The tree of life

Dobbiamo ammetterlo. E’ nostro preciso dovere verso di voi essere quanto più onesti possibile. Ecco perché non intendiamo affatto nascondere di essere un po’ in imbarazzo nel parlare di questa ultima opera dell’acclamato Terrence Malick. Tuttavia, siamo anche del parere che simili premesse siano dovute più al desiderio di non farsi travolgere eccessivamente dalle emozioni che altro. Ci siamo presi il nostro tempo, quindi, concedendoci il più ampio margine possibile di riflessione. E’ stato abbastanza? Forse no, ma non è necessariamente un male.
Solo adesso, infatti, ancora tramortiti dalla visione della pellicola, sentiamo di poter mettere nero su bianco quanto recepito – nei limiti delle nostre possibilità, è chiaro. Questa disamina non giunge a seguito di chissà quale improvvisa “illuminazione”. Solo che non sempre è agevole riuscire a trasmettere certe emozioni, dando loro forma attraverso qualche carattere latino. Non sforzatevi di vedere alcuna auto-proclamazione di inadeguatezza in queste considerazioni. Al contrario! Ora sappiamo ciò di cui dobbiamo parlare. Avevamo solo bisogno di fare un po’ d’ordine.
The Tree of Life, senza mortificanti mezzi termini, è un film visionario fino al midollo. Lo è a livello narrativo, lo è a livello concettuale, a livello visivo e lo è pure in relazione all’udito. Trattasi di un’esperienza totale e totalizzante, che mette in tensione praticamente ogni fibra necessaria alla ricezione di qualsivoglia opera filmica. Ma prima di proseguire su questa falsa riga, inquadriamo ciò di cui ci accingiamo a trattare con innegabile trasporto.
Piaccia o meno, il film di Malick dispone di diversi gradi di significazione. Ciò implica che, paradossalmente, più che all’interpretazione in senso stretto, si presta maggiormente ad una precisa lettura. Aperta magari, ma decisamente meno di quanto le incalzanti immagini possano suggerire. In superficie abbiamo la storia di una famiglia, gli O’Brien. Padre autoritario, tre figli gioiosamente spensierati ed una madre che funge da collante. Ma non fatevi ingannare: gli episodi che ruotano attorno a questa normalissima famiglia della middle-class americana degli anni ‘50 rappresentano semplicemente il mezzo attraverso cui veicolare il messaggio. Il fine è tutt’altro.
E che il regista miri ad altro, di completamente diverso, non è affatto difficile realizzarlo. La storia dei cinque O’Brien viene sorprendentemente alternata, con una maestria estremamente efficace, alla storia del mondo – ma che dico il mondo… dell’intero universo conosciuto! Ci rendiamo conto che a questo punto della recensione, posto che qualcuno di voi fosse completamente avulso da tutto ciò che riguarda Malick e The Tree of Life, la tentazione di lasciarsi scappare un’incolpevole quanto ingenua sbuffata sia forte.
Ed è qui che il nostro meccanismo s’inceppa. E’ qui che noi, umili artigiani della parola scritta, ci scontriamo con uno scoglio pressoché invalicabile. La visione del film, nello stesso istante in cui riuscite a realizzare questo binario parallelo su cui si muove la pellicola, vi avrebbe già rapito, stregato. Avrebbe fatto proprio ogni angolo più recondito, per quanto piccolo, dei vostri organi deputati all’elaborazione, rendendovi talmente inermi da non potere far altro che lasciarvi trasportare da quanto avviene su quel benedetto schermo.
Sì perché quelle immagini, di una densità cromatica stupefacente, vi entrano nella pelle. Diventano parte di voi. Non sappiamo come rendere meglio quanto avvenuto durante la proiezione. Ciò su cui non nutriamo alcun dubbio è sull’assoluto coinvolgimento emotivo che abbiamo avuto modo di sperimentare. Qualcosa che ci ha fatto entrare a contatto con i pensieri, le immagini mentali che appartengono esclusivamente a chi ha dato vita a tutto ciò.
