne si è rinserrato è il suo aspetto esteriore che al contempo lo lega al passato ormai amato/odiato e lo separa dal presente. Sean Penn è straordinario nel disegnare, ancorandolo alla realtà, un personaggio che potrebbe ad ogni inquadratura dissolversi nel grottesco o nella caricatura. Quest’uomo che fa di tutto per essere riconosciuto e, al contempo, nega pervicacemente con tutti la propria identità ha la complessità di quelle figure che si imprimono con forza nell’immaginario cinematografico. Un personaggio che, anche se lo nega (“Non sto cercando me stesso. Sono in New Mexico non in India”) compie un lungo viaggio per ri/trovare un posto dentro di sé.
Di Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

This must be the place, ovvero il trucco e l’anima. A parte il film di Malick, oltre ogni categoria, è di Paolo Sorrentino il film più sbalorditivo di Cannes 2011. Qui tutti i grandi registi hanno rifatto se stessi, alcuni molto bene, come Kaurismäki e i fratelli Dardenne.
Altri maluccio o malissimo, come Almodovar e Lars von Trier. Soltanto gli italiani hanno rischiato nuove strade e Sorrentino ancor più a fondo e senza riserve rispetto al Moretti di Habemus Papam. Non si tratta soltanto della scelta di girare una storia originale in inglese e in America. Tutto il film è un atto di coraggio, la storia, la riscoperta di un’America profonda filmata mille volte, la scommessa di usare una star come Penn per un personaggio tanto atipico. Ma sotto il trucco pesante, l’anima di This must be the place è grandiosa, un vero squarcio sul cinema del futuro.
È un road movie lento, come il passo timido del suo protagonista Cheyenne, rockstar in splendido ritiro alle porte di Dublino, isolato e spaventato dal mondo, aggrappato a una materna moglie e a un’amica del cuore adolescente. Un antieroe solitario, ma a un tempo simbolico di una generazione, una società dove ormai è smarrita perfino l’idea dell’età adulta. Qui il cinquantenne ragazzo è raggiunto dalla notizia della morte del padre. Un padre lontano, che viveva a New York, dal quale Cheyenne è scappato trent¿anni prima. Ed è bello e doloroso che proprio dopo la morte reale di un padre già sepolto da tempo nel suo cuore di figlio, Cheyenne parta alla ricerca di un rapporto. Attraverso la ricerca di quello che era stato il nemico di tutta la vita del padre, il carnefice nazista da cui era stato umiliato nel lager. Comincia da questa irruzione di una tragedia assoluta e rimossa, l’Olocausto, nella vita tutto sommato fatua e opulenta di una ex rockstar, il terribile e bellissimo viaggio a ritroso e nel futuro di Cheyenne. «Un romanzo di formazione di un cinquantenne», l’ha definito l’autore. Sulla strada, gli incontri e le solitudini, le persone e i luoghi, le esperienze e i dubbi che cambiano la vita. Fino all’incontro del protagonista col «nemico di famiglia», l’ormai novantenne nazista, cui la sceneggiatura affida un monologo capolavoro, prima di chiudere con la scena di una raffinata, amara vendetta.
Uno splendore di film, una bella scrittura sul filo dell’ironia, un respiro e una capacità visionaria unici nel panorama del cinema non solo italiano, la fotografia di genio di Luca Bigazzi. È il film più corale del regista napoletano, grande anche in personaggi laterali come l’inventore di trolley o il cacciatore di nazisti. La strepitosa Frances McDormand regala il primo bel ritratto di donna della galleria di Sorrentino. Di Sean Penn che si può dire ancora? A voler cercare un difetto, nella seconda parte il talento per la divagazione prende un po’ la mano al regista. Dettagli in una meraviglia.