Trattasi di una visione talmente epica, inerente alla genesi del creato, da lasciare di stucco. Sostanze che si mescolano; vulcani che esplodono; molecole che si separano; nonché un continuo sciabordio di onde che si frangono nel vuoto di una cascata; di corpi celesti incandescenti che si scontrano, si uniscono, si separano. Ed in mezzo a tale marasma visivo, non dimentichiamoci di un altro nobilissimo senso, ossia l’udito. Brahms, Mahler, Mozart, Bach e ad altri si siffatta specie che accompagnano questa esplosione di sensi entro una cornice poche volte nella storia apparsa così ispirata. Attraverso di essa ci sembra a tratti di scorgere una finestra sul nostro di universo, quello vero e non quello fittizio del film al quale ci stiamo prestando.
Sonetti di pregevole fattura in movimento, dunque, emozioni che prendo forma generando un misto di sensazioni in grado di indurre un’estasi dal tono mistico difficilmente descrivibile. In un’opera cinematografica che è un viaggio, “Il viaggio“, quello che accomuna ciascuno di noi in questo minuscolo angolo di universo infinitamente microscopico, e paradossalmente immenso proprio per questo.
D’altro canto, è bene evidenziarlo, The Tree of Life si gioca praticamente tutto, in termini vagamente narrativi, proprio sullo sfrenato accostamento dei opposti maggiormente noti. E’ su questo campo che viene sperimentata la commistione delle teorie evoluzionistiche dell’ultim’ora, in contrapposizione a quelle – solo apparentemente più rigide – della Creazione. Odio e amore convivono, così come la Grazia e ciò che è assenza di essa. Paura e coraggio, chiaro e scuro, vita e morte, Cielo e Terra… potremmo proseguire fino alla noia!
La presenza stessa degli attori, in un simile contesto, potrebbe risultare superflua. Ma una simile considerazione apparirebbe contraddittoria alla luce di quanto appena espresso. Il loro contributo si colloca ad un livello congeniale. Sì perché all’interno dell’universo c’è spazio anche per loro, anzi, c’è spazio soprattutto per loro! Così come ce n’è per ognuno di noi. Noi che nutriamo speranze, sogni. Noi che soffriamo, che amiamo, che facciamo del male e ne riceviamo altrettanto. In tal senso Brad Pitt su tutti, ma anche Jessica Chastain, Sean Penn ed il giovane Hunter McCracken si comportano in maniera egregia.
La sconfinata vastità dello spazio in cui ci troviamo non è semplicemente infinita, bensì perfetta. Tanto da avere bisogno anche delle loro esistenze, che nel loro ordinario dipanarsi trovano un senso, una missione. Esistere è parte di tutto ciò. Nè più né meno di quanto fosse lecito attendersi da un appassionato di filosofia quale è Malick, insomma.
E mentre ci avviamo inesorabilmente alla conclusione di questa trattazione, nella nostra mente corrono immagini, paragoni, similitudini e quant’altro di cui avremmo voluto tanto parlare, ma che lo spazio di una recensione (decisamente più limitato dell’intero cosmo) non permette affatto. Buttiamo lì, quindi, almeno due di questi pensieri che ci tormentano e su cui ci sarebbe piaciuto parecchio soffermarci. Alludiamo alla presenza dei dinosauri (sì, ci sono anche loro!), oltre che all’estrema vicinanza concettuale a capolavori come 2001: Odissea nello Spazio e Blade Runner.
E se con la prima pellicola da noi citata le analogie sono chiare, in relazione all’altro film di fantascienza di Ridley Scott c’è un piccolo appunto da fare. Così come in Blade Runner, infatti, anche in The Tree of Life la valenza dei ricordi assumono un ruolo primario. De facto, il film di Malick è un costante ricordare, in un percorso che va a ritroso ma che trascende il concetto di tempo, abolendo passato, presente e futuro in modo disarmante – positivamente, s’intende. Tutto ciò, senza che nessuno ci tolga dalla testa che il vero Albero della Vita risieda proprio in questo: nella sacra capacità di ricordare infusa dentro ogni singolo essere umano.
In più, cosa da non sottovalutare, la pellicola reclama a gran voce una seconda visione che, inutile dirlo, al momento non ci possiamo permettere. E’ raro avvertire tale esigenza ancora prima di abbandonare la sala.
The Tree of Life non è semplicemente il film apparso ad un Festival: è il film di un’intera generazione. A voi l’arduo compito di stabilire quale sia l’inizio della generazione in questione. A noi basta ciò che abbiamo visto, sentito e, soprattutto, provato. Sinceramente, non avvertiamo il bisogno d’altro.
da “cineblog.it”

Texas, anni Cinquanta. Jack cresce tra un padre autoritario ed esigente e una madre dolce e protettiva. Stretto tra due modi dell’amore forti e diversi, diviso tra essi per tutta la vita, e costretto a condividerli con i due fratelli che vengono dopo di lui. Poi la tragedia, che moltiplica le domande di ciascuno. La vita, la morte, l’origine, la destinazione, la grazia di contro alla natura. L’albero della vita che è tutto questo, che è di tutte le religioni e anche darwiniano, l’albero che si può piantare e che sovrasta, che è simbolo e creatura, schema dell’universo e genealogia di una piccola famiglia degli Stati Uniti d’America, immagine e realtà.
L’attesa della nuova opera di uno degli sguardi più dotati e personali dell’arte cinematografica è ricompensata da un film tanto esteso, per la natura dei temi indagati, quanto essenziale. Popolato persino da frasi quasi fatte, che la genialità del regista riesce a spogliare di ogni banalità e a resuscitare al senso. Malick parla la sua lingua inimitabile, le cui frasi sono composte di immagini (tante, in quantità e qualità) e di parole (molte meno) in una combinazione unica, senza mai pontificare. Si ha più che mai l’impressione che con questo film, che parla a tutti, universalmente, non gli interessi comunicare per forza con nessuno, ma farlo innanzitutto per sé.
Testimone di una capacità rara di sapersi meravigliare, ha realizzato un film che non si può certo dire nuovo ma nel quale Terrence Malick si ripete come si ripropone il bambino nell’uomo adulto, per “essenza” vien da dire: ci si può vedere la maniera o, meglio, ci si può vedere l’autore.
Del film si mormorava addirittura che avrebbe riscritto la storia del cinema e in un certo senso The Tree of Life fa anche questo, senza inventare nulla ma spaziando dall’uso di un montaggio emotivo da avanguardia del cinema degli esordi ad una sequenza curiosamente molto vicina al finale del recentissimo Clint Eastwood, Hereafter. Il confronto, però, scorretto ma tentatore, non si pone: la passeggiata di Malick in un’altra dimensione è potente e infantile come può esserlo solo il desiderio struggente che nutre il bambino di avere tutti nello stesso luogo, in un tempo che contenga magicamente il presente e ogni età della vita. Ecco allora che il film non sarà nuovo ma rinnova, ritrovando un’emozione primigenia, fondendo ricordo e speranza. L’ultimissima immagine non poteva che essere un ponte.
Marianna Cappi, da “mymovies.it”

Natura e grazia secondo Malick
E’ un’opera complessa, The Tree of Life, ancor più complessa di quanto sarebbe stato lecito attendersi: spiazza e stordisce, parte dal privato per arrivare all’universale, mostrando una polifonia di voci e di motivi
Natura e grazia secondo Malick
Tra i registi venuti alla ribalta nel periodo della New Hollywood, Terrence Malick è quello che ha avuto il percorso artistico più insolito, certo quello che ha offerto agli spettatori il suo cinema con la maggior parsimonia. Dal folgorante esordio de La rabbia giovane (1973), solo cinque film in quasi quarant’anni di carriera, ognuno di questi comprensibilmente un evento, amplificato dal carattere solitario del regista, dal suo costante negarsi alle interviste, dalla sua affascinante aura di uomo di cinema fuori dagli schemi che gli ha fatto guadagnare la fama, più che mai meritata, di autore di culto. L’attesa per questo The Tree of Life era dunque massima, considerati anche i continui rinvii (il film era inizialmente previsto per il 2009) e la consueta penuria di dettagli sulla trama: la storia del rapporto trentennale, e conflittuale, tra un padre e un figlio, interpretati rispettivamente, nelle due epoche in cui il film si svolge, da due star come Brad Pitt e Sean Penn. E poi, foto che mostravano come sempre una costruzione visiva elaboratissima, insieme a oniriche immagini di deserti e di creature preistoriche che promettevano, ancor più che in passato, una pellicola fuori dagli schemi.