Di Curzio Maltese, da “trovacinema.repubblica.it”

Storia di Cheyenne (Sean Penn), rocker cinquantenne che ha abbandonato le scene e passa le giornate in mutande nel suo castello irlandese, in compagnia della moglie (Frances McDormand, che sembra sempre dentro un film dei Coen). Nonostante questo non riesce a liberarsi del proprio personaggio, e tutte le mattine provvede ad acconciarsi i capelli e cerchiarsi gli occhi come un clone di Robert Smith, frontman dei Cure. A parte questo, ribalta tutti i più ovvi cliché della pop star: sposato da 35 anni con la stessa donna (che fa il pompiere!), è infantile, pacifico, fedele e rassegnato a girare per centri commerciali e supermercati se c’è da fare la spesa. Tutta questa normalità, però, fa rima con apatia: “Credo di essere depresso” dice alla moglie una sera, subito dopo averle fatto un “lavoretto” sotto le coperte; “Confondi depressione e noia”, gli risponde lei.
L’occasione della svolta arriva insieme a una telefonata: suo padre, a New York, sta morendo. Cheyenne attraversa l’oceano, e al capezzale scopre che il genitore aveva passato tutta la vita cercando di vendicarsi dell’umiliazione subita da un aguzzino ad Aushwitz. Di che umiliazione si tratti lo scopriremo poi, perché a questo punto Cheyenne decide di mettersi in viaggio su di un pick-up preso in prestito alla ricerca del vecchio tedesco, nascosto da qualche parte tra le montagne dello Utah.
Dopo l’incipit sonnacchioso in Irlanda, il film diventa così un road movie stracolmo di strade, motel, pub, incontri e naturalmente canzoni, per lo più ballate rock che spezzano il cuore. Tra queste anche la title track This must be the place (cercate il testo in rete e capirete la scelta) che, come spiega il protagonista a un bimbo che chiede di suonargliela, “non è un pezzo degli Arcade Fire” (è dei Talking Heads, quelli di David Byrne, che cura tutta la colonna sonora e compare in un prezioso cameo). E come nel più classico dei road movie, il senso del viaggio non è né nella partenza, né nell’arrivo (anche se il finale c’è, ed è forte) ma in quello che sta nel mezzo. Tra cui una cameriera dagli splendidi capelli rossi (ma niente sesso, “non posso, sono sposato”), l’uomo che ha inventato il trolley e una fulminante partita a ping pong.
Cinematograficamente ricchissimo, con un’anima stralunata (l’ispirazione felliniana è esplicita in dettagli come il pistacchio gigante o il sosia di Hitler trasportato sul rimorchio di un camioncino), This must be the place è un film stracolmo di tracce, come un album con troppe canzoni che faticano a stare assieme. Però molte di quelle tracce sono azzeccate, e all’interno di una cinematografia e di un immaginario smagriti come i nostri, i trenta milioni raccolti per il film – Sean Penn, l’America e David Byrne compresi – sembrano proprio ben spesi.
Di Giorgio Viaro, da “bestmovie.it”

Paolo Sorrentino, conclamato regista di un capolavoro pluripremiato come Il Divo, a due ani di distanza decide di portare nelle sale un film ‘diverso’, eccentrico e molto particolare. Per farlo si avvale di un attore di prim’ordine, una vera stella di Hollywood: Sean Penn. Grande attore e talentuoso regista, successo assicurato?
Cheyenne (Sean Penn) è un ex rockstar che afflitto dalla noia e dalla depressione, si trascina lentamente per la sua Dublino, cercando di far fidanzare ‘una ragazza triste’ e ‘un ragazzo triste’, come li definisce lui stesso. Dopo la notizia della morte di suo padre, con cui non ha rapporti da 30 anni, l’eterno bambino Cheyenne parte per New York, luogo dal quale deciderà di partire per cercare l’obiettivo di suo padre: l’unico nazista sopravvissuto a Norimberga. L’America è grande e lui è tutt’altro che un detective, ma chissà che il viaggio non riservi altre scoperte…
Ciò che immediatamente colpisce nel film di Sorrentino è Sean Penn. Il suo abbigliamento in pelle e anfibi neri, i suoi capelli dark scombinati e il volto completamente truccato con cerone e rossetto rosso fuoco, in netto contrasto con i suoi occhi tristi e di un azzurro profondo. Cheyenne è riassunto in quest’immagine. Depresso. Demotivato. La lentezza dei suoi movimenti si riflette anche e – a tratti viene da dirlo – purtroppo sulla lentezza del ritmo narrativo. Sorrentino lascia molto tempo e spazio all’introspezione, rendendoci prima partecipi della vita triste e vuota dell’ex rockstar – che pure ha una moglie paziente che lo ama e lo motiva giorno dopo giorno – e poi del suo lunghissimo viaggio di ricerca lungo gli Stati Uniti. È proprio il viaggio il vero tema di This must be the place, titolo di una canzone di cui lo stesso Penn ci offre una splendida versione unplugged. Viaggio come ricerca, viaggio come desiderio di scoprire, viaggio come opportunità di crescita personale.