E’ in effetti un’opera complessa, The Tree of Life, ancor più complessa di quanto sarebbe stato lecito attendersi. Il rigore narrativo che aveva accompagnato, seppur in modi diversi, pellicole come il citato La rabbia giovane e La sottile linea rossa è qui solo un ricordo: questo nuovo film di Malick mostra una polifonia nel racconto che sembra costruita appositamente per spiazzare, suddivide l’espediente della voice over (presente praticamente in tutti i film del regista) tra personaggi ed epoche diverse in modo volutamente disomogeneo, parte dal privato e dai rapporti tesi e conflittuali di una famiglia per arrivare ad un universale che si estende oltremodo nello spazio e nel tempo, giungendo persino ai motivi della creazione e a quesiti filosofici sull’esistenza. Spiazza e stordisce, appunto, specie in quei venti minuti iniziali in cui, dopo l’annuncio di una morte e il previsto nuovo incontro (che non vedremo mai) tra padre e figlio, il personaggio di quest’ultimo inizia a rivedere la sua vita, e quella della sua famiglia, ponendosi domande sull’esistenza di Dio e sulla ragione dell’accadere degli eventi: accompagnato, in queste riflessioni, da immagini che mostrano la creazione, le stelle, il cosmo, creature primordiali e fantastiche, proiezioni di un’immaginazione non riconciliata, e forse irrimediabilmente segnata, dal passato. Motivi che Malick rende con un digitale che non avevamo ancora visto nel suo cinema, certo visivamente affascinante ma da assimilare gradualmente, specie per i suoi inserimenti non lineari nella struttura della trama.
Il motivo principale, o uno dei motivi principali, del film è il contrasto, esplicitato all’inizio, tra la natura e la grazia: laddove la prima è vista come resa alla violenza, alla brutalità e all’egoismo, ma anche a una libertà incondizionata nel vivere l’amore, mentre la seconda è programmatica rinuncia, rigore, controllo ma anche garanzia di una vita che acquisti un senso. Il profondo senso di religiosità che permea tutto il film, rigorosamente protestante e improntato a una visione della predestinazione che acquista il senso dell’ineluttabilità, è evidente nel personaggio del protagonista Jack (interpretato da Penn nella sua versione adulta, e dall’esordiente, ma convincente, Hunter McCracken in quella giovane) ma anche, declinata in chiave laica, in quella di suo padre, un uomo che unisce a un rigore nell’educazione dei figli a tratti spietato, frutto del suo passato da militare, una ferrea etica borghese del guadagno che diventa cinismo e apertura alla sopraffazione, in fondo non dissimile dall’etica della realizzazione, e dei segni della grazia da rinvenire nell’arricchimento personale, che caratterizzano il calvinismo. E’ proprio questo personaggio, interpretato ottimamente da Pitt, il più complesso e problematico dell’intera pellicola, un uomo combattuto e fino alla fine enigmatico e spiazzante, capace di aperture di affetto nei confronti dei suoi tre figli seguite da esplosioni di rabbia o da momenti di spietata, e a tratti apparentemente insensata, tendenza alla disciplina.

Brad Pitt nel film The Tree of LifeMalick ha sempre fatto un largo uso di simbologie nel suo cinema, così come dell’esibizione del mondo naturale trattato come vero e proprio personaggio, entità in grado di interagire con i suoi protagonisti più che semplice palcoscenico per le loro vicende: qui, però, il privato e l’universale, la vita civile e quella del cosmo, la natura e la grazia appunto, sembrano più che mai soffrire di uno scollamento. Quello che si cerca e, almeno a una prima visione, non si riesce a trovare nel film, è un motivo che unisca la vicenda, umana e molto concreta, di una famiglia borghese degli anni ’50, alla sovrabbondanza di simboli e motivi filosofici che il regista ha voluto inserire nella storia, frutto di una sceneggiatura che a quanto pare ha cambiato volto più volte, e di cui si fa fatica a trovare un centro. L’impressione che resta è quella di una pellicola visivamente molto elaborata, con singole sequenze caratterizzate da un grande fascino (e la loro parte, anche in questo caso, la fanno pure le maestose musiche di Alexandre Desplat) ma forse troppo ambiziosa e narrativamente poco coesa, frutto dell’estro di un autore che stavolta sembra aver voluto inserire troppi elementi, e in modo poco organico, in un singolo film. Resta comunque il fatto che The Tree of Life trasmette anche l’impressione di essere un’opera troppo complessa, e ricca di motivi di riflessione, per essere pienamente assimilata con una singola visione. Queste righe, scritte forzatamente a caldo dopo la visione del film, restano quindi un punto di vista parziale (e questo è normale) ma anche assolutamente aleatorio e non definitivo, su una pellicola che comunque va vista, rivista e ripensata nel tempo, certo opera di un regista che ancora una volta, col suo lavoro, non lascia indifferenti.
Marco Minniti, da “movieplayer.it”

Finalmente è pronto per approdare nelle nostre sale il nuovo film di Terrence Malick, in Italia uscirà il 18 mentre proprio oggi c’è stata la proiezione in concorso a Cannes nella Selezione ufficiale, solitamente abbiamo l’abitudine di aprire le nostre recensione con un sunto della trama, ma in questo caso siamo di fronte a qualcosa di così particolare da rendere il fil rouge che lega l’intera opera, una famiglia del Midwest americano degli anni ’50 raccontata attraverso gli occhi di un adolescente con incipit ed epilogo che ci mostrano rispettivamente genesi della vita sulla Terra e una delle molteplici e infinite dimensioni spirituali che la morte potrebbe rappresentare, diventare semplice cornice di un’opera visivamente potente, tanto ambiziosa quanto affascinante e meno criptica di come potrebbe apparire a prima vista.
Malick ci pone di fronte alla meraviglia della vita e l’approccia scientificamente e spiritualmente, ci presenta un uomo preda delle sue pulsioni, delle sue emozioni, ma anche un uomo che vive confusamente a mezzavia tra intelletto e anima, che perde e ritrova la fede, che odia il proprio padre a tal punto da desiderarne la morte, ma anche capace di teneri slanci in cerca di una figura paterna ruvida, violenta e intransigente, la famiglia come centro dell’esistenza, come perpetuazione della specie e come fonte di vita.
In The Tree of Life il Malick-pensiero si espande all’ennesima potenza ed attraversa l’infinito universo, si scende nelle profondità degli oceani, si scopre la meraviglia della vita fuoriuscita dal caos cellulare dei primordi per poi mutare in un neonato capace di diventare dispensatore di tanto amore quanto dolore, tutti gli attori coinvolti Brad Pitt, Jessica Chastain, Sean Penn e i tre giovanissimi non professionisti reclutati per l’occasione si lasciano guidare senza remora alcuna con performance che toccano picchi emotivi di altissimo livello.
Insomma se volete cimentarvi con una pellicola molto impegnativa, ma non proibitiva questa potrebbe essere l’occasione giusta, ma bisogna premettere che lo spessore è di altissimo profilo, il linguaggio non semplice e la carne al fuoco filosoficamente parlando è davvero molta, forse anche troppa, l’importante è evitare di mettersi a decrittare l’universo di Malick con i crismi del didattismo cinefilo, la pellicola vive di percezioni ed è viscerale e potente nel suo narrare in suggestioni, quindi briglia sciolta alle emozioni e siamo certi che il messaggio arriverà forte e chiaro.
Note di produzione: per lo spettacolare comparto effetti visivi Malick ha reclutato il veterano Douglas Trumbull noto per il suo lavoro sul cult di Kubrick 2001: Odissea nello spazio e Dan Glass. per lui all’attivo il sequel Matrix Reloaded e il cinefumetto V per Vendetta, mentre le musiche sono state composte dal francese Alexandre Desplat, per lui quattro nomination agli Oscar tra cui una per la colonna sonora del pluripremiato Il discorso del re.
da “ilcinemaniaco.com”

Scrivere di un film come The Tree of Life subito dopo la prima visione è una di quelle sfide improbe e impossibili alle quali, a causa delle regole del gioco a cui non è possibile sottrarsi, sono sottoposti i critici cinematografici quando si trovano costretti a giudicare “per direttissima” film tanto complessi, stratificati e poetici. Data la florida ricchezza dell’opera in questione, che si alimenta di un susseguirsi di immagini di una bellezza mozzafiato che per due ore e mezza ininterrottamente sfidano l’occhio a godere del proprio oggetto di visione, l’unica strada percorribile per una prima (e assolutamente parziale) analisi è quella di limitarsi ad indicare una serie di suggestioni che il tanto atteso lavoro di Malick riesce a suscitare in chi guarda.