La felicità è un viaggio, non una meta. Cheyenne era partito con l’idea di trovare un nazista, Cheyenne torna con la convinzione di aver trovato sé stesso, di non essere più un Peter Pan. C’è della poesia in questo film, è innegabile, anche se a tratti non è solo Cheyenne a trascinarsi, ma anche il racconto. Ed è un vero peccato, perché i ricordi dell’olocausto – una voce over che legge il diario del padre di Cheyenne – sono davvero toccanti senza cadere nel patetico e in contrasto la ex rockstar ci regala battute e situazioni esilaranti e memorabili.
This could have been the place. Le aspettative erano alte, ma purtroppo non del tutto confermate dal risultato.
Paolo Bianchi, da “persiinsala.it”

Spiazzati. E’ la prima reazione da spettatori a This Must Be The Place. Non è detto sia un male. Era molto atteso, è venuto fuori qualcosa che non ci attendevamo. Un’opera che appartiene sì a Paolo Sorrentino, ma che Sorrentino stesso prima non aveva mai fatto. Non così. Il viaggio in America del regista napoletano regala anche risposte. Conferma il suo indiscutibile valore come cineasta di caratura internazionale, la maestria tecnica, l’inconfondibile impronta autoriale. Pure se lasciata in uno spazio non suo, già congelato nella memoria, esplorato in lungo e in largo. Lo spazio americano, luogo fisico e mitologico, una traiettoria dello sguardo e un itinerario interiore. La frontiera da attraversare per ogni viaggiatore. Uno spazio che definisce un genere, l’on the road. Che a sua volta impone un registro espressivo, una struttura drammaturgica, una tradizione consolidata, tutta americana.
E’ in questa bolla di immaginario che Sorrentino inscrive il suo. Il risultato è Chayenne (Sean Penn), l’indiano, l’altro, l’alieno. Qualcuno che si fa fatica a riconoscere, che è difficile accettare. Che fatica a riconoscere lo spazio intorno a sè. Un personaggio fortemente iconico, perturbante come una maschera di carnevale, un uomo che ha abbandonato il palcoscenico (Chayenne è un’ex rockstar) ma è rimasto spettacolo, pantomima offerta agli altri.
Chayenne è Sorrentino e anche Sean Penn, perché di entrambi rappresenta la diversione prospettica, il cambio di scena, la scommessa. L’alieno e l’azzardo. La fobia che imprigiona e il coraggio che libera. Sean Penn rischia di perderla questa sfida, ma alla fine la vince. Agghindato come il leader dei Cure (Robert Smith), lento, affettato, vagamente nevrotico, suscita all’inizio ilarità. Ma lentamente cresce, si inabissa dentro il suo personaggio, fino a diventarlo. E quando alla fine torna Sean Penn – senza smalto nè parrucca – non c’è shock. Era sempre stato Chayenne. Il viaggio attraverso l’America, pilotato dal suo occhio alieno più che dal desiderio di vendicare il padre (scovando il vecchio nazista che l’aveva perseguitato nei campi di concentramento), appartiene tutto a Sorrentino invece. E non solo per l’ironia, i virtuosismi di macchina, l’icasticità di alcune sequenze o lo stupore evidente con cui il regista vede, sente la “terra dell’abbondanza”. Ma perché la sua poetica è sempre stata a fianco dei “Chayenne”, improntata al gioco, consumata nella stagione dell’infanzia. Chayenne come Il Divo è un bambino invecchiato. Il gioco e la paura, il candore è l’avventatezza – caratteristiche del bambino – sono il modo di stare al mondo dei personaggi di Sorrentino. Non a caso, al momento decisivo, Chayenne non premerà il grilletto contro il suo bersaglio. Ma si prenderà “gioco” di lui. Fotografandolo. Metafora del cinema (che nella lingua inglese condivide con l’azione dello sparara il verbo: to shoot), la cui ultima parola non è – non può essere – la vendetta.