Con ogni probabilità il film non verrà compreso da molti e altrettanti ne saranno probabilmente annoiati. O forse, più semplicemente, sarà visto da pochissimi all’infuori di quegli amanti del cinema che per definizione ammirano Malick da decenni nonostante la sua così esigua produzione (cinque film in trentotto anni, con un sesto in uscita forse l’anno prossimo). È evidentemente un film per pochi, The Tree of Life: per quei pochi che amano andare al cinema per pensare, riflettere su se stessi e sul mondo che li circonda; e per quella forse ancor più stretta cerchia di persone che, al contempo, è disposta a lasciarsi andare con il cuore in mano e la mente aperta a quell’inebriante, poetica, fluente cascata di immagini tipicamente malickiana che sembra essere l’esplicita traduzione iconografica dei suggestivi monologhi interiori di cui i film del regista da sempre si sono nutriti (in particolare da La sottile linea rossa in poi, ma non solo).
The Tree of Life è pura poesia per immagini in movimento e Malick, con la vena del poeta in stato di grazia, è riuscito nell’impresa di far dialogare il particolare (le vicende di una famiglia degli anni cinquanta della provincia americana alimentata da rapporti tesi e irrisolti) con l’universale assoluto (la nascita del cosmo e della vita), giocando in modo sublime con le potenzialità liriche insite nel linguaggio cinematografico.
Partendo da una storia familiare delineata per frammenti, quasi solo abbozzata ma egualmente intensissima, e che ripercorre il processo di formazione di un figlio che vive in modo drammatico gli opposti approcci educativi dei genitori, il grandissimo cineasta statunitense costruisce una spirale di immagini straordinarie che, in un limbo dove convivono, sovrapponendosi e alternandosi magicamente, ricordi, pensieri, immaginazioni e rivelazioni, sfida lo spettatore susseguendosi per associazione di idee.
Tale stratagemma narrativo-formale, particolarmente evidente ne La sottile linea rossa (1999) e in The New World (2005), ma presente in misura minore anche ne La rabbia giovane (1973) e I giorni del cielo (1978), viene qui radicalizzato da Malick e trascina lo spettatore all’interno di una esperienza cinematografica unica e di rara intensità estatica, tendente con estrema libertà a varcare ogni dimensione spaziale, temporale e infine materiale, nell’ammaliante ed enigmatico finale. Malick va avanti e indietro nel tempo, intervallando le immagini che raccontano le vicende della famiglia texana, composta da padre (un grande Brad Pitt), madre (la bravissima Jessica Chastain) e tre figli, con immagini che mostrano la nascita dell’universo e della vita sulla Terra, narrandoci sinteticamente anche la vita da adulto del più grande dei tre fratelli (Sean Penn); e in tal modo giunge ad offrire stimolanti e inattesi spunti di riflessione su temi imprescindibili e universali quali la vita, la morte, la fede. Al centro di tutto, una toccante e tutto sommato semplice, ma davvero unica nella storia del cinema per le modalità narrativo-formali impiegate, riflessione sul fondamentale ed inevitabile ruolo delle figure familiari nella formazione di ogni singolo individuo.
Se ci chiedessero di sbilanciarci affermeremmo che The Tree of Life è un capolavoro, tanto in considerazione della prepotente forza del linguaggio filmico esibito, quanto della smisurata ambizione dell’impianto narrativo che ne costituisce l’ossatura. Al di là della problematica attribuzione, ancor più dopo una sola visione, di un’etichetta così ingombrante e impegnativa, l’opera è ad ogni modo il miglior film di Malick. E già solo questo, va da sé, significa davvero molto. In uscita il 18 maggio prossimo: assolutamente da non perdere.
da “cinemagnolie.blogspot.com”

Un voto alto per un ‘capolavoro annunciato’, troppo facile? prevedibile? forzato? Il dubbio resta, soprattutto viste le reazioni medie al ‘film infinito’ del regista meno prolifico e più incensato del cinema contemporaneo. L’impressione iniziale è che andasse tanto di moda bramare questo film che in molti, compresi i più lontani dall’estetica e la sensibilità di Malick, si fossero convinti di accingersi a vedere una pietra miliare del cinema, a prescindere. Molti avranno fatto crescere le proprie aspettative in maniera smodata (e non è mai un buon approccio) o magari si saranno ‘fatti’ il film nella propria testa ancor prima di saperne qualcosa o di vederlo (altro ottimo sistema per restare delusi).
Il naturalismo di Malick trova, sempre più, dei canali espressivi ostici, aggiungendo qui – anche per la tematica del film – una componente simbolica molto forte chiamata, nelle due ore di visione, a supplire a certe connessioni narrative lasciate volutamente alla ricostruzione e riassemblaggio delle sensibilità di ciascuno.