Non sappiamo quanto spirito americano ci sia in questa chiave interpretativa, ma c’è molto del cinema del napoletano. Che ritroviamo diverso, perché maturo. E’ il grande pregio, l’importanza, di This Must Be the Place.
Tuttavia è come se la poetica del regista – così connotata – non riuscisse a fondersi fino in fondo con il movimento dell’On the road. Come se la sua natura essenzialmente ritmica, musicale, intensiva, soffrisse la linearità narrativa, la gabbia del racconto. E’ una sensazione che colpisce soprattutto chi amava il “primo” Sorrentino, il talento del cinema discorsivo, di stile, di raccordi. Così estraneo a quello americano, fatto invece di racconti, di archetipi, di mappe precise.
Le due anime si scontrano, generando un paradosso: un film sul movimento senza vero movimento. Un quadro vivo, prigioniero di una cornice. Bello da vedere, ma leggermente ingolfato. Dentro una metamorfosi che è appena iniziata.
Gianluca Arnone, da “cinematografo.it”

La prima produzione “made in U.S.A.” di Sorrentino, ci si presenta come un “romanzo di formazione”.
-Accusa: Cheyenne, uno Sean Penn magistrale nei panni di una rockstar in disuso intrappolata nel proprio personaggio mediatico, ha 50 anni.
-Difesa: per citare quel gran 50enne di nome Mike Watt, “la vita è fatta per imparare”.
La deprimente routine quotidiana del protagonista viene rotta dalla notizia del destino di suo padre: “morto di vecchiaia, una malattia che non esiste”.
Dal goth alla Shaoh il passo può risultare meno lungo di quel che si potrebbe credere, se tuo padre ha un numero di telefono falso tatuato sul braccio.
Il nostro anti-eroe si trova, più o meno volente, a proseguire una ricerca cominciata dal (a sto punto fu) padre.
E siamo in una sorta di road-movie, durante il quale conosciamo una galleria di umanità fragile e marginalizzata.
Immagini e storie che, raccontate con “leggerezza calviniana” (nel senso di Italo!), danno lentamente delle risposte, incluse quelle che mancano a Cheyenne per poter abbandonare una maschera che ormai non lo rappresenta più ed essere sé stesso.
O almeno provarci (che non è comunque poco, a 50 anni come a 11).
Due ore di superbo storytelling per immagini che, col ritmo crescente di una palla di neve, tra dialoghi brillanti, riflessioni illuminanti, magnifiche prove di recitazione e una regia magistrale, ci regalano un piccolo-grande capolavoro.
da “debaser.it”

Un piccolo castello alla periferia di Dublino e la strana vita di Cheyenne, popstar in pensione felicemente sposato a una simpatica ed energica vigilessa del fuoco e oppresso dai rimpianti e dai sensi di colpa. Quando Cheyenne applica il trucco quella mattina, come ogni giorno negli ultimi trent’anni, non sa che sta per essere chiamato al capezzale del padre morente. Non sa che il desiderio di fare qualcosa per quel genitore che conosceva a malapena lo indurrà a compiere un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti. Non sa che questo è esattamente ciò di cui ha bisogno.
Malinconico, sensibile, infantile, ma anche vendicativo, saggio e coraggioso, Sean Penn si trasforma per Paolo Sorrentino nel più improbabile cacciatore di nazisti della storia, un clown con un filo di voce e un contagioso sorriso sbilenco. Il contributo del doppio premio Oscar, così a suo agio nei ruoli estremi, è subito evidente nel pigro avanzare di Cheyenne, nel piglio adolescenziale con cui si soffia via i capelli dal volto, ma a sostegno di Penn ci sono uno script ironico e intelligente, che sa ben dosare ostentati cliché con elementi più sofisticati, e la regia di grande personalità del regista napoletano, che si sforza di rendere ogni sequenza unica e elettrizzante.
Sean Penn in This Must Be the Place, di Paolo Sorrentino. Sorrentino si è sempre dimostrato molto bravo a gestire attori-istrioni, ma qui il risultato di questo incontro tra individualità ingombranti è addirittura iconico: Cheyenne è un irresistibile alieno che attraversa paesaggi e atmosfere da road movie, ma è anche uno dei personaggi più umanamente piecevoli che siano mai toccati in sorte a Sean Penn. Analogamente, This Must Be the Place ci sembra il film più positivo e solare nella filmografia di Sorrentino, nonostante la drammaticità delle tematiche affrontate al fianco di Cheyenne: il recupero impossibile di un rapporto col padre, e il motivo dell’Olocausto, che, pur restando sullo sfondo, allo stesso tempo emerge nei momenti chiave della narrazione rendendola più organica.
Come ogni road movie che si rispetti, anche This Must Be the Place fa grande affidamento sulla musica, e anche in questo ambito Sorrentino riesce a coinvolgere un genio conclamato come David Byrne, che firma l’affascinante score, fornisce il titolo al film e anche una performance che rappresenta una delle (tante) scene di grande effetto della pellicola.
E così il “sogno americano” di Paolo Sorrentino è completo in ogni suo elemento, ma il nostro non ci sembra incorrere nel minimo imbarazzo o esitazione nel realizzarlo. Anzi, sembra non aver mai fatto altro tutta la vita.
Alessia Starace, da “movieplayer.it”

A impatto, il cinema di Sorrentino sembra cercare un respiro nuovo, più ampio, un’effettiva dilatazione dello sguardo, che si confronti finalmente con il cinema e l’immaginario che si porta dietro e arrivi ad abbracciare, in un colpo solo, due universi lontani. Un progetto ambizioso, anche per via dell’apporto alla sceneggiatura di Umberto Contarello. Ma, superato lo sbandamento, ancora una volta lo sguardo del regista napoletano mostra tutta la sua inadeguatezza, seppur forse di segno diverso rispetto al passato
this must be the placeDa sempre davanti ai film di Paolo Sorrentino, si ha l’impressione di muoversi in una cristalleria. Una collezione di pezzi pregiati eppur fragilissimi, dove l’esibita e compiaciuta complessità della tessitura visiva è assolutamente sproporzionata rispetto all’intima debolezza teorica ed emotiva. Proprio per questo, nell’accostarsi a questo This Must Be the Place, l’atteggiamento non può essere che di cautela, checché se ne dica. E la prima impressione è di sorpresa. Perché a impatto il cinema di Sorrentino sembra cercare un respiro nuovo, più ampio, un’effettiva dilatazione dello sguardo, che si confronti finalmente con il cinema e l’immaginario che si porta dietro e arrivi ad abbracciare, in un colpo solo, due universi lontani. Un progetto ambizioso, anche per via dell’apporto alla sceneggiatura di Umberto Contarello. Un progetto che, comunque, testimonia il desiderio e il coraggio di Sorrentino, non del tutto scontati per un italiano, di immaginare un cinema che vada aldilà dei ristretti limiti di un tranquillo minimalismo o di un realismo di maniera. Ma, superato lo sbandamento, ancora una volta lo sguardo del regista napoletano mostra tutta la sua inadeguatezza, seppur forse di segno diverso rispetto al passato.