Approccio interessante, ma sicuramente rischioso. Malick parla di vita e morte, soprattutto di vita, e delle difficoltà di portarla avanti, oltre ogni difficoltà e confrontandosi con queste, contestualizzandole in una storia planetaria che le ridimensioni e faccia loro da specchio, soprattutto nei cicli che le caratterizzano. Non facile trattare un argomento del genere, soprattutto se si sceglie un doppio registro e pochi dialoghi. L’empatia è lasciata molto all’istintivo assorbimento delle immagini meravigliose di Terra e galassie che si susseguono nel montaggio di cinque diversi (anche nel senso di differenti, volutamente) montatori
Ma quello che più finirà per l’agganciare l’attenzione e le riflessioni di chi guarda sarà la storia ‘minima’ di una famiglia texana guidata da un Brad Pitt in stato di grazia, padre padrone imbevuto di fede, in un Dio che non capisce ma deve accettare e in un sogno americano che lo delude.
La macchina da presa parte dal basso e alza gradualmente la mira, ondeggia, accompagna ed osserva l’azione, sovrastandola, quasi occhio di una entità superiore ed inconoscibile. Dio? L’Amore? La Natura? L’interlocutore in quello che continua a venir definito come “film religioso” non sembra però essere divino. Il limitarsi della Chiesa a un fatalismo fideistico direziona le scelte ‘educative’ di Pitt (e di Malick) su criteri instintivi e naturali, animali (senza alcuna connotazione negativa, anzi!) in certi casi.
Il silenzio domina. Imposto, in famiglia, dove solo Pitt sembra poter parlare, e fuori. Le domande restano senza risposte, soprattutto perché non le si cerca nella natura, dell’uomo e della vita, e nel suo essere – anche – inspiegabile. Le richieste di aiuto restano vanificate, il sostegno cercato cede di fronte alla rabbia ribelle istigata e capace, istigata, di essere motore più forte di qualunque altro, e al conflitto edipico, che necessita inevitabilmente la morte del padre (pur se solo desiderata, oltre che ‘pregata’, quasi a compensazione delle delusioni già patite e le colpe incomprensibili espiate con ben altri e reali lutti). Una ribellione che consente di superare lo sgomento per il ‘dark side’ della vita, per i rami più dolorosi e inevitabili di questo ‘albero’: morte, malattia, vecchiaia, male. Ma è così che si cresce. Accettando che sia Caino il figlio prediletto, educato per sopravvivere in un mondo di simili.
E’ la natura più che la Grazia a muovere l’azione e ad emergere dalla rappresentazione, tanto ‘macro’ quanto ‘micro’. Tutto passa; soprattutto noi, ombre [e parlando di ombre lasciateci segnalare la ripresa rovesciata delle stesse, a farne dei soggetti che giocano sull’asfalto] su un palcoscenico più grande di noi del quale Malick si diverte a regalarci una rappresentazione emblematica senza eguali. E’ la sua ‘Odissea’, ma lo ‘Spazio’ è quello terrestre, quello ‘temporale’ di un evoluzionismo che non a caso nasce da splendide immagini subacquee (meduse, ballerine spagnole, squali martello, mante e girini… anfibi, quindi), passa dai dinosauri e per il meteorite che ne causa l’estinzione e arriva alla nascita. Alla morte.
E’ ancora crescita attraverso il dolore, visto non come strumento di espiazione o ‘testimonianza’, ma come fase naturale.
Il solito Malick. Fischi e applausi non gli interessano. Ora la reazione sta a chi vedrà il film e sentirà vibrare le proprie corde per qualcosa passato sullo schermo o nella sua mente.
Tanto per offrire più opzioni – e confondere le idee – il regista di Ottawa infarcisce di simboli di ogni tipo (c’è anche Bomarzo, il parco dei mostri vicino Attigliano), anche – sinceramente – incomprensibili (ma è soggettivo, come detto), il cammino di un latente Sean Penn verso l’idilliaca conclusione. Un ‘paradiso’ di famiglie riunite e pacificate.
Insomma, una splendida deriva visionaria, simbolica e pedagogica, quasi un rito che potrebbe lasciare perplessi o scontenti quanti ci vedranno un inutile esercizio di stile, ma che potrebbe entusiasmare i tanti ‘fedeli’ in attesa dell’arrivo del Messia per un ultimo paradosso di questo “Tree of Life”.
Mattia Pasquini, da “35mm.it”

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