Un po’ di trama, per i patiti del genere. Cheyenne è una gloria del passato, il leader di una vecchia rock band ancora legato alla sua immagine dark, con tanto di depressione incorporata, quasi fosse un capo di abbigliamento. Ma non confondere la depressione con la noia, come dice giustamente la moglie, la solare Jane (Frances McDormand). Alla morte del padre, ‘rinnegato’ da decenni, Cheyenne parte da Dublino per New York per l’estremo saluto. Qui ritrova le sue radici ebraiche e viene a conoscenza del progetto segreto del padre: vendicarsi dell’ufficiale nazista che era stato il suo aguzzino durante gli anni passati in campo di concentramento. Cheyenne decide di ereditare la missione e intraprende il suo viaggio attraverso gli Stati Uniti, premessa di una necessaria rinascita. Ecco. E’ chiaro sin da this must be the placesubito. Nonostante questo Robert Smith di seconda categoria, vecchio maledetto rientrato nei ranghi e catatonico, abbia il suo fascino, siamo ancora nel museo delle cere de Il Divo. Cheyenne appare davvero come la versione dark dell’Andreotti di Servillo, un corpo privato di linfa vitale e ingabbiato nelle maglie visive del grottesco a effetto del suo indifferente creatore (basti pensare alle carrellate al supermercato, dove la macchina da presa non segue, ma circonda). Eppure, stavolta, la maschera del personaggio (in cerca di salvatore) sembra cedere, al punto che, nel finale, Sean Penn, spogliatosi delle vesti e degli eccessi attoriali, par quasi fuggire dal suo personaggio, dal suo destino di caricatura, di fantasma che si trascina a fatica nello spazio. Già: lo spazio… perché This Must Be the Place rappresenta la prova del nove del cinema di Sorrentino, da sempre fin troppo innamorato delle sue costruzioni geometriche, solo apparentemente aperte dai continui e sinuosi movimenti di macchina, dai dolly virtuosistici e puramente esornativi che abbondano nei suoi film. Qui il confronto è con l’America, i suoi paesaggi a perdita d’occhio, i suoi luoghi non solo fisici, ma soprattutto immaginari, estesi e smarginati dallo stesso occhio del cinema. E attraversati da un attore mostruoso, nel bene e nel male, come Sean Penn. Di fronte a questi spazi, lo sguardo di Sorrentino mostra, come mai prima, un timore reverenziale, che lo obbliga, per brevi istanti, ad abbassare gli occhi (e la voce) e ad affidarsi, come un bambino, alla meravigliosa fotografia di Bigazzi. E’ questa l’inadeguatezza di segno diverso di cui parlavamo: un’inadeguatezza che trova momenti di tenera semplicità, come nella scena del ping pong o quella, ai limiti della commozione, della canzone dei Talking Heads (!) intonata con il figlio di Rachel. Epperò, chiuse le parentesi, si ritorna allo stile di sempre. Basta un semplice dolly che dal cielo scende giù fino a entrare nell’acqua, in un movimento inutile, ma irresistibile. Ecco cos’è il cinema di Sorrentino. La caduta dei gravi. Il sogno di un volo emozionante, che non può che finire in uno schianto. Gli estetismi e simboli, le deformazioni, prospettiche, caratteriali e umane, si affastellano in un sovraccarico estenuante. E’ la sostanza retorica delle immagini che rende di nuovo tutto fragile: la paternità ricercata e mancata, il peso del tempo, il senso di perdita, il desiderio di rinascita, lo smarrimento, l’immagine, questo cinema.
Aldo Spiniello, da “sentieriselvaggi.it”

Un cammino trascinato con l’inconsapevole, ma recondita, volontà di cambiare. Ecco This must be the place, il racconto di un eterno Peter Pan, intrappolato in un’adolescenza lunga 35 anni e costretto a compiere un viaggio. Un viaggio sconclusionato, come le difficili tappe verso l’età adulta, dove a narrare il percorso interiore di Cheyenne – uno straordinario Sean Penn, a metà strada tra Robert Smith dei Cure e un folletto a la Tim Burton – è il variegato ed eclettico paesaggio del Nuovo Continente, da cui l’ex rockstar rifugge come un’ombra lenta ed estraniata, anonimo e annoiato. Sulle tracce del carceriere di suo padre – un chiaro espediente per mettere in movimento un road movie soprattutto interiore – Cheyenne trascina il suo inseparabile trolley da uno Stato all’altro, sperimentando quanto non fatto in 35 anni della sua vita (dal fumo alla paternità, dal prendere coscienza del suo passato all’amare incondizionatamente suo padre) fino ad arrivare al punto zero, in una lunga distesa ai confini del mondo ricoperta di neve, dove avviene il reset, il cambiamento, la crescita. La rinascita.
Punteggiato da una colonna sonora profonda – composta dall’ex Talking Head David Byrne – This must be the place è un piccolo grande film che punta all’eccellenza, confezionato ad arte da un Sorrentino “sempre sul pezzo”, che si conferma ancora una volta una preziosa risorsa per il nostro cinema.
…in un tweet: Uno straordinario road movie interiore di un Sorrentino “immancabilmente sul pezzo”.
Fabrizia Malgieri, da “duellanti.com”

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